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sinistra

Crisi globale e capitale fittizio

di Raffaele Sciortino

Excursus dal volume Raffaele Sciortino, I dieci anni che sconvolsero il mondo, Asterios, Trieste 2019, pp. 34-41

f8105376cf5755840c470ee55123426d XLMa qual è il nesso profondo tra globalizzazione finanziaria e crisi globale? Ovvero, come andare oltre il livello descrittivo? È una domanda, chiaramente, dalle importanti implicazioni politiche oltreché teorico-analitiche. In questa scheda alcune indicazioni sulle principali posizioni e sull’ipotesi guida di questo lavoro.

All’indomani della crisi sembra ci siano tutte le condizioni per un ritorno in auge delle ricette keynesiane, vista la débacle in corso del cosiddetto neoliberismo. Per i neo-keynesiani l’eziologia della crisi, letta come crisi principalmente se non esclusivamente finanziaria, sta in primo luogo nel greed di Wall Street, nell’eccessiva avidità della finanza speculativa che avrebbe perso il senso del limite anche a causa delle misure di deregolamentazione degli anni Novanta - in primis l’abolizione nel 1999 da parte del Congresso statunitense del Glass-Steagall Act che, varato sotto il New Deal, prevedeva la separazione tra attività bancaria tradizionale e speculativa - da parte di una classe politica disinvolta e ammaliata dai successi del corso neoliberista.1 A questa diagnosi i post-keynesiani, la sinistra del keynesismo, aggiungono gli effetti deleteri per i livelli della domanda complessiva del sottoconsumo delle masse dovuto alla caduta del monte salari complessivo negli ultimi decenni.2 La terapia proposta è la ri-regolazione della finanza per un maggiore controllo sugli eccessi speculativi, nonché un peraltro assai cauto ritorno all’intervento statale, basato per lo più su politiche monetarie lasche opposte a quelle della scuola austriaca - che vede la crisi come un classico caso di deflazione da debito causata da tassi di interesse eccessivamente bassi - al fine di stimolare la domanda aggregata, eventualmente rivista nell’ottica della green economy. Non si arriva dunque a proporre, in genere, un vero e proprio nuovo New Deal con politiche redistributive significative. Del resto, a questo fine i problemi in Occidente sarebbero enormi se non insormontabili.

Infatti, mancano i soggetti di un possibile nuovo compromesso sociale che ricalchi gli anni d’oro del fordismo-keynesismo: gli assetti sociali, i rapporti di classe, le identità sono completamente mutati mentre gli Stati hanno interiorizzato il modello neoliberale. Ma, al di là di ciò, la distinzione secca tra speculazione ed economia reale, così come tra deficit utili e dannosi e tra finanza buona e cattiva, è ancora proponibile all’altezza dell’attuale capitalismo, in particolare in Occidente? E se pure fosse possibile il ritorno a un qualche keynesismo un minimo più radicale, si può realmente affermare che vige una piena intercambiabilità di politiche sulle due sponde dell’Atlantico, che è la medesima cosa stampare dollari e stampare euro o non sussistono piuttosto delle asimmetrie fondamentali che incidono profondamente sulle politiche di immissione di liquidità (1.2.2)? Su tutto ciò l’impostazione keynesiana non ha molto da dire.

Di contro, sul versante marxista - a parte quelle posizioni che di fondo condividono la lettura keynesiana della crisi come problema di surplus monetario da realizzare a fronte di una domanda inadeguata3 o, sulle orme di Minsky, come finanza sfuggita di mano4 o, ancora, come riprova di un nuovo capitalismo rentier5 - si insiste sulle cause reali, e non semplicemente finanziarie, della crisi. Con due sfumature differenti. Da un lato, abbiamo la tesi ortodossa che individua la radice della crisi globale nella caduta del saggio di profitto empiricamente rilevabile nel corso degli ultimi decenni.6 Dall’altro, si pone l’accento piuttosto sul declino dell’accumulazione, in particolare del capitale fisso, di contro alla risalita dei profitti, che ha caratterizzato i decenni neoliberisti. Questo divario tra profitti effettivi e profitti accumulati, cioè investiti per la riproduzione allargata di capitale, sarebbe all’origine del boom speculativo ovvero del trasferimento di ingenti masse di capitale monetario verso la finanza, verso quei titoli di credito sulla ricchezza futura per i quali Marx aveva coniato il termine di capitale fittizio. La febbre dei profitti speculativi è l’effetto di quel trasferimento, dunque non può essere di per sé la causa della crisi scoppiata nel 2007-08, alla cui base si rinviene infatti la sequenza empirica recessione produttiva-riduzione del credito commerciale-prosciugamento del credito interbancario.7 Ora, la prima spiegazione è alquanto meccanicistica nel pretendere di dedurre lo scoppio della crisi globale da una tendenza di lungo periodo o, per lo meno, da un ciclo lungo. La seconda è più convincente, soprattutto nel legare la Grande Recessione al declino generale dell’accumulazione piuttosto che a dinamiche finanziarie a sé stanti o ad una caduta, sempre relativa, della profittabilità, ma a sua volta non spiega il perché di quel declino. In entrambe manca un quadro interpretativo più ampio che dia ragione del nesso unitario ancorché contraddittorio tra finanza e accumulazione reale nei diversi passaggi storici e che sappia leggere il capitale come rapporto sociale di classe piuttosto che come mero sistema economico.

Per questo, a voler restare nel campo delle spiegazioni marxiste, è sembrato più adeguato in questo lavoro adottare un’ipotesi guida basata sulla ripresa del concetto marxiano di capitale fittizio, inquadrato all’interno di una periodizzazione storica che ne fa il perno dell’accumulazione capitalistica nella fase della piena sussunzione reale del lavoro e della vita al dominio del valore.8 Cosa si intende per capitale fittizio? Marx affronta nel III Volume de Il Capitale il tema della circolazione dei titoli di credito - azioni, obbligazioni, buoni del tesoro, ipoteche, oggi la fenomenologia è molto più ampia, fino a comprendere il variegato mondo del credito al consumo - cioè di titoli di proprietà che rappresentano diritti sui proventi della ricchezza futura, il cui valore è determinato dalla capitalizzazione del flusso di reddito generato a un dato tasso di interesse. Essi non contribuiscono all’accumulazione capitalistica, alla riproduzione allargata, nondimeno una volta dotati di vita propria sul mercato del capitale monetario esigono una propria valorizzazione da una base produttiva che però non può che restare indietro rispetto a questa esigenza in quanto il valore complessivo prodotto dal lavoro produttivo è minore del prezzo complessivo rappresentato da queste promesse di valore moltiplicatesi per quantità e tipologie. Si tratta, infatti, di titoli sul lavoro non ancora consumato produttivamente. Ora, una crisi generale - che assume così necessariamente le sembianze di crisi finanziaria - rappresenta, a date condizioni non predeterminabili, il momento del redde rationem di questo scarto strutturale, aggravato dagli schemi piramidali che stanno alla base della moltiplicazione delle differenti tipologie di capitale fittizio.

Sono però necessarie alcune precisazioni a evitare letture superficiali o errate. Innanzi tutto, il termine fittizio, forse non felicissimo, non sta a indicare né che sarebbe possibile un capitalismo senza finanza o, al limite, con una finanza sana, né che è possibile distinguere facilmente, prima della crisi, quale parte del capitale è fittizia e quale non lo è, se è vero non solo che ogni valorizzazione deve passare attraverso la forma monetaria ma anche che l’accumulazione capitalistica per definizione si regola ex post e non ex ante. Per questo, la generazione di capitale fittizio, altra faccia del capitale monetario che anticipa l’investimento produttivo, è inestricabilmente intrecciata all’espansione del capitale, anche se, presto o tardi, deve scontrarsi con la capacità/possibilità di trovare una base reale adeguata. La quale, però, fornita dalla produzione nella forma dell’impresa - nella forma, cioè, del lavoro non immediatamente sociale che caratterizza in quanto tale il capitalismo - resta indispensabile e, anzi, risulta ancor più sottomessa alle pressioni della valorizzazione complessiva. Si torna con ciò alle tesi della deviazione del capitale dagli investimenti produttivi a quelli finanziari, più profittevoli, o dell’instabilità finanziaria del money manager capitalism? No, perché la scaturigine reale del capitale fittizio sta, in ultima istanza, non nella follia della finanza ma proprio nella produzione immediata, cioè nel normale meccanismo della valorizzazione attraverso sfruttamento che, a causa della dinamica intrinsecamente capitalistica degli incrementi di produttività via innovazione tecno-scientifica, tende in continuazione a svalutare il capitale fisso investito nel mentre ne incrementa il rapporto rispetto al lavoro vivo. Il capitale fisso svalorizzato non scompare - all’altezza dello sviluppo capitalistico basato sul plusvalore relativo e sulla sussunzione reale del lavoro - ma in quanto capitale monetario investito duplicato come titolo di credito, permane come titolo cartaceo alla ricchezza futura. L’espulsione crescente di capitali dal circuito produttivo sub forma di capitale fittizio, e non la creazione dal nulla di denaro che produce denaro - secondo l’autorappresentazione feticistica che il capitale dà di se stesso - è dunque alla radice della cosiddetta finanziarizzazione e poi della sua crisi. Ciò non toglie che l’espulsione non avviene a carico del solo capitale fisso svalorizzato. Anche molto profitto accumulato non ritorna nel circuito produttivo per la scarsa profittabilità dell’investimento, dovuta alla caduta del saggio medio di profitto e alla costituzione di monopoli contro i quali la concorrenza è impossibile, ma non per questo accetta di rimanere sotto forma di capitale monetario in letargo, al contrario cerca ogni modo per ritornare nel circuito costituendosi in capitale finanziario che cerca di appropriarsi della sua quota di interesse sul profitto globalmente prodotto.

È qui importante la periodizzazione. Nel vecchio modello di crisi, quello ciclico valido grosso modo fino al primo conflitto mondiale, ad una forte espansione seguiva una recessione, dovuta alla caduta del saggio di profitto, che svalorizzando il capitale esistente poneva le basi del rilancio dell’accumulazione. Nel modello che si impone con il passaggio alla sussunzione reale e al salto tecnologico della produzione, che corrisponde al pieno dispiegamento dell’imperialismo mondiale tra le due guerre e poi all’affermarsi dell’egemonia statunitense nel secondo dopoguerra9 , si ha la piena generalizzazione dei valori fittizi, dapprima riprodotti coi meccanismi inflattivi del regime di Bretton Woods, e poi esplosi a seguito della sua fine negli anni Settanta, come abbiamo visto. Da allora una massa crescente di titoli denominati in dollari senza corrispettivo reale adeguato vaga in cerca di valorizzazione scambiandosi con i surplus commerciali globali o risucchiando dai paesi subordinati masse di capitale attraverso il sistema dei prestiti internazionali. Lo stesso meccanismo del debito pubblico muta funzione: da supporto per la creazione delle condizioni generali della produzione capitalistica, cioè delle infrastrutture materiali e immateriali, diviene vettore della circolazione delle bolle di capitale fittizio. Gli stati e le banche centrali dei paesi imperialisti assumono il ruolo di garantire questa circolazione - e di preservare il valore dei titoli cartacei in caso di crisi impedendo la deflazione generalizzata! - attraverso il trasferimento continuo di risorse prelevate dalla forza lavoro globale e dai paesi a vario grado subordinati. In ciò, come abbiamo visto, rientra il ruolo finanziario peculiare degli Stati Uniti, altra faccia del loro dominio geopolitico, come garanti e insieme massimi estorsori del sistema globale grazie al finanziamento garantito dal deficit della propria bilancia dei pagamenti.10 Di qui la corrispondente spinta alla globalizzazione, che deve aprire alle scorrerie del capitale fittizio sia le catene del lavoro fattesi globali sia le risorse umane e naturali negli spazi non ancora sussunti, e mai completamente sussumibili, alla produzione capitalistica avanzata.11

Va sottolineato il fatto che la base - insufficiente sul lungo periodo ma a maggior ragione indispensabile sul breve-medio - per queste scorrerie è fornita non solo dal plusvalore estorto dal lavoro impiegato in produzioni capitalistiche, ma anche attraverso forme di accumulazione originaria rinnovata che integrano con il saccheggio a costi pressoché nulli di risorse umane e naturali12 il normale sfruttamento diretto. Di qui sia l’accresciuta pressione verso la proletarizzazione di crescenti masse umane riducendone il valore della forza lavoro al di sotto delle esigenze della riproduzione, sia le cosiddette esternalità negative rovesciate sull’ambiente, sia l’utilizzo degli impianti e delle infrastrutture ben oltre i tempi di ammortamento, il venir meno della manutenzione, ecc.; a ciò andrebbero oggi aggiunte le nuove enclosures degli spazi digitali e le molteplici forme del micro-credito. Questo significa che il capitalismo costituisce non semplicemente un sistema economico di produzione, ma un sistema di riproduzione complessivo, al quale il capitale fittizio è consustanziale. Non si tratta affatto di un’escrescenza tolta la quale si ritornerebbe ad una sana economia reale13 , bensì della condizione oramai indispensabile sia per captare il plusvalore nella produzione sia per sottomettere a espropriazione l’ampia sfera della riproduzione sociale. Questa ne esce radicalmente modificata rispetto alle precedenti fasi di relativa autonomia dai meccanismi del profitto14 , come del resto le diverse composizioni tecniche e soggettive del proletariato sono oggi distanti anni luce dalla figura sovente mitizzata dell’operaio massa.15

Ne deriva che la stessa nozione di crisi va ampliata oltre il mero significato economico, e tanto più finanziario. La crisi, quando si dà su scala sistemica, è crisi non da semplice sottoconsumo delle masse lavoratrici, causa i bassi salari, né da meccanico calo quantitativo del saggio di profitto - che pure conta in quanto espressione dell’accresciuta produttività del lavoro capitalisticamente socializzato e dunque della tecno-svalorizzazione - ma in termini più generali esprime la disconnessione fra il capitale sociale complessivo, con la sua riproduzione sistemica, e la riproduzione sociale della specie umana e della natura. Ad un certo punto - che non è detto coincida con la caduta del saggio di profitto quasi si trattasse di un sistema chiuso con soli operai e capitalisti - scatta la soglia oltre la quale la contrazione, il non rinnovo della riproduzione sociale materiale diviene da un lato un ostacolo per la stessa pletora di capitale fittizio da sfamare, mentre dall’altro produce situazioni che mettono in crisi, socialmente e politicamente, la macchina. I sintomi di ciò sono sotto gli occhi di tutti - con il divenire superflua di una parte della stessa umanità e l’erosione forse irreversibile del suo rapporto con la natura - anche se tutt’altro discorso è se essi riescono poi ad organizzarsi in una risposta anti-sistemica. La crisi è dunque crisi del capitale come rapporto sociale, ne è la disgregazione che va o verso la sua ricostituzione a un più alto livello o verso rotture rivoluzionarie.16

Se questa ipotesi di lettura tiene, è possibile altresì proporre uno schema interpretativo delle risposte capitalistiche alla crisi del capitale fittizio. In tali circostanze il primo obiettivo delle classi borghesi e degli stati imperialisti è quello di arrestare con ogni mezzo la svalorizzazione degli asset finanziari, cioè salvare la finanza con denaro di emergenza17 . Contemporaneamente, si tratta di incrementare l’estrazione del plusvalore, attaccando il salario diretto e indiretto e incrementando la produttività del lavoro, e drenare risorse dalla riproduzione sociale e della natura verso il capitale finanziario, su tutti i piani e con tutti gli strumenti a disposizione. Dopo di che, essendo costitutivamente insufficienti questi primi passaggi - poiché la base produttiva manca di nuovi spazi per l’accumulazione o addirittura regredisce, il plusvalore ancorché incrementato ha difficoltà a realizzarsi in condizioni di deflazione che costringono a vendere sotto costo le merci, e prima o poi si manifestano resistenze da parte delle classi sfruttate ed espropriate - è inevitabile il passo successivo: la svalorizzazione di almeno parte dello stesso capitale fittizio. Ed è qui che si innesca lo scontro tra i diversi attori capitalistici, anche tra alleati del fronte imperialista, in un gioco a somma zero di scarico della svalorizzazione sulle spalle altrui, nelle forme date che vanno investigate concretamente.18 Restando comunque sullo sfondo, nel caso la macchina non riesca comunque a rimettersi in moto, il problema della distruzione anche fisica del capitale fisso e variabile esistente: il problema, cioè, della guerra. Nel prosieguo di questo lavoro metteremo alla prova questo schema.


Note
1 Per una critica sintetica ma efficace della fissazione dei keynesiani sulla finanza come causa della crisi globale v. Michel Husson, Les Limites du keynésianisme, 2015, scaricabile qui: http://alencontre.org/laune/les-limites-du-keynesianisme.html. Per una critica marxista ortodossa delle politiche keynesiane v. Guglielmo Carchedi, Could Keynesian Policies End the Slump?, International Socialist Review, 136, ottobre 2012.
2 Il tema ha vissuto nel 2013 una breve estate di attenzione, anche nei media e nei consessi ufficiali, con la pubblicazione dello studio di Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, peraltro all’interno di un’impostazione neo-classica.
3 David Harvey, L’enigma del capitale, del 2010 (ed. it. 2011). In questo libro Harvey è tutto sommato vicino alle posizioni della Monthly Review: v. John B. Foster, Fred Magdoff, The Great Financial Crisis, del 2009.
4 Hyman Minsky, Combattere la povertà. Lavoro non assistenza, 2014, con introduzione di Bellofiore e Pennacchi, Crisi capitalistica, socializzazione degli investimenti e lotta all’impoverimento.
5 Il filone post-operaista, che combina la tesi di un capitalismo cognitivo post-industriale con quella della finanziarizzazione come sovrastruttura parassitaria che blocca una cooperazione produttiva oramai divenuta autonoma. L’idea che anche, e soprattutto, l’organizzazione post-moderna della produzione sia incentrata sulla forma impresa non lo sfiora neppure.
6 V. i lavori di Michael Roberts, il cui blog è https://thenextrecession.wordpress.com/, e di Guglielmo Carchedi, ad es.: https://marxismocritico.com/2016/05/24/dietro-e-oltre-la-crisi/.
7 V. Paolo Giussani, La crisi e il saggio di profitto, 2012, scaricabile qui: https://www.sinistrainrete.info/marxismo/1847-paolo-giussani-la-crisi-e-il-saggio-del-profitto.html.
8 V. i lavori di Loren Goldner sul sito http://breaktheirhaughtypower.org/ e soprattutto il cit. Capitale fittizio e crisi del capitalismo. Per un’introduzione al percorso di questo marxista statunitense v. Revolution in our lifetime. Conversazioni con Loren Goldner sul lungo Sessantotto, a cura di Emiliana Armano e Raffaele Sciortino, del 2018. Ovviamente, qui viene presentata una rielaborazione di questo approccio, le cui criticità eventuali non vanno addebitate all’amico Loren.
9 Mettere a fuoco questo passaggio storico del capitalismo, alla vigilia del ’68, è stato il merito principale di Jacques Camatte, che per primo ha lavorato a fondo sul concetto di sussunzione reale, e di Guy Debord, con il concetto di Spettacolo. È la problematica del capitale che si costituisce in comunità totale (cattiva), problematica che porta il primo ad abbandonare la legge del valore, il secondo ad affermarne a maggior ragione la piena e totalitaria vigenza.
10 Per una sintetica ma efficace descrizione di come la posizione peculiare degli Stati Uniti si è andata costruendo, v. ad es. Goldner, op. cit., pp. 224-9. L’imperialismo è oggi questo sistema complesso che, se va molto oltre quanto teorizzato dal marxismo di inizio secolo scorso, non cancella però né le gerarchie anche qualitative al suo interno né la realtà dello scontro inter-imperialistico e inter-capitalistico. Resta che è un sistema combinato e diseguale. Oggi, come è evidente nel caso cinese, non è sufficiente l’esportazione di capitali per accedere al club imperialista, bisogna innanzi tutto avere in mano le leve della finanza e della moneta mondiale.
11 V. Luciano Gallino, Finanzcapitalismo, del 2011, p.5:”Il finanzcapitalismo è una mega-macchina che è stata sviluppata nel corso degli ultimi decenni allo scopo di massimizzare e accumulare, sotto forma di capitale e insieme di potere, il valore estraibile sia del maggior numero possibile di esseri umani, sia degli ecosistemi. L’estrazione di valore tende ad abbracciare ogni momento e aspetto dell’esistenza degli uni e degli altri, dalla nascita alla morte o all’estinzione”. Una notevole approssimazione di un non marxista al mondo della sussunzione reale pur nella non chiara distinzione di sfruttamento e espropriazione.
12 Free gifts nella terminologia di Jason W. Moore: v. in italiano Ecologia-mondo e crisi del capitalismo. La fine della natura a buon mercato, ed. it. del 2015. Andrebbe visto anche il lavoro decennale del collettivo statunitense Midnight Notes, in particolare il testo del 2009 Promissory Notes. From Crisis to Commons, scaricabile in http://www.midnightnotes.org/Promissory%20Notes.pdf.
13 V. in Tooze, op. cit., pp. 497-500, il ragionamento di Larry Summers, uno degli artefici della clintonomics e della deregulation finanziaria degli anni Novanta, sull’ipotesi di stagnazione secolare, presentato all’assemblea del FMI del novembre 2013: il succo è che senza bolle speculative non c’è oramai crescita possibile!
14 V. tra i lavori inediti di Romano Alquati, Sulla riproduzione della capacità umana vivente oggi, del 2001.
15 Il non prendere in considerazione questi aspetti relativi alla collocazione e alle caratteristiche della soggettività proletaria è il punto debole delle analisi di Loren Goldner, in questo ancora legato alle Sinistre Comuniste europee.
16 Non è questo il luogo per ragionare sull’ipotesi che le rotture rivoluzionarie novecentesche, sconfitte o bloccate allo stadio della modernizzazione capitalistica rivestita di panni socialisti, sono state tutte riassorbite grazie agli spazi di crescita ancora esistenti per il capitalismo mondiale, non ancora pervenuto alla piena sussunzione reale.
17 V. ad es. l’intervista a Robert Kurz del luglio 2010 qui: http://francosenia.blogspot.com/2015/06/la-seconda-ondata.html. Di Kurz è importante Das Weltkapital, del 2005. Kurz parla di keynesismo finanziario di emergenza.
18 Lo scontro inter-capitalistico sulla svalorizzazione è l’elemento che sfugge - insieme a quello della lotta di classe - ai critici della forma valore, che sono peraltro tra i pochi ad aver meritoriamente messo al centro dell’analisi dell’attuale crisi il concetto di capitale fittizio. V., oltre ai testi di Robert Kurz, di Ernst Lohoff, Norbert Trenkle, Die grosse Entwertung, del 2012 e, a integrazione, di Lohoff, Kapitalakkumulation ohne Wertakkumulation, paper del 2014 sul sito www.krisis.org. In italiano utile di Giordano Sivini l’articolo su Lohoff scaricabile qui: https://anatradivaucanson.it/dibattiti/ernst-lohoff-il-capitale-fittizio-e-la-duplicazione-della-ricchezza.
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