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tysm

Cieca fortuna del capitale

di Marco Dotti

roll the dice 1502706 1920Che cosa ne è stato della Fortuna? Si è nascosta? Fuggita? «…Les dieux s’en vont», si diceva un tempo ma quando se ne vanno – questo si è preferito tacerlo o non vederlo – dietro di loro lasciano tormenta e deserto. Oppure la fortuna si è disseminata, secolarizzata integrandosi e diventando tutt’uno con un mondo che vede le sue grazie e i suoi rischi sempre più racchiusi dentro la gabbia che – forse per mancanza di parole, forse per disperazione d’uomini o desolazione di teorie – ci si rassegna, comunque sottovoce, a chiamare “capitale”? Da quando la fortuna coincide con l’inevitabile, l’ineluttabile, la staticità e la gabbia? Da quando la salvezza è tornata a riaffiorare nella forma di un debito infinito con la sorte?

Alcune pagine del filosofo Peter Sloterdijk aiutano, quanto meno, a problematizzare. Peter Sloterdijk, che ha esposto la sua teoria della globalizzazione nella ben nota trilogia Sphären (ora edita integralmente da Cortina), ha insistito a lungo sulla moderna deriva di “fortuna”, in particolare in un capitolo del suo Im Weltinnenraum des Kapitals (2005; Il mondo dentro il capitale, Meltemi, Roma 2006), dedicato proprio alla “Fortuna e alla metafisica e chance” e, più recentemente, anche in Das Reich der Fortuna (Fundación Ortega Muñoz, 2013).

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doppiozero

Il deserto dei tartari

La fortezza

Pietro Barbetta

Abbiamo affidato ai nostri autori la lettura di un classico che non conoscevano, da leggere come se fosse fresco di stampa

deserto dei tartari olio tela cm 80 x 60Il deserto dei tartari è un romanzo di Dino Buzzati pubblicato nel 1940. Racconta la vita di Giovanni Drogo, ufficiale dell'esercito di un paese che, così com'è descritto nel romanzo, somiglia all'Italia della prima metà del Novecento; tuttavia confina con un grande deserto. In fondo a questo deserto si suppone vivano i Tartari. Un deserto onirico, dove i confini rimangono incerti e si dilatano all'infinito. 

Lo sfondo integratore del romanzo è la fortezza Bastiani. A differenza dell'agrimensore del Castello, il tenente Drogo raggiunge la fortezza, ci entra, viene arruolato e accolto. Il problema è come uscirne. Buzzati attenua di un grado lo stile di Kafka, Drogo entra nella fortezza, prende servizio e può anche andarsene. Nessuno, in linea di fatto, glielo impedisce. Rispetto al Signor K., Giovanni Drogo è libero; giunge alla Fortezza ha un colloquio immediato con il comandante e chiede il trasferimento, l'impressione di quei luoghi non è buona, vuole partire appena possibile. Ci resterà per la vita, esercitando la libera scelta.

La Fortezza, come la vita, ha un fascino irresistibile. Lo emana mano a mano che il tempo passa. Si tratta della presenza dell'altro: i Tartari. Realtà tenebrosa e sotterranea. Il Tartaro è il luogo della catatonia. Si può pensare al Deserto dei tartari come a un delirio catatonico, che ripete sempre l'identico.

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micromega

Il fallimento del multiculturalismo

di Cecilia M. Calamani

multiculturalismo 510Il multiculturalismo, così come l’Europa lo ha pensato e applicato negli ultimi decenni, ha fallito. È questa la tesi che Kenan Malik, filosofo britannico di origine indiana, sviluppa nel suo breve saggio “Il multiculturalismo e i suoi critici – Ripensare la diversità dopo l’11 settembre”, tradotto e pubblicato in Italia (maggio 2016) da Nessun Dogma. Il tema, in questo sanguinario periodo di attacchi terroristici sferrati al cuore laico dell’Europa, è di estrema attenzione e assume il carattere dell’urgenza.

Malik fornisce una chiave di lettura tutt’altro che banale delle politiche europee che, nel nome dell’integrazione sociale e del rispetto della diversità, hanno generato risultati agli antipodi di quelli voluti o quanto meno dichiarati. Come scrive lui stesso nell’introduzione, «Questo libro è una critica al multiculturalismo. È anche una critica ai suoi critici».

Naturalmente bisogna prima intendersi sui termini. E cioè su cosa si intenda per multiculturalismo e cosa per il suo contrario, due categorie di pensiero strettamente connesse a quelle di appartenenza politica. L’idea multiculturale, abbracciata dalla sinistra europea, promuove le iniziative mirate a gestire la diversità definendo e rispettando i bisogni e i diritti di ognuno. Ma ciò secondo l’autore porta necessariamente a inserire le persone in contenitori etnici e a rafforzarne i confini, siano essi fisici o culturali, anziché abolirli.

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carmilla

Estetiche del potere. Graffiti, dispensatori d’aura ed ordine pubblico

di Gioacchino Toni

Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Graffiti. Arte e ordine pubblico, Il Mulino, Bologna, 2016, 182 pagine, € 14,00

7d4b94663003d2599ebafad05e17020dLe polemiche sorte a proposito della mostra bolognese “Street Art. Banksy & Co. – L’arte allo stato urbano” [sulla vicenda: Wu Ming su Giap e da Mauro Baldrati su Carmilla], hanno ormai perso i riflettori e le prime pagine dei media locali e nazionali. Tutto sommato la missione dei media può dirsi compiuta: lo spazio concesso alle polemiche ha avuto i suoi effetti promozionali ed al pubblico, come agli sponsor ed ai “creatori di eventi”, un po’ di polemica piace sempre. Ora i media torneranno a parlare di graffiti solo per celebrare qualche associazione impegnata a ripristinare il candido decoro urbano prevandalico, per promuovere qualche nuova mostra dispensatrice di aura ufficiale o per motivi di ordine pubblico. Difficilmente la questione graffiti urbani potrà uscire da questa trattazione schematica.

Al di là della semplificata e rigida partizione con cui se ne occupano i media, sono davvero così impermeabili l’uno all’altro questi diversi fronti? A ricostruire il quadro della situazione viene in aiuto il saggio di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Graffiti. Arte e ordine pubblico. In tale volume il fenomeno del graffitismo viene trattato dal punto di vista estetico, sociale e culturale a partire dall’analisi tanto delle motivazioni che muovono i giovani writer ad intervenire sulle mura urbane, sfruttando il buio della notte e giocando a guardie e ladri con l’autorità, quanto quelle del fronte antigraffiti. Da un lato gli autori del testo si preoccupano di palesare le contraddizioni che attraversano i diversi schieramenti che non possono essere ricondotti a soli due soggetti, writer e antiwriter. Dall’altro lato il saggio evidenzia come alcune “categorie di pensiero” tendano a travalicare i diversi fronti in campo. Davvero, come evidenziano i due studiosi, parlare «sui graffiti significa anche e sempre parlare di qualcos’altro che sta a cuore ai parlanti» (p. 19) e se c’è «un fenomeno culturale che illustra a meraviglia il funzionamento tautologico e circolare dei meccanismi sociali in un mondo complesso, si tratta proprio dei graffiti e delle campagne per cancellarli» (p. 153).

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poliscritture

Prefazione a “Come ci siamo allontanati

di Ennio Abate

FORTINI COME CI SIAMO ALLOTANTATI0002«Ricordiamo che Croce, per esempio, la struttura teologica della Divina Commedia la considerava non poetica, pressoché inutile al suo senso poetico. Noi sappiamo assolutamente che non è così; questo non significa che noi dobbiamo necessariamente condividere fino in fondo il pensiero cattolico dell’Alighieri. Un celebre studioso americano, Singleton diceva: "il lettore non dimentichi mai che il poeta Dante Alighieri è un poeta cattolico", ed effettivamente l’aspetto in questo caso teologico, di verità teologica, come anche le affermazioni di verità materialistiche in Leopardi, non sono elementi soltanto accessori, sono elementi integranti e integrali della poesia». (Franco Fortini Che cos'è la poesia? Intervista a RAI Educational dell'8 maggio 1993)  

«Che cosa sia poi quell’uomo, quell’essere umano di cui parlate, quando a quello sia tolta la dimensione dell’azione comune per la solidarietà, la giustizia, la libertà e l’eguaglianza, io non riesco davvero a immaginarmelo. Che cosa è un uomo ridotto alla mera dimensione della interiorità morale? Ho dalla mia, per non nominare i massimi cristiani, Marx, Nietzsche, Freud e Sartre. Essi mi rassicurano: deve trattarsi di una canaglia. O di una vittima». ( F. Fortini, Non è solo a voi che sto parlando, in Disobbedienze II, pag. 38, manifesto libri, Roma 1996)

Se confrontassimo le iniziative per ricordare Fortini in occasione del ventennale della sua morte con le precedenti,[1] noteremmo tre fatti significativi: il ridimensionamento della pattuglia di studiosi e amici  della vecchia guardia, essendo mancati Cesare Cases, Giovanni Raboni, Michele Ranchetti, Edoarda Masi e Tito Perlini;  il silenzio nel ventennale di diverse voci, spesso  tra le più autorevoli e qualificate, che lo commemorarono a Siena nel decennale;  e  l’affacciarsi presso studiosi giovani o meno anziani di  due immagini  di Fortini  più mosse rispetto alle precedenti e consolidate: quella di un Fortini fuori tempo (e fuori  dal Novecento) o, si potrebbe dire, di un Fortini oltre Fortini (come si parlò in passato di un Marx oltre Marx);  e  quella di un giovane Fortini,  staccato se non amputato dal Fortini maturo o ideologo.[2]

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tysm

Il romanzo dello sciame

di Damiano Palano

Nota su: Franco Berardi e Massimiliano Geraci, Morte ai vecchi, Baldini e Castoldi, Milano 2016

grandstand 330930 1920«Morte ai vecchi», il libro scritto a quatto mani con Massimiliano Geraci, non può essere considerato forse il «primo romanzo» di Franco Berardi Bifo. Ma senza dubbio questa singolare distopia, che immagina un futuro non poi così lontano dal nostro presente,condensa molte delle riflessioni dedicate da Bifo alla «mutazione» contemporanea. E proprio per questo il vero protagonista del romanzo diventa uno sciame omicida di ragazzini, perennemente intrappolati in un onnipresente alveare digitale.

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Fantasmi erotici

Al fortunato amante di piccole curiosità letterarie che si trovi a frugare tra i polverosi scaffali di qualche rigattiere, potrebbe forse capitare di imbattersi nel nome di Loris Aletti, misterioso autore di alcuni romanzetti erotici pubblicati al principio degli anni Settanta, che ben pochi oggi ricordano. Ospitate nella collana «I libri della notte» dall’editrice milanese Kermesse, le opere di Aletti sono infatti le sbiadite testimonianze di un genere dimenticato della letteratura di consumo, che fiorì improvvisamente sul finire degli anni Sessanta del secolo scorso e che tramontò altrettanto rapidamente solo pochi anni dopo – quando la diffusione della pornografia di fatto chiuse ogni spazio di mercato a una produzione che allora si definiva «erotica» – senza lasciare traccia nelle biblioteche, nei repertori bibliografici e forse anche nella memoria collettiva.

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megachip

Sulla soglia tra Psiche e Mondo

P. Bartolini intervista lo psicoterapeuta Pietro Barbetta

NEWS 259360Partiamo con una domanda secca: pensa che la psicoanalisi possa ancora ricoprire, sul versante della critica della cultura, un ruolo emancipativo per noi occidentali? O il suo destino è quello di sostenere, suo malgrado, l'individualismo e l'egotismo funzionali al sistema dello spettacolo e delle merci?

Quando penso alla psicoanalisi, mi vengono in mente tante esperienze diverse. In primo luogo, la psicoanalisi "freudiana" istituzionalizzata fino ad alcuni anni fa, quattro volte a settimana per 20 anni. Quella che Michel Foucault definiva: "per coloro che se lo possono permettere, per gli altri ci sono i servizi sociali" (La volontà di sapere), quella di Woody Allen, tanto per intenderci. Nata da una infame storia che vide l'espulsione di Wilhelm Reich perché marxista negli stessi anni in cui si accettò di includere la psicoanalisi "ariana" nel Terzo Reich.

Ma la psicoanalisi è anche e soprattutto altro. Oggi il dialogo tra le psicoanalisi si va aprendo: junghiani, freudiani, bioniani, kleiniani, lacaniani, sistemici (come me), etnopsichiatri, analisti transazionali, gestaltisti, gruppoanalisti, ecc. si confrontano.

Si tratta di affrontare le emergenze: migrazioni, guerre, violenze extra e monofamiliari, questioni di genere e nuovi modelli di famiglia, nuovi sintomi, trattamenti delle psicosi in terapia e nuove sperimentazioni del setting.

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vita

Anime elettriche, corpi digitali

Linee di fuga e tattiche di resistenza nella gabbia 2.0

di Marco Dotti

Attivo dal 2005, il collettivo di mediattivisti e ricercatori Ippolita è tra le voci più acute e critiche della rete. Hacker libertari, hanno da poco pubblicato un lavoro, "Anime elettriche", in cui ci mostrano il "dietro le quinte" della società del controllo. Li abbiamo incontrati

c3e5f688 1f7f 48ff a94c cec53ffe2e5e large«A cosa stai pensando?», recita il celebre form di inserimento di Facebook. La confessione è uno dei più potenti dispositivi di manipolazione e colonizzazione dell'immaginario messi in campo dal web 2.0. Nell'illusione di divertirci, incontrarci, conoscersi o di promuovere i nostri progetti, lavoriamo per l'espansione di un mercato relazionale che mescola pratiche narcisistiche e pornografia emotiva. È la servitù volontaria che ci consegna a quella che il collettivo haker Ippolita, che abbiamo incontrato, chiama l'algocrazia, un un esperimento socio-economico e culturale incardinato su algoritmi. Perché i "social" commerciali sono macchine. Macchine per formare soggetti oltre che strumenti per disegnare e profilare caratteri. In ogni caso, spiega Ippolita, «si tratta di sistemi di apprendimento basati sull’addestramento tramite risposte indotte, per creare automatismi performativi».

Poco imposta se la si chiama economia delle identità o comportamentale, economia della condivisione o del dono, osserva Ippolita in Anime elettriche, da pochi giorni il libreria per i tipi di Jaca Book. Al centro della questione - ed è una questione capitale - c'è sempre e comunque un problema: il tentativo di «estrarre valore economico dalla capacità umana di incontrarsi, comunicare, mostrarsi, generare senso e articolare la complessità dei legami sociali».

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lavoro culturale

Lo sguardo di Ippolita tra le anime elettriche della rete

Ippolita

Pubblichiamo un estratto da “Anime elettriche. Riti e miti sociali” di Ippolita, edito da Jaca Book (marzo 2016), un testo che riflette sulle contraddizioni prodotte dalla digitalizzazione delle nostre esistenze in rete

Schermata 2016 05 19 alle 09.50.23 768x347Corpi, macchine e corporation 

I social sono un campo da gioco sterminato, una straordinaria palestra di pornografia emotiva per la scienza della comunicazione e il marketing, soprattutto perché amplificano le caratteristiche virali dei messaggi, la loro carica contagiosa. La velocità è tutto: se non agganci l’utente in una manciata di secondi, non sei efficace. In prima istanza, esistono due grandi agglomerati di corpi. Da una parte, la grande massa degli utenti, con i loro corpi organici; dall’altra, il corpus tecnologico sul quale gli organismi proiettano il loro alter ego digitale: il retroterra inorganico, di silicio e codici. Le macchine in rete organizzano l’espressione dei corpi organici, ovvero letteralmente si nutrono di essi, della loro biodiversità. Il corpus di conoscenze necessarie all’interazione fra organico e inorganico costituisce un terzo polo, che però può essere riassorbito negli altri due[1]. Ci interessa qui distinguere fra le diverse forme di oscenità interiore degli utenti e l’oscenità delle macchine, il loro essere cose gettate nel mondo, ossatura esposta, sistema nervoso estroflesso, struttura tecnico-culturale.

Esaminiamo da vicino l’opposizione corpi analogicicorpi digitali. Proviamo a seguire gli attori coinvolti. Osserviamo cosa accade quando mandiamo una mail, inviamo un messaggio, postiamo un contenuto.

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Per non morire da hypsters manieristi

SUAG - Solo Un Altro Giornalino

13239453 495332407334065 2105076276429316700 nC'è un intenso odore di muffa. Le culture giovanili ripiegano sul vecchio, sul passato.

Tra vestiti dismessi da decadi e eroi pop di generazioni del secolo scorso risulta difficile provare a comprendere cosa sta accadendo. Magalli, Piero Angela, Gianni Morandi, Jerry Calà e la loro riscoperta se da un lato scatenano una facile risata dall'altro ci pongono delle domande sui fenomeni che innervano i tratti soggettivi dei giovani d'oggi e il modo con cui stanno al mondo.

Liquidare questi fenomeni come spazzatura è una facile scorciatoia. Non basta steccare "l'hypsterismo" o prodursi in facili polpettoni di sociologia. Il recupero del vecchio ci parla immediatamente del mondo in cui viviamo, e anche di alcune specifiche del nostro paese.

Bisogna iniziare chiarendo che quello che viene recuperato è un "vecchio" senza Storia.

Degli anni ottanta e novanta, degli anni venti e cinquanta, non si interrogano gli eventi, le culture, le aspirazioni, ma si assume la superficie di un periodo considerato come felice, senza sconvolgimenti sostanziali. Statico, nonostante chi l'abbia vissuto potrebbe darne un quadro diverso. Nonostante allora come adesso qualcosa si muoveva magmatico sotto le placche della vita quotidiana.

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Merci patron!: il film che ha acceso la miccia del movimento sociale in Francia

Fred Cavermed

mercipatFabbriche che chiudono, precarietà che avanza, lavoro stabile inesistente, giovani attempati senza lavoro, disoccupazione galoppante, povertà crescente. Che scenario orribile, che disastro, che angoscia! La realtà di questo inizio di Ventunesimo secolo, e soprattutto il racconto che se ne fa, è nera ed angosciante. È difficile, in questo contesto, non solo pensare a delle alternative positive, ma anche vedere e valorizzare quelle alternative che già esistono e che sono, a volte, molto più importanti di quanto non riusciamo ad ammettere. Insomma, non riusciamo a produrre un’altra narrazione del mondo attuale, a raccontarlo ribaltando davvero le griglie di lettura della realtà.

Merci patron! (che possiamo tradurre alla lettera “Grazie, padrone!”, e non con un più moderato «principale», come proposto da Luca Acquarelli in un bell’articolo sul Lavoro culturale) è un film che permette di reinventare non tanto il futuro, ma il mondo presente, e non tanto attraverso una riflessione sullo stato delle cose, bensì con l’azione. Questa forza la ottiene anche grazie al fatto che è un film difficilmente classificabile: un documentario che non documenta quasi su niente, un film d’azione o meglio di spionaggio industriale in cui però niente è finto e la sceneggiatura non è decisa in anticipo, inchiesta con videocamera nascosta priva di intento pedagogico, film sociale in cui non c’è nessuna entità collettiva, commedia dei servi che si prendono gioco dei padroni (come notato anche da Acquarelli), film comico, satirico, in cui uno dei più grandi padroni di Francia e del mondo è sbeffeggiato, umiliato.

Quando si guarda Merci patron! si ha l’impressione di guardare una bomba a ritardamento lanciata nella società francese, nel momento in cui si sviluppa una grande mobilitazione contro la riforma del lavoro promossa dal primo ministro Manuel Valls.

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carmilla

Il reale delle/nelle immagini

Esibizionismo, selfie, mercificazione e costruzione identitaria

di Gioacchino Toni

«Un mondo dove ciò che conta è riuscire a raggiungere un certo livello di popolarità [presuppone che] tutto nella vita umana può essere quantificato e dunque può anche essere misurato e valutato. […] Ed è ciò che oggi sta avvenendo […] I “like” di apprezzamento o altri indicatori simili sono […] delle unità di misura del successo» (V. Codeluppi).

«devi diventare merce per poter propagandare altra merce» (G. Arduino – L. Lipperini).

smartphone12Da qualche tempo sembra sempre più difficile affrontare la realtà senza ricorrere al filtro di una registrazione. Non è difficile imbattersi nelle località turistiche in visitatori che rinunciano a godersi la visione diretta di ciò che hanno di fronte per riprenderlo col proprio telefonino, ossessionati dal dover registrare quanto hanno davanti agli occhi. Qualcosa di simile accade anche al pubblico degli eventi sportivi e dei concerti. Tanti affrontano l’esperienza del concerto impugnando e puntando verso il palco altrettanti smartphone al fine di catturare qualche memoria digitale dell’evento da poter poi condividere sul web. Probabilmente pochi si riguarderanno veramente le riprese effettuate, nel migliore dei casi i più finiranno per caricarne qualche frammento sul web condividendolo con schiere di conoscenti, più o meno virtuali, che, a loro volta, daranno un’occhiata fugace e magari contribuiranno a far girare, a vuoto, in rete il tutto. Nei concerti molti smartphone più che essere puntati verso il palco sono in realtà indirizzati verso i mega-schermi che, a loro volta, diffondono le immagini del palco registrate dall’organizzazione. Sicuramente un primo motivo di tale comportamento può essere individuato nel fatto che, soprattutto negli eventi di grandi dimensioni, il palco è molto lontano e la folla presente intralcia la visione e la ripresa ma, probabilmente, tale pratica è dovuta anche al fatto che il pubblico si è talmente abituato a fruire immagini che trova più interessante osservare, dunque registrare, le riprese elaborate e trasmesse dagli schermi che non “accontentarsi” della piatta visione del palcoscenico. Per quanto la band sia abile nel tenere il palco, non c’è paragone, per chi è cresciuto a riproduzioni di realtà, l’elaborazione offerta degli schermi è molto più accattivante.

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paroleecose

Una sottile lotta di tutti contro tutti*

Camilla Panichi intervista Francesco Pecoraro

smith unframedQuando ho terminato La vita in tempo di pace (Ponte alle Grazie, 2013) di Francesco Pecoraro, ho avuto la netta impressione di essere di fronte a un romanzo italiano senza precedenti. Ho deciso di intervistare l’autore. Ci siamo incontrati alcuni mesi fa a Roma in un giorno di diluvio universale che ricordava quello raccontato nel romanzo; ne è nata una conversazione di tre ore, da cui ho selezionato le seguenti parti. Francesco Pecoraro è autore anche di una raccolta di racconti, Dove credi di andare(Mondadori 2007); le prose inizialmente pubblicate sul suo blog con lo pseudonimo di Tashtego sono state raccolte nel volume Questa e altre preistorie (Le Lettere, 2008). Con La vita in tempo di pace Pecoraro ha vinto il premio Mondello, il Premio Volponi e il Premio Viareggio (cp). C = Camilla Panichi, P = Francesco Pecoraro.

* * *

C: La tua formazione è di architetto. Come sei arrivato alla scrittura e quanto è stata determinante l’esperienza di scrittura sul blog? (link: http://tash-tego.blogspot.it/)

P: Ho iniziato a scrivere negli anni Ottanta, essenzialmente versi. Da un certo momento in poi, all’inizio degli anni Novanta ho cominciato a produrre prosa. Assieme a molto materiale sparso, scrissi un piccolo libro, mai pubblicato, di riflessioni sull’Isola, di cui alcuni spunti mi sono poi serviti per i capitoli Sofrano e Il senso del mare della Vita in tempo di pace.

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palermograd

Chi parte da sè fa per tre

L'inutile fatica di essere se stessi nel capitalismo contemporaneo

di Giovanni Di Benedetto

Antonio Ligabue Tigre assalita dal serpente olio su faesite cm 66 x 80Nell’Ottobre del 2014 si svolse ai Cantieri Culturali alla Zisa, a Palermo, un seminario di studi che provava a mettere a fuoco la connessione sempre più stringente fra sofferenza psichica, disagio sociale e totalitarismo dell’universale capitalistico. Da quell’incontro seminale, col quale anche la redazione di Palermograd ha provato a confrontarsi (si vedano gli interventi di Calogero Lo Piccolo qui e Salvatore Cavaleri qui), è nato adesso un volume che raccoglie i contributi, rielaborati, dei relatori di quell’incontro. L’inutile fatica: soggettività e disagio psichico nell’ethos capitalistico contemporaneo, è questo il titolo del libro pubblicato da Mimesis Edizioni (2016) e curato da Salvatore Cavaleri, Calogero Lo Piccolo e Giuseppe Ruvolo, un testo che prova a impiantare, riuscendoci brillantemente, un dialogo transdisciplinare tra attivisti sociali, psicoterapeuti, filosofi e psicologi.

Il punto di partenza della riflessione è dato dalla constatazione di quanto sia stata devastante l’incidenza della crisi economica, e dei dispositivi di potere del capitalismo che l’ha generata, sulla precarizzazione esistenziale delle soggettività. La nostra è l’epoca dell’ideologia competitiva e concorrenziale del mercato. Da qui scaturiscono vissuti esistenziali catturati in una rovinosa spirale depressiva imposta dalla pretesa sempre più saturante all’autosufficienza. Nella società della competizione narcisistica il desiderio, trasfigurato in incessante istanza di godimento, viene reificato e oggettivato.

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pierluigifagan

Dell'origine della disuguaglianza

Com’è che nati liberi finimmo in catene

di Pierluigi Fagan

tumblr no5dbwPLcs1szs2j5o1 500Due secoli e mezzo fa, il filosofo ginevrino J.J. Rousseau, partecipando ad un concorso indetto dall’Accademia di Digione, presentò il suo lavoro: Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes – 1755, conosciuto anche come Secondo Discorso per chi è pratico della messa a fuoco critica dell’intera opera dell’Autore o Discorso sull’ineguaglianza[1]. Non vinse il concorso, aveva vinto quello precedente in cui aveva inaspettatamente risposto negativamente al quesito se il progresso delle scienze e delle arti avessero apportato benefici all’umanità, ma la sua opera rimase nei secoli lì ad occupare in bella solitudine lo spazio dell’indagine sull’ineguaglianza sociale. Prima ancora che nella argomentata risposta di Rousseau, il bello stava già nella domanda in quanto essa stessa dava per scontato che ci fosse una origine della diseguaglianza, che non fosse stato sempre così nella storia umana come i più sono oggi portati a credere. Rimanendo attoniti davanti al fatto che a metà del XVIII° secolo ci fossero accademie che stanziavano borse per premiare elaborati su tali questioni, abbiamo tenuto lì a memoria l’indagine dello svizzero come mappa per avventurarci, anche noi ed ancora una volta[2], sullo stesso sentiero.

La prima cosa che abbiamo scoperto, è che le orme di Rousseau sono ancora ben leggibili, a distanza di tanto tempo, nei lavori di altri che hanno percorso la stessa incerta strada. L’opera ha quindi una sua attualità per quanto possa averla un’opera su fatti indagati a lume di ragione e quindi senza il conforto di tutto il registro paleo-antropologico, antropologico comparativo, archeologico, storico, sociologico, biologico molecolare successivamente prodotto.