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Quando il paziente è l’Italia
Elvio Fachinelli al cuore delle cose
di Marco Dotti
Elvio Fachinelli, Al cuore delle cose. Scritti politici (1967-1989), a cura di Dario Borso, DeriveApprodi, Roma 2016
Il 21 dicembre 1989, un giovedì, a Milano, moriva Elvio Fachinelli. In quelle ore, in un altrove che credevamo non ci riguardasse troppo ma coglieva forse meglio e certo più di tanti scenari il cuore infinitamente nero del nostro tempo che proprio Fachinelli aveva saputo indagare con il rigore eccentrico del flâneur, Nicolae Ceausescu, uno di quei piccoli uomini senza rigore e senza smalto che talvolta fanno la storia, si affacciava dal suo palazzo presidenziale e ripeteva una menzogna di lungo corso.
Nelle parole pronunciate in quello che fu il suo ultimo discorso pubblico, il conducător mostrava un misto di incredulità e disprezzo. Incredulità rispetto ai fatti di Timişoara, alle rivolte, ai minatori, allo sgomento per la “necessaria” repressione. Disprezzo per una una realtà che non solo gli era sfuggita di mano, ma proprio non vedeva più, continuando imperterrito a parlare di “società plurilateralmente sviluppata” e di “splendore del socialismo rumeno”. Il giorno dopo, di quello splendore e di quello “sviluppo onnilaterale” sarebbe rimasta solo la polvere. Il ritorno all’ordine non aveva avuto luogo. E noi, scomparso Fachinelli, avevamo uno sguardo in meno per cogliere ciò che davvero stava mutando fuori, dentro e persino oltre di noi.
Elvio Fachinelli era nato a Luserna, in Trentino, nel dicembre di sessantun anni prima.
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Elvio Fachinelli, il dissidente
Esce in questi giorni da DeriveApprodi un libro molto atteso, Al cuore delle cose. Scritti politici (1967-1989) di Elvio Fachinelli (255 pp., € 18), che ci restituisce la parte sinora oscurata di un’opera che per il resto è giustamente celebrata, a livello editoriale, da marchi come Adelphi e Feltrinelli. L’infaticabile Dario Borso ha rintracciato sessantuno testi dispersi, per lo più brevi o brevissimi, che Fachinelli andò pubblicando in quegli anni sulle sedi più diverse: dalle riviste di politica e cultura alle quali collaborò (Quaderni piacentini, Quindici, anche la prima alfabeta: con la relazione al convegno milanese ispirato nel 1984 al libro omonimo di George Orwell, Le vivenze, uscita sul numero di dicembre dello stesso anno) oltre ovviamente quella che fondò (L’erba voglio, uscita dal 1971 al ’77: quando venne chiusa, dopo la pubblicazione del numero 29-30 – e una perquisizione di polizia), ai settimanali e ai quotidiani: L’Espresso, la Repubblica, il Corriere della Sera (sembra un altro secolo, e in effetti lo era; era, però, appena trent’anni fa).
Si compone attraverso questi tasselli una specie di mosaico dunque, più che un affresco, della realtà psichica italiana (e non solo). Come scrive Borso nella sua prefazione, «il paziente suo più complicato fu l’Italia, e il trattamento più lungo fu della realtà italiana»: un trattamento che procedeva «per chiavi e spie assolutamente inedite, per brevi rilievi sismografici che segnalano pur senza spiegarla (senza risposta cioè) una realtà in continuo movimento, ossia un sommovimento».
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Intellettuali declassati
Gli intellettuali, l’impegno e la fine delle utopie
di Andrea Amoroso
Pubblichiamo un estratto del saggio contenuto ne Le nuove forme dell’impegno letterario in Italia, a cura di Federica Lorenzi e Lia Perrone (Giorgio Pozzi Editore, 2015)
Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.
Sandro Penna
Thomas Mann, Tonio Kröger
Quello della fine dell’”intellettuale-legislatore”, per riprendere ancora la definizione di Bauman, è un mantra che in Italia va avanti non da anni, bensì da decenni. È già a metà degli anni Settanta (in un saggio poi confluito nella volume Il critico senza mestiere), che il critico Alfonso Berardinelli parla di prendere atto di una
avvenuta dissoluzione di un corpo ideologico al cui interno sono state vissute quasi tutte le vicende italiane degli ultimi trent’anni [nei quali] poesia e letteratura sembrano, inoltre, aver perduto del tutto il loro carattere di relativa e simbolica centralità all’interno del sistema culturale. [1]
Quando Berardinelli scrive queste righe siamo nel 1975; poco più di un decennio dopo Zygmunt Bauman conierà la sua fortunata e abusata definizione, efficace certamente dal punto di vista comunicativo ma non altrettanto convincente dal punto di vista concettuale.
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Perché festeggiare "Necrologhi"
Giuseppe Mazza
Prima di parlare del libro di Maria Nadotti (Necrologhi - saggio sull'arte del consumo, Il Saggiatore) e della sua importanza, stabiliamo il campo.
Gli uomini di lettere oggi non sanno niente della pubblicità. Non la studiano, non la annoverano tra i fenomeni d'interesse. Costoro si occupano volentieri di cinema, tv, giornalismo, design, fumetti, raccolte di figurine e di ogni altro linguaggio della modernità, ma quello della pubblicità rimane loro estraneo e lo lasciano volentieri allo studioso settoriale. Come dire che non è adatto a un discorso collettivo, dunque politico.
La crepa di questo distacco si è aperta nel tempo e inesorabilmente. La progressiva scomparsa dell'Italia industriale (Gallino) oggi ha separato gli intellettuali dal mondo della produzione e dai suoi linguaggi. Eppure nel 1961 un editore come Giangiacomo Feltrinelli presentava "La pubblicità" di Walter Taplin descrivendo luoghi comuni che sembravano sul punto di essere superati: "Uno studio senza divagazioni moralistiche sulla pubblicità come fenomeno tipico dell'economia moderna (...) un fenomeno-chiave della società contemporanea su cui tutti quanti son pronti a straparlare. Questo libro non si compiace di descrivere i pubblicitari come maghi o bari della psicologia di massa, ma conduce un ragionamento serrato misurandosi con i fatti – e con le teorie degli economisti, che sinora, non diversamente dall'uomo comune, hanno parlato della pubblicità in termini superficiali".
C'è nel nostro passato una relazione tra intellettuali e linguaggio delle merci. Il primo in Italia a parlare di umanesimo pubblicitario, cioè della necessità di un linguaggio alternativo alla "pubblicità autoritaria" fu Vittorini nel 1939. Anni nei quali era concepibile per l'uomo di lettere entrare nel mondo della produzione, cercare un rapporto tra l'oggetto fabbricato e le mani dell'uomo che lo realizzavano. A quel punto diventava naturale soffermarsi sul linguaggio pubblicitario, che del processo produttivo era la fase conclusiva. Olmi nel 1969 entra in un'agenzia pubblicitaria di Milano, non la guarda da fuori: la studia e ne trae il più informato e profondo film italiano su quell'ambiente professionale, Un certo giorno.
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Rottura della continuità storica o recupero della tradizione?
Giangiorgio Pasqualotto
Prosegue con questo intervento di Giangiorgio Pasqualotto (titolare della cattedra di estetica dell’Università di Padova e cofondatore dell’Associazione “Maitreya” di Venezia per lo studio della cultura buddhista) , il dibattito a cura di Amina Crisma sul libro di Maurizio Scarpari, Ritorno a Confucio. I precedenti interventi di Paola Paderni Luigi Moccia, Ignazio Musu e Guido Samarani sono stati pubblicati nella rubrica “Osservatorio Cina” di questa rivista . Il prossimo intervento è di Attilio Andreini.
* * *
Il più recente libro di Maurizio Scarpari, Ritorno a Confucio. La Cina di oggi fra tradizione e mercato (Il Mulino, 2015) è un’ opera importante: non solo per la consueta acribia analitica messa in gioco dall’autore, né solo per la sua chiarezza espositiva, né soltanto per la capacità di produrre sintesi con argomenti enormi (come quelli dell’incredibile sviluppo economico cinese e della millenaria tradizione confuciana), ma soprattutto perché ci risulta che il suo sia il primo tentativo di cercare le radici profonde di un’operazione che appare a tutti gli effetti – e non solo agli ‘occhi’ europei – assolutamente inedita ed inaudita: proporre gli antichi insegnamenti di Confucio come modello di vita e di sviluppo per la Cina del futuro.
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Contro la tirannia del progresso
DeLillo e Sebald, alcuni esercizi di resistenza
Arturo Mazzarella
Stando ai numerosi enunciati riguardanti le sorti della letteratura che puntualmente si susseguono negli ultimi anni, la maggior parte degli scrittori e dei critici – anche di orientamento diverso – è concorde nell’affidare alla scrittura letteraria una funzione etica, uno slancio moralmente costruttivo, in grado di custodire e rilanciare l’intero patrimonio di valori appartenenti all’ambito individuale e collettivo del Bene. Che si tratti di un obiettivo assolutamente nobile, in tutti i sensi, è fuori discussione. Bisogna vedere, però, se dietro questa nobiltà etica non si nascondano delle insidie profonde, tali da paralizzarne gli esiti.
La prima proviene da una concezione teleologica della temporalità, granitico presupposto – come ha dimostrato, nel corso del Novecento, la più agguerrita tradizione filosofica – di un radicale, inaggirabile nichilismo. L’adempimento di qualsiasi progetto costruttivo, inscritto nel solco del Bene, è inestricabilmente congiunto, infatti, a una consolidata idolatria del divenire storico.
Progettare, costruire, rinnovare – oppure, al contrario, restaurare un valore consegnato all’oblio – significa trasformare ciascun segmento temporale nello strumento finalizzato al raggiungimento di uno scopo. Nietzsche, quasi in ogni pagina della sua opera, non si è mai stancato di ricordarlo. Tale tensione rivolta verso il divenire implica necessariamente lo svuotamento dell’attimo: irripetibile nella sua particolarità, nella sua «abissale» singolarità, direbbe Nietzsche in Così parlò Zarathustra.
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Il Cartello, di Don Winslow
Consigli (o sconsigli) per gli acquisti
di Militant
Il potere del cane è il capolavoro degli anni Duemila, il libro finora insuperato. Ci sbagliavamo. Il Cartello è almeno al suo livello. Non è facile essere riconosciuti in vita come l’autore di uno dei romanzi più importanti degli ultimi decenni. Ma essere l’autore dei due romanzi più importanti degli ultimi decenni, beh, questo apre a Don Winslow le porte dell’immortalità letteraria. James Ellroy ha definito il libro “il Guerra e pace della lotta alla droga”. È maledettamente così. E a noi non rimane che prenderne atto.
Il libro racconta la lunga, straziante, soffocante, sporca e ambigua lotta al narcotraffico tra Stati uniti e Messico. Una lotta dove non ci possono essere vincitori o sconfitti, perché ambedue le parti – chi produce e vende droga e chi dice di combatterla – sono un unico cartello. La forza degli uni aumenta la potenza degli altri. Gli interessi collimano, le persone si scambiano di ruolo. Il cartello vince sempre, sia nella sua veste ufficiale del narcotraffico che in quella ufficiosa della “lotta al narcotraffico”. Come già raccontato dal Potere del cane, la droga è paradossalmente il prodotto della “lotta alla droga”. Una lotta alla droga che sradica popolazioni che ingrossano le file dei cartelli narcotrafficanti in una spirale di interessi convergenti che rende impossibile immaginare spazi di sviluppo sociale ed economico. Gli unici a perdere sono i poveri, massacrati da tutte e due le parti, inutili orpelli di una storia che non li riguarda se non come carne da macello.
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Walter Benjamin. A Critical Life
Roberto Gilodi
Di fronte alle 700 pagine di Walter Benjamin. Una biografia critica, recentemente uscito da Einaudi, di cui sono autori i curatori americani delle opere benjaminiane Howard Eiland e Michael W. Jennings, viene da chiedersi cosa alimenti questa inesausta curiosità biografica nei confronti del filosofo, critico e scrittore tedesco.
Da quando Adorno e Scholem iniziarono, dopo la fine della seconda guerra mondiale, a pubblicare presso l’editore Suhrkamp le sue opere, vide la luce quasi da subito una quantità impressionante di studi, variamente assortiti tra ricerca, testimonianza e ricostruzione esistenziale. Scritture di tutti i tipi: indagini micrologiche, virtuosismi filologici, ossessioni archivistiche e fantasiose ricostruzioni narrative[1]. Il perché di questo inesausto accanimento biografico sta forse in una singolare caratteristica che Benjamin condivideva con altri intellettuali degli anni di Weimar, ma che in lui ebbe una declinazione particolarmente accentuata: la capacità di praticare il ‘saggismo’ non solo come uno stile di scrittura e una forma di pensiero ma come uno stile di vita. L’icona ideale che corrisponde a questa sintesi di pensiero e modo di vivere è il flâneur, colui che si sottrae alla razionalità strumentale – quella delle azioni finalizzate, del camminare verso una meta – per lasciarsi sorprendere dalla verità che si cela nella banalità del dettaglio: la sua apparente passività è la condizione che gli permette di vedere ciò che la massa in movimento non vede e non può vedere perché impedita dagli automatismi percettivi imposti dall’ordine sociale al quale è sottomessa. Il flâneur, e Benjamin si è identificato con esso fin dagli anni giovanili, è infatti colui che si sottrae alla tirannia del funzionale per osservare il mondo con la gratuità dell’esegeta a cui interessa scoprire la verità anziché perseguire un beneficio immediato. Ma non solo. Il flâneur è anche chi scopre gli indizi che rivelano il senso di un’epoca e la direzione del tempo storico.
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«La nostalgia non basta, ma è un buon punto di inizio»
V. Montebello intervista Giorgio Agamben
Introduzione
In questa intervista, gentilmente concessa da Giorgio Agamben, si discutono alcuni dei temi più cari a Pier Paolo Pasolini, sia da un punto di vista teoretico che da un punto di vista personale. Agamben conosceva Pasolini e ha interpretato il ruolo di Filippo ne Il Vangelo secondo Matteo. La conversazione si concentra sull’anarchia del potere, la scomparsa delle lucciole e la potenza aristotelica, con l’intenzione di riportare in vita questi concetti, di evocare scenari. Dai ricordi di Agamben al presente, attraverso la strumentalizzazione del cibo, la decadenza delle città, fino al futuro, accennando ad un nuovo modo di abitare e ad una politica che possa esserne all’altezza.
***
Pasolini è stato un lucido analista di quel Potere che definiva «senza volto» e della sua congenita arbitrarietà. A proposito dell’origine anarchica che lo contraddistingue - anarchia che al fondo sarebbe anche il suo fine - e al tuo riferimento a Salò o le120 giornate di Sodoma in Nudità («La sola vera anarchia è quella del potere»), come s’inserisce l’ingovernabile, «ciò che è al di là del governo e perfino dell’anarchia»? Si può pensarlo come una forma di resistenza prima, di principio, invece che di reazione?
Il potere si costituisce catturando al suo interno l’anarchia, nella forma del caos e della guerra di tutti contro tutti. Per questo l’anarchia è qualcosa che diventa pensabile solo se si riesce prima ad esporre e destituire l’anarchia del potere. Klee, nelle sue lezioni, distingue il vero caos, principio genetico del mondo, dal caos come antitesi dell’ordine. Nello stesso senso penso che si debba distinguere la vera anarchia, principio genetico della politica, dall’anarchia come semplice antitesi dell’archè (nel suo duplice significato di ‘principio’ e ‘comando’). Ma in ogni caso essa è qualcosa che diventerà accessibile solo quando una potenza destituente avrà disattivato i dispositivi del potere e liberato l’anarchia che essi hanno catturato.
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Il reale delle/nelle immagini
Universi plurali della fiction e costruzione del senso della realtà
di Gioacchino Toni
In una serie di film di fine anni ’90 si problematizza il senso della realtà, la distinzione tra ciò che è, o si considera, reale, dunque vero, e ciò che è finzionale, dunque illusorio. In particolare, nel saggio di Valentina Re ed Alessandro Cinquegrani viene fatto riferimento ad opere come: The Matrix (Lana ed Andy Wachowski, 1999); Apri gli occhi (Abre los ojos, Alejandro Amenábar, 1997); The Game (David Andrew Leo Fincher, 1997); eXistenZ (David Cronenberg, 1999); Pleasantville (Gary Ross, 1998); The Truman Show (Peter Weir, 1998); Dark City (Alex Proyas, 1998); Il tredicesimo piano (The Thirteenth Floor, Josef Rusnak, 1999). Tale produzione cinematografica, affiancata da una nutrita produzione teorica, secondo gli autori del volume, si è sviluppata da un lato lungo un modello dickiano volto al riproporre narrazioni che raccontano “la realtà” come problema, e dall’altro lato verso una riflessione di matrice postmoderna relativa alla “scomparsa della realtà” e sui simulacri. A partire dai punti di contatto tra scenario postmoderno e mondi instabili ed ingannevoli di Philip Kindred Dick, il saggio intende «riprendere e rilanciare un’ipotesi di “saldatura” originariamente elaborata da Brian McHale attraverso la definizione di una “dominante ontologica” in grado di distinguere il funzionamento delle finzioni postmoderne – in opposizione a quelle moderne, che sarebbero caratterizzate da una dominante di tipo epistemologico» (p. 8). L’intenzione palesata dagli autori è quella di provare ad applicare l’elaborazione di McHale all’attualità, eliminando però la subordinazione della problematica ontologica al dibattito sul postmoderno.
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Foto di famiglia
di Rosalba Corradazzi
E’ uscito, nel dicembre 2015, un libro di Ottone Ovidi per le Edizioni Bordeaux, dal titolo “Il rifiuto del lavoro/ Teoria e pratiche nell’ autonomia operaia”
Io giudico un film bello se ha due requisiti, il primo se scorre velocemente, il secondo se ho voglia nel tempo di rivederlo. Questo vale anche per i libri. Questo libro si legge facilmente e si arriva con interesse fino in fondo.
E’ stato come aprire un cassetto con tante foto della propria storia che non è mai esclusivamente personale ma si intreccia con le vicende del paese in un unicum dove non c’è un prima e un dopo. Leggo dell’occupazione della Fiat Mirafiori da parte degli operai nelle giornate del 29 e 30 marzo del ’73 e subito per associazione di idee mi viene in mente l’antecedente che aveva preparato quell’avvenimento cioè lo sciopero degli operai della Fiat nell’aprile del ’69 per i fatti di Battipaglia. Gli operai in quell’occasione rompono il diaframma costruito artificialmente, proprio dai sindacati confederali, di divisione fra il momento politico e quello sindacale e smascherano che questa divisone era tenuta artificialmente in vita da chi voleva ricondurre le lotte ad un ambito meramente corporativo per poi attribuirne agli stessi operai la responsabilità.
Ma sulle vicende di Battipaglia vengono gettate luci negative, il PCI e l’Unità parlano di oscure trame e ipotizzano non tanto larvatamente lo zampino dei fascisti. E’ un momento nodale del nuovo e diverso approccio nei confronti delle lotte che poi sarà sviluppato e portato a compimento con le vicende dell’autonomia e del 7 aprile.
E’ in questo clima di ritrovata dimensione politica, di rifiuto della lettura mistificatoria del PCI e dei sindacati che si creano le basi per lo sciopero del giugno del’69.
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Star Wars. Mitologia Jedi e cultura convergente
Gianluca De Sanctis
Per spiegare l’incredibile successo ottenuto da Star Wars nei suoi quasi quarant’anni di vita alcuni non hanno esitato a chiamare in causa la nozione di “mito”, senza tuttavia preoccuparsi di specificare le ragioni di tale definizione o valutarne seriamente l’attendibilità. Come si sa nel linguaggio moderno in effetti il termine “mito” viene applicato, forse in modo troppo superficiale, a tutti quegli oggetti culturali che hanno in qualche modo colonizzato l’immaginario collettivo finendo per imporsi all’attenzione anche di chi non si considera un fan. Nel caso di Star Wars tuttavia l’appellativo di “mito” rischia di recuperare il suo significato originale, ossia quello di racconto (nel senso più largo del termine) che presenta un certo tipo di requisiti o elementi, che lo distinguono nettamente da altre tipologie di testo narrativo. Ovviamente esistono un’infinità di definizioni di “mito” e persino i Greci, che ne sono gli inventori, non erano d’accordo quando si trattava di dire cosa fosse un mythos. Per semplificarci il compito faremo nostra la definizione, semplice ma al tempo stesso estremamente affidabile, proposta diversi anni fa dal filologo svizzero Walter Burkert, secondo cui i miti altro non sarebbero che racconti tradizionali forniti di una loro «significatività». Il mito, dunque, è un racconto che viene da lontano, che ha attraversato il tempo, ha resistito al tempo, e che in virtù di questa sua forza continua a godere di una certa autorità nel presente, continua cioè ad essere «significativo» sul piano culturale. Vediamo allora se il nostro testo possiede questi due requisiti.
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Dormire meglio, dormire tutti!
Nota sul sonno, il neoliberismo e l'immaginazione
Nicolas Martino
Nel suo visionario They Live del 1988 John Carpenter raccontava di alieni che tenevano il nostro mondo sotto controllo colonizzando il desiderio e l'immaginario di milioni di americani: comprate, obbedite e, soprattutto, dormite! erano queste le ingiunzioni trasmesse da un flusso ininterrotto di informazioni e persuasioni occulte diffuse nella metropoli e che solo occhiali forniti di lenti speciali riuscivano a disvelare. Eravamo in piena epoca reaganiana e thatcheriana, la controrivoluzione neoliberista andava all'assalto dei cuori e delle anime delle persone (bisognava farlo, questo era il vero e autentico obiettivo della controrivoluzione neoliberista, così sosteneva esplicitamente la lady di ferro Margaret Thatcher), una controrivoluzione che voleva cambiare radicalmente le anime e i cuori colonizzando appunto il desiderio e l'immaginario delle persone (quella neoliberista, è bene sottolinearlo, è stata una vera e propria rivoluzione antropologica, magnificamente restituita nella sua radicalità e violenza estirpatrice da un altro film più recente, Tony Manero, del 2008, opera del cileno Pablo Larraín). Lo spettacolo della merce era allora un'ideologia potente che solo un visionario come Carpenter poteva restituire in tutta la sua radicalità e violenza extra-mondana. E benché la resistenza, come quella del protagonista del film l'operaio disoccupato John Nada, sia sempre possibile, perché ricordiamolo il capitale non è un Moloch totalitario ma sempre una relazione conflittuale, è anche vero che la colonizzazione è andata avanti, gli zombi dell'altro mondo vivono ancora tra noi e hanno infranto da tempo un'altra barriera, quella del sonno. Dicevamo prima che una delle ingiunzioni trasmesse ossessivamente dagli alieni, la più importante probabilmente, era quella che invitava a dormire, «dormite!» e non pensate appunto, e qui è allora opportuno ricordare anche le straordinarie righe con cui si apre un romanzo italiano pubblicato nel 1989, Le mosche del capitale di Paolo Volponi:
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Il futuro e il suo doppio
di Emanuele Braga
Quale è il futuro della cultura? Facciamo un gioco, scommettiamo su di una ipotesi. Lo scenario più probabile e strategico è fortemente connesso all’integrazione di due componenti principali: partecipazione democratica e innovazione tecnologica, al fine di inventare nuovi modelli produttivi.
Se fosse così, pongo subito qui la questione fondamentale: il capitale prodotto dalla cooperazione sociale può essere economicamente sostenibile trovando forme nuove di organizzazione? e se si che forma assume questo tipo di produzione? Oppure c’è un rischio originario: creatività, innovazione, partecipazione, cooperazione, nuove tecnologie sono più che altro nuove parole d’ordine per riempire di contenuti vecchi modelli di business plan e per gestire nuove governance di centro destra?
Ecco questo è l’interrogativo che metto al centro.
Una decina di anni fa ero convinto che fare arte fosse discutere le condizioni di possibilità della produzione stessa. Erano appena finiti gli anni novanta, e il concetto di creativo aveva appena fatto la sua entrata in società!, troppi vernissage, troppa estetizzazione di temi cool, troppa dimensione social e community based, tutti volevano essere artisti, creativi, troppa mercificazione diffusa del desiderio e delle aspettative. Il mercato del lavoro sembrava essersi trasformato in una agenzia di viaggi, ma l’unico viaggio reale che in effetti avresti mai fatto era quello di andare a comprare il biglietto. Nella storia dell’arte ovviamente tutti gli eventi degni di questo nome sono nati da movimenti di sovversione, perché come ovvio la vita nasce dal desiderio.
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La rivoluzione del desiderio nel Sessantotto
Houellebecq e Lacan via Žižek
di Paolo Tamassia
[Questo saggio è uscito in versione francese, con il titolo La révolution du désir pendant Mai 68: Houellebecq et Lacan via Žižek, in Le Roman français contemporain face à l’histoire. Thèmes et formes, a cura di G. Rubino e D. Viart, Macerata, Quodlibet, 2015, pp. 407-421. La traduzione è dell’autore]
Osservatore acuto o, secondo alcuni, cinico dissettore dell’epoca contemporanea, Michel Houellebecq ha sempre sostenuto la necessità di uno sguardo storico retrospettivo per una comprensione profonda del presente. Uno degli assi principali della sua opera consiste nel tentativo di rispondere ad un quesito fondamentale: per quale motivo si è giunti alla situazione attuale? Una situazione ritenuta catastrofica e senza via d’uscita. È la domanda che si pongono molti personaggi delle Particelle elementari [1] , il romanzo su cui si concentrerà il mio discorso. Se Houellebecq non è certo l’unico autore contemporaneo a rivolgersi al passato per comprendere l’attuale stato delle cose, più rari sono coloro che delineano nella propria opera romanzesca una sorta di filosofia della storia[2], come accade all’inizio di questo libro in cui – nota il narratore – viene raccontata la storia «di un uomo che passò la maggior parte della propria vita in Europa occidentale nella seconda metà del Ventesimo Secolo» (p. 7). Si tratta qui di una concezione della storia secondo la quale l’umanità è manovrata e scandita da alcune rare «mutazioni metafisiche», ossia da alcune «trasformazioni radicali e globali della visione del mondo adottata dalla maggioranza» (pp. 7-8). Ciò che colpisce, in questa teoria, è il carattere assolutamente impersonale, ma implacabile e inevitabile, di tali trasformazioni : «Appena prodottasi, la mutazione metafisica si sviluppa fino alle proprie estreme conseguenze, senza mai incontrare resistenza. Imperturbabile, essa travolge sistemi economici e politici, giudizi estetici, gerarchie sociali.
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