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Samir Amin, “Lo sviluppo ineguale”

di Alessandro Visalli

1280px Diego Rivera mural featuring Emiliano ZapataPremessa: gli studi regionali

Il libro di Samir Amin è del 1973, e si inquadra come frutto maturo nel contesto di quei dibattiti sullo sviluppo che si sono dispiegati in tutti gli anni sessanta come reazione alle tradizionali teorie quantitative neoclassiche, imperniate su una nozione di spazio economico completamente astratto e formale. Già Francois Perroux aveva smosso gli approcci che tentavano di spiegare gli assetti spaziali a partire dalla nozione di equilibrio grazie alla semplice osservazione che di fatto l’assetto spaziale economico è caratterizzato da squilibrio. Cioè è conformato dalla presenza di ‘centri’ e ‘periferie’ (come vedremo nozioni centrali nell’analisi di Amin). Le relazioni tra ‘centri’ e ‘periferie’, è il punto, sono definite da scambi di equilibrio in linea di principio eguali, o suppongono relazioni ineguali di sfruttamento? La questione che pone questa domanda è al centro delle cosiddette “scienze regionali”, avviate negli anni quaranta da Alfred Loesch, ma profondamente rinnovate negli anni sessanta sulla base di una rilettura che fa uso anche di categorie marxiste.

Al centro l’idea che lo sviluppo economico, a tutte le scale, non sia un processo lineare nel quale spontaneamente si realizza l’allocazione ottimale delle risorse e l’interesse economico degli attori, ma un processo discontinuo e squilibrante nel quale si producono diseguaglianze, e quindi potere.

La stagione degli studi regionali è connessa strettamente con l’emergere e prendere forza dell’intervento pubblico per contrastare e ridurre i crescenti divari economici a scala regionale (ne è espressione in Italia lo sforzo di riequilibrare lo sviluppo tra nord e sud, e tra aree urbane e interne, attraverso investimenti diretti e sistemi di incentivi). Ma il libro del 73 di Amin è anche testimone precoce dei limiti di questo sforzo riformista: il sottosviluppo è qualcosa di più di un ‘ritardo’, si tratta più dell’effetto di una dominazione. Già Perroux, pur in un quadro teorico neoclassico, individuava in proposito una nozione di spazio come campo di forze sia centriptete che centrifughe, che determinano attrazione e repulsione degli attori economici (qui imprese) verso alcuni luoghi anziché altri; si generano in questo modo dei “poli di crescita” dai quali si origina lo sviluppo economico in quanto sede di “attività motrici”. Queste, essenzialmente industriali nella fase, possono essere sia infrastrutturali (trasporti), sia classi di industrie (siderurgia, automobilistica, energetica) sia servizi (informatici, finanziari, ricerca). Per fare un esempio recente esprime una logica di questo genere l’analisi di Moretti sugli “hub di sviluppo”.

L’impresa motrice esercita una dominazione, sia sulle imprese connesse, sia sullo spazio regionale coinvolto, in funzione della sua capacità innovativa (letta in senso schumpeteriano), cioè, dice Perroux della forza “di imporre ai fornitori un prezzo di acquisto dei propri input inferiore ai prezzi di mercato”.

Questa osservazione teorica è fatta propria e utilizzata sistematicamente da Amin, per spiegare lo sviluppo ineguale nel quale sono intrappolate le periferie del mondo.

Come abbiamo visto anche nell’analisi empirica di Moretti, la regione dominante, perché sede di imprese e settori “motrici” (è chiaro che Amin contesta questa implicita valutazione) attrae capitali e persone in modo selettivo, autoalimentandosi e incrementando la polarizzazione. In Perroux ciò, come in Moretti, implica una crescita sempre maggiore della complessità del sistema e della ricchezza generale del sistema, in Amin provoca anche una sempre maggiore dipendenza e stagnazione delle periferie.

 

La “causazione circolare cumulativa”

Inizia ad andare in questa direzione la ricerca di Hirschman, che sottolinea gli effetti cumulativi e prevedendo quindi la crescita dello squilibrio tra le aree in cui si concentrano gli investimenti (al suo tempo nel nord del mondo, ora anche in alcune aree del vecchio sud) e i “sud”, dove si accumulano i “ritardi”. Il punto di Hirschman è che la soluzione degli squilibri devono avvenire nel lungo periodo in modo spontaneo, una idea che in termini diversi è ripresa da Amin.

Un autore che sviluppa queste idee, ed è espressamente ed a più riprese citato da Samir Amin è Gunnar Myrdal, che contribuisce in modo notevole alla “teoria della polarizzazione”, con il suo modello della “causazione circolare e cumulativa”, che esclude di fatto qualsiasi possibilità di addivenire ad un equilibrio neoclassico tra le parti, ovvero tra centri e periferie.

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Sarà poi un autore molto noto agli studi urbani e regionali, come John Friedman che è appena scomparso, a formulare l’idea che gli scambi tra paesi industrializzati e regioni sottosviluppate (una nozione rimessa in questione da Amin) sono caratterizzati dall’essere “ineguali”. Ovvero scambi attraverso i quali il centro preleva dalla periferia materie prime, forza lavoro e altro, esercitando una dominazione. Nella visione olistica di Friedman lo sviluppo economico è effetto di questi rapporti funzionali dominati e delle condizioni di organizzazione spaziale, cioè le armature urbane, che le concretizzano. Si distinguono quindi le aree centrali (dove si concentra la tecnologia, il capitale ed il lavoro, ad elevata infrastrutturazione ed elevati tassi di crescita), le aree a tendenza ascendente periferiche, comunque dipendenti dai centri (Indonesia, Taiwan), le aree di frontiera caratterizzate dall’ipersfruttamento di qualche risorsa locale, le aree a tendenza discendente (coinvolte in processi di declino economico, emigrazione e devalorizzazione, come l’Europa meridionale). Con le sue parole: “I principali centri di innovazione saranno definiti come regioni centrali: tutte le altre aree all'interno di un dato sistema spaziale saranno definite come periferiche. Più precisamente, le regioni centrali sono sottoinsiemi sociali territorialmente organizzati che presentano un'elevata capacità di trasformarsi in senso innovativo; le regioni periferiche sono sottoinsiemi il cui ritmo di sviluppo è determinato principalmente dalle istituzioni presenti nella regione centrale rispetto alle quali esse si pongono in una posizione di sostanziale dipendenza”. Friedman, che non fa uso di concetti di derivazione marxista, ma di un quadro analitico riconducibile a Schumpeter e alla teoria del conflitto di Ralf Dahrendorf, individua quindi la necessità di riforme sociali, politiche pubbliche, apprendimento e mobilitazione sociale e in questa direzione avrà una notevole influenza, ancora negli anni novanta, nella cultura regionalista in chiave di creazione delle condizioni della partecipazione e dello sviluppo comunitario.

Il passo successivo è compiuto nel corso degli anni sessanta, quando gli studi che fanno uso delle categorie marxiste iniziano ad affermarsi nel campo della geografia economica e degli studi regionali. È chiaro che questa fase è l’immediato background di un libro come questo, che vede la luce all’inizio degli anni settanta da un autore, un economista, che ha iniziato a lavorare negli anni cinquanta. Un autore, e la cosa non è affatto secondaria, espressione di un centro periferico e formatosi anche in Francia, dove Francois Perroux insegnò al College de France, mentre Amin studiava a Parigi dal 1947 al 57 prima scienze politiche, poi statistica ed economia. Del resto la sua tesi di laurea in economia “Le origini del sottosviluppo -accumulazione capitalista su scala mondiale”, del 1957, è condotta sotto la direzione di Perroux.

Samir Amin dopo la laurea ritorna al Cairo e lavora per il governo come ricercatore per tre anni, poi diventa consigliere del ministero della pianificazione del Mali per altri tre e nei successivi sette anni insegna a Poitiers, Dakar e Parigi. Nel 1970, a ridosso di questo libro, è direttore dell’IDEP (Istituto Africano dello Sviluppo Economico e della Pianificazione), poi dal 1980 direttore del Forum del terzo mondo a Dakar.

La linea di ricerca e di critica di Amin viene ripresa ed estesa da Immanuel Wallerstein e da Giovanni Arrighi (con i quali il confronto è serrato in tutti i libri del nostro), e poi da una concezione dello spazio regionale come tessuto di rapporti sociali passati, costantemente rimodellato a partire da questi dagli attori che si sforzano, ognuno per la sua parte, di sfruttare le opportunità che si presentano con ciò modificandole. Sono espressione di queste attenzioni, in qualche modo derivanti da un approccio che risente della lezione del materialismo storico, autori importanti come David Harvey, Richard Peet, Massimo Quaini, Yves Lacoste, Claude Raffestin, Jean-Bernard Racine, Michael Storper, ma questa è una storia (quella degli sviluppi che porterebbe lontano e sulla quale si può rimandare a questa utile lezione).

 

“Lo sviluppo ineguale”

Ora conviene avvicinarsi alla lettura del libro, si tratta di un testo complesso che riassume a tutta evidenza un quindicennio di ricerche e di esperienze sul campo e si dà contemporaneamente più compiti: contestare l’approccio neoclassico allo sviluppo e le sottostanti teorie dello spazio economico, fornire un quadro teorico generale alle politiche pubbliche rivolte allo sviluppo nelle periferie del mondo, sistemare a tal fine alcuni concetti derivanti dalla tradizione marxista, utilizzandoli quali strumenti.

Il primo di questi strumenti è il concetto di “modo di produzione”, inteso come forma astratta mai completamente incarnata da una formazione storica specifica, e mai presente in forma pura o isolata. I “modi di produzione” che individua sono cinque:

1. La forma comunitaria primitiva (una organizzazione del lavoro organizzata per famiglie, l’assenza di scambi mercantili, la distribuzione del prodotto attraverso regole sociali),

2. La forma tributaria (una organizzazione del lavoro che vede due classi, contadini organizzati comunitariamente e dirigenti che percepiscono dai primi un tributo; quando si feudalizza la proprietà della terra passa ai secondi),

3. Il modo schiavistico di produzione (il mezzo di produzione è il lavoratore-schiavo),

4. Il modo mercantile semplice (produttori e scambi tra di loro; diverso lo scambio a lunga distanza, che provoca accumuli di forte surplus),

5. Il modo di produzione capitalista (deriva dalla disgregazione del modo tributario-feudale per effetto degli scambi su lunghe distanze e la concentrazione di ricchezza che ne consegue, quindi per la liberazione dei lavoratori e la loro proletarizzazione che ne fa forza-lavoro).

È abbastanza ovvio che mai nessuna società è stata completamente “comunitaria”, e mai nessuna solo “mercantile”, in effetti la maggior parte delle società precapitaliste sono delle formazioni “tributarie” in cui persistono ambiti “comunitari” e “mercantili”.

Il punto è comprendere quale forma è dominante e quindi di che surplus vive la società. In particolare se il surplus che rende possibile la forma sociale sia proprio o trasferito. È proprio nelle società “tributarie” ricche, ovvero fondate su una economia interna ricca (come l’Egitto, la Cina), è trasferito nelle società fondamentalmente “commerciali” (come il mondo arabo o in parte greco) o “schiaviste” (come il mondo romano).

Dato che però nessuna società può essere ridotta alla sua infrastruttura una delle cose che bisogna capire è, per Amin, come si forma l’articolazione delle istanze sociali espresse dai diversi gruppi in relazione alle modalità economiche di produzione (ovvero le diverse classi che possono essere individuate nel “modo di produzione”), e quale forma di alienazione rende possibile il prelievo del surplus senza fare esclusivo riferimento alla violenza.

A partire da queste circostanze nascono le condizioni del consolidarsi delle “nazioni” (p.21).

In termini generali lo sviluppo storico del capitalismo si è verificato a partire da formazioni precedenti (tributarie) per via di una disgregazione dall’interno che è prodotta man mano che l’estrazione di surplus per via autoritaria (accompagnata da alienazione), viene sfidata dalla logica mercantile ed in particolare dai commerci di lunga percorrenza. Nella transizione tra medioevo feudale ed età mercantile precapitalistica questa tensione costante per la mercatizzazione di tutta la società, insieme a quella per la salarizzazione e quindi per la dissoluzione dei rapporti di autorità fondati sulla religione e la gerarchia opera fino a che prevale il modo di produzione capitalista. L’insorgenza finale del “libero mercato del lavoro” è il segnale che il processo è compiuto (qui si ripercorre l’analisi di Polanyi).

Caso particolare è stato il mondo arabo, in cui campagne molto povere hanno determinato una economia tributaria molto esigua, ma ciò non ha impedito di sfruttare la posizione geografica (a cavallo tra oriente ed occidente) per intermediare i flussi di commercio di lunga distanza, fondando su di esso una ricca civiltà urbana. Una civiltà, quindi, che viveva del surplus prodotto altrove.

La principale formazione tributaria “forte” che Amin individua è, invece, il suo nativo Egitto, in cui si forma precocemente una classe-stato che estrae un ricco surplus da una popolazione contadina relativamente abbiente. Una simile formazione tributaria, è il punto in realtà centrale della ricostruzione storica, è autocentrica. Cresce, cioè, per linee interne e non dipende da una ricchezza prodotta altrove; dunque è più stabile.

Altro caso particolare è la formazione schiavistica romana, che fonda la sua ricchezza sul saccheggio sistematico dei paesi subalterni (per la verità ci sono in Italia aree di forte economia agricola, come quella di Capua e della piana campana). Roma, è insomma, uno stato che estrae tributo (in uomini e in beni, o in oro) da paesi autocentrici, come l’Egitto, e da paesi fondati sui commerci, come i Greci.

 

Il capitalismo

Il capitalismo fa la sua comparsa quando lo sviluppo delle forze produttive si sviluppano in direzione di maggiore complessità, per cui “i mezzi di produzione, che sono essi stessi prodotti, non sono più abbastanza semplici da essere alla portata del loro produttore” (p.53). In questo modo l’insorgenza del modo di produzione capitalista riceve una seconda spiegazione (oltre all’influenza del commercio nel disgregare la forma sociale precedente): la tecnologia. Con le sue parole: “da questo momento il centro di gravità dei mezzi di controllo della società si sposta dal dominio dei mezzi naturali al dominio dei mezzi che sono essi stessi prodotti, le attrezzature produttive”. È chiaro che prendono in tal modo il centro del modo di produzione e della relativa forma sociale concrezioni del capitale più mobili rispetto al capitale fondiario, fondato sulla gerarchia e l’esercizio della forza, precedente. La potenzialità del commercio di lunga distanza diventa decisiva.

Ci sono dunque tre caratteristiche essenziali del modo di produzione capitalista:

1- Generalizzazione della forma-merce;

2- Assunzione di tale forma da parte della forza-lavoro, ovvero proletarizzazione;

3- Assunzione della forma-merce da parte delle attrezzature produttive, in cui si materializzano i rapporti sociali, “del rapporto di appropriazione esclusiva di classe che definisce il capitale”.

Ora la produzione e le forme mercantili non sono più giustapposte, ma diventano “sinonimi”. Assume spazio centrale anche nella teoria economica (che, ovviamente, è prodotta specificamente dal capitalismo iniziando ad emergere dal 1600 ed a consolidarsi nel 1700) la nozione di “domanda ed offerta”, che è propria della forma mercantile. Per questo snodo si può far riferimento alle ricerche di Polanyi, ma anche di Mauss, ed in generale all’antropologia storica.

Talmente larga è questa egemonia che anche molte forme di socialismo si sono ridotte, al fine, ad essere una sorta di “capitalismo senza capitalisti” (secondo la formula avanzata dallo stesso Engels anziano, e da Marx nella “Critica al programma di Gotha”) (p.57).

In definitiva per Amin in sé il calcolo economico non ha una razionalità superiore, essa è correlata al modo di produzione. Si tratta solo del modo adatto a questo. La forma di razionalità (dunque il giudizio) “non può mai andare oltre il quadro dei rapporti sociali che gli sono propri”. E specificamente nella forma industriale la razionalità è limitata “dal rapporto sociale fondamentale che definisce il saggio del plusvalore, cioè il saggio dello sfruttamento del lavoro; per un altro verso, dai rapporti sociali secondari che definiscono le relazioni fra la borghesia e i proprietari fondiari che controllano l’accesso a talune ricchezze naturali”. Quindi, non appena prendono il centro i monopoli privati (processo iniziato già vivente Marx, e salito di scala enormemente con la globalizzazione recente) anche entro la classe sociale borghese si aprono delle contraddizioni.

Dunque in definitiva la risultante del calcolo economico è “irrazionale dal punto di vista sociale”, in quanto resiste alla necessità che il livello di sviluppo delle forze produttive (enormemente elevato) sia posto a servizio dell’intera società. Si colloca a questo livello della critica la questione dello sperpero delle risorse umane, delle ricchezze naturali, e del futuro: si colloca, insomma, la questione ambientale.

Un diverso calcolo economico deve prendere ad orizzonte il tempo lungo, deve ricercare sistematicamente le soluzioni che riducono al minimo il tempo di lavoro socialmente necessario ed essere orientato alla produzione utile per i bisogni della società. Il fine del sistema non deve essere più la massimizzazione del plusvalore, ma del prodotto effettivamente utile e tale da conservare le risorse sociali e naturali (p.67).

L’orientamento del capitalismo alla massimizzazione del plusvalore (ovvero del profitto) porta invece e ad una tendenza alla crisi che Amin individua essenzialmente come indebolimento della domanda aggregata, con le sue parole: “un aumento del saggio di plusvalore al di sopra del suo livello oggettivamente necessario conduce ad una crisi, in conseguenza dell’insufficienza della domanda sociale”. È questo il problema che le socialdemocrazie cercano di contenere, attraverso il rafforzamento delle organizzazioni dei lavoratori e la migliore distribuzione del plusvalore estratto dal processo di produzione.

Possono essere dunque sollevate tre osservazioni:

1- L’accumulazione “autocentrica” è possibile solo se il salario reale cresce, in questo caso la domanda interna può sostenerla, altrimenti il processo di accumulazione esige una continua espansione esterna del mercato;

2- Lo sviluppo autocentrico è esclusivo rispetto alle forme precedenti;

3- Ed è condizione perché si manifesti la tendenza all’abbassamento del saggio di profitto della quale la risposta sono i monopoli e l’imperialismo il cui scopo è “porre termine alla perequazione del profitto” (p.73).

Ma la dinamica determinata dal rimpatrio dei profitti provenienti dalla periferia nella quale il capitale mobile è andato a cercare un saggio di remunerazione più vantaggioso contribuisce ad aggravare costantemente il problema posto dalla necessità dell’assorbimento della eccedenza di capitale. Il “surplus” (ovvero più in generale ciò che rimane quando sono stati reintegrati i fattori produttivi spesi), concetto più ampio di quello di plusvalore, deve essere infatti costantemente assorbito per evitarne la svalutazione. Questo è il meccanismo alla base del ‘sotto-sviluppo’ delle periferie: il continuo abbassamento del saggio di profitto al centro, causato dalla perequazione delle forze in campo e proprio degli sviluppi autocentrici. Nelle condizioni del compromesso fordista interviene (bisogna ricordare che siamo nel 1973) quindi il monopolio di stato che organizza l’impiego del surplus; quello eccedente è speso nello sfruttamento delle periferie.

Il riferimento per questa analisi è il classico testo di Baran e Sweezy “Il capitale monopolistico”, che sostiene la non contraddizione, nelle condizioni del capitalismo avanzato, delle due tendenze all’aumento del surplus e dell’abbassamento del saggio di profitto.

 

Il problema dell’espansione monetaria e della finanziarizzazione

A questo punto della trattazione l’autore si dedica al problema della moneta, discutendo le posizioni di Keynes e della scuola monetarista di Milton Friedman. Secondo la sua posizione gli investimenti non sono significativamente relazionati con le modifiche del saggio di interesse, così come ovviamente il risparmio. Piuttosto il secondo dipende dai redditi da proprietà, mentre il primo dal “grado di corrispondenza tra la capacità di produzione e la capacità di consumo” (p.76).

Quel che vede Amin, scrivendo ad immediato ridosso della rottura condotta da Nixon (1971) della convertibilità in oro della divisa americana, e dunque di tutte, è che “l’espansione dei crediti o l’emissione di potere d’acquisto [ora] possono essere illimitate”, dunque “è divenuta possibile l’inflazione del credito”. Ovvero, per dirlo in altro modo, l’indefinita espansione del debito.

Questo elemento è quello che, negli anni seguenti, risolverà, sia pure provvisoriamente, la contraddizione tra l’incremento del surplus e la riduzione dei profitti (resa tale dall’incremento dei redditi reali del lavoro). La domanda aggregata, necessaria per rendere possibile l’allocazione delle produzioni, e quindi l’incremento del surplus, sarà infatti sostenuta non a scapito dei profitti, ma grazie all’espansione, ormai senza limiti, del debito. Il problema dell’affidabilità del credito, dunque del suo valore, sarà risolto con opportune “innovazioni” (nel contesto della deregolazione degli anni ottanta).

Ma dalla sua osservazione si intravede anche il sorgere di una nuova contraddizione: “tra le esigenze dell’ordine economico, che non può più essere ottenuto in virtù della sola politica economica nazionale (poiché il capitalismo ha ormai assunto una dimensione fondamentalmente mondiale), e il carattere ancora nazionale delle istituzioni e delle strutture. Se questa contraddizione con viene superata non è da escludere la possibilità di un ‘incidente congiunturale’ molto grave” (p.102). La profezia è in anticipo di trentacinque anni, ma è corretta.

Quindi il testo passa ad un altro intermezzo teorico, confrontandosi con la matrice della teoria neoclassica, alla quale il suo maestro Perroux era espressamente legato, cioè con “il postulato religioso di una armonia universale” in Leon Walras, con i suoi tassi di equilibrio (prezzo, cambio e reddito) che sono espressamente negati da Amin (pp.103-13). Piuttosto sussiste una dialettica delle durate (Braudel) tra tassi di cambio nel breve e assestamenti strutturali nel lungo termine, un assestamento, sia chiaro “accettato dai deboli e imposto dai forti”. Insomma, nulla di “naturale” e di armonioso, “al contrario, riflette il progressivo modellarsi di un mondo sempre più ineguale”. I livelli “di equilibrio”, possono benissimo essere, cioè, livelli “di dominazione”, e vi corrispondono distribuzioni della redditività relativa degli investimenti nei diversi settori ed aree.

Del resto “ogni serio tentativo di sviluppo di un paese della periferia conduce necessariamente a difficoltà dei pagamenti esteri” (p.133).

Ciò considerando il vero problema diventa “quello dell’assestamento strutturale attraverso il quale certe formazioni nazionali si sottomettono ad altre, si modellano in funzione di altre”. Qui l’ideologia dell’armonia e dei tassi “naturali”, serve al suo scopo di nascondere questo semplice fatto.

 

La specializzazione ineguale

Si arriva così al punto, di riconoscere che la teoria della specializzazione internazionale nasconde semplicemente il fatto che l’interesse superiore di un paese è sviluppare centri produttivi che possano innescare una crescita autostenuta. E questa dipende essenzialmente dalla crescita dei redditi reali per una quota maggioritaria della popolazione, in conseguenza dall’espansione della domanda interna.

Gli scambi non sono di per sé (tautologicamente) equi, in realtà “lo scambio è ineguale essenzialmente perché sono ineguali le produttività (e tale ineguaglianza è legata a differenti composizioni organiche [del capitale]), e, in via accessoria, perché le differenti composizioni organiche determinano, per il tramite della perequazione del saggio di profitto, prezzi di produzione differenti dei valori in isolamento” (p.145). In questo modo attraverso gli scambi commerciali a prezzi internazionali sono mascherati trasferimenti di valore dalla periferia verso il centro.

Determina ed aggrava questa situazione l’esercizio dei monopoli, e del più assoluto di questi: quello della tecnologia. Il progresso tecnologico è, del resto, capital using ed innalza quindi la composizione organica del capitale.

In queste condizioni, allo scopo di tentare di sormontare le difficoltà di realizzazione del plusvalore, i capitali cercano di mettere in opera alla periferia quelle produzioni moderne che nei paesi del centro sono “poco redditive”. Beneficiando di bassi salari, anche rispetto alla produttività (grazie alla tecnologia) si riesce ad ottenere questo effetto. Ma i surplus sono in buona misura di nuovo estratti e trasferiti al centro sia attraverso la sottovalutazione dei prezzi, sia attraverso la reimportazione dei profitti comunque conseguiti (p.197, per una valutazione contemporanea di questi effetti si veda qui).

A questo scopo la strategia del capitale internazionale, a quel 1973, è:

- Integrare l’Europa dell’Est (processo esploso dopo il 1989, ma già visibile come tendenza);

- Specializzare il terzo mondo nella produzione industriale classica mentre il centro si sposta verso le attività ultramoderne (processo accelerato per tutti gli anni settanta e poi, notevolmente, negli ottanta e novanta).

Si crea in questo modo quella che Samir Amin chiama una “accumulazione extravertita” che esalta la dipendenza e determina quello che si riconosce come un assetto sociale del sottosviluppo e una sempre maggiore marginalizzazione delle masse (p.200).

In effetti lo scambio ineguale è semplicemente trasferimento di valore e produce uno sviluppo solo per alcuni.

 

La questione della dialettica tra lavoratori del centro e della periferia

Ma non ha “alcun senso”, sostiene l’autore, “attribuire a ciò il significato che ‘gli operai del centro sfruttano quelli della periferia’, perché solo la proprietà del capitale permette lo sfruttamento” (p.205).

Al più sono le classi sociali dominanti che sfruttano gli uni e gli altri, o con le sue parole “la borghesia del centro, la sola che ha una dimensione mondiale, sfrutta il proletariato ovunque, al centro come alla periferia, ma sfrutta quello della periferia ancora più brutalmente”. Il differenziale di sfruttamento, nelle condizioni esistenti all’inizio degli anni settanta, quando gli elementi del compromesso fordista al centro erano ancora vigenti, si dà per Amin dal semplice fatto che nelle forme di economia “autocentrica” (fondate su una forte domanda aggregata interna e non su una estroversione pronunciata) quello che chiama “il meccanismo oggettivo che fonda l’unità” lega la borghesia e la costringe a riconoscere una qualche distribuzione del surplus al suo proletariato. Nelle economie periferiche estroverse, invece, questa necessità viene meno e lo sfruttamento si può presentare nella forma più netta. In una sorta di divisione del lavoro le periferie svolgono quindi la funzione di essere riserve di materie prime e manodopera a buon mercato che può essere importata alla bisogna.

 

Le nove tesi

Una delle conseguenze è che è nella periferia che si creano le condizioni di una transizione al socialismo (sotto forma anche di tensione anticoloniale). Di qui le “nove tesi”:

1- I modelli della transizione al socialismo periferico sono del tutto diversi da quelli della transizione nelle condizioni del centro; nel primo la meccanica che genera la proletarizzazione e pone le condizioni della risposta è che l’aggressione commerciale del centro disgrega le modalità produttive e la forma di vita locale ma contemporaneamente l’investimento di capitali esteri, rivolti solo a creare isole di industrie monopoliste che guardano all’esterno, non è sufficiente ad includere la gran parte della popolazione, che resta quindi nella condizione di riserva interna ed eventualmente da esportare;

2- La specializzazione internazionale provoca tre distorsioni principali: le attività esportatrici trovano la loro ragione (sia in termini di investimenti, sia di tecnologie e clienti) all’esterno e non nel mercato interno per la sua debolezza, ciò malgrado la superiorità della produttività assoluta del centro in tutti i campi. Questa superiorità, malgrado i teoremi semplificati avviati da David Ricardo (discussi in un capitolo del libro), di fatto costringe la periferia a relegarsi nel ruolo di fornitore complementare dei prodotti per i quali ha un qualche vantaggio naturale.

3- Nella periferia la debole industrializzazione (ed extravertita) e la crescente disoccupazione causata dalla distruzione commerciale delle attività originarie crea una ipertrofia di attività terziarie, e di spese amministrative;

4- Quando c’è uno sviluppo industriale è generalmente distorto in favore di settori “leggeri”;

5- L’esportazione dei profitti dei capitali importati, ed impiegati in aziende extroverse, neutralizza gli effetti del moltiplicatore di spesa;

6- Anche l’analisi della strategia dei monopoli stranieri nei paesi periferici conferma la necessità di passare dalla messa in questione dell’integrazione al mercato mondiale;

7- I paesi sono sottosviluppati abbastanza indipendentemente dal mero reddito pro-capite, ma in funzione di alcune caratteristiche: fortissime ineguaglianze, disarticolazione della struttura produttiva, dominazione economica del centro;

8- Il sottosviluppo (che non è una fase antecedente dello sviluppo) ad un certo punto determina il blocco della crescita, che non è in grado di mettere in questione la dominazione;

9- Il modello tipico delle formazioni periferiche è la dominazione del capitale agrario e commerciale di sostegno (comprador) e del capitale centrale sull’insieme del sistema.

Il punto sollevato è che le attività esportatrici, quando prevalgono in senso quantitativo, provocano una distorsione sia delle risorse finanziarie (a causa di investimenti diretti, con relativo flusso in uscita di remunerazione degli stessi; infrastrutture di servizio, in particolare logistiche, sbilanciate su grandi porti e linee ferroviarie per le merci nei settori e regioni esportatrici) e anche umane (in termini di orientamento di formazione ed istruzione rivolte ai settori integrati), che aggiunge una dimensione qualitativa e realizza una dominanza del settore esportatore sull’insieme della struttura economica che è alla fine “sottomessa e modellata in funzione delle esigenze del mercato estero”.

 

Riepilogo storico

Del resto nel centro la transizione dalle forme precedenti (tributarie e commerciali) a quelle capitaliste nei paesi capofila si è svolta storicamente come innesto di una rivoluzione della produttività agricola e di concentrazione del sovvrappiù nella nuova forma industriale che ha utilizzato la manodopera liberata (e “proletarizzata”) e la forma di produzione artigianale insieme. Questo processo ha avuto carattere ambivalente, è stato accompagnato da immani costi umani, ma ha determinato un nuovo equilibrio socioeconomico che Amin non nasconde essere “superiore” (in termini di sviluppo delle forze produttive). Fin qui l’analisi è molto tradizionale.

Ma nella periferia, subalterna ai centri perché dominata in termini di forza, la transizione è molto diversa: la penetrazione di forme di relazione sociale di tipo mercantile è naturalmente ostacolata da strutture sociali resistenti in modo olistico (cfr. le analisi di Polanyi ed altri) che dunque vanno forzate a “monetizzarsi”. Questo processo è una vera e propria violenza, ossia opera nella forma “dell’accumulazione primitiva”. Culture obbligatorie da esportazione, obbligo di pagare le tasse solo in moneta, vera e propria espropriazione della terra e lavori più o meno forzati (in miniera, ad esempio). Esempi in SudAfrica, in Rhodesia, in Kenya. Si tratta di quello che Rey chiama il “modo di produzione coloniale”.

A seguito della “monetizzazione”, comunque, i “beni di prestigio” diventano beni acquistati e per lo più di importazione, quelli tradizionali (in cui si concentrava il sovrappiù, che però aveva immediatamente natura sociale) sono abbandonati. A questo punto, per causa di diversi fattori, tra i quali l’insufficiente dotazione di capitale e tecnologia, questa trasformazione da una economia sociale di sussistenza, ad una economia monetaria di esportazione, viene ad essere condotta soprattutto attraverso l’intensificazione pura e semplice del lavoro, e dello sfruttamento.

Questo equilibrio, con la distruzione dell’artigianato e il sovrasfruttamento (molto pronunciato) della risorsa terra, comporta dunque una regressione con esclusione di una parte significativa della forza lavoro, “si costituiscono così, a poco a poco, le condizioni dello scambio ineguale, cioè della riproduzione del sottosviluppo”. La deformazione dei rapporti agrari precapitalistici e la distruzione dell’artigianato generano alla fine una “urbanizzazione senza industrializzazione”.

Un ambiente nel quale i bassi livelli di remunerazione del lavoro (nell’abbondanza degli esclusi) e la concentrazione del capitale estero, portano a creare dei settori di esportazione che sono come delle cittadelle assediate (non di rado protette da “contractors”).

 

Modello di industrializzazione subalterna

Gli investimenti esteri che intervengono a questo stadio, sono diretti alle industrie di esportazione, e in misura anche notevole (dal 50 al 70%) alle infrastrutture, fisiche e non, necessarie alla loro efficienza. La maggior parte del reddito che si genera (sia dal lato del capitale, sia del lavoro) in questi nodi extravertiti è immediatamente trasferita all’estero sia come dividendi sia come remunerazione delle merci di importazione (anche perché “distintive”) che i lavoratori, che si sentono parte di una élite, consumano. Alla fine resta solo una parte che è spesa sul mercato locale (per lo più alimenti). La parte maggiore finisce ad essere quella incamerata dallo Stato come tasse (se l’attrazione non è stata a spese di queste).

Anche quando si procede alla sostituzione graduale dei beni di importazione, questo processo è condotto in modo diverso da quello che si è manifestato nei paesi del centro a sviluppo autocentrato: nei paesi periferici, caratterizzati dalla presenza competitiva di paesi centrali, parte dall’industria dei consumi di base e lentamente risale la catena verso i prodotti intermedi (utensili) via via più complessi. In questo modo in effetti l’estroversione aumenta, dato che cresce l’importazione dei beni strumentali intermedi.

Svolge un ruolo in questo processo anche il sistema delle aziende multinazionali, che aggravano la concorrenza tra i paesi sottosviluppati facendo sì che in essi crescano strutture parallele “che rendono impossibile lo sviluppo di complementarietà integrative all’interno di ambiti economici più ampi, che è condizione di uno sviluppo autonomo”. Questo fenomeno negli anni settanta era visibile in alcuni paesi (mentre da allora si è esteso indefinitamente): Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong e Singapore. Le cosiddette “tigri asiatiche”, ma anche in Messico. Tutti i paesi coinvolti nelle precoci crisi degli anni novanta che hanno fatto intravedere il meccanismo della crisi successiva. In questi territori si sono insediate, grazie a massivi investimenti infrastrutturali di stato, le “runaway industries” americane ma anche giapponesi e britanniche che hanno consentito una rilevante crescita. Ma si tratta per lo più di industrie leggere. Questa crescita è costantemente dipendente dall’afflusso continuo di capitali esteri, non ha quindi un carattere autonomo ed autoalimentantesi. In sostanza si tratta di paesi dipendenti dalle condizioni del mercato mondiale e nei quali fatica a formarsi una vera e propria borghesia imprenditoriale nazionale, mentre si forma una piccola classe media di professionals. Una delle conseguenze è che “l’ideologia elitistica che si innesta su questo tipo di dipendenza e la degenerazione della cultura nazionale inducono ad accettare una riduzione della sfera di autonomia decisionale del paese” (p.226).

Dall’altro lato la fuga delle imprese rallenta la crescita anche nei paesi centrali e crea zone di depressione e disoccupazione.

Ciò che distingue, in sostanza, l’economia sviluppata da quella periferica, nella visione di Amin è la densità degli scambi interni rispetto a quelli con l’esterno. Ovvero il grado di extraversione. Una economia dove prevalgano i secondi è “disarticolata”. “L’economia sottosviluppata è costituita da settori e da imprese giustapposte, scarsamente integrate fra di loro ma fortemente integrate, separatamente l’una dall’altra, in complessi il cui centro di gravità è situato nei centri capitalistici. Non esiste una vera nazione nel senso economico del termine, un mercato interno integrato.” (p.253)

La conseguenza è molto semplice: in una economia interconnessa e differenziata il crollo del prezzo internazionale di un bene (poniamo, del petrolio, o del nichel, o di un bene agricolo come lo zucchero) può essere riassorbita in quanto a valle di essa c’è una intera rete di aziende interconnesse, che producono valore aggiunto da quello e che possono vivere anche importandolo, lasciando dunque che il settore della produzione di base di questo si inaridisca (anzi, ne compensano le perdite). Ma in un’economia monoproduttrice si torna al deserto.

Ci sono altri effetti, come l’ipertrofia del settore finanziario (che attira i necessari capitali dall’esterno), del settore terziario che è un effetto della sovrappopolazione che deriva, a sua volta, dalla extraversione che esclude dalla produzione una parte crescente delle forze produttive (dovendo tenere bassi i salari per reggere la competizione internazionale con paesi maggiormente dotati di capitale).

La storia delle periferie è quindi costellata di improvvisi “miracoli”, seguiti non appena la dinamica dei flussi di investimenti esteri cambia segno, da paralisi, ristagni e talvolta regressi, anche improvvisi. La ragione è per Amin semplicemente nella dipendenza.

Dipendenza in primis commerciale della periferia dal centro, che detta l’iniziativa, individua i settori complementari nei quali può esservi sviluppo, determina la divisione del lavoro internazionale e preclude i settori a maggiore valore aggiunto o di più rapida crescita, che si riserva per dinamica propria del principio di valorizzazione. I capitali eccedenti agli investimenti altamente fruttiferi anche nelle condizioni di alto costo del lavoro del centro, fluiscono nelle periferie in cerca di occasioni di valorizzazione sotto forma di investimenti diretti da parte di società multinazionali, o di altre forme di credito. Ma questi capitali devono essere remunerati.

Dunque quando la massa dei capitali esteri investiti raggiunge una soglia relativa in rapporto al tasso di remunerazione in uscita i due flussi (nuovi capitali in ingresso e remunerazioni in uscita) tendono ad invertirsi: dalla fase di “valorizzazione” del nuovo territorio si passa a quella di “sfruttamento”.

Inoltre, come prima detto, questi investimenti tendono a formare delle isole estroverse.

Per tenere in equilibrio questa dinamica è allora necessario espandere costantemente le esportazioni di merci, più velocemente della crescita delle importazioni. Sfortunatamente, quando una quota importante delle esportazioni è conseguita da aziende estere, ciò aumenta anche i flussi finanziari in uscita. Inoltre alcune forze caratteristiche dei paesi periferici spingono le importazioni: l’eccesso di urbanizzazione, l’aumento delle spese amministrative, causato dall’inserimento di attività che le richiedono, l’effetto della creazione di un piccolo strato di élite “europeizzate”, che sviluppano consumi distintivi, lo sbilanciamento della struttura industria verso i beni di consumo che comporta crescita delle importazioni dei beni intermedi (macchine).

L’effetto combinato di questi fenomeni è che la bilancia commerciale tende ad andare in deficit e i paesi a dipendere da aiuti esteri. La periferia subisce, insomma, un adeguamento strutturale alle esigenze di accumulazione del centro.

Completa il quadro, normalmente, la dipendenza della moneta locale da una moneta straniera (cosiddetto “tallone”), che annulla qualsiasi possibilità autonoma del credito.

 

Le condizioni particolari dell’Africa

Seguono pagine molto interessanti sulle condizioni regionali in chiave storica, tra le quali spicca quella della “economia di tratta” africana, un insieme di rapporti di subordinazione/dominazione tra società che Amin chiama “pseudo tradizionali” (perché corrotti dalla formazione di uno strato parassitario-privilegiato che vive del saccheggio interno delle risorse umane in favore della rete mercatale di uomini a servizio delle economie esterne) integrata al sistema mondiale e, appunto, la società capitalistica centrale che la conforma e la domina (p. 354). Ma un simile meccanismo si riproduce anche nello scambio tra prodotti agricoli di esportazione e prodotti industriali di importazione. Nel golfo di Guinea questa forma sociale prende l’aspetto della “kulakizzazione”, la formazione di una casse di piantatori indigeni che si appropriano del suolo ed impiegano manodopera salariata proletarizzata. Oppure nella savana, dal Senegal al Sudan, essa fu organizzata da confraternite mussulmane una produzione di esportazione di arachidi e cotone in forma pseudo-feudale di tipo teocratico; una forma tributaria connessa con il sistema internazionale in modo economicamente subalterno. Un altro caso è l’organizzazione del latifondo da parte della colonizzazione egiziana del Sudan, poi assunta dagli inglesi, che facevano coltivare cotone per le industrie di trasformazione di Manchester a partire dal 1898.

Le compagnie commerciali coloniali di fatto distrussero tutti i commerci interni, orientando tutti i flussi verso la costa, riconvertendo gli stessi commercianti ad agricoltori. Ne sono esempi “la distruzione del commercio di Samory, di Saint-Louis, Gorée e Freetown, o del commercio haussa e ashanti di Salaga e degli Ibo del delta del Niger” (p.356).

Lo sviluppo della costa ebbe dunque quale necessario corollario l’impoverimento dell’interno, il cui surplus era trasferito all’estero passando per i centri di scambio costieri. Fa parte di questa logica di sistema la nascita di massicci trasferimenti di uomini in surplus che mettevano a disposizione la loro forza-lavoro a buon mercato del capitale estero, dove questo la richiedeva (ovvero attirava).

Fa eccezione l’Africa centrale, dove le condizioni geografiche e sociali hanno impedito l’estendersi dell’economia negriera (che è l’anello di partenza dell’economia di tratta). Solo dopo la prima guerra mondiale nel Congo belga fu tentata la creazione di qualche piantagione industriale e sorse una piccola economia di tratta. Nell’africa equatoriale francese bisogna aspettare gli anni cinquanta.

Un caso a parte è l’Etiopia, nella quale si forma una società feudale autoctona che a lungo riesce a restare indipendente da queste dinamiche e produrre uno sviluppo autocentrico. Lo interrompe la conquista italiana del 1935, dopo la quale iniziano a presentarsi fenomeni di sottosviluppo.

 

Le conseguenze sociali

Più in generale dunque si osserva che il sistema economico periferico è caratterizzato da crescente ineguaglianza, con una fascia privilegiata che interessa al massimo il 20-25% della popolazione e tende a restare stabile su questo livello. Questa ineguaglianza sociale di fatto “costituisce il modo di riproduzione delle condizioni dell’extraversione; essa in effetti apre un mercato per i beni di consumo di lusso, in particolare beni durevoli, molto più cospicuo di quanto sarebbe se il reddito fosse meglio distribuito intorno alla sua media” (p.381). Quando si raggiunge questa soglia il processo di allocazione delle risorse (capitali, tecniche, infrastrutturali), è distorto al punto da pregiudicare la possibilità che si sviluppi una capacità di produzione nei beni di massa (che sarebbe introversa).

La polarizzazione e distorsione del sistema economico produce anche l’espansione della disoccupazione e soprattutto della fascia intermedia, tra la popolazione impiegata in lavori salariati a basso reddito e i veri e propri disoccupati.

Interviene in questo contesto una linea di argomentazione neomalthusiana (limitazione delle nascite) che Amin considera in generale errata. Molti paesi, in realtà, sono sottopopolati e un incremento della popolazione porrebbe le condizioni di uno sviluppo autocentrato. In realtà il fenomeno della marginalizzazione è del tutto indipendente dalla demografia, il problema si manifesta nel crescente divario tra la dinamica economica e la dinamica demografica, ma “il sovrappopolamento è solo l’apparenza sotto cui si rivela il funzionamento di un sistema socioeconomico, quello del capitalismo periferico” (p.386).

 

Le condizioni mondiali della lotta di classe

A questo punto dell’analisi Samir Amin si pone delle domande che hanno avuto grande momento nel dibattito sullo sviluppo, in particolare a sinistra. Domande che trovano il loro senso specificamente nel contesto dello sviluppo duale del ‘trentennio glorioso’, quando la dinamica della ineguaglianza è direttamente opposta tra centro e periferia, essendo nella prima contrastata in modo relativamente efficace dalla forza delle organizzazioni del lavoro e dalla minaccia esterna del modello alternativo socialista.

Il meccanismo che mette in luce parte dal carattere mondiale del sistema capitalista, per cui “centro e periferia sono inevitabilmente parti dello stesso sistema”. Ne consegue in termini generali che le masse della periferia sono marginalizzate e tenute ad un livello di reddito complessivo (in forza dei meccanismi messi in evidenza nel testo) inferiore anche al suo livello di produttività. Il capitalismo, in altri termini, spende capitale eccedente nella periferia in quanto e nella misura in cui può ottenere un saggio di sfruttamento della forza lavoro e degli altri fattori produttivi locali maggiore che al centro. Anche nel contesto della scarsità delle risorse naturali (che non possono essere sfruttate allo stesso livello ovunque), dunque “se le masse dei paesi del terzo mondo dovessero deviare tali risorse per valorizzarle a proprio beneficio, le condizioni di funzionamento del sistema capitalistico al centro sarebbero sconvolte” (p. 388).

Si potrebbe dire che lo sono state (in sostanza creando vaste periferie nel vecchio centro).

Ma vediamo meglio perché: bisogna ragionare non per singole nazioni (cosa non significa affatto che non si possa agire entro di esse), ma in termini di sistema mondiale, come dice “di contesto mondiale della lotta delle classi”. Un sistema caratterizzato necessariamente di anelli forti e anelli deboli, che sono anche i luoghi in cui sono massime le contraddizioni. Se c’è un forte ed un debole, ci sono rapporti di dominazione, e quindi ci sono trasferimenti di valore dal debole al forte, dalla periferia al centro.

A questo punto sorgerebbe immediatamente la conclusione che anche le classi lavoratrici al centro in effetti, per così dire oggettivamente, guadagnano dal trasferimento di ricchezza derivante dal maggiore sfruttamento alla periferia, in quanto questo rende le condizioni di possibilità di remunerarle più di quanto sarebbe in assenza dei trasferimenti. In altri termini il saggio di profitto inferiore, che deriva dalla remunerazione strappata dalle lotte di classe nel centro, è bilanciato da uno maggiore trasferito dalle periferie. Ciò in termini complessivi di equilibrio di sistema, e anche a livello delle aziende internazionalizzate (che tendono, già negli anni in cui questo libro è scritto, a spostare produzioni nei luoghi a basso salario per recuperare redditività industriale di gruppo).

E sorgerebbe la conclusione ulteriore che alla fine il proletariato del centro può essere indotto ad essere solidale con la sua borghesia per difendere questo scambio ineguale, dal quale ha da guadagnare, sia pure le briciole.

Dall’altro lato, nelle periferie, si dovrebbero dare le condizioni simmetriche: questa volta dovrebbe essere la borghesia locale ad essere più interessata ad una alleanza nazionale, saldandosi con le forze popolari, che alla relazione subalterna con le forze che estroflettono l’economia, creando le condizioni di scambio ineguale, e dunque di sottosviluppo.

Ma le cose non si possono affrontare, per l’Amin del 1973, in termini di scontro tra nazioni, bensì in termini di scontro degli interessi di classe del capitale e del lavoro, ovvero di scontro tra borghesia mondiale e proletariato mondiale. La prima è essenzialmente quella del centro, alla quale viene associata in modo subalterno e funzionale quella, debole, delle periferie. Il secondo è viceversa in particolare nelle periferie, con le parole (che si rifanno all’analisi leninista): “il nucleo centrale del proletariato si situa ormai non più al centro [come ai tempi di Marx], ma in periferia”. Ciò perché questo sopporta un maggiore sfruttamento.

Questo proletariato delle periferie è quindi composto sia delle piccole élite impegnate nel lavoro salariato delle aziende da esportazione, sia dalle masse contadine (anche queste divise in agricoltura da esportazione e di sussistenza) e infine dalle masse disoccupate e sottoccupate, che sono quelle maggiori e potenzialmente più determinate.

Ma questo non significa affatto che la classe lavoratrice del centro sfrutta di fatto quella delle periferie: “l’immagine secondo cui il proletariato del centro sarebbe collettivamente privilegiato, e quindi necessariamente solidale con la sua borghesia nello sfruttamento del Terzo Mondo, non è che una semplificazione errata della realtà. È vero che, a parità di produttività, il proletariato del centro riceve in media una remunerazione superiore a quella dei lavoratori della periferia [una cosa registrata anche dalla letteratura liberale, ma con una diversa spiegazione]. Ma, per contrastare anche al centro la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto, il capitale importa manodopera proveniente dalla periferia, che da un lato viene pagata meno (e viene destinata a mansioni più ingrate), ma che dall’altro lato viene utilizzata per pesare sul mercato del lavoro metropolitano” (p.391).

Anche questo trasferimento rappresenta del resto un modo di appropriarsi del valore delle periferie (rappresentato dai costi di produzione ed istruzione della forza-lavoro stessa).

Ma nello stesso modo, bisogna fare attenzione, sono sfruttate le “colonie interne”, ovvero le periferie intercluse nelle aree centrali.

Così il sistema mondiale mescola sempre più le masse che sfrutta, portando l’esigenza di internazionalismo ad un livello più alto”. Ma mescolandole cerca di utilizzare al contempo le tendenze scioviniste dei lavoratori “bianchi”, per dividerli. Dunque “il capitale unifica e divide senza sosta”.

Amin fa un esempio che proprio ci riguarda: “tra le diverse regioni del centro operano parimenti dei meccanismi di centralizzazione a vantaggio del capitale: lo sviluppo del capitalismo è ovunque sviluppo delle ineguaglianze regionali. Così ogni paese sviluppato ha creato nel proprio seno il suo paese sottosviluppato: ne è un esempio la metà meridionale dell’Italia” (p.392).

Si tratta dunque di differenziazioni molto più complesse di come appaia da formule come “aristocrazia operaia” o “nazioni borghesi e nazioni proletarie”.

 

Conclusione

Nella conclusione Amin, dopo un interessante excursus storico sull’esperienza sovietica, ed in particolare sulla missione di sviluppare le forze produttive che al termina ha condotto a suo parere ad un “capitalismo senza i capitalisti”, dichiara che “l’esperienza storica della Russia sovietica giova a ricordarci che la tendenza spontanea del sistema capitalistico non è quella di generare il socialismo” (p.410). Serve quindi “un’azione cosciente” che sia anche in grado di sfuggire alla tendenza (rappresentata da testi come “1984” di Orwell e “L’uomo ad una dimensione” di Marcuse) di saldare socialdemocrazia e tecnocrazia.

Dal punto di vista della periferia (o meglio, delle periferie, anche di quelle che sono intercluse nei centri, come l’Italia in effetti), l’alternativa che vede l’autore nel 1973 è tra uno sviluppo dipendente che molto difficilmente potrà liberarsi delle condizioni del sottosviluppo e uno sviluppo autocentrico “che deve necessariamente essere originale rispetto a quello dei paesi attualmente sviluppati”. Infatti se si resta sui binari tracciati le condizioni della concorrenza creeranno costantemente le condizioni della dipendenza.

In questo senso “nelle attuali condizioni di ineguaglianza tra le nazioni, uno sviluppo che non sia semplicemente lo sviluppo del sottosviluppo avrà al tempo stesso carattere nazionale, popolare-democratico e socialista in virtù del progetto mondiale in cui è inserito”.

Si crea quindi una tensione tra l’obiettivo finale, che è necessariamente mondiale, e “l’ambito transitorio che rimane nazionale”. Bisogna sviluppare un progetto che non si definisce in termini economicisti (in cui si ridefinisce la logica della redditività, rimettendola entro limiti sociali), “bensì integra in sé il livello economico”. Ciò significa anche produrre un sistema produttivo ad alta efficienza, fortemente macchinizzato ed automatizzato, che “permetterà al tempo stesso di rendere disponibile un tempo di non-lavoro e di dare al lavoro forme nuove, altamente qualificate”.

Prossimamente leggeremo altri testi di Amin, a partire da “Oltre la mondializzazione ”, del 1999 nel quale a venticinque anni di distanza, l’economista egiziano riflette sulla mondializzazione, che è anche una rottura del modello “centrale” descritto in questo libro, ovvero un suo restringimento ad alcune aree di dominazione intensificata, mentre si allargano le periferie interne.

La dinamica diventa più plurale, nel contesto di una “legge del valore mondializzato” si trovano ora aree centrali (alcune extrovertite), aree semiperiferiche extrovertite e vere e proprie periferie. La cosiddetta mondializzazione è letta alla fine del millennio come una transizione caotica verso un avvenire sconosciuto. Ma una transizione, che, fino a quando è dominata dalla logica capitalista, comunque genera necessariamente la polarizzazione.

La polarizzazione, cioè, “è una legge immanente dell’espansione mondiale del capitalismo” (ivi, p.21).

Ma rispetto alla situazione dei primi anni settanta, quando il processo pur avviato era al suo inizio, le periferie sono state industrializzate. In alcuni casi si sono create delle catene produttive integrate sia con il sistema mondo sia molte estese entro le regioni (che sono ascese secondo i casi al rango di semiperiferie, in alcuni casi di potenziali centri). Dunque “la polarizzazione si è spostata su altri terreni” (ivi, p.23). Sono stati registrati meccanismi di fuga dei capitali, di migrazione selettiva dei lavoratori, di nuova imposizione di monopoli, e di rinnovato (mai sospeso) controllo da parte dei centri dell’accessibilità alle risorse naturali del pianeta. Il principale monopolio è quello delle tecnologie.

Si è promosso una sorta di rovesciamento: “il cuore delle periferie di domani è costituito dai paesi che svolgeranno la funzione essenziale di fornire prodotti industriali e che il ‘quarto mondo’ illustra il carattere distruttivo dell’espansione capitalistica”.

La prospettiva, come vedremo, diventa quella di tendere ad un “mondo policentrico”, ovvero nel quale sia possibile perseguire, scegliendoli secondo i propri orientamenti e bisogni, margini di autonomia.

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Comments   

#1 Francesco zucconi 2017-09-14 22:05
Da quanto precede ne consegue che per l'Italia al fine
di avere dei "margini di autonomia" è
fondamentale avere uno Stato Nazionale forte.
A maggior ragione per poterli sfruttare.
A maggior ragione pe avere uno sviluppo autocentrico.
Parte della vecchia classe dirigente prefascista
lo aveva capito e vinse l'epica battaglia di Vittorio Veneto.
Mussolini lo aveva capito.
Aldo Moro lo aveva capito.
Craxi lo sapeva per istinto e pagava Arafat.
I comunisti italiani, a meno che non abbiano origini aristocratiche, non l'hanno ancora capito...
Quote

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