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Il codice della guerra. Come le Big Tech sono diventate l’industria degli armamenti del XXI secolo

di Mario Sommella

22faio armiCerv.jpgPer anni ci hanno raccontato la tecnologia come frontiera neutrale del progresso: piattaforme per comunicare, cloud per lavorare, algoritmi per semplificare la vita. Intanto, quasi senza rumore, quelle stesse infrastrutture sono diventate il motore di una nuova economia di guerra. Oggi il punto non è più capire se le Big Tech collaborano con gli apparati militari. Il punto è riconoscere che ne sono diventate una componente strutturale.

La guerra del nostro tempo non comincia più soltanto nelle caserme, nei ministeri o nelle fabbriche di acciaio. Comincia nei data center, nei contratti cloud, nei modelli di intelligenza artificiale addestrati su una potenza di calcolo che nessuno Stato, da solo, riesce più a costruire. È qui che si è consumata la vera svolta storica: le grandi aziende tecnologiche, nate sotto la bandiera dell’innovazione civile, sono diventate una parte organica dell’infrastruttura militare contemporanea.

Non è un incidente di percorso. Non è neppure una semplice deviazione etica di qualche amministratore delegato. È il punto d’arrivo di una trasformazione profonda del capitalismo digitale, che ha trovato nella sicurezza nazionale, nella guerra e nella competizione geopolitica il nuovo motore della propria espansione.

Il passaggio è avvenuto lentamente, quasi senza rumore. Prima i servizi cloud alle amministrazioni pubbliche. Poi i contratti con l’intelligence. Poi l’analisi automatica delle immagini. Infine, l’IA integrata direttamente nei sistemi operativi della guerra. A quel punto, la vecchia retorica della Silicon Valley, creatività, apertura, connessione, emancipazione, è rimasta in piedi soltanto come facciata. Dietro, intanto, si consolidava una nuova architettura del potere.

La nuova alleanza tra piattaforme e apparati militari

I numeri aiutano a capire la scala del fenomeno.

Le stime elaborate negli Stati Uniti da gruppi di ricerca universitari mostrano che, già tra il 2018 e il 2022, Amazon, Microsoft e Alphabet avevano ricevuto decine di miliardi di dollari in contratti da Pentagono, Sicurezza Interna e apparati di intelligence. È un dato enorme, ma incompleto per definizione: una parte rilevante della spesa resta opaca, frammentata, o coperta da classificazione.

Qui sta un primo nodo politico, spesso rimosso dal dibattito pubblico. Quando i contratti che definiscono il rapporto tra Big Tech e guerra diventano in larga parte invisibili, la democrazia perde la possibilità di controllare ciò che viene deciso in suo nome. La trasparenza, in teoria valore fondativo della modernità liberale, viene sospesa proprio nel momento in cui il potere economico e il potere militare si fondono.

Il contratto cloud del Pentagono assegnato ai grandi operatori americani ha segnato un passaggio simbolico e sostanziale. Non si trattava più di una collaborazione episodica, ma della costruzione di una dorsale digitale comune, stabile, destinata a sostenere operazioni militari, logistica, intelligence, comunicazioni e funzioni tattiche. Il cloud, da servizio tecnico, è diventato un’arma di sistema.

E quando il Dipartimento della Difesa ha iniziato ad allargare il perimetro ai grandi attori dell’intelligenza artificiale, includendo aziende specializzate in modelli generativi e sistemi avanzati, la traiettoria si è chiarita del tutto: il futuro della guerra passa ormai per una filiera in cui software, calcolo e dati contano quanto, e in certi casi più, dei mezzi tradizionali.

La fine dell’innocenza tecnologica

Per capire la portata della svolta, bisogna ricordare da dove si partiva. Per anni la Silicon Valley ha coltivato un’immagine di sé come spazio post-ideologico, quasi post-politico. Innovazione, efficienza, connessione globale: una sorta di religione civile della tecnica. Persino quando emergevano problemi evidenti, sorveglianza, monopolio, sfruttamento dei dati, il racconto dominante restava quello dell’ambivalenza: la tecnologia può essere usata bene o male, dipende dagli utenti, dipende dai governi.

Quella narrazione è saltata. Oggi le stesse aziende che controllano la comunicazione quotidiana di miliardi di persone, che ospitano email, documenti, video, conversazioni, sistemi aziendali e servizi pubblici, forniscono anche infrastrutture e capacità computazionali agli apparati che conducono guerre.

Il punto non è più l’uso improprio di una tecnologia neutra. Il punto è che la neutralità non esiste più, perché il modello di business e la geografia dei contratti spingono nella stessa direzione: integrazione crescente con la potenza statale e con la macchina militare.

La prova più lampante è la mutazione dei codici etici. Dopo le proteste interne contro l’uso militare dell’IA, alcune aziende avevano formalizzato principi restrittivi. Sembrava l’inizio di un argine. In realtà era una tregua. Quando la competizione globale sull’intelligenza artificiale è entrata nella fase calda, quegli argini sono stati rimossi o riscritti. Il lessico è cambiato: non più non fare, ma supportare i governi democratici, garantire la sicurezza, difendere i valori. La guerra è rientrata dalla porta principale, accompagnata da una giustificazione morale.

È il tratto più insidioso di questa fase: la militarizzazione non si presenta come brutalità, ma come responsabilità.

Project Nimbus e la guerra come laboratorio tecnologico

Il caso più istruttivo, e anche il più inquietante, resta il Project Nimbus, l’accordo firmato da Google e Amazon con lo Stato israeliano per servizi cloud e intelligenza artificiale. L’importo, da solo, è già rilevante. Ma è soprattutto la qualità del contratto a rivelare la natura della nuova alleanza.

Le inchieste giornalistiche uscite negli ultimi anni hanno mostrato che non si trattava di un semplice appalto tecnico, ma di un’infrastruttura strategica blindata contrattualmente. Clausole pensate per garantire continuità del servizio, limitare margini di sospensione, neutralizzare possibili pressioni esterne e gestire in modo opaco alcune richieste di accesso o trasferimento dei dati. In altre parole, il contratto era costruito non solo per funzionare, ma per resistere al conflitto politico e morale.

Questo è il dettaglio che cambia tutto. Le Big Tech non sono più soltanto fornitrici di una tecnologia che può essere usata in guerra. Diventano partner di una governance della guerra, fino al punto di contribuire a disegnare meccanismi che rendano quella cooperazione più solida, meno revocabile, meno esposta alla pressione dell’opinione pubblica.

Durante l’offensiva su Gaza, il quadro si è fatto ancora più netto. Dichiarazioni di funzionari israeliani e ricostruzioni giornalistiche hanno indicato un impiego diretto e rilevante dei servizi cloud e delle capacità IA nelle operazioni. Non sul piano astratto dell’amministrazione, ma sul piano operativo. Quando un apparato statale in guerra rivendica pubblicamente l’efficacia del cloud in combattimento, la zona grigia si restringe drasticamente.

A quel punto il cloud non è più solo cloud. È logistica, decisione, velocità, priorità, integrazione tra dati e comandi. È superiorità operativa. È, a tutti gli effetti, una componente della macchina bellica.

Palantir e la normalizzazione del targeting algoritmico

Se Google e Amazon rappresentano il volto mainstream della militarizzazione digitale, Palantir ne incarna il volto più esplicito, quasi programmatico. Fin dall’origine, la società è cresciuta in una stretta relazione con ambienti dell’intelligence statunitense. La sua specializzazione nell’analisi dei dati e nella fusione informativa l’ha resa un attore ideale per il nuovo paradigma: trasformare masse di dati eterogenei in strumenti di decisione operativa.

Qui la questione non riguarda soltanto la sorveglianza. Riguarda il targeting. L’analisi predittiva, la classificazione, la generazione di liste di obiettivi, la correlazione tra fonti, segnali e immagini: tutto questo produce una nuova forma di potere militare, apparentemente tecnica, in realtà profondamente politica. Chi entra in un dataset? Con quali criteri viene associato a un rischio? Chi verifica l’errore? Chi risponde se un algoritmo accelera una catena decisionale che termina con una bomba?

La risposta usuale è sempre la stessa: la responsabilità resta umana. Ma nella pratica, quando i processi vengono automatizzati e la pressione operativa cresce, l’algoritmo non è più un semplice supporto. Diventa il ritmo stesso della decisione. E in guerra, il ritmo è potere.

La porta girevole: quando lo Stato forma il mercato che lo governa

C’è poi una dimensione meno visibile, ma decisiva: la porta girevole tra apparati pubblici, industria tecnologica, fondi di investimento e startup della difesa. Ex funzionari del Pentagono, ex dirigenti della sicurezza nazionale, consulenti e lobbisti transitano in un ecosistema dove capitale di rischio e committenza statale si alimentano a vicenda.

È la versione aggiornata del vecchio complesso militare-industriale. Solo che oggi il capitale non entra soltanto nelle industrie pesanti o nelle aziende aerospaziali. Entra nelle startup dual use, nella sensoristica, nei sistemi autonomi, nell’IA, nelle piattaforme di analisi. E lo fa con la stessa logica della Silicon Valley: crescita rapida, scalabilità, acquisizione, integrazione, posizione dominante.

Il risultato è un mercato drogato dalla domanda pubblica di guerra, ma presentato come frontiera dell’innovazione. Le startup della difesa non vengono raccontate come protesi della potenza statale, ma come avanguardie tecnologiche. I fondi non vengono descritti come intermediari del riarmo, ma come motori del progresso. Il linguaggio serve a depoliticizzare ciò che è invece profondamente politico.

In questo quadro, il ridimensionamento degli organismi indipendenti di valutazione e controllo degli armamenti non è un dettaglio amministrativo. È un segnale. Meno verifica, più velocità. Meno scrutinio pubblico, più adozione accelerata. È la logica del mercato trasferita dentro la guerra: time-to-market applicato ai sistemi di combattimento.

La resistenza interna e il conflitto sul lavoro cognitivo

Eppure, dentro questo meccanismo, qualcosa ha resistito. Una parte dei lavoratori tecnologici ha provato a fermare il processo. Prima con la protesta contro Maven, poi con le mobilitazioni contro Nimbus, infine con prese di posizione pubbliche di dipendenti, studenti e giovani tecnici.

Il dato più importante non è soltanto il numero delle firme o delle dimissioni. È il significato politico di quelle iniziative. Per la prima volta, un pezzo di lavoro cognitivo altamente qualificato ha detto apertamente: non vogliamo che il nostro codice diventi parte della guerra. Non vogliamo essere ingegneri di targeting, anche se il nostro contratto di lavoro non lo nomina così. Non vogliamo che l’innovazione venga usata come copertura semantica per la militarizzazione.

La risposta delle aziende è stata sempre più dura. Licenziamenti, sanzioni, marginalizzazione del dissenso, riformulazioni delle policy interne. Il messaggio è stato chiaro: la stagione in cui il dissenso tecnico poteva condizionare le strategie aziendali è finita. O almeno, è stata congelata.

Ma proprio per questo il conflitto si è spostato più a monte. Quando studenti e giovani lavoratori dichiarano che non andranno a lavorare in certe aziende finché resteranno dentro contratti di guerra, non stanno facendo solo un gesto simbolico. Stanno colpendo la fonte più preziosa del settore: il lavoro qualificato. È una forma ancora fragile di opposizione, ma è una delle poche che oggi può davvero incidere.

Dal complesso militare-industriale al complesso tecno-industriale

La formula di Eisenhower sul complesso militare-industriale resta attuale, ma non basta più. Oggi non ci troviamo solo davanti all’alleanza tra Stato, industria e apparati militari. Ci troviamo davanti a qualcosa di più esteso: un complesso tecno-industriale che controlla insieme infrastrutture digitali, produzione di dati, circuiti informativi, intelligenza artificiale e forniture per la sicurezza.

È una mutazione qualitativa. Il vecchio complesso militare-industriale produceva armamenti e influenzava la politica. Quello attuale produce anche le condizioni cognitive dentro cui la politica viene percepita, discussa, filtrata. Le stesse aziende che ospitano l’informazione pubblica e privata sono quelle che forniscono strumenti agli apparati di guerra. La filiera della parola e la filiera della forza iniziano a coincidere.

Questo cambia il rapporto tra cittadini e potere. Non siamo più soltanto contribuenti che finanziano indirettamente la spesa militare. Siamo utenti permanenti di ecosistemi digitali che estraggono valore dalle nostre vite quotidiane e lo reinvestono, in parte, nella costruzione di capacità belliche. Ogni ricerca, ogni mail, ogni interazione diventa una minuscola particella di un’economia politica che può finire dentro il ciclo della guerra.

Non è una metafora. È il modello di accumulazione del capitalismo delle piattaforme, arrivato al suo punto di fusione con la ragione militare.

La guerra come nuova frontiera del capitalismo digitale

Perché è successo proprio adesso? Perché l’intelligenza artificiale ha cambiato la scala dei costi e la natura della competizione. Addestrare modelli avanzati richiede una potenza computazionale e una quantità di energia che solo pochi attori possono permettersi. Le Big Tech hanno l’infrastruttura. Gli Stati hanno il denaro e l’urgenza strategica. L’incontro era quasi inevitabile.

I mercati civili, da soli, non bastano più a garantire i rendimenti che gli investitori si aspettano. La difesa, invece, offre contratti pluriennali, finanziamento pubblico, domanda crescente e una giustificazione politica potente: la sicurezza. In questo schema, la guerra non è un’anomalia del sistema. Diventa una sua componente funzionale.

Ecco perché la militarizzazione delle Big Tech non può essere letta come una somma di episodi. Non siamo davanti a singole collaborazioni discutibili. Siamo davanti alla nascita di una nuova costituzione materiale del potere, in cui il digitale non è più settore economico separato, ma nervatura stessa della sovranità armata.

Questo vale per gli Stati Uniti, ma non solo. La corsa si allarga a Israele, all’Europa, a una costellazione di startup e fondi che vedono nel settore difesa il nuovo spazio di valorizzazione. Quando il capitale fiuta una nuova rendita, costruisce rapidamente il proprio linguaggio di legittimazione. Oggi quel linguaggio si chiama innovazione responsabile, deterrenza, difesa delle democrazie, competizione strategica. Ma sotto la patina lessicale resta una verità semplice: la guerra è tornata a essere un grande affare, e il digitale ne è l’infrastruttura principale.

Riconoscere la catena, per poterla spezzare

La questione, allora, non riguarda soltanto l’indignazione morale. Riguarda il governo democratico della tecnologia. Chi decide quali usi sono legittimi? Chi controlla i contratti? Chi tutela i lavoratori che dissentono? Chi garantisce trasparenza sui sistemi impiegati in guerra? Chi impedisce che l’argomento della sicurezza nazionale diventi la chiave per aggirare ogni limite?

Finché queste domande resteranno senza risposta pubblica, la militarizzazione del digitale continuerà ad avanzare come una normalità amministrativa.

Ecco perché il primo passo è nominare con precisione il problema. Le Big Tech non sono più soltanto aziende innovative. Sono centri di potere strategico. Sono infrastrutture private con funzione pubblica e militare. Sono, in molti casi, il nuovo volto dell’industria degli armamenti.

Il secondo passo è politico: imporre trasparenza radicale, controllo democratico, limiti giuridici vincolanti, responsabilità effettiva e protezione del dissenso interno. Senza questo, continueremo a vivere dentro una contraddizione devastante: usare ogni giorno strumenti che ci promettono connessione, mentre alimentano un sistema che perfeziona la guerra.

Il Novecento aveva le catene di montaggio e le fabbriche d’acciaio. Il nostro secolo ha data center, cloud militari, IA operative e piattaforme globali. La forma è cambiata, la logica del dominio molto meno.

Per questo il tema non riguarda solo gli specialisti, gli ingegneri o i governi. Riguarda tutti noi. Perché ogni volta che il potere economico riesce a trasformare la vita quotidiana in materia prima per la guerra, la democrazia perde un pezzo della propria sovranità.

Il codice della guerra è già scritto. La vera domanda, adesso, è se vogliamo continuare a eseguirlo in silenzio, oppure iniziare finalmente a riscriverlo.

Fonti essenziali

I. Studi universitari statunitensi sul rapporto tra Big Tech e apparati militari (Brown University, San José State University, progetto Costs of War)

II. Documentazione pubblica del Dipartimento della Difesa USA sui contratti cloud militari

III. Inchieste giornalistiche internazionali su Project Nimbus (The Guardian, Washington Post, +972 Magazine, Local Call)

IV. Copertura Reuters e altre testate internazionali sull’integrazione tra IA generativa e sicurezza nazionale, sulle proteste dei lavoratori tech e sulla revisione delle policy aziendali

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