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Un migrante siriano: “Avevamo iniziato noi la rivoluzione”
Turchia e Unione Europea hanno appena siglato l'accordo sul blocco dell'emigrazione clandestina verso l'Europa, che darà il via anche a migliaia di rimpatrii forzati. Nelle settimane scorse migliaia di migranti hanno continuato a raggiungere le coste europee dal medio oriente. Non di rado si tratta di migranti siriani, per lo più musulmani (anche se non solo). Il ritratto di queste persone varia dalla rappresentazione pietistica del “profugo” che scampa al massacro e perciò potrebbe essere accolto, a quella cinica che vede in esso un lavoratore in cerca di salario, che quindi deve essere respinto, fino a quella che vede i migranti musulmani come barbari che distruggeranno la “nostra” civiltà. Come sempre accade, però, la realtà è più complessa di tutte queste semplificazioni.
Abbiamo intervistato uno di loro, uno che, come molti, ha lasciato la Siria a causa della guerra, e si trova in uno dei paesi “di transito”: nel suo caso è il Kurdistan iracheno, come altri sono inizialmente in Turchia, o in Libano. Come tanti migranti che sono ancora in medio oriente ha un titolo di studio, problemi di lavoro e di permesso di soggiorno. Rivendica la sua partecipazione ai processi politici che hanno innescato l'attuale crisi regionale, ed è consapevole dei rischi che corre chi decide di partire per l'altra sponda del mediterraneo, ma è pronto a correrli. Una vicenda come migliaia di altre, diversa da ciascuna delle altre, ma che può contribuire a restituire uno spicchio di concretezza all'umanità che si mette in viaggio da oriente a occidente, all'altezza del 2016.
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Tu sei siriano, ma vivi a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Puoi raccontarci la tua storia?
Sono nato e cresciuto a Damasco in una famiglia di origine palestinese, anche se della vicenda palestinese non so molto, è un legame che la mia famiglia ha perso con il tempo. Sono arrivato a Erbil due anni fa per giocare in una squadra di calcio locale. Il calcio è la mia passione e la mia professione, anche in Siria ero calciatore. Francesco Totti è uno dei miei idoli. Ho cercato di farmi comprare da una squadra irachena per evitare il servizio militare in Siria, a causa della guerra. Se sei studente universitario, in Siria puoi chiedere il rinvio. Io ero studente in ingegneria alimentare e atleta universitario, quindi ho potuto chiedere il rinvio, ma quando ho finito l'Università non era più possibile.
Come ti sei trovato in Iraq?
Insomma… La squadra di calcio per cui giocavo mi pagava pochissimo, ben sapendo che avevo bisogno del contratto per rinnovare il permesso di soggiorno, e che per me l'obbligo di ritornare in patria avrebbe significato combattere. Dopo un anno e mezzo, il mio contratto non è stato rinnovato e mi sono ritrovato disoccupato. Per me è stato un duro colpo, in primo luogo perché per me lo sport è tutto, mi basta stare una settimana senza giocare e vado fuori di testa; in secondo luogo perché entro pochi giorni mi vedevo già a combattere in una guerra in cui non credo.
Perché non ci credi?
Non ha più niente a che fare con il modo in cui era iniziato. Un evento così grande, in cui ora sono coinvolte molte fazioni siriane e stati mondiali, era iniziato da un evento molto piccolo. Cinque anni fa, in Siria, era tutto tranquillo. Unica cosa: accadevano tumulti in Tunisia e in Egitto, e da noi si sapeva. Era il 2011. Un giorno, tre ragazzini di una scuola di Dera, una scuola media superiore, hanno scritto sulla lavagna a mo' di sfregio, durante un cambio d'ora: “Non ci piace il presidente”. I professori sono andati su tutte le furie per questo episodio, che come vedete era davvero ridicolo, una cazzata.
Hanno chiamato la polizia, che ha portato i tre ragazzi in prigione e li ha torturati: hanno strappato loro le unghie dalle mani! I genitori di questi ragazzi erano sconvolti e si sono recati sia a scuola, sia alla polizia per chiedere scusa, per dire che non sarebbe successo mai più, ma che li lasciassero liberi. Sapete qual è stata la risposta? Andate a fare altri figli, perché questi non li rivedrete più.
Queste persone, le famiglie dei ragazzi, erano persone molto chiuse, molto tradizionali. Hanno fatto un gesto che per loro era estremamente difficile: si sono tolti le kefiah dal capo e le hanno posate sulla scrivania dell'ufficiale di polizia. Per loro, nella loro mentalità, era il segno massimo di prostrazione verso l'autorità, un'umiliazione completa, la sottomissione senza compromessi alla polizia. Hanno ripetuto, dopo questo gesto: “Vi preghiamo, rilasciate i nostri figli. Vi chiediamo perdono per ciò che hanno fatto, e vi giuriamo che non succederà più”. La risposta è stata nuovamente: fate nuovi figli, perché questi non li rivedrete.
La storia è girata su facebook e duecento persone vicine alle famiglie si sono radunate sotto la stazione di polizia, per chiedere la liberazioni dei ragazzi. Un manifestante è stato ucciso dalla polizia. Per questo fatto, il giorno dopo erano mille e la protesta si era estesa a Homs, dove ne hanno uccisi due. La situazione era ancora recuperabile per il governo. Sarebbe bastato destituire il capo della polizia di Dera, come chiedeva la gente, ma non lo fecero perché aveva un grado di parentela molto stretto con il presidente Assad. Così si giunse a 500.000 persone in piazza. A quel punto Assad, che è un uomo davvero furbo, ha creato Daesh, in modo da poter dire: ecco, vedete, l'opposizione in Siria è Daesh. Ma non era vero, le cose erano andate come vi ho detto.
Tu hai partecipato alle manifestazioni?
Sono sceso in piazza anch'io quando la polizia ha ucciso un mio amico. Non esiste che un giorno c'è un tuo amico e il giorno dopo non c'è più, senza alcun motivo. C'erano manifestazioni enormi, cose di massa. Poi ho visto che cominciavano a spuntare gruppi armati… Me ne sono subito allontanato, non era una cosa che faceva per me.
Pensi che ci siano state anche cause più profonde dell'episodio dei tre ragazzi?
Forse c'era qualcosa più grande di noi, e noi non lo sappiamo; ma per come lo abbiamo vissuto noi, è stato molto semplice, il governo aveva esagerato. La Siria, per me, era veramente un paese felice. Stavamo bene, avevamo gratis le migliori università del medio oriente, assistenza sanitaria efficiente e gratuita, prezzi molto bassi, qualità ottima del cibo. Non era come qui in Iraq, dove ogni momento salta la corrente e dai rubinetti non arriva acqua potabile. Dai nostri rubinetti arrivava acqua fresca di qualità ancora superiore a quella imbottigliata.
Avevamo una buona produzione industriale, in tutto il medio oriente si compravano i vestiti prodotti ad Aleppo. L'unica cosa, e lo sapevano tutti, era che nessuno doveva toccare il presidente. Era come un patto prestabilito tra Assad e il popolo: i siriani stavano bene e non erano toccati né dai problemi del Libano o della Palestina, né dalle guerre che hanno devastato l'Iraq; in compenso, però, dovevano sapere che la poltrona di presidente era sua e basta. I fatti di Dera hanno rotto questo equilibrio, perché le famiglie dei ragazzi avevano chiesto scusa, si erano umiliate di fronte alla polizia, eppure erano state trattate con disprezzo.
Tutte queste fazioni che sono sorte? Il coinvolgimento internazionale?
Questo è venuto dopo. Come dicevo, noi non possiamo sapere, né possiamo escludere, che gli americani abbiano iniziato a dare armi, che si siano introdotti interessi stranieri nella nostra rivolta. Ma è stato un passaggio successivo alla nostra mobilitazione, almeno per come lo vedo io. Oggi ciò che è rimasto è una guerra che spero finisca il prima possibile, perché sta soltanto distruggendo la Siria. Appena finirà, tornerò nel mio paese, perché è un paese bellissimo.
Ora, però, sei qui in Iraq, e sei mesi fa hai perso il lavoro.
Sì, e questo ha provocato in me una dura crisi esistenziale. Avevo deciso che, piuttosto che combattere in Siria, sarei andato in Europa clandestinamente, attraverso la Turchia e la Grecia. Mi sono trovato senza punti di riferimento, in una situazione oscura, ho cominciato a farmi molte domande sul senso della vita. Ho comprato dei libri di filosofia pensando questo mi potesse aiutare, ma è stato ancora peggio.
In che senso?
E' stata un'esperienza così brutta che ho difficoltà persino a parlarne, ne ho ancora paura adesso. Per tre mesi ho letto Aristotele e altri filosofi e ho cominciato a prendere in considerazione l'idea che Dio non esistesse: per me la vita stava perdendo completamente di senso. Se Dio non esiste, non c'è una spiegazione al mondo. Ho letto di varie teorie filosofiche ma non offrono mai delle prove, ad esempio si limitano a dire “il mondo è iniziato con il big bang”, ma non spiegano che cosa ha causato il big bang. Al tempo stesso provocano dei dubbi circa la religione che mi hanno fatto stare veramente male. Immagina che significa crescere dando per scontato che il senso del mondo è nella parola di Dio, che esistono il bene e il male, che c'è un'altra vita dopo questa e che la morte non è la fine di tutto – e improvvisamente dubitare di tutto questo.
Come è andata a finire?
Sono caduto in un enorme sconforto. Il peggiore dei filosofi che ho incontrato, quello che mi ha fatto stare più male, è stato Karl Marx. Quel tizio dice delle cose… Non voglio neanche pensarci. Per fortuna ho avuto il conforto di mio fratello minore, che è una persona veramente forte. Mi ha aiutato a uscire da quei tre mesi in cui avevo anche cominciato a bere e a passare le notti con delle ragazze. Mio fratello si era appena laureato in fisioterapia in Siria e mi aveva raggiunto, mi ha riportato sulla via della fede. Da allora sto bene, ma mi sento ancora un po' frastornato.
Grazie all'aiuto e alla compagnia di mio fratello ho anche trovato un lavoro in un centro commerciale. Ho un incarico direttivo in un supermercato, dove posso sfruttare le mie competenze universitarie, anche se, essendo sempre stato un atleta, mi manca l'esperienza. Mi hanno anche offerto un posto pagato meglio a Bassora, nel sud dell'Iraq, ma rifiuterò: non voglio trovarmi nella stessa situazione da cui sono fuggito.
A Bassora non c'è la guerra.
In teoria. Io sono sunnita, e laggiù i sunniti non sono ben visti; magari mi ucciderebbero dopo neanche un mese, come faccio a saperlo? Nel supermercato di Bassora della mia catena qualche mese fa un lavoratore ha un ucciso un collega.
Era sunnita?
No, entrambi sciiti.
Per questione religiose?
No, politiche. Gli sciiti hanno le loro fazioni e i loro partiti, e c'è sempre violenza. La nostra azienda ha spiegato che saremmo inseriti in un compound residenziale proprio di fronte al supermercato dove lavoreremmo, ma questo non annullerebbe i rischi. L'omicidio di cui parlavo prima è avvenuto sul luogo di lavoro. Inoltre non capisco che vita sarebbe stare sempre chiuso in casa per paura della gente: io voglio guadagnare, ma voglio anche vivere, altrimenti non ha senso. Qui ho anche ricominciato a giocare regolarmente a calcio, organizzo pure partite di basket con i curdi più simpatici che ho trovato qui. Insomma, sto meglio, e spero che la guerra in Siria finisca presto, per poter tornare.
Che cosa pensi dell'Iraq?
È un paese incredibile. Per l'aria che si respira, per questa atmosfera strong. Questa gente non ha mai avuto pace.
Prima del 2003, forse.
Neanche: prima del 2003 c'era l'embargo, e qui in Kurdistan c'era la guerra tra i curdi [Guerra civile del 1992-1998 tra Pdk e Upk, Ndr]. Prima ancora la guerra del 1991, le rivolte curde e sciite, e prima la guerra con l'Iran. Questo paese non ha mai avuto pace ai tempi di Saddam Hussein, né dopo. Per questo qui c'è questa tensione, la gente ha sempre avuto problemi, c'è sempre stata violenza. Guarda come tutti qui si comprano macchine grandi, Ford, Toyota o Nissan, perché hanno bisogno di qualcosa di strong per sentirsi forti e proteggersi dall'ambiente che li circonda.
Cosa pensi del Kurdistan iracheno?
Questa è gente che veniva sterminata sulle montagne e conosceva soltanto povertà e guerra, e la cui leadership nel 2003, improvvisamente, si è trovata ad essere ricca. Si sono trovati ad usare l'immensa quantità di petrolio del Kurdistan, ad essere multimiliardari. Il paese che hanno costruito adesso ha molti problemi economici, la gente sta male. L'economia è legata esclusivamente al petrolio, e appena si abbassa il prezzo del petrolio, le finanze del paese crollano.
Questo è anche dovuto alla scarsa lungimiranza dei leader curdi. Non hanno costruito un'economia, una produzione, delle fabbriche; hanno basato tutto solo sul petrolio, hanno costruito grandi hotel e centri commerciali. Questo sarebbe dovuto venire dopo, dopo lo sviluppo di un'economia vera; invece il Kurdistan importa i prodotti dalla Turchia, dalla Giordania, dal Libano, dal Qatar, e quintali di serie televisive idiote dall'India. Non esporta nulla se non petrolio. A chi governa il Kurdistan fa comodo avere un popolo di soli consumatori, ingannati dalle pubblicità dei centri commerciali, ma non è un buon investimento per il futuro.
Questo paese, come il tuo, è lacerato da conflitti che mettono al centro l'identità religiosa. Cosa ne pensi?
È molto negativo. Ci dovrebbe essere rispetto reciproco. I cristiani sono diversi da noi perché credono che Gesù sia risorto, e perché aggiungono a Dio anche il Figlio e lo Spirito Santo; tutto qui. Se ci pensi, è nulla. In Siria abbiamo sempre vissuto mescolati, io stesso sono stato sul punto di sposare una cristiana, mio zio lo ha fatto a sua volta. Qui in Iraq è diverso, purtroppo. Tutti i cristiani sono confinati ad Ainkawa, e ci sono conflitti tra sciiti e sunniti. Io sono sunnita, so come il conflitto con gli sciiti duri da quattordici secoli, e per me molti aspetti del credo sciita (in particolare la tendenza all'autoflagellazione) sono assurdi; ma gli scontri tra musulmani dovrebbero finire, come sono finiti quelli tra cristiani.
In materia religiosa ci dovrebbe essere totale libertà, almeno fino a che non si danneggiano gli altri. Se esco per strada nudo, creo un problema; ma se esco con i pantaloni più o meno attillati, non faccio male a nessuno. Personalmente non apprezzo le donne che vanno al lavoro vestite come se andassero a una festa, ma è una loro scelta, così come quella di portare il velo; semmai credo che chi porta il velo debba coprirsi davvero, non usarlo come un articolo alla moda; ma se non lo vuole usare, non lo deve usare. Per questo credo anche che la Francia sbagli a vietare il velo nelle scuole, così come sbaglia la Siria a impedire ai cristiani di portare collane con il crocifisso durante il servizio militare. Sono tutte limitazioni sbagliate della libertà.
Hai toccato un argomento molto delicato: le donne e la loro libertà. Quando ti sposerai, permetterai a tua moglie di lavorare?
Sì, lo permetterò. Solo, non in posti come il mio supermercato: là gli uomini sono pazzi, non hanno rispetto; sono pronti a rivolgere la parola a una collega, senza curarsi se è sposata o no. In Siria non ci sarebbe questo problema, ma purtroppo qui in Iraq c'è troppa gente che non sa come comportarsi. Però ci sono «respect companies», aziende che si dotano di una propria etica aziendale e fanno più attenzione al rispetto che alle donne è dovuto sul luogo di lavoro. Dal momento che io rispetterò mia moglie, vorrò che lavori in una di queste aziende; ma è una sua scelta se lavorare o no.
Un'ultima domanda: cosa pensi di ciò che viene chiamato “Occidente”?
Penso che gli Stati Uniti, e soprattutto il Canada, l'Australia e la Nuova Zelanda, siano i posti dove sarebbe meglio emigrare, dove l'economia è migliore e c'è più reddito, più lavoro. L'Europa non è agli stessi livelli, sebbene magari sia più bella da vedere e abbia più storia. L'Italia e la Grecia, ad esempio, sono paesi dove non si vive bene, dove c'è crisi economica; questo è risaputo. Per questo tutti, se vanno in Europa, vogliono raggiungere la Danimarca, l'Olanda, la Svezia, l'Inghilterra.
Il problema è che c'è tanta ignoranza; così come da voi molti pensano che noi siamo tutti come Daesh (anche se ammetto che abbiamo delle responsabilità per questo), così qui la gente pensa che l'Europa sia il paradiso, ma non è vero. Bisognerebbe viaggiare, vedere di persona, non fidarsi delle televisioni. Questo è difficile. So che un giorno, forse, dovrò decidere di emigrare in Europa. Allora avrò grandi difficoltà.
Non hai paura di finire annegato in mare, come tanti migranti in questi mesi?
No, non ho paura. Se avrò scelta, eviterò di correre questo rischio; ma come sappiamo, a volte la scelta non c'è.
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Le donne curde iraniane: “Aspettatevi la nostra rivoluzione”
Quando eravamo a Istanbul, i compagni della rivista Demokratik Modernité ci avevano avvertito: presto sentirete parlare delle compagne e dei compagni curdi iraniani tanto quanto oggi si parla del Rojava. Payman Viyan e Rozerin Kemanger sono i portavoce del Kjar (Congresso della società delle donne libere del Kurdistan orientale), e ci rechiamo a Suleimaniya per intervistarle. Qui, nel Kurdistan iracheno meridionale controllato dall'Upk, i movimenti della sinistra curda hanno una limitata agibilità. Il Kjar è un tentativo di riunire, in Iran e nel Kurdistan iraniano, tutte le donne decise a lottare contro “il razzismo, le discriminazioni di genere nelle diverse strutture sociali, il governo, il patriottismo e il nazionalismo, la religione, la scienza e la concezione patriarcale”. [Rojhelat.info]
Il Kjar agisce in tutto l'Iran, sebbene il suo centro di irradiazione sia il Rojhelat, “l'Oriente”, ossia quello che i curdi considerano l'est del Kurdistan, oggi compreso entro i confini iraniani (nel nord-ovest del paese). I curdi che vivono in Iran sono tra i cinque e i sei milioni; storicamente, sono gli unici ad aver proclamato (anche se per pochi mesi, prima di essere duramente repressi) uno stato indipendente, la Repubblica di Mahabad (1944). Le donne curde che animano questo congresso agiscono in sintonia con il Kodar (Congresso della libera società democratica del Rojhelat) e con il Pjak. Il Pjak è il Partito della vita libera in Kurdistan, creato nel Rohjelat nel 2004, di cui tanto Peyman quanto Rozerin fanno parte.
Dalla sua fondazione, come Kodar e Pjak, il Kjar fa parte dell'Unione delle comunità del Kurdistan (Kck) assieme al Pkk del Bakur-Basur e al Pyd del Rojava, e ai rispettivi congressi popolari Dtk e Tev-Dem, che hanno un corrispettivo curdo-iraniano nel Kodar. Il Kjar, come il Pjak, è dotato delle proprie forze armate e non partecipa al processo elettorale, considerando illegittimo il Consiglio dei guardiani della rivoluzione della Repubblica Islamica dell'Iran, che filtra l'ammissibilità delle liste elettorali. Assieme al Pjak, il Kjar è considerato organizzazione terroristica dall'Iran e da altri stati del medio oriente e del mondo. Ci sediamo con Peyman e Rozerin in un caffé e rivolgiamo loro alcune domande.
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Potete dirci qualcosa su come è nato il vostro movimento, sul vostro progetto politico e le vostre idee?
Rozerin: Siamo due militanti del Kjar. Il primo congresso del Kjar si è tenuto nel 2014. Prima esisteva il Yjrk (Donne unite del Kurdistan orientale). La differenza è che, se il Kjar mantiene un particolare radicamento tra le donne curde, si rivolge a tutte le donne dell'Iran. In Iran vivono molte comunità linguistiche: azeri, curdi, arabi, persiani, turcomanni; dal momento che all'interno di tutte queste comunità le donne fanno fronte a gravi problemi, il Kjar intende dare voce alle donne di tutte queste comunità, a tutte le donne che vivono in Iran.
La politica del governo iraniano non è accettabile. Il personale politico delle attuali istituzioni è composto da esponenti di tutte le comunità, ma impone un potere oppressivo alla società iraniana. Le donne del Kjar hanno un diverso orientamento politico e sono una grande opportunità per il Kurdistan. In passato le donne curde iraniane erano focalizzate sostanzialmente sul Rojehlat, ma oggi sono attive in tutto il Kurdistan. Come donne curde abbiamo un grande potenziale in Iran, ma il regime non ci permette di avere accesso alla vita pubblica. Il coordinamento del Kjar è composto da nove donne. Non sono soltanto le donne del Pjak che animano il Kjar, anche altre; anche quelle vicine a movimenti curdi come il Pdk-Iran e Komal possono partecipare se lo desiderano. La nostra base è Qandil [area montuosa dell'Iraq orientale, al confine con l'Iran, Ndr], ma la nostra azione si dispiega su tutto il Rojhelat e su tutto l'Iran.
Come vivete lo scontro con il regime iraniano?
R: La maggior parte delle donne iraniane accettano la politica del regime, ma è perché non hanno alternative. Per questo molte donne giungono al suicidio, anche pubblico, dandosi fuoco. Il Kjar intende offrire un'alternativa alle donne iraniane. Siamo dotate delle nostre forze armate, le Hpj, che contano migliaia di combattenti sulle montagne; esistono diverse commissioni del congresso, ad esempio per le giovani, per gli aspetti medici, per quelli diplomatici e per le relazioni esterne. Abbiamo anche il settore sociale, che si chiama “Salva te stessa”. Il Kjar si rapporta con il Kodar (Congresso della libera società democratica del Rohjelat), anche se il Kodar è composto da donne e uomini, il Kjar soltanto femminile. Ciò che ci avvicina al Kodar è la comune ideologia, ossia il pensiero di Abdullah Ocalan.
Le combattenti del Kjar sono un esempio per tutto il mondo. Ciononostante, subiamo una dura repressione da parte del governo iraniano. Diversi compagni e compagne del Pjak e del Kjar hanno subito la pena capitale, di recente, in Iran: ad esempio Shirin Alamhvli, Ferzad Kaman, Ferhad Vakili, Ali Heyder. Sono stati uccisi nonostante non facessero parte della nostra ala armata, ma fossero semplicemente militanti politici. Le loro esecuzioni sono avvenute nel 2010.
La compagna Zeyneb Celaliyan è in prigione dal 2008 e ha gravi problemi di salute, ma il governo non accetta di permettere che possa avere le cure di cui ha bisogno. Zeybeb è accusata di essere parte del Pjak, ma noi non lo accettiamo, Zeybeb è una donna impegnata nella politica, non una guerrigliera. Esiste una campagna estesa a tutto il mondo, portata avanti anche in Europa e negli Stati Uniti per la sua liberazione, anche con raccolte di migliaia di firme, ma il governo ha al contrario inasprito le sue condizioni di detenzione. Zeyneb è un grande esempio per tutte le donne, per la libertà. La capacità di resistenza che sta dimostrando è enorme. Inutili sono stati i tentativi del governo di ottenere da lei una dissociazione dal nostro movimento.
I nostri combattimenti con l'esercito iraniano sono frequenti. Zilan Pepula è stata la prima martire del nostro movimento femminile quando, nel 2006, si chiamava ancora Yjrk. L'idea che ci anima è continuare sempre, tutti i giorni, non fermarsi mai; ma dobbiamo dire che il governo ha la stessa tenacia.
Quali sono i principali problemi delle donne iraniane?
R: Il governo non vuole che le donne siano attive; le vuole a casa, lontane da ogni attività sociale o politica: è un'ideologia pensata per gli uomini; l'identità islamica viene usata per gli uomini contro le donne. Nelle famiglie iraniane, attualmente, le donne possono lavorare soltanto con il permesso del marito.
Ci sono diversi casi di cronaca che mostrano quale sia la situazione che viviamo. Una donna, Rihani Jabari, è stata condannata a morte e uccisa per essersi difesa dall'aggressione di un uomo, che è culminata con la morte dell'aggressore. E' successo a Mahabad. Farinaz Kosteiani è stata aggredita da un albergatore che ha tentato di stuprarla, e per sfuggirgli si è gettata dal quarto piano, uccidendosi. L'aggressore non è mai stato processato e il governo ha detto che il problema era della donna.
Su un piano diverso e meno cruento, sono note anche limitazioni per quanto riguarda l'abbigliamento.
R: In Iran non potremmo mai vestirci normalmente, come facciamo qui, nel Kurdistan iracheno. Dobbiamo uscire sempre velate, soltanto il volto può restare scoperto.
Mettete in piedi anche dei progetti per l'indipendenza economica delle donne?
R: C'è un progetto importante su questo, ed è legato al settore sociale del Kjar, cui abbiamo accennato.
Quali altre attività organizzate?
R: Alle donne è proibito cantare in Iran; questo non è accettabile, quindi organizziamo anche attività culturali. Le donne curde non possono parlare la loro lingua, quindi organizziamo attività linguistiche. Le donne hanno un diritto naturale a esercitare un ruolo importante nella vita sociale, ma il governo reprime ed elimina questo diritto.
Un altro nostro importante sforzo riguarda la lotta nel resto del Kurdistan. Le donne di Kobane e del Rojava sono un grande esempio per noi, per questo molte donne curde d'Iran, ed anche molte persone, davvero tante, da tutto l'Iran sono andate a combattere in Rojava. La ragione è che crediamo nelle istituzioni che il Rojava sta costruendo e ci riconosciamo, come detto, nel pensiero di Apo [Abdullah Ocalan, Ndr].
Abbiamo avuto molte martiri in Rojava: Amir Karimi, Ilam Kehor, Dicle Selmas, Rojan Urumije, Uiyar Maku solo per citarne alcune. Uiyar Maku era anche una cantante molto nota in Iran, potete cercare le sue canzoni su youtube.
Quando avete avuto gli ultimi combattimenti significativi con l'esercito iraniano?
R: Nel 2011 l'Iran ha bombardato il monte Qandil in Iraq, tentando di indebolirci, e ci sono state anche incursioni di terra, ma la battaglia è stata a noi favorevole. Ci sono stati scontri armati e bombardamenti anche entro i confini iraniani. Da quella volta l'Iran ha valutato diversamente la forza della nostra organizzazione e non ci sono stati più attacchi, ma siamo pronte a difenderci se sarà necessario.
Un articolo su Wikipedia dice che un rappresentante del Pjak è volato a Washington, alcuni anni fa, per carcare l'appoggio degli Stati Uniti. E' vero?
E' un'assoluta falsità. Noi siamo indipendenti e non abbiamo relazioni con nessun governo, compreso quello degli Stati Uniti. Combattiamo contro il governo iraniano, ecco tutto. Nessuno del Pjak è mai andato a Washington. Wiki dice che il Pjak è un piccolo gruppo, ma come può un piccolo gruppo combattere l'Iran? La pagina è palesemente stata creata dal governo. L'Iran ha paura di noi, per questo usa questa propaganda; è tipico delle dittature mentire per screditare il proprio avversario.
In questo momento il medio oriente vede la presenza più o meno massiccia di truppe europee, statunitensi, russe. Qual è il vostro giudizio su questo tipo di presenza?
Peyman: I curdi esercitano un ruolo importante nel medio oriente, quindi tante potenze straniere vengono qui, ma soltanto per i loro interessi. L'esempio più evidente del genere di ruolo che queste forze hanno in questa regione sono stati gli accordi di Sykes-Pikot dopo la prima guerra mondiale, che hanno ridisegnato stati e confini secondo l'agenda europea. Nulla di buono può venire dalla presenza o dall'azione di queste forze.
Adesso gli Stati Uniti sono spaventati dall'evoluzione del fenomeno Daesh, soltanto per questo svolgono un'azione aerea, ma sono i curdi che combattono sul terreno. Se davvero avessero a cuore il destino dei popoli, oggi dovrebbero intervenire per fermare il massacro in Bakur, cosa che non avviene; eppure, se c'è un attentato ad Ankara, tutti si preoccupano e tirano fuori il problema del «terrorismo».
Noi chiediamo: che cos'è ciò che sta facendo il governo turco in Bakur, se non terrorismo? Per le forze speciali anche il feto nel grembo di una donna incinta è terrorista, perché curdo. Se esiste una forza reale, oggi, in medio oriente, ed è la gente che combatte e lotta nelle quattro parti in cui il Kurdistan è diviso. Questa è forza.
Ora, improvvisamente, Stati Uniti e Iran sono diventati amici, ma tutto questo non riguarda le popolazioni dei due paesi: i rispettivi governi se ne fregano delle popolazioni. Ciò che esprime forza reale in questo momento sono le donne e gli uomini che combattono Daesh in Kurdistan. Nessun reale aiuto può venire dalle forze straniere. La gente in Iran soffre. Nel frattempo, in Bakur e Rojava c'è la guerra. Il governo iraniano ha molta paura che ciò possa accadere anche nel Rojhelat.
Che cosa pensate dell'idea proposta da Ocalan, di istituire una forma di convivenza basata sul «confederalismo democratico»?
P: E' ciò che stiamo facendo in Rojehlat, è ciò per cui esistiamo politicamente. Stiamo costruendo il confederalismo democratico e l'autonomia democratica nel Kurdistan iraniano, attraverso il congresso generale e quello delle donne. Progettiamo scuole in lingua curda o nelle lingue native di altre popolazioni iraniane, esattamente come accade in Bakur e Rojava. E' un inizio, un progetto, e la repressione è forte: ma noi cominciamo questo processo.
Credete che ci sarà una rivoluzione in Iran?
Rozerin: Certo! Questo è sicuro. Bisogna solo vedere quando. Il governo ha molta paura di ciò che può accadere in Rojhelat. Stiamo solo aspettando... ma voi aspettatevi la nostra rivoluzione.
Siete molto determinate. Non credete che lo stato iraniano sia troppo forte per permettere una cosa del genere?
R: Non potete neanche immaginare che cosa il Rojava ha messo in moto nel Rojhelat...
Nel corso di questo viaggio abbiamo incontrato anche donne palestinesi, a loro volta impegnate in una dura lotta di liberazione. Volete mandare loro un messaggio da donne curde iraniane che combattono per la libertà?
Peyman: Lottiamo per la libertà di tutte le donne e di tutti i popoli, le donne palestinesi lottano per la loro libertà, sono combattenti e sono martiri. Combattono per aumentare il proprio potenziale, la propria libertà e il proprio potere. La loro è una lotta vittoriosa. Hanno diritto a vivere una vita libera, e in ogni caso noi crediamo nel potere popolare, e la lotta che hanno costruito negli anni Cinquanta e Sessanta in Palestina è un'eredità importante per tutti da questo punto di vista.
Quando diciamo questo non intendiamo rigettare Israele, ma Israele deve dare al popolo palestinese il potere che gli spetta. Non sentiamo ostilità nè per la popolazione palestinese, nè per quella israeliana. Tutte le persone e tutte le idee possono trovare un luogo dove vivere. Sono i governi che sbagliano, non i popoli. Ci auguriamo che queste persone possano trovare la pace.
Per concludere, potete dirci come siete arrivate a questa scelta rivoluzionaria, che cosa vi ha spinto ad abbracciare un sentiero così bello ma pericoloso?
Peyman: Da adolescente vivevo in Rojhelat e vedevo ogni giorno qual era la violenza che il governo iraniano imponeva alle donne. Quando ho letto i libri di Apo e ho conosciuto le idee della guerriglia, ho deciso di andare a combattere in montagna anch'io. Avevo 17 anni. Adesso sono undici anni che svolgo la mia attività politica per quest'organizzazione in Iraq.
Rozerin: Per me un fattore scatenante sono state le notizie riguardanti le esecuzioni capitali. Ogni volta che vengo a sapere che qualcuno è condannato a morte, ne soffro. Quando sono venuta a conoscenza delle idee di Abdullah Ocalan, all'università, ovviamente per vie nascoste, ho pensato di avere un grande potenziale, di avere in me una grande forza per combattere le dittature, e che per me sarebbe stata una grande opportunità iniziare a combattere, e adesso non smetterò mai: combatterò per sempre.
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Singal: quel che i peshmerga (non) dicono
Nota: Questo reportage è stato realizzato alcuni giorni prima dell'operazione per la liberazione di Mosul, che coinvolge anche la città di Tel Afar, da parte delle forze autonome di Pkk e Ybs e di quelle statali dei peshmerga e dell'esercito di Baghdad. Tutti i nomi, ad eccezione di quello di Massud Barzani e quello di Kasim Shesho, sono nomi di fantasia]
A un'ora di viaggio da Duhok, nell'Iraq settentrionale, il tassista si ferma e parcheggia la macchina ai limiti del deserto. “Devo pregare – dice – perché andiamo a Singal”. Conquistata dallo stato islamico nel 2014, liberata dal Pkk e dalle unità di liberazione ezide (Ybs) nel 2015 e occupata dai peshmerga del Pdk (partito al potere nel Kurdistan iracheno) nello stesso periodo, la città è linea del fronte con i miliziani di Daesh, punto più intenso del conflitto politico in Kurdistan e scenario allucinante dell'orrore prodotto dalle politiche delle superpotenze. Costeggiando il confine con la Siria, avvicinandoci ai monti da cui la città prende il nome, i segni delle violenze dei miliziani salafiti si presentano ai nostri occhi: villaggi distrutti, case bombardate, insediamenti abbandonati. I check-point dei peshmerga si fanno sempre più frequenti, producendo un'atmosfera di guerra, la cui intensità aumenta procedendo verso sud.
Sono calate le tenebre e saliamo da nord sulla montagna dove i villaggi ezidi (nome di una rara confessione religiosa sincretica, diversa tanto dal cristianesimo quanto dall'islam, e per questo da sempre perseguitata) sono trasformati da quasi due anni in grandi baraccopoli. Pareti di compensato, tetti di lamiera, fuochi, lampade ad olio: così vivono le persone che hanno dovuto fuggire dalle loro case, inseguite da fanatici che intendevano sterminarle o ridurle in schiavitù con la scusante della loro diversa religione; un destino che, a molti loro concittadini, è stato in effetti (ed è tuttora) riservato. Queste sono le famiglie tradite dal generale dei peshmerga Kasim Shesho (anch'egli ezida, ma fedele al Pdk di Massud Barzani) che, per ragioni tutt'altro che chiare, ordinò alle proprie truppe di ritirarsi prima dell'arrivo dell'Is, dopo aver per giorni rassicurato la popolazione e averla (secondo diverse testimonianze) disarmata quasi totalmente.
È freddo, sebbene sia marzo inoltrato: in queste zone semi-desertiche, calde di giorno e fredde di notte, enormi slums seguono la forma dei rilievi, con la gente che si stringe in piccoli ripari debolmente illuminati e bambini che scorrazzano per strade buie assieme ai cani. Due distese di luci si notano a valle: Singal a ovest e Tel Afar a est, città ancora in mano allo stato islamico. In mezzo, la linea del fronte; ancora più a est, Mosul, capitale irachena dell'Is, ormai circondata da forze avversarie. La catena montuosa su cui viaggiamo, ribattezzata “Sinjar” dopo la lunga e inesorabile colonizzazione araba del Kurdistan meridionale, scende per tornanti ripidi che conducono alla città.
È la strada da cui scesero incolonnati i mezzi del partito dei lavoratori del Kurdistan nell'agosto 2014, quando accorsero a difendere la popolazione rimasta intrapolata tra la città e la montagna, dove non pochi furono i morti per la fame e gli stenti.
Ai limiti della città compaiono i colori delle Hpg (unità militari del Pkk) e i guerriglieri in caratteristici abiti curdi. Qualche isolato più avanti gli Asaysh – polizia del Pdk – ci accompagnano nel loro ufficio per l'identificazione di rito. Il Kurdistan iracheno è l'unico “stato” presente qui, e controlla la burocrazia degli accessi. Tutto è sottoposto a rigide procedure militari: la città è disabitata, soltanto le diverse forze armate che se ne spartiscono il controllo possono, ad oggi, attarversarla o farla attraversare: dal Rojava, sono le Ybs ezide alleate del Pkk ad avere un sostanziale controllo delle strade; dal Kurdistan iracheno, i peshmerga. A sentire i media internazionali, soltanto questi ultimi (alleati di Stati Uniti ed Europa) sono presenti qui, dopo aver “liberato” da soli la città. Il ruolo e la presenza di Pkk e Ybs è censurato e misconosciuto: reali combattenti della prima e dell'ultima ora contro lo stato islamico, ma indipendenti da qualsiasi governo e animati da idee rivoluzionarie, secondo la narrazione embedded imposta al mondo (che ogni giornalista sa di dover seguire a puntino) non dovrebbero, in effetti, neanche esistere. [La stessa censura incontra in queste ore il ruolo di Pkk e Ybs nella battaglia di Mosul, Ndr].
Gli Asaysh di Barzani non la pensano diversamente. Indagano sulle ragioni del viaggio, si accigliano alle domande sulla guerriglia, vorrebbero rendersi “ospitali” imponendoci la loro asfissiante presenza. Prendiamo posto, invece, in una delle tante case semidistrutte e abbandonate (ma non da topi e zanzare) che sarà difesa nella notte da Heder, ragazzo ezida di ventitré anni, che pure ha avuto il tempo di sposarsi e fare quattro figli. Di pochissime parole, l'aria perennemente triste e spiritata, vive con la famiglia in uno dei tanti campi profughi costruiti dal Pdk a Duhok e, disoccupato, veste qui la divisa dei peshmerga. “Neanche mi pagano. Siamo tutti volontari. Faccio dieci giorni qui e dieci al campo, alternativamente”. Due grosse esplosioni squarciano il silenzio, facendo tremare i vetri di tutta la città: lo stato islamico ha fatto esplodere due autobomba in un villaggio vicino. Seguono colpi di mortaio. La casa di Heder si trova in uno di quei villaggi, ancora in mano all'Is; non sa chi ci sia dentro, né se sia ancora in piedi.
Gli chiediamo se aveva dei rapporti con le persone che gli hanno fatto questo, con le popolazioni arabe dei villaggi circostanti. Sì, è la stringata risposta. Non hai più visto nessuno di loro, da allora? “No”. Difficile descrivere il suo sguardo perso nel vuoto, sprofondato forse in cose che non vuole o non può spiegare. Il 3 agosto 2014 centinaia di arabi della zona accompagnarono i miliziani dell'Is nella loro incursione, compiendo in prima persona ogni genere di crimine sui propri vicini di casa. Gli ezidi rifugiati nella provincia di Duhok ci hanno detto che i rapporti, prima di quel giorno, erano “normali”. Difficile comprendere cosa significhi. “Era gente cui dicevamo 'Buongiorno' ogni mattina” ci hanno spiegato, palesemente abituati all'incredulità degli interlocutori. Per chi, come Heder, è stato arruolato nelle strutture gestite da Barzani, non ci deve esser stata molta scelta su quale divisa indossare; ma ha combattuto anche a contatto con Pkk e Ybs, perché faceva parte delle unità che hanno attaccato dalle montagne. Sono brave persone, gli chiediamo? “Sì, sono brave persone”.
Il mattino seguente, durante la colazione al quartier generale, un alto ufficiale si abbandona a qualche confidenza: “Mi sono diplomato all'accademia militare di Saddam a inizio 2003. Pochi mesi dopo ho iniziato a lavorare per l'intelligence americana. Il generale che mi diede il diploma è in prigione ancora oggi”, ridacchia. Anche lui è ezida; tutti i peshmerga di Singal sono ezidi ormai: è l'unico modo per mantenere in vita questo corpo militare nella zona, dopo il tradimento del 2014. “Non ci possiamo fidare dei curdi” dice Khalis, un commilitone di Heder. Il presidente Barzani ha sostituito i curdi musulmani con volontarii ezidi prelevati dai campi, e li ha mandati a combattere sotto la stessa bandiera che li aveva fatti massacrare due anni fa; oltre che, incredibilmente, sotto lo stesso comandante, Kasim Shesho. Nessun mezzo d'informazione ha mai raccontato, né racconterà, tutto questo. Il perché lo spiega l'alto ufficiale: “Questo è un film. L'America è il regista”.
Non è una teoria della cospirazione. La direzione delle operazioni è prerogativa degli Usa. “Non vi chiedete perchè non attacchiamo Tel Afar? Basterebbero due ore per chiudere questa vicenda”. La politica globale odierna si progetta in termini di governance: ha tempi dilatati. L'Is è un fenomeno pericoloso, ma provvidenziale per porre un freno all'influenza iraniana sull'Iraq, dopo che gli sciiti del sud hanno occupato le istituzioni del nuovo stato. Gli Stati Uniti non lo rimpiazzeranno fino a che non sarà pronto un ceto politico in grado di guidare nuove, fedeli istituzioni sull'area che esso controlla. Questo è il work in progress statunitense alla fine del mandato Obama; e questo giustifica ogni attesa. Il terrore instillato dall'Is, d'altra parte, non può che indurre le popolazioni ad essere più collaborative (leggi: sottomesse). Sono equilibri militari ed energetici mondiali: e che milioni di persone restino intrappolate tra folli sevizie e decapitazioni dispiace, penseranno a Washington, ma il governo del pianeta – il suo dominio – è una scienza complessa.
Ecco allora Heder riempire con Khalis le ore vuote della vita da caserma, scambiare messaggi con la moglie e aspettare un ordine dall'altro capo del mondo per provare a riprendersi casa sua; poi, spera, il suo servizio nei peshmerga gli frutterà un lavoro, se non la morte. Perchè Barzani non ha difeso Singal, gli chiediamo? “Non lo so”: sente il termometro della domanda, ma sembra anche trovarla ridondante. Ci accompagna in mezzo alle rovine, alle case squartate, ai palazzi crollati; ha l'aria di camminare come se fosse in un limbo. Entriamo nei quartieri controllati dal Pkk. Le ragazze dell'Yja-Star (unità femminili del partito) si precipitano fuori dalla loro base, per capire chi è il soldato che ha deciso di avventurarsi fin lì da solo, a piedi, nonostante l'uniforme che indossa. Lui le saluta senza scomporsi, lo sguardo sempre perso nel vuoto. Loro rientrano, ridendo un po' stupite. Non è che un ragazzo di Singal, avranno pensato, la cui vita è stata stritolata da strategie incomprensibili e lontane, finita in mezzo a scontri a cui avrebbe preferito non partecipare, e protagonista suo malgrado di un “film” che non avrebbe mai voluto vedere.
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Ezidi, Ezidistan: non esistono “popoli buoni”
(Vedi anche qui sopra: "Singal: quel che i perhmerga (non) dicono")
[Nota: Pochi giorni dopo la realizzazione di questo reportage, le unità ezide Ybs, assieme al Pkk, hanno preso parte ai combattimenti per la liberazione di Tel Afar e Mosul, nei pressi di Singal, cui partecipano anche peshmerga ed esercito di Baghdad. I nomi degli intervistati ezidi sono nomi di fantasia].
Rani fa irruzione nella stanza e chiede se qualcuno lo vuole accompagnare alla linea del fronte: lo stato islamico ha appena colpito le trincee con venti razzi, tra cui alcune armi chimiche, e otto di essi hanno raggiunto diversi quartieri della città. È farmacista, uno dei pochi civili autorizzati a stare a Singal, a supporto delle unità peshmerga che contendono il controllo dei quartieri al Pkk (partito dei lavoratori del Kurdistan) e alle Ybs (unità ezide per la liberazione di Singal, ad esso alleate). Lungo la strada si aggiunge Johnatan, operaio statunitense originario della Pennsylvania, arrivato a dicembre, dice, per ristrutturare le vetrate di alcuni edifici. “L'Is bombarda la città soprattutto in giornate novolose come questa, o di notte: con la scarsa visibilità i jet statunitensi hanno bisogno di circa mezz'ora per individuare e colpire le postazioni di lancio”. Un lasso di tempo relativamente breve, che spiega il carattere poco accurato, perché affrettato, dei lanci dello stato islamico, che in tutta la giornata non hanno causato neanche un ferito.
Le carcasse dei razzi hanno lasciato strane macchie sul suolo, che secondo Rani sono prova dell'arricchimento chimico del loro contenuto. Un infermiere, nel vicino ospedale, mostra una scheggia che gli è entrata in camera poche ore prima. La strada per il fronte dura cinque minuti in auto. Rani ci presenta ai peshmerga dietro una trincea fatta di sacchi sabbia, che sa di prima guerra mondiale; dall'altro lato le linee dell'Is, distanti circa quattro chilometri; in mezzo, la larga distesa della terra di nessuno. L'armamento dei peshmerga è leggero – bombe a mano, kalashnikov – ma lungo la strada abbiamo incrociato due o tre enormi mortai nuovi di zecca (alcune parti ancora incelofanate) che gli ufficiali non sanno o non vogliono dirci chi abbia fornito al governo regionale del Kurdistan. Saranno spostati a breve sulle montagne e colpiranno le linee nemiche per circa due ore, durante la notte.
“Sono stato insignito del comando di questa truppa perché sono a capo di uno dei più potenti clan ezidi della città”, dice un uomo anziano con il capo coperto da una lunga kefiah. “Non chiedetemi se muoveremo verso Tel Afar, o quando sarà sferrato l'attacco a Mosul: queste sono cose che decidono gli americani”. Più che in strategia militare, è ferrato in chiaroveggenza: “Per noi ezidi i sensi sono fonte di verità, come per i cristiani la bibbia, per i musulmani il corano. Il genocidio di due anni fa era stato profetizzato dai nostri uomini di religione”. Previsto o no, quello del 2014 è stato il settantacinquesimo genocidio subito dalla popolazione ezida nella sua storia. Antico culto di origine zoroastriana, basato originariamente sul culto del sole, lo ezidismo è divenuto nel tempo una religione monoteista in cui la divinità è attorniata da figure angeliche, una delle quali talvolta in dissenso, talvolta in obbedienza con il messaggio divino. Cristiani e musulmani, nel corso dei secoli, hanno per questo talvolta accusato gli ezidi di politeismo, talaltra di satanismo (l'angelo ribelle sarebbe analogo al demonio biblico).
Dopo la presa di Mosul, nel giugno 2014, lo stato islamico occupò Singal, seminando il panico tra la popolazione. Massacri, stupri di massa, fosse comuni, riduzione in schiavitù e deportazione (e conversione forzata) di migliaia di donne e bambini seguirono lo shock dell'invasione del 3 agosto, in seguito alla quale in migliaia si rifugiarono sulle montagne fuggendo in auto o a piedi. I più fortunati incrociarono i militanti del Pkk e delle Ypg, che li trassero in salvo; molti altri trovarono la morte per fame e per sete, sotto il caldo torrido, dopo giorni di isolamento sulle catene montuose. Benché, per ragioni prettamente politiche, si sia evitato di parlarne sui grandi mezzi d'informazione, gli ezidi incolpano di questo evento non soltanto gli arabi (molti abitanti dei villaggi vicini supportarono l'Is nel massacro) ma anche i curdi: il presidente del governo regionale del Kurdistan iracheno, Massud Barzani (alleato di Stati Uniti ed Europa, e perciò intoccabile dai media), ordinò infatti ai peshmerga di stanza a Singal di ritirarsi senza combattere, lasciando improvvisamente indifesa la popolazione.
Il comandante, a sorpresa, non si sottrae alla domanda sulle responsabilità del Pdk di Barzani nell'eccidio. La risposta è in parte sibillina: “Quando un partito vuole diventare grande, cosa sono per esso migliaia di morti?”. Gli ezidi – come gli armeni, o gli assiri – hanno vissuto molte volte, nella loro storia, non soltanto l'indifferenza, ma la violenza delle tribù musulmane curde. “La nostra lingua è il curdo – spiega Rani – ma non possiamo dirci curdi. I curdi sono musulmani: non c'è differenza tra loro e gli arabi, quando si tratta di attaccare gli ezidi, o di farli massacrare”. Chiediamo al comandante cosa pensa del Pkk, che intervenne ad aiutare la popolazione durante il massacro di due anni fa. La risposta non potrebbe essere più diretta: “Il Pkk è un grande pericolo per il nostro popolo. Insegnano ai nostri ragazzi che Dio non esiste. Sono come Daesh: Daesh veste le prigioniere ezide come se fossero arabe, il Pkk veste le combattenti curde come fossero ezide”.
Il riferimento è alle Ybs, unità partigiane promosse dal Pkk subito dopo il massacro del 3 agosto. Migliaia di sfollati furono inquadrati e addestrati sulle montagne per riconquistare la città e salvare i prigionieri nel centro abitato. Per un anno le Ybs, assieme al Pkk, hanno combattuto nella periferia nord della città, e infine l'hanno liberata il 13 novembre del 2015 (poche ore prima gli attacchi dell'Is a Parigi) mentre anche le nuove unità peshmerga di Barzani (riqualificate con soldati provenienti dalle famiglie ezide dei campi profughi della provincia di Duhok, amministrati dal Pdk) entravano in città e prendevano possesso del suo costone sud-occidentale. Come spesso accade in questi casi, i detrattori accusano le Ybs di non essere unità autenticamente “ezide”, ma un mero “prestanome” del Pkk; e che un partito laico e d'impostazione socialista come il Pkk possa essere malvisto da alcuni, nella comunità ezida (ad esempio da un capoclan come il comandante peshmerga) non è una sorpresa: la cultura dei perseguitati fa proprie, qui, concezioni reazionarie dell'organizzazione sociale, incluse poligamia, endogamia e una rigida divisione della società non solo in classi, ma addirittura in caste.
Se le illazioni che abbiamo raccolto sulla lapidazione delle donne che intendevano abbandonare la comunità ezida, o sull'ostracismo verso quelle violentate (anche dall'Is) non hanno trovato conferma evidente, tutti gli ezidi da noi intervistati – nel Bakur come nel nel Basur – hanno confermato che è rigorosamente vietato, tanto per l'uomo quanto per la donna, sposare qualcuno che appartenga a un'altra religione, e addirittura ad un'altra casta in seno alla comunità. Sembra che il primo divieto affondi le sue “ragioni” tanto in preoccupazioni sociali (il progressivo regresso demografico ezida: la popolazione conta oggi poco più di un milione di appartenenti, la metà dei quali a Singal) quanto cultuali (la religione possiede tratti esoterici, conosciuti soltanto dai membri della comunità). “Qualcuno dice che esistono ezidi che hanno sposato persone di un'altra religione, o senza Dio – racconta Rani – ma io non lo credo. Forse quelli che sono emigrati in Europa possono averlo fatto, ma non quelli che sono qui. Avrebbero i loro problemi...”.
Gli ezidi, ci hanno spiegato i profughi provenienti da Singal a Dawodiya, sono una popolazione tradizionalmente interessata alla scienza: non è difficile trovare tra loro medici, scienziati, poliglotti. È un'altra ragione dell'odio delle altre comunità, convinte che gli ezidi si ritengano superiori (un po' come si dice degli ebrei). Ciononostante anche medici, scienziati e comandanti sul fronte non esitano a fare proprie credenze a dir poco surreali: “I miei sensi – continua, consapevole di essere intervistato, l'inconsueto militare – mi dicono che presto una catastrofe naturale si abbatterà sul genere umano, e questo sarà un segno; dopo questo segno, tutti i musulmani del mondo si coalizzeranno contro gli ebrei, e li stermineranno; allora tutti i cristiani si coalizzeranno contro i musulmani, e li stermineranno, così che il mondo resterà popolato soltanto da cristiani ed ezidi”. Bell'immagine (si fa per dire); ma appare comprensibile che, se è vero che degli atei non c'è traccia né prima né dopo, in queste apocalittiche preveggenze, secondo alcuni il Pkk farebbe meglio a stare lontano da Singal. “Non andate a intervistarli – si premura di ammonirci il comandante – vi uccideranno”.
Quando Singal, da città liberata, è divenuta contesa, il Pkk ha condannato l'annessione di essa (formalmente appartenente all'Iraq) al Kurdistan di Barzani, sostenendo che la popolazione ezida avrebbe dovuto poter praticare forme di autogoverno e divenire una realtà federale, lo “Ezidistan”, piccolo tassello del nuovo medio oriente che i guerriglieri curdi immaginano secondo linee sussidiarie e confederali. Quando chiediamo a Rani, una volta abbandonato il fronte, perchè sostenga i peshmerga nonostante il tradimento di Barzani nel 2014, sfiora la crisi di pianto: maledice il presidente dicendo che adesso, dopo aver messo in prima linea gli ezidi, rifiuta di inserirli a tutti gli effetti nella catena di comando del governo, in perseverante segno di disprezzo. “E' un musulmano: i musulmani non cambieranno mai. Ho studiato all'Università di Duhok, in Kurdistan, ed è stato terribile: gli studenti curdi non hanno mai smesso di emarginarmi, perché ero ezida”. Perchè non sostieni il Pkk, le Ypg, che sembrano diversi? “Sono curdi pure loro. Non possiamo fidarci. Ma non scrivete il mio vero nome sul reportage [precauzione che abbiamo preso, Ndr]: se i peshmerga scoprono che dico che gli ezidi non sono curdi, ci mettono un attimo ad arrestarmi”.
La sorte non poteva essere più ironica, terminata la conversazione: a fermarci per un controllo mentre Rani ci accompagna a casa è un furgone delle Ybs ezide: il farmacista, noto per essere collaboratore dei peshmerga, ha sconfinato nel settore avverso. Si scusa visibilmente impaurito, con deferenza e imbarazzo, prima di essere lasciato andare con un sorriso. “Vedete? È la mia città, ma sono meno di un turista”. Ezidi arruolati o allineati con forze politiche opposte si fronteggiano nella loro Singal, lungo le faglie di una contrapposizione curda (Pkk contro Pdk). Tuttavia, nello sradicamento e nella contaminazione non sempre troviamo i germi della sofferenza. L'ateismo che i clan ezidi temono dal Pkk è curdo ma non musulmano, come il socialismo che ispirò i primi militanti attorno a Ocalan fu turco ma non kemalista, e il marxismo che ne ispirò i tratti ebbe origini russe e antenati tedeschi, sebbene nessuno in questa catena avesse pensato, o agito, libero dal tradimento verso la propria identità o tradizione. In ogni oppresso si annida anche la figura dell'oppressore. Non esistono popoli uniti perché non esistono popoli buoni. L'uguaglianza delle donne, l'amore libero da imposizioni, la società libera dai clan sono idee che oggi si aggirano a Singal – grazie al fantasma del Pkk.
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Singal: trasfigurazioni della guerriglia
Il sole è appena sorto su Singal quando attraversiamo la distesa di rovine dei quartieri settentrionali. Una forma si staglia sul tetto di un edificio a quattro piani, talmente immobile da non sembrare umana: invece è una compagna seduta per il turno di guardia, con il mitra a tracolla. Appena sente il nostro richiamo, si alza in piedi e scende ad aprirci la porta sul cortile. Nel giro di cinque minuti, siamo circondati da un folto gruppo di ragazze delle Yja-Star, le unità armate femminili del Pkk. Nessuna di loro parla altra lingua se non il curdo e il turco, ma sono felici di offrirci un té. L'atmosfera che emanano queste donne è difficile da spiegare: è come se l'aria stessa fosse donna, nei luoghi che hanno impregnato della loro presenza. Poco dopo, due furgoni si fermano lungo la strada: scende Aged, comandante delle Ybs, le unità ezide formate nel 2014 per liberare e proteggere Singal.
Due ragazzi delle Hpg (unità maschili del Pkk) vogliono a tutti i costi caricarsi i nostri zaini sulle spalle, mentre percorriamo all'inverso la stessa strada della città. Ci conducono al quartier generale del partito dei lavoratori del Kurdistan, dove prendiamo posto in una luminosa sala, gradevolmente ornata di divani e tappeti – sebbene a Singal, devastata da anni di guerra, non esista edificio dove non scorrazzi anche qualche topolino. Offrono patatine fritte appena cucinate, morbide e calde, e una bibita. (Chi scrive può testimoniare che le patatine del Pkk di Singal non hanno davvero eguali, al netto di qualsiasi simpatia politica o pregiudizio: neanche quelle celeberrime di Shake Shek, su Madison Square a Manhattan – luogo peraltro infestato non da topi, ma dai ratti – reggono il confronto). Tra i giovani che passano attraverso la stanza c'è chi rivendica i propri successi nei combattimenti con l'esercito turco, mentre molti sono i nomi dei loro coetanei caduti di cui tengono le foto appese ai muri o nei portafogli, a fianco di quelle del comandante prigioniero, Abdullah Ocalan, o dei primi “martiri” del partito (così i caduti vengono chiamati in medio oriente, senza necessario riguardo per la religione).
Le zone controllate dal Pkk sono separate da quelle del Pdk, il partito curdo di destra guidato da Massud Barzani, da lunghe barricate realizzate con detriti, automobili, grosse lamiere. Sugli edifici sventolano le bandiere rosse e gialle del Pkk e delle Hpg, altre con il volto di Ocalan. Poco lontano, nel quartiere delle Ybs, sventola la bandiera delle unità ezide. Tra le strade distrutte spuntano gli ingressi dei tunnel costruiti dai miliziani dell'Is per muoversi nella città e salvarsi dai bombardamenti quando, fino allo scorso autunno, abitavano questi edifici. Nelle stanze giacciono ancora i loro materassi, i loro letti, le loro bustine di neskafé usate e le loro stoviglie, ormai arrugginite. Hanno anche dovuto lasciare delle armi, durante la ritirata. Visto il potenziale considerevole dell'equipaggiamento militare dello stato islamico (che è derivato in parte dagli appoggi forniti da Turchia, Stati Uniti e paesi del Golfo alle “opposizioni” siriane, di cui l'Is era parte, in parte dalla conquista di Mosul in Iraq), la sottrazione di parte di esso da parte del Pkk preoccupa il suo naturale nemico, la Turchia. C'è chi sostiene, non a caso, che la presenza fluttuante e vagamente misteriosa di un migliaio (si dice) di soldati turchi nel nord dell'Iraq, formalmente per “addestrare” i peshmerga del Pdk, serva in realtà a scongiurare la possibilità che il Pkk sposti le armi sequestrate all'Is da Singal verso il suo quartier generale sui monti Qandil, al confine con l'Iran, utilizzando le strade tra Mosul e Zakho, dove non a caso i soldati turchi sono posizionati.
Di tanto in tanto, incrociamo peshmerga a piedi che si aggirano a gruppetti due due o tre. Fingono di fare semplici passeggiate, ma la loro presenza nel settore del Pkk è una provocazione: con queste incursioni, vogliono dimostrare che il settore del Pkk non esiste e che il loro partito ha il controllo completo della città. I peshmerga possono contare dell'appoggio politico degli Stati Uniti, che non hanno alcun interesse a permettere un radicamento ulteriore del Pkk in Iraq (già presente sui monti delle province di Duhok e Suleimaniya, oltre che nella provincia di Niniveh a Singal e Makhmur, e infine nell'importante città petrolifera di Kirkuk, a nord di Baghdad, dove si coordina con l'Upk di Jalal Talabani, partito curdo-iracheno antagonista del Pdk). Gli Stati Uniti furono registi della dilatazione temporale dell'avanzata del Pkk e delle Ybs a Singal contro l'Is (i peshmerga bloccarono questa avanzata a ottobre), per permettere che, una volta superata la delicata boa delle elezioni turche (2 novembre), fossero anche i peshmerga a occupare Singal, grazie al loro supporto aereo e ai loro bombardamenti.
Nuovi veicoli giungono a prenderci per ulteriori spostamenti. A un'ora di auto dalla città, procedendo sulle mulattiere della montagna a nord, giungiamo, accompagnati dalle Ybs, in un loro presidio militare: i distaccamenti di uomini e donne, come sempre nella guerriglia curda, sono separati e indipendenti. I combattenti ezidi (parte dell'antichissima comunità religiosa sincretica che popola Singal) sono qui mescolati a compagni turchi, curdi, arabi, turcomanni. Lungo i monti dell'Iraq e della Turchia sud-orientale, fino alla catena montuosa Zagros in Iran, i rilievi della Mesopotamia sono attraversati da questo incredibile esercito libero, multilingue e socialista, dove l'idea di solidarietà internazionale si trasfigura, in latitudini dove le nazioni furono create dall'Europa, nella convivenza di religioni e lingue, storie e antichissime culture cui i confini disegnati dall'Europa imposero e impongono un'artificiale disciplina, ostile alla contaminazione e al viaggio, e il potere degli uni sulla vita degli altri.
I curdi, per eccellenza vittima sacrificale della configurazione di quei confini, si sono fatti polo attrattore per tutti coloro che non intendono rifiutarli in nome dell'islam, ma della “democrazia” (che per ora qui significa: potere popolare). Hanno come preso su di sé, in qualche modo, il compito storico di negare i confini invidibili che attraversano le loro monragne e attraversarli contro i divieti di tutti i governi, rendendo possibile ai rivoluzionari d'oriente di entrare in formazioni autonome, in cui la vita e la politica sono radicalmente opposte a quelle organizzate dai diversi regimi. Non a caso, tutti gli stati della regione hanno maturato accordi, per tutto il Novecento e negli ultimi quindici anni, che permettono continui sconfinamenti militari degli uni sul territorio degli altri, tolleranili nella misura in cui sono volti a combattere il comune nemico: il Pkk, o “terrorismo”. La Turchia bombarda continuamente le postazioni del Pkk in Iraq, l'Iran lo ha fatto a più riprese; e il Pdk, in passato (fino agli anni Ottanta) vittima delle stesse persecuzioni, collabora talvolta, dagli anni Novanta alla repressione (soprattutto turca) del partito dei lavoratori.
Ciononostante, l'umore nelle file delle Ybs è a dir poco eccellente. Il comandante, un uomo con gli occhiali e la kefiah sul capo, non smette di scherzare sulle diverse origini nazionali dei suoi compagni: come sempre – ma in una forma mai offensiva – a farne le spese maggiori sono i militanti arabi, bersagli dei più frequenti scherzi (ridere bonariamente dei compagni arabi, provenienti da una popolazione “cattiva” e numerosa, tradizionalmente coinvolta in fenomeni di oppressione verso minoranze mediorientali, sembra avere nelle file della guerriglia una funzione politica importante: da un lato di ammonizione permanente, sebbene nascosta, della cultura nazionalista araba e dei suoi lati più oscuri; dall'altro di sfogo catartico, nello scherzo, della tensione che opprime la psicologia degli arabi, come dei loro vicini, in questi anni pesanti).
Della brigata fa parte anche Serhildan, giovane azero: la sua popolazione è turcofona, ma vive fuori dai confini della Turchia, nell'Azerbaigian, tra la Georgia e l'Armenia, a nord dell'Iran. “Il mio paese faceva parte dell'Urss, ma se ne è staccato dopo gli eventi del 1991. Io sono sempre stato socialista, ho sempre letto e apprezzato Marx e Lenin, ma quando ho letto Ocalan, per me è stata un'illuminazione: otto mesi fa mi sono unito al Pkk, poi sono stato inquadrato nelle Ybs”. La pluralità culturale delle unità di guerriglia, dove accanto ai militanti curdi (del Pkk) e ezidi (nelle Ybs) combattono giovani di tutte le provenienze, è uno degli antidoti che il movimento armato usa contro il nazionalismo particolaristico o la degenrazione identitaria, che potrebbero altrimenti dilagare sotto la pressione delle situazioni di guerra. Serhildan dice di aver trovato, nel pensiero del comandante curdo, una critica del sistema sovietico priva di cedimenti alle ideologia capitaliste, oltre che un programma credibile per una nuova formula di convivenza in medio oriente. Saluta dicendo che, quando ci sarà il comunismo e potrà uscire dalla clandestinità, aggiungerà i compagni di Infoaut e Radio Onda d'Urto su facebook.
Mahmud, cecchino momentaneamente prestato al ruolo di autista, ci carica su un altro mezzo e ci conduce ancora oltre, ormai nel cuore della notte, in aree montuose di cui ci sfugge completamente la collocazione e la geografia. Non tiene a far mistero delle sue doti di soldato. Originario del Bakur, ha partecipato alla resistenza del quartiere Sur, a Diyarbakir, in Turchia, nelle file delle Yps (unità di protezione civile) e alla conquista di Singal, dove dice di aver ucciso dieci miliziani dello stato islamico, nelle file delle Ybs. La sua visione politica è quella del militante tutto d'un pezzo, abituato alla pratica della guerra e alla purezza della vita semplice della guerriglia: da una parte ci sono Turchia, il Pdk e Daesh; dall'altra Pkk, Ybs e Ypg. Fine della storia. Non esita ad affermare che, in generale, tende a fidarsi solo dei curdi, e neanche di tutti. Per lui i peshmerga sono un tutt'uno con l'Is, li accusa di avere venduto Singal e di essere amici di Erdogan (“il nuovo Hitler”); ne parla con totale disprezzo. Ne ha anche per i suoi compagni ezidi: “Quella gente mi sembra un po' tonta a volte: ancora con queste favole sull'esistenza di Dio, ancora con questa barbarie delle differenze tra l'uomo e la donna...”.
Ferma il mezzo all'improvviso, nel buio più fitto, e ci mostra una distesa luminosa poco distante. “Foto” continua a dire; ci fa scendere e la raggiungiamo a piedi: si rivela essere un cimitero e mausoleo per tutti i caduti della guerriglia, uno dei luoghi più importanti di tutto il Kurdistan. Ragazzi delle Ybs e del Pkk spuntano come fantasmi dalla notte, ansiosi di accompagnarci lungo le scalinate illuminate da alti lampioni, ai cui lati giaccioni le tombe dei martiri delle diverse organizzazioni: Hpg e Yja-Star (Bakur e Basur), Ybs-Ybj (Ezidistan), Ypg-Ypj (Rojava). I graffiti delle bandiere di ciascuno di questi movimenti di liberazione sono dipinti su pavimentazioni di pietra, che declinano verso il basso seguendo l'andamento piramidale della grande costruzione, decorata da sculture, iscrizioni, simbologie. Al vertice un enorme schermo luminoso si staglia nel buio della montagna, mostrando il volto di Ocalan, sorridente, e quelli di decine di caduti della guerriglia dai suoi inizi ad oggi. Quando ci svegliamo in un altro luogo, il mattino dopo, l'atmosfera luminosa all'orizzonte, attorno ai giovani ezidi che scaldano le uova e prendono il tè, circondati da distese erbose su cui si aggirano galline e pascolano le caprette, fa contrasto con la memoria recente di quel luogo misterioso, dove l'onore è tributato, tra le montagne, ai combattenti di queste organizzazioni controverse o illegali, perseguitate o represse, ancora inafferrabili, per ora vincenti.
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Lo Stato Islamico a Mosul: Il racconto di una famiglia irachena
Kamal Eliah Suleyman e Fatim Jounis Majid sono una coppia cristiana di Mosul (lui cattolico, lei ortodossa, i figli prendono la confessione religiosa dal padre), che oggi vive a Ainkawa, periferia nord di Erbil, con le figlie Diana e Malak, dove praticamente l'intera comunità cristiana irachena si è rifugiata dopo gli eventi degli ultimi due anni. La loro famiglia ha radici profonde a Mosul, che affondano in un lontano passato retrocedendo di generazione in generazione. La condizione economica benestante da cui provengono ha loro permesso di evitare i campi profughi della cittadina cristiana, e affittare un appartamento. Lo zio di Kamal è stato ucciso nel 1979 dal partito Baath nel villaggio di Soria, mentre il fratello è stato ucciso a Mosul, nel 2007, da Al-Qaeda in Iraq.
La loro testimonianza, personale e soggettiva come tutte quelle che stiamo raccogliendo, offre uno sguardo sui conflitti socio-religiosi di questi anni in una delle città più grandi, antiche e importanti del medio oriente, prima e dopo l'invasione Usa, lo sprofondamento settario dell'Iraq, l'instaurazione dello stato islamico.
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Siete una famiglia araba, irachena e cristiana, che ha abitato a Mosul da generazioni. Come ricordate i tempi di Saddam Hussein?
Bei tempi. Era un buon governo, non c'erano problemi con i musulmani, la vita si svolgeva regolarmente. C'erano problemi economici dovuti all'embargo, ma era normale, ed erano problemi uguali per tutti. Guadagnavamo solamente uno o due dollari al mese, questo era il reddito medio, ma con i prezzi dell'epoca ci si viveva bene. Mosul era anche una città molto economica, i prezzi erano bassi, ciononostante le merci e il cibo erano di buona qualità e c'era la piena occupazione. Una delle città migliori in Iraq.
Come avete vissuto l'invasione statunitense del 2003?
Fu uno schock per tutti, anzitutto perché non si aveva alcuna idea di cosa sarebbe accaduto a quel punto. Ciononostante, dopo un anno di invasione le cose stavano meglio che sotto Saddam, voglio dire, nel primo anno di occupazione le cose andavano discretamente, è dopo che sono iniziati i problemi, ed è iniziato a comparire lo stato islamico [Ndr: L'intervistato non si riferisce a un gruppo politico specifico, come si comprenderà anche dal seguito, ma ad organizzazioni che, pur non detenendo il potere politico, iniziavano a detenere un potere sociale.] Non c'erano più regole allora, non c'era tranquillità: la nostra opinionje è che cellule islamiche si muovessero nell'ombra.
Le cose sono degenerate nel 2005, quando ci sono state le prime elezioni politiche e si sono presentati diversi partiti di ispirazione islamica e per di più diversa (sciiti, sunniti). A quel punto sono iniziate le divisioni settarie e si è cominciato a percepire qualcosa che prima non c'era, ossia l'identità islamica, che prima era meno importante in Iraq, anche perché l'intelligence di Saddam Hussein era molto precisa e non lasciava spazio allo sviluppo di queste tendenze.
Come si esprimevano queste “tendenze”?
Al-Qaeda e Ansar Al-Sunna [Organizzazioni politiche salafite che furono i prodromi dello stato islamico negli anni Duemila. Non è chiaro se l'intervistato abbia una nozione precisa dell'identità e differenza politica di questi gruppi, Ndr] hanno cominciato a taglieggiare i commercianti, a estorcere soldi nel quartiere cristiano, Al-Sukan: tutti i commerci pagavano. È a quel punto che mio fratello è stato ucciso da questa gente, perché sirifiutava di pagare; era il 2007. Un anno dopo, nel 2008, sono esplose delle bombe nelle case di cristiani.
Secondo voi, qual era il supporto che questi gruppi avevano nella città?
È difficile dirlo. Potrei dirti che erano appoggiati dal 20%, o dal 25%, ma il problema è che non è facile quantificare in questi termini il loro ascendente sociale. Nella comunità musulmana, quando qualcuno prende l'iniziativa e dice di agire in nome dell'Islam, chi gli è attorno è come se sentisse un richiamo, il richiamo dell'Islam.
Come è evoluta la situazione?
Nel 2008 ci sono state nuove elezioni e per questo nuove tensioni, e già allora i primi cristiani hanno cominciato ad andarsene, anche perché iniziavano ad avvenire rapimenti ai nostri danni, spesso a scopo economico. Sono iniziati anche gli omicidi degli uomini di chiesa, come il vescovo della città, che è stato decapitato, poi il prete Rashid o Farah, ucciso da Al-Qaeda.
Poco dopo, nel 2011, è arrivato il momento critico, ossia il ritiro delle forze d'occupazione statunitensi e britanniche e lo strapotere del governo Al-Maliki.
Al-Maliki ha distrutto l'Iraq. Da quando lui ha esercitato il potere, ciascuno si è sentito soltanto più parte del proprio gruppo confessionale. La seconda divisione dell'esercito iracheno, quella che era di stanza a Mosul (e che si sarebbe ritirata senza combattere nel 2014) era completamente sciita.
Cosa è accaduto quando l'Isil è entrato a Mosul?
Quando lo stato islamico è entrato a Mosul era il 5 giugno 2014, soltanto la polizia lo ha affrontato per due o tre giorni, sul lato destro del fiume. Il lato destro del fiume Tigri delimita la parte orientale della città, dove è situata la città vecchia. La popolazione curda e cristiana di Mosul era principalmente stanziata nella parte occidentale, sul lato sinistro del fiume; la parte nuova e anche più ricca. Nessuno ha aiutato la polizia mentre fronteggiatava Daesh, l'esercito non è intervenuto e, quando la polizia ha finito le munizioni, è scappata sul lato sinistro, e con lei molta altra gente che ci viveva. A questo punto, però, il governo diceva di non uscire dalla città.
Per quel che ne sapete, i poliziotti che hanno cercato di opporsi erano sunniti o sciiti?
Anche la polizia era in maggioranza sciita.
Ritenete che il governo non abbia difeso Mosul?
Certo che no, ma non era la prima volta. Voglio dire: dal 2007, fino a oggi, a Mosul esplodevano autobombe nel mezzo di tre check-point. Come avevano fatto a passare tra tre check-point?
Intendete dire che il governo di Baghdad era coinvolto?
Certo che era coinvolto. Le autobombe esplodevano persino nelle chiese.
Cosa è accaduto dopo che l'Isil ha messo in fuga la polizia nella città vecchia?
I miliziani passsati sul lato sinistro, allora siamo tutti andati via dalla città. Era il 9 giugno. È stato un ingorgo enorme, abbiamo impiegato 17-19 ore in auto per fare la strada fino a Erbil, per la quantità di automobilisti e pedoni che c'erano in marcia lungo la strada. Inoltre, la nostra auto si è rotta e abbiamo dovuto lasciarla a lato della strada e continuare a piedi fino al check-point di Erbil. È stato un giorno difficile...
Quindi non avete visto quel che è accaduto nei giorni successivi?
No, non eravamo più a Mosul. Sappiamo che lo stato islamico ha sequestrato degli uomini di chiesa e li ha rilasciati in cambio di un riscatto. Però da due giorni dopo, tra l'11 e il 14 giugno, sentendoci al telefono con i nostri conoscenti queste erano le notizie dalla città: potete tornare, lo stato islamico ha tolto i suoi check-point, non ci sarà problema, potrete vivere come prima, è soltanto un nuovo governo.
Che cosa avete fatto allora?
Confortati da queste notizie, siamo allora tornati in città, tutta la famiglia. Effettivamente non c'era nessun problema o controllo, anzi i miliziani di Daesh all'ingresso in città ci hanno detto prego, tornate pure nella vostra città. C'era anche un cartello: “Lo stato islamico vi dà il benvenuto”. Siamo stati in città quattro giorni circa, il tempo di riparare l'auto che si era rotta.
Il problema è che la città era diversa, la gente era diversa. In tanti avevano le barbe lunghe, e tutti portavano i pantaloni tirati su fino al ginocchio [Regola imposta dallo stato islamico per supposte ragioni di igiene, Ndr]. Decidiamo di tornare a Erbil.
Dopo circa venti giorni, un vicino di casa di Mosul (musulmano sunnita) mi chiama per avvisarmi che i miliziani hanno sfondato la porta di casa mia. Dice che lui ha loro chiesto che stesse accadendo, e loro hanno detto che stavano facendo un controllo per verificare che la casa fosse disabitata, ma lui sapeva che le cose non stavano così.
Allora sono ripartito per andare a vedere cosa accadeva, anche stavolta non c'erano check-point di Daesh lungo la strada; era il 3-4 luglio. I vicini e la gente di zona mi hanno confermato che i miliziani erano entrati in casa mia. Allora sono andato a una “sede” ufficiale di Daesh, che era a cento metri, e ho parlato con un miliziano, tale Abu Shaam, che parlava con accento di Mosul. Di fronte alla mia richiesta di spiegazioni, ha risposto: “Mi dispiace, siamo entrati per un controllo. Tu sei cristiano, sei mio fratello. Ti ripareremo la porta”.
Poi cos'è successo?
Dopo un'ora altri miliziani arrivano nella mia casa e dicono che l'emiro Abu Salaam mi vuole vedere nell'ufficio di Daesh. Per prima cosa mi chiede quale sia la mia religione e commenta: “Ah, sei nazareno. [“Nazrani” è il termine spregiativo con cui taluni musulmani denotano i cristiani, Ndr] Che cosa vuoi?”. Ho detto loro che ero stato fuori città per trovare dei parenti e che, tornato, avevo trovato la porta danneggiata. Lui allora mi ha chiesto: “Perchè sei tornato? Non hai paura? Non sai che questo è lo stato islamico, e tu sei nazareno?”.
Io ho detto che nel corano è scritto di non fare del male ai cristiani, ma lui mi ha interrotto dicendo: “Taci, nazareno. O ti converti all'Islam, o paghi la tassa prevista per chi non lo fa, o lasci tutte le tue cose qui e te ne vai. Altrimenti ti uccidiamo”. Ha aggiunto di lasciargli il mio numero di cellulare, perché se mi fosse stato concesso di tornare, mi avrebbe chiamato. Ho detto che ormai era sera ed era un problema partire. Ha detto che il mattino dopo non voleva più vedermi in giro. Ho lasciato tutto nella casa e sono partito alle quattro del mattino con un taxi. Pochi giorni dopo, il 18 luglio, il califfo ha reso noto che tutti i cristiani avrebbero dovuto convertirsi, pagare una tassa speciale o morire, e tutti i cristiani rimasti hanno lasciato la città.
Da allora vivete qui, ad Ainkawa. Volete mandare un messaggio all'Europa?
È l'ultimo messaggio: salvate i cristiani del medio oriente, qui non c'è più nulla per noi. A Mosul abitano milioni di persone e, nella situazione che ormai si è creata, come faccio a sapere di tutte queste persone chi è con Daesh, chi è con me? Che speranza c'è per i miei figli qui, a Erbil? L'Europa deve lasciarci entrare, Daesh non ci ha lasciato nulla. Turchia e Libano non danno visti. L'Italia, la Francia non sanno cosa sta accadendo qui? Non abbiamo soldi, ci hanno preso tutto, cosa asspettano a farci intrare in Europa? Qui non c'è futuro per noi.
Abbiamo visto troppi massacri: noi, i nostri padri, i nostri nonni. Non vogliamo più stare qui. È iniziato millequattrocento anni fa, quando a Najaf [Città dell'Iraq meridionale, oggi santa per l'Islam, Ndr] c'erano 1.500 chiese [sic], e continuano a spingerci sempre più a nord. Amiamo tantissimo Mosul, ma o ci mandano dei soldati a proteggerci, oppure non abbiamo scelta: dobbiamo andarcene. Perchè ci fate stare come degli idioti in Giordania, in Libano, in Turchia? Se andiamo in Giordania per due o tre anni i figli non potranno studiare, saremmo considerati diversi, come un problema per quel paese, non troveremo lavoro. È ovvio che dobbiamo venire in Europa.









































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