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Stati Uniti d'Europa e regionalismo

di Quarantotto

image06541. Mi limiterò a fornire alcuni punti di riferimento per orientarsi sulle tensioni cui sono sottoposti gli Stati nazionali e sulle finalità strategiche, cioè perseguite attraverso tappe graduali "tattiche", programmatiche ed efficienti, cui mira la creazione di queste tensioni.

Anche solo partendo dalle fonti qui utilizzate chiunque può effettuare una ricerca e trovare una quantità sterminata di conferme su ulteriori fonti documentali, che rinviano a vicenda nel comporre un quadro altamente coerente e univoco.

 

2. Cominciamo da un passaggio già riportato e tratto da una fonte USA (per quanto "critica"):

C'è un altro aspetto, meno ovvio, del proliferare di istanze separatiste in Europa, di cui ha parlato Karel Vereycken, ex portavoce elettorale di Jacques Cheminade, in un'intervista per Sputnik il 6 ottobre. Per gli irriducibili euristi nella tradizione di Leopold Kohr, un sodale di Winston Churchill, "i grandi stati nazionali europei devono essere frantumati in piccole entità di 5-8 milioni di abitanti, per far sì che la popolazione europea accetti un superstato sovrannazionale UE", ha spiegato Vereycken. "Questo vale sia per la Catalogna sia per molte altre regioni, tra cui le Fiandre, la Scozia e la Lombardia".

 Questi piani esistono da decenni, ma ora diventano più o meno attuali a seconda delle circostanze. Per quanto riguarda la Spagna, non trascuriamo il fatto che il governo ha recentemente espresso l'intenzione di partecipare alla Belt and Road Initiative cinese, il che potrebbe costituire un casus belli per l'UE.

...Appare utile capire meglio la figura e il pensiero di Kohr, il cui libro più noto è intitolato "La rottura (id est: "scomposizione") delle Nazioni". Propongo una estrema sintesi del suo pensiero, che si muove tutto all'interno della ventoteniana concezione per cui gli Stati, a prescindere dalla distinzione delle loro dimensioni nazionali e territoriali nonché dalle vicende storiche che li caratterizzano, siano guerrafondai e imperialisti (anche se, almeno, lo presupponeva sulla base della eccessiva grandezza di tali organizzazioni statali, introducendo un elemento imprecisato e che, muovendo dagli Stati Uniti e dall'Impero britannico, nei quali si era formato e insediato, e dalla considerazione dell'Impero asburgico, in cui era nato, risulta fuorviare "in apice" la sua intera visione):

"La causa di tutte le forme di miseria sociale è una sola: la grandezza … La grandezza, ovvero sia il raggiungimento di dimensioni eccessive, non rappresenta uno dei tanti problemi sociali, ma costituisce il solo ed unico problema dell'universo …

Il pensiero di Kohr è stato una fonte importante di ispirazione per il movimento verde, il bioregionalismo e i movimenti anarchici. Ha inoltre influito sul pensiero di Ernst Friedrich Schumacher, che si è ispirato a Kohr per il suo libro "Small Is Beautiful".

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Un’Europa divisa in ottanta Stati

 

3. Ma dove possiamo ritrovare il "piccolo è bello" in tutta la capacità di concreta applicazione pro-€uropea della (abilmente) suggestiva formula?

Ecco un riscontro immediato, manifestamente conseguenziale e facilissimamente reperibile in rete (quanto enunciato mi pare così chiaro che non occorre una traduzione):

The United States of Europe, A Eurotopia? 

The United States of Europe, A Eurotopia? is a 1992 booklet, authored by Dutch businessman and pro-European political activist Freddy Heineken. The book proposes a federal United States of Europe, in which larger European countries break into a number of smaller, more ethnically and linguistically homogeneous states.

The idea

The plan gives a division of Europe in regions. Heineken went to Henk Wesseling for advise on the division, who was Professor of History at the University of Leiden

The designs from the plan were left to the Leiden historian Wim van den Doel. Eurotopia takes ethnic sensitivities into account, to cause the least possible amount of friction. The basic idea is a Europe that is completely composed of states with roughly 5 to 10 million citizens. According to Heineken, the absence of a powerful state would lead to a chance of more stability, equality and peace. While under the motto of small is beautiful, administration in the states could be more efficient (...e come poteva essere diversamente?)

 

4. Il concetto di "Utopia" sposato (col pragmatismo tipico di Olandesi e anglosassoni), a strumenti di attuazione ben immediati e praticabili, ci riporta a un'importante citazione, che fece una radiografia puntualissima di questa strategia: utopia sposata a tattiche molto pratiche, infatti, rinviano a una strategia che è tutto meno che "utopica", (ove, ovviamente, ne fossero enunciati i suoi veri scopi). Si tratta della "definizione" degli Stati Uniti d'Europa data da Rosa Luxemburg (v. p.6). Certe idee sono pervicacemente perseguite nel corso dei secoli, finché permangono gli interessi dominanti che le promuovono:

«Il carattere utopico della posizione che prospetta un’era di pace e ridimensionamento del militarismo nell’attuale ordine sociale, è chiaramente rivelato dalla sua necessità di ricorrere all’elaborazione di un progetto. Poiché è tipico delle aspirazioni utopiche delineare ricette “pratiche” nel modo più dettagliato possibile, al fine di dimostrare la loro realizzabilità. A questa tipologia appartiene anche il progetto degli “Stati Uniti d’Europa” come mezzo per la riduzione del militarismo internazionale. [...]

L’idea degli Stati Uniti d’Europa come condizione per la pace potrebbe a prima vista sembrare ad alcuni plausibile, ma a un esame più attento non ha nulla in comune con il metodo di analisi e con la concezione della socialdemocrazia. [...]

...Che un' idea così poco in sintonia con le tendenze di sviluppo non possa fondamentalmente offrire alcuna efficace soluzione, a dispetto di tutte le messinscene, è confermato anche dal destino dello slogan degli “Stati Uniti d’Europa”. Tutte le volte che i politicanti borghesi hanno sostenuto l’idea dell’europeismo, dell’unione degli stati europei, l’anno fatto rivolgendola, esplicitamente o implicitamente, contro il “pericolo giallo”, il “continente nero”, le “razze inferiori”; in poche parole l’europeismo è un aborto dell’imperialismo.

 

5. "Ricette pratiche" perciò proliferano, sia a livello di soluzioni normative €uropee grandi-riformatrici" (le "macroregioni", di cui abbiamo più volte parlato), sia a livello di iniziative autopromosse "dal basso" delle "piccole patrie", sfruttando pedissequamente il già vigente diritto europeo, per spingere verso la realizzazione dell'obiettivo finale. Le autonomie che superano l'esigenza stessa degli Stati nazionali, dissolvendoli negli USE, in quanto tutte le aree ricche sono autogestibili in pareggio di bilancio, perseguono la competitività e la crescita export-led e, potendosi disinteressare delle problematiche delle altre aree componenti gli Stati depotenziati, possono assumere la valuta unica come un non-problema, predicando la "neutralità" della moneta (teorizzata da Hayek e Einaudi e alla base dell'€uropea "economia sociale di mercato).

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6. Cioè, "in soldoni" (è proprio il caso di dirlo), il problema dell'euro si pone SOLO IN QUANTO si sia agganciati, dentro lo Stato nazionale, ad altre aree a sviluppo economico non omogeneo: a queste ci pensi lo Stato-minimo costituito dalle istituzioni €uropee della trojka,- come per la Grecia (da cui prendere le distanze sul piano anzitutto morale).

 

7. Dal territorio dello Stato italiano, non certo a caso, sono già partite le iniziative di avanguardia:

Integrazione europea ed Euregio

L’Unione europea, grazie alla libera circolazione di persone, beni e servizi e alla moneta unica, è ormai una realtà concreta e visibile. Da tempo le decisioni del legislatore europeo e le direttive o i regolamenti che ne discendono influenzano la nostra vita quotidiana, formando la cornice per una vera unità europea.

Il rafforzamento della collaborazione e coesione tra gli stati rappresenta il fulcro del processo di integrazione europea. Come esplicitato nella prima premessa del Preambolo al TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea), il concetto di “integrazione europea” indica “l'unione sempre più stretta fra i popoli europei”, non solo a livello economico, ma anche nei settori della giustizia e della politica interna nonché in relazione a una politica estera e di sicurezza comune. In tale contesto assume un ruolo fondamentale la politica regionale dell’UE, che persegue tra gli altri l’obiettivo della cooperazione territoriale europea, da realizzarsi tramite soluzioni condivise volte alla collaborazione transfrontaliera, transnazionale e interregionale (ad es. i progetti INTERREG).

L’Euregio Tirolo-Alto Adige-Trentino è espressione diretta di tale collaborazione transfrontaliera, in quanto promuove la cooperazione tra i tre territori nei più diversi ambiti - che si tratti di trasporti, agricoltura, istruzione o cultura -  concretizzando l’idea di approfondire i legami politici, economici e culturali attraverso la fruttuosa attuazione di numerosi progetti.

Già nel 1995 fu istituita la rappresentanza comune dell’Euregio Tirolo-Alto Adige-Trentino a Bruxelles, che all’epoca rappresentava il primo esempio di cooperazione interregionale in tal senso".

 

8. Non ci pare quindi dubitabile il legame tra accentuazione del ruolo delle regioni e la realizzazione della costruzione europea, rinvenendosi, sullo stesso sito, il "crisma" di una fonte UE ufficiale, che, per di più, al regionalismo accoppia le più tipiche promesse (credibili) de Leuropa della pace e dello "sviluppo":

"La politica regionale dell'UE è una politica di investimenti. Sostiene la creazione di posti di lavoro, la competitività, la crescita economica, tenori di vita più elevati e lo sviluppo sostenibile. Gli investimenti sono finalizzati agli obiettivi della strategia Europa 2020".

Il superamento dello Statonazionalebrutto, col suo welfare (sanità e pensioni pubbliche, da sostituire col sistema del mercato finanziario privato), che ostacola il libero mercato transfrontaliero, è offerto apertamente come un grande vantaggio culturale, in una prospettiva rasserenante e ottimista, tale che sarebbe da pazzi irrazionali opporsi:  

"La pubblicazione "Polis Europa" mostra come le città ed i territori d’Europa - in primis l'Euregio Tirolo-Alto Adige-Trentino - abbiano tuttora un grande potenziale di ricreare una società europea ricca di cultura e di identità, attraverso interazioni intense ed articolate e quindi propensi a realizzare il vero “Sogno Europeo”: l’unità non è una somma di diversità, ma nasce dalla connessione e dalla mutua fertilizzazione delle diversità. Editore: Matthias Fink, Günther Rautz, Rainer Weissengruber, Paolo Zanenga; 2016 © Copyright by Europäische Akademie Bozen, ISBN: 978-88-98857-13-5"

 

9. Chi potrebbe criticare queste aspirazioni, proprio in quanto talmente astratte da prestarsi a politiche economiche, fiscali e industriali multiformi e non esplicitate? 

Bisognerebbe andare a verificare i "piani" dei promotori (altolocati) di queste enunciazioni. Ricostruzione in passato tentata (evidenziando interessanti connessioni), e che si aggira sempre intorno alla teorizzazione "regionalista" di Heineken, Kohr, Mundell e a Mont Pelerin (la ricostruzione francese, appena linkata, è completa e storicamente accurata), cioè ad Hayek e al suo noto "effetto meccanicistico" del federalismo antisolidale:  il quale, se se ne vuol realmente capire il funzionamento, trova perfettamente applicazione sul presupposto della istituzionalizzazione progressiva delle "piccole patrie", realizzata via incessante spinta "erosiva" regionalista. 

 

10. E se un modello è così appetibile e "vincente" perché non dovrebbe opportunamente proliferare?

Ed infatti è diffusivo, e molto €uropeo, data l'evidente omogeneità di strumenti e di finalità

"Qualcuno l’ha già chiamato Nordexit ma non sarà una vera indipendenza del lombardo-veneto dall’Italia. Lombardia e Veneto rimarranno parte della Repubblica Italiana ma chiederanno maggiore autonomia, sul modello di quella concessa alle regioni autonome e in particolare del modo con cui viene gestita dalle province di Trento e di Bolzano. In poche parole l’indipendenza che Veneto e Lombardia, regioni guidate dai leghisti Luca Zaia e Roberto Maroni, è soprattutto fiscale, niente a che vedere con i sogni di indipendenza della Padania che la Lega Nord accarezza da vent’anni. L’obiettivo dichiarato infatti è quello di far rimanere sui rispettivi territori il 90% delle tasse versate dai cittadini veneti e lombardi".

10.1. I risvolti relativi alle tecnalità contabili legate a trasferimenti di funzioni non sono in fondo molto rilevanti.

Curioso è, invece, il fatto che ci si dimentichi che, il porre la questione "autonomia" in questo modo, - proprio verificando attentamente il modello di cui si chiede l'estensione-, implica una indispensabile e salda fondazione su una pletora di fonti di diritto €uropee.

Ed infatti proprio su queste, per necessità pratica e logico-giuridica, si fonda la propria legittimazione, contando, oltretutto, sulla dichiarata matrice €uropea della riforma del Titolo V, che chiude il cerchio della "legittimità" selezionando, della Costituzione, proprio la parte che è più conforme al disegno dell'assottigliamento del ruolo (solidale) dello Stato nazionale - e liquidando come irrilevante tutto il resto.

L'assottigliamento risulta inevitabilmente funzionale, come abbiamo visto, a "lubrificare" la istituzionalizzazione degli USE delle piccole patrie.

10.2. La forza mediatica di questa suggestione, in cui la moneta unica riprende implicitamente il suo ruolo di pretesa neutralità - Einaudi non a caso torna sugli scudi-, e pertanto finisce per essere un problema poco sentito, una volta valorizzate altre priorità, trova subito conferma (e non da oggi)

"La notizia del giorno, che ha fatto tweettare di gioia il Presidente della Lombardia Roberto Maroni che ha detto che “Vittorio Feltri è il più grande giornalista vivente” è che Libero e Feltri hanno annunciato che sosterranno le ragioni del Sì al duplice referendum. Non si sa quando si terrà il referendum perché il Governo ha detto di non essere disponibile a far tenere la consultazione referendaria, che riguarderà unicamente i 15 milioni di cittadini di Lombardia e Veneto, con le amministrative di aprile. Maroni e Zaia hanno espresso l’intenzione di andare al voto assieme e quindi per il momento sembra probabile che veneti e lombardi andranno alle urne ad inizio di ottombre 2017. Su Libero Feltri ha scritto che il referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto potrebbe addirittura salvare l’Italia, di certo se tutta l’operazione andasse in porto (ed è un grande se) si parla di circa 70 miliardi di euro (53,9 miliardi per la Lombardia e 18,2 miliardi per il Veneto) di residuo fiscale – vale a dire la differenza tra entrate provenienti dalle tasse e spese – che invece che essere trasferiti allo Stato centrale potrebbero rimanere sui territori ed essere investiti per servizi al cittadino e per far ripartire la locomotiva del Nord Est..."

 

11. Questo combinato di legittimazione €uropea e di lettura iper-selettiva del dettato costituzionale, rinvia con evidenza alla questione catalana, e, nel quadro della "via" italiana alla dissoluzione progressiva dello Stato nazionale, ci fornisce una coerente spiegazione. 

Non solo la rivendicazione lombardo-veneta trova nel diritto €uropeo la fonte di legittimità (autodichiarata nel modello ispiratore) di quanto già realizzato in Italia, e quindi da estendere , ma questo stesso modello, nel quadro della già ottenuta "italica" soluzione costituzionale filo-€uropeista, si staglia come soluzione anche al problema catalano

Una soluzione condita da "l'Accordo di Parigi" del 1946 e dal suo endorsement ripetuto da parte della corte costituzionale italiana, con tanto di appoggio dato da una risoluzione del 1961 delle Nazioni Unite, che consente all'Austria di parlare, oggi, di una sua "funzione tutrice" su parte del territorio nazionale italiano. 

E il modello risulta, (al di là del problema di una forzatura della "risoluzione" ONU), un esempio di asimmetria politica che preannuncia nuove applicazioni "tutorie" legate all'espansione del modello di autonomia nella sua prevedibile (anzi già prevista) proiezione transfrontaliera. Certo, anche nelle sue versioni più attualmente caldeggiate, da più parti italiane, una funzione tutoria sarebbe giocoforza attribuibile alla Germania: che, come si sa, agisce su larga scala e pensa al futuro con un pragmatismo tutto suo, che prefigura un futuro assetto piuttosto...esteso del concetto di macroregione (che supera tutti gli Stati nazionali-tranne-uno).

11.1. Ma veniamo alla soluzione euro-regionalista per l'autonomismo della Catalogna (cioè a che condizioni si può fare, agendo non affrettatamente e sapendo rifarsi alla "legittimità" €uropea. E sempre rammentando la "proprietà transitiva").

Accordo di Parigi: non obsoleto, esempio per la Catalogna

Mediazione internazionale per la Catalogna e autonomia altoatesina come esempio: così il presidente Kompatscher all’evento dedicato all’Accordo De Gasperi-Gruber:

Grande attualità politica dell'Accordo di Parigi, l'autonomia altoatesina come possibile esempio per la Catalogna sulla scorta di una mediazione internazionale, la sensibilità della Corte costituzionale sull'intesa Alcide De Gasperi- Karl Gruber: molto gli spunti emersi oggi a Palazzo Widmann alla presentazione del volume "70 anni Accordo di Parigi". Presente anche il sottosegretario agli Affari regionali Gianclaudio Bressa, la giornata ha visto tra l’altro l’intervento di Daria de Pretis, giudice della Corte Costituzionale e già rettrice dell'Università di Trento. 

Il presidente della provincia di Bolzano e Presidente dell'Euregio, Arno Kompatscher ha ribadito che "l’Accordo di Parigi non è obsoleto, ma resta il fondamento internazionale dell’autonomia e della tutela delle minoranze linguistiche" e ha fra l’altro ricordato il principio del consenso bilaterale fra Italia e Austria che presuppone modifiche dello Statuto solo attraverso lo strumento dell’intesa. Arrivando ai nostri giorni, il Presidente ha fatto esplicito riferimento alle tensioni fra il governo spagnolo e la Catalogna, "che a differenza dell’Alto Adige non dispone di un’autonomia garantita internazionalmente (ndr: ma va detto, anteriormente all'adozione della Costituzione e quindi al possibile filtro dell'art.11 Cost, che, peraltro, la Corte costituzionale è alquanto restia ad applicare, anche rispetto ad un trattato, appunto, del 1946). Lo Stato può pertanto intervenire a limitare o addirittura abolire alcuni poteri dell’autonomia." (ndr: il Titolo V "riformato" in nome dell'€uropa, invece, non solo questi poteri li ha ampliati, ma, com'è ora noto, consente di estenderli ulteriormente). Come possibile soluzione Kompatscher si è pronunciato per un’azione di mediazione internazionale, "che dovrebbe non solo cercare un compromesso accettabile per ambo le parti, ma anche assumersi la responsabilità di controllare che venga rispettato e mantenuto. L’autonomia altoatesina in questo senso può costituire un esempio." Per il futuro il compito a livello locale sarà quello di "adeguare l’autonomia ad una cornice in continuo mutamento e di ampliarla secondo il concetto di autonomia dinamica." 

...

La prospettiva storica copre gli avvenimenti prima, durante e dopo la conclusione dell’Accordo, mentre l’analisi giuridica si occupa dello sviluppo della tutela delle minoranze a livello di diritto internazionale in Europa e a livello costituzionale in Italia, dell’esercizio della funzione tutrice austriaca e della cooperazione regionale nell’Ue, illustrata dall’esempio dell‘Euregio."


 

ADDENDUM: consiglio di leggere i commenti di Francesco Maimone seguiti a questo post, poiché altamente istruttivi: 

 

  • Non mi ricordo sotto quale post ho pubblicato il commento, ma forse Quarantotto si riferisce al seguente:

    “Già, gli stati laici moderni originano dalla deteologizzazione della repubblica cristiana e si affermano come soggetti dello jus publicum europeaum, determinando il passaggio dal diritto internazionale medievale a quello moderno, da un pensiero ecclesiastico-teologico ad uno giuridico statale. Quest’ultimo, come non a caso sosteneva Hegel, poteva portare progresso umanizzando e razionalizzando la guerra. Era Schmitt s sostenere che le guerre intereligiose derivavano da un mancato riconoscimento della statualità, di una società senza stato. Lo stato moderno comincia così a formare una superficie territoriale conchiusa, delimitata verso l’esterno dai confini precisi e capace di regolare i rapporti esterni con altri ordinamenti territoriali organizzati allo stesso modo (il Nomos della terra).

    Si poneva fine al diritto internazionale medioevale. E con questa fine si passava dall’idea della “GUERRA GIUSTA”, ideologica in quanto teologica (legittimata se mossa contro i “barbari”, visti come l’Anticristo e nemici dell’umanità, ed a prescindere dal fatto che fosse d’aggressione o di difesa) al concetto di “JUSTUS HOSTIS”: un nemico le cui ragioni sono equivalenti a quelle dell’avversario. Diveniva legittima ogni guerra interstatale condotta tra sovrani con eguali diritti.

    Tutto ciò era possibile grazie al sorgere della sovranità come unità di ordinamento e localizzazione, unità di una comunità popolare governata dalla propria Sittlichkeit (appunto il “Nomos della terra ” nei termini più strettamente schmittiani: “ L’occupazione di terra costituisce per noi, all’esterno (nei confronti di altri popoli) e all’interno (con riguardo all’ordinamento del suolo e della proprietà entro un territorio), l’archetipo di un processo giuridico costitutivo . ESSA CREA IL TITOLO GIURIDICO PIÙ RADICALE…, C. SCHMITT, Il Nomos della terra nel diritto internazionale dello "jus publicum europaeum", Milano, Adelphi, 1991, 20) ed in antitesi alla visione di kelsenian-bobbiana che culla l’attuale gius-globalismo con sigillo non casualmente cattolico. Lo sforzo di Schmitt è stato quello di offrire una fondazione etico-politica dell'ordine sociale, radicalizzando la fondazione della validità del diritto (pur con i suoi stati di eccezione): “… La considerazione scientifica dei problemi della vita associata è frammentata in molte specializzazioni, come quella giuridica, economica, sociologica, ecc. Si impone la necessità di una prospettiva globale, capace di riconoscere l'unità del contesto reale. Sorge in tal modo il problema scientifico di rintracciare categorie fondamentali... ” [C. SCHMITT, Appropriazione /divisione/produzione (1953), in Le categorie del politico, Il Mulino, 1998, 295]”. (1/2)

  • Ed in questa analisi Schmitt non poteva che differenziare Nomos e Legge “… Gesetz (la Legge) è la rigorosa "mediatezza". Il nomos invece, nel suo significato originario, indica proprio la piena "immediatezza" DI UNA FORZA GIURIDICA NON MEDIATA DA LEGGI; È UN EVENTO STORICO COSTITUTIVO, UN ATTO DELLA LEGITTIMITÀ CHE SOLO CONFERISCE SENSO ALLA LEGALITÀ DELLA MERA LEGGE…” [C. SCHMITT, Il Nomos, cit., 63].. La Gesetz, come momento “mediato”, ha proprio come funzione quella protezione di cui parla Quarantotto.

    Quanto invece al “momento immediato” (Nomos), la sua fondazione non può certo essere confusa con una spiegazione naturalistica-spontanea di impostazione vetero hayekiana “… Il concetto di legge proprio del positivismo delle scienze naturali è sotto questo profilo forse ancora più confuso di quello del positivismo delle scienze giuridiche. Proprio la "LEGGE NATURALE" DELLE SCIENZE NATURALI DESIGNA SOLO LA FUNZIONE MISURABILE, NON LA SOSTANZA. Il positivismo delle scienze naturali non conosce né origine né archetipi, ma solo cause. Al positivismo interessa solo la "legge dell'apparire" (Comte) e non quella dell'essere …”. Con un bel ciaone ad Hayek e ad ogni altro “poeta water” appartenente alla combriccola.

    Ora, tutto quanto sopra riportato (cioè lo jus publicum europeaum a base sovranista necessitata) continua ad evaporare con la grande narrazione globalizzatric€ nelle sembianze di una neo-repubblica cristiana. Si ritorna al puro economico prestatale, un salto indietro plurisecolare, dove il nomos basileus è rappresentato dal mercato (con i suoi stretti amici, attualmente conferderati NATO). Le dinamiche ridiventano nuovamente quelle della “guerra giusta”: oggi i nuovi barbari sono coloro che non si lasciano permeare dal verbo mercatistico che, come affermato da Bazaar, costituisce la nuova base ideal-teologica per qualsiasi legittimazione bellica. Con una novità di non poca importanza: ora c’è l’atomica.

     

  • Anche secondo autori nostrani l’assetto europeo dovrà essere più o meno quello descritto nel post:

    Talune persone, a Bruxelles, ritengono che l’integrazione europea creerà un vasto Stato nazionale unitario, che avrà bisogno di una costituzione scritta e molto ben strutturata. Si sbagliano. Un’Europa davvero integrata non potrà svilupparsi che a partire dalla coabitazione equilibrata di comunità e gruppi diversi. Invece di una costituzione formale, essa sarà più bisogno di un insieme di principi interconnessi e compatibili tra loro, che reggano la struttura europea nel modo più flessibile…

    La salvaguardia delle differenze e dei particolarismi dei gruppi etnici anche più modesti deve quindi essere un principio essenziale dell’Unione europea, tanto è vero che per nessuna ragione – fosse anche in vista dei guadagni materiali più allettanti – bisogna sacrificare l’enorme patrimonio che la nostra civiltà ha accumulato nel corso della sua storia. I principi che dovranno servire da base al processo di integrazione europea dovranno riflettere la natura transitoria della situazione attuale e, più specialmente, illustrare il passaggio DA UN’EUROPA FATTA DI STATI NAZIONALI SOVRANI AD UNA EUROPA COMPOSTA DA GRANDI REGIONI collegate le une alle altre da un tessuto di relazioni federali.

    QUESTE ENTITÀ, CHE CHIAMEREI “EUROREGIONI”, non si definiranno in termini geopolitici, MA PIUTTOSTO IN TERMINI ECONOMICI. I principi che reggeranno questa transizione dovranno precisare il modo in cui i vecchi Stati nazionali allenteranno le loro strutture interne per diversificarsi in una pluralità di collettività.

    Altro principio fondamentale: le istituzioni europee … DOVRANNO ESSERE IL RISULTATO DI ACCORDI NEGOZIATI PIUTTOSTO CHE DI DIKTAT DI ORGANI SOVRANI. In altri termini, solo alcune istanze saranno abilitate a prendere le decisioni e a fissare le regole da rispettare da parte di talune categorie o da tutti i cittadini dell’Unione. Ad ogni modo, esse dovranno rispettare procedure basate quanto più è possibile su negoziazioni preliminari. Da questi principi deriva che il concetto di frontiera nella sua accezione attuale deve essere spoliticizzato. Considerate nella loro qualità di unità territoriali, le comunità ammesse nell’Unione saranno separate unicamente da immaginarie frontiere amministrative. Bisognerà riconoscere ed incoraggiare l’esistenza di enclaves…Così dovremo evitare di uniformare i sistemi giuridici tradizionali dei diversi gruppi etnici, dei differenti paesi e delle molte comunità che hanno costituito la variopinta trama della civiltà europea da centinaia di anni…

    Precisiamo infine che nel momento in cui elaboreremo tali principi di funzionamento dell’Unione europea dovremo evitare di cadere nella trappola che consisterebbe nel riprodurre le strutture istituzionali abituali dei vecchi Stati nazionali…” [G. MIGLIO, Evitiamo di sacrificare la diversità sull’altare dell’integrazione!, giugno 1996, Federalismo e libertà, 2002, anno IX, numero unico, ora in Quaderni Padani, anno XII, marzo-giugno 2006, 79-80]. (segue)

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  • … Che senso ha…parlare di Europa unita? L’Unione europea preconizzata a Maastricht è già morta e sepolta…Continua a discettare di Stati unitari che dovrebbero abdicare a quote di sovranità, e resta quindi prigioniero della vecchia logica dell’equilibrio europeo fondato sugli Stati-nazione. Sbagliano dunque gli epigoni del generale de Gaulle, che propugnano l’Europa degli Stati-nazione, delle patrie. Ma sbagliano anche i tecnocrati di Bruxelles che puntano su di un grande Stato nazionale europeo, possibilmente governato da loro stessi.

    L’europa di domani avrà tutt’altro aspetto. SARÀ PLASMATA DAI RAPPORTI ECONOMICI, L’UNICA PARTE VITALE DELLA COSTRUZIONE EUROPEA. Sarà costituita da grandi regioni, o addirittura da grandi metropoli. Già oggi alcune aggregazioni di grandi città formano delle megalopoli che di fatto sostituiscono lo Stato, non essendo però più uno Stato di tipo tradizionale (vedi il Randstad Holland, formato dalle città olandesi di Rotterdam, Amsterdam, l’Aia e Utrecht, comunità del Nord della Ruhr, eccetera). E questo in fondo è un grande ritorno: basti pensare alle città dell’epoca di Althusius, che erano Stati. Questi saranno i soggetti forti della futura convivenza europea.

    Tengo a rimarcare il termine ”convivenza” : non comunità, non unione, ma convivenza. Noi siamo stati ossessionati dal concetto di unità e lo abbiamo trasferito anche al continente, malgrado sia evidentemente privo di senso. Oggi le società europee non esprimono affatto l’unità, bensì il suo contrario, la convivenza. Essa prende il posto della vecchia competizione fra Stati, che di tanto in tanto si trasformava in guerra, estremo regolatore della conflittualità interstatuale. Nella vecchia logica dello Stato moderno, si cercava ciò che poteva unire le nazioni e si rifiutava ciò che le divideva. Oggi la gente rifiuta questa maniera di ragionare. L’hanno rifiutata in Cecoslovacchia, la stanno rifiutando in Belgio e in Canada…. A poco a poco questa idea verrà respinta dappertutto, PERCHÉ PREVARRÀ LA FORZA DELL’ECONOMIA, DEL MERCATO GLOBALE.

    In un’Europa organizzata dall’economia, già ora si intravedono quelle che saranno le grandi euroregioni del prossimo futuro. Una, che ci riguarda direttamente, sarà quella del Tirolo. Penso a una regione a economia prevalentemente turistica, dotata però di una sua consistenza. Essa dovrà comprendere tutto il Tirolo, settentrionale e meridionale, magari esteso anche al Tirolo di lingua italiana, che è il Trentino. Un’altra euroregione, ben più importante, sarà la Padania” [G. MIGLIO, Ex uno plures, Conversazione con Gianfranco Miglio, a cura di Lucio Caracciolo, Limes, n. 4/1993, ora in Quaderni Padani, anno XII, marzo-giugno 2006, 51-52,].

    E in Italia? Altro che federalismo delle “competenze” basato sull’autonomia nazionale! “In tale contesto, le “autonomie regionali” sono una vera farsa. Per effetto di questo meccanismo, le risorse economiche prodotte, anzichè destinate a creare nuove fonti di ricchezza, vengono bruciate da “trasferimenti” che, sotto la maschera di una falsa solidarietà privilegiano i titolari di paghepolitiche, E PENALIZZANO I CETI PRODUTTIVI. Il modello di costituzione federale, approvato dal Pre-Congresso di Assago, propone che le Regioni esistenti vengano raggruppate, dalla scelta sovrana dei cittadini, in tre grandi “Cantoni” [G. MIGLIO, Una Costituzione federale per restituire la libertà agli italiani, Lega Nord, 28 febbraio 1994, ora in Quaderni Padani, anno XII, marzo-giugno 2006, 59]. (segue)

    Rispondi
  • Questo tipo di federalismo “vuol essere tirocinio che prepari gli italiani al progressismo internazionalista”, e costituisce “LA VITTORIA DEL CONTRATTO SUL PATTO POLITICO, sullo ius publicum europaeum dell’Europa statalista”, rappresentando infatti “l’affermazione di una pluralità di sovranità contro l’idea della sovranità assoluta”.

    In un tale scenario, non esiste ovviamente alcun “interesse nazionale” o “interesse comune, sempre platealmente presunto”:

    …Prendete ad esempio l’”interesse” della popolazione di questa Italia che vediamo appesa -bellissima in quest’immagine - per la punta dello stivale, di fronte a un’economia forte di monete manovrate dal sistema bancario che soprattutto fa capo al mondo tedesco. Indubbiamente un modello come quello dovrebbe corrispondere agli attuali interessi di una popolazione del Nord, ma se appena scendete nelle altre regioni, vedete che l’interesse è opposto: i giovani che aspirano a un aiuto dalla mano pubblica, a impieghi pubblici, a una dilatazione della mano pubblica, sono controinteressati al modello che invece va bene per le regioni del Nord e questa è una condizione che all’analisi si rivela dominante in tutti i Paesi europei…” [G. MIGLIO, L’interesse nazionale non esiste, aprile 1994, Elites, n. 4/2004, ora in Quaderni Padani, anno XII, marzo-giugno 2006, 82-83].

    E il Mezzogiorno?

    … il livello “nazionale” mi sembra ormai piuttosto angusto e superato…(a meno di tornare all”’autarchia” come ideale economico). Le Regioni padane intrattengono complessi e promettenti rapporti con le consorelle francesi, elvetiche, austro-tedesche e jugoslave; le Regioni del Meridione hanno (e avranno sempre più) interessanti relazioni preferenziali con un Mediterraneo politico-economico in pieno sviluppo. Non tener conto di queste poderose forze centrifughe, di queste opposte vocazioni - e, peggio ancora, combatterle - sarebbe davvero insensato...

    … gli economisti hanno creduto, e fatto credere, che l’“industrialismo” sia addirittura uno stadio obbligato nello sviluppo della specie, e che pertanto esso possa, anzi debba, diffondersi ovunque. Invece… l’industria è un fenomeno tipico dei paesi a clima freddo, o almeno temperato, storicamente legato alla presenza di certe risorse, e sopra tutto di certe condizioni socio-climatiche. Quello che si crede di “esportare” o “trapiantare” in altre temperie, è un cocktail di apparenze, il quale assomiglia soltanto esteriormente all’”industrialismo”, ma di questo non ha alcuni decisivi tratti strutturali interiori: l’argomento, delicato e complesso, non può certo essere approfondito nella sede angusta di un articolo di giornale, tuttavia sono qui le radici profonde delle crescenti delusioni che va suscitando la così detta “industrializzazione del Mezzogiorno”. E può costituire soltanto una magra consolazione pensare che questo sconforto sarà in fondo poca cosa rispetto a quello provocato dall’inevitabile insuccesso degli ambiziosi sogni di “industrializzazione” in non pochi paesi del Medio Oriente e del Terzo Mondo. (segue)

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  • Il concetto geo-economico di “Padania” (contrapposto a quello di una” Appenninia”) è vecchio di almeno quasi settant’anni: costituisce infatti la chiave di volta del manuale di Geografia economica e sociale di Angelo Mariani, pubblicato dall’Hoepli nel 1910…Ognuno deve sviluppare onestamente la propria “particolarità” (una volta si diceva:il proprio “genio”) senza scimmiottare gli altri, ma cercando di capirli per capire se stessi…

    Chi impugna la scimitarra appartiene all’Europa di Maometto, non a quella di Carlomagno, che alle crociate ha smesso di credere (speriamo) definitivamente. Sarà che sono davvero un “freddo analista di realtà politiche” come dice Compagna: ma non smetto mai un solo momento di pensare che la restaurazione dello “Stato unitario” oggi come oggi, ha una sola possibilità di essere realizzata: attraverso il “centralismo democratico” di un sistema nazional-comunista di tipo staliniano. Poiché questo modello sembra che neppure i comunisti italiani lo accettino, e siccome non conosco “pluralismi” meglio garantiti di quelli che si fondano in solide e reali strutture “federative”, così penso che LE “GRANDI REGIONI” POTREBBERO COSTITUIRE UNA CARATTERISTICA, IN ITALIA, DELL’“EUROCOMUNISMO”: di quello vero, con il quale, anche senza danzare per la gioia, potremmo essere costretti, presto o tardi, a fare i conti” [G. MIGLIO, Come risolvere i problemi del sud, Corriere della sera, 20 marzo 1976]. Il Sud commerci in dàtteri e arance con il Nord-Africa.

    L’Autore dei passi riportati aveva il pregio della franchezza

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  • Dimentichi (o meglio il nostro avrebbe dovuto coordinare il suo pensiero) il "mercato globale" e il turismo: l'effetto è che commercio di datteri, arance e, ovviamente, turismo, sia in mano a multinazionali, che dico! "investitori esteri", che fissino il prezzo di acquisto (in sostanziale monopsonio) per i produttori e si portino a casa i profitti dello sfruttamento turistico del meridione.

    Il tutto condito dalla einaudiana mobilità del lavoro (in entrata dall'Africa).

  • Direi, non proprio una sciocchezza!

    Ma lo stesso discorso, caro Quarantotto, riguarda le regioni ricche che si aprono all'internazionalismo. L'importante è comunque avere l'illusione di entrare a far parte di un "club esclusivo" con condizioni climatiche omogenee, tutto produttività, competizione e ... moneta buona/forte. Con l'ulteriore illusione di governare il processo con la micro-sovranità!

    In questo caso, però, lo spennamento del micro-tacchino sembra più gradito

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