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Essere senza tempo nel “tic-tac” del capitalismo
di Marco Sferini
Essere senza tempo potrebbe sembrare un paradosso: in fondo il tempo lo si vive, che lo si voglia o no. Eppure tu dici che il tempo in qualche modo ci viene rubato, sottratto. Da chi, da cosa?
Tra le molteplici definizioni che si possono attribuire al nostro specifico momento storico ve n’è una che forse, meglio delle altre, coglie il suo spirito: il nostro presente è l’epoca della fretta, un “tempo senza tempo” in cui tutto corre scompostamente e senza fermarsi mai, impedendoci non soltanto di vivere pienamente gli istanti presenti, che si succedono vorticosamente, ma anche di riflettere serenamente su quanto accade intorno a noi. Troppi eventi vanno accumulandosi in lassi di tempo sempre più ristretti, determinando, in noi che viviamo questa accelerazione di ogni settore dell’esperienza (dall’ambito della vita quotidiana a quello lavorativo, dai processi di apprendimento al mondo delle informazioni), una sensazione spaesante e, insieme, irritante: non abbiamo mai tempo sufficiente per tutto quello che dovremmo o vorremmo fare. La modernità, con la sua passione per il futuro, aveva scientemente scelto la strada dell’accelerazione dei ritmi in nome dell’avvenire: il presente era inteso come punto di passaggio in vista di un futuro diverso e migliore.
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Badiou, tombe a orologeria
Enzo di Mauro
«PICCOLO PANTHEON PORTATILE» DEL FILOSOFO FRANCESE
Come in ogni altro libro di Alain Badiou, anche nel Piccolo pantheon portatile (Il Melangolo, a cura di Tommaso Ariemma, traduzione di Luisa Bosi, pp. 142, € 15, 00) – un titolo che parrebbe lezioso se non venisse inteso in maniera letterale e trasparente – si mantengono bene in vista i segni di una indomabile passione per il reale, qui semmai illuminati da una temperatura emotiva altissima. Virilmente introiettato il lutto, l'acuto sentimento di perdita che ne anima le pagine e ne determina l'andatura si trasforma d'un sol colpo in gesto militante, in lampo di pensiero, in netto e risentito starsene nel campo aspro e seminato a pietre, chiuso a ogni orizzonte di conciliazione, precluso a ogni patto con chiunque si erga a campione della presunta «innocenza » (in verità un'impostura criminale) delle democrazie parlamentari e dei regimi liberali. Poiché, quella del filosofo nato a Rabat settantatré anni fa, è qui un'intifada in nome e per conto dei maestri, degli interlocutori, dei contraddittori e dei compagni di strada che se ne sono andati via per sempre, lasciando vuoto il paesaggio combattente dopo quell'estremo lembo di secolo – diciamo, all'incirca, l'arco di tempo che andò dal 1960 al 1980 – in cui s'accesero gli ultimi fuochi del materialismo e, in senso lato, del pensiero critico e radicale più irriducibile.
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Abbondanza FRUGALE
Serge Latouche
Per concepire e costruire una società di abbondanza frugale e una nuova forma di felicità, è necessario decostruire l'ideologia della felicità quantificata della modernità; in altre parole, per decolonizzare l'immaginario del pil pro capite, dobbiamo capire come si è radicato.
Quando, alla vigilia della Rivoluzione francese, Saint-Just dichiara che la felicità è un'idea nuova in Europa, è chiaro che non si tratta della beatitudine celeste e della felicità pubblica, ma di un benessere materiale e individuale, anticamera del pil pro capite degli economisti. Effettivamente, in questo senso, si tratta proprio di un'idea nuova che emerge un po' ovunque in Europa, ma principalmente in Inghilterra e in Francia.
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Intervista a Costanzo Preve
a cura di Franco Romanò
Nell’ampia intervista che pubblichiamo, s'insiste sui punti nevralgici della Trilogia: Storia dell’etica, Storia della dialettica e Storia del materialismo, scritti dal filosofo torinese e tutti pubblicati dall’editore Petite Plaisance. In essa Preve suggerisce alcune linee per un bilancio teorico del socialismo reale, da lui definito comunismo novecentesco. Prendendo spunto dalla critica di Lucáks al materialismo dialettico e dalla sua positiva intuizione dell’ontologia dell’essere sociale, Preve individua nella sovrapposizione fra dialettica logica e dialettica storica, uno dei motivi della sconfitta comunismo novecentesco, che l’autore vede fortemente inquinato da residui positivisti. In tale contesto Preve interpreta il marxismo come filosofia della prassi e non della natura, interpretazione avanzata per la prima volta da Gentile e fatta propria da Gramsci.
Da questa convinzione nasce la riflessione su Marx, da Preve considerato un filosofo idealista che ha prodotto una teoria strutturalista del modo di produzione capitalistico, servendosi della dialettica hegeliana e applicandola al nuovo oggetto sociale. Critico nei confronti di tutte le correnti di pensiero marxiste che tendono ad allentare il legame fra Marx ed Hegel e a negare l’importanza del concetto di alienazione, Preve considera Marx un pensatore tradizionale che risale alle radici greche della filosofia e reagisce alla mancanza di etica comunitaria del moderno capitalismo, così come il pensiero filosofico greco aveva reagito all’avanzare della società schiavista. Nella parte finale dell’intervista la riflessione filosofica s’intreccia a questioni riguardanti la crisi economica attuale, il venir meno della correlazione dialettica necessaria fra proletariato e borghesia e altri temi di più stretta attualità, come i nuovi soggetti sociali, l’area dei cosiddetti nuovi diritti e le aspettative suscitate dalla presidenza Obama.
Franco Romanò: Nel suo libro Storia dell’etica lei afferma che nessuna etica comunitaria è possibile nella fase attuale dello sviluppo capitalistico, ma solo comportamenti etici individuali basati sul buon senso e che non necessitano di alcuna problematizzazione filosofica; oppure sono possibili etiche settoriali. Perché?
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Foucault, ovvero l'anti-Marx. Una leggenda da smontare
di Tonino Bucci
«Io cito Marx senza dirlo, senza mettere le virgolette, e poiché la gente non è capace di riconoscere i testi di Marx, passo per essere colui che non lo cita. Un fisico, quando lavora in fisica, prova forse il bisogno di citare Newton o Einstein? Li usa, ma non ha bisogno di virgolette, di note a pie' di pagina o di un'approvazione elogiativa che provi fino a che punto è fedele al pensiero del Maestro». Queste poche righe portano la firma di Michel Foucault e sono riprodotte in una delle opere che più ha contribuito a far conoscere in Italia gli aspetti militanti del suo pensiero. Parliamo di Microfisica del potere , sottotitolo Interventi politici , più che un'opera sistematica, una raccolta di testi, brevi scritti, dibattiti e interviste, uscita non a caso qui da noi nel 1977. Anno cruciale, durante il quale si registra nel campo della sinistra (soprattutto in Italia e in Francia) il massimo di rottura tra movimento operaio e partiti comunisti, da un lato, e i movimenti studenteschi dall'altro. Movimenti che dall'interno delle università cominciano a guardare a nuovi soggetti al di fuori di quelle che vengono definite strutture burocratiche e di potere, dai sindacati ai partiti. Da qui si spiega l'attenzione del Settantasette verso i non garantiti e il proletariato metropolitano, verso gli esclusi e il sottoproletariato, verso i malati mentali e verso un'intera costellazione di soggetti che per la prima volta cade al fuori della "classe operaia".
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Alain Badiou
In un'epoca di pensieri deboli, anzi debolissimi, di "political correct" e di voci che non osano, Alain Badiou insegue la verità con tutte la passione che il concetto evoca. Questa presentazione- intervista che "posto" (da: http://elparison.spaces.live.com/) spero susciti quel minimo di curiosità necessaria per sentirsi invogliati ad affrontare le asperità del suo pensiero
La voglia di dimostrare che la filosofia è viva e vegeta non gli è ancora passata,(il suo "Manifesto per la filosofia" è una lucida quanto appassionata analisi in favore del "pensiero che pensa se stesso") ed è evidentemente contagiosa. Un pubblico eterogeneo segue infatti con assiduità le sue lezioni serali, le riviste di tendenza si occupano di lui, e i convegni a lui dedicati si moltiplicano. Come può un filosofo che non si concede alla divulgazione televisiva e offre un pensiero rigoroso e privo di concessioni diventare un fenomeno di moda? Forse è la sua capacità di costruire un rapporto empatico con il suo interlocutore a ipnotizzare le sale.
Quando avverte delle resistenze e delle difficoltà nel pubblico, non esita a esplicitare meglio un concetto o un passaggio oscuro, o a provocare con una battuta una risata fragorosa e liberatoria. Il filosofo è insomma un po' anche uomo di teatro, e ha sempre amato i colpi di scena. Lo dimostrano bene certi suoi episodi di gioventù.
Nei primi anni Settanta, ad esempio, con la brigata maoista di cui era a capo, irrompeva a di-sturbare la lezione del più anziano collega Deleuze, colpevole di essere un "anarchico desiderante". Questo incidente non avrebbe impedito a Deleuze, qualche anno più tardi, di esprimere il suo apprezzamento per il giovane filosofo. "Fedele a Nietzsche, Deleuze non coltivava il risentimento", spiega oggi Badiou con una battuta.
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Regole e deregulation, risposta a Guido Rossi
di Alberto Burgio
L'intervento di Guido Rossi (il manifesto 26/11) mette con forza l'accento sulla gravità della recessione mondiale, non esitando a compararne gli effetti con quelli di possibili «rischi apocalittici», dalla guerra atomica al collasso ambientale, alle pandemie prodotte dall'uso sconsiderato delle biotecnologie. Sono paragoni scioccanti, ma qualche volta è meglio esagerare - sempre che di eccessi si tratti - che sottovalutare.
Il discorso è importante, considerata la portata delle conseguenze sociali della crisi, anche sul versante delle contromisure. Rossi indica con chiarezza una strada: l'imposizione, da parte dei Paesi più influenti sulle dinamiche di sviluppo (a cominciare dall'Ue), di norme e sanzioni ispirate a principi giuridici globali (global legal standards) rispettosi dei diritti umani. L'idea è che una nuova disciplina giuridica globale sia necessaria per arrestare la dinamica in atto e per impedire l'esplosione di nuove crisi sistemiche.
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La paura che nega il diritto
Guido Rossi
La concorrenza ha sconfitto democrazia e sicurezza che, con la paura e i diritti è diventata oggetto di inquietanti antinomie: si calpestano i diritti per garantire la sicurezza ma con quelle violazioni si creano paure e torna la violenza del Leviatano
Negli ultimi vent'anni la globalizzazione ha cambiato radicalmente la vita economica, politica e sociale dei popoli e degli individui, senza che il diritto ne abbia seguito e disciplinato l'evolversi.
Jacques Derrida nei suoi seminari su «La Bestia e il Sovrano» (Jaca Book, 2009, p.61) ha fatto un esempio illuminante, chiedendosi quale sarebbe stata la reazione allo sventramento delle Torri Gemelle del World Trade Center dell'11 settembre 2001, se l'immagine non fosse stata registrata, filmata, indefinitamente riproducibile e compulsivamente trasmessa in tutti i Paesi del mondo. Il ritorno a Hobbes, dove lo Stato, il Leviatano, altro non è che una macchina per far paura e la paura è l'unica cosa che motiva l'obbedienza alla legge, induce a concludere che «siccome non c'è legge senza sovranità (...) questa chiama, suppone, provoca la paura».
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Antropologia e teoria delle istituzioni
Paolo Virno
Non vi è indagine sulla natura umana che non porti con sé, come un passeggero clandestino, almeno l’abozzo di una teoria delle istituzioni politiche. L’analisi degli istinti e delle pulsioni della nostra specie contiene sempre un giudizio sulla legittimità del Ministero degli Interni. E viceversa: non vi è teoria delle istituzioni politiche degna di questo nome che non adotti, quale suo celato presupposto, l’una o l’altra rappresentazione dei tratti che distinguono l’Homo sapiens dalle altre specie animali. Per tenersi a un esempio liceale, poco si comprende del Leviatano di Hobbes se si trascura il suo De homine.
Il nesso tra riflessione antropologica e teoria delle istituzioni è stato formulato con grande schiettezza da Carl Schmitt nel settimo capitolo del suo Il concetto del ‘politico’ . Egli scrive:
Si potrebbe analizzare tutte le teorie dello Stato e le idee politiche in base alla loro antropologia, suddividendole a seconda che esse presuppongano, consapevolmente o inconsapevolmente, un uomo “cattivo per una natura” o “buono per natura”. […] Nell’anarchismo dichiarato è immediatamente chiara la stretta connessione esistente tra la fede nella “bontà naturale” e la negazione radicale dello Stato: l’una consegue all’altra ed entrambe si sorreggono a vicenda. […] Il radicalismo ostile allo Stato cresce in misura uguale alla fiducia nella bontà radicale della natura umana. […]
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La potenza del sapere vivo
Crisi dell’università globale, composizione di classe e istituzioni del comune
Gigi Roggero
I clienti della compagnia telefonica 3 che avessero bisogno dell’assistenza online, troveranno nell’area dedicata del sito una curiosa sorpresa. A rispondere non sono infatti dei tecnici pagati dall’azienda, bensì – attraverso un forum libero – altri clienti. 3 mette in palio per le migliori risposte modesti premi e cotillon: ricariche o telefonini, peraltro già acquisibili in comodato gratuito attraverso le offerte promozionali. Soprattutto, l’impresa stila delle classifiche mensili al cui interno i cooperanti del forum vedono riconosciuto il proprio valore e merito. Se, tuttavia, si invia un post in cui – dopo aver esposto il problema e ringraziato gli utenti per la loro bravura – si insinua il dubbio che quello di cui 3 utilizza è un lavoro non pagato, dopo pochi minuti il messaggio verrà cancellato dal libero spazio del forum.
Questo aneddoto, che rappresenta il funzionamento di un modello imprenditoriale tendenzialmente egemone non solo nel campo delle telecomunicazioni, ci fornisce gli elementi centrali di analisi del capitalismo contemporaneo. Mostra, innanzitutto, la natura ideologica della figura del prosumer, diffusa nella narrazione postmoderna sulla società della conoscenza: non è dunque il lavoratore che diventa consumatore, ma è al contrario il consumo che viene messo al lavoro. Non solo: è proprio sui soggetti della cooperazione sociale che viene scaricato il taglio dei costi del lavoro, riproducendo di continuo al suo interno linee di competizione individualistica – è questo il senso delle classifiche mensili di 3. Vengono, cioè, continuamente separati dall’appropriazione comune di ciò che producono in comune.
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Il paradosso di Abilene e la dittatura della massa.
di Uriel
Sinora ho citato diverse volte il padadosso di Abilene, e mi hanno chiesto di spiegarlo. Contemporaneamente ho detto “dittatura della massa”, e anche questo termine e’ abbastanza oscuro. Cosi’ adesso vedo di sforzarmi di spiegare entrambe le cose, in un linguaggio semplice.
Il paradosso di Abilene.
Dunque: Nash ha dimostrato che il sistema raggiunga un equilibrio migliore se ogni giocatore si sforza di beneficiare anche il sistema (cioe’ di contribuire al risultato complessivo) oltre che a massimizzare il proprio punteggio. C’e’ pero’ un piccolo problema: se l’informazione non e’ completa, e’ possibile produrre un gioco paradossale assumendo che tutti i giocatori vogliano migliorare il sistema, senza sapere pero’ come farlo.
Il paradosso di Abilene prende il nome da un racconto nato per spiegarlo. Una famiglia che, come molte persone, crede che Abilene sia un posto bellissimo sta organizzando una gita. Nessuno dei partecipanti vorrebbe andare ad Abilene, ma tutti credono (poiche’ e’ risaputo che Abilene sia bellissima) che gli altri vogliano andarci.
Cosi’, poiche’ ognuno intende evitare di essere il tiranno del gruppo, ognuno decide di acconsentire ad andare abilene. Il risultato e’ una stravagante unanimita’, ottenuta rinunciando al proprio payoff a favore di un un presunto payoff globale. Il problema e’ che nessuno voleva andare ad Abilene, e il risultato e’ che nell’intento di massimizzare il payoff collettivo si e’ ottenuto il peggior payoff possibile sia per i singoli che per il gruppo.
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Così è la vita
Felice Cimatti
SUPERARE IL DETERMINISMO GENETICO. Un incontro con il fisiologo Denis Noble, del quale è uscito da Bollati Boringhieri un saggio titolato «La musica della vita». Il codice del Dna - dice - somiglia a un cd perché convoglia informazioni digitali. Ma così come un disco non scrive la musica il Dna non «causa» la vita
Cos'è la vita? Da un punto di vista scientifico la risposta non è affatto ovvia. Che differenza c'è fra uno stesso gatto quando è vivo e quando è morto? Il gatto morto è composto della stessa materia di quello vivo, eppure, evidentemente, c'è una differenza radicale fra i due. La risposta non va cercata direttamente nella materia organica, perché essa è - come ci ricorda il biologo Denis Noble, di cui è stato da poco pubblicato La musica della vita (Bollati Boringhieri) - materia esattamente come quella non organica. Non c'è un'essenza della vita che si possa individuare al microscopio. Il libro di Noble affronta questo tema, così dolorosamente attuale, proponendo un orientamento singolare, e allo stesso tempo antico, allo studio dei fenomeni viventi. Oggi, e non solo nella biologia, prevalgono le spiegazioni riduzionistiche, che cercano di rendere conto dei fenomeni trattandoli come l'effetto superficiale di qualche meccanismo nascosto al loro interno (e il riduzionismo non è solo scientifico ma anche religioso). È un procedimento spesso molto fruttuoso, ma talvolta no: per esempio nel caso dei fenomeni complessi, o emergenti, in cui interagiscono una moltitudine di componenti elementari. Prendiamo il caso del battito cardiaco: come illustra Noble nel suo libro una spiegazione riduzionista di questo fenomeno biologico fondamentale semplicemente non esiste (non esiste, cioè, il gene del battito del cuore, così come non esiste il gene della vita). Altre spiegazioni le lasceremo allo stesso fisiologo di Oxford.
L'uso che lei fa della analogia fra la musica e la vita le serve a sostenere che i fenomeni vitali non hanno, al loro interno, qualche essenza misteriosa. Come la musica esiste soltanto se viene eseguita, così la vita c'è solo in quanto e finché è vivente. Nel sempre - lei dice - per dare conto di un fenomeno complesso è vantaggioso cercare una spiegazione riduzionista, cioè più semplice del fenomeno che intende spiegare.
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Senza uguaglianza la democrazia è un regime
di Gustavo Zagrebelsky
Riproduciamo qui un magnifico articolo del grande giurista Gustavo Zagrebelsky, ex presidente della Corte Costituzionale, pubblicato su «la Repubblica» del 26 novembre 2008. Pur lasciando del tutto inalterato questo testo di chiarezza esemplare, lo abbiamo collegato a un percorso di approfondimento con numerosi link. La bella riflessione di Zagrebelsky sulla «Costituzione in bilico» merita la massima attenzione dei lettori.
Poiché tra i cinque punti del documento d’intenti del progetto televisivo Pandoratroviamo la «difesa della Costituzione e della legalità democratica» e la «difesa dei diritti sociali e civili dei cittadini», la combinazione Costituzione-Uguaglianza esplicitata da Zagrebelsky ci appare il tasto più importante del nostro telecomando.
Regime o non-regime? Un confronto su questo dilemma, pur così tanto determinante rispetto al dovere morale che tutti riguarda, ora come sempre, qui come ovunque, di prendere posizione circa la conduzione politica del paese di cui si è cittadini, non è neppure incominciato. La ragione sta, probabilmente, in un’associazione di idee. Se il "regime", inevitabilmente, è quello del ventennio fascista, allora la domanda se in Italia c’è un regime significa se c’è "il" o "un" fascismo; oppure, più in generale, se c'è qualcosa che gli assomigli in autoritarismo, arbitrio, provincialismo, demagogia, manipolazione del consenso, intolleranza, violenza, ecc.
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Convertiti e pervertiti
di Augusto Illuminati
Un altro africano, Agostino, arrivato clandestino in Italia per ragioni familiari, quando si decise, dopo lungo travaglio, alla conversione, non la sfoggiò pubblicamente né tanto meno pretese di aggiungere l'impegnativo nome di Cristiano al momento del battesimo. Durante il soggiorno milanese scrisse il De immortalitate animae, non editoriali ben pagati per il «Corriere della Sera». Vero che, alla fine della sua vita, ci andò giù con mano pesante nei confronti di donatisti e pelagiani, ma in complesso per un lungo tratto fu tollerante e puntò alla persuasione ecclesiale più che alla repressione imperiale. Il nostro Magdi Cristiano, invece, esordì con una sparata anticoranica che imbarazzò l'incauto pontefice-battezzatore e perfino il devoto Giulianone. Proseguì auspicando la demolizione o non-edificazione delle moschee italiche e l'espulsione degli imam e scatenando crociate contro le organizzazioni rappresentative islamiche con cui faticosamente trattavano i vari governi nazionali, insomma applicando al campo musulmano il noto stereotipo dell'ebreo odiatore di se stesso. O più semplicemente del convertito fanatico, di cui anche la politica ci ha offerto memorabili esempi. Ma si tratterebbe ancora di una patologia individuale, per quanto autorevolmente sponsorizzata dal Papa e pubblicizzata sulla stampa, un predicatore fondamentalista come ce ne sono tanti negli Usa e nel mondo islamico.
Quando però il Nostro si applica ai delicati temi dell'immigrazione, non possiamo dimenticare che parla ufficialmente il vice-direttore del «Corriere» (18 giugno 2008) e non più soltanto il born again schiumante risentimento.
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Mormorazioni nel deserto
di Paolo Virno
Il rapporto tra aspetti temibili della natura umana e istituzioni politiche è, senza dubbio, una questione metastorica. Per affrontarla, serve a poco evocare il caleidoscopio delle differenze culturali. Tuttavia, come sempre accade, una questione metastorica guadagna visibilità e pregnanza soltanto in una concreta congiuntura storico-sociale. L’invariante, cioè la congenita (auto)distruttività dell’animale che pensa con le parole, è messo a tema da crisi e conflitti contingenti. Detto altrimenti: il problema dell’aggressività intraspecifica balza in primo piano allorché lo Stato centrale moderno conosce un vistoso declino, costellato però da convulse spinte restaurative e da inquietanti metamorfosi. È nel corso di questo declino, e a causa di esso, che torna a farsi valere in tutta la sua portata antropologica il problema delle istituzioni, del loro ruolo regolativo e stabilizzatore.
Fu lo stesso Carl Schmitt a constatare, con palese amarezza, il tracollo della sovranità statale:
“L’epoca della statualità sta ormai giungendo alla fine […] Lo Stato come modello dell’unità politica, lo Stato come titolare del più straordinario di tutti i monopoli, cioè del monopolio della decisione politica, sta per essere detronizzato”.
Lo sgretolamento del “monopolio della decisione politica” deriva tanto dalla natura dell’attuale processo produttivo (basato sul sapere astratto e la comunicazione linguistica), quanto dalle lotte sociali degli anni Sessanta-Settanta e dal successivo proliferare di forme di vita refrattarie a un “patto preliminare di obbedienza”. Non importa, qui, soffermarsi su queste cause o ventilarne altre eventuali. Ciò che conta sono piuttosto gli interrogativi che campeggiano nella nuova situazione. Quali istituzioni politiche al di fuori dell’apparato statale? Come tenere a freno l’instabilità e la pericolosità dell’animale umano, là dove non si può più contare su una “coazione a ripetere” nell’applicazione delle regole di volta in volta vigenti? In che modo l’eccesso pulsionale e l’apertura al mondo che caratterizzano la nostra specie possono fungere da antidoto politico ai veleni che essi stessi secernono?
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