Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly, PDF & Email

‘‘Proletarizzati di tutto il mondo unitevi... contro la bêtise!’’

Intervista a Bernard Stiegler

Gustav Klimt Cappello Nero 1910Bernard Stiegler, professore al Goldsmiths College di Londra, all'Université de Technologie di Compiègne e visiting professor alla Cambridge University, nonché Direttore dell'Institut de Recherche et d'Innovation du Centre Georges Pompidou di Parigi, è sicuramente uno dei filosofi più attenti alle trasformazioni della società contemporanea, come dimostrano i suoi numerosi libri pubblicati negli ultimi anni. A dispetto di alcuni titoli ''apocalittici'' delle sue pubblicazioni – come La misère symbolique o Mécréance et miscrédit – e delle analisi fortemente critiche per le quali è conosciuto anche in Italia (sebbene ancora poco tradotto), Stiegler si distingue sicuramente per la serena volontà di trasformazione sociale, economica, politica e culturale dello stato attuale delle cose, prendendo come bersaglio critico l'ignoranza in quanto fenomeno socialmente prodotto dall'ideologia e dalle tecnologie del consumo. Da questa volontà, condivisa con altri pensatori e studiosi, nasce il progetto di Ars Industrialis, l'associazione di cui Stiegler è presidente e uno dei fondatori. In particolare, l'ambizione di Ars Industrialis, è quella di essere “un'associazione internazionale per l'ecologia industriale dello spirito”, che sappia coniugare critica teorica e proposta programmatica su tutti i piani del sapere, a incominciare dalle scienze umane.

Stiegler ha inoltre pubblicato, qualche anno fa, un libro intitolato La télécratie contre la démocratie, offrendoci così un buon movente per accogliere le sue parole, attraverso un'intervista, in questo numero di Kainos.

 

1) Nel 2006 lei ha pubblicato La télécratie contre la démocratie, un libro che è ancora molto attuale rispetto alla situazione italiana. Se è lecito pensare che i dibattiti politici in Italia oggi risentano del «regno dell’ignoranza» di cui lei ha parlato, come si può fare per uscirne, al di là di un cambiamento istituzionale del potere?

STIEGLER: Si tratta di un’enorme questione, che mi pongo tutti i giorni. Penso però che vi sia un problema di traduzione, perché ciò che lei chiama il ‘‘regno dell’ignoranza’’, in quel libro è definito principalmente come il ‘‘regno della bêtise’’.

Print Friendly, PDF & Email

Benvenuti nel Reale. Il ritorno alla materialità dopo il postmoderno

Written by Marco Assennato

1) Farla finita con il postmoderno?

Nel luglio 2011 «Micromega» ha dedicato il suo «Almanacco di filosofia» alla fine del postmoderno, insomma alla rivisitazione di una delle categorie filosofiche che ha tenuto il banco della discussione nell’ultimo trentennio. A seguito di quella pubblicazione, il confronto è proseguito sul sito web della medesima rivista e alcune delle tesi in campo son giunte a marcare presenza nell’edizione 2011 del Festivalfilosofia di Modena, Carpi e Sassuolo, dedicato alla Natura. Il dibattito verte sul ritorno al reale dopo la sbornia postmoderna. Ritorno ai fatti dopo l’ormai esausta vague delle interpretazioni, potremmo dire o, parafrasando Nietzsche, riaffermazione del mondo vero al tramonto di ogni sua possibile favola.

Seppure limitata essenzialmente agli autori che, nel dibattito italiano, hanno alimentato la sfida cosiddetta debolistica - che fu solo una delle possibili declinazioni di quel vago quanto ampio arcipelago che chiamiamo postmoderno - ed in particolare ad un confronto serrato tra Gianni Vattimo e Maurizio Ferraris, la contesa pare nascondere un nucleo problematico più profondo e politicamente significativo di quanto a prima vista possa sembrar ovvio. Del resto Ferraris aveva già da tempo preso le distanze dalle tesi del suo maestro, ancora in occasione della ripubblicazione della sua mappa della filosofia postmoderna Tracce. Nichilismo, moderno, postmoderno (Mimesis, Milano, 2006). Nella postfazione intitolata Postmoderno vent’anni dopo appena appresso un formale riconoscimento del debito che egli deve a quella stagione, chiosava:

«A un certo punto ho cambiato idea. [...] All’inizio degli anni novanta cominciai a [...] essere scettico sullo scetticismo. [...] Era cominciata per me la stagione del realismo, che mi avrebbe portato, più avanti, a distinguere tra oggetti fisici, ideali e sociali, fuori dalle trappole del postmoderno. [...] Morale: le montagne non si costuriscono, e nemmeno i teoremi, il mondo è pieno di fatti che non sopportano interpretazioni» (p. 169).

Print Friendly, PDF & Email

L’Italia come “mondo atono”

Jean-Claude Lévêque

L’Italia come “mondo atono”: alcune considerazioni politico-filosofiche a partire da Alain Badiou (e non solo).

Le brevi riflessioni che seguono intendono cercare di esaminare il “ caso Italia”, così peculiare nel contesto europeo, a partire da un concetto fondamentale coniato da Alain Badiou in Logique des mondes: quello di “mondo atono”.

Nella prima parte, cercherò rapidamente di esporre questo concetto, applicandolo poi concretamente alla situazione di chiusura propria della politica e della società italiane; nella seconda, farò dialogare provocatoriamente Badiou con Costanzo Preve e con Domenico Losurdo perché risulti più chiaro che, di fronte alla crisi italiana, di tutto abbiamo bisogno tranne che di interpretazioni “moralistiche” o paranoiche.

So che citare Preve non è certo “politicamente corretto”, ma penso anche che sia necessario e filosoficamente adeguato citarlo, giacché si tratta di uno studioso serio che argomenta con chiarezza, al di là della condivisibilità o meno di certe sue letture del marxismo (ma anche della politica italiana).


1.  Mondi “atoni” e soggetti “reattivi”


Chi conosca almeno parzialmente il testo di Badiou, non avrà difficoltà a comprendere il senso di quest’accostamento; tuttavia è necessario precisare prima i due concetti per non incorrere, dopo, in spiacevoli fraintendimenti.

Per Alain Badiou, un mondo “atono” è un mondo in cui “il suo proprio trascendentale non ha alcun punto”, ovvero in cui non è possibile che si dia alcun cambiamento profondo attraverso la fedeltà a un evento.

Siccome il concetto di trascendentale in Badiou ha un significato non-kantiano, sarà bene chiarire perché è così e che cosa ne consegue: il trascendentale di un mondo “indica la capacita costitutiva propria di ogni mondo di attribuire a ciò che ‘sta’ in quel mondo delle intensità variabili”.

Print Friendly, PDF & Email

Il velo lacerato della totalità

di Marco Gatto

Tornare a Hegel e a Marx dopo la stagione del postmoderno e del neoliberismo ormai in crisi. Lo propone il filosofo Fredric Jameson, che nei suoi ultimi libri definisce la strada che porta allo sviluppo di un punto di vista critico verso la logica culturale del sistema di potere dominante

Negli ultimi anni, Fredric Jameson si è ha inoltrato in strade tortuose con lo scopo di riconsiderare il pensiero di Hegel e Marx, assumendo come punto d'osservazione privilegiato il metodo dialettico. D'altra parte, gli esordi speculativi di Jameson - in particolare, Marxismo e forma (1971), uscito in Italia nel 1975 con una prefazione di Franco Fortini - rispecchiavano la volontà di confrontarsi con i capisaldi della tradizione dialettica del Novecento, al fine di risollevare le sorti di un pensiero che stava cedendo il passo all'egemonia delle microspecializzazioni analitiche ed empiristiche. D'altronde una tensione verso la totalità ispira largamente anche i lavori più noti di Jameson, a cominciare dal celebre Postmodernismo (uscito nel 1991, pubblicato integralmente da fazi, dopo l'edizione di solo alcuni capitoli da parte della casa editrice Garzanti), in cui la frammentazione alienante della vita sociale e la prospettiva straniante inaugurata dal crollo delle «grandi narrazion» trovano in una rivitalizzazione della dialettica tra particolare e generale, tra individuale e collettivo, una strategia di resistenza e opposizione.


Dissoluzione del moderno

In un tempo che ha dissolto la capacità del soggetto di relazionarsi all'altro e di situarsi in uno spazio condiviso, la teoria ha, per Jameson, l'obbligo di ricostruire una mappa della totalità sociale che sia canale di orientamento anzitutto politico. Da critico della cultura profondamente radicato nella tradizione che da Marx giunge sino ai francofortesi, passando dall'insopprimibile riferimento a Györky Lukács, Jameson si è dunque prodotto in un'inesausta analisi degli oggetti estetici della contemporaneità, sforzandosi di diagnosticare i termini di quella svolta culturale che, con l'ascesa del capitalismo multinazionale, segna la dissoluzione del moderno e la sua deflagrazione in un nuovo tipo di totalità.

Print Friendly, PDF & Email

L’ignoranza nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

Paolo Vignola

Di fronte alla questione relativa al compito della filosofia, Gilles Deleuze ha dato una risposta che potremmo definire “fuori dal tempo” per la sua validità, e “fuori dalla filosofia contemporanea” per via della sua semplicità espressiva. Eppure, affermare, sulla scia di Nietzsche, che l’attività della filosofia «è la critica della stupidità e della bassezza»1 significa indicare un assioma fondamentale per la filosofia di questo nuovo secolo e, al tempo stesso, suggerire uno dei compiti politici più urgenti per il nostro presente. La critica della stupidità ha infatti acquisito la sua efficacia più puntuale nel momento in cui «l’informatica, il marketing, il design, la pubblicità, tutte le discipline della comunicazione si impadronivano della parola stessa “concetto”»2 e sembravano così sottrarre alla filosofia il suo lavoro di creazione dei concetti. Ecco allora che Deleuze, mostrando come queste discipline rientrano nel concetto di «controllo», ha voluto prendersi la rivincita del filosofo. Per Deleuze, di fronte all’avvento inesorabile delle società di controllo, il cui strumento principale è il marketing e l’obiettivo è la modulazione delle soggettività nella transizione economico-politica, «non è il caso di avere paura, né di sperare, ma bisogna cercare nuove armi»3 .

Print Friendly, PDF & Email
consecutio temporum

Globalizzazione, postmoderno e “marxismo dell’astratto”

Roberto Finelli

1. L’«americanismo» come idealtipo della globalizzazione.

Le riflessioni che seguono nascono da quella che a me sembra la caratteristica più paradossale della realtà che stiamo vivendo: tanto caratterizzante l’intera realtà, storica e sociale contemporanea, da configurarla appunto come null’altro che un unico grande paradosso. Il paradosso è quello della contraddizione tra il piano dell’Essere e quello dell’Apparire, ossia tra il piano interiore e profondo della struttura del reale e quello esteriore della forme della coscienza individuale e collettiva con cui quella struttura viene appresa e conosciuta, anzi nel nostro caso bisogna dire viene distorta e misconosciuta.

Con il crollo del comunismo cosiddetto reale il mondo conosce oggi solo l’«americanismo» come forma unica di civiltà e di organizzazione sociale. E l’americanismo, per quello che dirò subito, vale per me come la realizzazione, oggi, più completa e più avanzata del capitalismo, proprio come la maturità dell’Inghilterra valeva per Marx come la forma canonica del capitalismo dell’800. E americanismo senza America, americanismo oltre i confini d’America, può essere definita l’attuale globalizzazione, se la si considera come generalizzazione a tutti i paesi del globo, con gradi diversi ovviamente di sviluppo e di sottosviluppo, del medesimo modello di produzione, distribuzione e consumo di merci, della medesima ricerca di profitto, della medesima invasività e diffusione del mercato e della medesima attitudine a trasformare tutti i rapporti umani in rapporti quantificabili e mediati dal denaro.

Per altro non v’è dubbio che la globalizzazione debba essere vista, ancora oggi,  soprattutto come maggiore velocità e ubiquità di spostamento del capitale finanziario e spesso solo speculativo, senza cedere alla facile quanto superficiale rappresentazione che la prospetta come il darsi di un unico mercato mondiale con un’unica concorrenza che genererebbe medesimi prezzi delle merci, del lavoro del denaro.1

Print Friendly, PDF & Email



La contraddizione assoluta del capitale

di Stefano Ulliana

"E poiché uguali parti sono del grande e del piccolo, anche così in ogni cosa ci potranno essere tutte: non è possibile che esista separatamente, ma tutte partecipano a tutto." Anassagora (DK 59 B 6).
"Ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale". G.W.F. Hegel (Lineamenti di filosofia del diritto, Prefazione).

1. La forma e la sostanza dell'egemonia (ideologica e pratica) sostenuta dal Capitale (finanziario, speculativo e produttivo) attuale sono date, offerte e rese stabili dal modo e dalla struttura della contraddizione assoluta. La contraddizione assoluta è infatti la determinazione e la definizione della struttura e del modo propri del dominio e del potere esercitati dall'ideologia capitalistica presente. La ricerca e le volontà comuni all'ideologia capitalistica, tese alla massimizzazione del profitto – nelle opere d'ingegno, nelle produzioni artistiche in senso lato, nelle produzioni tecnico-pratiche – hanno infatti stabilito la necessità irremovibile ed ineliminabile di un forma sintetica a priori, che raccolga interamente, completamente e totalmente il pensiero, l'arte e la prassi dell'infinito (umanamente inteso e rappresentato). Come nel caso della prima filosofia idealistica tedesca – J.G. Fichte – il pensiero, l'arte e la prassi della reazione – il Congresso di Vienna è del 1815 - pretende di bloccare, di negare ed annientare in anticipo qualsiasi apertura di relazione che ricordi l'abissale profondità dell'infinito liberamente creativo, viva ed espressa attraverso la relazione doppiamente dialettica sussistente fra libertà ed eguaglianza. Nello sviluppo successivo del pensiero idealistico tedesco la posizione fichtiana venne in tal modo superata dalla ripresa schellinghiana dell'infinito creativo e doppiamente dialettico di origine bruniana – Giordano Bruno da Nola – prima di venire di nuovo piegata e trasferita su un piano esistenziale di tipo tradizionalmente neo-assolutistico.

Print Friendly, PDF & Email

Weimar e noi (attraverso Bloch)

Pierluigi Vuillermin

1. Premessa (anti-borghese)

Secondo l’Economist (notizia di qualche tempo fa) per la prima volta nella storia dell’umanità circa metà della popolazione mondiale è entrata a far parte della middle class. Ebbene, ne ha fatta di strada la vecchia piccola borghesia negli ultimi due secoli. Nelle aree emergenti dell’Impero la sua avanzata è incessante. In nome del progresso, essa sostiene la crescita economica e predica le virtù democratiche del benessere materiale. In Occidente, invece, si constata il declino dei ceti medi. Con la competizione globale, l’incubo del declassamento, in casa propria, è una minaccia costante. Ora, questa “nuova borghesia globale” è ancora una classe rivoluzionaria, nel significato tradizionale del concetto? Tanto per essere chiari, citando Hermann Broch, spaventevole progresso, quello alla cui testa marcia il piccolo borghese. La domanda che guida la presente rilettura del libro di Ernst Bloch Eredità del nostro tempo, è molto semplice. In un’epoca di crisi dove vanno politicamente i ceti medi impoveriti? La vicenda della Repubblica di Weimar è risaputa. Mentre l’operaio disoccupato guardava a Mosca, l’impiegato disoccupato si affidò a Hitler. Sappiamo tutti come andò a finire. La questione è tuttora di grande e urgente attualità. Soprattutto oggi, in tempi di recessione economica e conflitto sociale. Di recente il quotidiano La Stampa, recensendo un saggio del sociologo Arnaldo Bagnasco sul ceto medio, così titolava: la classe media lascia il salotto e va alla guerra. In buona sostanza l’autore dell’articolo sosteneva che, in un periodo storico come quello che stiamo vivendo, di incertezza e insicurezza, la classe media abbandona i suoi comodi rifugi e scende rabbiosamente in piazza a lottare in difesa dei diritti o dei privilegi, a seconda del punto di vista. Un po’ in tutta Europa, infatti, stiamo assistendo a manifestazioni e proteste, a volte anche molto violente, da parte di ampi strati di quella popolazione che si considera classe media. Certo, più che con la rivoluzione abbiamo a che fare con rivolte. Così almeno sembra. Differenza non da poco. Tuttavia questo generale malcontento dei ceti medi rischia di prendere una deriva reazionaria e protofascista.

Print Friendly, PDF & Email

Finché dura il lutto. Walter Benjamin e la rivoluzione

Bruno Moroncini

Saturno è il più lento dei pianeti, e il più crudele. Come Aprile – il più crudele dei mesi secondo la Terra desolata di T. S. Eliot – genera lillà da foglie morte, così Saturno vanifica le attese e differisce fino allo sfinimento il compimento dei progetti umani. Ritenuto ancora da Copernico il corpo celeste più esterno del sistema solare, – Urano e Nettuno saranno scoperti molto dopo –, di conseguenza il più freddo e inospitale e quello dall’orbita più lunga, Saturno, nel registro immaginario, conserva ancora oggi il primato della lentezza e resta, almeno per Benjamin, il pianeta «delle diversioni e dei ritardi». Da qui discende quella sindrome melanconica che colpisce chi cade sotto il suo dominio: i nati sotto Saturno non riescono a rinunciare all’oggetto perduto del loro desiderio e si lasciano sprofondare nella disperazione e nella morte.

Cosa accadrebbe se, alla pari di ciò che accade all’oggetto del nostro desiderio, anche quegli eventi storici che sono le rivoluzioni, cioè le trasformazioni repentine e inaudite, le novità assolute che modificano gli assetti del nostro essere-insieme, si scoprissero governati dall’intelligenza astrale di Saturno? Diverrebbero anch’essi fonti di tristezza e di malinconia? Oggetti di un’impossibile rinuncia? Causa di una malattia mortale se non di un lutto senza fine? Sembra che proprio questo sia accaduto a ciò che dalla rivoluzione francese in poi si definisce ‘sinistra’ in riferimento agli assetti economici e politici delle società moderne: il crollo, sperato forse, ma del tutto inaspettato – qualcosa di nuovo anch’esso in fin dei conti –, dell’Unione Sovietica ha messo fine non solo ad una potenza politica mondiale e alla gara con gli Stati Uniti usciti vincitori da cinquantanni di guerra fredda, ma anche e soprattutto al comunismo almeno come lo avevano pensato e praticato generazioni su generazioni lungo il corso di un secolo e mezzo (1848-1991).

Print Friendly, PDF & Email

Il grande inquisitore

di Alessandro Leogrande

Le sorti della politica italiana sembrano passare attraverso la figura del Grande Inquisitore, l’inquietante personaggio dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij. L’anno scorso la casa editrice Salani aveva riproposto autonomamente il testo della nota “leggenda” (Il grande inquisitore, appunto), estrapolandolo dal romanzo fluviale, e aggiungendovi un intervento di Gherardo Colombo, Il peso della libertà. L’anno prima era stato Gustavo Zagrebelsky a dedicarvi un suo saggio. Ora, per Laterza, esce un libro di Franco Cassano,
L’umiltà del male, che parte proprio da lì, dall’enigma posto dal discorso del Grande Inquisitore. Ma Cassano rovescia subito il piano della riflessione. Smonta la distinzione manichea tra bene e male.

Nei Karamazov, a raccontare la leggenda del Grande Inquisitore al fratello Alioscia è Ivan. Nella Siviglia del Cinquecento, narra, l’Inquisitore fa arrestare Cristo, appena tornato sulla terra, e si reca a far visita al prigioniero. In realtà, il suo è un lungo monologo, rinfaccia al Nazareno che la sua perfezione non è in grado di cogliere la debolezza dell’animo umano. Il suo rigore è per i santi, non per l’imperfezione del mondo. Il potere temporale, al contrario, è divenuto tale proprio perché ha permesso a tutti di peccare.

L’interpretazione classica della storia dostoevskiana attribuisce al Grande Inquisitore il ruolo del male, a Cristo (che per tutto il capitolo rimane muto) evidentemente quello del bene.

Print Friendly, PDF & Email

Occidente al tramonto

Franco Cassano

L'ultimo lavoro di Danilo Zolo non si limita alla critica dell'ideologia «progressista» usata dai potenti della Terra per legittimare il loro potere, perché punta a definire una agenda politica per uscire dall'irreversibile crisi della globalizzazione. Ma che sottovaluta la necessità di definire un orizzonte comune con l'Oriente

10 Fouquet Carlo Magno incoronato a San Pietro a RomaDanilo Zolo è una figura insolita nel panorama filosofico italiano. Egli, infatti, è da sempre un intellettuale disorganico, il cui forte impegno analitico e politico non è mai consolatorio, anzi è profondamente avverso a qualsiasi conciliazione risolutiva e rassicurante. Il suo stile intellettuale, sobrio ed inquieto, lo ha portato ad interrogare lungo il suo percorso anche tradizioni intellettuali diverse da quella italiana, e ad attraversare campi disciplinari spesso distanti, dalla filosofia politica alla teoria della conoscenza, senza concedere alibi né agli altri né a se stesso. In altre parole egli è l'opposto sia dell'accademico che del filosofo oracolare, che ama enunciare senza mai abbassarsi a dimostrare quanto dice.

Negli ultimi due decenni, quelli che hanno fatto seguito al crollo del sistema socialista e hanno visto l'estendersi dei processi di globalizzazione, il lavoro di Zolo è stato particolarmente prezioso perché ha preso di mira a tutto campo quella che potremmo chiamare l'ideologia dei vincitori.

Anche in questa scelta si ritrova il tratto «scomodo» appena ricordato: Zolo non corre mai in soccorso dei vincitori, anzi potremmo dire che è preso dalla sindrome opposta, concentra il fuoco della sua critica proprio sui dispositivi ideologici, giuridici e istituzionali attraverso cui essi organizzano e riproducono il proprio dominio.

Print Friendly, PDF & Email

Essere senza tempo nel “tic-tac” del capitalismo

di Marco Sferini

    Abbiamo intervistato Diego Fusaro, già autore del successo “Bentornato Marx!”, sul suo nuovo lavoro editoriale: “Essere senza tempo”, sempre edito da Bompiani e che consigliamo alle nostre lettrici e ai nostri lettori


Essere senza tempo potrebbe sembrare un paradosso: in fondo il tempo lo si vive, che lo si voglia o no. Eppure tu dici che il tempo in qualche modo ci viene rubato, sottratto. Da chi, da cosa?

Tra le molteplici definizioni che si possono attribuire al nostro specifico momento storico ve n’è una che forse, meglio delle altre, coglie il suo spirito: il nostro presente è l’epoca della fretta, un “tempo senza tempo” in cui tutto corre scompostamente e senza fermarsi mai, impedendoci non soltanto di vivere pienamente gli istanti presenti, che si succedono vorticosamente, ma anche di riflettere serenamente su quanto accade intorno a noi. Troppi eventi vanno accumulandosi in lassi di tempo sempre più ristretti, determinando, in noi che viviamo questa accelerazione di ogni settore dell’esperienza (dall’ambito della vita quotidiana a quello lavorativo, dai processi di apprendimento al mondo delle informazioni), una sensazione spaesante e, insieme, irritante: non abbiamo mai tempo sufficiente per tutto quello che dovremmo o vorremmo fare. La modernità, con la sua passione per il futuro, aveva scientemente scelto la strada dell’accelerazione dei ritmi in nome dell’avvenire: il presente era inteso come punto di passaggio in vista di un futuro diverso e migliore.

Print Friendly, PDF & Email

Badiou, tombe a orologeria

Enzo di Mauro

«PICCOLO PANTHEON PORTATILE» DEL FILOSOFO FRANCESE

Da Derrida a Deleuze, da Foucault ad Althusser, da Lacan a Canguilhem e Cavaillès, queste quattordici «orazioni funebri» di Alain Badiou si propongono quasi come un'intifada del pensiero in nome e per conto degli «ultimi» materialisti


Come in ogni altro libro di Alain Badiou, anche nel Piccolo pantheon portatile (Il Melangolo, a cura di Tommaso Ariemma, traduzione di Luisa Bosi, pp. 142, € 15, 00) – un titolo che parrebbe lezioso se non venisse inteso in maniera letterale e trasparente – si mantengono bene in vista i segni di una indomabile passione per il reale, qui semmai illuminati da una temperatura emotiva altissima. Virilmente introiettato il lutto, l'acuto sentimento di perdita che ne anima le pagine e ne determina l'andatura si trasforma d'un sol colpo in gesto militante, in lampo di pensiero, in netto e risentito starsene nel campo aspro e seminato a pietre, chiuso a ogni orizzonte di conciliazione, precluso a ogni patto con chiunque si erga a campione della presunta «innocenza » (in verità un'impostura criminale) delle democrazie parlamentari e dei regimi liberali. Poiché, quella del filosofo nato a Rabat settantatré anni fa, è qui un'intifada in nome e per conto dei maestri, degli interlocutori, dei contraddittori e dei compagni di strada che se ne sono andati via per sempre, lasciando vuoto il paesaggio combattente dopo quell'estremo lembo di secolo – diciamo, all'incirca, l'arco di tempo che andò dal 1960 al 1980 – in cui s'accesero gli ultimi fuochi del materialismo e, in senso lato, del pensiero critico e radicale più irriducibile.

Print Friendly, PDF & Email

Abbondanza FRUGALE

Serge Latouche

Bisogna risalire alla seconda metà del '700 per trovare le origini del pensiero economico che fa coincidere il «benessere» statistico con il «ben avere», sebbene nello stesso periodo l'illuminista napoletano Antonio Genovesi avesse sottolineato la necessità di una economia fondata sulla ricerca del bene comune. Temi che si ripropongono oggi con grande urgenza e che richiedono l'elaborazione di nuovi codici e regole. L'anticipazione di un intervento a Pordenonelegge

Per concepire e costruire una società di abbondanza frugale e una nuova forma di felicità, è necessario decostruire l'ideologia della felicità quantificata della modernità; in altre parole, per decolonizzare l'immaginario del pil pro capite, dobbiamo capire come si è radicato.


Quando, alla vigilia della Rivoluzione francese, Saint-Just dichiara che la felicità è un'idea nuova in Europa, è chiaro che non si tratta della beatitudine celeste e della felicità pubblica, ma di un benessere materiale e individuale, anticamera del pil pro capite degli economisti. Effettivamente, in questo senso, si tratta proprio di un'idea nuova che emerge un po' ovunque in Europa, ma principalmente in Inghilterra e in Francia.

Print Friendly, PDF & Email

Intervista a Costanzo Preve

a cura di Franco Romanò

Nell’ampia intervista che pubblichiamo, s'insiste sui punti nevralgici della Trilogia: Storia dell’etica, Storia della dialettica e Storia del materialismo, scritti dal filosofo torinese e tutti pubblicati dall’editore Petite Plaisance. In essa Preve suggerisce alcune linee per un bilancio teorico del socialismo reale, da lui definito comunismo novecentesco. Prendendo spunto dalla critica di Lucáks al materialismo dialettico e dalla sua positiva intuizione dell’ontologia dell’essere sociale, Preve individua nella sovrapposizione fra dialettica logica e dialettica storica, uno dei motivi della sconfitta comunismo novecentesco, che l’autore vede fortemente inquinato da residui positivisti. In tale contesto Preve interpreta il marxismo come filosofia della prassi e non della natura, interpretazione avanzata per la prima volta da Gentile e fatta propria da Gramsci.

Da questa convinzione nasce la riflessione su Marx, da Preve considerato un filosofo idealista che ha prodotto una teoria strutturalista del modo di produzione capitalistico, servendosi della dialettica hegeliana e applicandola al nuovo oggetto sociale. Critico nei confronti di tutte le correnti di pensiero marxiste che tendono ad allentare il legame fra Marx ed Hegel e a negare l’importanza del concetto di alienazione, Preve considera Marx un pensatore tradizionale che risale alle radici greche della filosofia e reagisce alla mancanza di etica comunitaria del moderno capitalismo, così come il pensiero filosofico greco aveva reagito all’avanzare della società schiavista. Nella parte finale dell’intervista la riflessione filosofica s’intreccia a questioni riguardanti la crisi economica attuale, il venir meno della correlazione dialettica necessaria fra proletariato e borghesia e altri temi di più stretta attualità, come i nuovi soggetti sociali, l’area dei cosiddetti nuovi diritti e le aspettative suscitate dalla presidenza Obama.


Franco Romanò: Nel suo libro Storia dell’etica lei afferma che nessuna etica comunitaria è possibile nella fase attuale dello sviluppo capitalistico, ma solo comportamenti etici individuali basati sul buon senso e che non necessitano di alcuna problematizzazione filosofica; oppure sono possibili etiche settoriali. Perché?