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Maghreb e mercati finanziari: la logica del contagio
di Christian Marazzi
Chi segue quanto sta accadendo nel Nord Africa e nel Medio Oriente con un occhio sui mercati finanziari non può non essere colpito da alcune similitudini, ma anche da differenze fondamentali. Ad esempio la logica del contagio, ossia del mimetismo che travolge qualsivoglia aspettativa razionale. Sui mercati finanziari è il deficit d’informazione che porta i soggetti economici a imitare l’Altro per definire (scegliere/eleggere) il rappresentante universale della ricchezza storicamente dato (che può essere la moneta “equivalente generale”, oppure i titoli tecnologici, i titoli subprime, le commodities, ecc., insomma le “convenzioni collettive” di keynesiana memoria). Si innesca in tal modo un movimento contagioso all’interno della comunità degli investitori che, di volta in volta, produce la sua bolla finanziaria, destinata a esplodere quando il processo diventa talmente autoreferenziale da perdere ogni rapporto col reale. E’ la razionalità dell’irrazionalità, o “razionalità collettiva”, dei mercati. I processi rivoluzionari nell’epoca del capitalismo finanziario globale sembrano funzionare secondo la medesima logica, ma solo in superficie. In realtà, il contagio, la prassi mimetica che caratterizza le insurrezioni delle moltitudini nord africane e medio orientali, non sono originate da un deficit d’informazione, bensì dal suo contrario, da un eccesso d’informazione che dà il via a mobilitazioni in regioni contigue e non, tra loro differenti per composizione sociale, PIL pro capite, tasso di inflazione, percentuale di disoccupazione giovanile, ecc. (vedi Wealth Management Research, “Global financial markets”, UBS, 24 febbraio).
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Una critica alla politica monetaria della BCE
di Miguel Carrión Álvarez*
La BCE considera il debito sovrano e il debito bancario con due pesi e due misure
Alla fine della settimana scorsa la comunità finanziaria è stata inondata da una speculazione che ammonta a più di 10 volte il volume del prestito marginale presso la BCE (Marginal Lending Facility), che offre alle banche un accesso alla liquidità overnight ad un tasso penalizzante. È risultato che la Anglo Irish Bank e la Irish Nationwide Building Society hanno voluto svincolare alcuni assets usati come garanzia nelle operazioni di rifinanziamento principale della BCE.Questo incidente può aver provocato molto rumore per nulla, ma ci dà l'occasione di dare uno sguardo più attento allo stato della liquidità nel mercato interbancario dell'Eurozona e non ne viene fuori un bel quadro. Nel suo zelo deflazionistico, la BCE sta drenando una quantità crescente di moneta - sotto forma di depositi settimanali - dai mercati monetari per compensare i suoi modesti acquisti di euro bonds sovrani.
Una conseguenza di questa politica è l'aumento costante nei tassi interbancari a un punto che l'Euribor a un anno ora sta toccando l'1.75 per cento, che è il tasso del prestito marginale presso la BCE (MLF). A questo tasso le banche possono assicurarsi fondi illimitati dalla BCE. L'Euribor a un anno potrà presto rompere questa barriera.
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Eurocrack
di Vladimiro Giacchè
1. La crisi del debito sovrano è parte integrante della crisi generale iniziata nel 2007
Il primo aspetto da sottolineare è questo: la crisi del debito che infuria in Europa dalla primavera del 2010 non è qualcosa di diverso dalla crisi che a partire dal 2007 ha sconvolto l’economia e la finanza internazionali. È un’ulteriore fase di quella crisi. Fa parte cioè della fine della bubble èpoque, ossia della crescita drogata con la finanza e con il debito che ha caratterizzato le economie dei Paesi occidentali negli ultimi trent’anni (in parte compensando, e così rendendo socialmente accettabile, un marcato declino della crescita e dei redditi da lavoro). Nel 2007 è iniziata a manifestarsi, con sempre maggiore perentorietà, l’insostenibilità di quel modello di “crescita” imperniato sul capitale produttivo d’interesse. La crisi, che ha seriamente minacciato – per la prima volta dal 1929 – l’intero sistema finanziario internazionale, è stata tamponata con una “socializzazione delle perdite” che non ha precedenti per entità nella storia: nel giugno 2009 il Financial Stability Report della Bank of England rivelò che i sussidi e le garanzie offerti dalle banche centrali e dai governi degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dell’area dell’euro a sostegno del sistema bancario ammontavano alla cifra spaventosa di 14.000 miliardi di dollari. Si tratta – precisava lo stesso rapporto – di una cifra equivalente a circa il 50% del prodotto interno lordo di quei paesi.
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La pericolosa restaurazione europea
Rosaria Rita Canale e Ugo Marani
Il concomitante verificarsi in Europa – a seguito della crisi finanziaria scoppiata nel 2007 - di situazioni di persistente ed elevata disoccupazione, da un lato, e di crescita del disavanzo e del debito pubblico, dall’altro, aveva fatto riemergere, anche all’interno del paradigma teorico consolidato, dubbi sul fronte della politica economica. Sul versante fiscale, riguardo la necessità incondizionata di contenere la spesa e di risanare il debito pubblico; sul fronte della politica monetaria, circa il mero perseguimento del solo obiettivo della stabilità dei prezzi. Nonostante però le condizioni economiche di molti paesi non siano, da allora, mutate e la crisi non possa dirsi passata, si assiste oggi ad un nuova chiusura sul fronte della politica fiscale e ad un atteggiamento apparentemente più accomodante sul fronte di quella monetaria, senza, tuttavia, che la minaccia di nuovi rialzi dei tassi di interesse sia fugata.
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Tutti sconfitti alla guerra delle valute
di Marcello De Cecco
Al G20 di Seul nessuno dei problemi sul tappeto è stato risolto e gli squilibri mondiali si sono ulteriormente accentuati. Germania, Cina, Usa: tutti impegnati solo nella difesa degli interessi nazionali
La signora Merkel ne ha fatta un’altra delle sue. Facendo discutere il 29 ottobre in sede di summit europeo la sua proposta di far pagare anche agli investitori in titoli di stato di paesi che hanno bisogno dell’aiuto del fondo europeo di salvataggio, ha messo una carica di sfiducia di grosso calibro nel mercato dei titoli stessi, col risultato che i titoli irlandesi, che già erano in sofferenza per motivi molto seri e che si sono voluti nascondere dietro vari paraventi per troppo tempo, invece di affrontarli insieme ai problemi greci a maggio, sono stati sommersi dalla speculazione.
Il risultato è stato che al vertice del G20 si è dovuto dedicare una quantità di tempo a questo problema, e i ministri delle finanze europei hanno dovuto emettere un comunicato per rassicurare i mercati sottolineando che le eventuali proposte tedesche cominceranno ad applicarsi solo al nuovo debito e solo dal 2013. Il danno tuttavia era fatto. I rendimenti dei titoli dei paesi periferici sono schizzati e a farne le spese è stato il Tesoro italiano che ha sì portato a termine l’asta che aveva organizzato, ma ha dovuto fare uno sconto più alto sui suoi titoli in vendita.
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La malattia è curabile?
di Roberto Tamborini
Il giudizio prevalente di osservatori ed esperti è, in sintesi: si va nella giusta direzione, ma le riforme sono ancora (molto) insufficienti. Vero, ma fino a che punto un sistema interconnesso e complesso come la finanza internazionale è riformabile e governabile?
Lo sforzo riformatore più consistente sembra essere stato quello dell'Amministrazione americana, dove nella legge Dodd-Frank compare l'unico intervento strutturale, la cosiddetta Volker Rule, che dovrebbe disincentivare la commistione tra attività bancaria tradizionale e operazioni puramente finanziarie ad alto rischio. Brescia Morra (su questo sito ) ha evidenziato i limiti dei nuovi organismi di regolazione e supervisione istituiti dalla UE. Il panorama del sistema finanziario europeo assomiglierà a quei teatri operativi militari dove sono in campo eserciti privati agguerriti e ben equipaggiati, eserciti nazionali con stendardi e pennacchi, ma di fatto semi-impotenti (in qualche caso con qualche generale compiacente), caschi blu e altri osservatori internazionali, di cui sono note audacia, determinazione e incisività. Sappiamo come, di solito, va a finire.
Barucci (su questo sito ) ci ha descritto il topolino di Basilea III: aumento del requisito patrimoniale (il rapporto tra capitale primario e attivi ponderati per il rischio passa dal 2% al 4,5%), un airbag aggiuntivo per le emergenze, ulteriormente gonfiabile a scopi anticiclici. Il tutto da realizzarsi in 8 anni. Sì, sostanzialmente questo è tutto.
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Banche: Il caso Profumo. Ovvero "Unicrack"
di Parvus
Raramente così tante pagine di giornale sono state spese inutilmente come nel caso del recente terremoto ai vertici di Unicredit.
Raramente si è letta una tale quantità di congetture su retroscena e motivi che tanto poco avevano a che fare con le vere ragioni degli avvenimenti.
La verità è che la narrazione giornalistica – indietro di un paio di secoli rispetto alla narrazione storica – non sa affrancarsi dalla “storia dei grandi uomini”. E questo ha risultati tanto più patetici quanto più ci si addentra in vicende che hanno a che fare con la finanza internazionale.
Perché qui – più che altrove – dovremmo abituarci a considerare i supermanager, gli amministratori delegati e i direttori generali per quello che sono: funzionari del capitale.
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La partita del Dragone
Marcello De Cecco
L’economista più influente degli ultimi 50 anni non è forse Milton Friedman nè sulla sponda opposta Hyman Minsky, ma un terzo uomo di Chicago meno noto ai non esperti, Eugene Fama, un signore di 72 anni che si è sempre occupato di mercati finanziari. Non solo ha reso celebre la teoria dei mercati efficienti, ma ha nel 1984 dato una base teorica all’arbitraggio tra valute praticato senza copertura a termine. Sulla base della sua analisi i cambisti e in genere gli investitori internazionali che ricercano profitti immediati si sono lanciati in spericolate avventure "senza rete" dando vita a quel che oggi è noto come "carry trade", il procurarsi fondi a prestito su un mercato dove sono a buon mercato per investirli su una piazza con altra valuta dove rendono di più. La mancanza di necessità di coprirsi a termine, suggerita dall’articolo di Fama, rende possibili operazioni altrimenti non redditizie, per differenziali anche ridotti. Il rischio che si corre, suggerisce la teoria di Fama, può essere fronteggiato guardando attentamente ad alcuni parametri, e tenendosi pronti a uscire dal mercato in ogni momento.
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Basilea III. Ovvero: continuiamo così
Andrea Baranes
A settembre del 2007 le immagini dei clienti della Northern Rock che facevano la fila, muniti di tende e sacchi a pelo, davanti alle filiali della banca inglese fecero il giro del mondo. Giusto un anno dopo la Lehman Brothers depositava istanza di fallimento, quello che è probabilmente stato il momento più critico della crisi finanziaria.
Ci sono voluti altri due anni per arrivare, pochi giorni fa, all'accordo raggiunto dal Comitato di Basilea su quelle che dovranno essere le nuove regole per il settore bancario. Parliamo dell'accordo di Basilea III, che dovrà sostituire quello di Basilea II e definire, in parole semplici, quanto rischio possono assumersi le banche e quanto capitale proprio devono tenere da parte per i loro prestiti e le loro operazioni.
L'intesa raggiunta prevede che le nuove richieste sul capitale proprio delle banche dovranno entrare a regime nel 2019. Nove anni da oggi. Dodici dallo scoppio della crisi. Una data da fantascienza, considerando la velocità con cui si muove la finanza e il rischio di nuove crisi. Dodici anni fa, molti degli strumenti più speculativi e oggi criticati per il loro ruolo nella crisi - dai Credit Default Swaps alle Collateralized Debt Obligations (Cds e Cdo, per le traduzioni si veda il glossario della crisi) non erano ancora nati, o nel migliore dei casi il loro ruolo era del tutto marginale.
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QE o non QE, questo è il (non)problema...
Stefano Bassi
Ieri in molti si aspettavano che la FED (la Banca Centrale degli USA) inaugurasse la stagione del QE2 (= ripresa del Quantitative Easing = ripresa della rotativa stampa-dollari). In molti invece si aspettavano che la FED non si sarebbe ancora mossa.
Alla fin fine la FED ha messo in piedi una via di mezzo ovvero una sorta di QE 1.5.... oppure se preferire una sorta di QN = Quantitative Neutral a somma zero. Infatti il cassonetto della FED, pieno della spazzatura raccolta negli ultimi due anni di Grande Crisi, rimarrà (per ora) invariato a 2.000 miliardi di dollari circa.
Verranno usati i profitti (?...) generati dai Debiti della MBS-spazzatura (mortgage backed securities) e della Fannie-Freddie-spazzatura (rastrellata stampando a Debito dollaroni dal nulla) per finanziare l'acquisto di titoli del Debito Americano a lungo termine.
Un gioco di prestigio di alta classe: mi rifiuto di approfondire ulteriormente il suo meccanismo di funzionamento onde evitare che mi venga l'emicrania ed anche l'insonnia....
Le stime parlano di un riacquisto da 10 miliardi di $ al mese, robetta rispetto ai 14.000 miliardi di debito USA. Il QN ha lo scopo di abbassare ulteriormente i tassi d'interesse reali per stimolare investimenti/consumi e per dare un'ulteriore mano ai mutui. Che poi ci riesca è tutto un altro paio di maniche.
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Il biopotere della finanza
di Andrea Fumagalli
Brevi note sulla crisi dell'eurozona
Nel testo “Dieci tesi sulla crisi finanziaria” e nei saggi di Stefano Lucarelli e Christian Marazzi, pubblicati nel volume collettaneo di UniNomade, “Crisi dell’Economia Globale” (Ombre Corte, 2009), i mercati finanziari vengono definiti forma di “biopotere”. Credo sia necessario partire da questa definizione per comprendere cosa sta avvenendo in Europa e in particolare in Grecia.
1. E' da circa due decenni che i mercati finanziari di fatto determinano il valore delle valute internazionali e i loro rapporti di cambio, una volta venuto meno nel 1971 il rapporto di parità fissa tra dollaro e oro fissato a Bretton Woods nel 1944. Le scelte politiche di liberalizzazione del mercato internazionale dei capitali attuate negli anni ’80 a livello globale, le innovazioni finanziarie (per esempio i derivati) che hanno moltiplicato le operazioni puramente speculative, lo smantellamento dei sistemi pubblici di welfare e la precarizzazione del rapporto di lavoro hanno reso i mercati finanziari il perno su cui si fonda nel capitalismo contemporaneo. Essi rappresentano la base del processo di finanziamento dell’attività di investimento e dei principali meccanismi di distribuzione del reddito e di fatto "assicurano" la vita sociale di milioni di uomini e donne nel mondo.
La prima volta in cui tutto ciò è risultato manifesto è stato nel 1994. In seguito alla mancata firma del trattato di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico (Nafta), dopo la sollevazione zapatista nel Chapas, le principali società finanziarie (da Goldman Sachs alla Lehmann) hanno immediatamente stornato i loro investimenti finanziari speculativi dal Centro America ai mercati del Sud-Est asiatico.
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L'uomo d'oro e il suo gigantesco conflitto d'interesse
Vincenzo Comito
“…adesso sappiamo la verità. La crisi finanziaria globale non è stata un errore – essa è stata una truffa…; essa non è stata causata solo da una gestione enormemente cattiva da parte dei banchieri. No, essa è stata anche dovuta alla nuova complessità dei prodotti finanziari, che hanno offerto l’opportunità per frodi molto ampie e sistematiche…”
Will Hutton, The Observer, 18 aprile 2010
“…come può il governo americano portare in giudizio la Goldman Sachs?
Io pensavo che fosse la stessa Goldman Sachs a governare…”
Editoriale del Guardian, 17 aprile 2010
Premessa
In un passato anche recente non abbiamo certo mancato di fornire delle informazioni dettagliate, su questo stesso sito, in merito alle possibili malefatte finanziarie delle grandi banche di investimento, in particolare statunitensi, malefatte collegabili anche, in qualche modo, alla crisi ancora in atto nel mondo.
In particolare nell’articolo del 1 marzo 2010 - in cui si parla già dei casi della Goldman Sachs insieme a quelli di altre banche, in particolare con riferimento alle vicende greche - in quello dell’8 marzo, del 22 marzo - questa volta è in ballo la Lehman Brothers, banca peraltro già fallita - e del 31 marzo, con i casi infine della JP Morgan. E dovremmo ancora trattare, in un altro eventuale articolo, delle questioni relative almeno ad un altro istituto Usa.
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La grande truffa delle banche USA
di Dream Theater
Repo 105 e non solo. Il sistema finanziario americano è impostato in un modo assolutamente truffaldino e folle. E le trimestrali in uscita non devono illudere il risparmiatore.
Siamo tornati nella cosiddetta “stagione delle trimestrali”. Dopo Alcoa, sempre eccellente ed importante precursore delle trimestrali, prima società a dire come è andato il trimestre precedente, oggi sarà la volta dell’altro big player, vero e proprio benchmark del settore dei semiconduttori, ovvero Intel, e poi arriverà la prima della grandi banche Usa: JP Morgan Chase, nella giornata di mercoledì, e venerdì potrebbe essere giornata clou con i dati di due banche non proprio in formissima e comunque meno positive dal punto di vista qualitativo nella ristrutturazione, ovvero Citigroup e Bank of America.
Inutile dirlo, si attendono profitti alle stelle. Le borse ed i mercati sono andati esattamente come i big player (ricordate “la mano invisibile”?) li hanno pilotati, tranquillamente, con bassa volatilità, senza grosse oscillazioni.
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INFLAZIONE: IL TEMPO DEGLI AVVOLTOI!
Andrea Mazzalai
Come abbiamo spesso sottolineato in passato, come ha scritto lo storico Nial Ferguson, nel suo libro Soldi e Potere "l'esperienza del venir meno al debito mediante l'inflazione è per molti aspetti universale "....oserei dire forse storicamente ineccepibile.
Come ha ricordato in una recente intervista al Corriere della Sera nel dicembre dello scorso anno, l'attuale numero due di Morgan Stanley in Europa, Domenico Siniscalco, ricordato anche come ministro dell'economia, l' inflazione..."sottotraccia, è la soluzione a cui molti pensano...":
Dunque niente ondata internazionale di inflazione? «E' sempre una soluzione, quando c' è un' enorme massa di debito pubblico o privato. Sarebbe un rimedio pessimo, ma forse meno degli altri due possibili: l' insolvenza o il ricorso a prelievi di fatto forzosi. Sottotraccia, è la soluzione a cui molti pensano, ma finché non riprenderà la domanda nelle nostre economie e la disoccupazione non calerà, un rapido aumento dei prezzi nel 2010 mi pare difficile. Senza domanda non c' è inflazione».
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Paradisi e inferni, le tasse in libreria
Francesco Ciafaloni
L'extra-risparmio degli italiani è esattamente uguale al di più di evasione fiscale: coincidenza? Suggestioni e proposte in due libri: Convenevole e Lupi
Poco meno di venti anni fa Giulio Tremonti e Giuseppe Vitaletti, già autori di Le cento tasse degli italiani, scrissero La fiera delle tasse (il Mulino, Bologna 1991), in cuiesposero,alla maniera un po’ provocatoria a tutti nota, almeno per il primo dei due autori, le loro idee di fondo sugli stati, sui mercati, sull’economia, sul potere politico e, soprattutto, sui sistemi fiscali. Alcune di queste idee circolavano già, hanno avuto ampia diffusione nelle scienze sociali ed hanno una loro, sgradevole, forza. Inoltre, Giulio Tremonti è stato Ministro delle finanze e del tesoro più a lungo di qualsiasi altro in Italia nel ventennio successivo, e lo è tuttora. Alcuni passi del libro sembrano il monologo di Gloucester all’inizio del Riccardo III, hanno un tono programmatico. Roberto Convenevole e Raffaello Lupi, in due libri di recente pubblicazione (1), si muovono, in fondo, anche se, qualche volta, in implicita differenziazione o contrapposizione, all’interno di quelle idee. Di lì bisogna partire.
Secondo Tremonti e Vitaletti, nel mondo attuale, in cui la produzione è globalizzata e finanziarizzata, non è lo stato che contiene il mercato, ma il mercato che contiene gli stati. La Lex mercatoria, l’accordo e l’arbitrato tra soggetti economici sopranazionali, ha sostituito le leggi. E’ finito il mondo di Smith e Ricardo; siamo tornati ad una società di ceti. I lavoratori dipendenti pagano le tasse perché la loro prestazione è vincolata a un luogo e perché le aziende che li impiegano, nella misura in cui non sono interamente finanziarizzate, sono troppo grandi per non avere una contabilità analitica veritiera e fungono da esattori.
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