
Una metafora
di Algamica*
Seguendo le piattaforme dei media nazionali o dei social media dalla Cina, dall’India, dal Medio Oriente, infine dell’Africa e dell’Occidente, viene usata costantemente la metafora del vaso di Pandora per commentare la nuova aggressione imperialista dell’Occidente all’Iran e analizzarne le conseguenze. La metafora è sbagliata, perché il mito narra di questa incauta donna Pandora, che per curiosità e sbadataggine scoperchiò il vaso e da lì ne uscirono fuori tutti i mali del mondo contenuti.
Chi sarebbero gli stolti contemporanei? Trump o Netanyahu che nel loro orgasmo di potenza hanno rotto il vaso sovvertendo gli equilibri, benché contraddittori e ingiusti, che fin qui hanno governato il mondo? Se di vaso trattasi, questo si è rotto per forza di pressione dall’interno. Ovvero, le forze impersonali di un modo di produzione e del suo corso della crisi in esso contenute stanno determinando le azioni di tutti gli attori coinvolti, i quali agiscono secondo un canovaccio che dà sempre meno margini alla libertà di recitare a soggetto.
Diciamo innanzi tutto che noi siamo contro l’Occidente, tutto, e auspichiamo la ripresa di una più ampia e generalizzata mobilitazione, che non potrà ripetere in continuità le stesse forme di quella contro il genocidio palestinese che nel cuore dell’Occidente ha messo la civiltà Occidentale alla frusta e sul banco degli imputati del tribunale della storia.
E diciamo che l’Iran è aggredito e risponde per come può per difendersi da una aggressione che perlomeno si protrae da 47 anni, ovvero da quando un paese attraverso una rivoluzione provò a riprendere in mano i destini da una nazione che fin lì erano sovradeterminati dal dominio imperialista Occidentale che rapinava le sue risorse naturali. Rovesciò le classi delle elitè al potere, riprese il cammino interrotto dal precedente tentativo dei primi anni ’50 in cui una mobilitazione popolare espresse il governo Mossadeq e un programma di riforme sociali. Un programma progressista troppo audace da poter essere sostenuto con i mezzi della democrazia liberale, che consisteva essenzialmente nella riforma agraria e nella nazionalizzazione dell’industria petrolifera sottraendola al saccheggio delle grandi compagnie multinazionali britanniche e statunitensi.
Un vulnus da sovvertire in una area del mondo cruciale per le risorse energetiche, nella quale l’Occidente era impegnato a realizzare una forma particolare del colonialismo Occidentale, ossia l’ergersi terroristicamente dello Stato di Israele contro i popoli arabi nel cuore del Medio Oriente.
Sicché una successiva mobilitazione popolare di massa, che sfociò nella rivoluzione del 1979, non poté più affidare alla democrazia la realizzazione di quei fattori di progresso e sviluppo sociale che effettivamente ha realizzato, nonostante una guerra di aggressione voluta, sostenuta e finanziata dagli Stati Uniti d’America e realizzata attraverso l’Iraq e 47 anni di durissime sanzioni economiche.
La democrazia è una merce di lusso, se la possono permettere le nazioni che dominano e rapinano. Tant’è che l’obiettivo di sviluppare un paese, realizzando la più alta scolarizzazione di massa, che ha strappato le ragazze e le donne dall’isolamento domestico (solo il 24% delle donne iraniane sapeva leggere e scrivere sotto il regime dello Scià) e da lì dare sfogo alla mobilità dell’ascensore sociale, si poneva all’interno di un quadro generale eccezionale. Quindi, la realizzazione di un programma materiale di progresso civile e democratico per l’insieme delle classi sociali e per le donne, non poteva che darsi che attraverso un potere autoritario. Un potere che ha dovuto mettere in priorità la sicurezza interna e nazionale di fronte ai piani di aggressione occidentali, come forma necessitata dello stesso progresso.
Un percorso storico di sviluppo che poi ha determinato quell’insieme fluido e composito di strati sociali spinti da interessi materiali distinti all’ombra del mercato.
L’aggressione degli Stati Uniti e di Israele sopraggiungono inevitabili. Tra di loro vi è unità d’azione ma a partire da necessità che hanno tempi diversi, così come non sono sovrapponibili gli obiettivi strategici degli USA e dello Stato ebraico. Israele per sopravvivere alla propria crisi esistenziale ha bisogno che l’Iran venga ridotto a una entità più simile alla palude irachena e siriana di frantumazione e balcanizzazione, che è la via stretta attraverso cui passano i suoi tentativi di giudaizzare l’intero Medio Oriente in crisi di identità nazionali.
Il nazionalismo liberista trumpiano, viceversa, ha bisogno di uno stato unitario vassallo costretto a preferire gli accordi commerciali con gli USA di fronte a quelli più vantaggiosi con i capitali cinesi e dall’Asia in quanto più competitivi. Quando il MAGA pretende mai più guerre senza fine in Medio Oriente, nell’interpretazione trumpiana ciò si traduce mai più disperdere risorse e impegno militare senza fine impantanati a tentare di governare una palude fitta di micro-interessi conflittuali che risultano poi ingovernabili, quindi vorrebbe un solido vassallo.
Riguardo il Venezuela scrivevamo: è una questione di petrolio? Sì, ma non solo. Anche riguardo all’Iran vale la stessa risposta. Il non solo, quello che maggiormente conta per gli Stati Uniti, non è colpire quello che viene chiamato l’asse della resistenza – ovvero quella alleanza tattica e inevitabile tra quattro realtà materiali distinte, la resistenza palestinese, le necessità rivoluzionarie con soluzioni di continuità dello Yemen, e Hezbollah che esprime un tentativo di un risorgimento nazionale in controtendenza al settarismo che ha sempre caratterizzato la società libanese da quando il colonialismo francese lo separò dall’area di integrazione siro-palestinese, e l’Iran. Il nodo della questione è l’Iran in sè e il suo coinvolgimento in quella che per noi è una vera e propria rivoluzione copernicana nello scambio e nella circolazione del valore mondiale. Ovvero:
quel nodo ferroviario che collega la Cina orientale alla Persia in poco più di quattro giorni, mentre il traffico commerciale via mare impiega mediamente sei volte tanto. Cosa che rende i capitali dell’Asia e della Cina, in modo particolare, più competitivi rispetto ai piani finanziari dell’Occidente rivolti ai mercati dove la popolazione è in crescita. Da quella strada si rafforza la tendenza al declino non solo degli stati Uniti, ma dell’intero Occidente.
Quattro nodi di crisi, che diventano crisi esistenziali, fanno frantumare dall’interno il vaso di pandora:
a) l’Occidente col calo dell’accumulazione e calo demografico e la fine del conseguente processo di espansione della nazione americana che riproduceva l’architettura sociale del razzismo sistemico e della bianchezza attraverso l’inesauribile immigrazione dall’Europa – di cui la pulizia etnica negli Stati Uniti da parte dell’ICE è uno dei risultati sul pianto dello scontro civile;
b) la Cina col calo dei tassi di sviluppo, calo demografico ma con una capacità competitiva di produrre macchinari, dove il suo industrialismo costituisce l’input necessario per le produzioni Occidentali, ivi inclusa per l’industria militare statunitense;
c) la crescita della popolazione in Africa e in Latina America che si aprono alla domanda di capitali per corrispondere ai bisogni della popolazione e che sono ricchissimi di risorse naturali, mentre ribollono per ottenere accordi di scambio non neocoloniali, come dimostrano i recenti accordi sul Mosud tra i paesi europei e quelli latino americani sui prodotti agricoli.
d) la Federazione russa che di fronte alla possibilità di essere annientata come unità nazionale ha dovuto reagire come causa di forza maggiore.
Messe così le cose, il liberalismo nazionalista trumpiano è la risposta più conseguente dal punto di vista capitalistico di un impero morente. Morente sì, ma con il retroterra materiale e storico di 500 anni di violenza coloniale da parte dell’intero Occidente, che gli USA hanno potuto accumulare in quanto nazione presentandosi al cospetto del mondo come terra faro delle libertà e delle opportunità per tutto un arco storico.
Il mondo alla vigilia del 2020, per prendere una data simbolo, era diventato un globo interconnesso e altamente interdipendente, che perlomeno negli ultimi 120 anni aveva nutrito il mondo a pane e America. Oggi alla domanda di pane, l’America e l’Occidente hanno sempre meno del companatico da mettere sul piatto e in competizione con la Cina. Se proprio l’Africa, il Latino America e l’Asia non gradiscono il pane rinsecchito dell’America, allora non rimane altro che far valere la forza della violenza militare per provare a rimanere come punto di riferimento nei partenariati commerciali neocoloniali, in sostanza non essere esclusa dalla via della seta.
Ed è proprio in virtù di questa rivoluzione copernicana che l’Iran ha trovato il modo di prepararsi, attrezzarsi e rifornirsi più velocemente di quanto necessario per realizzare una capacità militare per affrontare il secondo round dell’aggressione USA-Israle che è senza precedenti.
Da guerra all’Iran a guerra in tutto il Medio Oriente.
L’Iran non è il Venezuela e soprattutto è una nazione qualitativamente differente dal resto delle nazioni arabe dell’area asiatica mediorientale. E’ rimasta una nazione unita territorialmente e culturalmente anche sotto il dominio coloniale britannico. La sua indipendenza formale non si è data sulla tara penalizzante dei confini fittizi disegnati dall’epoca coloniale. Possiede una identità storica nazionale più resiliente alla riproduzione in senso liberista di quei caratteri propri del settarismo che l’eredità coloniale ha alimentato nel resto del Medio Oriente. Mentre il nazionalismo dei paesi arabi si sviluppò a partire dalla fine dell’ottocento e soprattutto nei primi anni ’40 del novecento nell’abbraccio combinato del colonialismo degli Europei, che, per fattori endogeni ed esogeni, è fiorito proprio su basi settarie. Tant’è che quel retroterra, riprodotto dal meccanismo del mercato, ha contribuito a far fallire i diversi tentativi di risorgimento nazionale panarabo di tipo anticoloniale, durante la rivolta unitaria di arabi sunniti e sciiti in Iraq nel 1920, durante la grande rivolta araba del 1936-1939 in Palestina, e il panarabismo delle nazioni del secondo dopoguerra sorte sui confini fittizi realizzati dal colonialismo.
La necessitata reazione dell’Iran rivolta contro tutti gli Stati dell’area è di fatto chiarificatrice dello stato di cose presente nell’area asiatica del Medio Oriente. Parliamo di nazioni che si sono fondate sull’eredità di quella divisione e spartizione coloniale, nella quale i caratteri storici del settarismo si sono riprodotti inevitabilmente per la forza dell’insieme di relazioni di mercato combinate e diseguali, scomponendo le società arabe in una palude composita di interessi liberisti che determinano l’insieme delle classi sociali nel Medio Oriente arabo.
La forza impersonale del mercato e le guerre di devastazione dell’Occidente del 1991 e del 2003, le spinte attrattive della globalizzazione poi, che nelle primavere arabe hanno ulteriormente orientato le masse verso il liberismo, hanno segnato un colpo importante al nazionalismo identitario delle nazioni arabe. Oggi l’Iraq non esiste più e nemmeno la Siria esiste più, mentre gli Hezbollah in Libano sono costretti a confrontarsi su come il settarismo d’origine della società libanese fornisce spinte liberiste in funzione aperta pro occidentale e pro israeliana. In mezzo alla palude c’è uno sviluppo nazionale relativo solo in Arabia Saudita, l’unico dei paesi del Golfo che ha sviluppato una società articolata e uno strato di ceti medi attraverso la rendita petrolifera prima e investimenti produttivi successivi. Tra i paesi della penisola arabica e la Giordania parliamo di una popolazione complessiva di circa 100 milioni di cittadini residenti. Ma Kuwait, Qatar, Emirati Arabi, Baharain e Oman non sono nazioni articolate tra diversi strati di classi sociali e perfino non proprio arabe in senso stretto. Bensì quello che era un latifondo è diventato un cartello di città stato capitalistiche e finanziarie con una popolazione prevalentemente fatta di expat – ovvero di stranieri residenti ricchi professionisti occidentali o asiatici e una massa di lavoro servile – che costituisce tra il 70% e l’80% della popolazione. Paesi privi di qualsiasi produzione industriale se non quella petrolifera e di quella urbanistica. Dunque una ristretta élite di casta nobiliare, ricchi professionisti stranieri, una massa immigrata di lavoro servile e un piccolo strato di arabi ex beduini o ex coltivatori delle oasi assorbiti in ruoli sociali marginali e subordinati.
Salta agli occhi che la mobilitazione delle masse dell’area contro l’aggressione imperialista all’Iran non è pervenuta a eccezione fatta dello Yemen e della Palestina che guarda con speranza alla resistenza iraniana, però alle prese col genocidio di Gaza e la totale annessione a Israele della Cisgiordania. Sì a Baghdad c’è stata una manifestazione di alcune centinaia di persone contro l’ambasciata degli Stati Uniti. Nel Baharain – dove il 50% della popolazione di meno di due milioni di persone è locale – sono state registrate immagini di giubilo di fronte alle basi USA in fiamme e devastata dai missili iraniani. Festeggiamenti che nei giorni successivi si sono trasformate in proteste rabbiose con tanto di lanci di molotov contro le forze di sicurezza. I gruppi armati sciiti che operano in Iraq si sono dati da fare coraggiosamente e in autonomia, ma hanno appunto il limite di essere sciiti. Dunque ci troviamo di fronte a una realtà nella quale gli sforzi soggettivi e coraggiosi di chi vuol resistere all’imperialismo si scontrano con la frantumazione delle identità nazionali arabe anche in senso religioso.
Il caso siriano è emblematico, in particolare quello delle popolazioni druse. Cullati dal colonialismo francese, britannico prima e israeliano poi, che ha investito a piene mani per riprodurre i presupposti materiali del settarismo di tipo etno-religioso, i Drusi della Siria si spaccano e si contrappongono tra di loro. C’è chi dalle alture del Golan occupato offre il servizio delle proprie milizie armate a supporto delle azioni militari di Israele in Siria, e chi viceversa si orienta a sostenere HTS e il potere di Damasco chiudendo un occhio nei confronti della repressione dei siriani alawiti.
Se la crisi generale di un modo di produzione sta facendo arretrare l’Occidente e sta consumando Israele, al tempo stesso sta masticando il resto del Medio Oriente. Le masse proletarie e sfruttate dell’area agiscono per stato di necessità e non di volontà. Di fronte alla crisi della accumulazione che sta frantumando le relazioni sociali delle società arabe mediorientali, le masse cercano rifugio all’ombra di chi offre protezione spinti dai bisogni di sussistenza quotidiana, ovvero di chi ha la forza militare per garantire una vacua stabilità. Ciò vale per i Drusi, ancora di più vale per i Curdi che prima si riparavano sotto l’ombrello NATO e dunque a funzionalizzare la loro causa nazionale nell’unico solco possibile: quello di mettersi al servizio della balcanizzazione dell’Iraq prima e della Siria poi. E oggi, a essere disponibili come vittima sacrificale nell’invasione di terra dell’Iran sotto comando USA-Israele.
Le masse proletarie dell’area sono imbrigliate da come le forze impersonali della accumulazione hanno determinato il loro rapporto in relazione della produzione generale del valore, e nella crisi all’interno di come questa agisce nella più generale sirianizzazione dell’area del Medio Oriente asiatico.
Risulta chiaro da ciò che l’idea di un Iran capace di coagulare intorno a sé un blocco di nazioni arabe o un blocco sociale più ampio e omogeneo contro l’Occidente imperialista manca di possibilità materiali. L’Iran, che deve rispondere a una sfida esistenziale, pare esserne consapevole. Non ci nascondiamo che per anni l’Iran non ha potuto che abbaiare contro l’Occidente per non alterare i complicati equilibri ed esporsi, e che per necessità si sia limitato a un appoggio politico e logistico, sebbene importante, a quello che viene denominato asse della resistenza. Il cosiddetto asse, piuttosto che essere il risultato di una strategia di lungo respiro, esso corrisponde all’incontro tra quattro realtà spinte da necessità materiali distinte. Gli Houthi rappresentano un tentativo rivoluzionario nel paese più marginalizzato nell’area di sviluppo e sfruttamento petrolifero, ma avvantaggiato per essere la testa di ponte per gli scambi con l’Africa e a essere l’unica area della penisola arabica dove gran parte della popolazione è dedita alla produzione agricola, di tipo stanziale e dunque con tassi di crescita demografica sostenuti. Ricordiamo anche per inciso, che lo Yemen ha sempre avuto una identità assimilabile a regno o nazione fin dall’antichità. Già nel IV secolo d.c. era inserita negli scambi verso l’Oriente e nella sfera di influenza del Regno di Aksum dell’Africa Orientale. Costituiva dunque uno dei due poli cruciali per il traffico delle merci romane verso l'oriente asiatico e nel corso dell’alto medioevo. A quanto pare il regno di Aksum adottò il cristianesimo come religione di Stato ancor prima di Costantino. Era l'epoca in cui la religione dettava il codice etico per gli scambi tra nazioni. Adottare la stessa religione tra le antiche società era un po' come nel '900 le nazioni condividono il codice del cosiddetto "diritto internazionale". Lo Yemen quindi, sulla scia dello scambio è sempre stata una popolazione araba con tratti particolari “nazionali” omogenei per via degli scambi e del territorio, indipendentemente se prima fosse cristiana o giudaica e infine musulmana.
Gli Hezbollah sono un tentativo di risorgimento di unità nazionale di un paese come il Libano che è massima espressione dello sviluppo del settarismo in senso liberista sotto l’influenza occidentale. E la resistenza palestinese, che dalla grande rivolta araba del 1936-1939, successiva a quella in Iraq del 1920, e i fino ai giorni d’oggi incarna nella sua causa nazionale il cuore sincero e più avanzato del panarabismo antimperialista, sempre tradito dall’opportunismo delle classi sociali dell’establishment dei paesi arabi.
La difesa iraniana
Va da sè che sosteniamo incondizionatamente la necessità dell’Iran di difendersi e salutiamo positivamente la sua capacità attuale di reazione, che più larga è, meglio è. In particolar modo perché non circoscritta a colpire la sola Israele e non semplicemente obiettivi strettamente militari, ma l’insieme dei paesi arabi collusi con l’Occidente, in special modo a colpire l’artificialità degli Statarelli del Golfo.
In questa palude di liquefazione delle identità nazionali dei paesi arabi del Medio Oriente, la risposta dell’Iran spariglia tutte le carte, facendo risaltare la nullità dei paesi dell’area, e il declino dell’Occidente. La salutiamo perché essa, nel suo essere necessitata, può contribuire alla accelerazione della crisi dei paesi vicini, di Israele e dell’intero Occidente, indipendentemente dall’esito militare sul campo.
Più che infiammare le masse dell’area, essa incrina agli occhi del resto del mondo l’immagine dell’invincibilità degli USA e del suo cane da guardia Israele.
Forte del fatto di trovarsi nel punto terminale di quella rivoluzione copernicana, che consente alle merci e ai capitali di viaggiare dalla Cina verso l’Ovest asiatico, l’Africa e l’Europa sei volte più velocemente dalla tradizionale via del mare, l’Iran ha avuto la possibilità di approvvigionarsi più velocemente di quanto necessario per sostenere la sfida epocale del momento, più di quanto ha potuto fare viceversa la produzione militare americana che è dipendente dalla catena globale con la Cina e l’Asia.
Non è un mistero che durante la guerra dei 12 giorni di giugno, gli Stati Uniti hanno richiesto alle direzioni di Boeing e di Lokheed Martin di quadruplicare le produzioni dei missili THAAD necessari per le difese aeree dai missili ad alta quota, da circa 90 pezzi l’anno a 400 per la fine del 2026. Israele in quei dodici giorni di giugno ne consumò almeno 150, ovvero quasi due anni di produzione con dei risultati che furono visibili agli occhi di tutti. Quartieri e palazzi di Tel Aviv sventrati dalla pioggia di missili iraniani.
Raggiungere a fine anno il target di 400 richiesto non risolve la necessità del momento. Dunque la variabile del tempo nella circolazione della catena del valore sta favorendo il rifornimento degli arsenali iraniani. Sempre la variabile del tempo però ha imposto a Israele di accelerare i tempi costringendo gli Stati Uniti d’America a una scelta obbligata che getta ancora più velocemente nel caos l’intera regione. Ovvero, se Israele necessita di più THAAD, è stato necessario ridislocare in gran numero le dotazioni delle difese aeree e antimissile delle basi USA nei paesi del Golfo verso le difese di Israele. Una scelta che può sembrare folle, perché così facendo gli asset strategici militari USA nella penisola arabica sono rimasti esposti ai colpi della reazione iraniana. La conseguenza non è solo basi militari USA colpite duramente, ma anche la rottura di un patto con le petro monarchie del Qatar, Emirati, Kuwait, Baharain, Oman e Arabia Saudita, che avevano concesso il loro suolo e non solo per le basi militari americane in cambio di difesa e deterrenza nei confronti dell’Iran e nei confronti dell’espansionismo di Israele nella regione.
Per comprendere la magnitudine storica di queste conseguenze è necessario ricordare un paio di momenti nella storia passata recente. Nel 1971 lo sviluppo dell'accumulazione non consentiva più di misurare il valore degli scambi internazionali in oro, così fu rotta la convertibilità del dollaro e il sistema monetario di Bretton Woods. Immediatamente dopo, nel 1974, nasce la forza combinata del petroldollaro: l'Arabia Saudita acconsentì alla richiesta USA di vendere il petrolio esclusivamente in contropartita con la valuta americana. Lo sviluppo della produttività nel mondo obbligava così tutti i paesi a finanziare il debito pubblico americano per poi comprare il prezioso carburante necessario per le industrie e i consumi. L'Arabia Saudita, in cambio di questa concessione, acquistava a buon prezzo tecnologie, macchinari e in particolare armamenti avanzati dagli Stati Uniti, così da realizzare un esercito nazionale e le basi di una moderna nazione, sentirsi al sicuro nei confronti dei vicini arabi concorrenti e soprattutto nei confronti di Israele. Ebbene quando almeno 27 basi USA nella regione, inclusa la più importante in Arabia Saudita, la Prince Sultan Air Base, vengono colpite duramente e in alcuni casi letteralmente distrutte, non solo l’ombrello militare USA risulta inadeguato quanto si deve confrontare con una necessità superiore, non solo vengono rotti i patti con gli Stati del Golfo privati di adeguata protezione. Ciò che accade, ed è la cosa più importante, costituisce quell’avvenimento casuale della storia che si inserisce come colpo letale nel processo causale e determinato della fine di un sistema durato 52 anni e basato sul potere del petro-dollaro.
Il tempo, dunque, appare essere il fattore decisivo della storia. In questa guerra asimmetrica che vede contrapposti la violenza distruttrice di un impero al suo eclissi accumulata in cinque secoli di dominio incontrastato dell’Occidente e di 120 anni della potenza americana, e le necessità di sopravvivenza di una nazione ancora solida nel suo passato storico. E’ il tempo l’elemento che inquieta la pancia molle dell’America dei ceti produttivi della middle class, di fronte all’evidenza che non si può trattare di una guerra lampo, di una Panama due, di un Venezuela due e tantomeno di una Libia due. Boots on the ground, l’America non lo vorrebbe. Israele non può farne a meno nel suo obiettivo di sirianizzare la nazione persiana. Il sogno di resuscitare l’America grande di nuovo rimane una chimera e muore prima ancora di nascere. Circa l’80% della produzione dei paesi OPEC rischia di interrompersi mentre il 25% della catena di approvvigionamento delle risorse energetiche mondiali è strozzata nello stretto di Hormuz.
L’intero Occidente pagherà le conseguenze delle scelte obbligate e ineludibili dell’attuale amministrazione USA, in particolare si addenseranno quelle nubi di guerra civile sul suolo americano, anche se dubitiamo che le crescenti e aperte contestazioni all’interno del MAGA riusciranno a mettere in minoranza il proprio presidente, che come abbiamo detto, esprime dal punto di vista capitalistico la via più conseguente.
L’Iran pare averlo intuito anche su questo versante, frutto forse di una saggezza che proviene da una storia millenaria? Il messaggio che rivolge alla società civile USA è chiaro e in diretta televisiva: “Boots on the ground? Non li temiamo, li stiamo aspettando”, il pubblico americano, già frastornato, dalla crisi economica, confusa, sovrastata dall’indebitamento delle famiglie e sul bilico di una guerra civile, incollata alla TV nazionale rimane attonita e sbalordita.
La guerra vista dal mondo non occidentale
Non c’è niente di più violento e imprevedibile di un impero e una civiltà, quella fondata dal suprematismo razzista e predatorio dell’Occidente e dell’America, che volge al suo declino implosivo.
Mentre la persona media occidentale si trova smarrita di fronte ai passaggi di accelerazione della crisi, ciò non avviene nello stesso modo nel resto del mondo, in particolare nell’Asia Orientale, in Africa. Viviamo in Europa in società cresciute a pane e America e la coscienza sociale collettiva ne è impressionata.
Lo stato d’animo in India e in Africa, non è lo stesso riguardo la guerra all’Iran e annotano quanto qui in Occidente sfugge o che l’Occidente fa di tutto per nascondere.
Durante le due guerre del Golfo in Iraq i media occidentali erano chirurgici nel mostrare le bombe intelligenti che si abbattevano sugli obiettivi militari sul suolo iracheno. In questi giorni la spettacolarizzazione mediatica non è in alcun modo comparabile con quella del 1991 e del 2003. E’ evidente che ad agire c’è la psicosi di omertà circa i colpi inferti dall’Iran. Cosa che viceversa non avviene sui media indiani e africani che hanno ben altre preoccupazioni. Qui le prime pagine e le immagini sono tutte a evidenziare le basi USA distrutte nel Golfo, i quartieri residenziali di Tel Aviv e Gerusalemme ridotti in macerie. I media indiani sembrano inoltre propensi a ritenere più obiettivi e verosimili le versioni dei bollettini dei comandi militari iraniani, anche al riguardo che il numero di “casualità” tra i militari USA sono di 650 e più, tra morti e feriti. In Occidente, al contrario, si insiste che il potere iraniano è sempre più debole, ha i giorni contati. I media indiani viceversa pongono apertamente la domanda e se gli USA usciranno sconfitti da questa guerra. Non si tratta di fare previsioni. Certamente Tehran e l’intero paese sono colpiti duramente dalla violenza di USA e Israele, quella in corso rimane in ogni caso una guerra come si dice in gergo asimmetrica. Inoltre Stati Uniti e Israele hanno l’atomica, non scherziamo, che potrebbero non rinunciare a usare in caso di estrema necessità.
Quello che si vuole sottolineare è lo shock che la risposta iraniana sta destando. Uno shock che determina due stadi d’animo diversi in Occidente e nel resto del mondo.
Parliamoci chiaro, ognuna delle basi militari USA rase al suolo o colpite duramente dai missili iraniani rappresentano asset di investimenti miliardari realizzati in decenni andati in fumo. Asset che da un lato avrebbero dovuto terrorizzare l’intero Medio Oriente, dall’altro che rassicuravano i paesi del Golfo di avere non solo adeguate difese militari contro l’Iran, ma in particolare nei confronti dell’ergersi terroristico da parte di Israele nell’intera area.
In questi giorni, i media non occidentali offrono al mondo l’immagine reale di un avvenimento storico inimmaginabile: la più grande debacle della marina militare degli Stati Uniti d’America se non in assoluto, perlomeno da quando quel lontano 7 dicembre 1941 il Giappone rase al suolo Pearl Harbour. La realtà dei fatti è un vero shock per l’establishment occidentale che prova a esorcizzare.
E’ uno shock per i paesi arabi del Golfo, che privi di una identità nazionale che si basa sullo sviluppo di una popolazione si trovano in braghe di tela, costretti a bloccare le produzioni e le esportazioni, con le catene logistiche dell’import bloccate per rifornire hotel e ristoranti a cinque stelle anche dei beni di prima necessità quale l’acqua da bere, sono chiamati a fare i conti con la progressione dei tentativi di giudaizzazione dell’intero Medio Oriente.
Una situazione che mette alla frusta le nazioni africane e l’Unione africana, perché un aumento del prezzo del petrolio e la scarsità che ne può conseguire mette in difficoltà i tentativi di quelle nazioni che hanno preteso rifiutare gli accordi neocoloniali proposti da FMI, Banca Mondiale, USA ed EU. Anche qui la reazione non determina un blocco, bensì molteplici atteggiamenti opportunisti che riflettono l’ansia e l’incertezza delle masse giovanili africane. Se il diritto internazionale crolla e vale la legge del più forte e il petrolio scarseggia per realizzare la trasformazione delle materie prime in proprio, questa guerra allora dovrebbe finire il più presto possibile, quindi c’è chi si accoda a denunciare l’escalation iraniana, chi invoca un diritto internazionale contro l’azione unilaterale degli USA, chi rimane in silenzio, come le nazioni del Sahel insorgente, perché già pesantemente nel mirino del fucile Occidentale.
Se è uno shock per l’Africa, lo è per motivi diversi anche per l’India. Ovunque assistiamo a prese di posizioni opportuniste, che riflettono lo stato di apprensioni di larghi strati sociali, imbrigliate od obbligate dalle leggi impersonali dello scambio.
Quindi, la capacità dell’Iran di rispondere colpo su colpo, ha un che di rivoluzionario, non perché questa coagula un blocco di nazioni anti imperialiste e contro l’Occidente, ma perché sta sedimentando nella coscienza di massa la fine deterrenza dell’America e di smarrimento di fronte a una nave che affonda per la reale percezione di essere sul crinale di un tempo storico di rovesciamento epocale.
Per finire, su questo punto, diciamo due parole chiare anche sulla Cina che ha tacciato di doppiogiochismo l’Iran proprio mentre viene bombardato dall’imperialismo occidentale in maniera criminale. Questo vuol dire che la Cina applica il criterio secondo cui un’Iran ridimensionato è più ricattabile nello scambio. Non ci scandalizziamo, si tratta di una politica capitalistica. Sono gli illusi che guardano a essa come a un paese socialista che devono fare i conti.
E la guerra mondiale?
Cerchiamo di soddisfare anche questa eventuale curiosità del malcapitato lettore.
Se per guerra mondiale immaginiamo lo schema del secolo scorso siamo fuori strada. Le guerre, come ogni altro movimento storico è contestualizzato, e non si potrà mai più ripetere allo stesso modo. Oggi mancano i fattori materiali per renderla possibile per come si diede nel secolo passato grazie a una tumultuosa accumulazione, una tumultuosa crescita demografica in Occidente e in Europa, un’espansione del mercato mondiale, che per continuare la sua riproduzione allargata doveva spezzare i limiti dei segmenti dei mercati coloniali. Nonché la possibilità di arruolare in armi milioni di cittadini e di popolazioni contadine dell’Europa e in particolare decine di milioni delle popolazioni colorate delle colonie. Insomma: un altro mondo, un altro moto, un altro tempo, un altro modo.
Quel tempo storico appartiene a un ciclo passato, benché la guerra non esce ancora dalla storia. Quella attuale è una guerra che suo malgrado prepara scenari di guerra civile in tutti i continenti, ancora una volta a partire proprio dagli Stati Uniti d’America, in Medio Oriente e nel cuore dello stesso Israele. E alcune sorprese arriveranno addirittura dalla Cina nonostante le fantasiose arlacchinate sul suo socialismo.
Abbiamo a che fare con una nave che affonda, quella dell’Occidente, che ha navigato per 500 anni facendo il bello e il cattivo tempo, comunque bussola per l’intero mondo costretto a inseguire. Mettiamo nel conto perciò che questo costringerà una serie di nazioni e settori sociali di massa a fare di tutto affinché essa non affondi.
Da qui la nostra decisa condanna dell’Occidente di ieri e di oggi e l’auspicio che si possa sviluppare la più ampia mobilitazione in solidarietà dell’Iran.
Pertanto sappiamo dove e in che modo stare posizionati.









































Comments
Non so, non capisco dove stia la differenza tra gli interessi dei due. Sembrano sempre piu cosa unica, Israele una stella della bandiera con anche le struscie.
Perche' se una cosa sembra evidente e' che Israele senza gli usa non sarebbe vivo o non sarebbe cosi. Basta vedere chi ha sempre bloccato le risoluzioni onu, anche le piu marginali. Non si protegge e finanzia uno come sion se gli interessi non sono tali da essere indistinguibili. Hanno attaccato separatamente, adesso insieme per un unico fine: controllare l'iran, controllare il petrolio. Non solo come materia prima, ma anche come sottostante del dollaro. Perche' se la monetausa e' arrivata ai lussi passati e ai problemi di oggi molto si deve all'architettura del petrodollaro che oggi e' agli sgoccioli. Prendersi il sottostante (la maggior parte del sottostante) del petrodollaro ha, come dire, un certo fascino, sopratutto una vitale utilita'.
Una cosa vera invece nei diversi interessi tra israele e usa, secondo me, e' che se lo sponsor a un certo punto e per necessita' vitale si trovera' a dover lasciare Israele al suo destino lo fara', in un modo o nell'altro dovra' farlo.
Se questa aggressione destabilizzera' gli Usa internamente e a tal punto da dover scegliere.... Israele sara' l'ultimo dei loro problemi.
Quindi per me esiste identita' fino a quando israele e' utile, ma come per le lucertole la coda e' sacrificabile se si deve salvare il corpo centrale. L'Israele per come si e' configurato nei decenni non ha mai avuto scampo senza il sostegno interessato di una grande potenza e non sopravvivera ' a un declino degli Usa, mentre questi ultimi potrebbero benissimo sopravvivere alla morte di Israele. Non sarebbero piu gli stessi bulli, ma avrebbero delle chance. Israele, soprattutto dopo questi ultimi anni temo ne avrebbe ben poche anche se prima di sparire potrebbe fare danni pesanti.
Stiamo assistendo, tra le altre cose, anche a un'ultima lotta contro il colonialismo. L'iran sta lottando per tutta l'area. Se dovesse riuscire a costringere l'occidente a lasciare il MO si sancirebbe la liberazione di un altro pezzo di mondo dai resti del colonialismo occidentale. Cosa accadra' poi non lo sappiamo e non possiamo neanche immaginarlo, di certo sia Usa che europa abbasseranno la cresta e tratteranno con quei Paesi da pari, non da padroni.
Non so, non capisco dove stia la differenza tra gli interessi dei due. Sembrano sempre piu cosa unica, Israele una stella della bandiera con anche le struscie.
Perche' se una cosa sembra evidente e' che Israele senza gli usa non sarebbe vivo o non sarebbe cosi. Basta vedere chi ha sempre bloccato le risoluzioni onu, anche le piu marginali. Non si protegge e finanzia uno come sion se gli interessi non sono tali da essere indistinguibili. Hanno attaccato separatamente, adesso insieme per un unico fine: controllare l'iran, controllare il petrolio. Non solo come materia prima, ma anche come sottostante del dollaro. Perche' se la monetausa e' arrivata ai lussi passati e ai problemi di oggi molto si deve all'architettura del petrodollaro che oggi e' agli sgoccioli. Prendersi il sottostante (la maggior parte del sottostante) del petrodollaro ha, come dire, un certo fascino, sopratutto una vitale utilita'.
Una cosa vera invece nei diversi interessi tra israele e usa, secondo me, e' che se lo sponsor a un certo punto e per necessita' vitale si trovera' a dover lasciare Israele al suo destino lo fara', in un modo o nell'altro dovra' farlo.
Se questa aggressione destabilizzera' gli Usa internamente e a tal punto da dover scegliere.... Israele sara' l'ultimo dei loro problemi.
Quindi per me esiste identita' fino a quando israele e' utile, ma come per le lucertole la coda e' sacrificabile se si deve salvare il corpo centrale. L'Israele per come si e' configurato nei decenni non ha mai avuto scampo senza il sostegno interessato di una grande potenza e non sopravvivera ' a un declino degli Usa, mentre questi ultimi potrebbero benissimo sopravvivere alla morte di Israele. Non sarebbero piu gli stessi bulli, ma avrebbero delle chance. Israele, soprattutto dopo questi ultimi anni temo ne avrebbe ben poche anche se prima di sparire potrebbe fare danni pesanti.
Stiamo assistendo, tra le altre cose, anche a un'ultima lotta contro il colonialismo. L'iran sta lottando per tutta l'area. Se dovesse riuscire a costringere l'occidente a lasciare il MO si sancirebbe la liberazione di un altro pezzo di mondo dai resti del colonialismo occidentale. Cosa accadra' poi non lo sappiamo e non possiamo neanche immaginarlo, di certo sia Usa che europa abbasseranno la cresta e tratteranno con quei Paesi da pari, non da padroni.
Se esiste un barlume di speranza di non finire servi o schiavi totali dell'imperialismo anglo americano e della loro bella invenzione capitalistico finanziario tecnologica invadente e insediativa dei territori e della coscienza , chiamato anche immaginario, lo si puo' ascrivere a questi personaggi e ai loro compagni di cordata resistenziale ancora vigili e in vita attiva.
Per quanto riguarda noi comunisti occidentali o europei, possiamo tranquillamente dire e proporre di ripartire da zero , se riconosciamo la nostra totale ininfluenza alla costruzione di un mondo nuovo.
Se ci accontentiamo di come vanno le cose , allora possiamo anche dedicarci al linguaggio dell'economia, tanto per non affogare , o della poesia, sfogliando pure il vangelo , che tra l'altro, rivoluzionario lo è sempre stato , per pochi naturalmente.