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Karl Marx, «Anatomopatologo» del sistema capitalistico e levatore di due secoli di rivoluzioni

di Eros Barone

il capitale«Parlammo del mondo e dell’uomo, dei tempi e delle idee, con il rumore del mare che faceva da sottofondo al tintinnio dei nostri bicchieri. […] Levandosi al di sopra del confuso brusio degli anni e delle epoche, oltre i discorsi del giorno e le immagini della serata, affiorò alla mia mente una domanda sulla legge ultima dell’esistenza per la quale avrei voluto una risposta da parte di quel saggio. Durante una pausa di silenzio, mi rivolsi al rivoluzionario e filosofo con queste fatidiche parole, emerse dalle profondità del linguaggio e scandite al culmine dell’enfasi: “Che cos’è?”.

Sembrò che la sua mente si distraesse mentre guardava il mare che tumultuava davanti a noi e la moltitudine che si agitava sulla spiaggia. “Che cos’è?”, avevo chiesto, e in tono profondo e solenne egli rispose: “La lotta!”. Per un attimo mi parve di aver udito l’eco della disperazione, ma forse era la legge della vita».

Dall’intervista del giornalista americano John Swinton a Karl Marx (agosto 1880).

 

1. Socialismo scientifico e critica dell’economia politica

Karl Heinrich Marx nasce a Treviri da una famiglia della borghesia liberale tedesca di origine israelitica il 5 maggio 1818. Egli ha 13 anni quando muore Hegel, 14 quando muore Goethe. La giovinezza di Marx si svolge nel periodo compreso tra la rivoluzione francese di luglio (1830) e la rivoluzione francese di febbraio (1848).

Il passaggio di Marx dal liberalismo borghese al comunismo proletario si compie negli anni quaranta, perché solo in questi anni giunge a maturazione la questione sociale, si conclude il processo di formazione del proletariato industriale nei paesi europei più avanzati, la Francia accoglie nel suo vocabolario una parola nuova, la parola ‘comunismo’, l’Inghilterra conosce l’apogeo del cartismo ed entrambe assistono alla dissoluzione del socialismo utopistico. Da questo ceppo erano nate le organizzazioni, come la Lega dei Giusti e la Lega dei comunisti, di cui Marx ed il suo inseparabile amico e compagno di lotta Friedrich Engels (1820-1895) fecero parte. Quest’ultimo, essendo fra l’altro, per ragioni famigliari, proprietario di una fabbrica a Manchester, è il primo a orientare gli interessi intellettuali dell’amico verso lo studio dell’economia politica. I due giovani, che si erano conosciuti collaborando ad alcune riviste radicali tedesche, definiscono la nuova dottrina rivoluzionaria come ‘socialismo scientifico’ per porre in risalto il nesso dialettico di continuità/discontinuità con quel socialismo che nel Manifesto del partito comunista viene connotato come ‘critico-utopistico’.

Marx individua nell’economia politica, di cui egli diviene ad un tempo lo storico e il critico, “l’anatomia della società civilequi, cioè la base reale per fare del socialismo una scienza. L’unico teorico socialista che si fosse occupato di economia politica era stato Proudhon, che verrà poi stroncato da Marx a causa del suo idealismo e del suo moralismo. La Miseria della filosofia (ossia l’anti-Proudhon) e il Manifesto (scritto da Marx ed Engels per conto della Lega dei comunisti e basato sull’applicazione del materialismo storico alla tattica e alla strategia del proletariato) qui sono i testi che ci offrono le prime esposizioni coerenti del socialismo scientifico. Per cogliere la genesi di questa teoria resta fondamentale l’indicazione di Lenin, secondo cui il marxismo nasce da una cultura universale, è il portato dello sviluppo della civiltà mondiale e rappresenta la continuazione di quanto di meglio l’umanità ha creato durante il XIX secolo.

Per quanto concerne la critica dell’economia politica svolta da Marx, frutto di tale critica è la teoria del valore-lavoro e delle crisi economiche (da cui deriva il ‘memento mori’ del capitalismo, cioè la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto), teoria cui il pensatore di Treviri dà un fondamento scientifico, depurandola dai pregiudizi eternitari, caratteristici di tutti gli esponenti dell’economia politica classica, e dalla confusione tra lavoro e forza-lavoro e tra plusvalore e profitto, in cui era incorso Ricardo.

 

2. Scienziato e rivoluzionario

Altrettanto basilare è il rapporto di Marx con Hegel e con la sinistra hegeliana (e, in particolare, con Feuerbach), che permette a Marx di scoprire, attraverso la critica della religione cristiana e dello Stato rappresentativo moderno, che la vera critica di tutto l’ordine sociale esistente è la lotta di classe del proletariato. Fra la prima e la seconda metà degli anni quaranta la “resa dei conti con l’antecedente coscienza filosofica” viene suggellata da Marx, in forma lapidaria, con le Tesi su Feuerbach, undici colpi di maglio che frantumano pezzo per pezzo le colonne portanti dell’edificio della filosofia borghese.

Nel pensiero di Marx ci sono due parti, tra loro distinte e tra loro organicamente unite: l’una è la «critica spietata di tutto ciò che esiste», ossia la demistificazione teorica delle ideologie capitalistiche; l’altra è «l’analisi positiva del presente», ossia l’indagine che dal massimo livello della comprensione scientifica fa scaturire l’alternativa futura a questo presente. L’una è critica dell’ideologia borghese, l’altra è analisi scientifica del capitalismo. Nell’opera di Marx (ma non necessariamente nel metodo marxista, come dimostra il percorso di Lenin dallo Sviluppo del capitalismo in Russia a Stato e rivoluzione) questi due momenti sono logicamente divisi e cronologicamente successivi, e scandiscono l’intero arco della sua produzione teorica dalla giovanile Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico (1843) alla maturità del Capitale.

Nella vita di Marx teoria e pratica non sono mai state disgiunte: lo scienziato e il rivoluzionario hanno sempre costituito un blocco unico. Sicché, dopo l’esperienza della rivoluzione popolare del 1848, il lavoro di organizzazione politica che sfocerà nella fondazione della Prima Internazionale non ebbe minore importanza dell’elaborazione teorica del Capitale, che costerà al suo autore decenni di studi accaniti. Nel 1867 esce il primo volume di quell’opera1 che, secondo l’efficace definizione di un amico di Marx, è «certamente il missile più tremendo che mai sia stato scagliato in testa ai borghesi (compresi i proprietari terrieri)».2 Ivi Marx individua le invarianti (ossia gli elementi e le relazioni immutabili) del modo di produzione capitalistico, che possono essere riassunte in tre caratteri fondamentali: 1) il capitalismo è orientato alla crescita, necessaria per garantire i profitti e l’accumulazione (quindi, crisi = assenza di crescita); 2) la crescita dipende dallo sfruttamento della forza-lavoro nel processo produttivo (ciò non significa necessariamente che i lavoratori guadagnino poco, ma significa che la crescita dipende sempre dal divario fra quanto i lavoratori guadagnano e quanto creano); 3) il capitalismo è necessariamente dinamico dal punto di vista tecnologico e organizzativo (ciò, nel mentre dipende dalle leggi della concorrenza che spingono i capitalisti a innovare continuamente, determina un mutamento delle forme della lotta di classe combattuta da entrambe le parti sul mercato del lavoro e per il controllo dei lavoratori). Marx ha dimostrato che queste tre condizioni necessarie del modo di produzione capitalistico sono incoerenti e contraddittorie, che le crisi sono necessariamente immanenti allo sviluppo capitalistico e che non vi è alcun modo in cui la combinazione di queste tre condizioni necessarie possa produrre una crescita stabile e lineare.

 

3. Teoria del plusvalore, proletariato e ideologia rivoluzionaria

Se è vero che il pensatore di Treviri, analizzando l’esperienza storica delle lotte di classe, era giunto alla grande scoperta del ruolo rivoluzionario del proletariato e della sua funzione emancipatrice universale, non meno vero è che tale scoperta è strettamente connessa ad un’altra grande scoperta scientifica, quella del plusvalore. L’analisi del processo di formazione del plusvalore ha permesso a Marx di stabilire che la classe che produce plusvalore è l’unica classe conseguentemente rivoluzionaria.

Fin dalla stesura del Manifesto Marx ed Engels intrapresero una lotta teorica senza quartiere contro le deviazioni che ostacolano la lotta del proletariato, portando acqua al mulino delle forze reazionarie. La stessa storia della Prima Internazionale è la storia di come, attraverso una lotta instancabile contro l’anarchismo bakuniano, il tradunionismo inglese, il proudhonismo francese, il lassallianesimo tedesco e il mazzinianesimo italiano, si è stabilita l’egemonia del socialismo scientifico nel movimento operaio. Esiste un nesso inscindibile, nella transizione dalla società capitalistica alla società comunista (fermo restando che le premesse materiali di questa sono create da quella), tra la lotta del proletariato per la conquista del potere e la lotta per superare le deviazioni. Tale nesso scaturisce dalla stessa dottrina di Marx, che conosce un’unica verità: quella corrispondente alla realtà oggettiva.

È opportuno precisare che la dottrina di Marx comprende, oltre ad una teoria della società capitalistica e alla critica di altre teorie della società capitalistica, una ideologia rivoluzionaria, fondata sulla negazione dialettica delle concezioni, dei valori e degli istituti della società capitalistica.

Marx si è sempre preoccupato di sottolineare che egli non aveva affatto scoperto «l’esistenza delle classi nella società moderna e la loro lotta reciproca»; al contrario, delineava il suo specifico apporto in questi termini, scrivendo all’amico Weydemeyer nel 1852: «Ciò che io ho fatto di nuovo è stato: 1. dimostrare che l’esistenza delle classi è legata puramente a determinate fasi storiche di sviluppo della produzione; 2. che la lotta delle classi conduce necessariamente alla dittatura del proletariato; 3. che questa dittatura medesima non costituisce se non il passaggio all’abolizione di tutte le classi e a una società senza classi».3

 

4. Rivoluzione, internazionalismo e società comunista

Marx, che fu uno dei fondatori e il massimo dirigente della Prima Internazionale, fu anche il primo ad indicare le ragioni che ne rendevano necessaria la costituzione e ne dovevano informare l’attività: 1) lo sviluppo della lotta di classe a livello economico, nella prospettiva dell’abolizione del sistema del lavoro salariato; 2) la socializzazione dei mezzi di produzione da parte della classe operaia («Non è l’eguagliamento delle classi, controsenso impossibile da realizzare, ma al contrario l’abolizione delle classi, questo autentico segreto del movimento proletario, che costituisce il grande fine dell’Associazione Internazionale degli operai»); 3) l’organizzazione e la direzione della lotta di classe a livello politico, mediante la costruzione di un partito autonomo, fondato sull’integrazione di intellettuali rivoluzionari nel movimento operaio; 4) il riconoscimento del carattere internazionale della lotta di classe (necessaria conseguenza, ben espressa dall’appello con cui si chiude il Manifesto: «Proletari di tutti i Paesi, unitevi!», dell’espansione del capitalismo, che tende a trasformare tutto il mondo in un unico mercato).

L’esperienza del primo governo proletario della storia ­ la Comune di Parigi del 1871 – spinge Marx a riprendere l’elaborazione del concetto di dittatura del proletariato e a chiarire l’irriducibile differenza tra questa dittatura e la dittatura della borghesia. Nella Comune Marx vede la forma «finalmente scoperta» della dittatura del proletariato, cioè del potere di tipo nuovo espresso dalla classe che, costituendo l’immensa maggioranza della popolazione, dà vita al regime più democratico che sia finora esistito. Egli giudica «l’assalto al cielo», mosso dal proletariato di Parigi in alleanza con la piccola borghesia, «un nuovo punto di partenza di importanza storica universale», soprattutto e innanzitutto perché i dirigenti della Comune hanno compreso la necessità della distruzione della macchina dello Stato borghese e della sua sostituzione con istituzioni proletarie (suffragio universale, rappresentanza basata sul mandato imperativo e revocabile, scioglimento dell’esercito permanente e della polizia e armamento del popolo, autonomia delle province e dei comuni, ma non abolizione del centralismo, che resta indispensabile in una società moderna che si fonda su un grado elevato di socializzazione della produzione). Vedi qui.

Dalla combinazione dell’analisi del Capitale e degli insegnamenti della Comune Marx trae nuovi sviluppi della sua concezione teorica, che troveranno espressione, in particolare, nella Critica del programma di Gotha del 1875, scritto che è fondamentale non solo per la critica delle posizioni dei lassalliani, ma anche per la definizione scientifica dei lineamenti e dei princìpi della società comunista. Questa non viene configurata né come l’oggetto di un pensiero utopistico che «prescrive ricette per l’osteria del futuro» né come «un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi», ma come la fase superiore di un processo di transizione, di cui la società socialista, «che porta ancora sotto ogni rapporto, economico, morale, spirituale, le “macchie” della vecchia società dal cui seno è uscita», costituisce la fase inferiore: processo di transizione reso possibile dal massimo sviluppo delle forze produttive e finalizzato all’autogoverno dei produttori associati in una società senza classi e senza Stato, perché senza merci, senza denaro e senza lavoro salariato (sempre qui).

 

5. Rivoluzionario e scienziato

«Il 14 marzo [1883]... ha cessato di pensare la più grande mente dell’epoca nostra... Ma lo scienziato non era neppure la metà di Marx... Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario. Contribuire in un modo o nell’altro all’abbattimento della società capitalistica e delle istituzioni statali che essa ha creato, contribuire all’emancipazione del proletariato moderno al quale Egli, per primo, aveva dato la coscienza della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della propria liberazione: questa era la sua reale vocazione. La lotta era il suo elemento» (qui).

Non è possibile scegliere parole più appropriate di quelle che usò Engels nel suo discorso sulla tomba di Marx, per caratterizzare, al termine di questo succinto profilo, la duplice fisionomia di un uomo che indicò in Spartaco e Keplero i personaggi storici da lui preferiti. qui Affermare oggi che quest’uomo è più vivo che mai non è un paradosso: infatti, più il mondo attuale si allontana da una qualsiasi ipotesi di socialismo, più Marx diventa indispensabile per comprendere e trasformare questo stesso mondo. L’autore del Capitale sarà veramente morto allorquando, come scrisse il suo amico e compagno Engels, «la società che riorganizza la produzione in base a una libera ed eguale associazione di produttori, relega l’intera macchina statale nel posto che da quel momento le spetta, cioè nel museo delle antichità accanto alla rocca per filare e all’ascia di bronzo» (qui).


Note
1 Non è improprio affermare che il Capitale consta, in realtà, di almeno sette libri: libro I, pubblicato da Marx; libri II e III, ordinati da Engels sulla base degli appunti di Marx; libro IV, ordinato, sempre sulla base degli appunti di Marx, da Kautsky e da lui intitolato Teorie sul plusvalore; libri V e VI, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, costituiti dai lavori propedeutici di Marx per la stesura della Critica dell’economia politica (1859). Si tratta di alcune migliaia di pagine.
2 Lettera di Marx a Johann Philipp Becker del 17 aprile 1867 in Karl Marx – Friedrich Engels, Opere Complete, vol. 42, Lettere 1864-1867, parte seconda, Editori Riuniti, Roma 1974.
3 Lettera di Marx a Joseph Weydemeyer del 5 marzo 1852 in Marx-Engels, op. cit., vol. 39, Lettere 1852-1855, parte seconda, Editori Riuniti, Roma 1972.
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