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Ancora su David Harvey, Marx e la follia del Capitale

di Giovanni Di Benedetto

446817962 780x439 1“Date la triste condizione e la traiettoria confusa del capitalismo globale dal crollo del 2007-2008, e date le loro conseguenze disastrose per la vita quotidiana di milioni di persone, sembra sia un buon momento per rivedere ciò che Marx era riuscito a capire. Forse qui c’è qualche idea utile per chiarire la natura dei problemi che abbiamo di fronte oggi”

​(David Harvey, Marx e la follia del capitale).

In un precedente scritto dedicato al libro di David Harvey Marx e la follia del Capitale (Feltrinelli 2018) si è provato a fornire, in un compendio generale e provvisorio a un tempo, un resoconto del taglio complessivo utilizzato dall’autore per illustrare, marxianamente, il modo in cui le leggi del moto del capitale influenzano la vita quotidiana delle persone. Il libro, tuttavia, è ricco di spunti e di riferimenti problematici. Vale forse la pena individuarne almeno alcuni, che hanno destato l’attenzione di chi scrive, per svolgerli più distesamente.

Harvey si concentra innanzitutto nell’analizzare il ruolo svolto nella contemporaneità dal capitale produttivo di interesse, diventato uno dei fattori dell’accumulazione più decisivi e potenti. Anche se ne è risultato un incremento della funzionalità della circolazione, infatti, il risultato non sembra essere dei più felici: speculazione, crescita del debito, impazzimento del sistema bancario e via discorrendo mettono in discussione l’idea che possa esservi una qualche relazione, seppur contraddittoria, tra il denaro e il rapporto di valore sottostante. Peraltro, tale forma contraddittoria si amplifica ancora di più con l’accrescimento della complessità della divisione sociale del lavoro e dei rapporti di scambio.

“L’argomento diventa ancora più complicato quanto più Marx approfondisce le molte funzioni del denaro. Può essere una misura del valore, una modalità di tesaurizzazione, uno standard di prezzo, un mezzo di circolazione, o può funzionare come denaro di conto, denaro di credito e, in ultimo ma non per importanza, come mezzo di produzione per produrre capitale”(71).

Fatto sta che la sfera della circolazione e della distribuzione, quest’ultima oggetto di studio del terzo libro de Il Capitale, sembra oggi sopravanzare di molto, scrive Harvey, l’ambito di interventi appannaggio della sfera della valorizzazione. Peraltro, “se il capitale produttivo di interesse potesse trovare un modo per aumentare senza passare attraverso la valorizzazione e la realizzazione, lo farebbe. (…) Sono molti gli incentivi perché il capitale denaro eviti di investire nella valorizzazione, in particolare quando il saggio di profitto è basso o i rapporti con il lavoro sono problematici”(77).

È nel capitale produttivo di interesse, nel denaro che genera denaro senz’altra mediazione, che la forma feticcio giunge al livello più elevato: in una perversa logica mistificatrice il denaro tradisce il valore di cui dovrebbe essere rappresentazione e si autonomizza. Si tratta di chiedersi, come fa Marx nel terzo libro de Il Capitale, come una merce abbia un duplice valore, ossia come sia possibile che essa abbia come somma di valore un prezzo accanto e oltre al proprio prezzo. L’ipertrofica espansione della centralizzazione dei flussi di capitale nel sistema finanziario “crea uno spazio totalmente al di fuori del controllo dei rapporti di valore”(78) nel quale l’espropriazione si presenta come appropriazione della proprietà sociale ad opera di pochi (Marx, Il capitale, libro III). Nel momento in cui la circolazione del capitale produttivo di interesse assume il ruolo di principale motore trainante l’accumulazione, si perviene alla folle e autodistruttiva spirale in cui la forma denaro produce magicamente, senza mai arrestarsi, altro denaro. Da qui la divaricazione sempre più ampia tra i flussi di capitale fittizio e speculativo e la base di valore su cui esso si fonda.

Come il concetto di capitale implica il concetto di crisi così il concetto di valore implica la possibilità della sua negazione. Nella sfera della circolazione, al momento della realizzazione, il rapporto sociale più importante diventa quello tra venditore e consumatore. In primo luogo occorre precisare che, secondo Harvey, anche in questa sfera ci può essere la possibilità di definire un campo attivo di lotta anticapitalista (84). Inoltre, il capitale produttivo di interesse è strettamente legato al commercio del debito che diventa un elemento di sostegno e rafforzamento del sistema finanziario. L’aumento di liquidità, traducendo in atto la potenza del capitale denaro tesaurizzato, rende più fluida e costante la circolazione di capitali con tempi di rotazione differenti. Ma il funzionamento del dispositivo capitalistico fondato sul credito e la finanziarizzazione dell’economia si esprime, anche qui, contraddittoriamente: infatti se il sistema del credito è una forma immanente del modo di produzione capitalistico, “il debito (…) è un titolo di diritto sulla produzione futura di valore che può essere estinto solo attraverso la produzione di valore. Se la produzione futura di valore non è sufficiente a estinguere il debito, si verifica una crisi”(87). Nel sistema fondato sul capitale produttivo di interesse, al crescere del debito cresce anche l’entità del titolo di diritto sulla futura valorizzazione e questo, anziché produrre accumulazione di valore, produce accumulazione di debito. Ma una tale accumulazione di non valore, di debito per l’appunto, diventa la causa principale per promuovere un’ulteriore produzione di valore e di plusvalore. Il problema è che, sebbene il sistema fondato sul debito possa trasformarsi in una forza determinante per sostenere la valorizzazione e l’accumulazione di capitale, i suoi effetti si ritorcono sui soggetti che contraggono il debito, i soggetti mutuatari, (la classe sfruttata), che possono avere pignorati i propri beni e, soprattutto, che possono essere costretti a lavorare, e dunque a produrre valore sotto forma di tassi di interesse, per ripagare il debito. In fondo sembra essere di questo tipo la dinamica innescatasi nel caso della crisi dei mutui subprime o riguardo allo sviluppo del microcredito in certi paesi come l’India.

La divaricazione tra il valore e la sua espressione monetaria trova una ennesima conferma nel caso dell’appropriazione predatoria dei beni comuni. Anche in questo ambito si può verificare il caso che diventi più conveniente dirottare il capitale fuori dalla sfera della produzione, e dunque dall’ambito della valorizzazione, per farlo circolare come denaro in mercati fittizi (per esempio la sfera del mercato d’oggetti d’arte o nel mercato immobiliare) in cui, pur essendoci appropriazione, non si realizza valorizzazione. Si pensi a tutti quegli ambiti, le risorse naturali, i beni ambientali, gli artefatti storico artistici, i manufatti culturali, la stessa conoscenza scientifica, la creatività e l’immaginazione, nei confronti dei quali, una volta che siano stati accaparrati o recintati, il proprietario può estrarne una rendita. Si tratta di beni, spesso dono gratuito della storia naturale del pianeta e della storia culturale della specie umana, che dovrebbero essere liberamente accessibili a tutti ma a cui viene attribuito un prezzo. Ciò non significa, tuttavia, che siano anche la risultante di un processo di produzione di valore. Secondo Harvey la questione diventa trasparente non appena si utilizzi la spiegazione di cui si serve Marx prendendo spunto dal mondo della scuola e riguardante il lavoro insegnante. Harvey cita un passo marxiano tratto dal cosiddetto Capitolo sesto inedito, nel quale si definisce il concetto di lavoratore produttivo, ossia di lavoratore capace di produrre plusvalore: “un maestro di scuola che istruisce gli altri non è un lavoratore produttivo, ma un maestro che lavora per un salario in un istituto con altri, e usa il proprio lavoro per aumentare il denaro dell’imprenditore che possiede quell’istituto che commercia in conoscenza, è un lavoratore produttivo”(105). Insomma, qualcosa, come per esempio la conoscenza, diventa una merce depositaria di valore solo nel momento in cui sono soddisfatte una serie di condizioni storiche complesse che rimandano alla necessità di codificarne il diritto allo sfruttamento, di mercificarla e inglobarla secondo principi di organizzazione capitalistica e solo in parte in funzione del contenuto di lavoro e della produzione di plusvalore.

Altra questione problematica è quella relativa all’uso capitalistico della tecnologia. Marx elabora, secondo Harvey, una visione molto complessa e molto estesa del ruolo che è svolto dalla tecnologia nell’evoluzione e nello sviluppo del capitale. Solo nel capitalismo l’inventiva organizzativa e l’innovazione tecnologica si dispiegano in tutta la loro potenza: questo è dovuto al fatto che la tecnologia, connessa com’è alla valorizzazione del capitale e deputata all’incessante aumento della produttività della forza lavoro, si concentra sulla continua estorsione di plusvalore relativo. Gli imprenditori, vincolati all’interno di una dinamica competitiva, adottano strategie organizzative e utilizzano mezzi di produzione che possono permettere loro di produrre a costi inferiori rispetto alla concorrenza. Resta inteso che, a differenza di quanto pensano feticisticamente i capitalisti, solo il lavoro vivo è produttivo di plusvalore. Le macchine si limitano a cedere gradualmente il proprio valore, che non è altro che lavoro passato incorporato, alla merce. Ne consegue però, paradossalmente, che le macchine, riducendo il valore della forza lavoro, contribuiscono alla produzione di un plusvalore maggiore pur restando costante il valore prodotto. L’innovazione tecnologica contribuisce, inoltre, dentro e fuori il processo di lavoro, a tenere sotto controllo la forza lavoro indebolendone il potere contrattuale e istituendo un consistente esercito industriale di riserva la cui evidente valenza ricattatoria indebolisce il potere di contrattazione dei lavoratori. Il fatto è che l’adozione di tecniche che ottimizzano i tempi di rotazione nella produzione e nella circolazione genera più plusvalore per il capitale (116). Del resto, ne Il Capitale, Marx sostiene che il fine dell’innovazione tecnologica non risiede nel migliorare le condizioni del lavoro ma nell’aumentare la produttività e nell’estorcere un maggiore profitto. Ecco allora che, come scrive Marx nei Grundrisse, nella misura in cui si sviluppa l’innovazione tecnologica “il capitale è esso stesso la contraddizione in processo [per il fatto] che esso interviene come elemento perturbatore nel processo di riduzione del tempo di lavoro a un minimo, mentre d’altro canto pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza” (Marx, Grundrisse. Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, PGreco, Milano, 2012, pp.716-718). Secondo Harvey Marx ha focalizzato la propria attenzione sullo sviluppo tecnologico nella sfera della produzione e dunque della valorizzazione. Tuttavia, il fatto che Marx abbia dimostrato che il capitale debba essere colto nel suo intrinseco sviluppo tecnologico come totalità autorizza a pensare che tale dinamismo debba ovviamente essere esteso anche alla sfera della circolazione.

L’ultima parte del libro di Harvey è indirizzata a definire entro quale configurazione spazio-temporale si configura lo sviluppo del capitale quale valore in movimento. È forse la parte ad un tempo più semplice e più seducente del lavoro del sociologo e geografo inglese. Si tratta di immaginare un vero e proprio lavoro di dislocazione della teoria sul terreno concreto del territorio, delle città, degli agglomerati industriali, delle infrastrutture di trasporto e dei paesaggi agrari. È facile intuire che qui Marx, analizzando il bisogno del capitale di rimodellare le geografie della produzione e del consumo in funzione della propria incessante espansione, ha prefigurato l’affermazione del mercato mondiale e di quei processi che hanno condotto alla cosiddetta globalizzazione.

Entro questo scenario di riferimento viene evidenziata un’ennesima contraddizione che spingerebbe il capitale, all’interno del mercato mondiale, da un lato a muoversi verso la scambiabilità dell’equivalente universale, disarticolando così la specificità dei differenti regimi di valore regionali e indirizzando il processo di accumulazione verso una centralizzazione sempre più spinta, e dall’altro lato, a accrescere esponenzialmente la produzione di bisogni e il soddisfacimento di desideri in modo tale da contribuire, così, a aumentare la tendenza alla dispersione e alla diversificazione. “Abbiamo iniziato questa esplorazione dello spazio e del tempo entro cui le leggi del moto del valore si impongono, con l’affermazione, più che plausibile, che è nella natura del capitale stesso conquistare e costruire il mercato mondiale. Ora, dopo aver percorso il terreno contraddittorio su cui queste leggi devono operare, vediamo che è nella natura del capitale anche frantumare l’uniformità, l’omogeneità e la razionalità sovrasensibile del mercato mondiale, in così tanti frammenti potenzialmente pericolosi e incompatibili di eterogeneità, differenza e sviluppo geografico disuguale, indipendentemente da tutti gli errori irrazionali umani che macchiano di sangue e fango la storia collettiva dell’umanità” (172).

C’è un elemento di fondo che, a parere di chi scrive, sembra caratterizzare, se proprio si volesse dirla tutta, la ricostruzione di Harvey dell’esposizione marxiana: nel tentativo di tradurre l’estrema complessità della critica dell’economia politica con tutte le sue stratificazioni testuali, articolazioni interdisciplinari e implicazioni politiche, Harvey rischia di elaborare un’interpretazione nella quale emerge innanzitutto il carattere antinomico delle problematiche più importanti. Si tratta, con ogni probabilità, di un rischio calcolato, che aspira a leggere i testi di Marx restituendone la dimensione di cantiere aperto, con tutte le incongruenze che ne derivano, e che detiene l’ambizione di sviluppare un’epistemologia fondata sul paradigma del Capitale. Resta da capire, tuttavia, quanto tutto questo non disorienti il lettore più accorto, posto di fronte alla problematicità delle questioni più ardue e all’ambivalenza delle possibili soluzioni. Il punto è che, come ebbe a dire Theodor W. Adorno, sono le situazioni in se stesse a essere intricate e confuse, ossia è la società per come è nella sua essenza strutturata, a palesare non solo il carattere della contraddittorietà ma, addirittura, la cifra dell’irrazionalità.

​Ecco perché, a conclusione del suo lavoro, Harvey ribadisce che la follia della ragione economica borghese precipita la collettività in una serie infinita di contraddizioni sempre più distruttive in cui le leggi contraddittorie del valore in movimento “vanno a vantaggio esclusivo di una classe capitalista e dei suoi accoliti, mentre riducono intere popolazioni allo sfruttamento del loro lavoro vivo nella produzione, a scarse possibilità nella vita quotidiana e alla servitù del debito nei rapporti sociali” (176). Tuttavia, nonostante la miseria e la povertà, la crescente alienazione disumanizzante e la perdita di significato dell’esistenza determinate nel tempo presente dall’accumulazione capitalistica presso fasce sempre più consistenti di popolazione, secondo Harvey si evidenziano anche segnali che sembrano procedere in controtendenza, aprendo spazi di lotta anticapitalistica che arrischiano di essere produttivi di nuove forme di emancipazione e di liberazione. “Il mondo è punteggiato di spazi eterotopici in cui gruppi di persone cercano di costruire modi non alienati di vivere e di essere, in mezzo a un mare di alienazione” (198). Un grande numero di lavoratori e di lavoratrici, di uomini e donne oppressi/e nel mondo, tenta di trasfigurare lo scontento, la disperazione e la rabbia in strategie politiche per “creare rapporti sociali non alienati e modi non alienati di essere nella natura e gli uni con gli altri. Le potenzialità ci sono” (196). Resta il difficile compito, per chi vuole cambiare l’esistente, di trovare i modi ed escogitare le strategie per tradurre, per dirla con Aristotele, tali potenzialità in atto, ricavando dalle lotte e dai conflitti uno sbocco politico che riesca a trascendere il mero gesto testimoniale.

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