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consecutiorerum

C’è vita su Marx? Il Capitale nel bicentenario

di Riccardo Bellofiore*

Abstract: The article suggests a reconstruction of Marx’s Critique of Political Economy as a macro-monetary theory of capitalist production. The first part of what follows will provide a sort of methodological introduction to Das Kapital. I am questioning the meaning of critique versus criticism, the distinction between fetish-character and fetishism, the role of dialectics, and the difference between reading, interpretation and reconstruction. I will focus especially on Volume I. At the centre of the discussion are: the multiple meanings of abstract labour and socialization, the role of money as a commodity for the labour theory of value, the “method of comparison” in grounding valorisation (the emergence of gross profits) as the constitution of capital from class struggle in production, the unity of absolute and relative surplus value extraction, the key notion of «Technologie» in the real subsumption of labour to capital, the law of the tendential fall in relative wage, Marx’s two notions of «competition», and the macro-monetary class perspective in capitalist reproduction crucial to Capital, Volume I. Some considerations are devoted to the transformation problem, the so-called New Interpretation, and crisis theory

steve johnson 1115470 unsplash 300x214Marx pubblicò la prima edizione del Capitale nel 1867, circa 150 anni fa, e quest’anno cade il bicentenario della sua nascita[1]. Sembra dunque essere questo un momento opportuno per tracciare un bilancio di quanto vi è di vitale e illuminante nell’eredità marxiana. Propongo qui una ricostruzione della critica dell’economia politica di Marx come teoria macro-monetaria della produzione capitalistica. La prima parte di quanto segue fornirà una sorta di introduzione metodologica al Capitale. In seguito, mi concentrerò soprattutto sul primo libro, toccando tuttavia anche alcuni temi trattati nel secondo e nel terzo: in particolare, discuterò alcuni punti rilevanti per il problema della trasformazione ed esporrò la mia prospettiva riguardo la teoria della crisi.

La mia generazione – ho iniziato il mio studio delle teorie economiche nel 1973, ma avevo in qualche maniera familiarizzato con la teoria marxiana già sul finire degli anni ’60 – si è formata sulla grande tradizione di Maurice Dobb e Paul M. Sweezy.

Certo, giungere a maturazione e guadagnare autonomia teorica ha significato per noi commettere una sorta di parricidio nei loro confronti. Come emerge da quanto segue, non rinnego il mio percorso intellettuale: vi è una significativa distanza rispetto alle posizioni prevalenti negli anni ’60 riguardo la rilevanza di Marx per la teoria economica. Parimenti, però, percepisco con il passar del tempo che la mia generazione ha perduto qualcosa di importante: personalmente, ho sempre tentato di sottolineare non soltanto la discontinuità, ma anche la continuità rispetto a Dobb e Sweezy. Si trattava di giganti, anche nel più ampio contesto della discussione in economia: come Sraffa, erano rispettati e citati nel dibattito mainstream. Erano inoltre capaci di comprendere i differenti linguaggi delle teorie concorrenti, un’arte che pare ormai perduta. Con pochissime eccezioni, i marxisti della mia generazione sono diventati individui isolati – quando non hanno dato luogo a vere e proprie sette – che hanno costruito un mondo idiosincratico (anzi, a ben vedere molti mondi incommensurabili), rivelandosi poco avvertiti delle altre teorie, e non di rado perfino incapaci di comunicare tra loro.

Ma vi è un elemento più sostanziale, che tocca in modo diretto questo lavoro. Nel 1964 Maurice Dobb scrisse un’introduzione alla ristampa della traduzione italiana del Capitale curata da Delio Cantimori; il saggio fu poi pubblicato nell’originale versione inglese nel 1967 in Science & Society, in occasione del centenario della pubblicazione della prima edizione del primo libro del Capitale (Dobb 1967). In quella sede, Dobb presenta una tesi che non è troppo distante da un punto che rientra nella mia esposizione: che i valori siano introdotti da Marx al fine di mostrare come lo sfruttamento dipenda dalle condizioni e dalle relazioni di produzione in una società di classe come quella capitalistica; e che la successiva introduzione dei prezzi di produzione sia solo una modifica dei rapporti di scambio che non mette in discussione la struttura logica che va dal rapporto di capitale ai prezzi individuali. Nel mio approccio, lo sviluppo di questo argomento, ferma restando la crucialità dei valori per la comprensione dello sfruttamento, è molto diverso. Mentre in Dobb abbiamo una teoria dualistica del sistema dei prezzi (dual-system interpretation), nel mio approccio vi è una fondazione “macro” (monetaria e di classe) della teoria unitaria del sistema dei prezzi (single-system interpretation). Si conserva, però, la crucialità dei valori come espressioni monetarie del (tempo sociale di) lavoro contenuto nelle merci – e dunque del saggio del plusvalore in termini di lavoro contenuto – cosa che è assai difficile trovare nelle prospettive contemporanee.

 

1. Il significato di ‘critica’

Il mio discorso prende avvio con il tentativo di comprendere quale sia il significato del sottotitolo del Capitale: «Critica dell’economia politica». In primo luogo, occorre capire che cosa significhi per Marx «Economia politica», e successivamente di cosa significhi Critica in quest’espressione.

Marx distingueva l’economia volgare, o economia politica volgare, da un lato, e l’economia politica (classica), dall’altro, L’economia volgare – un’etichetta che si applica alla gran parte della scienza economica dal 1870 a oggi – si ferma alle apparenze superficiali: queste apparenze non sono che parvenza (e dunque illusorie). Nel lessico marxiano, si tratta di esempi di Schein. L’economia volgare si concentra sulla circolazione, e manca di riferirsi alla produzione.

L’economia politica (classica) è una cosa del tutto diversa. Per Marx, essa si compone di contributi effettivi alla conoscenza scientifica del capitale. Secondo Marx, l’economia politica si inaugura con William Petty. In seguito, il suo lungo sviluppo teorico si compie – con poche eccezioni – sotto il segno della teoria del valore-lavoro. I protagonisti principali di questa storia furono François Quesnay e i fisiocratici, Adam Smith, ma soprattutto David Ricardo. E si trattava di una scienza (Wissenschaft). Sebbene recasse un’impronta borghese, l’economia politica classica forniva elementi essenziali che consentivano una comprensione del capitalismo. In particolare Ricardo legava il valore al lavoro contenuto nelle merci, e tentava di costruire una coerente teoria del valore come teoria dei prezzi – anche se, secondo Marx, questo tentativo fu in ultima analisi fallimentare[2].

Il punto in questione è dunque che l’economia volgare si arresta alle «parvenze», al mondo superficiale della circolazione, mentre l’economia politica classica consente di iniziare a discernere l’intima connessione del capitale, e si spinge al di là della circolazione, per raggiungere il terreno della produzione. Si tratta, tuttavia, di un progetto scientifico incompiuto e limitato. Ed è per questa ragione che Marx ritiene che esso debba essere sviluppato criticamente, al fine di sfruttarne pienamente il potenziale scientifico: secondo Marx, l’economia politica deve mutarsi in una economia politica critica.

Con l’«economia politica critica» non ci troviamo ancora al livello concettuale della critica dell’economia politica. Costituisce un momento essenziale del discorso di Marx la tesi che la prospettiva scientifica dell’economia politica deve essere sviluppata e migliorata, e questa prosecuzione è fornita da Marx stesso nella sua economia politica critica, in modo da poter mettere in campo una critica dell’economia politica: la scienza deve essere completata, affinché quella stessa scienza sia posta in questione.

Mostrerò tuttavia che è altresì vero che l’economia politica critica è possibile soltanto dal punto di vista della critica dell’economia politica: la scienza del capitale può, cioè, essere completata solo nella misura in cui si è assunto il suo carattere storicamente parziale e determinato.

L’economia politica, così come l’economia politica critica, affronta la questione: «In che modo produce il capitale?». La domanda più fondamentale che costituisce il punto d’avvio della critica dell’economia politica è invece «in che modo il capitale viene prodotto?». Questo significa che l’esposizione non comincia con il capitale già costituito, ma mostra i passaggi del suo processo di costituzione: questo è esattamente il perno del primo libro. In qualche misura, l’economia classica va al di là della parvenza (Schein) e si avvicina, senza mai raggiungerla, all’apparenza come manifestazione fenomenica (nel lessico marxiano, l’Erscheinung). Vale a dire, essa va al di là del mero strato superficiale della circolazione, puntando al livello della realtà più profonda; ma non è in grado di connettere i due momenti nell’esposizione (nel lessico marxiano, la Darstellung)[3]. Questo è ciò che si compie davvero con la critica dell’economia politica. Come mostrerò in seguito, Marx sostiene anche che, nascosto nella Darstellung, vi sia un movimento dall’interiore all’esteriore: all’interno della «esposizione» della totalità, che si presenta come circolare (il capitale produce il capitale), dobbiamo scoprire una «espressione» che è invece lineare (il lavoro produce il capitale).

Questo metodo rappresenta, certo, il debito contratto da Marx nei confronti di Hegel, sebbene con alcune modifiche fondamentali, sulle quali tornerò in seguito. Per ora vorrei invece soffermarmi piuttosto su un momento “kantiano” nel significato di «critica». In Marx, «critica» si riferisce infatti anche alla ricerca delle condizioni di possibilità dell’economia politica[4]. Non si tratta di una posizione kantiana in senso pieno, dal momento che in Marx la critica non è trascendentale. Le condizioni di possibilità alle quali egli si riferisce hanno una dimensione storicamente determinata: sono in relazione a una struttura specifica, alla quale Marx, seguendo Hegel, si riferisce con la locuzione «determinazione di forma». Le condizioni di possibilità hanno in primo luogo a che fare con il mercato, con l’universalizzazione dello scambio – dello scambio di merci – in quella che sin dall’inizio è un’economia essenzialmente monetaria. È, questo, un punto su cui insistono numerosi interpreti: basti menzionare soltanto Rubin (1976), Adorno (2004 e 2002) e la Neue Marx-Lektüre, Colletti (1969a e 1969b) e Napoleoni (1973a)[5]. E questo conduce direttamente alla connotazione della teoria del valore di Marx come teoria monetaria del valore(-lavoro).

C’è tuttavia un secondo punto riguardante la nozione di «critica», al quale ho già accennato, e che deve essere preliminarmente chiarito. La critica dell’economia politica non è soltanto un “progresso” interno all’economia politica come scienza (Wissenschaft), non è meramente un sinonimo di economia politica critica. L’economia politica critica è solo una componente del Capitale. Chi scrive non si colloca, certo, tra le fila di quanti ritengono che tra critica dell’economia politica ed economia politica intercorra una cesura tanto radicale da escludere ogni sovrapposizione. Credo invece che i due momenti della critica debbano essere articolati in maniera congiunta. Si perde certamente tutta la novità di Marx se non si coglie il fatto che la critica dell’economia politica non può essere ridotta – come invece accadrebbe se essa fosse fatta coincidere con l’economia politica critica – a una versione particolare, migliorata, dell’economia politica. Non v’è dubbio che ci troviamo qui di fronte a una circostanza che agli occhi di economisti e scienziati sociali risulta enigmatica: il fatto che Marx, nell’atto stesso di approfondire la conoscenza scientifica del capitale, proceda anche alla critica di quella stessa scienza; e che, attraverso questa critica del terreno teoretico ed epistemologico dell’economia politica, egli proponga al tempo stesso una critica del suo oggetto, e in ultima analisi una critica del capitale stesso come realtà. Marx apre di fatto un nuovo continente teorico. Dal mio punto di vista è importante comprendere che Marx non opera una rottura a tutto tondo con l’economia politica classica e con Ricardo, e che dunque è importante riconoscere anche gli elementi di continuità. Ma la discontinuità è altrettanto importante, e forse più essenziale, dal momento che è la discontinuità a consentire di mettere a fuoco i risultati raggiunti da Marx proprio sul terreno dell’economia politica come scienza. Non si riesce a comprendere la continuità di Marx con l’economia politica classica (culminante nell’economia politica critica) se non la si inquadra a partire dalla discontinuità che Marx introduce.

Terza importante qualificazione: la critica non coincide col muovere critiche, la Kritik non è Kritizismus. La distinzione è difficile da rendere in italiano, dal momento che non si dispone, come invece il tedesco e l’inglese, di due termini distinti, ma del solo lemma «critica». In sintesi: per «critica1» bisogna intendere l’indicare difetti, errori categoriali e contraddizioni nella teoria dell’avversario. E buona parte dei marxisti, siano essi economisti o filosofi, intendono la critica dell’economia politica in questo senso. Ma ciò è scorretto. «Critica2», al contrario di «critica1», riconosce anche l’intima verità dell’economia politica, e non si limita a rilevarne i difetti. Effettivamente, se si legge attentamente Marx, si vede che, per quanto nettamente egli si opponesse agli economisti politici “volgari”, nondimeno prendeva sul serio anche loro, e da loro era pronto a imparare. Vengono subito in mente, a tal proposito, i nomi di Malthus e Samuel Bailey.

Svolte queste tre annotazioni preliminari, muoviamo a considerare un punto più sostanziale: perché è necessaria una critica dell’economia politica, e quali sono i limiti fondamentali che l’economia politica non può oltrepassare? Il ragionamento di Marx può essere restituito nel modo seguente. La critica dell’economia politica ha come perno la duplicità del lavoro, lavoro concreto e lavoro astratto, che corrisponde alla duplicità della merce come valore d’uso e valore di scambio; Marx vede nel valore di scambio la forma del valore come tale. L’economia politica classica, e in particolare Ricardo, accennava (sia pure confusamente) al concetto di «sostanza del valore», e di qui alla grandezza del valore, ma non era in grado di sviluppare una teoria della forma di valore. In tal modo, l’economia politica classica e lo stesso Ricardo non furono capaci di pervenire a un concetto adeguato né di «lavoro» né di «denaro» – requisiti preliminari di un’indagine sullo scambio capitalistico di merci a carattere universale e monetario. Dietro questi due difetti agisce poi una terza inadeguatezza fondamentale: l’economia politica classica non ha mai compreso adeguatamente la distinzione tra forza-lavoro e lavoro vivo.

Ci troviamo qui in un territorio più noto, e in certo modo familiare. Ciò che è meno evidente è che in Marx «lavoro» si riferisce a tre polarità, non soltanto a due: la forza-lavoro, il lavoro vivo e – in modo cruciale – ai lavoratori come esseri umani portatori viventi della forza-lavoro. Questa triade è fondamentale nella critica dell’economia politica, nel momento in cui si ha a che fare con la costituzione del capitale come relazione sociale. Ma su questo punto tornerò con maggiore dettaglio nel mio commento al primo libro.

Il quarto fallimento dell’economia politica classica risiede nell’assenza di una teoria della crisi come qualcosa di inevitabile con il capitale. Si potrebbe dire che vi sia, alternativamente, o l’idea che la crisi è concettualmente estranea al capitale, che sarebbe fondamentalmente un dominio di equilibrio (ed è questa la prospettiva di Ricardo e Jean-Baptiste Say), o l’idea che la crisi è talmente connaturata al capitale, che sarebbe allora fondamentalmente un dominio di non-equilibrio (la prospettiva di Malthus e di Sismondi): al punto che sarebbe effettivamente impossibile il darsi del capitalismo stesso nella sua forma pura, e si formula non una teoria della crisi ma una teoria del crollo. In tal modo, si espunge la crisi dal capitalismo: il capitale può sperimentare perturbazioni minori, immediatamente corrette dal mercato, oppure non può tout court esistere senza collassare immediatamente.

Se questi sono i tratti essenziali della critica dell’economia politica, appare chiaro perché essa è una critica della scienza del capitale come scienza borghese. Cogliere la triade del «lavoro», dove la forza-lavoro è “attaccata” ai lavoratori come portatori viventi della capacità di lavoro, e concepire questi ultimi come i soggetti (“liberi” e “uguali”) che effettivamente prestano lavoro vivo come messa in atto della potenzialità insita nella forza-lavoro, significa comprendere il capitale come una realtà storicamente specifica segnata da alienazione, reificazione e sfruttamento. La critica dell’economia politica non è immediatamente una critica del capitale stesso. Marx pensa che gli «oggetti reali» possano essere appropriati solo come oggetti teorici, «oggetti di conoscenza». Al tempo stesso, questa critica logico-teoretica dell’economia politica fornisce gli strumenti necessari tanto alla conoscenza del capitale, quanto al suo rovesciamento pratico.

Per essere più precisi: Marx non è né un pensatore materialista nel senso tradizionale, né un pensatore idealista. Il suo approccio è quello di un materialista pratico (era, questo, un punto cruciale nella riflessione di Alfred Schmidt 2018, 1972). Il termine «pratico» ci riporta alle Tesi su Feuerbach, e in particolare alla seconda: «La questione se al pensiero umano spetti una verità oggettiva non è questione teoretica bensì una questione pratica. Nella prassi l’essere umano deve provare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere immanente del suo pensiero». Ciò significa che l’esposizione (Darstellung) può essere compiuta in modo critico solo dal punto di vista di una radicale trasformazione della realtà in senso emancipativo. Ma la prassi non è solo l’orizzonte della critica: essa è, in parte, anche una sua precondizione, nella misura in cui Marx poté costruire la sua critica teorica dell’economia politica classica perché nella prassi le lotte dei lavoratori avevano iniziato a revocare in questione il carattere naturale delle relazioni sociali capitalistiche, e anche la tecnologia capitalista (questo punto è stato molto ben argomentato da Wal Suchting, e da un diverso punto di vista anche da Edward P. Thompson nel suo libro The Making of the English Working Class)[6].

Ho già anticipato che l’esposizione (Darstellung) di Marx è dialettica[7]. Questo metodo dialettico include la Forschung, una ricerca analitica, attraverso cui Marx giunge al punto in cui la totalità può essere esposta (dargestellt) come un sistema strutturale, che dà l’idea di essere in sé conchiuso. Questo metodo, come dicevo, risale a Hegel (è ciò che Finelli denomina metodo del «presupposto-posto»)[8]. Qualcosa di simile, in un quadro concettuale molto diverso ma in qualche modo paragonabile, si trova in Lire le Capital (Althusser, Balibar 2006). È qui particolarmente rilevante il saggio di Ranciére (1973) contenuto nella prima edizione, che getta una sorta di ponte verso la terminologia hegeliana). Gli althusseriani parlano tuttavia di «struttura» piuttosto che di «determinazione di forma». In entrambi i casi abbiamo a che fare con un «processo senza soggetto». Il punto di Althusser è epistemologico, e in qualche misura astorico. Nella costellazione di pensatori francofortesi è invece presente l’idea di una specifica totalità capitalistica, dell’Intero come Non-vero, e la sua validità è limitata a quella realtà storica. Nell’uso marxiano di Hegel vi è un Soggetto dietro il processo senza soggetti, e questo Soggetto è il capitale (omologo al Geist di Hegel).

È opportuno svolgere a questo punto qualche altra considerazione, poiché si giunge qui al significato più profondo della critica dell’economia politica. Secondo Marx, il capitale è un feticcio, ma un feticcio automatico, che si rivela essere un Soggetto dominante che abbraccia e sussume tutti i momenti della totalità (das übergreifende Subjekt nel capitolo 4 del primo libro). Una chiave per capire il Capitale è cogliere la distinzione fondamentale tra carattere di feticcio e feticismo, che non vanno identificati. Il capitale come cosa (anzi, come la Cosa, il feticcio automatico, il Soggetto), proprio come il valore e il denaro, è effettivamente dotato di poteri sociali. Pertanto, l’attribuzione di poteri sociali al capitale (al denaro, al valore) non è illusoria: è invece un’apparenza, nel senso della manifestazione fenomenica (Erscheinung) delle “cose come sono”, ma solo di come sono nella loro determinatezza storica specificamente capitalistica. La mistificazione, l’illusione, il feticismo, coincidono con la naturalizzazione di questi poteri sociali che pertengono alle cose in quanto cose: questa è una parvenza (Schein), che certo è generata proprio dal «carattere di feticcio» del valore, del denaro e del capitale. Ne segue che le relazioni tra persone appaiono (il verbo qui è erscheinen: si manifestano fenomenicamente) come relazioni tra cose – che è proprio ciò che di fatto è.

Tuttavia, questa è solo metà della verità. La critica dell’economia politica risponde non soltanto alla domanda «come il capitale?», cioè alla domanda sulla sua capacità di autovalorizzarsi, ma anche alla domanda «perché il capitale?», cioè alla domanda sull’origine della valorizzazione. Il capitale come realtà non umana è ricondotto a una qualche pratica umana nascosta dietro il capitale come cosa: il capitale come relazione sociale, nel cui nucleo vi è la lotta di classe, e più specificamente la lotta di classe nella produzione (un punto opportunamente sottolineato da Balibar 2005). Molta parte del primo libro del Capitale è dedicata a questo tema.

Da ultimo, occorre dire che la dialettica sistematica non è per Marx un metodo universalmente valido: esso può essere adeguatamente applicato soltanto al capitale. Si tratta di ciò che Helmut Reichelt (1973) chiama «metodo della revoca» (Methode auf Widerruf). Non c’è spazio in Marx per il Diamat, per un materialismo dialettico nella sua variante leninista-stalinista. Non c’è neppure l’idea di una validità universale astorica della logica hegeliana della posizione dei presupposti. La dialettica pertiene a quell’oggetto strano e paradossale – ciò che Hans-Georg Backhaus (2016) chiama forme «spostate» – costituito dal capitale, dal denaro e dal valore. In altri termini, il riferimento alla dialettica non è solo epistemologico, ma anche ontologico: è l’ontologia del capitale in quanto omologo allo Spirito Assoluto. La dialettica scomparirà con la scomparsa del capitale.

 

2. Leggere, interpretare, ricostruire

Consideriamo ora il libro primo del Capitale[9]. Per farlo in modo appropriato e utile dobbiamo venire in chiaro circa la differenza tra “leggere”, “interpretare” e “ricostruire”. Con lettura intendo una considerazione del testo che non ne rimuove le ambivalenze e le ambiguità – e talvolta le incoerenze[10]. Un livello più sofisticato corrisponde a ciò che chiamo interpretazione, termine con cui mi riferisco al tentativo di ricostruire il sistema marxiano mantenendosi vicini a quella che si riconosce essere la sua logica interna: rileggere Marx secondo Marx, per usare il titolo di un saggio di Cesare Luporini (1974). Su questa linea si colloca la convinzione che le ambivalenze, le ambiguità e le incoerenze possano essere risolte e superate senza nessuna rottura con Marx e senza alcuna revisione del suo impianto. Mi sono però da tempo convinto che né la lettura né l’interpretazione sono in grado di sciogliere le difficoltà e le contraddizioni che gravano sulla critica dell’economia politica nella forma in cui l’abbiamo ereditata. Occorre compiere un terzo passaggio: la ricostruzione. Ricostruzione significa non di rado – impiego qui una felice espressione di Backhaus – «andare con Marx contro Marx». Ambiguità e ambivalenze, difficoltà e contraddizioni possono essere vinte soltanto opponendosi ad alcune proposizioni di Marx, usando Marx stesso: sfruttando appieno, cosa che Marx non fece, l’unicità della sua teoria monetaria del valore(-lavoro), volgendola in una teoria macro-monetaria della produzione capitalistica del (plus)valore. Uso qui l’espressione «teoria macro-monetaria» in un senso radicalmente diverso da Fred Moseley (2015). L’intera portata di questa tesi diverrà più chiara verso la fine dell’esposizione. In ogni caso, la mia discussione si colloca al crocevia tra interpretazione e ricostruzione, e presuppone una attenta lettura.

A mio giudizio, andare con Marx contro Marx è precisamente la maniera contemporanea di essere marxiani – e non marxisti. Questa distinzione fu originariamente formulata da Maximilien Rubel, il quale riteneva che tutti i marxisti deformassero il messaggio di Marx (cfr. Rubel 2000). L’eccezione era rappresentata da “marxiani” come Rosa Luxemburg, Henryk Grossmann, Paul Mattick (sr.), Karl Korsch[11]. Dal mio punto di vista, come dicevo, essere marxiani significa fornire una critica dell’economia politica dopo Marx, e misurarsi con il capitalismo contemporaneo. I marxiani non possono, dunque, semplicemente attenersi a ciò che ha scritto Marx, e c’è bisogno di innovazioni concettuali che vadano oltre Marx. Marx è stato il primo a tentare un’impresa simile, revisionando costantemente il primo libro, e non completando l’opera perché, diceva, doveva ancora apprendere e metabolizzare la lezione dei mutamenti del capitalismo degli anni ’70 dell’800.

Sono d’accordo con Karl Korsch sul fatto che la teoria di Marx deve essere ‘storicizzata’ e letta retrospettivamente a partire dai problemi attuali. Non mi dilungherò su questo punto, ma il lettore avvertito riconoscerà che i punti d’attacco della mia ricostruzione sono la crisi della fine degli anni ’60 e dei primi ’70 del secolo scorso (in particolare, ciò che ho potuto imparare dai lavoratori negli anni delle intense lotte di classe alla FIAT), cioè la crisi sociale della Grande Stagflazione, e l’attuale crisi strutturale, cioè la cosiddetta Grande Recessione (o meglio, la «Lesser Depression»). Si tratta di una posizione propriamente marxiana: leggere gli autori del passato in maniera retrospettiva, a ritroso, a partire dalle proprie domande, distillate dalla propria valutazione del dibattito scientifico, e procedere oltre, è ciò che Marx fece nelle Teorie sul plusvalore (e troviamo lo stesso metodo nella Storia dell’analisi economica di Schumpeter, ma anche in Capitale e interesse di Böhm-Bawerk o nelle Lectures on the Advanced Theory of Value di Sraffa). Non si ricorre al Manoscritto 1861-63 per sapere che cosa hanno davvero detto Smith o Ricardo…

Nel mio caso, non si tratta tuttavia di una lettura arbitraria: mi limito a estrarre ciò che è già presente nei testi e che può essere mostrato in modo rigoroso.

Il paradosso è che, procedendo per questa via, ciò che riesco a fornire sono soltanto – parafrasando di nuovo Hans-Georg Backhaus – dei frammenti di un ragionamento sistematico. Credo che la ragione di questo risultato risieda nel fatto che Marx, nonostante gli sforzi, non riuscì a essere compiutamente sistematico. La sua intenzione è tanto importante quanto il suo fallimento. Ho potuto osservare le migliori menti tra i marxisti “hegeliani”, alcuni dei quali miei amici, cimentarsi nel tentativo di “riscrivere” Marx in una maniera hegeliana, spesso ricalcando la Scienza della logica. E tuttavia, si possono contare tante letture hegeliane del Capitale quanti sono gli autori: anzi, in realtà anche di più, dato che alcuni hanno sottoposto ad auto-critica i loro precedenti tentativi e hanno prodotto ulteriori e più raffinate versioni del loro Marx “hegeliano”. Qui mi separo da loro, perché ritengo che siamo invece costretti a permanere in questa lettura frammentaria di Marx. Il punto è che questo frammento di un ragionamento sistematico è essenziale per comprendere il capitale, e per combatterlo.

 

3. Merce e denaro. Il ruolo essenziale del ‘denaro come merce’ nell’esposizione dialettica di Marx

Il Capitale inizia con la merce[12]. Ho già ricordato che la merce è articolata in una dualità interna: valore d’uso e valore di scambio. Quando consideriamo il valore di scambio, sembra che esso si riduca alle proporzioni quantitative in cui i valori d’uso “fisici” sono scambiati sul mercato, e che queste proporzioni possano essere alquanto arbitrarie, in base alle perpetue oscillazioni della domanda e dell’offerta. Questo è esattamente il punto di vista dell’economia politica volgare, secondo la quale non c’è alcun valore assoluto (o intrinseco) dietro il valore di scambio. Marx indica chiaramente che questa negazione del valore assoluto dipende dal prendere per buona la parvenza della circolazione. Ma questa è solo la prima definizione del «valore di scambio». Per giungere a una definizione più appropriata del «valore di scambio» dobbiamo guardare al valore riposto all’interno della merce – dove «valore» significa qui la virtù della scambiabilità universale nello scambio generale di merci. Il lavoro come attività, il «lavoro vivo», produce al tempo stesso valore d’uso (come lavoro concreto) e valore (come lavoro astratto). Chris Arthur solleva a tal proposito un dubbio: egli crede che Marx introduca troppo precocemente il lavoro nel sistema teorico, e che il valore sia soltanto una forma ideale. Confesso però di non essere così ardito, e preferisco attenermi su questo punto all’esposizione di Marx[13].

Marx assume qui che la maggior parte delle merci sia prodotta dal lavoro e che esse siano riproducibili, e così inizialmente semplifica la sua tesi, mancando di considerare le (poche) merci che non sono prodotte da lavoro. Stiamo dunque considerando lo scambio universale di merci come scambio universale dei prodotti del lavoro destinati a essere scambiati sul mercato. Sorge tuttavia un problema: se prendiamo la merce singola e la analizziamo attentamente, non siamo in grado di scorgere il valore, e vediamo soltanto il corpo del suo valore d’uso. Finora, ci sta dicendo Marx, il valore è soltanto un fantasma. Detto senza mezzi termini: a rigore, a questo stadio dell’esposizione, il valore non esiste; è un’entità eterea. Ma Marx è un materialista: sostiene che per esistere, come è necessario, il fantasma deve prendere possesso di un corpo. Siamo dunque capitati in un racconto di fantasmi? Ebbene sì, ci troviamo precisamente nel bel mezzo di un romanzo gotico. Suggerisco, a tal riguardo, di leggere almeno il bel saggio del teorico della letteratura Franco Moretti (1983), Dialettica della paura. Questi elementi gotici non sono, a mio avviso, da interpretare come metafore. Essi rappresentano effettivamente le cose come sono: ci forniscono in fondo le categorie scientificamente necessarie ad afferrare lo strano e folle oggetto indagato Marx.

Il termine tedesco che Marx usa per il “prendere possesso” di un corpo è verkörpern. Si tratta di un primo senso di «incorporazione» (più avanti ne incontreremo un altro). Riesce dunque il valore a impossessarsi di un corpo? Vi riesce, già nel primo capitolo del Capitale. Il “valore come fantasma” prende possesso di un corpo attraverso la sua incorporazione nel denaro come merce.[14] Preferisco l’espressione «denaro come merce» all’espressione «merce-denaro» per distinguere la teoria non-quantitativa del denaro di Marx (in cui l’oro o l’argento come merci sono denaro nella misura in cui sono “escluse” dal mondo delle merci) dalla teoria quantitativa del denaro di Ricardo (dove oro e argento sono denaro restando merci al pari di tutte le altre). Nello scambio universale di merci il denaro è oro, mentre l’oro non è in sé stesso e in generale denaro al di fuori di questa specifica situazione storica: è, questo, un esempio particolarmente eminente della distinzione tra carattere di feticcio (il denaro è realmente dotato, come cosa, di poteri sociali, in quanto denaro nel capitalismo come scambio universale di merci) e feticismo (l’attribuzione di poteri sociali all’oro come metallo al di fuori di questa determinata società è una parvenza illusoria).

Consideriamo, dunque, che il denaro sia valore incorporato.

Nel primo capitolo Marx muove dal valore come contenuto, che discute nei primi due paragrafi del capitolo 1, al valore come forma (un termine che dovremo immediatamente chiarire) e alla forma di valore (e dunque alla seconda definizione del «valore di scambio») nel terzo paragrafo.[15] Effettivamente, se ci si arresta ai primi due paragrafi, come fanno molti marxisti, si può legittimamente ritenere che il valore non sia altro che lavoro contenuto. Una parentesi: quasi tutti gli autori parlano di un «lavoro incorporato»: ma Marx non ha mai impiegato quest’espressione tanto diffusa in tutte le traduzioni del mondo, a proposito del lavoro astratto. Soltanto il lavoro concreto finisce per essere «incorporato» nel valore d’uso che ne risulta (il verbo tedesco è qui verkörpern). Per il lavoro astratto Marx impiega piuttosto l’espressione «lavoro contenuto» (il verbo tedesco è qui enthalten)[16]. Abbiamo dunque il «denaro come merce» in quanto valore incorporato: il lavoro concreto produce il denaro-oro, ovvero il valore d’uso che nello scambio monetario di merci «riflette» il lavoro astratto che è contenuto in queste ultime.

Di conseguenza, sebbene si possa ben comprendere su quale base i marxisti che si attengono ai primi due paragrafi del primo capitolo concludono che il lavoro che è sostanza delle merci (“valore come contenuto”) si riduce al lavoro come dispendio fisiologico di energia, quando passiamo al terzo paragrafo, dedicato alla forma di valore e alla derivazione dialettica dell’equivalente – singolo, dispiegato e infine equivalente universale – ci si trova in un quadro argomentativo decisamente più complesso, e il lavoro astratto non può essere, per così dire, semplicemente condensato nel lavoro fisiologico.

Il valore come fantasma è ora esposto (dargestellt) nel valore d’uso dell’oro come merce. Ma che cos’è il lavoro astratto delle merci[17]? Esso si presenta, a questo livello dell’esposizione, come quel lavoro che non è immediatamente sociale. Come lavoro immediatamente privato, il lavoro speso dai produttori singoli che vendono sul mercato deve divenire sociale nella circolazione monetaria di merci. Occorre notare subito che si tratta di una genesi processuale del lavoro astratto e del valore: il lavoro astratto come non-ancora-sociale diviene lavoro astratto come lavoro mediatamente sociale. Guardando retrospettivamente, il lavoro astratto è quel lavoro che è divenuto sociale sul mercato finale attraverso la metamorfosi delle merci con l’oro come valore d’uso (“incorporante” valore): vale a dire, nell’equiparazione che si dà nello scambio monetario di quel lavoro astratto immediatamente privato con il lavoro concreto che produce l’oro (quale equivalente universale). Questa parte dell’argomentazione di Marx è del tutto dialettica e hegeliana.[18]

È importante notare che il lavoro concreto che produce l’oro, che qui è «denaro come merce», è l’unico lavoro immediatamente sociale. Perciò dobbiamo scrupolosamente distinguere il lavoro astratto nascosto (“conficcato”) all’interno delle merci come lavoro non immediatamente sociale dal lavoro concreto che produce il denaro come merce come lavoro immediatamente sociale. Ed è importante comprendere che Marx non si sta riferendo a uno scambio generico e astorico, ma a uno «scambio di merci» (Warenaustausch) universale, che ai suoi occhi non può che darsi come immediatamente monetario. Marx propone una prospettiva che era completamente nuova per l’epoca, e che è abbastanza unica anche ove comparata ai paradigmi successivi (vi sono alcuni accenni in questa direzione in Keynes e in alcuni post-keynesiani[19], ma la loro argomentazione è abbastanza rudimentale): un’analisi monetaria che opera una rottura con l’analisi reale (traggo questa distinzione dalla Storia dell’analisi economica di Schumpeter), dove il denaro è introdotto già all’inizio della teoria, e lo scambio universale di merci si presenta appunto come immediatamente monetario; e dove, soprattutto, non solo il denaro “espone” il valore, ma anche la categoria stessa di «valore» sarebbe deficitaria se non integrasse sin dall’inizio il denaro nella sua definizione più compiuta. Per usare una felice espressione di Geert Reuten, il denaro è «elemento costitutivo del valore».

Nella storia dell’analisi economica si incontrano numerose teorie non-monetarie o pre-monetarie del valore. Prima e soprattutto dopo Marx incontriamo eresie monetarie, ma in generale coloro che sottolineano il ruolo del denaro lo fanno contro il valore (una prospettiva abbastanza radicale a riguardo è quella di Benetti, Cartelier 1980, ma una conclusione simile poteva essere raggiunta da Aglietta già a partire dai primi anni ’80 nei suoi lavori con Orlèan: cfr. Aglietta, Orlèan 1982).

A questo punto dell’argomentazione, che copre l’intera prima sezione del primo libro, il «lavoro astratto» e il «valore» sono categorie che, se si guarda alla merce singola, hanno natura fantasmatica. Essi vengono pienamente a essere attraverso un processo che implica l’intero “mondo delle merci”, e potrebbe dunque generarsi l’impressione che l’oggettualità sociale del valore e il lavoro astratto si diano soltanto nella circolazione finale delle merci. Questo è certamente parte dell’argomentazione di Marx: ciò che Michael Heinrich (1999) chiama la socializzazione ex post, la Nachträgliche Vergesellschaftung, del lavoro astratto contenuto nelle merci. Ma questa socializzazione a posteriori deve essere considerata più attentamente di quanto non sia nella prima sezione, poiché è più complessa di quanto abitualmente si tenda a rilevare. Mostrerò che la Vergesellschaftung del lavoro assumerà una determinazione ulteriore al livello della sussunzione reale del lavoro sotto il capitale: al punto che le stesse nozioni di «lavoro astratto» e «valore» risulteranno radicalmente arricchite nel corso dello stesso primo libro.

Di sicuro abbiamo assistito a un miracolo: il fantasma ha realmente preso possesso di un corpo. Questa «incorporazione» è non a caso raffigurata da Marx come un’«incarnazione» (Inkarnation) e perfino come una «transustanziazione». La terminologia teologica, esattamente come il lessico da romanzo gotico, è essenziale per comprendere Marx come scienziato sociale. Se si vuole, il valore nascosto come fantasma nella merce può essere concepito come Dio in forma di Spirito Santo, il valore d’uso con la sua natura corporea come l’essere umano, e il denaro come unità di essere umano e natura divina, cioè come il Cristo[20]. Soprattutto nel terzo paragrafo Marx mostra che questo “prendere possesso di un corpo”, questo romanzo gotico dell’incorporazione che corrisponde al discorso teologico sull’incarnazione, va in parallelo con la nozione di «denaro come denaro».

Marx definisce il denaro anche come una crisalide: qui, dopo il Marx romanziere gotico e il Marx teologo cristiano, incontriamo un Marx entomologo[21]. L’incorporazione di ricchezza astratta è “congelata” e tenuta da parte dal possessore di denaro come «tesaurizzatore». Il tesaurizzatore vorrebbe possedere più ricchezza astratta, accumulando denaro in maniera illimitata. Ma questo processo si autodistrugge. Nella modalità della tesaurizzazione, infatti, si può acquisire più denaro solo astenendosi dal consumarlo. La sfida teorica è ora quella di riuscire a sviluppare il «denaro come denaro» nel «denaro come capitale», la crisalide in farfalla: il denaro come denaro anticipato, come capitale che genera più denaro, valore che valorizza sé stesso figliando plusvalore, in una spirale continua. Ma come è possibile ciò?

Prima di rispondere a questa domanda, dobbiamo brevemente considerare la duplice prospettiva che Marx persegue in questa sede, e che sfugge alla gran parte degli interpreti. Basti dire che nella prima sezione, e già nel primo capitolo, Marx presenta simultaneamente due argomentazioni, che potrebbero sembrare contraddittorie, ma non lo sono. La prima è che il lavoro astratto e il valore esistono soltanto nell’unità di produzione e circolazione, ma di fatto nel momento dello scambio di merci. La seconda è che il lavoro astratto e il valore che, per così dire, si “materializza” nella circolazione finale delle merci, esprimono un movimento dall’interiore all’esteriore. Il termine tedesco che Marx impiega è Materiatur, lemma piuttosto obsoleto al tempo stesso di Marx e già a quello di Hegel: significa che il «materiale» che espone il valore (si ricordi che il denaro è «valore incorporato») deve possedere alcune caratteristiche particolari che lo rendono adatto a esprimere adeguatamente il valore stesso, a essere un’appropriata manifestazione fenomenica del valore («apparenza» come Erscheinung). Abbiamo qui una espressione (in tedesco, Ausdruck) in senso forte: l’esteriorizzazione di qualcosa di interno, qualcosa che – elemento cruciale – è già commensurabile, è almeno virtualmente sociale, prima dello scambio finale; e che costituisce un’oggettualità sociale, che deve in qualche modo avere una esistenza in quanto tale, non soltanto all’interno dello scambio finale, ma anche prima che esso si dia.

L’apparente contraddizione si dissolve se riconosciamo che, contrariamente a quanto ritiene la maggioranza degli interpreti, «il denaro come merce» deve essere letto non come assunzione inessenziale dipendente da contingenze storiche (dal sistema monetario vigente all’epoca), bensì come un momento essenziale della teoria del valore(-lavoro) di Marx, come la categoria cruciale che lega il valore alla determinata forma sociale del lavoro. Il denaro deve essere una merce perché esso è l’unica incarnazione dell’universale reale nella forma dell’oro, che si oppone a ed è escluso dal mondo delle merci.

Se si accoglie questo punto, capiamo che quando le merci sono prodotte per lo scambio universale esse giungono sul mercato con apposto un prezzo (assoluto), un «nome-denaro»: questo nome-denaro omogeneizza già socialmente (ex-ante) le merci. Marx aggiunge, nel secondo e nel terzo capitolo che questo nome-denaro si accompagna a un «valore del denaro» già dato: il valore dato del denaro è fissato in corrispondenza del “buco” dove l’oro prodotto si immette come merce nella circolazione. Quando l’oro viene venduto in cambio di tutte le altre merci – questa è la posizione di Marx, presentata senza ambiguità nel primo libro – lo scambio di merci con oro non è ancora monetario, è propriamente parlando un semplice baratto, perché all’ingresso dell’oro nel circuito monetario il denaro va ancora considerato come una merce in senso stretto, non già denaro-merce. Abbiamo a che fare con un unmittelbare Produkten-austausch; si tratta sì di uno scambio, ma a rigore abbiamo a che vedere con un mero scambio di prodotti, non di merci: perché essere «merce» significa essere scambiata con denaro, e qui lo scambio non è ancora mediato dal denaro. Questa autentica vendita senza compera “fissa” quei rapporti di scambio che consentono all’apposizione di un prezzo di fornire, prima dello scambio finale, una determinazione quantitativa del valore. Come dice Marx, in forza dello scambio immediato di prodotti quando le merci sono vendute in cambio di oro, quest’ultimo diventa denaro che «espone» sempre il prezzo (già!) realizzato di qualche merce.

Per concludere il discorso sulla prima sezione, possiamo dire che il grande risultato conseguito da Marx è stato quello di provare a presentare una teoria monetaria del valore. Dal mio punto di vista, la debolezza risiede nel fatto che questa teoria monetaria del valore si fonda su un baratto originario (paradossalmente, vi è qui un possibile punto di contatto con il pensiero di Ludwig von Mises: che non lo si dica però ai marxisti, non comprenderebbero). Effettivamente l’argomentazione di Marx è, fino a un certo punto, legittima. Nei primi tre capitoli, e in realtà fino al capitolo quinto (il settimo nell’edizione inglese), Marx tratta di merci che sono già state prodotte. A partire dal capitolo quinto, invece, egli affronta il processo (capitalistico) di produzione delle merci: dobbiamo a quel punto muoverci verso una teoria monetaria della produzione di (plus)valore, basata sulla forma capitalisticamente determinata del lavoro, che è storicamente specifica, e la cui specificità è quella di essere lavoro astratto, lavoro che produce (plus)valore. Ecco perché prediligo di gran lunga l’espressione «value theory of labour», di difficile resa in italiano, per alludere alla circostanza che la teoria del valore-lavoro in Marx, contra Ricardo, tiene nella stretta misura in cui si accompagna alla determinazione storica del lavoro astratto: una determinazione tanto specifica che a mio giudizio la teoria, e lo stesso lavoro astratto, pertengono esclusivamente al capitalismo[22]. Quando l’indagine si volge a considerare le merci che devono essere prodotte, in un’economia veramente monetaria ciò implica che la produzione deve essere finanziata monetariamente in anticipo.

Tornerò in seguito su questa validazione sociale monetaria ex ante (un punto sottolineato, per vie diverse, da de Brunhoff 1973, 1979 e Graziani 1986). È evidente che se imbocchiamo questa via, che da Marx fu solo accennata, dobbiamo ricostruire la teoria marxiana come teoria (macro)monetaria della produzione di neovalore contenente plusvalore: produzione capitalistica di merci a mezzo di merci tramite lavoro; produzione di (più) denaro a mezzo di denaro. Se il denaro è merce, ciò significa che anch’esso deve essere prodotto, e dunque anche la sua produzione deve essere finanziata ex ante. Si tratta di un circolo vizioso. Se il capitalismo viene interpretato come l’unica economia monetaria di circolazione universale delle merci, occorre rigettare la teoria monetaria del credito in favore di una teoria creditizia della moneta – per usare nuovamente il lessico di Schumpeter. La moneta è essenzialmente moneta-credito, una relazione trilaterale debito-credito, dove il finanziatore agisce come una banca[23].

 

4. La valorizzazione come emersione di profitti lordi originari: il ‘metodo della comparazione’ e la ‘costituzione del capitale’

Possiamo ora tornare alla questione: come fa la crisalide a mutare in farfalla? La domanda è insomma: come avviene la transizione categoriale dal «denaro come denaro» al «denaro come capitale»? Il denaro come denaro, sappiamo, è valore incorporato: l’oro è un Wertkörper, un corpo che è incarnazione del valore, l’esistenza reale dei valori-fantasma delle merci come si dà nell’equivalente universale «denaro come merce». D’altra parte il denaro come capitale non è soltanto depositario del valore[24], è denaro che produce denaro, o meglio denaro che genera più denaro. Come è possibile ciò?

Soprattutto nel capitolo 4, Marx parla del capitale come di un enorme feticcio che è anche un enorme Soggetto, o Subjekt. Dato che le iniziali dei sostantivi in tedesco sono in maiuscolo, il termine Subjekt viene abitualmente tradotto con «soggetto», con la ‘s’ minuscola. Ma in questo caso usare la lettera maiuscola è del tutto appropriato, a me pare. Marx parla di un Soggetto nello stesso senso in cui il Geist hegeliano è Soggetto[25]. Il riferimento a Hegel è ontologico, non soltanto epistemologico. Marx usa l’espressione «übergreifenden Subjekt»: abbiamo a che fare con un «soggetto onnicomprensivo e dominante». Nella traduzione inglese della Logica (Hegel 1991) curata da T.F. Geraets, W.A. Suchting e H.S. Harris, il termine proposto è overgrasping, a designare il Soggetto che comprende e raccoglie l’opposizione dei momenti della totalità. Ma occorre notare che nell’uso marxiano, materialistico e non meramente speculativo, l’uso di übergreifen veicola l’idea di una “violenza” propria di questo Soggetto nei confronti dei momenti: vi è dunque un elemento di dominio.

Per Marx, nel valore che si valorizza, nel denaro come capitale, il capitale è valore circolante: valore in processo. Si tratta di un punto colto assai bene da Backhaus sulle orme di Adorno: il capitale come valore in processo è valore assoluto in movimento. Come tale, sebbene in sé stesso etereo, il valore assoluto nella produzione – per quanto, a rigore, esso non sia ancora una realtà monetaria, ma solo idealità monetaria – è, proprio come l’ens realissimum, la cosa massimamente reale in tutto il Capitale. Essendo «circolante», il capitale non è valore denaro in sé stessi, ma entrambi: si converte dall’una nell’altra forma, in un circolo a spirale. Ecco perché la lettura puramente fisicalista-sostanzialista di Marx è sbagliata, al pari della visione puramente monetaria-formalista. Come ho anticipato, questo Soggetto «onnicomprensivo e dominante» pone i propri presupposti. In questa nuova realtà, che emerge dalla merce come tale e dal denaro come tale, ma è ben diversa da entrambi, la destinazione del processo di produzione non è più il valore d’uso (come nella circolazione semplice), né la ricchezza concreta (Reichtum), bensì il valore (Wert): se si vuole, ricchezza sì, ma astratta, l’opposto di Reichtum. Così il valore in processo è ricompreso nel termine «valorizzazione» (Verwertung).

Nel seguito del capitolo 4 Marx si domanda: in che modo esattamente questa strana farfalla, che è il capitale, ha preso vita, evolvendosi dalla crisalide? Egli procede allora a esporre gli argomenti apologetici dell’economia volgare, in base ai quali si pretende che il capitale maturi “per natura” un profitto, e li demolisce uno dopo l’altro. Alla fine dello stesso capitolo 4 inizia poi a fornire la risposta. Il capitale è stato sufficientemente fortunato da trovare una merce speciale, quella forza-lavoro che è “attaccata” ai lavoratori come esseri umani, portatori viventi di forza-lavoro, lavoratori che erogano lavoro vivo all’interno del processo di produzione immediato.

Ma su questo dirò di più tra breve. Vorrei ora invece compiere un salto fino al capitolo successivo, il 5, il cui secondo paragrafo è un perno molto importante della mia interpretazione (e ricostruzione)[26]. Nel primo paragrafo di quel capitolo si trova il discorso generale di Marx sul processo di lavoro in quanto tale. Nel secondo paragrafo è invece messo a tema il processo di valorizzazione. Qui Marx fornisce la risposta al problema che l’economia politica volgare non ha posto e che l’economia politica classica non ha saputo risolvere: da dove emerge il plusvalore, il profitto lordo. È una sorta di argomento “genetico” riguardo l’origine del plusvalore. A mio modo di vedere, non si tratta di una derivazione dialettica, l’argomentazione di Marx è qui completamente coerente con il metodo di Hegel.

Abbiamo piuttosto una rottura della totalità “chiusa” capace di porre pacificamente i propri presupposti, che osservavamo all’inizio del capitolo 4. Nel capitolo 5 vi è piuttosto un processo di costituzione (Konstitution) che infrange la totalità chiusa[27], ed è fondato sulla lotta di classe nella produzione: questo processo “apre” la totalità, ed esclude la determinazione ex ante della configurazione produttiva (ciò che Sraffa chiama «metodi di produzione», ovvero input ed output dati – un punto di partenza legittimo nella misura in cui egli guardava al processo capitalistico after the harvest, “dopo il raccolto” e prima della vendita del prodotto). Si tratta di un punto molto ben compreso da Rosa Luxemburg nella sua Introduzione all’economia politica, e impiegato da Bob Rowthorn (1974) nella sua critica ai neo-ricardiani. Il tema della «costituzione» fu già sollevato in Germania negli anni ’60, sia dal movimento degli studenti, sia dai teorici. Nella mia impostazione, la costituzione non si riferisce soltanto alla pratica umana che soggiace allo scambio universale (come in Adorno e nella Neue Marx-Lektüre), ma a ciò che accade nel processo di lavoro capitalistico.

Il secondo paragrafo del capitolo 5 deve essere letto guardando con attenzione a quello che definirò il marxiano metodo della comparazione. In quel capitolo Marx confronta due configurazioni. La prima pare essere ipotetica, ma di fatto raffigura un tratto molto rilevante della realtà effettuale del capitalismo. La seconda introduce un mutamento dinamico. In filosofia della scienza lo si potrebbe pensare come un argomento “controfattuale”, un ragionamento “ipotetico”: ma il punto è che esso non è fino in fondo ipotetico, perché entrambe le configurazioni sono reali e immanenti nella realtà capitalistica. Non sono il primo a usare l’espressione «metodo della comparazione». Se si legge il Rubin dei Saggi sulla teoria marxiana del valore[28], e si guarda il capitolo dedicato alla trasformazione dei valori in prezzi, si trova un riferimento al metodo comparativo. Vi era qualcosa di simile anche in Benedetto Croce (2001) e in Produzione di merci a mezzo di merci di Sraffa. Sebbene io tragga l’espressione da Rubin, il senso in cui la impiego è molto diverso dal suo, come da quello di Croce e dello Sraffa del 1960. Vediamo perché.

Benedetto Croce legge la spiegazione marxiana del plusvalore attraverso quella che egli chiama una “comparazione ellittica”. Si immagini una società di soli lavoratori senza capitale: il prodotto netto va ai lavoratori, in modo tale che non vi è né plusvalore né sfruttamento. Si alteri poi questa raffigurazione puramente “economica” di una società immaginaria o ideale priva di sfruttamento, inserendo un elemento “sociologico”: una deduzione dal salario, tale da consentire profitti lordi. Stiamo paragonando un’ipotetica economia non capitalista con un’economia capitalista. Secondo Croce, l’economia marginalista è adeguata all’economia non capitalistica. La novità di Marx è allora vista risiedere nell’analisi “sociologica” dell’origine del plusvalore, quel minus-salario che consente di comprendere la genesi del plusvalore.

Il metodo della comparazione nella prospettiva “sociologica” di Rubin è piuttosto diverso, ma non abbastanza. Sin dai primi capitoli del suo libro, Rubin sostiene che nel capitalismo come società dello scambio universale di merci vi sia una relazione sociale: la relazione tra produttori di merci. Ma, dice Rubin, all’inizio della ricerca non sappiamo ancora che i produttori sono in realtà capitalisti. Pertanto, lo scambio di merci avviene secondo rapporti di scambio in cui non è ancora concettualizzato il profitto: avviene secondo i cosidetti «valori» (prezzi diretti o semplici, a profitto nullo). Ci troviamo in una situazione analoga a quella descritta da Croce, sebbene il primo termine del paragone non sia una generica economia metastorica, ma un’economia di scambio universale. Purtuttavia, in quest’ultima si ha che il prodotto netto spetta interamente ai lavoratori. In seguito, vi è una deduzione dal salario dei lavoratori, e questo minus-salario dà conto dell’origine dei profitti lordi. Il saggio del profitto è ovviamente difforme nei diversi rami d’industria. Se si tengono in considerazione le diverse condizioni di produzione – l’ineguale composizione del capitale – i prezzi vigenti con un saggio di profitto eguale non possono essere i prezzi semplici o diretti, proporzionali al lavoro contenuto nelle merci scambiate; essi debbono essere i prezzi di produzione capitalistici (prezzi semplici o diretti sono i termini impiegati rispettivamente da Anwar Shaikh 1977 e Michel de Vroey 1979 per indicare i prezzi proporzionali al lavoro contenuto nelle merci scambiate). Tuttavia, nel metodo della comparazione del capitolo 5 Marx si tiene fermo ai prezzi semplici o diretti. Per quale ragione? Perché vuole procedere per gradi nell’indagine logica: inizialmente, investiga l’origine del plusvalore complessivamente inteso; in seguito, mostrerà come la determinazione capitalistica dei prezzi vada di pari passo con la suddivisione del plusvalore in profitto d’impresa, interesse, rendita etc.

Occorre rifiutare non soltanto la comparazione ellittica di Croce ma anche il metodo comparativo di Rubin. Dal mio punto di vista, il metodo della comparazione di Marx è diverso, e a ben vedere non è controfattuale. Egli parte da un’economia in cui gli “aspiranti” capitalisti anticipano denaro nella speranza di ottenere più denaro. Comprano forza-lavoro, corrispondendogli un salario (capitale variabile), e acquistano mezzi di produzione (capitale costante), ma estraggono dai lavoratori un lavoro vivo pari al lavoro necessario – il lavoro necessario a riprodurre la loro sussistenza. In questa situazione, ovviamente, non ci sono profitti: si tratta di quadro simile al flusso circolare di Schumpeter (una riproduzione semplice marxiana in cui è assente il plusvalore), dove i prezzi non possono che essere proporzionali ai valori (prezzi semplici o diretti). Si noti che questa situazione, che si presume ipotetica, delinea come si è detto una situazione reale e del tutto significativa, cioè configura un sistema economico capace di riprodurre i lavoratori secondo il «lavoro necessario», inteso come grandezza quantitativa definita. Marx espone poi il repertorio argomentativo impiegato dall’apologetica capitalistica volgare per sostenere l’esistenza di profitti positivi: l’astinenza dell’imprenditore dal consumo, la capacità di organizzare i processi produttivi, e così via. Come dicevamo, Marx respinge uno ad uno questi argomenti, per poi rivelare che si trattava di una messinscena. I capitalisti sono ben consapevoli di poter estrarre dai portatori umani di forza-lavoro più lavoro vivo del lavoro necessario, prolungando il primo oltre la misura del secondo[29].

Il punto cruciale del metodo della comparazione di Marx, contrapposto a quello di Croce, Rubin o Sraffa, è che il secondo passaggio della comparazione non si basa su una «deduzione» smithiana dai salari, ma sul prolungamento effettivo del tempo di lavoro oltre la configurazione immaginata nel primo passaggio. Può essere sorprendente per molti interpreti, e certamente per i marxisti, che uno dei pochissimi autori a cogliere nitidamente la natura e l’originalità del metodo comparativo di Marx sia stato lo stesso Sraffa nel 1940, in una nota Sull’uso della nozione di plusvalore’[30]. Fui del resto sorpreso io stesso quando a metà anni ’90 consultai gli Sraffa papers alla Wren Library di Cambridge. Sraffa era internato sull’Isola di Man. Non conoscendo la durata del periodo di detenzione, portò con sé due libri voluminosi: Guerra e pace di Tolstoj e il primo libro del Capitale. Leggendo Marx, riscontrò – in termini sovrapponibili a quelli da me impiegati – il metodo della comparazione di Marx e rilevò, esattamente come ho appena proposto di fare, che entrambi i termini del paragone raffigurassero situazioni reali (la riproduzione dei lavoratori effettivamente impiegati, e lo sfruttamento di quei lavoratori). Marx mostrerà poi nel capitolo 8 come la durata della giornata lavorativa (e lo stesso vale per il salario reale di sussistenza) sia determinata dalla lotta di classe. Ora, nel capitolo 5, egli accenna al fatto che il lavoro vivo prestato dai lavoratori dipende dalla lotta di classe che si svolge all’interno del processo di produzione immediato e che come dicevo è, ex ante, ancora indeterminata.

Marx insiste sul fatto che il capitale si trova a fronteggiare una nuova situazione storica. I lavoratori, i soggetti (con la ‘s’ minuscola), nel capitalismo sono «liberi e uguali». Nonostante vi sia molta ideologia dietro questa espressione, la finzione dell’eguaglianza è potente e reale. Il capitale deve estrarre lavoro vivo da lavoratori potenzialmente riottosi[31]. Il capitale può produrre soltanto se è capace di “usare” i lavoratori. Su questo punto Marx non è per nulla ambiguo: come scrive nel capitolo 5, nel capitalismo la produzione non è altro che consumo dei lavoratori: il neovalore prodotto in un periodo dato dipende strettamente dal lavoro vivo estratto dai portatori umani della forza-lavoro. L’unico altro autore che, a mia conoscenza, sottolinea con forza pari alla mia questo punto è Massimiliano Tomba (2011). Non è possibile nessuna teoria del plusvalore in termini di noccioline invece che del lavoro, come nel marxismo analitico. Questa, e nessun’altra, è la spiegazione marxiana dell’origine del plusvalore. Questo è il fondamento ultimo della teoria del valore-lavoro, che riconduce il (neo)valore al lavoro (vivo). L’elemento fluido del lavoro vivo, quando diviene oggettuale e “fissato” nella merce, può essere definito «lavoro diretto»: una nozione che è spesso confusa con il lavoro vivo. Il lavoro diretto è in sé pur sempre lavoro ormai morto: il lavoro vivo, in Marx, inteso come attività del lavoratore (e a questo si riferisce sempre Marx quando nel Capitale scrive Arbeit) è un elemento per sua natura variabile. Questo è, di nuovo, e del tutto a ragione, il punto ricordato da Rowthorn.

Questo è il primo significato di sfruttamento: la determinazione non soltanto “quantitativa” ma anche “qualitativa” di tutto il tempo di lavoro effettivo erogato dai lavoratori nella giornata. Quantitativa: quanto tempo di lavoro è estorto ai lavoratori. Qualitativa: per poter praticare quell’estorsione, il capitale deve comandare i lavoratori determinando tecnologicamente il processo di lavoro, e dunque imprimendo il suo segno sulle tecniche produttive e sull’organizzazione del lavoro – fatto che, di nuovo, rappresenta un’assoluta, totalmente inedita, novità nel corso della storica. È questa una visione dello sfruttamento centrata sulla produzione. Lo sfruttamento è invece inteso tipicamente in modo distributivo dai neoricardiani: plusprodotto, da un lato; salario, dall’altro. Ma quella comunemente circolante tra i marxisti è parimenti una nozione di «sfruttamento» non meno distributiva, checché essi credano: pluslavoro versus lavoro necessario. Ed esiste anche una torsione distributiva che è tipica degli approcci monetari a Marx e all’economia politica: i profitti lordi monetari versus il monte-salari monetario. Non vi è, dopotutto, una gran differenza di principio.

Il concetto distributivo dello «sfruttamento» è, nella mia visione, derivato e secondario rispetto al concetto primario e fondamentale, che insiste sulla contesa, conflittuale o perfino antagonistica, intorno al «lavoro vivo». Periodo dopo periodo, logicamente, il “consumo” dei portatori viventi della forza-lavoro non può essere dato per scontato dal capitale: le precondizioni sociali dell’uso della forza-lavoro devono essere costantemente riprodotte. Da questo punto di vista vi è davvero una “trasformazione” dei valori in prezzi, che è in un certo senso storica ma è interna al periodo considerato, e deve essere concepita logicamente: cosa che Marx fa in verità nel primo libro. Per due terzi di quel libro, Marx procede alla definizione (qualitativa e quantitativa) dei dati di partenza della determinazione dei prezzi di produzione attraverso la lotta di classe; al tempo stesso, egli ha di mira la determinazione (macro-)sociale del lavoro diretto attraverso l’estrazione del lavoro vivo, e la determinazione (macro-)sociale del lavoro necessario.

Al contrario di quanto crede Fred Moseley, insomma, il plusvalore nel primo libro del Capitale non è affatto un dato, esso è piuttosto un risultato (cfr. di nuovo, per l’argomento che critichiamo, Moseley 2015): Marx determina come esito della sua indagine, da un lato, il neovalore aggiunto nel periodo (derivante dal lavoro vivo totale, estratto dal capitale come un tutto dalla classe lavoratrice) e, dall’altro lato, il valore della forza-lavoro della classe lavoratrice (cioè il lavoro contenuto nella sussistenza). Il plusvalore (e dunque il pluslavoro) è la differenza tra due variabili, una volta che siano fissate dalla lotta di classe nelle sue varie determinazioni.

Ma di questo diremo meglio più avanti.

 

5. Sulla New Interpretation

Prima di proseguire, alcune osservazioni riguardo il punto a cui siamo giunti. Nelle pagine precedenti ho proceduto dall’interpretazione alla ricostruzione – nei termini in cui le ho definite. Dal punto di vista dell’interpretazione, l’argomento nel capitolo 5 è formulato in termini di capitalisti singoli e lavoratori singoli. Dal punto di vista della ricostruzione, deve invece essere ritradotto in termini di macro-fondazione del comportamento individuale: il ragionamento sul capitalista singolo va incluso dentro il discorso dal punto di vista della totalità (capitale totale versus classe lavoratrice). In un quadro “macro”, troviamo da un lato la classe capitalistica complessivamente considerata, e dall’altro la classe dei lavoratori complessivamente considerata. Si tratta in realtà di un’operazione compiuta da Marx stesso proprio nel primo libro, nella sezione settima dedicata alla Riproduzione. Ma su questo punto torneremo più avanti.

La seconda cosa che vorrei aggiungere riguarda il modo in cui ciò che propongo si rapporta all’interpretazione di Marx avanzata dalla cosiddetta New Interpretation[32]. La mia interpretazione/ricostruzione getta le basi per ciò che Foley e Mohun (il testo di Duménil del 1980 aveva una più ampia articolazione) chiamano il «postulato» dell’identità tra il «valore aggiunto» monetario, da un lato, e il lavoro diretto moltiplicato per l’espressione monetaria del tempo di lavoro (socialmente necessario), dall’altro. In questa misura, dunque, concordo con la New Interpretation. La proposizione fondamentale della teoria marxiana del valore è che tutto il neovalore espresso nel denaro è generato da nient’altro che dal lavoro vivo. Il punto è che, per questi autori, non abbiamo qui a che fare tanto con un enunciato teorico, quanto con un’assunzione. Pertanto, essi finiscono, come i neoricardiani e buona parte dei marxisti, per abbandonare la ricerca riguardante lo Arbeit propriamente inteso, cioè il lavoro come attività: il lavoro vivo non può che essere considerato variabile, come è infatti in gran parte del primo libro del Capitale. In tal modo, come io sostengo, la teoria del valore come (plus)valore – quella teoria che è in effetti coincidente con la teoria dello sfruttamento evidenziata dal metodo comparativo nel capitolo 5 – semplicemente scompare dall’orizzonte.

Occorre ora aggiungere una terza considerazione, che non può in questa sede essere approfondita come meriterebbe. Il lavoro diretto non si misura in riferimento al tempo empiricamente speso, ma come «tempo di lavoro socialmente necessario». Ciò apre un intero campo problematico. Cosa dobbiamo intendere per «socialmente necessario»? Se ne può dare quella che potremmo chiamare una definizione tecnica, corrispondente appunto al lavoro che è “contenuto” nelle merci secondo una prestazione media riconducibile ai metodi di produzione. Allora dovremmo affrontare il problema di come costruire questa media tecnica. Vi è però un secondo significato di «tempo di lavoro socialmente necessario», un secondo significato già annunciato nelle ultime battute del primo capitolo del primo libro. La merce ha un valore e un valore d’uso: per essere una merce, deve cioè avere valore d’uso per altri. Se la merce non viene venduta non è, propriamente parlando, una merce: il prodotto non ha valore. Quando si parla di tempo di lavoro socialmente necessario si parla allora del «tempo di lavoro che è stato speso in ottemperanza di un qualche bisogno sociale». In questa seconda definizione, è la domanda a guidare la produzione. Il punto fu sottolineato da Rosa Luxemburg, ed è esplicito nella Introduzione all’economia politica: la produzione capitalistica dipende dal mercato, e deve seguire la domanda. Dopo il terzo capitolo del primo libro Marx assume che tutte le merci prodotte siano vendute: egli ha tuttavia chiarito già nei primi tre capitoli che non c’è ragione perché ciò sia vero. La legge di Say non è valida. Il problema concernente la possibilità di una carenza di domanda effettiva ritorna nel secondo libro (l’equilibrio come «un caso», nel capitolo sugli schemi di riproduzione: l’equilibrio come bilico, scrisse Giorgio Lunghini) e nel terzo libro (negli stessi capitoli dedicati alla caduta tendenziale del saggio di profitto).

Questa seconda maniera di concepire il «tempo di lavoro socialmente necessario» porta con sé un’importante conseguenza. Se esso non è definito semplicemente dalla media tecnica entro una specifica branca della produzione ma anche dalla soddisfazione del bisogno sociale, e se a ciò aggiungiamo che in Marx vi sono brani che alludono alla circostanza che la media tecnica stessa non si definisce indipendentemente dalla domanda, si può trarre una conclusione radicale. È vero che il concetto di «capitale come totalità» viene ridefinito ai diversi livelli argomentativi del Capitale. Tuttavia, una volta che la «domanda ordinaria» – un concetto cruciale introdotto da Marx nel Libro terzo – è data, la macro-analisi di classe concernente il valore come risultato dell’estrazione di lavoro vivo e la sua distribuzione tra l’intera classe capitalistica e la classe dei lavoratori in termini di lavoro contenuto non appare scalfita in alcun modo nel passaggio dal primo al terzo libro. Le grandezze chiave – in termini, ripeto, di lavoro contenuto – sono state definite alla fine del primo libro, e restano da quel punto di vista immutate. Nel Capitale la produzione del (plus)valore è guidata dalla domanda, mentre l’estrazione del lavoro vivo dipende dalla lotta di classe nella produzione (e da tutti i fattori che la influenzano). Una volta che l’analisi teorica è impostata in modo tale che le aspettative di breve periodo che le industrie maturano rispetto alla domanda effettiva risultino confermate, il neovalore atteso è interamente neovalore che viene concretamente alla luce, o «realizzato». Abbiamo qui qualcosa di simile alla prima modellizzazione keynesiana delle aspettative nella Teoria generale, secondo cui le previsioni di breve periodo sulla vendita del prodotto vengono confermate dal mercato. Ciò risulta compatibile con mutamenti radicali della domanda effettiva nel lungo periodo, e con la ricorrenza di crisi periodiche. Di nuovo in questo senso, il processo immediato di produzione del plusvalore nel primo libro rimane fermo come il nucleo fondamentale dell’analisi economica del capitalismo. Se è vero che il Capitale non può essere compreso se non considerando i tre libri insieme, rimane vero che il primo libro costituisce il suo centro. Torneremo su questo punto nel paragrafo 7.

La quarta considerazione da aggiungere è che nella presunta identità del neovalore (il «valore aggiunto» in termini monetari) e del lavoro diretto speso nel periodo che veniva posta dal marxismo sino agli anni ’60 e ‘70, i due termini della relazione di identità non sono omogenei. Sul lato sinistro abbiamo grandezze monetarie, mentre sul lato destro troviamo ore di lavoro. La New Interpretation insiste giustamente sul fatto che l’identità, già in Marx, si basa sull’espressione monetaria del tempo di lavoro (il punto era stato già anticipato, in italiano, da Messori 1978). L’espressione monetaria del tempo di lavoro (socialmente necessario) è data dal neovalore monetario diviso per il tempo di lavoro diretto. Se tutti i lavoratori impiegati fossero “produttivi”, essa ammonterebbe al rapporto fra il reddito nazionale prodotto e le ore spese dai lavoratori impiegati nella produzione. Se si vuole, è una misurazione della “produttività” del lavoro diretto in termini monetari.

Se si inverte la “espressione monetaria del tempo di lavoro”, al numeratore si ha il lavoro diretto espresso in un’unità di misura data, poniamo ore, e al denominatore si ha il “valore aggiunto” nel periodo, una grandezza monetaria. Quindi la frazione esprime quanto lavoro diretto è “contenuto” in un’unità monetaria. Questo è ciò che la New Interpretation chiama valore del denaro.

Vorrei infine accennare qui una prima considerazione sul celeberrimo problema della trasformazione dei valori (di scambio – ovvero, i cosiddetti prezzi semplici o diretti) in prezzi di produzione. Nel corso di questo scritto, il problema non è affrontato in modo diretto, ma vi sono alcune digressioni che lo riguardano come conseguenze della linea principale del ragionamento[33]. Il mio modo di fondare il «postulato» che riconduce il neovalore al lavoro vivo attraverso la costituzione del rapporto di capitale nel processo immediato di valorizzazion”e attenua fortemente la rilevanza del problema della trasformazione. Certamente, se il neovalore è ricondotto al consumo dei portatori viventi della forza-lavoro, questo neovalore deve rimanere il medesimo qualunque sia la forma-prezzo che lo esprime. Non c’è un problema, ma solo una metamorfosi della forma di valore. Il punto di questa metamorfosi non è “dimostrare” la legge del valore, ma comprendere quali siano i “dati” in questa trasformazione, e quali ne siano le implicazioni. Ed è tutto fuorché certo che Marx avesse pienamente comprese queste ultime, avendo lasciato il discorso a metà.

 

6. La giornata lavorativa, la divisione manifatturiera del lavoro e la sussunzione reale del lavoro al capitale nella produzione: la Technologie e la legge della caduta tendenziale del salario relativo

Il capitolo 8 è dedicato alla fissazione della durata della giornata lavorativa[34]. Sulla base dell’equo scambio di merci, tanto i lavoratori quanto il capitale possono avanzare rivendicazioni legittime: tra diritti eguali, decide la forza (il concetto, non facile da tradurre, di «Gewalt»). È il conflitto sociale a determinare i limiti e la durata legale della giornata lavorativa (come anche quanto lavoro vivo debba essere reso liquido dai portatori umani di forza-lavoro)[35]. E si tratta di un conflitto tra classi sociali: qui la prospettiva “macro” emerge in tutta la sua evidenza.

Vediamo ora i capitoli successivi, sino al 10[36]. In questi capitoli, Marx analizza l’estrazione del plusvalore assoluto e del plusvalore relativo. Nell’indagine sull’estrazione del plusvalore assoluto si assume che il salario reale dei lavoratori e i metodi di produzione siano dati. Il lavoro contenuto nel valore della forza-lavoro è allora una grandezza nota, è il lavoro necessario (che nel primo libro è il lavoro richiesto per la produzione dei mezzi di sussistenza dei salariati). Seguiamo l’esempio quantitativo di Marx: sia la durata iniziale della giornata lavorativa 12 ore, di cui 6 di lavoro necessario. In questa situazione, se il capitalista intende estrarre una quota maggiore di plusvalore deve estendere in modo “assoluto” la giornata lavorativa, il numero di ore lavorate. Se la durata della giornata lavorativa passa da 12 a 15 ore, vi è un incremento del saggio del plusvalore (il rapporto tra il plusvalore e il valore della forza-lavoro). L’interesse individuale del capitalista singolo ad accrescere il pluslavoro in modo diretto è chiaro ed evidente. La fissazione legale della giornata lavorativa sbarra però questa via di acquisizione del plusvalore. Se fosse perseguita incessantemente, produrrebbe l’olocausto della classe lavoratrice, e la fine del capitale stesso. È per tale ragione che Rosa Luxemburg sosteneva che la vigenza effettuale della teoria del valore lavoro richiede la presenza dei sindacati. Attraverso il conflitto sulla giornata lavorativa e sul salario reale, essi costringono il capitale a non abbassare permanentemente il prezzo della forza-lavoro al di sotto del suo valore.

L’estrazione del plusvalore relativo può provenire da un’aumentata intensità del lavoro: nelle stesse ore, viene reso fluido più lavoro dalla forza-lavoro vivente; un’ora di lavoro vivo, raddoppiando la prestazione, cioè avendo intensità doppia, ammonta a due ore di lavoro erogato all’intensità precedente. Se il salario reale non cambia, il capitalista produce allora in tre ore la stessa quantità di mezzi di sussistenza che produceva in sei ore prima che l’intensità del lavoro raddoppiasse. Anche se la durata della giornata lavorativa è data, vi è un incremento «relativo» del plusvalore: relativo, poiché stavolta, essendo data la durata legale della giornata lavorativa, è il lavoro necessario a decrescere. L’ulteriore mezzo di estrazione di plusvalore relativo è il mutamento delle tecniche attraverso l’innovazione e il progresso tecnologico. In questo caso vi è un incremento della forza produttiva del lavoro (Arbeitsproduktivkraft). Nella mia impostazione, una variazione della forza produttiva del lavoro deve essere distinta da una variazione della produttività del lavoro (Arbeitsproduktivität): un plusvalore più elevato, e perciò un lavoro più “produttivo” nella giornata lavorativa (lavoro che produce maggiore plusvalore), può essere il risultato di un’aumentata intensità, o anche di una giornata lavorativa più lunga. È dunque possibile avere un incremento della produttività di plusvalore anche se la forza produttiva del lavoro rimane costante. Marx, tuttavia, non è sempre coerente con la distinzione che sto qui suggerendo. Una più elevata forza produttiva del lavoro significa che nell’unità di tempo considerata vengono prodotti più valori d’uso. Come in precedenza, partendo dalla stessa situazione iniziale, si consideri un raddoppiamento della forza produttiva del lavoro: 6 ore di lavoro necessario sono di nuovo ridotte a 3 ore di lavoro necessario[37].

Nell’operaismo italiano è assai diffusa l’idea che il plusvalore assoluto riguardi una fase storica superata, quella della cosiddetta sussunzione formale del lavoro al capitale. La transizione alla sussunzione reale del lavoro sotto il capitale si accompagnerebbe invece all’estrazione di plusvalore relativo. Ma si tratta di una sorta di filosofia della storia, basata peraltro su una sequenza storica di dubbia validità. A mio modo di vedere, la sussunzione formale del lavoro al capitale non si riferisce principalmente o esclusivamente al primo capitalismo. È infatti primariamente proprio la soggezione monetaria dei lavoratori alla forma-salario che consente il comando del capitale nella produzione. Questo punto è sottolineato in Relire Le Capital da Tran Hai-Hac (2003). Inoltre, a proposito della sussunzione reale del lavoro al capitale, Maria Turchetto ha giustamente osservato che essa deve essere letta come l’approfondimento dello specifico modo di produzione capitalistico, quel salto che il capitale deve periodicamente intraprendere ogni volta che si sia stabilizzata un’era tecnologica (Turchetto 1981a, 1981b). In ogni caso, dovrebbe essere a tutti evidente che l’estrazione di plusvalore assoluto è ancora viva e vegeta: si pensi alle riforme del sistema pensionistico a partire dagli anni ’80, tese a estendere in modo sistematico la quota di tempo di lavoro nel ciclo vitale della persona.

Un altro punto su cui Marx si esprime in modo cristallino (a differenza delle confusioni introdotte dai marxisti e in generale dagli interpreti) è nel contestare l’idea che il plusvalore assoluto e il plusvalore relativo siano mezzi di incremento del plusvalore reciprocamente alternativi; né vi sono due modi alternativi di ottenere l’estrazione di plusvalore relativo. È anzi proprio il contrario. Quando introduce nuove macchine al fine di massimizzare l’uso dell’aumentata forza produttiva, il capitale tenta anche di allungare la giornata lavorativa, e in ogni caso l’intensità del lavoro. Il plusvalore assoluto e il plusvalore relativo sono compresenti, e lo stesso può dirsi riguardo la concomitanza di una più alta intensità del lavoro con una più alta forza produttiva del lavoro. Questo punto teorico è utile a chiarire perché la narrazione ordinaria circa il taylorismo e il fordismo, in cui il primo precede il secondo, e che troviamo in Benjamin Coriat o di nuovo nell’operaismo, è fuorviante. Anche la lettura di Maria Turchetto, che interpreta l’introduzione delle macchine come successiva alla divisione del lavoro, può essere accettata solo fino a un certo punto (cfr. ancora Turchetto 1981a e 1981b). L’idea è che il capitale scomponga la performance lavorativa dei singoli lavoratori in compiti differenziati, rendendo il loro lavoro più “meccanico”; e che successivamente il capitale riunisca nella macchina questi compiti differenziati, svolti ora da molti lavoratori, attraverso la meccanizzazione-automazione dei processi. Ma questa è in realtà più la posizione di Adam Smith che non quella di Marx. O almeno, non del Marx che nel corso della sua indagine ha raggiunto lo stadio della sussunzione reale del lavoro al capitale. Nella sussunzione reale, è preminente il cambiamento tecnologico. Ecco perché, da questo luogo dell’argomentazione, vedo il fordismo (logicamente) piuttosto come precedente la compiuta introduzione del taylorismo (e di analoghe innovazioni organizzative): ed è ciò che è effettivamente accaduto nella storia. La catena di montaggio mobile ha reso efficace il taylorismo: prima, come ben sanno gli storici del lavoro, la precoce introduzione dello scientific management negli Stati Uniti incontrò serie difficoltà in quanto generò un diffuso conflitto sociale. L’impostazione marxiana spiega perché: una più alta intensità del lavoro entro lo stesso quadro tecnologico rese trasparente lo sfruttamento, e promosse l’agitazione dei lavoratori (stante una composizione della classe lavoratrice che vedeva una prevalenza di operai di mestiere). Il taylorismo (assieme ad altre coeve innovazioni organizzative) poté alla fine affermarsi in forza di due circostanze: la Guerra, che impose una sorta di unità nazionale; ma anche l’introduzione della tecnologia fordista. La pressione sullo “sforzo” lavorativo, e la maggiore intensità del lavoro, apparvero come un progresso “scientifico”, non solo come qualcosa di imposto da una gestione aziendale autoritaria attraverso rigide misurazioni dei tempi. La tecnica, introdotta attraverso l’innovazione tecnologica, si accompagnò a una nuova organizzazione del lavoro.

Per un corretto inquadramento di questi punti credo siano molto utili i saggi di Guido Frison sulla Techonologie in Marx, distinta dalla Technik (si veda in particolare Frison 1993). Scrive Marx che il principio perseguito dalla “industria moderna” è quello della risoluzione di ogni processo nei suoi movimenti costitutivi, senza riguardo per la loro possibile esecuzione da parte della mano dell’essere umano. La nozione di «Technologie», ci dice Frison, risale al Cameralismo. La descrizione tecnologica della produzione è condotta dal punto di vista di coloro che dirigono il processo, ma per Marx si tratta di «maschere di carattere». La Technologie definisce una possibile relazione tra la forza-lavoro e i suoi mezzi, ed è dunque strettamente connessa all’innovazione. Il “disegno” tecnologico tratta la forza-lavoro e i suoi portatori come una «cosa» al pari delle altre. Assistiamo qui a un ulteriore esempio di prospettiva naturalistica: si intende, uno dei molti esempi del «carattere di feticcio» del capitale (in questo caso, nel processo immediato di produzione) che scivola poi nel feticismo: i poteri sociali creati dal capitale sono attribuiti alle cose (qui, i mezzi di produzione) in quanto tali, in quanto appunto oggetti naturali. La Technik riguarda invece le relazioni tra la forza-lavoro e i mezzi di produzione, e concerne le prescrizioni d’uso relative ai mezzi di produzione. L’organizzazione del lavoro ha a che fare con le relazioni tra lavoratori nel processo produttivo. Nei termini di Frison, la tecnologia è un bisogno potenziale che diviene una realtà probabile grazie al conflitto tra forza-lavoro vivente e imprenditori, e alla concorrenza tra imprenditori.

Vorrei, prima di proseguire, sottolineare – contro una ben tradizione interpretativa di lungo corso, che è stata rispolverata anche in vista della realtà empirica contemporanea, e ciò non di meno sbagliata – che in Marx non si trova alcuna profezia circa l’immiserimento assoluto della classe lavoratrice. Piuttosto, è il contrario. Si immagini, come prima, una situazione in cui il lavoro necessario sia (l’espressione monetaria di) 6 ore, e il pluslavoro sia (l’espressione monetaria di) 6 ore; e che, come prima, si verifichi un raddoppiamento della forza produttiva del lavoro. Seguendo la logica di Marx si può mostrare che in un caso siffatto sarebbe possibile avere un incremento del salario reale e/o una riduzione della giornata lavorativa (conquistata attraverso il conflitto esercitato dai lavoratori) che lascerebbe spazio a un aumento della quota del plusvalore entro il neovalore prodotto nel periodo. Se si guarda al capitalismo dal punto di vista del valore d’uso, sono del tutto possibili politiche riformiste (una migliore distribuzione del reddito, ore di lavoro più corte). Cosa invece impensabile se si guarda al capitalismo dal punto di vista del valore, in cui ciò che il capitale guadagna è perduto dai lavoratori in quanto lavoratori. Di nuovo, è questo un punto colto con acume da Rosa Luxemburg nella Introduzione all’economia politica, in particolare nel capitolo sul Salario. Non era affatto convinta della legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. Riconosceva invece in Marx un’altra legge, quella della caduta tendenziale del «salario relativo».

Che cos’è il «salario relativo»? L’espressione non si trova nel primo libro del Capitale, ma è presente in Lavoro salariato e capitale. In quella sede, il «salario relativo» è una categoria ricardiana. È la quota dei salari percepiti dai lavoratori diviso i profitti lordi, o meglio il valore della forza-lavoro posto in relazione con il neovalore complessivo. È chiaro che l’estrazione di plusvalore relativo implica che una quota minore della giornata lavorativa sarà devoluta in forma di merci ai salariati. Se il salario reale cresce e/o la giornata lavorativa si riduce, la riduzione della quota di neovalore che va ai lavoratori sarà minore rispetto a una situazione in cui il salario reale e le ore lavorate restassero costanti. Ciò che Marx mette in evidenza è che sotto il capitale è assai improbabile che il risparmio di tempo che si ottiene grazie all’aumentata forza produttiva del lavoro sia distribuito proporzionalmente ai lavoratori. Il salario relativo deve decrescere. Ma questo non coincide con una profezia circa l’immiserimento assoluto della classe lavoratrice: si tratta piuttosto di una tendenza all’immiserimento relativo.

Secondo molti autori, critici di Marx o anche marxisti, nel corso di un secolo il salario sarebbe cresciuto più o meno di pari passo con la produttività in termini di valori d’uso fino agli anni ‘60/’70 del ‘900: non si può tuttavia accettare questa conclusione, perché essa assume che tutti gli occupati fossero «produttivi» nel senso marxiano. Parte della massa salariale (presuntivamente crescente in parallelo con la produttività in termini di valori d’uso) è andata in realtà anche a lavoratori improduttivi.


 

7. La concorrenza ‘dinamica’ all’interno dell’industria, macchine e grande industria, e il capitale come mostro automatico

Nel capitolo 10 Marx fornisce la risposta a una questione cruciale. Come ho anticipato in precedenza, il meccanismo “microeconomico” che conduce al risultato “macro” dell’estrazione di plusvalore assoluto è di facile comprensione, e di evidente razionalità individuale. È nell’interesse del capitalista singolo estendere in senso «assoluto» la durata della giornata lavorativa, perché più impone pluslavoro al lavoratore, più ottiene profitti. Le cose non stanno così con il plusvalore relativo, perché il plusvalore relativo è qualcosa che si determina soltanto a livello sistemico, in seguito al ridursi del valore della forza-lavoro. Se c’è un aumento generalizzato della forza produttiva del lavoro, ciò che ne segue è una riduzione del valore delle merci che entrano nel salario: quando il valore della forza-lavoro scende, il plusvalore all’interno del neovalore sale “relativamente”. Si può sostenere lo stesso riguardo un aumento dell’intensità del lavoro. Questo risultato “macro”, questo nuovo equilibrio in seguito a un’innovazione tecnologica e/o organizzativa, non è perseguito intenzionalmente dai singoli capitalisti, e non guida il loro comportamento individuale.

Originariamente, Marx intendeva dar conto della logica del capitale in due tempi: il primo passo era la ricerca sul capitale in generale (tutto ciò che è “comune” ai diversi capitali); il secondo passo era la ricerca sui molti capitali (la concorrenza tra capitali). Questo secondo passaggio avrebbe dovuto essere affrontato solo dopo aver completato il primo: ma Marx finì per includere la concorrenza già nel primo libro, proprio nel capitolo 10. Per capire perché, occorre domandarsi che cosa sia la «concorrenza» per Marx.

La concorrenza ha in Marx un significato duplice, tanto che nelle interpretazioni i due sensi del termine concorrenza non sono adeguatamente compresi, dando luogo ad una grave confusione. Credo invece che debbano essere distinti con cura, e che questa distinzione possa in qualche caso diventare anche una opposizione. Da un lato, Marx assunse la nozione di «concorrenza» prevalente in Ricardo e nei classici: essa si riferisce alla tendenza del saggio di profitto a raggiungere un comune valore di “equilibrio” tra le diverse branche della produzione, in virtù della mobilità del capitale. Troviamo un’idea di eguaglianza del saggio del profitto, per ragioni diverse, in Walras, e ancor più in Marshall. Questo tipo di concorrenza dà luogo alla discrepanza tra i prezzi singoli o diretti (i prezzi proporzionali al lavoro contenuto nelle merci) e i prezzi di produzione (i prezzi capitalistici che incorporano un eguale tasso di profitto). Questa concorrenza sarà oggetto di discussione nel terzo libro. Nel primo libro abbiamo invece una nozione di «concorrenza» piuttosto dissimile, in base alla quale i molti capitali conducono tra di loro una lotta mortale per il tramite dell’innovazione.

Il prezzo (anche i prezzi singoli o diretti) è fissato come valore sociale o come valore di mercato – questi sono i due termini impiegati da Marx, il primo nel Libro primo, il secondo nel Libro terzo – come espressione monetaria del tempo di lavoro socialmente necessario, che può ben essere differente dal valore individuale determinato dal tempo di lavoro individuale contenuto. Coloro che introducono un nuovo macchinario, una nuova organizzazione del lavoro, etc. abbassano il proprio tempo di lavoro individuale al di sotto della soglia del tempo di lavoro socialmente necessario: di conseguenza, il loro valore individuale scende al di sotto del valore sociale (o di mercato), e generano un extra-plusvalore. Lo stesso procedimento può essere replicato per i prezzi di produzione. Gli innovatori possono muovere guerra alle altre imprese, che producono gli stessi valori d’uso, iniziando ad abbattere il prezzo di vendita, in tal modo sottraendo quote di mercato agli altri capitalisti. Una concorrenza spietata: la concorrenza tra i molti capitali che lottano per assicurarsi un plusvalore extra – e non possono sottrarsi alla concorrenza interna al settore, pena l’essere estromessi dal mercato.

Come vedremo, nella settima sezione dedicata alla riproduzione, Marx mette in luce la fondazione macrosociale (monetaria e di classe) del processo capitalistico, concepito come estrazione forzosa di lavoro vivo dai lavoratori, da cui il neovalore (e dunque anche l’estrazione di plusvalore). Qui, nel capitolo 10, Marx espone il meccanismo “micro” che fonda l’esito “macro” dell’estrazione del plusvalore relativo. La concorrenza delle imprese all’interno dell’industria dà ragione della razionalità di quell’agire individuale che conduce all’affermarsi (in una spirale, come giustamente afferma Turchetto) di quello che Marx chiama il modo di produzione specificamente capitalistico, fondato sull’interazione tra estrazioni «relative» e «assolute» di plusvalore. Vi furono certamente anticipazioni di questa dinamica nei classici, ma erano tutto sommato marginali rispetto alla linea principale del discorso imperniata sull’altra visione della concorrenza, cioè la concorrenza che si esaurisce nell’eguaglianza del saggio di profitto tra le diverse industrie. Tra gli interpreti l’autore che ha meglio compreso l’originalità di Marx e anche la sua cesura rispetto alle altre teorie, fondata su questa visione della concorrenza all’interno delle industrie come lotta per l’ottenimento di un extra-plusvalore è stato Henryk Grossmann nel suo Marx, l’economia politica classica e il problema della dinamica (vedi il già citato Grossmann 1971).

Come Grossmann sapeva bene, c’è stato un altro autore che ha tratto da Marx questa seconda visione della concorrenza e l’ha eletta a principio fondamentale del suo sistema, insieme alla teoria creditizia della moneta: Joseph Alois Schumpeter. Il suo debito nei confronti di Marx veniva apertamente riconosciuto nell’introduzione alla traduzione giapponese in quello che amava citare come il suo libro del 1911 (anche se il copyright è del 1912), La teoria dello sviluppo economico, e poi nella prima parte di Capitalismo, socialismo e democrazia, uscito in prima edizione nel 1942. Vi è ovviamente uno scollamento, ma anche un’aderenza, tra Marx e Schumpeter. Schumpeter attribuisce la sua concorrenza «dinamica» solo alla rivalità tra capitali singoli, oltre che – soprattutto nella prima edizione del libro del 1911 – a una sorta di impulso vitalistico-nietzscheano alla leadership. In Marx essa scaturisce invece dal seno stesso del rapporto di capitale, cioè dall’antagonismo intrinseco tra il capitale complessivo (il capitale collettivo) e la classe lavoratrice (il lavoratore collettivo): si badi, non come mera reazione del capitale ai conflitti agiti dai lavoratori, ma anche e in primo luogo come necessità interna al capitale di «comandare», controllare, i portatori umani di forza-lavoro, e dunque dalla sua primigenia natura di «vampiro» –dalla spinta inesauribile a succhiare lavoro vivo. È questo il tema dei capitoli dall’ 11 al 13.

Prima di addentrarci nella discussione, occorre introdurre la seconda digressione sul problema della trasformazione. Può qui essere utile far riferimento ad Anwar Shaikh. Nel suo recente libro, Shaikh (2016) mette opportunamente in contrasto quella che chiama la «concorrenza reale» con la concorrenza perfetta – astratta e teorica – di stampo neoclassico e alla probabilmente più realistica concorrenza imperfetta. Egli mantiene però una stretta connessione tra i due generi di concorrenza che ho distinto in Marx, tale per cui il suo progresso rispetto agli argomenti cosiddetti “sraffiani” rischia di ridursi al fatto che i prezzi di produzione alla Garegnani come centri di gravitazione (cfr. Garegnani 1981) diventano semplicemente centri di gravitazione “mobili”.

Inoltre, Shaikh sembra accettare una lettura invalsa di Schumpeter come teorico che fornisce una spiegazione dello scostamento da un qualche equilibrio walrasiano della concorrenza perfetta che costituisce il punto di riferimento attorno a cui si oscilla. Credo che Schumpeter vada ben oltre ciò. L’economista austriaco mostra infatti che la concorrenza dinamica, ovvero la rivalità tra imprese all’interno di una certa industria, cioè la tendenza alla differenziazione del saggio di profitto, può essere fortemente dominante nei confronti della tendenza all’equiparazione del saggio di profitto tra industrie. Schumpeter si spinge a sostenere che in alcuni periodi la stessa tendenza all’equiparazione del saggio di profitto è semplicemente assente. Solo quando si arresta la spinta all’innovazione quella tendenza può divenire operativa e il sistema perviene a un nuovo intorno di equilibrio (a un nuovo flusso circolare): quell’equilibrio è il risultato di un percorso fuori dall’equilibrio. Se, come me, si giudica questa raffigurazione come essenziale per comprendere il capitalismo alla Marx, è forse più interessante vedere i prezzi di produzione come un punto di riferimento ideale, come è in Pasinetti (1989), piuttosto che come centri di gravitazione alla Garegnani. La dinamica del valore colta attraverso la coppia categoriale «lotta di classe» (l’antagonismo capitale-lavoro) e «lotta di concorrenza» (il conflitto tra capitali) è ciò che definisce gli sraffiani «metodi di produzione», gli input e gli output dati a partire dai quali si determinano i prezzi di produzione, senza necessariamente passare attraverso una qualche dimensione immediatamente evidente dei prezzi di produzione stessi.

I capitoli dall’11 al 13 riguardano la cooperazione semplice, la divisione del lavoro nella manifattura e macchine e grande industria. Con le macchine e la grande industria raggiungiamo lo stadio della sussunzione reale del lavoro al capitale, e quindi il modo di produzione specificamente capitalistico in cui le tecniche e la natura stessa del lavoro sono determinati in base alla «forma», dunque alla struttura sistemica indagata dal punto di vista della totalità[38]. Abbiamo, cioè, un quadro in cui il valore d’uso è, per così dire, “modellato” dal valore, e la dualità interna alla merce di valore e valore d’uso viene ricomposta in unità sotto il dominio della forma di valore: Le figure sempre cangianti del lavoro concreto sono “segnate” dal processo “pratico” di astrazione reale del lavoro[39]. Questo momento dello sviluppo concettuale nel Capitale è troppo spesso assente nella Neue Marx-Lektüre. Con la conduzione mediante macchine i lavoratori diventano tecnicamente un’appendice delle condizioni materiali di produzione. Vero è che nel Capitale non è più presente la nozione giovanile di «alienazione»; nondimeno, si può leggere l’alienazione dei Manoscritti economico-filosofici retrospettivamente a partire dal Capitale[40]. La merce è il prodotto del lavoratore socializzato (un’altra categoria chiave in Marx, ma misconosciuta, è proprio quella della «vergesellschaftete Arbeit»[41]): il singolo lavoratore è un lavoratore il cui lavoro non è più concreto, perché il singolo lavoratore non può più produrre da solo la merce singola. La merce è il prodotto di un «lavoro immediatamente socializzato» nella produzione immediata. Il lavoro astratto è ora risignificato come lavoro vivo dei lavoratori salariati all’interno delle unità di lavoro collettivo organizzate e pianificate da imprese in lotta di concorrenza. Il lavoro immediatamente socializzato è il lavoro immediatamente privato dei produttori (capitalistici!) che devono divenire sociali sul mercato finale delle merci nello scambio contro denaro.

Abbiamo qui il paradosso di un lavoro «immediatamente socializzato» ex ante che deve ancora mostrarsi come «lavoro sociale» ex post. Questo non significa affatto, come sostiene invece Roberto Finelli (2014), che il lavoro astratto cancella la dimensione del lavoro concreto. I capitalisti devono sempre vendere le merci, che devono dunque essere «valori d’uso per altri». Come tali, dunque, le merci devono possedere proprietà (Eigenschaften) concrete, e il lavoro che le produce deve anch’esso avere proprietà concrete. Queste proprietà concrete sono tuttavia realizzate dal lavoratore collettivo, e provengono loro, per così dire, dall’esterno: provengono cioè da una volontà e da una conoscenza che sono la volontà e la conoscenza del capitale – dal fatto che è il capitale stesso a promuovere la cooperazione tra i lavoratori. Ancora una volta la tesi post-operaista, presente soprattutto in Hardt e Negri, secondo cui il capitale si appropria di una sorta di cooperazione sociale “naturale” dei lavoratori, è profondamente sbagliata. Nel contesto della sussunzione reale del lavoro sotto il capitale, il Reichtum, la ricchezza come ricchezza concreta, è in effetti prodotta sempre e solo dal capitale, non dal lavoro. Il Capitale progetta tecnologie, rende operative le tecniche, costruisce un’organizzazione del lavoro: il lavoro come lavoro concreto è un mero ingranaggio di questo meccanismo, parte del capitale. Ma questo Feticcio non è a sua volta in grado di produrre alcunché se non si muta in Vampiro – se, cioè, non riesce a «succhiare» lavoro vivo dai lavoratori. Questo lavoro vivo, che genera ricchezza astratta (valore e plusvalore in forma monetaria), riguardato da questo punto di vista, è lavoro astratto, un lavoro tanto generico quanto lo sono il denaro e il plus-denaro che produce.

Mentre la produttività in termini di valore d’uso è da ricondurre interamente al capitale, la produttività in termini di valore va integralmente ricondotta al lavoro vivo (astratto): più precisamente, al successo del capitale nel vincere la lotta di classe nella produzione. Concordo su questo punto con Chris Arthur: il capitale deve incorporare lavoratori (la «forza-lavoro vivente») come un’alterità che è resa interna (di nuovo, il riferimento è ad Arthur 2002). È questo il secondo significato della «incorporazione» che troviamo in Marx: non si tratta qui di prendere possesso di un corpo (e abbiamo visto che per indicare quel processo Marx impiega il verbo verkörpern); si tratta piuttosto dell’essere interiorizzati come parte del “corpo” del capitale (il verbo tedesco usato da Marx è infatti diverso: einleiben). Ma che cosa è questo “corpo” del capitale, che è certo anche il corpo lavorante, il corpo del lavoratore collettivo «immediatamente socializzato»? Grazie alla compera e vendita della forza-lavoro, il capitale inserisce gli esseri umani portatori viventi di forza-lavoro in un macchinario automatico «mostruoso», e li dispone al lavoro. Marx scrive che il capitalista trasforma valore, cioè lavoro passato, in una forma oggettivata e «morta», in capitale propriamente parlando. Il capitale è valore che mette lui in atto il processo della propria valorizzazione: è il Soggetto che, una volta interiorizzate le forze-lavoro viventi, inizia, come un mostro animato, «a lavorare come se avesse amore in corpo». L’espressione citata proviene dal Faust di Goethe, dalla scena nella Cantina di Auerbach presente nella prima parte, in cui un topo viene avvelenato ed è attraversato da spasmi, appunto «come se avesse amore in corpo» (Als hätte sie Lieb im Leibe). Il topo, come il lavoro, passa dalla vita (il lavoro vivo come fluido che scorre nel corso della produzione) alla morte (e diventa il lavoro diretto, cioè lavoro ormai morto nella merce prodotta, dopo la produzione).

L’ispirazione per questa analogia tra il Capitale e il Mostro proviene, credo, dal Frankenstein di Mary Shelley. E potremmo, come fa Franco Moretti nel suo già menzionato saggio, leggere il Capitale anche in riferimento al Dracula di Bram Stoker, nonostante quest’ultima opera sia stata scritta alla fine del diciannovesimo secolo. Abbiamo visto, comunque, che il riferimento al «vampiro», come del resto quello al «lupo mannaro», è già presente in Marx. In effetti, il capitale è un morto vivente che può seguitare a vivere solo fintantoché succhia lavoro vivo dai lavoratori: è, in fondo, nient’altro che uno zombie. E queste, è il caso di ribadirlo, non sono intese da Marx come brillanti metafore letterarie: sono anzi pienamente adeguate a raffigurare la Sache selbst, l’ontologia della realtà indagata.

 

8. La prospettiva ‘macro-monetaria’ di classe sulla (ri)produzione capitalistica

Riguardo la sezione settima mi concentrerò essenzialmente, sebbene non esclusivamente, sul capitolo 23, dedicato alla Legge generale dell’accumulazione capitalista, dove Marx introduce il concetto di «esercito industriale di riserva» dei lavoratori[42]. Questa parte è stata letta dagli interpreti come una teoria del ciclo, o perfino come parte di una teoria della crisi. Il capitale dapprima cresce con una composizione di capitale data: i capitalisti investono sempre nella stessa proporzione in capitale costante e in capitale variabile, acquistando gli stessi mezzi di produzione e le stesse forze lavoro. A un dato momento, l’esercito di riserva dei lavoratori si esaurisce, e i salari salgono. Il capitale reagisce con innovazioni, introducendo macchine e incrementando il capitale costante in rapporto al capitale variabile. Ne segue la potenziale espulsione di lavoratori dal processo di produzione. L’esercito industriale di riserva è come un “polmone” che si gonfia e si sgonfia durante il ciclo. Questa potrebbe diventare una teoria della crisi, come effettivamente fu interpretata nei tardi anni ’60 e nei primi anni ’70, del genere del cosiddetto profit squeeze, una contrazione del profitto dovuta alle lotte salariali. Vi sono situazioni sociali in cui i salari, grazie alla forza dei sindacati sul mercato del lavoro, salgono al punto tale che i profitti sono compressi e si genera una crisi.

In realtà il capitolo 23 non aveva lo scopo di presentare una teoria della crisi, né per così dire una teoria del ciclo. La legge dell’accumulazione rappresentava piuttosto l’alternativa marxiana alla legge della popolazione di Malthus. Il capitale è capace di “produrre” qualunque cosa tranne la sua alterità interna, rappresentata dai portatori di forza-lavoro, e l’alterità esterna (la natura). Qui Marx si concentra sulla prima: dalla forza-lavoro, dalla «capacità di lavorare» come la definisce nei Grundrisse, si sprigiona lavoro vivo, attività umana nel processo di produzione: e, come abbiamo detto, la capacità di lavorare è “attaccata” ai lavoratori come portatori viventi della forza-lavoro. Nel capitolo 23 Marx mostra che il capitale è però pur sempre capace di porre i propri presupposti, nella misura in cui riesce a creare un esercito industriale di riserva, e a rinnovarlo quando e quanto è necessario. Ancora una volta Marx introduce qualcosa di completamente nuovo nella teoria economica: sostiene infatti che nel mercato del lavoro il capitale agisca sia sul lato della domanda, sia sul lato dell’offerta. Naturalmente vi è una riproduzione «sociale» dei lavoratori, su cui giustamente insiste il femminismo: il lavoro necessario non è soltanto lavoro necessario retribuito, ma anche lavoro necessario non retribuito, nella misura in cui si compone anche di lavoro domestico e lavoro di cura[43]. Ma in un certo senso, grazie all’influenza esercitata attraverso il ricambio dell’esercito industriale di riserva, è il capitale a determinare l’offerta di lavoratori. Les dés sont pipes, scrive Marx: «i dadi sono truccati».

Claudio Napoleoni (1973b), in un intervento alla Fondazione Agnelli in merito al vivace dibattito allora in corso sul mercato del lavoro italiano, notava che, in determinate condizioni sociali, la dipendenza dell’offerta di lavoro dalla domanda di lavoro del capitale potrebbe invertirsi, e proponeva una visione non-distributiva della crisi di fine anni ’60-inizio ’70. La contrazione del profitto era reale, ma proveniva principalmente non (sol)tanto dalle lotte sul salario, pur vivaci, quanto piuttosto dalle lotte sulla prestazione lavorativa nel processo immediato di produzione[44]. Vale la pena di riportare una citazione da un altro intervento di quegli anni (Napoleoni 1973c):

La lotta operaia è venuta assumendo caratteri tali per cui essa non è stata più né semplicemente redistributiva né semplicemente normativa, ma è diventata politica in un senso più stretto, in quanto cioè ha indebolito spesso profondamente, una delle condizioni necessarie alla realizzazione del rapporto capitalistico, ossia la subordinazione, la mancanza di autonomia, della classe operaia all’interno del processo produttivo […] la crisi economica, e sociale, è dovuta essenzialmente a questa spinta operaia, nel senso che il processo accumulativo, già colpito dai successi ottenuti, al principio degli anni ’60, sul terreno della distribuzione, è stato poi ancor più duramente colpito da quella conquista di autonomia operaia che ha fortemente limitato la possibilità di risposta del capitale in termini tradizionali, in termini cioè di aumento del grado di sfruttamento.[45]

Vi sono, insomma, situazioni in cui i lavoratori possono controllare il «fluido» di lavoro vivo che il capitale estrae da loro. Concordo con coloro che vedono in questo un elemento cruciale per comprendere la Grande Stagflazione, ovvero la crisi capitalistica tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta: un’idea che deve essere letta in stretta continuità con la tesi avanzata da Rosa Luxemburg, secondo cui la legge della caduta tendenziale del salario relativo può essere contrastata a livello sistemico soltanto attraverso l’attività rivoluzionaria[46]. L’interpretazione proposta da alcuni sraffiani, secondo i quali il «salario» può essere visto come variabile indipendente ed è virtualmente possibile imporre ai capitalisti qualunque assetto distributivo, è impossibile da accettare da un punto di vista marxiano. Ed effettivamente, proprio nel capitolo 23 Marx insiste sul fatto che è il salario ad essere la variabile dipendente, e che quella indipendente è il tasso di accumulazione.

Ci sono in questa settima sezione altri due punti che occorre mettere in luce. Il primo consente di ampliare la ricostruzione che ho anticipato, secondo cui troviamo in Marx una fondazione macro-sociale e monetaria dell’indagine sul processo capitalistico. Si tratta, come è ovvio, di un palese anacronismo: la macroeconomia, strettamente intesa, non esisteva al tempo di Marx e fu “inventata” da Keynes negli anni ’30. Il punto è però che nella sezione dedicata alla riproduzione Marx considerava il rapporto di capitale da una prospettiva che poneva al centro dell’analisi l’intera classe capitalistica da un lato e l’intera classe lavoratrice dall’altro. Il punto era colto bene da Maurice Dobb, come notavo all’inizio. Ma la prospettiva macro va ben oltre quello che Dobb intendeva sostenere.

Una prima conseguenza abbastanza esplicita del nuovo punto di vista guadagnato da Marx – una conseguenza che, di nuovo, va perduta in gran parte delle interpretazioni – è che la logica “macro” – meno anacronisticamente e con più fedeltà all’autore, la logica della “totalità” – non è solo diversa, ma peculiare e opposta a quanto “appare” dal punto di vista della logica “micro”, la logica “individuale”. Ciò che nelle prime sezioni costituiva una manifestazione fenomenica (ovvero, un Erscheinung), si rivela ora essere parvenza illusoria (ovvero, un Schein). A questo punto dobbiamo dunque ripercorrere la via sin qui battuta, e leggere il primo libro del Capitale anch’esso «a ritroso».

Marx aveva iniziato con merce e denaro, per considerare poi il capitale – in altri termini, in che modo il capitale viene a costituirsi. Il capitalista singolo era assunto come rappresentante medio del capitale totale. Quanto al mercato del lavoro, la manifestazione fenomenica non poteva che dirci che i lavoratori e i capitalisti sono soggetti liberi e uguali. Il che non era falso, a quello stadio della esposizione. Ma quando si giunge alla riproduzione e si assume il punto di vista della totalità, l’esposizione è trapiantata in una prospettiva “macro”, di classe, direttamente sociale. Si tratta però di un’impostazione molto diversa da quella dei cosiddetti approcci “macro-monetari” di certo marxismo contemporaneo: la logica lì adottata è una logica di aggregazione. Il fatto che in Marx la fondazione “macro” conduce a conclusioni opposte rispetto alla logica “micro” è evidente nel fatto che la classe lavoratrice è legata al capitale complessivo da una relazione di schiavitù: la libera ed egualitaria contrattazione del lavoratore individuale era soltanto una oggettualità illusoria, non di meno necessaria. Quando si legge Marx bisogna essere avvertiti del fatto che il significato delle categorie viene alterandosi lungo il percorso espositivo della Darstellung. Questo non significa che il precedente significato di una categoria venga semplicente rimosso; si tratta piuttosto di una più comprensione più profonda che conduce a un «toglimento» (Aufhebung), nel quale il senso precedente è superato e conservato.

La seconda conseguenza riguarda il salario, ed è particolarmente rilevante in ordine agli attuali dibattiti su Marx in generale e per una corretta valutazione del problema della trasformazione dei valori in prezzi di produzione in particolare. Per capire quanto segue è necessario saper cogliere quanto nella settima sezione Marx giunga ad anticipare la macroeconomia monetaria “eretica” del ventesimo secolo. Mi riferisco a Wicksell, Schumpeter, il Keynes del Trattato sulla moneta, e infine alla contemporanea teoria del circuito monetario. La differenza che intercorre tra Marx e questi autori è che, come sottolineava Suzanne de Brunhoff[47], Marx si collocava prevalentemente nella tradizione della teoria monetaria del credito, mentre questi teorici eretici erano e sono (come del resto sono io stesso) legati alla visione alternativa di una teoria creditizia della moneta. Ciò che è invece simile è che il ragionamento riguardante la relazione e la divisione tra classi è esplicitamente collocato in un quadro macro-monetario sin dall’inizio. Il capitale complessivo anticipa in forma di moneta il monte-salari come finanziamento alla produzione per acquistare la forza-lavoro dei lavoratori. Nel capitolo 21 Marx è cristallino nel chiarire che per avere una adeguata comprensione di ciò che realmente accade con il capitale si deve abbandonare la prospettiva centrata sui singoli capitalisti e sui singoli lavoratori, e volgersi invece a considerare la classe capitalista nel suo complesso e la classe lavoratrice nel suo complesso. La classe capitalista anticipa ai lavoratori assegni monetari, ovvero titoli di debito che vengono poi restituiti dai lavoratori ai capitalisti al fine di ottenere una quota di quanto hanno prodotto: «La classe dei capitalisti dà costantemente alla classe dei lavoratori, in forma di denaro, assegni su una parte del prodotto che è stato prodotto da quest’ultima e di cui si è appropriata la prima. Questi assegni, il lavoratore li rende altrettanto costantemente alla classe dei capitalisti sottraendovi la parte del proprio prodotto che gli spetta» (Marx, Capitale Fineschi, 631). In questa transazione, il “velo” monetario svolge in modo massimamente efficace una funzione essenziale, che già conosciamo: il capitale incorpora nel proprio meccanismo i lavoratori come alterità interna, e i mezzi di sussistenza come capitale variabile gli procurano forza-lavoro vivente.

Nei Risultati del processo di produzione immediato ragiona nello stesso modo, e scrive che non sono tanto i lavoratori ad acquistare i mezzi di sussistenza, quanto i mezzi di sussistenza a comprare i lavoratori. Anche qui Marx non è per nulla ambiguo nel chiarire che ciò che deve essere assunto come dato è il salario reale del lavoratore collettivo, cioè della classe lavoratrice complessivamente intesa. I lavoratori individuali possono avere libertà di scelta riguardo il loro paniere individuale di beni di consumo. Ma questo è decisamente falso per i lavoratori come classe: essi possono acquistare esclusivamente ciò che la classe capitalista lascia loro. È la stessa conclusione degli eretici monetari in questione, ma anche la stessa conclusione che discende dalla visione keynesiana degli investimenti come autonomo elemento motore della domanda effettiva dei privati; ed è ancor più la conclusione di Kalecki. Nel caso di Marx si tratta, senza dubbio, di una teoria macro-monetaria della produzione e distribuzione capitalista del neovalore e del plusvalore.

Il punto che avanzo riguardo il salario è, va riconosciuto, alquanto controverso nel marxismo odierno. La New Interpretation e molti approcci marxiani contemporanei sostengono che ciò che è dato nella trasformazione è il salario monetario, e non il salario reale. In tal modo ci si oppone opportunamente alla posizione del marxismo tradizionale, ma non si considera che nella fondazione autenticamente macro-monetaria di Marx, l’unica corrispondente alla prospettiva della totalità, il punto non è che il salario reale individuale è dato e poi aggregato; è piuttosto che il salario reale è dato per tutti i lavoratori insieme, per la classe lavoratrice, e che dunque questo deve essere considerato nel computo in una prima approssimazione ai prezzi capitalisti. Nel 2000 Foley fece riferimento a un saggio inedito di Robert F. Brinkmann in cui l’autore – tenendo ferma la composizione del prodotto netto, come faccio io – propone una distinzione anch’essa parallela alla mia, tra «valori-lavoro» (che io preferisco tradurre concettualmente piuttosto come prezzi semplici o diretti) e «valori essenziali» (prezzi di produzione)[48]. Questa distinzione consente di fondare, come nel mio approccio, una differenza tra il lavoro necessario (secondo il lavoro contenuto nelle merci che costituiscono i beni salario) e il lavoro pagato (ovvero il lavoro comandato sul mercato delle merci dal monte-salari monetario).

La maggior parte dei nuovi approcci alla trasformazione tenta di evitare la discrepanza che non può non derivarne tra, da un lato, la coppia plusvalore e valore della forza-lavoro (concettualizzati l’uno e l’altro come l’espressione monetaria del lavoro contenuto nelle merci ottenute rispettivamente dai capitalisti e dai lavoratori) e, dall’altro, il lavoro comandato (ovvero, acquisito sul mercato) dai profitti lordi e dai salari monetari tenendo conto di un certo valore del denaro. Il punto, comunque, è che questa discrepanza – assente nella trasformazione di Marx, lasciata a metà dall’autore – rivela un aspetto importante del processo capitalistico. I prezzi individuali non influiscono sull’indagine macro-sociale riguardante lo sfruttamento (ed era il punto di Maurice Dobb!). Quei prezzi non possono mutare il lavoro vivo totale che il capitale collettivo è stato capace di estrarre dalla forza-lavoro vivente vincendo la lotta di classe nella produzione: ovvero, il lavoro contenuto nel neovalore prodotto nel periodo. E neppure quei prezzi possono mutare la quantità di lavoro diretto che il capitale totale deve dare indietro al lavoratore collettivo affinché si riproduca la capacità di lavoro: ovvero, il lavoro contenuto nelle merci che tornano alla classe lavoratrice, in seguito al conflitto sul salario.

Il lavoro vivo totale e il lavoro necessario totale (retribuito!) sono appunto i dati che Marx determina nel corso del primo libro, e che restano immutati nei libri successivi: ma la loro espressione monetaria in forme del valore più concrete può cambiare. I prezzi individuali incidono invece su quanto lavoro i singoli capitali in concorrenza sono in grado di «comandare» sul mercato. La discrepanza tra lavoro necessario e lavoro pagato è esattamente uno stadio ulteriore della mistificazione del rapporto di capitale, che ben si accorda con la visione della dialettica come dissimulazione tanto cara a Roberto Finelli. Come sostiene Graziani (1997), la dimensione microeconomica dei prezzi individuali (solo parzialmente esposta nel terzo libro) non influenza direttamente l’indagine macro-sociale di classe riguardante lo sfruttamento (pienamente esposta nel primo libro).

Simon Mohun (1994) sostiene che la nozione di «salario reale di sussistenza», che effettivamente troviamo in Marx sulla base del fatto che la forza-lavoro sarebbe una merce, è incoerente e va rigettata. La forza-lavoro, sostiene, non è prodotta in modo analogo alle altre merci, ma riprodotta nella dimensione «domestica» – in quello che Giovanna Vertova (2016) chiama il sistema di welfare privato: e si dovrebbe qui far riferimento di nuovo alla riproduzione sociale e al lavoro domestico (non retribuito) di cui abbiamo parlato in precedenza. Personalmente credo che la visione “macro” che sto esponendo possa essere in ultima istanza ritenuta indipendente dalla nozione di «salario di sussistenza»: come ho scritto in precedenza, ciò che è sufficiente è un argomento keynesiano-kaleckiano, in base al quale gli investimenti capitalistici determinano la composizione del prodotto netto. E credo che sia giusto integrare la teoria marxiana della forza-lavoro vivente con la teoria della riproduzione sociale. Detto questo, resta però vera l’affermazione di Marx secondo la quale la forza-lavoro è una merce, se la si comprende alla luce di un concetto meno rigido di «merce» di quanto non coltivi Mohun. In una definizione allargata, e del tutto legittima di «merce», merce è «ciò che viene comprato e venduto, non esclusivamente qualcosa di prodotto da lavoro nel quadro di un processo di lavoro capitalistico».

 

9. Teoria della crisi

Finora mi sono concentrato sul primo libro, con qualche accenno alla trasformazione dei valori in prezzi che si trova nel terzo libro[49]. Vorrei concludere con alcune considerazioni sulla teoria della crisi (cfr. Bellofiore 2011b, Desai 1998b)[50]. Alcuni cenni a una teoria della crisi si trovano già nel primo libro. Nei primi tre capitoli Marx sostiene che fin dalla circolazione semplice M-D-M’: merce, denaro, merce – la vendita può non essere seguita dalla compera. La possibilità formale della crisi è presente sin dall’inizio del Capitale, ma dopo il terzo capitolo è congelata (in forza dell’assunzione che le merci prodotte siano tutte vendute sul mercato delle merci al valore atteso), e tale rimane per larga parte dell’esposizione.

Per ulteriori sviluppi sulla crisi dobbiamo guardare al secondo e al terzo libro, e completarne la lettura con le Teorie sul plusvalore. Alla fine del secondo libro Marx tratteggia il suo personale Tableau Économique. Il Tableau Économique di Quesnay rappresentava per Marx la scoperta più brillante dell’economia politica: essa era stata frettolosamente dimenticata, al punto che non se ne trovava più traccia né in Smith né in Ricardo. Marx la riscoprì un secolo dopo Quesnay, e vi apportò cambiamenti significativi trasformandolo nei propri schemi di riproduzione. È comunque importante notare, contrariamente a una lunga tradizione interpretativa, che in Marx gli schemi di riproduzione non hanno nulla a che fare con l’immagine di una crescita bilanciata in equilibrio. Il problema affrontato da Marx è piuttosto diverso.

Come ho anticipato, prima di lui Say e Ricardo avevano sostenuto l’impossibilità di un universale sovrapproduzione di merci (un general glut), mentre Malthus e Sismondi ritenevano che i profitti fossero pressoché integralmente risparmiati, e che essendo i risparmi reddito non consumato, ne risultasse per necessità che il reddito prodotto fosse per necessità più alto della domanda di merci, che per loro si esauriva nel consumo. Ciò si identifica evidentemente in una teoria del crollo di natura sottoconsumistica. Per Say e Ricardo una crisi dovuta ad una generale insufficienza della domanda effettiva è impossibile, mentre per Malthus e Sismondi ad essere impossibile è in fondo il capitalismo stesso. Scartando dall’una e dall’altra posizione, Marx mostra che l’equilibrio tra domanda e offerta è possibile, ma è un caso. Gli schemi di riproduzione illustrano che ogni elemento di cui si compone l’offerta è anche un elemento componente della domanda. È dunque vero che il capitale suscita la propria domanda: non c’è però garanzia alcuna che la struttura della domanda corrisponda alla struttura dell’offerta. Il punto è espresso con chiarezza ancora maggiore nei Grundrisse. Le condizioni di produzione del valore non sono le condizioni della realizzazione del valore. Dunque, è il caso di ribadirlo, gli schemi di riproduzione hanno a che fare con la teoria della crisi in modo molto preliminare, e sono in verità ancora un ulteriore sviluppo dell’indagine concernente la mera possibilità della crisi.

La teoria del valore di Marx diventa una teoria della crisi nel terzo libro, con i capitoli dedicati alla caduta tendenziale del saggio di profitto e con la discussione di alcuni elementi della crisi da realizzazione. Concordo con Michael Heinrich sul fatto che Marx avesse probabilmente abbandonato l’idea di una caduta del saggio del profitto mentre scriveva il primo libro[51], e concordo con Geert Reuten (2004, e con Peter Thomas ) sulla tesi che la tendenza alla caduta del saggio di profitto era espressa, nei Grundrisse, in modo molto più meccanico, come teoria del crollo e non come teoria del ciclo. Allo stesso tempo ritengo che, andando oltre Marx, sia interessante ridefinire la caduta tendenziale del saggio di profitto come meta-teoria della crisi: una teoria della crisi che progressivamente include al suo interno le controtendenze: quando le controtendenze prevalgono sulla tendenza la natura della crisi risulta mutata. Nel ventesimo secolo le controtendenze prevalgono sistematicamente sulla tendenza, ma questo prevalere è comprensibile soltanto all’interno della ricorrenza della crisi innestata sul movimento della caduta tendenziale del saggio di profitto, che crea contraddizioni ulteriori.

Seguendo questo sentiero argomentativo, la mia “ricostruzione” converte la teoria marxiana della crisi in una teoria stadiale del capitalismo. La Lunga Depressione alla fine del diciannovesimo secolo può essere interpretata secondo la versione canonica della caduta tendenziale del saggio di profitto: la composizione del capitale aumenta a tal punto che il plusvalore diviene insufficiente a valorizzare il capitale. Si trattava di una crisi da insufficiente profittabilità lorda, imperniata su una “troppo esigua” estrazione di plusvalore. La transizione da un regime di “libera” concorrenza al capitalismo trustificato, e l’introduzione del fordismo e del taylorismo, sommandosi ad altri fattori (incluso l’imperialismo), determinò una crescita del saggio del plusvalore che più che compensava la crescita della composizione organica. La tendenza alla caduta del saggio di profitto si mutò così nella crisi da realizzazione degli anni ’30, il cosiddetto Grande Crollo, come lo definì John Kenneth Galbraith: una crisi dovuta in questo caso ad una eccessiva profittabilità lorda potenziale, ovvero ad un potenziale “eccesso” di plusvalore. Si noti, tuttavia, che questa crisi da realizzazione non deve essere letta attraverso le lenti del sottoconsumo: Marx, e ancor di più Rosa Luxemburg, proponevano semmai una teoria della crisi che tradotta in termini a noi contemporanei va definita come crisi da sotto-investimento. Il crack successivo al 1929 fu superato, in primo luogo grazie alla distruzione di capitale, in cui la Seconda guerra mondiale ebbe un ruolo cruciale, e in secondo luogo mediante il «keynesismo realmente esistente» dei primi decenni del secondo dopoguerra. In realtà, la cosiddetta Golden Age del capitalismo era trainata da quelli che Michał Kalecki chiamava «esportazioni interne», militarismo e spreco[52].

Questa linea di pensiero mostra che il keynesismo fu per qualche tempo efficace nel dar linfa alla profittabilità e all’espansione della produzione (anche capitalistica). Paul Mattick (1972) aveva tuttavia ragione quando sottolineava che durante i Trente Glorieuses una quota crescente della produzione era rivolta non alla produzione di capitale ma alla produzione in quanto tale, cioè alla produzione di valori d’uso. Ciò significa che stava crescendo la quota di lavoratori non direttamente produttivi di plusvalore. Paul Mattick non vedeva a sufficienza come la crisi poteva essere comunque evitata finché il saggio del plusvalore cresceva e lo sfruttamento della quota relativamente decrescente di lavoro produttivo veniva intensificato in misura adeguata. Per ragioni storiche e sociali, questo non fu più possibile dalla metà degli anni ’60 in poi. La crisi incombente era evidente già nei tardi anni ’60 e nei primi anni ’70, prima dell’aumento del prezzo del petrolio. Come ho anticipato, e come vide bene Claudio Napoleoni (si rilegga la citazione di qualche pagina fa) le lotte interne al processo di produzione sulla valorizzazione immediata, sebbene non fossero l’unico fattore, furono il fattore chiave che condusse alla cosiddetta Grande Stagflazione, che altrove ho chiamato la «crisi sociale». Si trattava di nuovo di una crisi dovuta ad una insufficiente profittabilità lorda, cioè a “troppo poco” plusvalore (o meglio, al troppo poco plusvalore raccolto dai capitalisti produttivi): ma il fattore principale della caduta del saggio di profitto non era la composizione del capitale crescente, bensì il rallentamento (e in qualche caso, come in Italia, l’inversione) della dinamica positiva del saggio del plusvalore.

La fase cosiddetta neoliberista deve essere concepita come reazione alla crisi del Fordismo (nel senso che viene dato al termine dalla scuola regolazionista)[53]. La via d’uscita ha poggiato su due gambe. Da un lato, la decostruzione del lavoro e la precarizzazione dell’occupazione: ciò che, richiamando una espressione attribuita in alcuni aneddoti ad Alan Greenspan, ho definito come «la figura del lavoratore traumatizzato». Dall’altro lato, ciò che ho definito come la sussunzione reale del lavoro alla finanza e al debito. Il riferimento è principalmente al money manager capitalism, il «capitalismo dei gestori finanziari» di cui parla Hyman Minsky (2009): uno stadio del capitalismo che vide anche il prevalere della centralizzazione senza concentrazione delle imprese non finanziarie e alla concorrenza distruttiva di cui parla Jim Crotty (2000). Ho esposto in numerosi scritti la mia analisi di questa più recente fase del capitalismo: vorrei in questa sede ricordare soltanto che questi fenomeni hanno fatto sì che quelli che ho chiamato i risparmiatori maniaco-depressivi abbiano cavalcato l’inflazione del mercato dei capitali (ovvero, la lunga ondata di continua crescita del prezzo delle «attività» sul mercato azionario e nel mercato immobiliare). In forza di ciò, si è generata una situazione in cui i risparmi, i savings (ovvero il valore delle attività accumulate nel passato) salivano di valore, mentre il saving (ovvero la proporzione del risparmio sul reddito corrente) si riduceva, sino a divenire in alcuni paesi negativa. Jan Toporowski (2010) ha opportunamente notato che l’inflazione del mercato di capitali e la proprietà inflazionata hanno agito come surrogato del welfare state nel «sedare» il ceto medio. La visione consolidata di questa configurazione capitalistica come ritorno all’era del laisser faire è, a mio parere, piuttosto fuorviante. Il neoliberismo realmente esistente è stato invece una configurazione del capitalismo dove la politica economica, e dunque anche la forma dell’interventismo statuale, era estremamente attiva, con politiche (in primis, ma non solo, delle banche centrali) volte a indurre un aumento della domanda effettiva attraverso l’instaurazione di un inedito keynesismo privatizzato di natura finanziaria.

La crisi seguente, la Grande Recessione o Depressione Minore, era di nuovo dovuta a una profittabilità potenziale troppo elevata, cioè ad un “eccesso” di plusvalore. Come sempre, la crisi si rese evidente in prima battuta come crisi finanziaria. Questa volta però, è poco sensato, da parte dei marxisti come dei keynesiani, separare crisi reale e crisi finanziaria, vedendo nella crisi finanziaria soltanto un velo della crisi reale. I fattori finanziari sono stati essenziali nell’ascesa e nel collasso di quella forma di capitalismo: l’economia reale non poteva prosperare senza bolle, e senza questa finanza patologica. Il capitale fittizio ha dato forma a una realtà non fittizia: ha costretto i lavoratori e le famiglie a lavorare di più e più intensamente, ha finanziato innovazioni che hanno condotto a una maggiore forza produttiva del lavoro, ha spinto la domanda verso l’alto proprio grazie all’aumento dell’indebitamento, e così via.

 

10. Marx inattuale

I centenari – figuriamoci i bicentenari – sono tempi in cui si stilano “bilanci”. Come lo è stato, evidentemente, per eventi come la caduta del muro di Berlino, nel 1989, o il collasso dell’URSS. Questo scritto, come ho detto nella nota iniziale, compare in forma diversa in inglese sulla PSL Quarterly Review. Il lettore potrebbe essersi chiesto per cosa stia la sigla PSL. Sta per Paolo Sylos Labini, uno dei grandissimi della “tradizione italiana” in economia politica. Ebbene, Sylos Labini nei primi anni Novanta si distinse per un articolo sul Ponte, che poi divenne un libro per Laterza con il titolo del pezzo che aprì il dibattito: Carlo Marx: è tempo di un bilancio. A Marx si imputava in modo insensato di tutto e di più, con uno sguardo (alquanto disinformato) dal buco della serratura. Mi spiace dire, non una delle sue cose migliori. Era previsto un mio intervento nella discussione, ma per varie ragioni non lo feci: una delle ragioni, e non la minore, fu la tristezza rispetto ad un Maestro. Eppure Sylos Labini aveva scritto in precedenza cose egregie su Marx, e in particolare negli anni ’50 del Novecento aveva aperto la discussione in Italia sul rapporto stretto che lega Schumpeter a Marx sul terreno della teoria dello sviluppo.

Ciò che scrissi all’epoca per me, allo stato di bozze, fu poi pubblicato anni dopo dall’amico Marco Melotti su Vis-à-Vis, e fece da base per un altro scritto su Trimestre, e in inglese per un saggio co-firmato con Roberto Finelli destinato agli atti di un convegno che avevo organizzato nel 1994. Un altro centenario, di nuovo: quello della pubblicazione da parte di Engels del Libro terzo del Capitale. La penso come allora. Sono stato un allievo di Norberto Bobbio (e resto orgoglioso di esserlo stato, pur con tutte le differenze e distanze). Bobbio vedeva in Marx un “classico”: un autore classico, pensava, è chi ha costruito teorie-modello di cui ci si serve continuamente per comprendere la realtà, anche una realtà diversa da quella da cui le ha derivate e a cui le ha applicate, e che hanno finito con l’assurgere a vere e proprie categorie mentali. Non si può comprendere la realtà senza Marx, ma questo è vero in fondo anche per Platone o Aristotele, Hobbes o Kelsen. Nessuno statuto privilegiato, qui. Non possiamo, secondo il filosofo torinese, stare né con Marx né contro Marx.

Anche qui, la tesi nobile e suggestiva (e alta) non mi convince. Così come non mi convince la più volgare (e bassa) moda di alcune biografie recenti, quella di rinchiudere Marx nel diciannovesimo secolo, una visione che è giustamente contrastata da Michael Heinrich in quella che promette di essere la più bella biografia su Marx (che temo mai vedrà la luce in Italia, per l’inerzia delle case editrici), dove Marx è qualificato come pensatore della nascita della modernità, e per questo ancora nostro contemporaneo. Il punto di vista da cui mi colloco può essere colto facilmente pensando al titolo di un convegno in cui questo lavoro verrà presentato, proprio mentre chiudo questo scritto: Marx e la critica del presente. È un titolo felice. Ma è al tempo stesso un titolo sbagliato. Manca un accento: Marx è la critica del presente. Molto semplicemente, per come è costruito il metodo di Marx, che è tutt’uno con il contenuto, Marx o è quello o non è. Per quel che mi riguarda, l’interesse di questo pensatore diverrebbe molto minore, e per buttarla sull’autobiografico avrei fatto altro nella vita. Se si adotta il mio sguardo, Marx è e resterà per un’opera sola, Il Capitale: un’opera, abbiamo visto, molto limitata nel (e dal) suo oggetto peculiare. Ed è un’opera in cui il suo materialismo resta definito come orientato ad una prassi trasformatrice, come ho detto in questo scritto.

Marx non potrebbe essere più chiaro. Ho già citato la seconda delle sue Tesi su Feuerbach, che si conclude con una frase che è una sentenza di morte anticipata sulla gloriosa, ma al tempo stesso autodistruttiva, traiettoria della trappola epistemologica: la disputa sulla realtà o meno di un pensiero isolato dalla prassi è una questione puramente scolastica. Il punto, a me, pare essere molto contiguo ad aspetti della riflessione di Wittgenstein e Freud, e persino Keynes (e ne ho trattato altrove). Non esiste la coppia oggettività-soggettività, l’una “autonoma” rispetto all’altra, precostituite nella loro opposizione, se non da un punto di vista metafisico. Soggettività e oggettività si danno soltanto nella loro relazione. La questione è sintetizzabile in modo estremo nel titolo di un bel libro di Ian Hacking, secondo cui la scienza è Representing and Intervening. La conoscenza è, insomma, integralmente logica nella sua giustificazione (il che conduce dritto dritto alla Darstellung di Marx, ma anche Hegel prima di lui). Ma è conoscenza di qualcosa di esterno, e ciò si fa valere nella dimensione sperimentale della teoria. E questa dimensione in Marx è, anche, da un lato, l’inchiesta “operaia” e, dall’altro lato, la lotta di classe. Per questo, come scrive Schmidt, Marx è e non è “realista”. E per questo, possiamo dire appellandoci ancora a Hacking, possiamo vedere in Marx un pensatore che rigetta il realismo delle teorie e accetta il realismo delle entità, “manipolabili” sperimentalmente e praticamente.

Alfred Schmidt critica del tutto a ragione la rozza immagine della conoscenza come copia, nella quale oggetto e coscienza sono contrapposti, e rimanda invece al ruolo della prassi, che è costitutivo per l’oggetto: e con questo tanto marxismo è giudicato, quali che siano i suoi meriti rispetto alla riflessione postmoderna. Compito della conoscenza, scrive Schmidt è non capitolare dinanzi alla realtà. Per questo, sostiene, il concetto più importante della conoscenza, la «prassi», si rovescia nel concetto di «azione politica». È evidente che una prospettiva teorica di questo genere è massimamente fragile. Non mi riferisco al marxismo, mi riferisco a Marx, autore che non può che essere permanentemente “in crisi” fino a che il capitale si presenta come realtà data e naturale. Non ha senso cercare di “salvare” Marx dai fallimenti dei marxismi reali con i sotterfugi, né (come fa in fondo anche la MEGA2) rivendicarne le “mani pulite”. Tanto meno lo si può isolare dalle difficoltà che incontriamo nel nostro presente.

Ho detto in queste pagine del ruolo cruciale che ha in Marx la categoria di «lavoratore immediatamente socializzato». È una socializzazione che senza dubbio reca l’impronta indelebile del disegno tecnologico sotto il capitale. Quella socializzazione è per Marx però anche la condizione del conflitto e dell’antagonismo. La «centralizzazione senza concentrazione» pare segare il ramo su cui il discorso marxiano si erige a questo punto. Che ne è di tutto ciò quando, come ai nostri giorni, il capitale sembra in grado di connettere i lavoratori dal punto di vista della loro prestazione senza metterli in relazione tra di loro, facendo vivere un solo lato, quello “cattivo”, della socializzazione del lavoro? Capita che nella triste quotidianità in cui siamo gettati, uno debba incontrare una lettura intelligente di questi fenomeni dove quasi non ce lo si aspetterebbe. Nel mio caso, è il Financial Times, dove l’8 settembre del 2016 è comparso un luminoso articolo di Sarah O’ Connor, intitolato «When your boss is an algorytm», in cui, trattando in specifico di Uber e Deliveroo, la giornalista indaga il lavoro quando esso viene «comandato» dalla logica alfa-numerica del computer[54]. Gli algoritmi, sostiene l’autrice, danno luogo ad un controllo e a una sorveglianza tale che neppure il più indurito dei tayloristi avrebbe potuto desiderare.

Parrebbe una prospettiva disperante, e lo è. Pure, i lavoratori di Uber e Deliveroo hanno scioperato. Non potendosi connettere immediatamente sul luogo di lavoro, sono diventati consumatori di se stessi: ordinando per via informatica a quelle ditte, sono stati in grado di comunicare agli altri lavoratori che li “servivano” della lotta in corso, che si è allargata a macchia d’olio, è finita in tribunale (rivelando la falsità della natura “autonoma” del loro lavoro), e che ha finito con il vincere notevoli battaglie, testimoniate in importanti sentenze. La realtà del capitale di oggi presenta una sfida, e quella sfida non troverà soluzione in nessuna fine elaborazione che non la prenda di petto. E lì Marx rimane, come direbbero i francesi, incontournable.

Per questo Marx, questo Marx – il Marx che ho ripercorso in queste pagine – non è attuale, è al contrario massimamente inattuale. Nel senso, almeno, che fu dato a questo termine da Nietzsche: «inattuale – vale a dire contro il tempo e, in questo modo sul tempo, e, speriamo, a favore di un tempo a venire».


* Università degli Studi di Bergamo
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Note
[1] Questo scritto è stato presentato, sotto titoli diversi, a Varsavia nell’ottobre del 2017, su invito di Janusz Ostrowski, e a Patna (India), nel giugno del 2018, come Maurice Dobb Memorial Lecture al convegno Karl Marx: Life, Ideas and Influence. A Critical Examination on the Occasion of the Bicentenary. Ma anche a Roccella Jonica (luglio 2018, Scuola Estiva di Alta Formazione in Filosofia Giorgio Colli) e Roma (novembre 2018, al convegno Marx e la critica del presente), e in precedenza al Corso di perfezionamento di Teoria critica della società a Milano e a Piacenza per Cittàcomune. Il saggio viene pubblicato nell’originale inglese in PSL Quarterly Review, vol 71, n. 287 (2818), con il titolo «Forever Young? Marx’s Critique of Political Economy after 200 years», reperibile online a questo url: https://ojs.uniroma1.it/index.php/PSLQuarterlyReview/. Viene qui ottimamente tradotto da Luca Micaloni, che ringrazio, assieme a Carlo D’Ippoliti di PSL, anche per l’attenta lettura e le osservazioni di merito. Mi è stato giustamente fatto notare che il titolo del fascicolo che ho suggerito, Marx inattuale, capita che sia identico al titolo di un volume di Costanzo Preve. Mi onoro di essere stato amico di Costanzo, nonostante la lontananza sempre più abissale dalle sue posizioni. Il disegno comunque di questo numero è talmente distante dalla sua prospettiva interpretativa da fugare qualsiasi dubbio di contiguità, almeno per quel che mi riguarda.
[2] Sul rapporto tra Marx e l’economia politica classica si vedano le considerazioni di Elena Louisa Lange nel saggio contenuto in questo numero della rivista.
[3] In questo lavoro faccio spesso riferimento al significato che Marx assegnava ad alcuni termini tedeschi, gran parte dei quali sono già presenti in Hegel. Significato che quasi sempre va perduto nelle traduzioni. Su questo punto, rinvio a Bellofiore 2013.
[4] Sulle questioni su cui intervengo in questa parte della introduzione si veda, in questo numero della rivista, il saggio di Tommaso Redolfi Riva.
[5] Una figura controversa e spesso mal compresa è quella di Lucio Colletti. Si veda in questo stesso numero il saggio di Gianluca Pozzoni.
[6] Cfr. Suchting (1995) e Thompson (1978).
[7] Sulle questioni della dialettica marxiana e del rapporto con l’empiria si vedano in questo numero i contributi di Frieder Otto Wolf e di Stefano Breda.
[8] Cfr. Finelli (1987).
[9] Chi volesse, ha a disposizione una lettura ravvicinata del primo libro nel ciclo di letture che ho tenuto per Noi Restiamo Torino disponibile su youtube: https://www.youtube.com/playlist?list=PL5P5MP2SvtGh94C81IekSb83uO7nLgHmL
[10] Condivido qui il giudizio di Michael Heinrich nel saggio in questo numero della rivista.
[11] I riferimenti più rappresentativi sono Luxemburg (1970), Grossmann (1971), Mattick (1972) e Korsch (1969).
[12] Si legga il contributo in questo numero di Bob Jessop.
[13] Cfr. soprattutto Arthur (2002). In questo numero è contenuta una intervista a questo autore di Luca Micaloni.
[14] Una distinzione fondamentale, senza la quale si capisce ben poco della teoria marxiana del valore, è quella tra denaro e moneta. Essa sfugge purtroppo a molti interpreti, anche dei più sofisticati (uno dei pochi a coglierne la rilevanza è Graziani 1986: purtroppo nella traduzione inglese di questo saggio la distinzione è andata persa). Non ho in questo scritto lo spazio per trattare anche di questo tema, salvo segnalare che la moneta è il “rappresentante” che fa le veci del denaro. Mi limito ad avvertire che quando uso invece termini come analisi monetaria, teoria monetaria del valore, e così via, il termine monetaria può coprire tanto il denaro quanto la moneta.
[15] Sui primi capitoli del primo libro, si rimanda il lettore anche al saggio di Frank Engster.
[16] Come ribadisco nel corso del testo, è soltanto il lavoro con le sue proprietà concrete che genera il corpo della merce, ed è dunque «incorporato» nel valore d’uso prodotto. Il valore, risultato del lavoro astratto come attività, è l’anima della merce, «contenuto» in quest’ultima ma non tutt’uno con il corpo della medesima. Sussiste piuttosto un’opposizione, perfino una contraddizione, tra lavoro concreto e lavoro astratto, e tra valore d’uso e valore. Nel valore della singola merce non entra un atomo di materia, è “immateriale”, e necessita di prendere possesso di un corpo, attraverso il valore di scambio, cioè il denaro, che è “valore incorporato”. Su questo punto, vi saranno ulteriori considerazioni in quanto segue.
[17] Su questa questione interviene nella rivista Werner Bonefeld.
[18] Al di fuori di una prospettiva del denaro come merce, la lettura di Tony Smith si caratterizza per l’unilaterale accento sul lavoro astratto come lavoro che è già divenuto sociale perdendo l’altrettanto essenziale momento del lavoro astratto come lavoro nel corso della sua socializzazione dalla produzione immediata alla circolazione mercantile.
[19] Come Vicky Chick, che durante i dibattiti ha spesso tenuto a ricordarmi come nella Teoria generale Keynes avallasse una sorta di teoria del valore-lavoro. In una lunga tradizione che risale a Dudley Dillard, probabilmente il miglior articolo che propone una lettura della teoria del valore-lavoro di Marx con temi postkeynesiani (e soprattutto minskiani) è Wray (1998), in un volume collettaneo da me curato.
[20] Cfr., per uno dei luoghi in cui Marx ragiona lungo la linea qui accennata, i Grundrisse (Marx 1976, 285-286).
[21] Su tutti questi rimandi, si veda Bellofiore (2011a).
[22] L’espressione «value theory of labour» fu introdotta da Diane Elson, che sfortunatamente sostiene una lettura astorica o metastorica del lavoro astratto. Cfr. Elson (2016). Il saggio fu originariamente pubblicato nel 1979, e rappresenta una delle migliori risposte a Marx after Sraffa di Steedman (1980), all’epoca suo marito.
[23] Il riferimento qui è alle tesi di Graziani sul capitalismo come economia monetaria di produzione.
[24] Come mostro nel testo, il denaro come denaro – come risultato (e presupposto) dello scambio universale nell’economia monetaria – è una crisalide, nella misura in cui è la «incarnazione» del valore come fantasma. La crisalide deve mutarsi in farfalla, il denaro come denaro deve svilupparsi in «denaro come capitale». Questo può tuttavia accadere, da un punto di vista sistematico, esclusivamente quando il “fantasma” del valore diventa un vampiro, capitale (o piuttosto Capitale, con la maiuscola, il Soggetto) che «succhia» lavoro vivo (ai soggetti) nel processo «immediato» di valorizzazione.
[25] Su questo punto, la mia interpretazione converge con quelle di Arthur (2002) e Postone (1993) ma si veda anche Micaloni 2017). Su Postone, in questo stesso numero, si veda il contributo di Chris O’Kane.
[26] Sul capitolo 5 è presente in questo numero la lettura di Massimiliano Tomba.
[27] Si potrebbe sostenere, come mi ha scritto Chris Arthur in una conversazione privata, che «Hegel ha molto a cuore l’idea che lo Spirito riproduce sé stesso attraverso un conflitto costante, ma è in qualche modo già sempre garantito nel suo prevalere sulla sua alterità». La questione del superamento della refrattarietà alla sussunzione è cruciale, sebbene non esaurisca la problematica della costituzione. Nella teoria marxiana questo punto è sfortunatamente poco sviluppato.
[28] Cfr. Rubin (1976), sfortunatamente una traduzione soltanto parziale della terza edizione (1928).
[29] Per comprendere quale sia la posta in gioco è sufficiente guardare il passo che attirò l’attenzione di Sraffa nel 1940, tratto dal capitolo 14 (il 16 dell’edizione inglese citata dall’economista italiano) del libro primo del Capitale: «Prolungamento della giornata lavorativa oltre il punto in cui il lavoratore avrebbe prodotto solo un equivalente del valore della sua forza-lavoro». (Marx 2011, 556) Questo corrisponde all’estensione del lavoro vivo oltre il lavoro necessario (pagato). Il passo continua così: «e appropriazione di questo pluslavoro da parte del capitale, questa è la produzione del plusvalore assoluto» (Marx 2011, 556, corsivo nel testo). La definizione appena fornita, però, comprende a ben vedere sia il plusvalore assoluto, sia quello relativo. Con il plusvalore relativo il saggio del plusvalore può aumentare grazie a una diminuzione del lavoro necessario determinata da una più alta intensità della prestazione lavorativa o da un’accresciuta forza produttiva del lavoro, il che di nuovo corrisponde a un prolungamento del lavoro vivo al di sopra e al di là del lavoro necessario (pagato). In un caso il prolungamento è effettivo o assoluto, nell’altro è virtuale o relativo. Di fatto lo stesso Marx scrive, poco oltre: «Da un certo punto di vista la distinzione fra plusvalore assoluto e relativo pare in genere illusoria. Il plusvalore relativo è assoluto perché provoca il prolungamento assoluto della giornata lavorativa oltre il tempo di lavoro necessario all’esistenza del lavoratore stesso. Il plusvalore assoluto è relativo, perché provoca uno sviluppo della produttività del lavoro che permette di limitare il tempo di lavoro necessario a una parte della giornata lavorativa» (Marx 2011, 558).
[30] Cfr. il mio capitolo in Bellofiore e Carter (2014).
[31] Il punto è molto ben colto anche da Yanis Varoufakis, nel quarto capitolo («The Trouble with Humans: The source of radical indeterminacy and the touchstone of value») del suo libro di testo scritto con Joseph Halevi e Nicholas Theocarakis. Cfr. Varoufakis, Halevi, Theokarakis 2011. D’altra parte, sfortunatamente, nella versione di Varoufakis l’argomento di Marx viene frainteso assimilandolo a un argomento “umanista” in linea con il giovane Marx feuerbachiano.
[32] Il riferimento è all’interpretazione proposta da Duncan Foley (1986), Gérard Duménil (1980) e Simon Mohun (1994).
[33] Sulla trasformazione, cfr. Desai (1998a).
[34] Il capitolo 8 è presentato in questo numero da Maria Grazia Meriggi.
[35] Secondo Marx, «La forza-lavoro umana allo stato fluido (flüssigen Zustand), ovvero il lavoro umano, costituisce valore, ma non è valore», come scrive nel primo capitolo (61). La giornata lavorativa non è una quantità fissa ma fluida (fließende Große), come è scritto nel capitolo 10 (252). «Il capitale non si preoccupa della durata della vita della forza-lavoro. Quel che gli interessa è unicamente e soltanto il massimo di forza-lavoro che può essere resa liquida (flüssig gemacht) in una giornata lavorativa. Esso ottiene questo scopo abbreviando la durata della forza-lavoro, come un agricoltore avido aumenta i proventi dal suolo rapinandone la fertilità» (288). Questa «fluidità» è esattamente connessa a quanto lavoro vivo può essere reso “liquido” dalla forza-lavoro attaccata ai lavoratori come portatori umani della capacità di lavoro. Fluido e liquido sono qui sinonimi. Senza questa dimensione di «fluidità» e di liquidità variabile del lavoro estratto dai lavoratori, resta precluso l’accesso alla specificità della teoria del valore-lavoro di Marx, e quest’ultima diviene ridondante. Ecco perché la “fotografia” di Sraffa nel testo del 1960 avrebbe potuto essere letta come una critica a Marx – cosa che non è, se la fotografia viene reinserita nel contesto teorico complessivo dell’evoluzione del discorso di Sraffa dagli anni ’20 agli anni ’50 del secolo scorso. Come mostro nel testo, Sraffa ne era cosciente, e di fatto non ha mai giustapposto i suoi risultati alla teoria del valore-lavoro di Marx o alla prospettiva marxiana sull’origine del plusvalore (e sicuramente non dagli anni ’40). Si noti che questo argomento non ha a che fare con temi presenti nel libro secondo e terzo, ma anzi con il primo libro, e non può essere ridotto alla linea Dobb-Meek, come pure alcuni interpreti hanno fatto. Su questo, si veda di nuovo il mio contributo in Bellofiore, Carter (2014).
[36] Il capitolo 10 è letto in questo numero da Maria Turchetto. Nel capitolo 7 si trova una nota su Lucrezio a partire dalla quale Vittorio Morfino, nel saggio raccolto in questo numero, innesta un discorso in merito ai rapporti tra Marx e, non solo Lucrezio, ma anche Darwin e sullo sfondo Spinoza.
[37] Marx osserva che egli impiega il termine «tempo di lavoro necessario» per indicare il tempo necessario alla produzione di qualunque merce entro condizioni sociali date. Ma dovette usarlo anche per indicare il tempo necessario alla produzione della particolare merce forza-lavoro. Nel capitolo 7 egli nota che l’uso di uno stesso termine tecnico con diverse accezioni è, per quanto sconveniente, inevitabile, e che nessuna scienza può esserne del tutto esente.
[38] Affronta il nodo del sistema automatico di macchine alla luce dell’analogia tra capitale e Soggetto il saggio in questo numero della rivista di Luca Micaloni.
[39] Sulla natura «pratica» dell’astrazione del lavoro come astrazione reale insiste, del tutto a ragione, Chris Arthur, come anche Patrick Murray. Si vedano di quest’ultimo i lavori ripubblicati nella collezione The Mismeasure of Wealth (Murray 2016).
[40] Ribadisco che adotto qui la maniera di Sraffa di leggere gli autori passati a ritroso, cioè dal punto di vista di una interrogazione che noi formuliamo a partire dallo stato problematico della discussione cui partecipiamo: in questo senso, come scrisse Croce, ogni storia è storia contemporanea. Effettivamente, si può trovare lo stesso metodo di fare storia dell’analisi economica in economisti molto diversi tra loro come Marx, Schumpeter, Böhm-Bawerk, Keynes e altri. Una lettura di questo genere, retrospettiva, è appropriata nel caso dell’evoluzione del pensiero di Marx perché mostra come certi concetti non furono né semplicemente mantenuti, né del tutto abbandonati, ma radicalmente trasformati: la sterile opposizione tra continuismo e discontinuismo, spesso circolante tra gli interpreti di Marx, andrebbe del tutto superata.
[41] Si veda il mio saggio in questo numero su The Adventures of Vergesellschaftung (Bellofiore 2018a). In italiano ne è appena stata stampata una versione molto più ampia in forma di libro: si veda Bellofiore (2018b).
[42] La sesta sezione tratta del salario. Ne discute in questo numero Carla Filosa. Alla teoria dell’accumulazione in Marx è dedicato il saggio di Roberto Fineschi. La categoria marxiana di «esercito industriale di riserva» viene rivisitata da Guglielmo Forges Davanzati come «teoria della politica economica».
[43] Secondo Marx, il valore della forza-lavoro è in ultima analisi determinato dall’insieme di valori d’uso che occorre per la riproduzione della forza-lavoro. In tal maniera si dà conto delle merci acquistate dai lavoratori e del lavoro necessario (retribuito) che entra nella loro produzione: il lavoro necessario di Marx si riduce in ultima analisi al tempo di lavoro socialmente necessario a produrre le merci che sono beni di sussistenza. Tuttavia, la «riproduzione sociale» della forza-lavoro richiede lavoro domestico e lavoro di cura, che molto spesso costituisce un lavoro necessario non retribuito. Abbiamo qui a che fare con processi non capitalistici ed estranei alla forma di merce. Questo lavoro necessario non retribuito, sebbene non sia direttamente «produttivo» (di valore e plusvalore) è non di meno essenziale per il capitalismo, nella misura in cui “produce” i portatori umani della forza-lavoro. Il «lavoro necessario» deve dunque essere definito in modo più ampio di quanto evidentemente accade nel primo libro del Capitale, e definito in modo tale da consentire la sua suddivisione in una parte retribuita e in una parte non retribuita.
[44] Questo accento su un rallentamento della produttività piuttosto che sull’incremento dei salari si trova anche in Aglietta (1976) e nella prima école de la régulation, come anche in Andrew Glyn (2007).
[45] I corsivi sono miei.
[46] Napoleoni scrisse proprio in quegli anni circa la necessità di costruire una “via d’uscita politica” dal capitalismo. Cfr. Napoleoni (1974).
[47] Sul contributo di Suzanne de Brunhoff si può leggere in questo numero il saggio di Rebecca Carson seguito da un contributo di Etienne Balibar.
[48] Cfr. Foley (2000).
[49] In questo numero il capitolo 24 del primo libro (sulla cosiddetta accumulazione originaria) è presentato da Carla Maria Fabiani e Sebastiano Taccola. Sul capitolo 25 (sulla teoria della colonizzazione) si pubblicano le note di Edoarda Masi per il seminario sul Capitale dal 2005 al 2014, che tenni fuori dai curricula universitari (che queste cose non consentono più) con alcuni giovani valorosi, ma anche con Edoarda, Vittorio Rieser e Maria Grazia Meriggi. Altri contributi di questo numero trovano lì la loro origine, come i saggi di Tomba e Meriggi.
[50] Non è invecchiata la classica rassegna di Colletti e Napoleoni (1970).
[51] Una posizione che Michael Heinrich ribadisce nel saggio contenuto in questo numero della rivista.
[52] Cfr. Kalecki 1975. Le esportazioni interne possono essere tradotte nella spesa pubblica in disavanzo, finanziata dal sistema bancario, un equivalente delle esportazioni nette luxemburghiane. In entrambi i casi l’area capitalistica fa profitti monetari realizzandoli in parte nell’area non capitalistica.
[53] Su quanto segue, si veda il capitolo a mia firma in Bellofiore, Vertova (2014), come anche Bellofiore (2011c).
[54] L’articolo di Sarah O’ Connor si trova a questo link: https://www.ft.com/content/88fdc58e-754f-11e6-b60a-de4532d5ea35
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