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materialismostorico

Marxismo e filosofia della prassi

Recensione di Giulia Dettori

Marcello Mustè: Marxismo e filosofia della praxis. Da Labriola a Gramsci, Viella, Lecce 2018, pp. 332, ISBN: 9788867289967

0d3ac7f5c999dee14542a3e3b064885d w h mw mh cs cx cyIl libro di Marcello Mustè Marxismo e filosofia della praxis. Da Labriola a Gramsci è un’interessante e approfondita ricostruzione delle origini del marxismo teorico in Italia, una questione che l’autore indaga attraverso l’analisi del pensiero di Labriola, Croce, Gentile, Mondolfo e Gramsci. Il volume si articola in due parti – la prima da Labriola a Mondolfo e la seconda interamente incentrata su Gramsci – e si serve di un’ampia bibliografia che comprende le opere degli autori presi in esame, i carteggi e diversi studi condotti in precedenza sul medesimo tema. Sulla base di questo cospicuo materiale Mustè delinea, con un criterio che cerca di essere il più possibile cronologico, una traiettoria che parte dal 1895, anno di pubblicazione del primo saggio sul materialismo storico di Labriola (In memoria del manifesto dei comunisti), per arrivare al 1935, quando Gramsci porta a termine la stesura delle ultime note dei Quaderni del carcere. È questo l’arco di tempo in cui, secondo l’autore, nasce il paradigma caratteristico del marxismo italiano, il cui tratto originale, come si evince dal titolo dell’opera, è racchiuso nella formula “filosofia della praxis”, con la quale questi filosofi hanno cercato di svolgere in termini originali e di declinare in una forma nazionale il pensiero di Marx. A fare da sfondo a questa ricostruzione è il più generale contesto storico in cui si dipana la vicenda del movimento operaio europeo, che Mustè tiene sempre presente e con cui fa dialogare gli autori trattati per mettere in evidenza come la formazione di un paradigma marxista in Italia sia strettamente intrecciata alla più ampia vicenda del marxismo teorico e ai suoi passaggi storici fondamentali (l’edificazione della Seconda Internazionale e la sua crisi, generata dalla contrapposizione tra ortodossia e revisionismo, le due guerre mondiali, la rivoluzione bolscevica e la Terza Internazionale).

Il tema della filosofia della praxis rappresenta quindi il filo rosso che lega tra loro i diversi capitoli del volume e che – attraverso la biografia intellettuale di ciascuno dei filosofi presi in esame, dei quali sono messi in risalto non solo l’evoluzione di pensiero ma anche i punti di contatto e divergenza – scandisce nella sua elaborazione i diversi momenti della costruzione del marxismo italiano.

Mustè, come si è detto, rintraccia le origini della filosofia della praxis in Labriola, il quale articola il materialismo storico nei termini di un “comunismo critico” basato sull’idea che compito di una filosofia marxista sia quello di andare oltre l’involucro ideologico, cioè oltre quei veli che la storia «si mette da sé», per manifestare invece la genesi reale del processo storico e ricondurre i fatti della storia umana alla loro radice più profonda. La filosofia della praxis diventa così il midollo del materialismo storico: essa è il realistico e verticale regredire del pensiero alla sua genesi concreta. Dalla riflessione di Labriola si sviluppano due linee di pensiero molto diverse tra loro, quella di Croce e quella di Gentile, i quali, pur non essendo né marxisti né comunisti né socialisti, si trovano nella loro elaborazione teorica a fare i conti con il problema del marxismo e della sua filosofia, arricchendo e allo stesso tempo rendendo più complicata l’interpretazione della filosofia della praxis. Nel delineare la posizione di Croce (cap. II), Mustè ne mette in risalto il complesso rapporto con Labriola, del quale era allievo, seguendo la parabola teorica che lo porta dagli studi sul marxismo al loro abbandono e al passaggio all’estetica e alla costruzione di una filosofia dello spirito. Attraverso la critica del marxismo come filosofia della storia, Croce giunge a sostenere una posizione ben più radicale: il marxismo non può essere, in generale, concepito come filosofia ma può essere assunto solo come un utile «canone» per l’indagine storiografica. Liberato dal significato di teoria filosofica, il materialismo storico smarrisce in Croce ogni relazione di tipo fondativo con la prassi politica e dunque con la prospettiva rivoluzionaria del socialismo. Il tema di una filosofia della praxis è quindi abbandonato dal filosofo napoletano, il quale rivolge invece la sua analisi alle categorie economiche di Marx, elaborando la teoria del paragone ellittico. La tematica filosofica è invece recuperata da Gentile (cap. III), il quale ne propone una nuova analisi teoretica, basata soprattutto sulla traduzione delle Tesi su Feuerbach, un’opera di Marx che, come nota Mustè, avrà da quel momento un ruolo particolarmente importante nella formazione del marxismo italiano. Attraverso la lettura delle Tesi, Gentile giunge però a formulare una critica distruttiva nei confronti del marxismo e più in particolare del pensiero di Marx. Esplicitando un forte debito teorico nei confronti della scuola dell’idealismo napoletano, e dunque della riforma della dialettica inaugurata da Spaventa (debito che, come ha modo di mettere in rilievo Mustè, era invece rimasto implicito sia in Labriola che in Croce), Gentile mette in discussione la dialettica marxiana in quanto, fuorviata dal materialismo di Feuerbach, non avrebbe saputo mediare dialettica e materialismo.

Nella riflessione di Gentile, dunque, la filosofia della praxis non sembra più compatibile con il marxismo teorico. È invece la «concezione critico-pratica» di Mondolfo (cap. IV) a correggere le tesi di Gentile, reinterpretando in una chiave diversa il rapporto Marx-Feuerbach e riportando così le più importanti scoperte teoriche gentiliane all’interno del marxismo. Mondolfo costituisce quindi, come Mustè mette in evidenza, un momento fondamentale e un passaggio obbligato per lo sviluppo della filosofia della praxis. Una filosofia che, nella formulazione mondolfiana, diventa a tutti gli effetti un integrale umanismo e storicismo: essa è, «umwälzende Praxis», prassi che si rovescia, ovvero dialettica che si costituisce come un processo circolare in cui l’individuo crea forme sociali le quali retroagiscono a loro volta sulla sua volizione. Mustè, nota tuttavia come l’espressione «umwälzende Praxis», coniata dalle Tesi e tradotta per la prima volta da Gentile come “prassi che si rovescia”, si basi su una restituzione errata del termine “umwälzende”, un participio presente che andrebbe piuttosto tradotto con “rovesciante” o “che rovescia”, e abbia determinato così una lettura fuorviante, nonché strumentale, dell’opera di Marx. Questa errata traduzione giungerà fino a Gramsci, il quale la utilizzerà all’interno dei Quaderni. In ogni caso, correggendo il giudizio su Feuerbach, non solo Mondolfo elimina la contraddizione che Gentile individua tra dialettica e materialismo, ma riesce anche a risolvere il limite materialistico della riflessione di Labriola, limite contenuto nell’idea dell’«autocritica che è nelle cose stesse».

Le sue osservazioni sulla filosofia della prassi influenzano in parte la stessa riflessione di Gramsci, al quale Mustè, come si è detto, dedica la seconda parte del suo volume, a segnalare come l’autore dei Quaderni costituisca il culmine di questo percorso filosofico. È infatti Gramsci, il cui pensiero è indagato attraverso la ricostruzione del periodo carcerario e soprattutto della complessa vicenda della stesura dei Quaderni, a sviluppare in modo sistematico e a dare forma concreta alla filosofia della praxis, confrontandosi inevitabilmente con Labriola (al quale egli esplicitamente vuole ritornare), con Croce e con Gentile. L’analisi del pensiero di Gramsci viene affrontata da Mustè attraverso le molteplici declinazioni che nella sua ricerca carceraria assume il concetto di egemonia, punto di arrivo al quale il pensatore sardo giunge nella sua riflessione sulla filosofia della praxis. Questo concetto, come traspare dalle pagine del libro, presuppone un’analisi della modernità incentrata sul rapporto tra elemento nazionale e dimensione globale e cosmopolitica ma presuppone anche un’indagine sui fondamenti della politica nella quale il rapporto tra struttura e sovrastruttura, che insieme formano un «blocco storico», trova una esposizione differente rispetto alle riflessioni viste in precedenza. Gramsci aggiunge un nuovo elemento al tema della filosofia della praxis e alla sua identificazione di storia e filosofia: una teoria del soggetto politico, che egli avverte come una cogente necessità di fronte alla nuova fase dello sviluppo capitalistico e della disgregazione degli Stati nazionali. Se la filosofia della prassi era definita da Mondolfo come l’attività del soggetto che decostruisce e ricostruisce le condizioni oggettive, ovvero come la realtà stessa che questi ha prodotto, in Gramsci essa non possiede immediatamente la forza del rovesciamento ma necessita di una mediazione molto forte, la quale comprende l’intero terreno delle sovrastrutture e che è affidata al soggetto politico, e cioè a quella volontà collettiva che si esprime attraverso i partiti, definiti anche come un «moderno Principe». In questo modo Gramsci ripensa anche il concetto di “rivoluzione”, al quale sostituisce quello di «guerra di posizione».

Il principale merito del libro di Mustè non è solo quello di restituire in maniera vivida e approfondita le biografie intellettuali dei principali pensatori del marxismo teorico italiano, ma anche quello di mettere in risalto, attraverso queste biografie, in una visione organica e sistematica che lega tra loro le diverse tematiche, i tratti fondamentali della filosofia della prassi e la peculiarità della tradizione marxista italiana. Questa peculiarità, che emerge a partire da Labriola e attraversa la riflessione dei suoi successori per trovare forma compiuta in Gramsci, consiste nella ricerca, e in alcuni casi nell’affermazione, all’interno del marxismo, di una filosofia, di una visione del mondo, autonoma e irriducibile alle diverse combinazioni con altre discipline. La filosofia della praxis risulta infatti essere sia una radicale negazione del materialismo come fondamento filosofico del marxismo, sia un aperto rifiuto dell’idealismo nei suoi termini puramente speculativi, come sfera ideale che non tiene conto della genesi storica dei concetti. Al contrario, essa si pone come una concezione storica della realtà, che, conservando un profondo debito teorico nei confronti dell’hegelismo, declina il marxismo nei termini di una completa mondanizzazione, in cui teoria e prassi sono unificate attraverso il ruolo del soggetto politico. La filosofia della praxis determina così non solo un rifiuto degli esiti ai quali era giunto il marxismo europeo, ma più nello specifico una rottura con il socialismo italiano, che aveva declinato il marxismo nei termini di una sociologia e di uno strumento per l’indagine economica. Essa cerca invece di tornare direttamente a Marx per rintracciare, all’interno della sua opera, quel nucleo filosofico che ne fonda, restando però implicito, la concezione storica e politica. Tuttavia, nel portare avanti questa operazione, la filosofia della prassi instaura un rapporto selettivo e spesso deformante con il pensiero marxiano: in tutti i filosofi analizzati da Mustè, infatti, non si trovano mai né una lettura né un’interpretazione fedele dei testi di Marx: queste sono invece sempre condizionate dal più ampio contesto storico-politico, nonché dall’esigenza di mediare i principi costitutivi del marxismo con il patrimonio culturale nazionale. A partire da Labriola per arrivare a Gramsci e alla categoria di nazionale-popolare, il riferimento alla tradizione italiana è sempre costante: non solo, come si è visto, gioca un ruolo fondamentale il pensiero di Spaventa, con la sua riforma della dialettica hegeliana, ma pensatori come Bruno, Vico e Machiavelli (soltanto per citare i più importanti) diventano interlocutori fondamentali per la costruzione della filosofia della praxis, determinando sia la sua vocazione civile sia il suo continuo dialogo con la storia e la politica.

La rivendicazione dell’autonomia del marxismo come filosofia, il suo essere indipendente da ogni combinazione, nonché il suo stretto rapporto con il pensiero italiano sono in sintesi i tratti fondamentali del marxismo italiano e della sua declinazione nei termini di filosofia della prassi. L’importanza e la novità del libro di Mustè risiedono nell’aver saputo mettere bene in evidenza queste caratteristiche, che formano, come egli stesso scrive, «l’indice di una lunga storia intellettuale, attraverso cui la cultura italiana svolgerà, in forma caratteristica, il suo rapporto con l’opera di Marx» (p. 19). L’indagine su questa storia intellettuale si ferma, nel volume, all’elaborazione di Gramsci, ma le indicazioni di Mustè risultano valide anche per intraprendere una ricerca sugli esiti successivi di questo marxismo italiano, dal suo utilizzo nella politica culturale del Partito comunista italiano, durante la fase della ricostruzione postbellica, fino alla sua crisi negli anni Sessanta. Evidenziando le problematiche e i punti aporetici di questa costruzione, Mustè fornisce, infatti, anche un importante strumento di ricerca per comprenderne la successiva dissoluzione, offrendo al dibattito filosofico fecondi percorsi di riflessione.

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