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Article Index

 

 

L'inversione attraverso la concorrenza

Perché il capitale non vede che si sta storicamente scavando la propria fossa a causa della sua dipendenza dalla produzione di plusvalore relativo per mezzo dello sviluppo delle forze produttive? Ho già richiamato l'attenzione sul fatto che la categoria del plusvalore relativo (e quella del plusvalore stesso) non è una categoria di superficie che possa apparire nella coscienza dei rappresentanti del capitale monetario auto-valorizzantesi. La ragione di questo, in ultima analisi può essere trovata nel fatto che il capitale non appare mai veramente come capitale totale, ma solamente sempre - in qualsiasi forma - come capitale individuale in concorrenza. La categoria del valore presuppone quella dello scambio, e quindi in una forma nell'altra presuppone dei produttori privati che siano, in termini economici formali, indipendenti l'uno dall'altro. Anche nelle forme altamente sviluppate del capitalismo di Stato nel quale lo Stato appare non soltanto come l'ideale, ma sempre più anche come il reale capitalista totale, questi fatti fondamentali non posso essere realmente sospesi. Fintanto che esiste nella società la relazione di valore, ed insieme ad essa la produzione orientata alla produzione di valore, che a sua volta viene espressa nella forma denaro in quanto forma universale di circolazione, il punto di vista della totalità è nella realtà un'impossibilità pratica. Lo Stato e le sue autorità possono assumere la prospettiva della totalità del processo di riproduzione sociale solo in maniera esterna e formale, ma non secondo il suo contenuto (in quanto lo Stato come tale è di già l'espressione della separazione economica dei produttori sociali parziali e della loro asocialità nella produzione). I momenti di concorrenza devono pertanto sempre svilupparsi nuovamente, e ricrescere come le teste dell'idra, anche a livello della circolazione fra differenti Stati. Per il capitale individuale, il processo è riconoscibile nella sua interezza solo dal punto di vista dei partecipanti alla lotta sui mercati. Per lo Stato capitalista come ideale (e sempre più reale per quanto riguarda lo scambio esterno di valore) capitalista totale, il processo è riconoscibile solo dal punto di vista del rappresentante di un capitale totale della nazione nella lotta sui mercati e sfere di influenza. Per un blocco imperialista, il processo si rivela dal punto di vista di una coalizione di differenti capitali nazionali che lotta contro un altro blocco per i mercati e per le zone di influenza politiche e militari.

In queste lotte competitive il processo della produzione di valore non appare in alcun modo in accordo con il concetto teorico di riproduzione sociale totale, del cui punto di vista non si fa carico praticamente nessuno. Mentre il movimento in opposizione al plusvalore relativo, che tendenzialmente lo auto-cancella, è visibile dal punto di vista della riproduzione totale, ma rimane del tutto invisibile da quello del capitale individuale in competizione. Nella riproduzione totale, la produzione di plusvalore relativo appare come un'assurdità, in quanto essa porta ad un incremento nel tasso di plusvalore mentre allo stesso tempo fa decrescere la massa di plusvalore. Questo attiene - e non solo in teoria, ma anche in pratica - esclusivamente al processo nel suo insieme, ma non vale in nessun modo per ciascun capitale particolare, ragion per cui l'incremento individuale nel tasso di profitto (profitto extra) per mezzo di un incremento di produttività non viene pagato minimamente con una contemporanea decrescita nella massa di profitto. La logica dello sviluppo della produttività consiste nella produzione, nello stesso periodo di tempo, di più prodotti con meno forza lavoro umana. Considerato in astratto (cioè, prendendo in sé ogni capitale individuale), l'assurdo contromovimento del plusvalore relativo - cioè, del fatto che ci si appropria di più valore per lavoratore, mentre allo stesso tempo la massa del nuovo valore creato decresce, in quanto in totale è stato impiegato meno lavoro produttivo vivente - a questo livello di capitale individuale potrebbe anche rivelarsi. Comunque, questa considerazione rimane astratta in quanto il capitale individuale non si riproduce certamente solo di per sè, bensì lo fa dentro la relazione di concorrenza di molti capitali fra di loro. La produzione di plusvalore e la sua realizzazione nella circolazione - cioè, nei processi di scambio sul mercato - si diversifica per ciascun capitale. Diviene quindi necessario chiarire che cosa avviene a causa della relazione di concorrenza fra la produzione e la realizzazione nella circolazione.

Quando un capitale individuale raddoppia la produttività del suo aggregato totale (lavoro morto sotto forma di macchinario e lavoro vivente non sono distinti dal punto di vista del capitale, ma appaiono entrambi allo stesso modo come fattori di costo) nel mentre che allo stesso tempo riduce l'ammontare di lavoro vivente coinvolto nel processo, questo comporta in prima istanza una riduzione dei costi (l'ammortamento del macchinario migliorato è già stato preso in considerazione), e l'incremento dell'ammontare di prodotti materiali fabbricati - in questo caso, viene raddoppiato. Tuttavia, a causa della riduzione di lavoro vivente, questa aumentata quantità di prodotti individuali contiene una più piccola massa di valore, e quindi questo si verifica anche per ciascun prodotto individuale. Ma la riduzione assoluta nella massa di valore, in questo modo appare soltanto per quanto riguarda un capitale individuale che incrementa la sua produttività individuale. Ciascun prodotto individuale del capitale produttivo contiene meno valore rispetto al corrispondente prodotto sociale nella media, ma è soltanto questa media sociale ad essere valida sul mercato. Nella misura in cui è coinvolta l'espressione monetaria del valore della merce - e questa è l'unica questione di interesse pratico - tale espressione si raddoppia anch'essa per il capitale più produttivo, dal momento che questo appare sul mercato con una quantità doppiamente grande di prodotti materiali che posseggono il valore sociale medio di tale prodotto, che è ancora valido sul mercato. E' vero che quest'espressione monetaria consiste in prima istanza solamente del prezzo, e non ancora della realizzazione per mezzo della vendita, per cui la quantità raddoppiata di merci entra in un mercato limitato con un limitato potere di scambio. Ma naturalmente, il capitale più produttivo ora ha, rispetto a tutti gli altri partecipanti sul mercato, ampio spazio di manovra che può usare per abbassare i suoi prezzi e trovare acquirenti per la sua raddoppiata quantità di merci. Per quanto questo capitale debba ora - per poter conquistare la quota di mercato necessaria alla sua quantità raddoppiata di prodotti materiali - vendere la sua quantità raddoppiata di prodotti al di sotto del valore sociale medio che essi contengono al momento, il rapporto fra i costi assoluti di produzione e i ricavi assoluti di rendimento sono in ogni caso enormente a suo favore.

Qui, l'inversione della situazione reale della società nel suo insieme attraverso il movimento della competizione diventa chiaro. Nella riproduzione totale sociale del capitale nel suo insieme, la riduzione del lavoro produttivo vivente, ovunque avviene, porta naturalmente anche ad una riduzione nella massa totale di valore. Ma il capitale che ottiene questa riduzione nel lavoro vivente, così facendo si appropria di un profitto più elevato. Il processo reale, che appare in tal modo in forma invertita per il capitale individuale sulla superficie del mercato, è la mancanza di liquidità del valore di cambio astratto - la mancanza dei soldi - in rapporto alla rigidità e all'ingombro della massa di prodotti materiali. La massa di valore rappresentato nel valore d'uso materiale e la massa di merce denaro liquido stanno l'una rispetto all'altra in una relazione compensatoria perpetuamente oscillante, una relazione che è il prodotto di una sproporzionalità, e che assume forme incredibilmente complesse a livello di mercato mondiale. Se le industrie automobilistiche tedesche e giapponesi sviluppano una più alta produttività del lavoro di quella, per esempio, degli inglesi, questo di per sé significa che ogni automobile prodotta in Germania ed in Giappone contiene un quantità più piccola di lavoro umano astratto; cioè, se prendiamo come base la finzione sociale reale dell'oggettività del valore delle cose, una massa di valore più piccola. Questo inoltre, in termini assoluti, significa che nell'industria automobilistica tedesca e giapponese viene prodotta una massa di valore più piccola di quella prodotta nell'industria inglese, fino a quando non viene costruita una capacità produttiva addizionale. Ma sulla superficie del mercato, questa situazione appare completamente differente: proprio a causa della maggior produttività, dell'impiego di meno lavoro vivente, i capitalisti dell'automobile tedesca e giapponese producono a costi minori della loro controparte inglese - e questo è l'unico criterio ad essere di interesse per la comprensione economica borghese volgare e astratta - e può quindi offrire i suoi prodotti sul mercato in maniera più conveniente, ed è perciò in grado di buttare fuori dal mercato i fornitori inglesi e registrare comunque profitti extra alla fine del processo.

Nei fatti, quello che è accaduto è quanto segue: nonostante il fatto che in realtà producono meno valore, i capitalisti dell'automobile tedeschi e giapponesi possono catturare una massa più grande di merce denaro liquido nel processo di realizzazione del plusvalore di quanto possono fare i loro concorrenti inglesi - cioè, essi si sono fattivamente appropriati, per mezzo della redistribuzione sul mercato mondiale, di una porzione di plusvalore che viene prodotto in Inghilterra. Alla superficie del mercato, l'inversione del movimento reale appare in questo modo. Il capitale che riduce in termini assoluti la quantità capitalista totale di valore (che in quanto tale è la preoccupazione del capitale non particolare) per mezzo di una più alta produttività e per mezzo dell'eliminazione di lavoro vivente produttivo - cosa che taglia, cioè, il ramo su cui il capitalismo è seduto - viene premiato con un profitto extra e con una quota di mercato più grande, mentre allo stesso tempo il capitale che impiega più lavoro vivente produttivo (per merce) e pertanto mantiene la massa totale di valore, ed il valore in quanto valore, viene punito con la perdita di quote di mercato e con la non-realizzazione del plusvalore che ha prodotto.

Nella totalità di questo processo di redistribuzione, l'ineludibile legge del valore consiste nel fatto che l'industria automobilistica inglese si adagia su una porzione dei suoi prodotti - sul fatto che questi prodotti, cioè, rappresentano solo valore d'uso materiale, ma non possono più servire come valori di scambio. Cosa succeda a questi svalutati valori d'uso è ovvio: naturalmente non vengono dati ai poveri, ma sono inizialmente immagazzinati, e poi, a seconda delle loro proprietà materiali, possono essere completamente distrutti oppure riprocessati in materie prime e componenti: spappolati, fusi, bruciati, gettati in mare, qualsiasi cosa, ma comunque distrutti in quanto valore dal momento che non hanno trovato grazia presso la corte della regina delle merci, la moneta. In tutto il mondo, ogni giorno, ogni ora, valori d'uso di tutti i tipi vengono quindi arbitrariamente distrutti su una scala sempre crescente. L'umanità sacrifica ecatombi di torturante lavoro oggettivato, in una follia sempre più frenetica, all'oscuro, incomprensibile dio della propria socializzazione, alla legge del valore di scambio. Le antiche famiglie degli dei  dovrebbero esplodere di invidia. Questa pazzia diventa possibile solo grazie alla divergenza di produzione e circolazione, grazie alla liquidità del denaro ed alla perpetua redistribuzione del plusvalore, mediato dalla concorrenza, sul mercato mondiale.

Con quest'inversione attraverso la concorrenza che distoglie lo sguardo del capitale dalle conseguenze di tale processo a livello della riproduzione della società nel suo insieme - conseguenze che sono fatali per il modo di produzione del capitale - quello che Marx scrive sul capitale in quanto processo della propria oggettiva auto-abolizione diventa chiaro per la prima volta:

"Nella stessa misura in cui il tempo di lavoro – la mera quantità di lavoro – è posto dal capitale come unico elemento determinante, il lavoro immediato e la sua quantità scompaiono come principio determinante della produzione – della creazione di valori d’uso – e vengono ridotti ad una proporzione esigua, sia quantitativamente che qualitativamente - al momento certamente indispensabile, ma subalterno - rispetto al lavoro scientifico generale, all’applicazione tecnologica della scienze naturali da un lato, e rispetto alla produttività generale derivante dall’articolazione sociale nella produzione complessiva dall’altro; produttività generale che si presenta come dono naturale del lavoro sociale (benché sia, in realtà, prodotto storico). Il capitale lavora così alla propria dissoluzione come forma dominante della produzione." [*8].

Per un breve periodo, nel contesto storico, per quasi un secolo, la logica dell'auto-abolizione del capitale è rimasta nascosta, mentre il processo dell'espansione del capitale trovava ancora spazio per un suo ulteriore sviluppo nella capitalizzazione dei rami di produzione non-capitalista, e nella creazione di nuove industrie con lavoro ad alta intensità. Se questo processo di espansione oggi ha cominciato ad andare a sbattere contro i suoi limiti assoluti, l'inversione per mezzo della concorrenza non è stata certamente sospesa - piuttosto al contrario, la concorrenza si è accentuata, ed il processo di scientificazione ha accelerato, con tutte le conseguenze che questo ha per la società nel suo complesso. Esiste già a partire dall'inizio degli anni 1970 - cioè, sin dall'inizio della fase che rimane ancora oggi incompresa del ribaltamento della logica storica del capitale - una tendenza prevedibile secondo la quale lo spazio di manovra del mercato mondiale sta cominciando inesorabilmente a ridursi: stiamo attraversando una nuova (e finale, affermo io sulla base della linea di sviluppo di cui sopra) fase della lotta sui mercati, la quale non può essere negoziata né con mezzi economici né con mezzi militari e politici. Alla periferia delle società capitaliste industriali, in paesi come la Spagna, il Portogallo, e la Grecia, e in una certa misura anche nel nucleo dei paesi imperialisti come la Francia, l'Italia, e la Gran Bretagna, il processo spietato di redistribuzione del plusvalore, la cui massa si sta riducendo in tutto il mondo a causa del nuovo livello di socializzazione materiale, in interi rami dell'industria sta già arrivando all'agonia; anche la Repubblica Federale tedesca non è rimasta immune (crisi dell'acciaio e crisi della cantieristica navale).

I favoriti ed i profittatori della crisi, in questo processo di redistribuzione che sta diventando sempre più limitato - in primo luogo il Giappone, la Repubblica Federale tedesca, e (in un certo qual modo in misura minore) gli Stati Uniti - stanno cercando di riportare la ripresa e negare le conseguenze ammazza-lavoro delle nuove tecnologie socializzanti. Infatti, l'inversione per mezzo della concorrenza fa apparire in superficie come se i vincitori nel processo della realizzazione e della redistribuzione del plusvalore globale, mediato attraverso la concorrenza, riuscissero non solo a mantenere la loro posizione, ma fa sembrare come se fossero anche in grado di espandere temporaneamente la loro capacità di produzione, creando così nuovi posti di lavoro, e riuscendo ancora una volta ad incrementare di un po' la massa assoluta di plusvalore creata nei loro paesi. Quest'espansione, assolutamente reale per i paesi e per i capitali individuali che la realizzano, dentro il processo totale di riproduzione del capitale mondiale, è soltanto la parvenza di un'espansione. Non si basa su un processo di espansione del capitale nel suo insieme, ma si fonda esclusivamente sulla distruzione di altri capitali. I posti di lavoro in più non vengono creati per mezzo della microelettronica, ma attraverso la distruzione di posti di lavoro, di capitale e di merci negli altri paesi e da parte di altri capitali. La situazione per cui un capitale non può più crescere per mezzo dell'espansione su un terreno storicamente libero, ma lo può fare solamente a spese di altri capitali - situazione che in precedenti periodi dello sviluppo capitalista era limitata ai periodi di crisi - diventa ora una normalità permanente che non può più essere sospesa. Nelle ultime epoche della relazione capitalista, l'inversione per mezzo della concorrenza porta quindi necessariamente ad una spirale di guerre commerciali in continuo peggioramento. Le vittorie provvisorie della Repubblica Federale Tedesca e del Giappone su quel teatro di guerra che è il mercato mondiale si dimostreranno prima o poi delle vittorie di Pirro, e questo  nella stessa misura in cui il mercato mondiale tenderà a frammentarsi per mezzo della "cortina di ferro" politica del protezionismo (che nonostante tutte le asserzioni puramente ideologiche che affermano il contrario si è costantemente diffuso a partire da quegli infausti anni 1970), e quindi a strozzare l'economia di esportazione che è il vero motore dello sviluppo economico del Giappone e della Repubblica Federale Tedesca.

Ma dal momento che le maschere di carattere del capitale (ivi incluso un movimento sindacale che feticizza valore e salario come maschera di carattere del capitale variabile) sono orientate solo alla superficie delle apparenze e possono quindi muoversi solamente dentro le inversioni del processo reale per mezzo della concorrenza sul mercato mondiale, esse possono vedere solamente un'unica soluzione e dare tutte fiato alla stessa trombetta:

Ancora più razionalizzazione! Ancora più scientificazione! Non rimaniamo indietro nella corsa tecnologica!

E hanno ragione - insieme ad ogni piccolo vantaggio ottenuto sul mercato mondiale, scavano la fossa del sistema totale della valorizzazione del valore, la tomba di questo mondo oltre il quale non vogliono né sono neppure in grado di pensare. Negli ultimi decenni del ventesimo secolo, e alla vigilia del ventunesimo, le nazioni, in quanto maschere dell'auto-valorizzazione del valore, ci offrono perciò l'immagine di un folle branco di lupi che si strappano l'un l'altro ogni più piccolo pezzo di valore. Tutti i conflitti politici, e potenzialmente militari, di questa nuova epoca saranno (sempre più) non solo meri epifenomeni del processo di accumulazione capitalista, ma l'espressione immediata della fine storica di tale accumulazione - cioè, l'esaurimento della logica capitalista stessa. La relazione fra economia e politica assume così una nuova qualità.

 

Crisi e teorie della crisi

Per concludere, vorrei ora affrontare brevemente la questione del perché la teoria marxista non abbia elaborato finora l'aspetto reale della logica capitalista e della sua crisi, aspetto che è quanto meno implicitamente contenuto nell'opera di Marx. In questo contesto, i rudimenti storici della teoria marxista della crisi sono il primo punto di interesse. E' ben noto il fatto che Marx, in conformità con il carattere frammentario della sua colossale opera completa, non ha lasciato una teoria unificata della crisi. Il terzo volume del Capitale e le Teorie del Plusvalore, dove si possono trovare le dichiarazioni fondamentali circa la teoria della crisi, consistono quasi esclusivamente di frammenti che non sono stati elaborati in maniera definitiva. Questo punto di partenza editoriale ha portato storicamente di per sé ad una situazione per cui, nel dibattito marxista, ai singoli aspetti della teoria della crisi tralasciati da Marx che non erano stati completamente sviluppati all'interno di un sistema è stata conferita un'esistenza indipendete gli uni dagli altri.

Lo strato pià antico dell'interpretazione della teoria marxista della crisi nella Seconda Internazionale apppare essere una teoria di sovrapproduzione o di sottoconsumo (Engels, Kautsky, Luxemburg). Per tale teoria di sovrapproduzione, la crisi in quanto tale è in realtà semplicemente una conseguenza della contraddizione fra lo sviluppo della produttività del lavoro da una parte, e la carenza di potere di acquisto delle masse, limitato alla riproduzione del valore della merce forza lavoro, dall'altra. Ma la debolezza di questa apparentemente ovvia interpretazione è duplice. In primo luogo, essa fa derivare la crisi da un puro fenomeno di circolazione, e non dalla produzione stessa del plusvalore: è l'antenata delle illusioni di intervento politico nel processo capitalista di riproduzione (rafforzare il potere di acqquisto delle masse) che si vedono ancora oggi. Ma in secondo luogo, assume come suo fondamento la riproduzione semplice del capitale totale, e non il fatto storico dell'espansione del capitale in quanto relazione di produzione, mediata attraverso la produzione di plusvalore relativo. Nella riproduzione semplice, l'evidenza della contraddizione fra ristretto consumo di massa e sviluppo della produttività sarebbe venuta immediatamente alla luce; anche questa palese contraddizione, tuttavia, sarebbe stata un fenomeno derivato di superficie che avrebbe dovuto esso stesso essere attribuito alla tendenza fondamentale del valore ad essere sospeso nella produzione immediata. Comunque, l'accesso alla vera logica dello sviluppo del capitale era innanzitutto completamente bloccata dall'esistente espansione e dall'estensione continua della riproduzione del capitale in quanto meccanismo storico di compensanzione, e che quindi continuava a rimanere nascosto ed inaccessibile ai teorici della crisi, le cui teorie della crisi erano ossessionate dalla circolazione. Soltanto Rosa Luxemburg ha provato ad incorporare un momento storico sistematico nella teoria della crisi, e a presentarlo come logica dello sviluppo del capitale con dei limiti assoluti - purtroppo, però, secondo il punto di vista ristretto alla circolazione, in forma direttamente inversa, come presunto supporto della realizzazione capitalistica di plusvalore per mezzo di produttori (o consumatori) non-capitalisti e pre-capitalisti, anziché come un'espansione comprensatrice della massa di plusvalore attraverso l'incorporazione di lavoro produttivo vivente su una scala ancora più grande.

Esisteva quindi nella Seconda Internazionale un'idea diffusa riguardo il (potenzialmente imminente) collasso del capitalismo, ma solamente come una vaga idea che non veniva derivata in maniera concettualmente adeguata, e che non era per niente derivata dalla crepa nel concetto di lavoro produttivo e dalla sospensione del valore stesso - tranne che nella forma invertita di Rosa Luxemburg, l'idea di collasso difficilmente trova una formulazione esplicita in quanto teoria. L'idea diventa perciò facile preda del revisionismo bernsteiniano, che alla fine del secolo può fare apertamente appello allo sviluppo di superficie del più alto livello di espansione del capitale mai apparso. L'insistere sull'ortodossia da parte del kautskismo, dall'altra parte, rimane legnosa, dogmatica, e difensiva, in particolare per quel che concerne la questione del collasso. Mentre Bernstein rimproverava a Marx la sua teoria del collasso, pur ammettendo di non essere in grado di dare alla sua posizione un'espressione concreta nei concetti, richiamando l'attenzione sulla realtà empirica dell'espansione del capitale, che vi si opponeva, Kautsky rispondeva con l'asserzione addomesticata secondo cui una simile teoria del collasso non esisteva. Sia Bernstein che Kautsky, cioè, in ultima analisi vedevano il superamento del capitalismo a partire soltanto dall'azione sociale del proletariato, e non come un fondamentale oggettivo collasso delle circostanze stesse. Le loro posizioni, pertanto, differivano l'una dall'altra solo nelle sfumature. Nella crescente espansione imperialista del capitale, l'idea di collasso appariva come una sorta di fede ingenua, qualcosa di simile al credo dei primi cristiani secondo cui il messia sarebbe ben presto ritornato e ci sarebbe stata la fine del mondo e il giudizio finale - e i pochi sostenitori teorici e politici come Rosa Luxemburg venivano spinti ai margini. Da allora, si potrebbe parlare di soggettivismo riformista, che poi sarebbe stato completato da un soggettivismo rivoluzionario del marxismo occidentale, in una certa qual misura sulla scia della Scuola di Francoforte.

E' facile spiegare perché il bolscevismo russo era incapace di apportare qualsiasi inversione a questo riguardo. Se è vero che Lenin difendeva l'oggettività in quanto tale, filosoficamente e politicamente, contro il soggettivismo riformista e quello insurrezionista dell'ultra-sinistra, nondimeno era lontano da un'oggettiva teoria della crisi e del collasso quanto lo erano i socialdemocratici ed i rivoluzionari occidentali. Nel suo libro sull'imperialismo, la teoria della crisi viene toccata solo brevemente, e questo non è assolutamente una coincidenza. Perché la Russia, dove il capitalismo non si era minimamente sviluppato, faceva certamente parte dei mondi rimossi dalla devastazione della logica dell'accumulazione capitalista, ben lontano dal capitalismo occidentale (un fatto che potrebbe benissimo essere vero ancora oggi). Lenin quindi in tal modo non trovava alcuna base sociale per ricavare concettualmente e per sviluppare la teoria marxista della crisi. Alla fine della seconda guerra mondiale, né ad Est né ad Ovest, come ho suggerito prima, le rivoluzioni o i movimenti rivoluzionari facevano in alcun modo affidamento su una qualche fondamentale crisi economica, ma confidavano nella frantumazione delle situazioni, in prima istanza a partire dalla guerra stessa, dall'esistenza di per sé delle collisioni politiche del capitale, a quel tempo nel suo complesso ancora in una fase di crescita storica.

Per questa ragione, la prima preoccupazione teorica di Lenin poteva essere solamente l'analisi di un particolare livello a quel momento raggiunto - per la precisione, quello del capitale imperialista, altamente concentrato, punteggiato da elementi di capitalismo di Stato, che nelle sue espansioni storiche nel loro insieme non era arrivato in alcun modo a sbattere contro i limiti assoluti materiali - ed il presentare questo livello come la base oggettiva, non di un collasso dell'accumulazione storica in quanto tale e nel suo complesso, ma di una collisione politica del capitale nazionale imperialista e della risultante potenziale conscia azione politica della classe operaia, che in tutto il mondo sarebbe stata in grado di portare il processo di sviluppo capitalista ad un punto morto. Era solo in tal misura che si poteva parlare di imperialismo come "ultimo e supremo stadio del capitalismo". E in questa misura la rivoluzione bolscevica, e quel che in essa era specificamente socialista, si trovava in prima istanza politicamente determinata, sia immediatamente rispetto allo sviluppo capitalista della società russa e sia su una scala più grande rispetto alla situazione mondiale internazionale dello sviluppo della logica capitalista nel suo complesso. Non era possibile sviluppare un'adeguata teoria della crisi su una tale base teorica del leninismo. Questa carenza si vendicò immediatamente del fatto che Lenin aveva percettibilmente torto circa la sua valutazione della maturità della rivoluzione in occidente. Sarebbe del tutto ingiusto condannarlo per questo errore (che era difficilmente evitabile, data la sua situazione di partenza) con il senno di poi; il suo legittimo compito in quanto rivoluzionario era quello di sfruttare tutte le possibilità teoriche per la situazione rivoluzionaria veramente preesistente.

Nel dibattito e nella polemica marxista l'enfasi era posta sulla politica, la cui relativa indipendenza veniva esagerata in misura sempre più grande, con la conseguenza di una reificazione dogmatica della sfera politica e di una completa divergenza concettuale fra economia e politica. La crisi economica globale dell'inizio degli anni 1930 trovava quindi la teoria marxista della crisi in uno stato ancora più debole di quanto lo fosse prima, armata soltanto di armi arrugginite e spuntate. Henryk Grossman, che aveva riaperto il dibattito sulla teoria del collasso di Rosa Luxemburg ed aveva cercato di rifondarla criticamente, rimaneva, come Paul Mattick che si era unito a lui, relativamente solo e senza alcuna reale rappresentanza reale nel principali correnti teoriche. Nella loro critica di Rosa Luxemburg, Grossman e Mattick si ritraevano correttamente dalla circolazione verso la produzione di plusvalore, e determinavano l'essenza della crisi come la sovraccumulazione di capitale, che nella sfera della circolazione può apparire come sovrapproduzione, ma che non è essenzialmente determinata da questo fatto. Questo sviluppo nella teoria della crisi avveniva al costo che esso metteva da parte la teoria invertita di Rosa Luxemburg, la quale rimaneva fissata sulla circolazione, insieme alla sua feconda considerazione circa una logica dello sviluppo del capitale storicamente assolutamente finita. La ragione di questo può essere trovata nel fatto che Grossman e Mattick tornavano al processo di produzione, ma non alla contraddizione fra sviluppo della produttività e oggettività della produzione di valore. In tal misura, rimanevano quindi, come tutti i precedenti teorici della crisi, limitati ed immanenti al valore, e perciò incapaci di identificare la contraddizione nel concetto stesso di lavoro produttivo. Il tentativo di Grossman di aderire alla teoria del collasso rimanendo allo stesso tempo limitato ad un assai dubbio esempio matematico di immanenza del valore, che (come i primi dibattiti sulla crisi) aveva come punto di partenza non la derivazione concettuale del valore e del lavoro produttivo, bensì lo "schema di riproduzione" del secondo volume del Capitale, e che quindi rimaneva fin da subito prigioniero della mediazione a livello di superficie del mercato. Così alla fine Paul Mattick non aderisce più ad una teoria del collasso derivabile concretamente come aveva fatto Grossman.

Diventa perciò chiaro che la teoria marxista della crisi, finora, in realtà non è mai andata oltre un modo di osservazione immanente al valore, e non ha colto gli elementi di un'esplosione logico-storica della relazione di valore inclusa come tale nell'opera di Marx. Sia nelle teorie pertinenti alla realizzazione del plusvalore che in quelle che si riferiscono alla sua produzione, la questione della crisi viene esaminata solo dentro l'orizzonte della relazione quantitativa del valore e della sua analisi; la sproporzione viene esaminata solo all'interno della logica quantitativa del valore, e non in quanto sproporzione qualitativa nella relazione fra materia e valore. In altre parole, non è la relazione del valore a divenire obsoleta attraverso la crisi, ma solamente il meccanismo cieco di regolazione per mezzo del mercato; non è  la relazione di valore che collassa, ma semplicemente il relativo equilibrio del valore di scambio. A questo punto, la comprensione abbreviata della legge del valore emersa all'inizio di questo saggio riappare nel dibattito intorno alla teoria della crisi. Sarebbe sicuramente un errore a questo punto muoverle soltanto un'accusa astorica, e pertanto astratta. Dal momento che questa abbreviazione teorica è solo l'espressione ideale (sulla base del marxismo) di un'epoca in cui la relazione di capitale sta attraversando la crisi, anche in maniera tangibile, solo dentro i limiti della relazione di valore, e quella soglia oltre cui la relazione di valore comincerà a collassare non è stata ancora raggiunta.

Questa soglia verrà raggiunta soltanto oggi con le nuove tecnologie socializzanti, in cui convergono scienza naturale applicata e scienza del lavoro, e in questo modo per la prima volta viene permesso al sistema industriale di emergere dalla sua grezza forma embrionale. In tal senso, lo sfortunato termine di "post-industrialismo" non riconosce affatto il vero sviluppo. Il capitalismo può essere oggi storicamente decifrato come la grossolana, goffa, immatura, e sotto ogni aspetto sporca forma che precede la vera industria immediatamente sociale che soltanto oggi sta crescendo dalla spora del capitalismo che in questo modo esplode irrevocabilmente.

Ad ogni modo, la sinistra socialista e comunista, per quanto riguarda la crisi che sta arrivando e che è in parte già visibile, è ancor meno preparata di quanto lo fosse rispetto alla crisi dell'inizio degli anni 1930. La nuova epoca di accumulazione e prosperità dopo la seconda guerra mondiale ha fiaccato completamente la sua forza logica, così come ha anche lasciato il vecchio movimento operaio praticamente e politicamente mutilato e castrato. Il pensiero di una teoria del collasso suscita sagaci strizzatine d'occhio anche da parte dei cosiddetti radicali, anche se il problema non è mai stato spiegato concettualmente o teoricamente, ma si è meramente limitato a marcire nella palude della superficie empirica della realtà. E questioni come quella delle determinazioni - nell'opera di Marx ed Engels - di una riproduzione sociale che non sia fondata sul valore e che funzioni quindi senza denaro, nella migliore delle ipotesi scatenano nella sinistra una risatina imbarazzata. I teorici marxisti, sia quelli orientati verso il filone occidentale che quelli orientati verso il filone orientale del movimento operaio, hanno da tempo rimosso, dimenticato, e bruciato la critica fondamentale della relazione di valore - il valore in quanto tale viene accettato inconsciamente come una seconda natura. Ogni obiettivo, strategia e prassi socialista si riferiscono non alla sospensione della relazione di valore (e quindi del lavoro salariato) ma puramente e semplicemente alla forma del meccanismo di distribuzione sociale attuata per mezzo della legge del valore. Il risultato è l'opposizione assolutamente insulsa fra piano e mercato, dover il concetto di piano sociale rimane soggetto al feticcio del valore. La sospensione dell'individuo astratto della produzione di merce, che necessariamente manca da questo racconto, dev'essere, come è dimostrato in maniera particolarmente ripugnante dall socialismo poliziesco dell'est attualmente esistente, riportato sul soggetto senza pensarci. Non è per caso, allora, che il dibattito della Nuova Sinistra sull'alienazione porti alla neo-religiosità ed allo spiritualismo. Ma la primavera radicale della Sinistra soggettiva politica del 1968 è anche finita senza nemmeno un gemito. In ogni caso, tutte le teorie e le suggestioni della sinistra in senso lato che si riferiscono alle nuove manifestazioni sociali senza curarsi se si tratti di marxisti ortodossi o di socialisti di sinistra o di verdi-alternativi (Gorz), hanno una cosa in comune, quella che tutte quante si sottraggono alla questione della sospensione oggettiva e soggettiva della relazione di valore. Ma le nuove crisi del capitale, il cui contenuto consiste dello sviluppo della produttività che sospende il valore, non possono essere risolte e neanche semplicemente impedite né per mezzo dell'intervento politico esterno di Stato (keynesismo, capitalismo di Stato) né dall'ingenuo bricolage socio-politico come quello dei modelli dell'economia duale (Gorz, Huber).

Nel dire questo, fondamentalmente, non intendo sminuire in alcun modo il ruolo del soggetto: ogni vera rivoluzione deve procedere per mezzo del soggetto di una classe sociale e delle sue mediazioni politiche, E sarebbe un equivoco particolamente grande far derivare dalla delineazione concreta di una logica oggettiva del collasso del capitale che sta diventando una realtà storica, una qualche sorta di automatismo meccanico della transizione al socialismo. Piuttosto si tratta del caso opposto. L'alternativa marxiana che include la possibilità della transizione alla barbarie è l'unica che oggi sta diventando reale, e pertanto, per la prima volta, anche comprensibile. Poiché un collasso è esattamente nient'altro che un collasso: quali circostanze attuali si sviluppino da questo collasso dipende sempre, e continuerà a dipendere, dalle azioni concrete e dalla volontà degli esseri umani. Ma questo non andrà, e non può andare, oltre le circostanze oggettive che gli stessi esseri umani devono aver compreso nella loro oggettività al fine di essere in grado di diventare consapevolmente efficaci.

Tuttavia, non si è mai verificato alcun cambiamento storico fondamentale che avesse le sue cause nell'attuale maturità della relazione di capitale. Anche per il vecchio movimento operaio, che ha raggiunto il suo culmine storico e che ha avuto la sua possibilità alla fine della prima guerra mondiale, l'oggettività del capitale e quella del suo sviluppo erano la base e la precondizione di atti di volontà politica, seppure in un senso più generale di quello odierno. La logica del capitale non si era ancora esaurita, ma avrebbe potuto essere fermata e superata solo attraverso l'azione sociale portata secondo questa logica per mezzo di una coscienza altamente sviluppata. Certamente, il potenziale per fare questo esisteva, ma il movimento operaio occidentale, che da solo avrebbe potuto essere preso in considerazione per un simile atto, non aveva raggiunto un tale livello di coscienza. Ma per questo motivo la storia non si è fermata. Anche il fatto che la logica non è stata compresa rimane oggettivo e reale, diventa qualcosa che può essere sperimentato, e che alla fine causa sofferenza - fino al momento in cui se ne prende coscienza e diventa oggettività dacché non è più possibile fare altrimenti. Nella misura in cui la logica capitalista è esaurita e in decomposizione, questa pulsione comincia a diventare manifesta.

Significa certamente qualcosa il fatto che l'azione proletaria porti consapevolmente alla fine dell'accumulazione capitalista nel momento in cui questa stessa accumulazione non è ancora completamente esaurita, oppure se, al contrario, coscienza ed azione da parte della classe operaia vengono poste in essere dalla fine storica della possibilità di accumulazione nel momento in cui diventa oggettivamente palese, indipendentemente dalla volontà di coloro che essa colpisce. Nel primo caso, la classe organizzata consapevolmente trae vantaggio dalla sproporzione temporanea e dalle frizioni politiche e militari dell'ordine esistente, al fine di rovesciare tale ordine. Storicamente, queste possibilità sono rimaste inutilizzate, e non c'è nessuna strada che riporti indietro a quella situazione. Nel secondo caso - che è storicamente attuale e per lo più si trova davanti a noi - quest'ordine viene rovesciato come conseguenza delle sue stesse contraddizioni e collassa su sé stesso senza che allo stesso tempo si determini una nuova formazione sociale - né il ruolo del soggetto né la relativa indipendenza della forma politica della contraddizione vengono sospesi a causa di questo. L'"Hic Rhodus, hic salta!", tanto spesso citato, diventa per la sinistra una realtà, ma non nel modo che essa aveva immaginato.

Pubblicato su "Marxistische Kritik" Nr. 1, Marzo 1986- (traduzione di fs)

Fonte: Mediations - Journal of the Marxist Literary Group -

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NOTE:
[*1] - Gründerzeit, letteralmente "Epoca della fondazione" (tradotto all'epoca come "promozionismo"). Gründerzeit designa il periodo economico, in Germania ed Austria durante il 19° secolo, che precede immediatamente il grande crollo della Borsa del 1873.
[*2] - Per un più dettagliato approfondimento di questo punto, vedi: Karl Marx, "14° capitolo: Divisione del lavoro e manifattura" (in particola la V sezione: "Il carattere capitalista della manifattura") in "Capitale: Una critica dell'economia politica", Volume I".
[*3] - Michael Mauke, Die Klassentheorie von Marx und Engels (Frankfurt am Main: Europäische Verlagsanstalt, 1970) 156.
[*4] - Jürgen Habermas, "Technology and Science as 'Ideology,'" Toward a Rational Society: Student Protest, Science, and Politics, trans. by Jeremy J. Shapiro (Boston: Beacon Press, 1970) 104.
[*5] - K-Gruppen. era l'etichetta usata dai media nei confronti di un assortimento di organizzazioni, preminentemente maoiste, che hanno esercitato una forte influenza sulla Nuova Sinistra dalla fine degli anni 1960 ai 1970.
[*6] - Marx - Il Capitale - Volume III
[*7] - Marx - Il Capitale - Volume III
[*8] - Marx - Grundrisse -
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