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Melonellum: l’architettura della sopravvivenza e l’ombra lunga dell’autocrazia
di Mario Sommella
I costituzionalisti lanciano l’allarme sulla riforma elettorale: un premio di maggioranza abnorme, listini bloccati e la soglia dei tre quinti spalancano la porta a una democrazia a sovranità limitata
Non è una riforma. È un dispositivo di sopravvivenza politica travestito da ingegneria elettorale. Dopo il tentativo fallito di piegare la magistratura attraverso la riforma Nordio, affondato nelle urne del referendum di marzo, la destra di governo cambia obiettivo ma non metodo: se non si può manomettere il controllo di legalità, si manometteranno le regole della rappresentanza. Il Melonellum — come l’hanno già battezzato giuristi e costituzionalisti — è la prosecuzione con altri mezzi della stessa ambizione: sottrarre ai cittadini la facoltà di scegliere e consegnare al vincitore, chiunque esso sia, un potere sostanzialmente incontrollato. Una legge concepita non per riflettere la volontà popolare, ma per confezionarla su misura.
Il paradigma della legge truffa
Il richiamo alla «legge truffa» non è casuale né retorico. Nel 1953 fu la Democrazia Cristiana, spaventata dall’ascesa delle sinistre e dall’incognita post-degasperiana, a tentare l’operazione: un premio di maggioranza che avrebbe garantito al vincitore una quota abnorme di seggi. L’operazione fallì per poche migliaia di voti e divenne uno dei momenti più oscuri della storia repubblicana, un paradigma negativo da cui la cultura politica italiana ha impiegato decenni a liberarsi. Settantatré anni dopo, la tentazione torna e viene portata avanti con una brutale chiarezza di intenti che aggrava, se possibile, la natura di quell’antecedente.
Il Comitato di difesa costituzionale, presieduto da Massimo Villone, ha colto con precisione il nodo: non si tratta di un semplice aggiustamento tecnico, ma di un tentativo di riscrivere i rapporti di forza fra eletti ed elettori trasformando la rappresentanza in una scorciatoia plebiscitaria.
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Presentazione di 'Uno sguardo dal Fronte', di Fulvio Grimaldi
di Antonio Martone
Fulvio Grimaldi, Uno sguardo dal fronte, Lad edizioni, 2026
Fulvio Grimaldi, da Figlio della Lupa a rivoluzionario del ’68 a decano degli inviati di guerra in attività, ci racconta il secolo più controverso dei tempi moderni e forse di tutti i tempi. È la testimonianza di un osservatore, professionista dell’informazione, inviato di tutte le guerre, che siano conflitti con le armi, rivoluzioni colorate o meno, o lotte di classe. È lo sguardo di un attivista della ragione che distingue tra vero e falso, realtà e propaganda, tra quelli che ci fanno e quelli che ci sono. Uno sguardo dal fronte, appunto, inesorabilmente dalla parte dei “dannati della Terra”.
Quasi un secolo nel fronte degli aggrediti, feriti, soppressi, esclusi, ingannati, derubati, diffamati, resistenti e rivoluzionari.
Dal Rione Sanità bombardato dagli alleati, a Francoforte rasa al suolo, da Belfast a Mogadiscio, da Tripoli a Caracas, dall’Avana a Teheran, da Gaza a Baghdad, da Asmara a Damasco, da Beirut a Valle Giulia, da Hanoi a Belgrado, dalla BBC a Lotta Continua, dalla RAI al blog, dalla piazza al mondo.
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Il vero significato della Resistenza
di Eros Barone
Per parecchi anni ho pensato che era giusto ribadire il carattere (non solo politico e ideale ma anche) irriducibilmente metapolitico e, quindi, etico dell’antitesi tra fascismo e antifascismo. Un’antitesi che - così pensavo -, essendo eterna (in senso trascendentale), implica un’opposizione tra contrari che non contempla termini intermedi ed esclude, per definizione, qualsiasi possibilità di mediazione e, dunque, di pacificazione. Ritenevo perciò che, esattamente come accade con le coppie opposizionali ‘pari-dispari’, ‘legale-illegale’, ‘educativo-diseducativo’, anche quella tra fascismo e antifascismo fosse incomponibile. In questo senso, è da considerare perfettamente vero il corollario che inesorabilmente discende dalla dura logica degli opposti correlativi or ora evocata: il peggiore degli antifascisti sarà sempre migliore del migliore dei fascisti.
Sennonché, pur essendo vero, da un lato, che l’antifascismo esprime un’antitesi radicale ed è la negazione determinata del fascismo, ciò non significa, dall’altro, che esso sia un blocco unico e indifferenziato, come ìndica la compresenza, al suo interno, di diverse classi sociali e di diverse correnti politiche e ideologiche. In altri termini, vedendo l’uso opportunista e trasformista che dell’antifascismo operano forze politiche quali il Pd e la stessa Anpi, sono giunto alla conclusione che occorre prendere atto della relazione antitetica che intercorre fra l’antifascismo proletario e l’antifascismo borghese, e dunque comportarsi e agire di conseguenza.
Dal canto suo, Italo Calvino ha dimostrato di aver intuìto in modo geniale il carattere profondo dell’antitesi fascismo/antifascismo, scegliendo, nel suo magistrale esordio narrativo, Il sentiero dei nidi di ragno, di incarnare la Resistenza (non in una formazione partigiana disciplinata e impeccabile ma) in un gruppo di sbandati raccogliticcio, sciamannato ed eterogeneo, tra i cui componenti e il banditismo corre, talora strappandosi, la minima differenza di un sottile filo di seta.
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Trump impone a Israele la tregua in Libano. Netanyahu scioccato...
di Davide Malacaria
È la prima volta che il presidente degli Stati Uniti è così perentorio nei confronti dell'alleato mediorientale, tanto che Axios rivela che Netanyahu e soci sono rimasti "scioccati" dalla sua determinazione
“Israele non bombarderà più il Libano. Gli è VIETATO farlo dagli Stati Uniti. Basta così!!!”. Così Trump su Truth social. Un vero e proprio ordine ribadito in un’intervista ad Axios: “Israele deve fermarsi. Non possono continuare a far saltare in aria gli edifici. Non lo permetterò”.
È la prima volta che il presidente degli Stati Uniti è così perentorio nei confronti dell’alleato mediorientale, tanto che Axios rivela che Netanyahu e soci sono rimasti “scioccati” dalla sua determinazione, che peraltro contraddiceva, almeno secondo essi, quanto concordato nell’incontro tra la delegazione israeliana e il Segretario di Stato Marco Rubio avvenuta a Washington martedì scorso, nella quale si era stabilito che l’IDF si riservava il diritto di colpire “per legittima difesa, in qualsiasi momento, contro attacchi pianificati, imminenti o in corso”.
In pratica, nell’incontro con il neocon Rubio si era deciso per una tregua simile a quella entrata in vigore dopo il cessate il fuoco precedente, con Israele che l’ha violata quotidianamente adducendo motivazioni speciose e provocando centinaia di vittime.
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Il martello di Silvia e l’incudine del PD
di Michele Agagliate
La sindaca “federatrice” che prometteva Genova fino al 2030, ma ha già l’amo in bocca per Roma. Tra sondaggi-cannibale, selfie con le DJ e l’ira di Don Farinella: ecco come si sgonfia l’Anti-Meloni dei salotti.
Che rottura questa Silvia Salis. Ma, concretamente, cos’ha fatto di così speciale o eclatante per essere vista come la “reginetta del centrosinistra”, la futura federatrice del cosiddetto campo largo (o larghissimo, per meglio dire)?
A guardare il pedigree, sembra la versione politica di un set Lego: incastri perfetti per non scontentare nessuno. Figlia del custode di Villa Gentile (e via con la narrazione operaia e popolare), radici nel PCI del padre Eugenio (omaggio alla nostalgia), ma laureata alla Link University, l’ateneo prediletto dai “servizi” e dalla politica d’élite. Un mix che farebbe invidia a un alchimista del consenso. Eppure, tra un lancio del martello e una poltrona da vicepresidente vicaria del CONI gentilmente offerta dal Gran Maestro delle relazioni Giovanni Malagò, si fatica a trovare la scintilla della statista per acclamazione.
E così, nell’aprile 2026, ci ritroviamo a commentare il “miracolo Genova”. Eletta sindaca da meno di un anno, nel maggio 2025, la Salis è diventata istantaneamente il feticcio di un’area politica che non sa più a che santo votarsi. La vogliono a guidare il baraccone — e non è nemmeno del tutto colpa sua — perché risponde all’ossessione speculare della sinistra: contrapporre una donna a Giorgia Meloni.
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Le conseguenze dell'incompetenza
di Scott Ritter
Gli Stati Uniti hanno perso nettamente il primo round della guerra contro l'Iran. Se Trump decidesse di intraprendere un secondo round, i risultati sarebbero disastrosi per l'America e i suoi alleati. [Scott Ritter]
Per quasi 40 giorni, Israele e gli Stati Uniti hanno condotto un’estesa campagna aerea contro l’Iran, progettata per rovesciare il governo e sopprimere la capacità di difesa dell’Iran. Questa campagna non è riuscita a raggiungere nessuno degli obiettivi dichiarati. Al contrario, si è trasformata in un gioco di numeri in cui risultati gonfiati sono stati presentati a un pubblico acritico da professionisti militari e politici. Il governo iraniano non solo ha resistito ai tentativi di cambio di regime tramite decapitazione, ma ha addirittura rafforzato la sua presa sul potere quando il popolo iraniano, invece di rivoltarsi contro la Repubblica islamica, si è schierato dalla sua parte. Inoltre, anziché sopprimere la capacità dell’Iran di lanciare missili balistici e droni contro basi militari statunitensi, infrastrutture critiche negli Stati arabi del Golfo e Israele, l’Iran non solo ha mantenuto la sua capacità di colpire, ma ha schierato nuove generazioni di armi in grado di neutralizzare facilmente tutti i sistemi di difesa missilistica, intanto che, nell’utilizzare informazioni di intelligence che hanno permesso un puntamento preciso, ha distrutto infrastrutture militari critiche per un valore di decine di miliardi di dollari.
Gli esperti regionali avevano da tempo messo in guardia sulle conseguenze di un conflitto esistenziale con l’Iran, sottolineando che l’Iran non si sarebbe semplicemente lasciato annientare come Stato nazionale vitale senza garantire che anche le altre nazioni della regione fossero soggette a minacce esistenziali simili per la loro sopravvivenza, e che la sicurezza energetica globale sarebbe stata compromessa in modo tale da innescare una crisi economica mondiale.
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Chicken's Game
di Enrico Tomaselli
Alcune considerazioni a caldo, sull’ultima novità nel conflitto mediorientale.
Nell’immediato, la notizia di queste due settimane di cessate il fuoco ha avuto un duplice effetto: una flessione del prezzo del petrolio (tutto sommato inferiore a quella che ci si sarebbe potuti aspettare) e soprattutto l’offuscamento mediatico del colossale flop dell’operazione statunitense a Isfahan. E, ovviamente, ha rappresentato l’ennesima via d’uscita dal cul de sac in cui Trump s’era cacciato ancora una volta.
Al di là del trionfalismo statunitense, e di quello ancor più ridicolo degli emiratini, l’essere passati nel giro di poche ore dal “distruggeremo la vostra civiltà” al “negoziamo”, per di più accettando come base i 10 punti proposti da Teheran, è inequivocabilmente segno di una sconfitta. Ma questo non significa in alcun modo che si arriverà ad un accordo di pace definitivo, o anche solo duraturo. Il conflitto tra Israele e Iran, e soprattutto quello tra Stati Uniti e paesi leader del multilateralismo – di cui quello con la Repubblica Islamica è parte – non finisce adesso, e tanto meno così. Nella migliore delle ipotesi, stabilisce una tregua. Quanto duratura, si vedrà.
Che nel corso di queste due settimane si possa giungere a un qualche accordo mi sembra improbabile, poiché Trump ha detto di accettare i 10 punti iraniani come base solo per convincere Teheran, ma in sede di negoziato ritireranno sicuramente fuori le loro richieste massimaliste.
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L’attacco all’Iran rischia di far naufragare il sistema dei petrodollari
di Giacomo Gabellini
La Terza guerra del Golfo sta minando le fondamenta del predominio finanziario statunitense
Il conflitto in Medio Oriente sta spingendo le monarchie del Golfo a tagliare gli investimenti negli Stati Uniti per finanziare la ricostruzione interna. L’inefficacia di Washington nel proteggere i propri alleati locali e il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz compromettono la valuta statunitense. Con un debito verso i 40 trilioni di dollari, gli Usa vedono le banche centrali preferire l’oro ai Treasury Bond. L’egemonia monetaria degli Stati Uniti rischia di crollare sotto il peso di deficit e interessi crescenti.
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Tra i suoi molteplici effetti a cascata, la guerra scatenata dalla coalizione israelo-statunitense contro l’Iran ha indotto le monarchie arabe del Golfo Persico a riconsiderare radicalmente la reale consistenza delle garanzie di sicurezza statunitensi. Dall’inizio del conflitto, la rappresaglia iraniana si è concentrata non soltanto su Israele.
Teheran ha colpito anche le basi militari statunitensi impiantate presso i Paesi inquadrati nel Consiglio per la Cooperazione del Golfo, nonché le infrastrutture energetiche preposte all’estrazione, alla raffinazione e allo stoccaggio di petrolio e gas. QatarEnergy si è addirittura ritrovata nella necessità di invocare la forza maggiore per ufficializzare l’impossibilità a onorare i contratti di fornitura a lungo termine siglati con Belgio, Cina, Corea del Sud e Italia per un periodo di cinque anni.
Soltanto nelle prime quattro settimane di conflitto, la distruzione arrecata all’infrastruttura energetica del Golfo Persico ha raggiunto una portata tale da rendere necessari anni per riparare gli impianti, ripristinare la produzione ai ritmi prebellici e riorganizzare il traffico marittimo.
Per le monarchie arabe del Golfo Persico, le esigenze domestiche legate alla ricostruzione sono destinate ad assorbire enormi risorse negli anni a venire.
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Propaganda UE e pragmatismo bulgaro
di Michele Paris
Non c’è stato nemmeno il tempo per l’Unione Europea di godersi la sconfitta di Orbán in Ungheria che gli elettori bulgari hanno consegnato una nettissima vittoria, nelle elezioni del fine settimana, a una nuova forza politica che Bruxelles e la stampa ufficiale hanno da tempo classificato come “filo-russa”. Quest’ultima è il partito Bulgaria Progressista (PB) dell’ex presidente, Rumen Radev, capace di presentarsi come l’uomo (forte) giusto al momento giusto con due semplici messaggi: mettere fine alla gestione mafioso-oligarchica del potere e ristabilire relazioni normali – e, soprattutto, vantaggiose per la Bulgaria – con la Russia. Come in Ungheria, anche qui la burocrazia europea e la classe dirigente europeista indigena avevano denunciato le fantomatiche “interferenze” del Cremlino, ma è bastato il discredito degli ultimi governi e una situazione economica a dir poco precaria a mobilitare un numero insolitamente alto di votanti che ha deciso di provare finalmente a voltare pagina.
La dimensione della crisi politica che attraversa il più povero dei paesi UE è spiegata da un dato: quelle di domenica sono state le settime elezioni anticipate in cinque anni. L’instabilità ha dominato il quadro domestico almeno dalle dimissioni nel 2021 dell’allora primo ministro conservatore, Boyko Borissov, in seguito all’esplosione di proteste popolari contro ingiustizie, povertà e corruzione diffusa. Da allora, nessuno dei gabinetti che si sono susseguiti è durato più di un anno. Le elezioni di domenica erano state indette dopo le ennesime manifestazioni di piazza, questa volta contro il governo del premier Rosen Zhelyazkov, anch’egli dimessosi a novembre e poi sostituito a febbraio da un esecutivo ad interim.
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Il pianeta Marx ancora nel dettaglio: la mercanzia come feticcio
Cronache marXZiane n. 20
di Giorgio Gattei
«La merce è una cosa imbrogliatissima»
(K. Marx, Il Capitale)
1. Così come la reificazione indotta dalla presenza della “forma di merce”, quale connotato universale dei rapporti economici, produce effetti radicali sulla figura del suo produttore (vedi la Cronaca precedente), altrettanto succede per il consumatore che non gode più di un valor d’uso autoprodotto, ma consuma qualcosa che altri hanno prodotto e che ha acquistato sul mercato e la differenza non può non esserci, proprio come «la fame è la fame, ma la fame che viene placata con carne cotta mangiata con forchetta e coltello è una fame diversa da quella che divora carne cruda con l’aiuto di mani, unghie e denti» (K. Marx, Introduzione del 1857). È per questo che nel Capitale più non si parla di “alienazione ideologica”, come negli scritti marxiani giovanili, bensì di «feticismo che si appiccica ai prodotti del lavoro appena vengono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla produzione delle merci». La differenza è decisiva (benché ci sia ancora chi considera i due termini equivalenti) perché, se «l’uomo è dominato nella religione dall’opera della propria testa, nella produzione capitalistica è dominato dall’opera della propria mano». Si capisca bene: un conto sono le alienazioni religiose, politiche o filosofiche che producono nella coscienza le categorie astratte di Dio, dello Stato e della Idea alle quali ci si sottomette nella pratica, ben diverso è invece il caso della merce il cui acquisto è maledettamente concreto e il cui consumo assicura una soddisfazione materiale, che in dottrina si chiama “utilità” e che all’aumentare delle dosi consumate decresce fino al punto limite di massimo godimento della sazietà, che non è affatto illusoria. E così, se ci vuole tanta fede per credere che nell’ostia consacrata sia presente il corpo di Cristo o che la bandiera nazionale rappresenti la Patria o che il partito persegua sempre e comunque l’Idea, nulla occorre per avvertire nel consumo della madeleine di Proust quel sapore di vaniglia che «di colpo mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità allo stesso modo in cui agisce l’amore, colmandomi di una essenza preziosa: o meglio questa essenza non era in me, era me stesso.
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