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La dottrina sociale della Chiesa cattolica fra continuità e discontinuità
Le religioni monoteistiche: sovrastrutture di “lunga durata”
di Eros Barone
1. La morte di papa Francesco e l’elezione del nuovo papa nella persona del cardinale statunitense Robert Francis Prevost, il quale ha scelto per caratterizzare il suo pontificato di chiamarsi Leone XIV, hanno richiamato l’attenzione del movimento di classe sulla crescente importanza di un’organizzazione - la Chiesa cattolica, per l’appunto – che esiste da oltre duemila anni, pur con vari adattamenti e con diversi gradi di influenza rispetto ai diversi modi di produzione (da quello schiavistico a quello feudale e da questo al modo di produzione capitalistico), e costituisce un fattore non secondario sia nella dinamica socio-politica e ideologica italiana sia in quella internazionale.
La natura anfibologica e proteiforme delle religioni (non solo del cristianesimo ma anche dell’ebraismo e dell’islamismo, per limitarci alle tre grandi religioni monoteistiche) spiega in parte la ‘lunga durata’ di certe sovrastrutture (non solo religiose ma anche filosofiche, giuridiche e artistiche): si tratta di un fenomeno su cui hanno acutamente riflettuto Marx ed Engels, i quali hanno posto in luce tanto le corrispondenze tra la base e le sovrastrutture quanto lo ‘sviluppo ineguale’ o la dissimmetria, fatta di ritardi e di anticipazioni, fra l’una e le altre. Occorre inoltre considerare un aspetto a cui raramente si presta attenzione, e cioè che la Chiesa, in quanto organizzazione gerarchica e centralizzata contrapposta alle prime comunità cristiane, che erano di natura del tutto differente, reca in sé stessa il codice ‘negativo’ della propria costituzione ed esistenza, essendo il prodotto della mancata ‘parousia’ (III secolo d. C.) e del conseguente patto costantiniano con l’Impero romano (IV secolo d. C.).
È poi opportuno sottolineare, per quanto concerne la problematica del rapporto tra Stato e Chiesa, che esiste una differenza assai profonda tra formazioni economico-sociali in cui la sovrastruttura dominante è quella religiosa (tali sono quella medievale in Europa, per lo meno fino alla rivoluzione francese, e attualmente quelle di un certo numero di paesi arabo-islamici) e formazioni economico-sociali in cui la sovrastruttura dominante è quella giuridico-politica (tali sono le formazioni esistenti ed operanti nei paesi europei e americani e in un certo numero di paesi asiatici).
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Tirare il freno. Il paradosso delle Environmental Humanities
di Onofrio Romano
Ogni disciplina nasce quando qualcosa che sembrava ovvio smette di esserlo. La sociologia nasce nella seconda metà dell’Ottocento, quando l’ordine sociale cessa di apparire come un dato naturale e diventa una risorsa scarsa, minacciata, contendibile. Le Environmental Humanities nascono in circostanze non troppo diverse: quando a entrare in crisi non è soltanto un assetto istituzionale, ma il rapporto stesso tra la vita umana e il mondo che la sostiene.
Da qualche decennio, all’interno di alcuni cenacoli politico-intellettuali, lo spettro della crisi ecologica si fa pervasivo: diventa il problema fondamentale del nostro tempo, il nodo che strozza l’orizzonte del futuro. E, soprattutto, diventa un problema che non si lascia ricondurre a un semplice technical fix: non basta cambiare un carburante, aggiustare un motore. La crisi mette in gioco i discorsi che modellano i comportamenti, le immagini del mondo, le narrazioni che regolano la relazione fra umano e non umano. Segnala l’inadeguatezza di un intero immaginario.
Le EH si presentano così come un tentativo di fare luce sulle dimensioni culturali della crisi, incrociando narrazioni prodotte dalla società, dalla scienza, dalla letteratura, tenendo insieme connessione fra sfere esistenziali e pluralità dei modi di conoscenza. Il loro tratto distintivo è l’intreccio: tra discipline umanistiche, scienze sociali e scienze ambientali; tra analisi e concern; tra la ricerca e una progettualità implicitamente politica ed educativa.
Fin qui, nulla da eccepire. Il problema nasce un passo dopo. Perché proprio nel momento in cui le EH si propongono di contrastare ciò che Luigi Pellizzoni chiama il «dominio neoliberale della natura», esse rischiano — e spesso finiscono — per adottarne inconsapevolmente la forma. Questo è il loro paradosso. E, come tutti i paradossi interessanti, non è un incidente locale: è un sintomo generale delle culture critiche del neoliberismo.
Per capire di che paradosso si tratti occorre introdurre una distinzione brutale ma necessaria: quella tra valori e forme.
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Neoliberalismo totalitario. Che fare?
di Laura Bazzicalupo
L'errore peggiore è sottovalutare la capacità del neoliberalismo di penetrare nelle anime. Ma è un errore anche sopravvalutarne la forza. Il neoliberalismo è sfociato oggi in un regime di guerra permanente. Una versione securitaria e autoritaria: evidentemente contestata e contestabile
Cosa significa liberalismo totalitario? sembra un paradosso! E intendiamo scioglierlo: perché nel liberalismo la vocazione totalitaria è implicita e nel neoliberalismo è costruita consapevolmente sin dall’inizio.
Perché parliamo di totalitarismo?
Diciamo che una politica è totalitaria quando penetra oltre l’istituzione politica nell’intera vita sociale. Quando la totalizza in un’unica forma di vita, escludendo qualsiasi limite e qualsiasi alternativa. Il liberalismo è una creatura sfuggente, ambigua.
Fa leva su una conquista base della cultura politica moderna: la libertà. Ma la piega ad una interpretazione disegualitaria e individualista: in netto contrasto con la logica democratica dell’uguaglianza e della solidarietà, la “egaliberté”. Aggiungerei che mentre la democrazia è esplicitamente politica (poiché la uguaglianza deve essere costruita politicamente), la libertà della narrazione liberale si presume naturale e nasconde quello che è invece da sempre il suo obiettivo politico. Come tutte le ideologie, sostiene un progetto politico e lo nasconde, spoliticizzandolo.
Il suo preciso e costante progetto politico è liberare l’economia (capitalista) da qualunque contrappeso: l’intervento sovrano, le pretese dei lavoratori, gli interessi organizzati, i vincoli democratici, le lotte sindacali o le persone che vogliono un altro tipo di vita. Rimuovere gli ostacoli alle operazioni del capitale, liberarle dal conflitto. E liberarsi dal conflitto è appunto il totalitarismo.
Aggiungiamo subito che gli altri obiettivi della dottrina sono subordinati: per esempio, si accantona il libero scambio in congiunture nelle quali diventa sfavorevole. Lo Stato minimo: è minimo nelle politiche di welfare, ma forte, molto forte, nella imposizione della logica del mercato e dell’ordine sociale.
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L’escalation al buio di Trump e Netanyahu porta al disastro energetico
di Gianandrea Gaiani
Non sanno come uscire dal disastro che hanno provocato e quindi cercano di tirarci dentro tutti. In estrema e semplificata sintesi Stati Uniti e Israele sembrano voler allargare al mondo intero le conseguenze della guerra nel Golfo dopo essersi infilati in un vicolo cieco con l’Iran, rivelatosi un osso ben più duro del previsto come avevano fatto trapelare fin dall’inizio delle ostilità diversi esponenti militari e dell’intelligence statunitense
Lo confermano anche le dimissioni del capo dell’antiterrorismo USA, Joseph Kent, “trumpiano di ferro” che ha lasciato l’incarico accusando la Casa Bianca di aver voluto una guerra immotivata.
Nella lettera su X, Kent ha negato che vi fosse una minaccia imminente iraniana per gli Stati Uniti e denuncia le pressioni israeliane e di gruppi influenti statunitensi filo-israeliani per muovere guerra a Teheran. Kent parla apertamente di “menzogna”, evocando il fantasma della Guerra in Iraq come monito ignorato.
Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha respinto l’accusa secondo cui Israele avrebbe “trascinato gli Stati Uniti in un conflitto con l’Iran” definendola falsa, sostenendo che Trump “prende sempre le sue decisioni in base a ciò che ritiene sia meglio per l’America” e parlando di “stretta coordinazione” tra Israele e gli Stati Uniti nel corso dell’attacco all’Iran. Netanyahu ha poi affermato che “l’Iran oggi non ha alcuna possibilità di produrre uranio né di produrre missili balistici”.
La versione di Kent trova però sostegno anche nelle dichiarazioni del ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, che all’Economist definisce la guerra all’Iran una “catastrofe” e il segno che l’Amministrazione Trump “ha perso il controllo della sua politica estera”.
Albusaidi, mediatore dei negoziati di febbraio, ha precisato che un accordo fra Teheran e Washington “era davvero possibile”. I due Paesi sono arrivati vicini a un accordo due volte negli ultimi nove mesi, incluso a giugno dello scorso anno, prima della guerra dei 12 giorni, ha aggiunto.
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Cos’è un gatekeeper?
di Andrea Zhok
Un gatekeeper (letteralmente guardiano del cancello) è chi incanala le energie di protesta o rivolta di una collettività indirizzandola verso obiettivi innocui o fittizi. Questa definizione mi è venuta in mente guardando alla manifestazione “No Kings” in Italia (ma non solo).
Dico subito che è importantissimo che molte persone abbiano preso l’iniziativa di farsi sentire e di scendere in piazza per esprimere un dissenso, un disagio, una protesta. So per certo che molti hanno partecipato mossi da una sacrosanta indignazione contro il genocidio palestinese, contro la diffusione di uno spirito bellicista e orizzonti di guerra. Mi pare una bella cosa e dunque sono lontano anni luce dal criticarli. Ma un elemento di cautela è necessario.
La manifestazione si muove sotto uno slogan guida, una parola d’ordine: “No Kings”. Che diavolo vuol dire? Perché è stato scelto questo slogan? Si tratta di uno slogan di importazione da proteste antitrumpiane avvenute negli USA. E la prima domanda che emerge è: perché dobbiamo andare a traino di una protesta che legittimamente alcuni cittadini statunitensi hanno mosso al loro presidente? Non ce la si faceva a usare uno slogan in italiano e mirato a un obiettivo italiano?
E qui emerge un’aggravante. Se si fosse protestato per qualcosa di preciso: contro il riarmo forzoso, contro il nostro coinvolgimento obtorto collo in guerre che non ci riguardano (ma di cui paghiamo le conseguenze), contro l’aggressione unilaterale israelo-statunitense all’Iran, o altro, un sacco di pupazzi travestiti da opposizione parlamentare non si sarebbero potuti presentare in piazza.
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Un'umiliazione impensabile
di Andrea Cecchi
L'accordo "impensabile" che gli Stati Uniti hanno appena offerto a Cina e Venezuela
“Andava combattendo ed era morto” si trova nell’Orlando Innamorato di Boiardo; è una citazione che mostra come Orlando, ferito mortalmente da Agricane durante un duello (dopo averlo decapitato, ma il colpo era stato così veloce che il corpo continuava a combattere), non si accorgesse della propria morte, continuando a lottare finché non cade, un momento che simboleggia la fatalità dell’amore e l’incredibile forza che esso conferisce anche di fronte alla morte.
Nel caso degli USA, la furia cieca è quella dell’innamorato del POTERE. Un potere dato dal monopolio del debito. Un potere “decapitato” che continua ad andare combattendo, ma che è morto!
Con questa newsletter, vorrei condividere la trascrizione di un video di YouTube che ho trovato molto interessante. L’analisi ci pone di fronte a un momento cruciale. Un momento in cui si sta scrivendo la storia. Stiamo vivendo i giorni che segnano il punto in cui il mondo come lo conosciamo non sarà più lo stesso di prima. Ho già approfondito queste tesi nella mia newsletter.
Ma quello che stiamo per apprendere è, a mio parere, la migliore descrizione finora fornita, per il 2025, di ciò che sta realmente accadendo. La struttura del potere mondiale sta cambiando rapidamente, quindi è meglio considerare ciò che sta accadendo, con una mente aperta e con un piano per affrontare al meglio questo sconvolgimento geopolitico globale. Condivido anche le considerazioni finali, ovvero che dopo un periodo di difficoltà, quello del GRANDE RESET, ci attende un nuovo sistema basato su risorse reali. Quindi guardiamo a questa fase come a quella in cui un organismo obeso e aggressivo viene messo a dieta ferrea. All’inizio sarà dura, ma poi si va a stare meglio.
«C’è un vecchio detto in geopolitica: puoi essere un impero o un debitore. Ma non puoi essere entrambi. Per 80 anni, gli Stati Uniti hanno sfidato questa regola.
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Ma dov’è finito il pensiero critico?
di Gaetano Azzariti
Per Gaetano Azzariti l’afonia del pensiero critico non è la conseguenza inevitabile della fine delle “grandi narrazioni”. Ma il frutto di un rifiuto a fare i conti con il momento istituzionale. Sul banco degli imputati: l’operaismo di Mario Tronti, il pensiero della differenza, l’uso alternativo del diritto. Ne pubblichiamo un denso estratto
«Un passaggio autocritico, doloroso, perché guarda ai propri fallimenti anziché ai propri successi, ai propri torti e non invece alle proprie ragioni. Ma è un passaggio ormai necessario compiere. Una riflessione che deve essere svolta da parte di chi non può essere sospettato di voler semplicemente rinnegare la propria storia, ma che rivendica al contrario la vitalità dei propri principi”. “Detto in sintesi: le correnti più avanzate del pensiero critico del Novecento hanno tutte – ciascuna a suo modo – sottovalutato il “momento istituzionale”. Una forca caudina per chi vuole cambiare stabilmente la realtà del presente. Un passaggio – portare la critica sociale dentro le politiche istituzionali – sofferto, che sarebbe stato necessario effettuare, ma che nessuno dei movimenti di protesta radicale è riuscito a compiere. Finendo per tener distaccati i due lati inseparabili della democrazia (il demos e il kratos), rinunciando a dare forma a quella che chiameremo la democrazia strutturata, per lasciare il campo ad una desolante democrazia disgregata (…)».
La protesta senza “città futura”
«Non si è trattato solo di miopia, spesso è stato il frutto di un rifiuto. Il rompere le righe del pensiero non conformista che finalmente va oltre gli argini, ma senza poi riuscire a trovare un diverso equilibrio di sistema; la forza dei movimenti che nascono di protesta, conquistano soggettività e riconoscimento sociale, ma poi difficilmente riescono a non snaturarsi quando si “istituzionalizzano”, diventando parte del sistema dei poteri; la difficoltà di trasformare, se non proprio rivoluzionare, le logiche istituzionali e politiche sino a quel momento dominanti, le quali troppo spesso sono esse che riescono ad addomesticare, sino a riassorbire entro l’autonomia dell’organizzazione, le spinte più radicali; la diffidenza espressa da chiunque voglia mutare lo stato delle cose nei confronti di uno strumento di per sé ambiguo qual è il diritto, che certamente è posto a garanzia del dominio, ma ha rappresentato anche – sempre nella storia – lo strumento di emancipazione e affermazione dei nuovi diritti; l’irruenza rivoluzionaria che promette di conseguire lo scopo senza bisogno di attendere o coinvolgere i tempi lunghi e i luoghi incerti delle istituzioni; la prosopopea degli intellettuali, dei giuristi in specie, che ritengono di poter avvalersi del diritto asservendolo a ogni scopo, ponendolo al servizio di ogni causa, dimenticando che nel rapporto tra fatto e diritto è questo che perlopiù conforma quello o che comunque la dialettica tra i due termini non è affatto unidirezionale.
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Un professore viene mangiato
di Leo Essen
1
Verso una società senza padre fu scritto da Alexander Mitscherlich nel 1963, nel periodo in cui si stava compiendo quel processo avviato con Lutero e destinato a condurre, appunto, alla scomparsa del padre e all’inizio di una fase segnata da anomia e irrazionalismo.
Che cosa significa irrazionalismo? – si chiede Mitscherlich. L’irrazionalismo consiste nel predominio dell’azione istintuale, dettata da impulsi primari non sottoposti al controllo dell’Io critico. Le pulsioni si esprimono in modo caotico, senza trovare controspinte all’interno di un sistema capace di regolarle e indirizzarle, e finiscono così per disperdersi. Persino l’appagamento risulta compromesso. Là dove la spinta non incontra un limite, dilaga senza costrutto. L’appagamento senza restrizione, dice Mitscherlich, produce infelicità. Non c’è piacere senza dispiacere, né forza senza controforza. Non c’è potere costituente senza una costituzione. Quando si dissolve il patto, o la struttura simbolica, che teneva insieme le forze, vengono meno le forze stesse. Senza binari, il mondo diventa inaccessibile e inintelligibile. È, in altri termini, la fine di Edipo.
Il rapporto con il padre, dice Freud in Totem e Tabù, costituisce il nucleo di tutte le nevrosi. Religione, moralità, società e arte trovano qui il loro punto di convergenza. Il crollo di Edipo trascina con sé queste stesse dimensioni, facendo precipitare ogni cosa nel caos.
È vero che, nell’Edipo della tradizione freudiana, il padre viene ucciso. Ma proprio questa uccisione introduce, per chi la compie, il concetto di crimine. La scena della sopraffazione del padre, la sua disfatta più radicale, diventa il materiale attraverso cui si celebra il suo supremo trionfo. La vendetta del padre abbattuto si fa inesorabile. Il dominio dell’autorità raggiunge il suo culmine e la legge, in quanto legge del padre, viene interiorizzata. La società priva di padre, dice Freud, tende così a trasformarsi in una società a ordinamento patriarcale. Il padre, tolto ma non eliminato – Aufhebung – risorge come ideale, il cui contenuto consiste nella pienezza di forza e nell’illimitata potenza del progenitore un tempo combattuto, insieme alla disposizione ad assoggettarvisi.
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Giro di boa
di Enrico Tomaselli
Per un cumulo di ragioni, ampiamente discusse e condivise da svariati analisti, molti dei quali statunitensi, le possibilità che il conflitto si concluda con una vittoria israelo-americana sono a dir poco assai remote. L’ipotesi più probabile, quindi, è che prima o poi gli Stati Uniti decidano di sganciarsi anche da questo conflitto, ricercando una soluzione che in qualche modo offra un appiglio alla narrazione della vittoria, anche se in realtà non sarà affatto così. La posizione assunta dagli USA sulla scena internazionale è ormai del tutto indifferente a quel che pensano gli stati vassalli e quelli nemici, tanto meno quelli non allineati. Ne è un segnale inequivocabile la sostituzione della diplomazia con l’esercizio dell’inganno e della manipolazione, non a caso appaltata a una coppia di affaristi, senza alcuna competenza né conoscenza.
La vittoria è perciò sostanzialmente la narrazione che andrà venduta al popolo americano per evitare crisi di rigetto, almeno fintanto che alcune forme di democrazia verranno mantenute.
La questione, quindi, non è più come finirà la guerra – chi la vince e chi la perde – quanto piuttosto quando, e quali saranno le condizioni implicite ed esplicite che accompagneranno la fine.
Ovviamente, se l’ipotesi su accennata è valida, ciò significa che – in effetti – non si tratterà di una fine, ma di una sospensione. Se gli americani si chiamano fuori, indipendentemente da ciò a cui si appelleranno per farlo, ne consegue che non ci sarà alcun negoziato, né quindi alcun accordo.
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Sì, tutti gli ebrei
di Amanda Gelender
Sulla questione ebraica oggi – introduzione di Algamica
Presentiamo questo articolo di Amanda Gelender pubblicato sulle pagine del sito substack, ritenendolo un Manifesto politico coraggioso, di cui gran parte della sinistra che vuol essere anticapitalista è spesso sprovvista. Troppe volte assistiamo alla denuncia del sionismo accompagnata da una strumentale sottolineatura del «No all’antisemitismo ».
L’articolo di Amanda Gelender piuttosto che essere una condanna del sionismo, è una vera e propria requisitoria contro l’ebraismo del xxi secolo e nei confronti del risultato di uno specifico processo storico che lo ha portato ad essere definitivamente, diciamo noi, diverso da quello del tempo storico precedente. Il tempo storico ha il suo corso inesorabile, è un processo materiale che fa emergere nuove determinazioni e nuove identità sociali sulle ceneri di quelle precedenti di cui rimangono solo che deboli tracce. Questo Manifesto è una lama che affonda nel burro contro quelle posizioni che a riguardo del genocidio in Palestina affermano « Non in mio nome », come è giusto affondare lo stesso bisturi quando l’esclamazione è riferita a noi occidentali, bianchi o europei. Il ragionamento lucido di Amanda Gelender non può che essere la constatazione empirica di quanto prodotto da un moto storico ascendente di un modo di produzione impersonale, che ha messo a servizio della dominazione coloniale e imperialista degli occidentali proprio quelle comunità diverse, ma di comune credo religioso e vittime del razzismo degli europei, facendo sorgere in loro nome una nuova identità storica del popolo nazionale ebraico inventato, come anche lo storico Shlomo Sand sostiene.
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Basta con il falso mito della Costituzione
di Alessio Mannino
Vorremmo poter scrivere del lato noir, ribelle, sfrontato pur senza esibizionismi di Gino Paoli, lo chansonnier che ancor giovane si sparò al cuore perché si era “rotto i coglioni” e voleva vedere “cosa c’è dall’altra parte” (e naturalmente il Caso, o una mira auto-conservativa, lo graziò). E invece, non avendo granché titolo a farlo ci limitiamo a segnalare una grave distorsione cognitiva tornata prepotentemente alla ribalta con il referendum sulla magistratura, vinto dal No con nostra somma soddisfazione.
Si tratta della pestifera retorica sulla Costituzione. Secondo gli idolatri con l’orologio fermo al ‘48, la bocciatura della riforma Nordio (sbagliata nel merito e nel metodo, sia chiaro) si spiegherebbe con l’insorgere in massa a difesa della Carta. Ma per cortesia. Una certa sua forza evocativa può aver giusto motivato in coloro che avrebbero votato a priori contro qualsiasi altra modifica avanzata dal centrodestra (o che andasse in direzione di rafforzare l’esecutivo, come fu con Renzi nel 2016 quando tentò di superare il bicameralismo perfetto). Le motivazioni che hanno affossato l’intemerata tardo-berlusconiana di Meloni & C sono state politiche, e si possono riassumere così: quattro anni di questo governo hanno rivitalizzato non soltanto l’ovvia ostilità di chi gli si oppone, ma anche di chi l’aveva votato nel 2022, deluso da una politica estera indifferente all’opinione pubblica (appecoronata a Usa e Israele su Ucraina e soprattutto Gaza, e oggi sull’Iran), da una politica socio-economica che ha tolto senza dare (via il reddito di cittadinanza, in cambio di un caro-vita devastante), e perfino di una politica migratoria identica a quella di sempre (500 mila ingressi ammessi nei prossimi 4 anni, che per un elettore di centrodestra sono fumo negli occhi).
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Guerra e recessione
di Alessandro Volpi
Gli Stati Uniti stanno attraversando una profonda crisi legata alla debolezza del dollaro e alla difficoltà di collocare il gigantesco debito federale di quasi 40mila miliardi. Per evitare la fuga dal dollaro e trovare compratori del debito devono obbligare le petromonarchie ad accettare le pressioni in tal senso. Nel 2025, i paesi del Golfo hanno ridotto le proprie riserve in dollari e in debito Usa, comprando oro, che per la prima volta ha superato nei fondi sovrani e nelle banche centrali di tali paesi la valuta Usa. Una situazione pericolosissima per la tenuta dei conti pubblici di Trump che rischia il default.
In questa ottica l’attacco all’Iran, la destabilizzazione dello Stretto di Hormuz, la prospettiva di condizionare quel transito in modo decisivo sono determinanti per riportare le petromonarchie sulla via della dollarizzazione esclusiva, persino a costo di una recessione vera e propria. Trump ha deciso di puntare sui combustibili fossili per rilanciare la propria affannata economia.
In questo senso, gli Usa devono avere il controllo di tutte le rotte petrolifere e gasiere, dal Mar Rosso, a Suez e allo Stretto di Hormuz. Abbattere l’Iran significa togliere peso agli Houti e normalizzare alcuni transiti, compreso Suez, decisivi per portare il gas liquido naturale ai paesi europei che ne hanno una dipendenza cruciale dopo le sanzioni alla Russia.
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NISO
di Algamica*
I cittadini italiani, residenti sia in Italia che all’estero, sono stati chiamati ad approvare o a respingere il qui presente articolo di modifica costituzionale approvato a maggioranza dal governo in carica il 30 ottobre 2025 che espressamente suona così:
«Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo "Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare"»?
In realtà dubitiamo fortemente che chi si sia recato ai seggi elettorali per votare se confermare o respingere tale quesito lo abbia fatto in virtù della piena convinzione di cosa esattamente si trattasse. Siamo piuttosto portati a credere che si sia trattato di un voto a favore o contro il governo Meloni e la sua maggioranza di destra. Potremmo pure sbagliarci, ma non è la cosa essenziale, anche perché il governo Meloni lo ha caratterizzato come tale. Dunque cerchiamo di discutere sul significato del suo risultato, e sulle tendenze che innesca.
In premessa diciamo che non ci stracciamo le vesti in difesa della Costituzione liberaldemocratica dello Stato italiano, anche perché in suo nome sono stati commessi crimini per tutto il tempo della sua durata. Una repubblica nata, non lo dimentichiamo, sulla scorta di un intervento dei caporioni del gangsterismo mondiale, quello degli Usa, che in cambio di un fiume di dollari per finanziare tutti i partiti del cosiddetto arco costituzionale, per la ricostruzione e lo scambio di cosa interessava loro, disseminarono il patrio suolo di basi per controllare il Mediterraneo e i paesi confinanti ricchi di petrolio e altre materie prime.
Dunque il ruolo della magistratura è un potere esecutivo, ovvero un controllore, e intervenire, in osservanza dei diritti sanciti dalla Costituzione.
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Zone di pericolo in Medio Oriente: un aggiornamento al 2026
di Shimshon Bichler e Jonathan Nitzan1
Carissimi, veniamo inondati di articoli sulle cause e sulle conseguenze delle guerre del golfo che proseguono dopo decenni, tutti incentrati sulle "scelte politiche", "religiose", "egemoniche" "imperialiste" e quant'altro riguardi i fenomeni superficiali e giornalistici del problema. Nessuno che si azzardi ad approfondire con degli studi seri le dinamiche del capitalismo basate sulla fame di profitto al di là di ogni manifestazione a chiacchiere della potenza di questo o quel paese o di questo o quel leader (più o meno fuori di testa). Larticolo "Zone di pericolo in Medio Oriente" di Shimson Bichler e Jonathan Nitzan analizza con dovizia di particolari la correlazione tra i rendimenti delle compagnie petrolifere e le Guerre in Medio Oriente. Potremmo aggiungere che oltre agli interessi delle corporation del petrolio dovremmo aggiungere i profitti che ne derivano per le corporate delle armi, del Complesso Militare Industriale, delle corporation Hightech, e via via fino a interessare il capitale speculativo che come un vampiro si precipita a sfruttare la volatilità dei prezzi di tutti i beni legati al petrolio e le difficoltà del trasporto merci derivato dai conflitti [A. Pagliarone].
* * * *
Nel febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l'Iran, dando il via a un nuovo "conflitto energetico" in Medio Oriente.E come la maggior parte dei conflitti energetici degli ultimi cinquant'anni, anche questo è iniziato dopo che la regione è entrata in una "zona di pericolo". Il concetto di zona di pericolo è stato introdotto per la prima volta nel nostro articolo "Bringing Capital Accumulation Back In" (Nitzan e Bichler 1995).
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Usa e Israele fanno i conti con le difficoltà impreviste
di Dante Barontini
Nell’ascoltare i deliri bipolari di Trump a proposito dell’andamento della guerra all’Iran viene in mente la retorica adottata dal regime fascista anche quando ormai partigiani e truppe “alleate” stavano per entrare a Milano. “Vittorie clamorose”, “perdite catastrofiche” inferte al nemico, “eroismo incomparabile”, dei fascisti in fuga, ecc. Guardare le prime pagine del Corsera d’allora, sembra quello di oggi…
Scherzi a parte, le cose sembrano andare un po’ differentemente, sia in casa Usa che addirittura in Israele.
Il New York Times – non un ignoto influencer mediorientale – scrive che “molte delle basi militari nella regione usate dalle truppe americane sono completamente inabitabili, con quelle in Kuwait – la porta d’ingresso all’Iran – che hanno subito i maggiori danni”.
Poi i dettagli sconfortanti: “Secondo quanto riferito da personale militare e funzionari americani, l’Iran ha bombardato basi statunitensi in tutto il Medio Oriente in rappresaglia per la guerra tra Stati Uniti e Israele, costringendo molti soldati americani a trasferirsi in hotel e uffici nella regione.
Quindi, in sostanza, gran parte delle forze armate di terra sta combattendo la guerra lavorando da remoto, con l’eccezione dei piloti da caccia e degli equipaggi che gestiscono e manutengono gli aerei da guerra e conducono gli attacchi.”
Un esercito in albergo vive forse comodo, ma la sua “prontezza” – logisticamente garantita da basi, depositi, arsenali, officine, ecc – è un tantinello ridotta. E anche il morale potrebbe scendere sotto i tacchi.
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Dal buco nero del 41bis stavolta emerge una galassia di affari
di comidad
Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia con delega alle carceri, nel 2023 ha contribuito a divulgare dei verbali di conversazioni tra detenuti al regime dell’articolo 41bis. Secondo Delmastro quei verbali dimostrerebbero la connivenza tra un detenuto per terrorismo, l’anarchico Alfredo Cospito, e dei detenuti per mafia nel contrastare il 41bis. Ora, che dei detenuti condannati per motivi diversi abbiano in comune un’avversione al regime carcerario al quale sono tutti costretti, non è una di quelle scoperte decisive nella storia dell’umanità; anzi, pare più un’ovvietà. La vera scoperta per la gran parte della pubblica opinione è stata che il regime carcerario del 41bis prevede da un lato l’isolamento dei detenuti, dall’altro lato la possibilità di combinare i loro incontri durante le ore d’aria, tenendo anche sotto controllo le loro conversazioni. Un detenuto più isolato diventa per forza di cose più dipendente dai pochi incontri che gli vengono concessi con altri detenuti. Risulta quindi improprio definire il 41bis soltanto come carcere duro, poiché vi si riscontra anche una condizione di maggiore manipolabilità del detenuto; una manipolazione che per di più avviene in termini non trasparenti, poiché non è dato di sapere con quale criterio i detenuti vengano messi insieme nelle ore d’aria.
Per la divulgazione di quei verbali Delmastro ha subito una condanna in primo grado per violazione di segreti d’ufficio. In precedenza lo stesso Delmastro aveva dovuto affrontare l’indignazione di coloro che, pur approvando il regime del 41bis, ritengono politicamente scorretto esprimere eccessivo compiacimento per la sua durezza e per il disagio che può creare ai detenuti.
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Quando metti i pezzi assieme
di Pierluigi Fagan
L’Europarlamento, con maggioranza popolari, socialdemocratici, conservatori e liberali, ha approvato l’accordo con US in base al quale loro avranno accesso privilegiato al mercato UE e zero dazi mentre i nostri prodotti saranno tassati con dazi fino al 15%.
Quindi più import da US e meno export, affarone! Quando Trump avrà finito di sollazzarsi con l’Iran (si fa per dire) e verrà a prendersi la Groenlandia, voglio proprio vedere l’insurrezione dei partigiani di Bruxelles.
Altresì, i primi conti sul 2025, dicono che la spesa militare europea è aumentata dell’11% sul 2024 arrivando alla fatidica soglia del 2%. Ma Trump aveva più volte detto di apprestarsi a portarla al 5%. Ci sta tornando su ogni giorno con dichiarazioni molto critiche sulla NATO. L’ultima è di ieri in cui ha detto che, visto che la NATO ha ignorato il suo appello a scendere in acqua per Hormuz, gli US taglieranno da subito e pesantemente i propri contributi NATO.
Gli europei debbono far digerire l’impopolare spesa militare alle proprie opinioni pubbliche, esagerando i pericoli di una quanto mai improbabile invasione russa e quindi sono impediti, anche volendolo, da assumere posizioni di relazioni internazionali più equilibrate e realistiche, viepiù oggi e nell’immediata prospettiva di grossi problemi di fornitura energetica.
L’India, ad esempio, giusto ieri ha chiuso un acquisto in armi per 25 mil UD$ dalla Russia, il che non le impedisce di avere ottimi rapporti con Israele, US ed EU, nonché aprirsi anche a investimenti cinesi e ottenere concessioni di transito dall’Iran ad Hormuz.
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Prigionieri di Patton
di Enrico Tomaselli
Le guerre sono un processo evolutivo. Non solo perché, quasi sempre, è nel corso di un conflitto che la ricerca di soluzioni tecnologiche subisce una accelerazione, e questo soluzioni poi si riverberano nella normale vita civile, ma proprio in sé: la guerra, come fenomenologia, si evolve, sia nel corso della storia – com’è ovvio – sia nel corso di una specifica guerra. Un esempio perfetto è il conflitto in Ucraina, iniziato in determinato modo – con caratteristiche operative e tattiche di un certo tipo – e poi successivamente evolutosi, con progressivi cambiamenti tecnologici che si sono riflessi sulle modalità stesse del combattimento. Questa evoluzione è particolarmente marcata, nella guerra russo-ucraina, ed evidenzia – tra le altre cose – quanto sia rilevante la capacità di adattamento all’innovazione, che si applica non solo sul piano tattico, ma investe l’intera infrastruttura materiale e dottrinaria del combattimento. Quindi velocità nel recepire il valore dell’innovazione, nell’implementarla e svilupparla ulteriormente (ricerca e produzione industriale), nell’adattare l’organizzazione militare e le modalità di combattimento, etc.
Nel caso della guerra ucraina, il fattore evolutivo fondamentale è stato l’utilizzo dei droni, ed in particolare dei cosiddetti FPV (First Person View), cioè piccoli apparecchi guidati direttamente da un operatore che lo pilota da remoto, e che hanno un impatto radicale rispetto al movimento offensivo, rendendo estremamente difficile la concentrazione di forze necessaria. Da questo punto di vista, anche se la Russia ha saputo adattarsi al cambiamento, ed ha fatto poi prevalere la sua soverchiante capacità produttiva e di sviluppo, indubbiamente oggi le forze armate ucraine sono tra le più capaci nella conduzione di questo tipo di guerra.
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Referendum, la radicalizzazione algoritmica come ariete per la vittoria del NO
di nlp
L’esito del referendum, culminato in una netta vittoria del NO, aiuta a entrare con forza nelle dinamiche tecnologiche di formazione della polarizzazione politica e della mobilitazione sociale. Non ci troviamo infatti di fronte all’ormai classica cesura sistemica tra la rappresentazione dell’opinione pubblica dei media tradizionali e le correnti di mobilitazione che si sviluppano attraverso le piattaforme digitali. Da questa dimensione di analisi emerge piuttosto l’importanza della radicalizzazione algoritmica nello spostamento del consenso in politica. La radicalizzazione algoritmica è il processo per cui i sistemi di raccomandazione dei contenuti delle piattaforme social ottimizzano e massimizzano il tempo di visione dei post, amplificando contenuti ad alta attivazione emotiva (rabbia, indignazione) e favorendo la migrazione degli utenti verso percorsi di polarizzazione cognitiva.
Analizzando il referendum la Actor-Network Theory (ANT) emerge come un modello antropologico capace di spiegare la radicalizzazione algoritmica. Attraverso questa lente teorica, l’analisi procede a decostruire la scatola nera (black box) algoritmica, quella che suggerisce i contenuti agli utenti, mappando le intricate reti di attori umani e non umani che hanno determinato il successo del fronte del NO. Emerge inoltre l’economia dell’attenzione come primario motore della esigenza di radicalizzazione degli utenti, evidenziando il suo impatto dirompente sull’evoluzione dei movimenti sociali contemporanei.
L’Actor-Network Theory (ANT) offre infatti un approccio teorico e metodologico che ridefinisce radicalmente il concetto stesso di “sociale” e di “agire” (agency). Il principio fondativo dell’ANT è l’ontologia piatta (flat ontology), un postulato secondo cui tutto ciò che esiste nel mondo sociale e naturale è il risultato di reti di relazioni in costante mutamento e negoziazione. In questo paradigma decostruttivista, non esistono forze sociali astratte, macro-strutture o sovrastrutture ideologiche preesistenti che possano essere utilizzate per spiegare i fenomeni a priori; al contrario, la “società” è concepita esclusivamente come un effetto generato, una conseguenza performativa dell’interazione continua e precaria tra entità eterogenee.
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Del buon uso di una strategia che possa davvero tradursi in agire politico
di Militant
Su Pd, Avs e generazione Gaza, ovvero come saper vivere dentro le contraddizioni politiche del presente
Il corteo “No Kings” è stato un successo di partecipazione oltre ogni più ottimistica aspettativa. Relegare, regalare, questa partecipazione alle mefitiche sorti del “campo largo” sarebbe, prima ancora che falso (un falso molto interessato però), un errore politico. La piazza di sabato è stata, in primo luogo, una piazza internazionale, di gente che lotta da Milwaukee a Gaza, da Roma a Caracas. Otto milioni di persone in tremila manifestazioni per il mondo. Non è stata “la piazza del centrosinistra”, a meno di non voler regalare il Blm e la mobilitazione contro l’Ice all’azione di Schlein e Bonelli, non voler regalare la generazione Gaza agli accordicchi della famiglia Fratoianni. È stata, poi, una piazza di popolo, ma di un popolo particolare, non generico né interessato alle sirene della sintesi elettorale: è stata una prosecuzione naturale delle piazze della Palestina e che è a sua volta proseguita un po’ inaspettatamente dentro il NO alla “riforma della magistratura”. Una piazza giovane, radicale, cosciente – di una coscienza all’altezza dei tempi che corrono, ovviamente. Non servono voli pindarici o ingegnerie politiche per verificare i limiti e le potenzialità – queste decisamente superiori ai limiti – di tale esigenza di partecipazione. È così che si muove la protesta, fregandosene delle etichette e delle appartenenze, dei giochi politici e delle ideologie assestate e mature. A volte questa partecipazione prende le forme della radicalità ingestibile, a volte è rinchiusa nei vincoli di una sorta di falsa coscienza di se stessi, del proprio stare al mondo, delle possibilità concrete del proprio agire politico, dei suoi alleati.
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Il federalismo della vergogna
di Mario Sommella
Fontana rilancia la secessione, Sechi insulta il Sud che ha salvato la Costituzione.
Mentre milioni di poveri perdono il sussidio, la stampa di regime incassa milioni dallo Stato.
Tre giorni dopo la storica vittoria del No al referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026, che ha respinto lo smembramento e indebolimento della magistratura, il governatore della Lombardia Attilio Fontana ha risposto al voto democratico con quella che non può essere definita altrimenti che una dichiarazione di guerra all’unità nazionale. E il direttore di Libero, Mario Sechi, ha fatto da megafono ideologico all’offensiva, insultando i meridionali che hanno difeso la Carta. Due voci, un unico messaggio: punire il Sud che non si è inginocchiato.
I. LE PAROLE DI FONTANA: ANATOMIA DI UN PROGETTO SECESSIONISTA
Sul Corriere della Sera del 26 marzo 2026, Attilio Fontana — presidente della Regione Lombardia e figura di spicco della Lega — ha scelto di non riconoscere la lezione referendaria. Al contrario, ha deciso di rilanciarla, amplificarla, trasformarla in programma politico.
“Bisogna trovare il modo di mettere il Nord, che è la parte sana e produttiva del Paese, in grado di competere con le Regioni europee più avanzate […] L’Autonomia è solo un primo passo, il nodo di fondo è che bisogna cambiare la forma dello Stato in senso federale.”
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Iran, resta poco tempo. L'escalation è possibile
di Elena Basile
La guerra contro l’Iran non è nell’interesse dell’Europa e degli Usa. Non serve a migliorare la situazione democratica del Paese o dare libertà alle donne che sono insofferenti per i precetti islamici. Il conflitto è stato fortemente voluto da Netanyahu e da Israele.
La condizione di guerra permanente è essenziale alla continuazione del potere del primo ministro israeliano e di gran parte della corrotta leadership. Il progetto di grande Israele, iscritto nello statuto del Likud, è oggi appoggiato dalla maggioranza degli israeliani che non vogliono riconoscere l’esistenza di uno Stato palestinese e hanno, come dimostrano i sondaggi, approvato l’azione genocidaria a Gaza.
Trump è stato trascinato in guerra dalla lobby di Israele, composta da sionisti cristiani ed evangelici oltre che da personalità del mondo ebraico e in grado di disporre di fondi cospicui e di una influenza mediatica senza paragoni. Il presidente rischia la sua fine politica in una guerra contraria alla sua campagna elettorale e per la quale il popolo MAGA lo ha eletto.
Le conseguenze economiche, data la crisi energetica che colpisce l’industria come l’agricoltura, e scatena la stagflazione, sono dolorose soprattutto per l’Occidente. L’Europa e le monarchie del Golfo, che pure non hanno deciso la guerra, sono cobelligeranti in quanto le basi NATO e dei Paesi arabi sono utilizzate per attacchi all’Iran.
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Referendum: una sberla al governo Meloni
Buon segno, ma non saranno le urne a fermare riarmo, economia di guerra e stato di polizia!
di Il Pungolo Rosso
Il NO ha vinto nettamente al referendum, voluto dalle destre per accelerare la marcia verso lo stato di polizia, necessario per imporre ai lavoratori e alle lavoratrici un aumento dello sfruttamento e sacrifici sempre più pesanti finalizzati al riarmo e all’economia di guerra.
E’ un NO inequivocabile al governo in carica, rafforzato dalla sorprendente partecipazione al voto. Un NO non solo e non tanto sulla “separazione delle carriere” dei magistrati o sulla “difesa della Costituzione”, quanto sui tratti distintivi del governo stesso.
Sull’esito referendario ha pesato in modo decisivo la percezione, per quanto confusa e non articolata, che il governo Meloni e le classi dominanti stanno spingendo la grande massa della popolazione verso un vero e proprio salto nel buio. E questa percezione è stata particolarmente viva negli strati sociali (giovani, donne) e negli ambiti territoriali (il Sud, le cinture operaie) che più stanno soffrendo per la sistematica compressione dei loro bisogni primari.
Le prime analisi del voto mostrano una forte adesione al NO tra le fasce di popolazione più giovani, quelle più esposte – nella proletarizzazione dilagante – alla illimitata precarietà, all’assenza di diritti, alla mancanza di prospettive lavorative decenti, all’impossibilità di trovare e pagare una casa in affitto in città trasformate sempre di più in macchine per lucrare sullo sfruttamento del lavoro povero e sull’overtourism.
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“Senza pietà” Parole nuove per un mondo nuovo
di Miguel Martinez
Ieri mi sono reso conto davvero di essere nato in un altro mondo.
Dove dietro discorsi in superficie divergenti, c’era una Grande Narrazione, data per scontata: c’è un Noi, che è l’umanità (come nella frase ridicola, ma sentita tante volte, “noi siamo andati sulla Luna”).
L’umanità stava progredendo, grazie alla ricerca e all’inventiva, e ogni volta che sorgeva un problema, si sarebbe trovata la soluzione.
La guerra era finita con il suicidio di Hitler: non solo quella guerra, proprio la Guerra.
Certo, siccome rimanevano un po’ di cattivi all’antica, in Sicilia o in Afghanistan, ci volevano sempre poliziotti ed eserciti, ma proprio per garantire la pace e la coesistenza. E così ogni tanto il Segretario della Difesa degli Stati Uniti andava sorridendo in televisione ad annunciare che stava proteggendo la democrazia e la pace e i diritti delle donne da qualche parte nel mondo, per renderci tutti ancora più progrediti.
Alla testa di questo Mondo che Progrediva, c’era infatti il paese più creativo e libero e forte del pianeta, che proteggeva il nostro futuro.
Le divisioni ideologiche nascevano su queste premesse condivise. Si poteva discutere su come progredire pacificamente nella maniera più veloce: tassare di più per avere più asili nido pubblici, o tassare di meno perché gli asili privati sono ancora meglio?
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Sovranità satellitare
di Marco Schiaffino
Lo scorso 4 febbraio 2026, un report del Financial Times ha acceso i riflettori sulle attività di spionaggio da parte dei russi ai danni di alcuni satelliti europei. La denuncia, resa nel corso di un’intervista dal generale di divisione Luftwaffe della Bundeswehr tedesca Michael Traut, riguarda operazioni che hanno portato due satelliti russi di classe Luch-1 e Luch-2 a posizionarsi nelle vicinanze di quelli europei, con il possibile obiettivo di intercettare i dati trasmessi o, addirittura, di avviare attività che potrebbero portare al sabotaggio dei satelliti stessi.
Stando a quanto riporta il quotidiano, attività di questo tipo non sono una novità. Nel nuovo contesto geopolitico, l’attenzione per la sicurezza delle infrastrutture di telecomunicazione satellitari è però cresciuta enormemente e a contribuirvi è stata sia la centralità di questi sistemi emersa nel conflitto russo-ucraino, sia le tensioni nei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, che hanno messo in luce la pericolosa dipendenza del vecchio continente dalle infrastrutture USA.
Non è solo una questione di sicurezza
La rinnovata attenzione per il ruolo delle costellazioni satellitari in orbita intorno al pianeta non ha soltanto motivazioni legate al settore militare, e il riferimento al concetto di “guerra ibrida” nel caso delle operazioni russe lo conferma. I satelliti interessati sono infatti di tipo “dual use”, hanno cioè funzioni sia legate alle comunicazioni militari, sia a quelle civili.
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Il fuorviante accostamento tra Israele e la Germania nazista
di comidad
Non c’è alcuna contraddizione nel fatto che in democrazia si ricorra sempre più spesso a legislazioni che limitano la libertà di parola. La democrazia reale consiste in un costoso apparato di pubbliche relazioni, perciò risulta consequenziale che il controllo della narrazione diventi prioritario, tanto che spesso viene confuso col controllo dei dati di fatto. Va anche osservato che durante il medioevo e nella successiva epoca dell’assolutismo c’era un po’ più di attenzione alla logica, quindi si preferiva zittire il dissenso con escamotage giuridici o con soluzioni extragiudiziali, in modo da evitare di incorrere nell’ingiunzione paradossale contenuta in una storiella molto popolare fino a qualche decennio fa: “Non pensare agli orsi bianchi”. Magari uno non ci aveva mai pensato in vita sua, ma, una volta che è arrivato questo comando, non si potrà più fare a meno di pensare agli orsi bianchi.
Il DDL contro l’antisemitismo approvato in senato lo scorso 5 marzo incorre esattamente nel paradosso del pubblicizzare proprio le tesi che si vorrebbe proibire, come il negare il diritto all’esistenza di Israele. Questo divieto diventa un modo per mettere la pulce nell’orecchio a tanti che finora avevano pensato che l’ovvia soluzione del conflitto israelo-palestinese fosse quella dei “due popoli, due Stati”. Ci sono anche altri paradossi innescati da questo divieto. Nel caso che il DDL contro l’antisemitismo venga approvato in via definitiva, chiunque volesse negare il diritto all’esistenza di Israele potrebbe richiamare questa tesi citando proprio la legge che la proibisce.
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“Le alleanze della terza guerra mondiale stanno diventando sempre più evidenti”
di Aleksandr Dugin, alexanderdugin.substack.com
L’asse Netanyahu-Trump è concentrato soprattutto sull’Iran. Se l’Iran dovesse cadere, molto probabilmente rivolgerebbero la loro attenzione al sostegno all’Ucraina e all’attacco alla Russia. Ma la strenua resistenza dell’Iran sta distogliendo la loro attenzione principale.
In questo momento, la Russia non è la loro priorità: lo è l’Iran. Naturalmente, a Trump non interessa più affatto il “mantenimento della pace”, quindi qualsiasi accordo con la Russia, se ha un senso, è puramente pragmatico. La sua guerra è quella contro l’Iran. Israele ha fatto di questa guerra la guerra di Trump. E Trump non sta facendo marcia indietro.
Si è così formato un asse: Stati Uniti/Israele contro l’Iran. Alle altre potenze regionali viene offerta una scelta – ed è una scelta dura: o unirsi alla coalizione americano-israeliana o unirsi all’Iran (la Resistenza). Non è prevista alcuna posizione intermedia, e se qualcuno cerca di insistere sulla neutralità, verrà bombardato e attaccato da entrambe le parti. Qui non c’è neutralità. Il treno è partito.
Il secondo asse: UE/Gran Bretagna/globalisti negli Stati Uniti (principalmente il Partito Democratico) contro la Russia e a sostegno del regime di Kiev. Si tratta di una guerra molto reale e feroce, alla quale la maggior parte dei paesi europei (ad eccezione di Ungheria e Slovacchia) si sta preparando a partecipare direttamente. Il Partito Democratico negli Stati Uniti sta promuovendo proprio questa guerra; per questo polo, l’Ucraina è la priorità.
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In cerca di regole
di Adelino Zanini
Un’analisi delle politiche economiche internazionali e della guerra come possibile esito delle logiche finanziarie globali. Tra epica, tragedia, ragionevole utopia
Un’età non più epica, certamente tragica
Il titolo dell’ultimo libro di Stefano Lucarelli (Il tempo di Ares. Politiche internazionali, «leggi» economiche e guerre, Mondadori Università, Milano, 2025) non è solo allusivo, è anche esplicativo. Ricorre, con intenzione teorica dichiarata, all’epica greca, a figure che informano paradigmi fondativi della grande cultura occidentale. Basti leggere i titoli dei tre capitoli che costituiscono il breve libro: oltre ad Ares, in essi s’invocano Ermes e Pan. La nascita del primo è segnata dal conflitto: dio della guerra, egli rappresenterebbe i tempi odierni. Dei quali Ermes, liberatore di Ares, messaggero degli dèi e scaltro dio dei commerci, prefigurerebbe gli intrighi, poiché ingegno, eloquenza e persuasione si sono spinti sino alla “astuzia” dello scambio ineguale globalizzato. Infine, il dio-capro, Pan – secondo l’interpretazione di Károly Kerényi, prima, e di James Hillman, poi –, il quale, sebbene sia per molte ragioni avvicinabile ad Ares, potrebbe dare un significato al “trauma”, in modo tale che l’odierno tempo della paura e del “panico” potesse far nascere una consapevolezza assente nel tempo della guerra. Insomma, una misura.
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La svolta di Trump sull'Ucraina è solo retorica
di Davide Malacaria
La svolta di Trump sul conflitto ucraino, a quanto pare, resta limitata alla retorica. In realtà, al di là delle roboanti critiche a Mosca, il nocciolo del discorso all’Onu era una presa di distanza dalla guerra con relativo scaricabarile sulla sola Europa. Lo ha capito anche la stolida rappresentate degli Esteri Ue Kaja Kallas, che in un’intervista ha dichiarato: “Non possiamo essere solo noi“, Trump deve aiutarci.
Peraltro, che fosse quello il punto focale del discorso lo conferma il New York Times: “Grattando la superficie, un desiderio più profondo sembra celarsi nel cambiamento di posizione di Trump […]. Trump sembra volersi lavare le mani del conflitto ucraino, dal momento che non è riuscito a portare il presidente Vladimir Putin al tavolo dei negoziati e ha visto diminuire le sue possibilità di agire come mediatore”.
Il rapporto Usa-Russia resta più o meno inalterato, come conferma l’incontro avvenuto in parallelo al’invettiva di Trump, tra il Segretario di Stato Marco Rubio e il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. A dimostrazione della proficuità del vertice, la risposta di Lavrov a un cronista che gli chiedeva come fosse andata. Nessuna parola, solo un gesto inequivocabile: pollice in sù.
L’intemerata di Trump all’Onu era un modo per allentare le pressioni che il partito della guerra sta esercitando su di lui, incrementate dagli sviluppi del mese di settembre, tra cui l’assassinio di Charlie Kirk, che l’ha mandato in confusione. Ha dato loro quel che volevano, ma solo a livello retorico.
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L’impossibile trilemma: le contraddizioni materiali alla base della crisi di consenso del Governo Meloni
di coniarerivolta
Riprendiamo la storia lì dove le avevamo lasciata: il Governo Meloni affannosamente impegnato a redigere la legge finanziaria per il 2026 in forma tale da compiacere non uno, non due, ma ben tre padroni. Gli Stati Uniti, che impongono a tutti i Paesi NATO un aumento delle spese militari per finanziare i loro rigurgiti coloniali, l’Unione europea, che pretende una rigida disciplina del bilancio pubblico da parte di tutti gli Stati membri, per forzarne la transizione verso lo stato minimo, e infine la borghesia industriale italiana, che cerca rifugio dalla sfrenata concorrenza internazionale elemosinando bonus statali, crediti fiscali e altre agevolazioni a tutela dei propri profitti.
Davanti a questo trilemma, il Governo Meloni ha disperatamente provato a non scontentare nessuno dei suoi padroni, e dunque ha scelto di non scegliere.
Si è impegnato con gli Stati Uniti ad aumentare le spese militari fino al 5% del PIL entro il 2035, ma con quali soldi?
Il problema lo pone il secondo padrone, l’Unione europea, perché il nuovo Patto di stabilità e crescita consente di scorporare le spese militari dall’applicazione dei vincoli di bilancio – dunque in sostanza di spendere liberamente per armi e munizioni fuori da qualsiasi disciplina di bilancio – solamente a quei Paesi che abbiano il deficit pubblico all’interno della soglia del 3% del PIL prevista dai Trattati. E l’Italia è sottoposta a una procedura d’infrazione delle regole europee proprio perché fino ad oggi si trova al di sopra di quella soglia.
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