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Gli Stati Uniti dichiarano guerra all'Europa
di Scott Ritter, forumgeopolitica.com
L’amministrazione Trump ha pubblicato il suo tanto atteso documento sulla Strategia per la Sicurezza Nazionale. È una buona notizia per coloro che auspicano migliori relazioni con la Russia basate sul rispetto reciproco e sulla co-prosperità. È una cattiva notizia per i guerrafondai globalisti che hanno trasformato una partnership transatlantica in una piattaforma di conflitto perpetuo.
* * * *
Nessuna espansione della NATO. Il riconoscimento che la politica di espansione incontrollata della NATO ha danneggiato gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. E una dichiarazione schietta che l’Europa, nella sua attuale traiettoria di scontro con la Russia, rappresenta una minaccia per gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
Questi sono alcuni dei principali insegnamenti tratti dalla Strategia per la Sicurezza Nazionale (NSS) degli Stati Uniti, recentemente pubblicata. La NSS è un documento fondamentale prodotto dal potere esecutivo degli Stati Uniti che delinea le priorità e le preoccupazioni per la sicurezza nazionale e definisce una strategia ampiamente definita per affrontarle. La pubblicazione della NSS è un requisito legale stabilito dal Goldwater-Nichols Act del 1986 e funge da documento politico fondamentale su cui si basano altre linee guida per l’attuazione, come la Strategia Militare Nazionale degli Stati Uniti, pubblicata dal Dipartimento della Difesa/Guerra.
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L’isolamento di Israele
di Francesco Pallante
Intervenendo alla Knesset lo scorso 13 ottobre, Donald Trump ha sostenuto che, grazie al suo piano di pace, «ora il mondo ama di nuovo Israele». Per poi aggiungere – con parole rivolte direttamente a Benjamin Netanyahu – «che se foste andati avanti con la guerra e le uccisioni non sarebbe stato lo stesso» (cioè, il mondo avrebbe continuato a odiarvi).
Naturalmente, come spesso capita, anche in questa occasione il presidente degli Stati Uniti ha sovrapposto i propri desideri alla realtà. Il mondo continua a essere sgomento al cospetto della violenza scatenata, e ostentata, da Israele contro gli inermi di Gaza (e, sempre più, anche della Cisgiordania); e nessun credibile segnale mostra mutamenti nella ripulsa con cui l’opinione pubblica mondiale continua – giustamente – a considerare Israele. È, tuttavia, significativo il fatto che Trump abbia ritenuto di dover intervenire sulla reputazione dello Stato ebraico, anche perché le sue parole non sono figlie di una considerazione estemporanea. Secondo quanto riportato dal Financial Times, già durante l’estate, il 31 luglio, il presidente statunitense aveva toccato l’argomento in una conversazione privata intrattenuta con un influente donatore della sua campagna elettorale, al quale aveva confessato: «il mio popolo sta iniziando a odiare Israele». Ciò induce due considerazioni.
La prima considerazione è che dalla guerra dell’informazione Israele è uscito sconfitto, a dispetto delle enormi risorse economiche profuse in propaganda e della pletora di media, giornalisti e influencer assoldati al suo servizio.
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Di ogni cosa si dovrebbe poter dubitare, ovvero Maniac di Benjamín Labatut
di Luca Alvino
La matematica nasce essenzialmente per esigenze pratiche. Le civiltà antiche svilupparono assai presto la capacità di rappresentare dei numeri in modo elementare. Anzi, probabilmente gli uomini impararono a contare ancora prima che a usare le parole, le quali evidentemente richiedevano una maggiore capacità di astrazione. Per migliaia di anni, l’aritmetica come la geometria e le altre scienze continuarono ad avere scopi molto pratici, che avevano a che fare con la vita quotidiana. Fu solo in epoca moderna che la matematica iniziò a divenire più astratta, cioè a speculare su concetti che non avevano (almeno apparentemente) più nulla a che vedere con la vita di tutti i giorni, iniziando a focalizzarsi piuttosto sulla propria forma (ovvero la sintassi) e a mettere in secondo piano la sostanza (cioè i contesti reali cui i simboli si riferiscono). In altre parole, iniziò a rappresentare una realtà simbolica (o un modello di realtà) che non era propriamente la realtà come noi la percepiamo, ma che tuttavia le consentiva di compiere delle scoperte concrete. Il suo elevato livello di astrazione le permetteva infatti di sviluppare un ragionamento che, proprio per la sua levatura, poteva avere una ricaduta molto più ampia verso il basso, ovvero proprio sulla vita concreta.
Questa premessa mi sembra importante per tentare di comprendere gli argomenti chiave trattati nel romanzo MANIAC di Benjamín Labatut, uscito in Italia per Adelphi lo scorso anno con l’illustre traduzione di Norman Gobetti. Mi pare infatti che questo libro voglia rappresentare il processo in cui la matematica, dopo essersi innalzata nelle altezze siderali dell’astrazione, nel secolo scorso inizia la sua ricaduta verso la realtà e vi si ripercuote – in certe sue applicazioni – in modo potente.
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Hormuz, Iran e petrolio: la crisi che misura il declino della forza americana
di Giuseppe Gagliano
Washington ha fretta, Teheran no
La crisi iraniana va letta prima di tutto come una guerra del tempo. Gli Stati Uniti hanno bisogno di un risultato rapido, visibile, spendibile sul piano politico interno e utile a ristabilire l’immagine di una potenza capace di imporre la propria volontà. L’Iran, invece, può permettersi una strategia più lenta, più logorante, più adatta alla sua storia recente: sopportare la pressione, assorbire sanzioni, usare la geografia e trasformare ogni negoziato in una prova di resistenza.
È questo il punto che spesso sfugge. Le proposte iraniane non nascono dalla paura di essere annientati. Nascono dalla convinzione di poter trattare da una posizione meno debole di quanto dicano i media occidentali. Teheran chiede il ritiro delle forze americane dal Golfo, la restituzione degli averi congelati, la fine — o almeno l’alleggerimento — delle sanzioni, il pagamento di riparazioni, un trattato di non aggressione e il riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio nei limiti del Trattato di non proliferazione.
Non è il linguaggio di chi si arrende. È il linguaggio di chi ritiene di aver resistito abbastanza da poter dettare condizioni.
Trump, al contrario, appare prigioniero di una contraddizione. Vuole mostrarsi risoluto, ma non vuole una guerra lunga. Vuole piegare l’Iran, ma non vuole morti americani. Vuole proteggere la navigazione, ma non vuole trasformare Hormuz in un Vietnam navale. Vuole usare la forza, ma deve fare i conti con il Congresso, con i limiti giuridici interni all’uso della forza militare e con il rischio che un’operazione punitiva diventi un conflitto regionale ingestibile.
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L'ignavia al quadrato: governo osservatore, "movimento" spettatore
di Pasquale Liguori
Il governo italiano appone la propria firma - o meglio, la propria ombra - accanto a quella di Donald Trump. Si premura di precisare che non aderisce, ma “osserva”. Siede, insomma, nella stanza Board of Peace, ma con le mani nascoste sotto il tavolo. Senza assumere vincoli, senza responsabilità
Ora, partecipare a questa iniziativa crudele è di per sé ripugnante. Ma, per un momento, mettiamoci in una prospettiva più “nazionale”. Dante Alighieri avrebbe identificato la scelta di Meloni senza esitazioni. Nel Canto III dell'Inferno, Virgilio guida il poeta attraverso l'Antinferno, quel luogo liminare e ignobile popolato da coloro che visser sanza 'nfamia e sanza lodo. Non abbastanza coraggiosi da schierarsi col bene (figuriamoci!), né abbastanza onesti da confessare di avere scelto il male più infame. Anime sospese, che per sé fuoro: calcolatori del proprio meschino tornaconto. Dante li disprezza al punto da non concedere loro nemmeno la dignità dell'Inferno vero. Non ragioniam di lor, ma guarda e passa, dice Virgilio.
Purtroppo, la storia non passa. Accusa.
Il Board of Peace - lo strumento ideato da Donald Trump, formalizzato in uno statuto di tredici articoli e costruito sui paradigmi del diritto societario privato - è qualcosa di più di un'atroce idea “diplomatica”. Tra l'altro, istituisce un Chairman a vita (Trump, con diritto di designare il proprio successore) rendendo tale opaca organizzazione una monarchia ereditaria. Un seggio permanente si acquista versando un miliardo di dollari nel primo anno: una sottoscrizione per miliardari.
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Dopo il Venezuela, Cuba: l'Impero colpisce ancora
di Davide Malacaria
Dopo il Venezuela, è la volta di Cuba. “Come Presidente degli Stati Uniti, ho l’imperativo di proteggere la sicurezza nazionale e la politica estera di questo Paese”, inizia così un ordine esecutivo della Casa Bianca nel quale si dichiara che L’Avana rappresenta una “minaccia insolita e straordinaria […] per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti”.
Nell’ordine si accusa Cuba di “allinearsi e fornire supporto a numerosi paesi ostili, gruppi terroristici transnazionali e attori malvagi avversi agli Stati Uniti”, tra cui Russia, Cina e Iran e di fornire “assistenza in materia di difesa, intelligence e sicurezza agli avversari nell’emisfero occidentale” e di violare i diritti umani dei suoi cittadini. Inutile commentare tali sciocchezze.
Gli ha fatto eco il Segretario di Stato Marco Rubio, il quale ha parlato esplicitamente di un cambio di regime. Era ovvio che l’isola sarebbe stato il prossimo obiettivo di Washington nella sua folle realizzazione dell’America First 2.0, una versione aggressiva dell’originale America First, dottrina che era stata rivenduta all’opinione pubblica americana come avversa alle avventure belliche e ai cambi di regime in giro per il pianeta (tanto che parte dei Maga si stanno allontanando da Trump).
In realtà, tale riorientamento non è altro che una convergenza tra i dettami dell’America First originale e la dottrina neoconservatrice che, sconfitta alle presidenziali del 2024 – tanto che i neocon (i Never-Trump) si erano schierati con Kamala Harris – ha vinto successivamente, informando la nuova amministrazione e incrementando al parossismo gli elementi dell’America First congeniali a tale prospettiva.
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Niente Nato e territori, Kiev si adatta alla linea Usa
di Dante Barontini
Qualsiasi trattativa di pace che si rispetti è lunga, condotta sottotraccia e con slogan propagandistici in superficie, dolorosa per tutti perché nel frattempo la guerra continua.
Chi deve affidarsi alle indiscrezioni lasciate trapelare dagli addetti ai lavori – al 99% propaganda – può solo cogliere eventuali modifiche nella “narrazione” dominante che accompagna le trattative da questo lato della barricata. Ossia in campo euro-atlantico e secondo le linee di faglia ormai conclamate tra Usa trumpiani e “volenterosi” del Vecchio Continente.
Seguendo questo criterio abbiamo potuto cogliere lo spostamento passo dopo passo da una posizione totalmente contraria a qualunque soluzione realistica della guerra verso una che prende atto della situazione sul campo e lascia nel cestino gran parte delle sparate retoriche che invece ancora abitano i media mainstream europei.
Il campo di gara è presto disegnato. Usa e Russia hanno raggiunto un’intesa di massima solo in parte resa nota. I “volenterosi” – e a seguire, spesso malvolentieri, il resto dell’Unione Europea – sono contrari a qualsiasi conclusione diversa dalla sconfitta della Russia. La junta di Kiev, sedotta e abbandonata da chi la guerra l’ha voluta (gli Stati Uniti in bersione “dem”), erosa dagli scandali e dalle ruberie, alle prese con l’esaurimento della “carne da cannone” da inviare al fronte, deve lasciare gradualmente da parte i sogni di vittoria e recupero dei territori già persi militarmente.
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L’export cinese (anche con i dazi) fa boom: 3,4 trilioni
di Piero Orteca*
E Pechino batte tutti i record
Certo, il primo a essere quasi stupefatto della performance manifestata dal colosso asiatico è stato lo stesso Wall Street Journal, che ha sparato la notizia “di testa” in prima pagina, accompagnandola con grafici più che eloquenti.
E il motivo è semplice: gli Stati Uniti e l’Europa hanno fatto una vera e propria guerra commerciale contro la Cina per tutto il 2025. È il risultato è stato quello (quasi simmetrico) che si può riscontrare anche nella sfera geopolitica: Pechino si è rifatta con gli interessi, puntando su rinnovate alleanze con i Paesi del Sud del mondo e con i cosiddetti “non allineati”.
Anche se poi, a leggere con attenzione i dati, si scoprono verità insospettabili. Come quella di un’Europa che a parole sproloquia di sacri principi e poi nei fatti, vigliaccamente, corre in Cina a trattare dietro le quinte i sordidi interessi di bottega nazionali. Questo tanto per ricordare di chi stiamo parlando.
Dunque il WSJ titola eloquentemente: “Il surplus commerciale della Cina supera i mille miliardi di dollari, sottolineando il suo predominio nelle esportazioni”. Per poi aggiungere nell’incipit che quest’anno ha superato per la prima volta “un traguardo che sottolinea il predominio raggiunto dal Paese in ogni settore, dai veicoli elettrici di fascia alta alle magliette di fascia bassa. Nei primi 11 mesi dell’anno – prosegue il Journal – le esportazioni cinesi sono aumentate del 5,4% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 3,4 trilioni di dollari, mentre le importazioni sono diminuite dello 0,6% nello stesso periodo, attestandosi a 2,3 trilioni di dollari.
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Un popolo di navigatori. Spunti di riflessione
Paolo Arigotti intervista Fulvio Grimaldi
https://www.youtube.com/watch?v=YJugVKAw37k&feature=youtu.be
Sostieni la Palestina quando combatte, o solo quando sanguina?
Quello cha succedendo nell’emisfero del capitalismo ultraprivatista, guerrafondaio, fascistizzante, agli ordini di un buzzurro incolto e psicolabile e di suoi famuli europei a lui appesi in armi per sopravvivere, viene definito un miracolo. E lo sembra, sempre a chi fa professione di spiritualismo, meglio detto spiritismo, specialisti i bigotti. Ai laici non risulta che ci siano miracoli, ma solo eventi sorprendenti, non attesi, neppure immaginati. Lo sono spesso i colpi di testa della Storia.
Come questo, che ha per simbolo la Flotilla per Gaza e per tema e spazio di manovra la Palestina, stavolta, alla faccia di ignavi, utili idioti, cacasenno, “giaguari” e loro amici, protagonista mondiale.
Da ultra-attempato testimone di ricorsi storici, mi posso permettere di dire che sembrerebbe di trovarsi a un fenomeno affine a quello sviluppatosi tra 1968 e 1977, prima che con la scaltra operazione BR finte, i padroni riuscissero a spazzare via tutto. E a tenere eventuali risvegli sotto controllo tramite le Operazioni Paura AIDS, Paura Terrorismo Islamico, Paura Pandemie, Paura Clima, Paura ri-Terrorismo non solo islamico, Paura Putin.
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La dottrina sociale della Chiesa cattolica fra continuità e discontinuità
Le religioni monoteistiche: sovrastrutture di “lunga durata”
di Eros Barone
1. La morte di papa Francesco e l’elezione del nuovo papa nella persona del cardinale statunitense Robert Francis Prevost, il quale ha scelto per caratterizzare il suo pontificato di chiamarsi Leone XIV, hanno richiamato l’attenzione del movimento di classe sulla crescente importanza di un’organizzazione - la Chiesa cattolica, per l’appunto – che esiste da oltre duemila anni, pur con vari adattamenti e con diversi gradi di influenza rispetto ai diversi modi di produzione (da quello schiavistico a quello feudale e da questo al modo di produzione capitalistico), e costituisce un fattore non secondario sia nella dinamica socio-politica e ideologica italiana sia in quella internazionale.
La natura anfibologica e proteiforme delle religioni (non solo del cristianesimo ma anche dell’ebraismo e dell’islamismo, per limitarci alle tre grandi religioni monoteistiche) spiega in parte la ‘lunga durata’ di certe sovrastrutture (non solo religiose ma anche filosofiche, giuridiche e artistiche): si tratta di un fenomeno su cui hanno acutamente riflettuto Marx ed Engels, i quali hanno posto in luce tanto le corrispondenze tra la base e le sovrastrutture quanto lo ‘sviluppo ineguale’ o la dissimmetria, fatta di ritardi e di anticipazioni, fra l’una e le altre. Occorre inoltre considerare un aspetto a cui raramente si presta attenzione, e cioè che la Chiesa, in quanto organizzazione gerarchica e centralizzata contrapposta alle prime comunità cristiane, che erano di natura del tutto differente, reca in sé stessa il codice ‘negativo’ della propria costituzione ed esistenza, essendo il prodotto della mancata ‘parousia’ (III secolo d. C.) e del conseguente patto costantiniano con l’Impero romano (IV secolo d. C.).
È poi opportuno sottolineare, per quanto concerne la problematica del rapporto tra Stato e Chiesa, che esiste una differenza assai profonda tra formazioni economico-sociali in cui la sovrastruttura dominante è quella religiosa (tali sono quella medievale in Europa, per lo meno fino alla rivoluzione francese, e attualmente quelle di un certo numero di paesi arabo-islamici) e formazioni economico-sociali in cui la sovrastruttura dominante è quella giuridico-politica (tali sono le formazioni esistenti ed operanti nei paesi europei e americani e in un certo numero di paesi asiatici).
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L’attacco all’Iran e la (sottile ma rischiosa) “strategia del carciofo”
di Norberto Fragiacomo
Analizziamo la situazione internazionale senza perderci in vacui preamboli: l’Occidente al traino di Washington ha adottato un atteggiamento di “difesa attiva anticipata” o se preferiamo prognostica, riassumibile nel motto “neutralizzare le minacce prima che si concretizzino”. Il corollario è che – come ha sentenziato un ministro per caso – “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”, cioè finché a violarlo sono le potenze rivali: Stati Uniti, Israele, Gran Bretagna e ausiliari al seguito possono fare impunemente ciò che vuole il centro, mentre gli altri stati sono oggetto, non soggetti di diritto. Ma chi ha concepito e a cosa è finalizzata questa strategia cui i media sistemici conferiscono un’orwelliana patina di moralità? I fatti e le dinamiche globali fotografano una montante severa crisi dell”Occidente, non più padrone di un mondo che, dopo la dissoluzione dell”URSS, era persuaso di tenere al guinzaglio. La Storia però non è finita con l’avvento del comunismo e nemmeno con il crollo di quello sovietico nel ’91: dopo dieci anni – quelli terminali del XX secolo – di indiscusso predominio americano abbiamo assistito alla crescita sempre più impetuosa e meno silente della Cina, alla restaurazione di un forte potere centrale in Russia, a interessanti esperimenti politici in America Latina; da ultimo, al formarsi di un embrione di contropotere piuttosto economico che politico (e non ancora militare) con la nascita dell’organizzazione Brics, che raggruppa i principali paesi non occidentali.
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La pianificazione e l’osteria dell’avvenire
di Francesco Schettino
Uno studio programmatico per un modello economico alternativo non può prescindere dall'uso flessibile della pianificazione
Dedicare adeguato spazio in questa rivista alla critica dell’economia e alla definizione di un paradigma alternativo è un’idea che assume ancor più rilievo alla luce degli ultimi accadimenti internazionali che sembrano precipitare velocemente verso un esito pericoloso e tutt’altro che auspicabile.
Lotta teorica e critica dell’economia politica
L’analisi economica è senza dubbio cruciale in un periodo in cui si sente parlare sin troppo spesso di geopolitica senza tener conto adeguatamente della fase del capitalismo in cui viviamo. Troppe volte, infatti, si ascoltano ragionamenti che sembrerebbero basati su un ipotetico risiko privo di storicità e dunque del fondamentale riferimento alla struttura economica contemporanea che si trova sempre in rapporto dialettico con il piano sovrastrutturale. Per non incorrere in aporie di questo tipo è necessario innanzitutto dotarsi di strumenti adeguati indipendenti – il socialismo scientifico – e non generati all’interno di un’accademia mondiale che, in maniera sempre più veemente, ha messo fuori dalla porta delle università l’unica teoria che negli anni, alla prova dei fatti, è stata in grado di fornire le leggi generali di sviluppo del capitalismo e dunque una formidabile critica dell’economia politica.
È dunque indispensabile riprendere in mano gli strumenti della critica al modo di produzione capitalistico per cercare di recuperare il terreno che è stato smarrito in decenni di sbandamenti e scivoloni concettuali che hanno garantito un arretramento formidabile – ma, si spera, non irrecuperabile – sul piano della lotta teorica: le opere di Marx, Engels e Lenin sono gli strumenti più affilati e poderosi per garantire una seria e rigorosa critica al mainstream economico e tutti i suoi derivati. Essi sono in grado di fornire una chiave di interpretazione di sviluppo della fase contemporanea del modo di produzione, nonché eventuali e possibili scenari che potrebbero scaturire da un declino del capitalismo che sembra sempre più inesorabile.
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Europa a secco. Chi ci guadagna e chi ci perde?
di Francesco Cappello
L’attuale deriva energetica dell’Unione Europea rappresenta il coronamento di un suicidio economico annunciato, dove l’ideologia sanzionatoria ha infine prevalso sul realismo geopolitico e sulla memoria storica. Dopo il divieto totale di importazione di petrolio russo nella Ue scattato all’inizio di quest’anno, il nuovo pacchetto di restrizioni, formalizzato nel Regolamento (UE) 2026/261, impone un divieto sulle forniture a breve termine (singole consegne, contratti di fornitura spot di poche settimane o pochi mesi) di gas naturale liquefatto russo a partire dal 25 aprile 2026, una scelta che appare oggi ancor più chiaramente autolesionista, oltre che tecnicamente folle. Per decenni, il metano russo ha costituito la spina dorsale dello sviluppo industriale europeo, garantendo energia a basso costo e stabilità strategica; recidere questo legame storico in nome di un atlantismo acritico significa condannare il Vecchio Continente a una deindustrializzazione irreversibile.
La fragilità di questa impalcatura sta definitivamente crollando sotto i colpi dell’escalation militare in Medio Oriente. L’aggressione condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio 2026, ha innescato una reazione a catena che vede nello stretto di Hormuz il cappio al collo dell’economia europea. Con la chiusura di questo passaggio vitale, oltre ai danni che stanno subendo fornitori come il Qatar (il complesso di Ras Laffan che soddisfa circa il 20% del fabbisogno globale di GNL è chiuso per danneggiamenti) (vedi nota [1]) e altri, l’Europa si ritrova improvvisamente privata del GNL qatariota, proprio mentre si ostina a sbarrare la porta all’unico fornitore che, per geografia e infrastrutture, potrebbe garantire la sopravvivenza del sistema produttivo continentale. È il paradosso perfetto: l’Europa si priva del gas russo per compiacere alleati che, con le loro azioni belliche, le precludono contemporaneamente l’accesso alle rotte alternative del Golfo Persico. Si aggiunga, nel caso dell’Italia, che l’interscambio con l’Iran, malgrado le sanzioni si è attestato intorno ai 700 milioni di euro nel 2025 facendo dell’Italia il secondo partner commerciale dell’Iran nell’Unione dopo la Germania.
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L’ipocrisia e il servilismo delle classi dirigenti europee
di Fabrizio Marchi
Lo spettacolo che sta mettendo in scena l’establishment politico e mediatico europeo negli ultimi mesi sul tema del rispetto delle regole e del diritto internazionale in contrapposizione alla aggressività e al banditismo trumpiano, è qualcosa fra lo stupefacente e lo stucchevole nello stesso tempo. Macron ha addirittura dichiarato di “rifiutare il nuovo colonialismo e imperialismo americano”. Ascoltare un presidente francese che accusa altri di colonialismo non ha termini di paragone; siamo alla pura comicità. “Gli USA – ha soggiunto – si stanno liberando dalle regole internazionali promosse non molto tempo fa”. E quali sarebbero queste regole che prima gli Stati Uniti avrebbero rispettato e ora non rispettano più? E quando mai la Francia, da sempre potenza colonialista per eccellenza, ha rispettato queste presunte regole? E quando mai gli Stati Uniti – con qualsiasi amministrazione – hanno rispettato le regole e il diritto internazionale?
Diciamo pure che ormai è stato superato ogni limite alla decenza. Ci sarebbe da ridere se le cose non fossero purtroppo molto serie.
I governi, e nel complesso tutte le classi dirigenti europee, hanno servito e sostenuto gli USA in tutte le loro guerre imperialiste, violato le regole e il diritto internazionale attaccando stati sovrani, bombardando, occupando e affamando interi popoli con embarghi criminali, hanno partecipato a guerre di aggressione e di saccheggio ipocritamente camuffate come “guerre umanitarie per portare diritti e democrazia (e naturalmente liberare le donne dal velo, e ci mancherebbe altro…)”, e ora, con la stessa faccia tosta, inalberano la bandiera del rispetto del diritto internazionale.
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Un bandito si aggira per il mondo
di Dante Barontini
Scordatevi il mondo in cui avete vissuto. Tutte le “linee rosse” che apparivano insuperabili sono state cancellate in pochissimo tempo. Non da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca, ma certo a velocità tripla rispetto a prima del suo arrivo.
Il genocidio dei palestinesi durava da più di un anno, ma è apparso davvero intollerabile solo quando il tycoon ha cominciato a sventolare i suoi progetti di “riviera” sulle fosse comuni e quando qualche decina di pacifisti su vecchie barche destinate comunque alla demolizione sono stati indicati da Israele e dai sionisti di complemento come “la flottiglia di Hamas”.
Caduto infine il velo di propaganda “buonista” disteso da sempre sulle politiche imperiali di rapina, la Casa Bianca è apparsa per quel che è: il covo di una gang – con sala da ballo annessa – che prova restare in sella minacciando tutto il mondo e la propria stessa popolazione.
Lasciamo per una volta da parte le doverose analisi sulla crisi strutturale che attanaglia da decenni il modo di produzione capitalista e in particolare l’imperialismo euro-atlantico. Basta infatti mettere in fila le “novità” dell’ultima settimana: l’attacco al Venezuela e il rapimento del presidente Maduro, gli assalti corsari alle petroliere anche russe, le pretese sulla Groenlandia, il ritiro da ben 66 accordi e organismi internazionali, gli omicidi dell’Ice negli stessi Stati Uniti e la loro difesa totale da parte dell’amministrazione…
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“Make America Great Again”: il sogno è diventato un incubo
di Infoaut
Trump sembra sia riuscito a trasformare il sogno Maga in un pantano, e molti dei sostenitori di quel progetto iniziano a prendere le distanze, seriamente messi di fronte al fallimento e all’incoerenza del presidente.
Prima prova a dare la colpa agli immigrati per i crimini più efferati, poi punta alla propaganda sul finto miglioramento dei prezzi sulle merci per gli americani grazie ai famosi dazi, sino a dirsi immune e ignaro di essere all’interno degli Epstein Files, negando la parola di una delle donne violentate da lui stesso di cui si sono magicamente perse le documentazioni, il tutto condito da video artificiali per narrare una vittoria inesistente, immagini divine, a corredo di una strategia per confondere e distogliere l’attenzione dal fallimento su tutti i fronti di questa ultima “avventura” coloniale americana.
Sembra tanto tempo fa e invece lo “scandalo”, se così vogliamo chiamarlo, degli Epstein Files è stato immediatamente rimosso dalla scena perché Trump ha deciso di concludere degli pseudo negoziati aggredendo in maniera completamente arbitraria l’Iran, per motivi senza “razionalità” in sé – cambiati in corso d’opera per rendere più o meno credibile un modus operandi dai più classificato come “pazzo”. Eppure, questo evento ci lascia un dato imprescindibile: l’aver sbattuto in faccia ancora una volta a tutto il mondo la profonda natura marcescente del capitalismo, delle soggettività a guida del sistema egemonico.
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La Sinistra Negata 08
La Sinistra Negata e gli Anni ’90
A cura di Nico Maccentelli
Redazionale del nr. 18, Dicembre 1998 Anno X di Progetto Memoria, Rivista di storia dell’antagonismo sociale. Le puntate precedenti le trovate nei link a piè di pagina.
(Questa prima parte del redazionale dedicata agli Anni ‘90 è divisa in due puntate e questa è la seconda puntata)
Parte prima/2: quale sinistra rivoluzionaria?
6. L’IPOTESI… POLACCA
Gli anni ’80 ci presentarono un quadro solo apparentemente contraddittorio. Da un lato, anni di reaganismo diretto o indiretto hanno reso estremamente netto il profilo delle classi sociali, divaricando enormemente le distanze tra chi partecipa al banchetto allestito dal potere e chi ne è invece escluso. D’altro lato, uno sguardo all’intemo delle classi subalterne rivela una realtà magmatica, priva di fulcri e di momenti di condensazione, prodotto diretto della ristrutturazione produttiva degli anni Ottanta. Nessuna ricomposizione soggettiva è possibile a partire da un solo frammento di classe, dal momento che nessuno di essi, considerato isolatamente, aveva in quegli anni una collocazione strategica tale da consentirgli di fungere da catalizzatore di tutti gli antagonismi. In altri termini, né i macchinisti, né gli insegnanti, né gli studenti, né gli operai, né i disoccupati, né i portuali, e via elencando, potevano agire da detonatore dell’antagonismo sociale, poiché nessuna di queste (o di altre) categorie occupava autonomamente un posto chiave nell’assetto socioeconomico.
A ciò si deve l’estrema frammentazione delle domande e dei bisogni, che incanalò il diffuso malessere sociale – pur quanto mai tangibile – entro rivendicazioni anche significative ma parziali, e sul piano ideologico incoraggiò uno spostamento d’attenzione dal sistema nel suo complesso alle sue singole disfunzioni (mafia, eroina, disastro ambientale, razzismo, ecc.). La tensione “rivoluzionaria” venne dunque meno, perché allontanata dalle cause e dispersa tra gli effetti; mentre lo stesso movimento antagonista, socialmente frammentato al proprio interno quanto la realtà in cui era calato, stentava a farsi portatore di un’alternativa globale, tendendo piuttosto ad assumere una visione delle cose assai simile al No future cantato dai Sex Pistols.
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Nietzsche e il transumanesimo
di Massimiliano Cannata*
Nel ponderoso e impegnativo saggio Nietzsche l’iperboreo (ed. il melangolo), Paolo Ercolani, filosofo dell’Università “Carlo Bo” di Urbino, ricercatore presso il “Dipartimento di scienze dell’uomo” traccia un percorso molto preciso mettendo in guardia il lettore dalla pericolosa prospettiva, alimentata da una significativa schiera di cantori acritici della potenza tecnologica, che vede come attuabile il sogno dell’uomo di ogni tempo: essere immortale. Sgombriamo subito il campo da un equivoco: Ercolani non è certo un “apocalittico”, conosce bene il digitale, lo adopera nelle sue lezioni quotidiane, se ne serve per rendere più capillare ed efficace il suo insegnamento, frequenta i Social dove instaura un vivace dialogo con colleghi, studenti, fruitori dei suoi scritti. Dove sta allora il problema, verrebbe da dire? Il problema esiste perché viviamo in un tempo ricco di opportunità, come dimostrano le straordinarie applicazioni dell’IT e delle reti neurali: promettono un allungamento della vita, un potenziamento delle capacità diagnostiche, persino la possibilità di regolare il traffico liberandoci da questa “prigione” della modernità, ma non tutto converge verso un reale progresso della condizione umana. Qualcosa non funziona se si guarda all’innalzamento dei rischi fisici e informatici, al generale male di vivere che coglie le generazioni trasversalmente, al solipsismo tecnologico nuova malattia del nostro tempo, all’emersione dell’homo stupidus stupidus, contraltare di quella specie sapiens che sembrava inattaccabile, come ben tratteggiato da un celebre saggio di Vittorino Andreoli (ed. Rizzoli).
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Turn up the… History. Riorientare il desiderio e l’azione
di Silvano Poli
G. W. F. Hegel affermava che la lettura del giornale è la pregheria dell’uomo moderno. Inevitabile come il segno della croce per ogni buon cristiano, molti di noi l’altro ieri hanno aperto gli occhi e scrollato le notizie sul loro calamitico smartphone. A colonizzare il “feed” (quella che una volta era la home) c’era la vittoria di R. Mamdani a nuovo sindaco della Grande Mela. L’entusiasmo, o l’astio sono palpabili, gli appellativi arcinoti e ripetuti fino allo sfinimento: Mamdani è di colore, musulmano e pure socialista.
Il trionfo newyorkese è solo la ciliegina sulla torta di una serata che per i Dem è puro ossigeno. Nella stessa notte, infatti, il partito blu si è portato a casa i Governatori di New Jersey e di Virginia, affiancando anche la maggioranza nel Parlamento federato dello stato “Madre dei Presidenti”. Decisivi sono state anche la vittoria della “Proposition 50” per la ridefinizione dei collegi dei rappresentanti alla Camera – classica storia di Gerrymandering e opposizione al Texas rosso – fortemente voluta dal partito Dem Nazionale e osteggiata ferocemente da Trump; così come la riconferma di tre giudici nella corte federale della Pennsylvania. In breve, dopo mesi di stato comatoso, questo è forse il primo colpo di reni da parte di un partito che sembrava aver assorbito tutta l’inettitudine di Biden e l’ignavia di Harris – che con Mamdani è riuscita a non prendere ancora una volta una posizione strategicamente intelligente. È, di certo, una vittoria degli outsider, di quelle frange ostracizzate dal partito principale: dimostrazione di come il core del partito sia ancora dominato da un’avversione antipopolare che non ha nulla da invidiare ai neocons, ai tecno oligarchi e ai Trump Boyz. E, tuttavia, è indubbio che dopo mesi, se non anni di notizie pessime, una buona notizia non possa non avere l’effetto di galvanizzare l’ambiente e tutti i movimenti.
È certo che Mamdani rappresenti uno dei migliori risultati auspicabili negli USA e che l’egemonia del gigante d’oltreoceano ci porti a fare nostre le sue vicissitudini, a renderci tristi per le sconfitte dei (presunti) “compagni” a stelle e strisce ed entusiasti per le loro vittorie.
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Lo strappo culturale (toppe e rammendi)
di Davide Miccione
Chi critica la società in cui vive, chi insiste nel non vedere in essa l’armata dei buoni o il giardino del mondo bensì una civiltà in declino morale e intellettuale si trova solitamente, dopo un po’, a venire accusato di essere distruttivo o bastiancontrario, di non prospettare soluzioni alternative e così via. Si potrebbe rispondere a tutto ciò con una feroce critica al “soluzionismo” implicito di chi ti rimprovera (generando però l’ovvio paradosso di rispondere a chi ti accusa di criticare soltanto, criticando anche la critica) oppure segnalando la nobiltà di criticare la società in un mondo estremamente conformista e che su questo conformismo edifica carriere. Chi scrive però, ogni tanto, sente il bisogno di giustapporre alle proprie lunghe e, si spera, fondate critiche qualche proposta in positivo. Nel mio volume Lumpen Italia (Ipoc 2015, poi LetteredaQalat 2022) vi era un’appendice con alcune proposte per rallentare l’ascesa del sottoproletario cognitivo. In questo pezzo invece, dopo numerosi articoli su Avanti! e Aldous in cui si indica e si stigmatizza il collasso culturale, intellettuale, concettuale, formativo, accademico e scolastico, si proverà qui a proporre qualche semplice decisione politica che potrebbe, se non invertire la rotta, perlomeno rallentare il declino o creare qualche isola meno infelice. Insomma qualche idea concreta che possa allentare questo trionfo dell’ignoranza, questo anti-intellettualismo di massa trionfante. Ne proporremo cinque.
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Se Leone diserta il riarmo
di Leonardo Animali
C’è uno solco profondo che separa le parole pronunciate del presidente della Repubblica Mattarella – già ministro della Difesa nella stagione in cui l’Italia partecipò ai bombardamenti nel Kosovo della Nato senza mandato Onu – il 19 dicembre in occasione della cerimonia per lo scambio di auguri di fine anno, e quelle rese note il 18 dicembre, del Messaggio di papa Leone per la LIX Giornata Mondiale della Pace del 1 gennaio (parole rafforzate nell’Angelus sulla “pace disarmata” pronunciate il 26 dicembre, festa di santo Stefano). Altro che figura defilata rispetto a Francesco: Leone mette al centro la nonviolenza, attacca l’ipocrisia della politici che sostengono il riarmo, prende le distanze da chi parla di guerra per fare la pace e da chi usa le religioni per promuovere una cultura bellicistica
C’è uno solco profondo che separa le parole pronunciate del presidente della Repubblica Mattarella il 19 dicembre in occasione della cerimonia per lo scambio di auguri di fine e anno, e quelle rese note il giorno prima, il 18 dicembre, del Messaggio di papa Leone XIV per la LIX Giornata Mondiale della Pace del 1 Gennaio. Contenuti che fanno emergere anche la differenza di intendere la pace che c’è nel mondo cattolico laico, del quale Mattarella, già Ministro della Difesa nella stagione in cui l’Italia partecipò ai bombardamenti nel Kosovo della Nato senza mandato Onu, viene da sempre annoverato quale autorevole interprete laico e politico. “Richiede uno sforzo convergente anche la definizione compiuta di una strategia di sicurezza nazionale – ha detto il presidente – in un tempo in cui siamo costretti a difenderci da nuovi rischi che, senza infondati allarmismi, sono concreti e attuali.
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Attentati e disciplina morale “a gettone” dell’Occidente
di Lavinia Marchetti*
L’Occidente, quando scatta il sangue, sa produrre due cose in tempi brevissimi: una “narrativa” dell’innocenza per chi merita protezione simbolica e un tribunale morale per chi viene trattato come sospetto permanente. Dal 2001 siamo nello stato d’eccezione come norma.
L’islamofobia funziona come tecnica di governo dell’emozione pubblica. Trasforma un crimine in indizio di identità, così si sposta più facilmente l’attenzione dall’autore di un gesto alla sua “appartenenza”, sociale, simbolica. In altre parole estende la responsabilità per contagio.
In questo schema, il musulmano resta chiamato a una prova di lealtà, un po’ come se la cittadinanza fosse un prestito revocabile. A quel punto il discorso smette di parlare di “sicurezza” e inizia a parlare di gerarchia umana.
Bondi Beach, Sydney, 14 dicembre 2025. Una celebrazione pubblica di Hanukkah. Due uomini aprono il fuoco su una folla radunata per “Chanukah by the Sea”. Le autorità australiane parlano di attacco mirato contro ebrei australiani. I numeri dei morti cambiano nel giro di ore, segno tipico delle prime fasi, fra conteggi ospedalieri e aggiornamenti clinici. Siamo intorno ai 16 morti e 38 feriti.
Secondo la polizia del Nuovo Galles del Sud, gli attentatori identificati finora sono un padre e un figlio: Sajid Akram (50 anni), ucciso sul posto, e Naveed Akram (24 anni), ricoverato in condizioni critiche sotto custodia.
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Nuova strategia Usa e chi non vuol capire
di Giorgio Ferrari
A proposito della nuova strategia degli Stati Uniti e le reazioni che ha suscitato
L’accoglienza riservata da quasi tutti gli organi di stampa italiani, sopratutto quelli di area esplicitamente democratica, al documento della Casa Bianca (National security strategy 2025) è stata – a mio modo di vedere – ipocrita e anche miope.
Di tutto il suo contenuto, quello che viene posto in risalto è l’attacco all’Europa, omettendo di citarne o banalizzandoli, molti altri aspetti niente affatto irrilevanti.
Ho già espresso il mio punto di vista su Trump (https://www.labottegadelbarbieri.org/la-retorica-del-male-assoluto-e-il-tracollo-della-democrazia/) ma ritengo utile riportare un brano del mio intervento perché mi sembra assolutamente pertinente all’argomento di cui si discute oggi.
Trump ha fatto capire agli alleati europei che l’Atlantismo da Truman in poi (non quello di Roosevelt che era ancora un “patto” anti nazista esteso all’Urss), iniziato con il bombardamento atomico del Giappone e proseguito con la guerra fredda e con la Nato, non gli interessa più di tanto perché è superato dagli eventi storici occorsi negli ultimi 35 anni (caduta dell’Urss) e se l’Europa vuole continuare a mantenerlo in piedi che se lo paghi e, soprattutto, se ne assuma le responsabilità politiche. Queste cose Trump le sosteneva già durante la sua prima presidenza o ci si è dimenticato che il ritiro dall’Afghanistan fu deciso da lui (accordo di Doha del febbraio 2020) e poi effettuato con ritardo da Biden nel 2021? Trump non vuole continuare a finanziare guerre, non perché sia un pacifista, ma perché gli costano molto di più di quanto gli rendano e se ne promuoverà una sarà con la Cina, vero antagonista globale ma soprattutto commerciale, come s’è visto con la guerra dei dazi.
Questa rimodulazione dell’Atlantismo, dopo la pubblicazione del documento della Casa Bianca, è interpretata, a seconda dei casi, come un tradimento; un regalo alla Russia o un tentativo di destabilizzare l’Europa (il più gettonato) e non c’è verso che chi azzarda queste considerazioni le inquadri, con un minimo di realismo, nel contesto internazionale. Ma andiamo con ordine.
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Cala lo spread, ma non per merito del governo
di Guglielmo Forges Davanzati
La recente “promozione” dei conti pubblici italiani da parte di Moody’s (da Baa3 a Baa2) e la riduzione dello spread sono stati salutati dal Governo come successi storici. Una verifica più attenta di ciò che è successo può, però, indurre a dubitare dell’interpretazione dell’Esecutivo. Vediamo perché.
Innanzitutto, va messo in evidenza il radicale cambiamento di opinione su questi temi da parte dell’attuale maggioranza e della sua leader: nel 2018, Giorgia Meloni definiva il giudizio delle agenzie di rating “attendibile come la previsione di una cartomante”, aggiungendo che le istituzioni che valutano la solidità dei conti pubblici di un Paese sono niente altro che “pagliacci”.
In effetti, vi sono buone ragioni per dubitare dell’efficacia e della trasparenza del loro operato, nello svolgimento del loro compito di valutare la capacità di uno Stato di rimborsare il debito: gli errori commessi sono stati clamorosi, a partire dall’assegnazione di un buon giudizio a Lehman Brothers poco prima del suo fallimento, per continuare con la valutazione positiva attribuita a Parmalat a ridosso del crack finanziario e per finire con l’apprezzamento dei mutui subprime in concomitanza con l’ondata di insolvenze.
Vi è di più, dal momento che alcuni economisti attribuiscono la crisi finanziaria globale del 2007-2008 proprio agli errori di valutazione commessi dalle agenzie di rating.
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Il 3 ottobre sciopero generale, blocchiamo tutto di nuovo!
di Rete dei Comunisti
Governo Meloni complice, rompere con lo Stato d’Israele
Dopo il clamoroso sciopero generale del 22 settembre, il movimento di classe e di solidarietà con la Palestina è chiamato di nuovo a fare tutto il possibile per sostenere la causa del popolo palestinese e forzare la rottura di ogni rapporto politico, diplomatico ed economico con lo Stato terroriste d’Israele.
Il rinnovato protagonismo della classe operaia spinge il Paese intero a battere un altro colpo contro le complicità delle istituzioni e delle imprese italiane col genocidio in corso a Gaza e l’occupazione coloniale della Palestina.
Il governo Meloni e il presidente Mattarella sono pienamente corresponsabili della barbarie sionista, continuando a offrire sostegno a tutti i livelli allo Stato d’Israele insieme a tutto l’Occidente collettivo.
Il blocco in acque internazionali della Global Sumud Flotilla e dei suoi attivisti, tra cui anche “cittadini italiani”, è solo l’ultimo atto criminale del regime sionista coperto dal governo, come già accaduto nei mesi scorsi nel nostro Paese.
Dopo aver trasformato l’Italia in una grande piazza Gaza, le lotte operaie, studentesche, sociali, femminili e ambientaliste venerdì 3 ottobre sono chiamate di nuovo a riunirsi e a riconoscersi in un blocco sociale reale in grado di fermare tutto il Paese e a rinnovare la sfiducia operaia e popolare al governo Meloni.
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Il fronte del Baltico: droni, basi NATO e "l'assedio a Kaliningrad"
di Fabrizio Poggi
Hanno avuto la risonanza voluta dal loro autore i guaiti del ministro degli esteri lituano Kestutis Budrys all'indirizzo della regione di Kaliningrad, con l'incitamento alla NATO a «radere al suolo» le installazioni militari là dislocate. Passati i latrati, è il caso di chiedersi se questi siano qualcosa di più serio che non le mosse di un botolo che, finché si sente protetto dal guinzaglio, abbaia a squarciagola, salvo andarsi poi a rimpiattare tra le gambe del padrone, non appena avverta la propria nullità di fronte a un avversario più grande e più forte. Il fatto è che quella del ministro lituano non costituisce una novità.
Moskva ha più volte indicato che la NATO intensifica le attività in tutta la regione baltica e che la Joint Expeditionary Force a guida britannica non da ora simula scenari per la conquista di Kaliningrad. In generale, l'area baltica sembra essere quella cui la Russia è destinata a prestare l'attenzione più seria.
In particolare da parte lituana, ricorda Kirill Strel'nikov su RIA, a più riprese si è parlato di blocco del transito verso l'exclave russa. Da parte NATO, il generale Chris Donahue, a capo del Allied Land Command and U.S. Army Europe and Africa, ha parlato di un piano per la «soppressione operativa del potenziale difensivo delle forze russe nella regione di Kaliningrad». L'Istituto statale danese di studi internazionali, nel rapporto "Kaliningrad 2024: focolaio di caos e distruzione della Russia nel Mar Baltico", assicurava che per «Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia e Stati baltici, Kaliningrad rimane una fonte di rischio a lungo termine».
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Emirati fuori dall’Opec causa crisi bellica
di Francesco Piccioni
Il Golfo Persico è per il momento l’epicentro del terremoto che sta spostando gli equilibri mondiali (in ottica geopolitica) e la struttura dei mercati dell’energia (in ottica macroeconomica). Il collegamento è evidente e ferreo, dunque è inutile privilegiare un’ottica rispetto all’altra.
Tutti i paesi del Golfo hanno fatto parte dell’Opec – poi diventato Opec+ – che comprende anche Algeria, Nigeria, Venezuela, Gabon, Congo, Libia. Il Qatar ne è uscito nel 2019, gli Emirati Arabi Uniti ne stanno uscendo ora (dal 1 maggio).
E questa è indubbiamente una notizia importante, perché lo stato con capitale Abu Dhabi è il terzo produttore del cartello OPEC e il settimo al mondo. L’intenzione dichiarata è aumentare gradualmente la produzione da circa 3,6 milioni di barili a 5 milioni di barili al giorno entro il 2027.
Il sistema Opec
Il cartello ha adottato un regolamento interno di distribuzione delle quote di produzione di ciascun paese aderente in proporzione alle “riserve petrolifere dichiarate”.
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Referendum: una sberla al governo Meloni
Buon segno, ma non saranno le urne a fermare riarmo, economia di guerra e stato di polizia!
di Il Pungolo Rosso
Il NO ha vinto nettamente al referendum, voluto dalle destre per accelerare la marcia verso lo stato di polizia, necessario per imporre ai lavoratori e alle lavoratrici un aumento dello sfruttamento e sacrifici sempre più pesanti finalizzati al riarmo e all’economia di guerra.
E’ un NO inequivocabile al governo in carica, rafforzato dalla sorprendente partecipazione al voto. Un NO non solo e non tanto sulla “separazione delle carriere” dei magistrati o sulla “difesa della Costituzione”, quanto sui tratti distintivi del governo stesso.
Sull’esito referendario ha pesato in modo decisivo la percezione, per quanto confusa e non articolata, che il governo Meloni e le classi dominanti stanno spingendo la grande massa della popolazione verso un vero e proprio salto nel buio. E questa percezione è stata particolarmente viva negli strati sociali (giovani, donne) e negli ambiti territoriali (il Sud, le cinture operaie) che più stanno soffrendo per la sistematica compressione dei loro bisogni primari.
Le prime analisi del voto mostrano una forte adesione al NO tra le fasce di popolazione più giovani, quelle più esposte – nella proletarizzazione dilagante – alla illimitata precarietà, all’assenza di diritti, alla mancanza di prospettive lavorative decenti, all’impossibilità di trovare e pagare una casa in affitto in città trasformate sempre di più in macchine per lucrare sullo sfruttamento del lavoro povero e sull’overtourism.
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Borghesia manipolatrice
di Silvia Borgese
Secondo Orwell la società si articola in tre categorie: i Superiori, orientati alla conservazione del potere; gli Intermedi, che aspirano a sostituirli; e gli Inferiori, che tendono all’abolizione di ogni gerarchia. Il tentativo della classe intermedia di affermarsi come nuova élite dominante necessita inevitabilmente del sostegno degli Inferiori, così da costituire una maggioranza numerica. Tuttavia, questi ultimi non vengono mai realmente inclusi nella transizione: per tale ragione la borghesia li mantiene costantemente occupati nel lavoro e quasi storditi dall’illusione di una possibile ascesa sociale. Condividendo la stessa radice etimologica della parola libertà, il liberalismo si impone come annullamento di ogni costrizione, offrendo l’illusione di possibilità illimitate. A sostenerlo vi è una spinta commerciale inarrestabile, unita alla volontà di dominio economico e sociale, favorita da uno Stato che si limita a garantire le dinamiche concorrenziali senza porvi reali limiti. Esaltato dalla borghesia settecentesca e consolidato dal capitalismo successivo alla rivoluzione industriale, esso ignora le carenze dei ceti subalterni, travolti da rivalità crescenti, privati di stabilità e indotti a credere che la propria sorte dipenda esclusivamente da una vena imprenditoriale impossibile da sviluppare senza mezzi adeguati. Nemico della democrazia, non tollera che il suo principio cardine – la libertà – venga subordinato all’uguaglianza, seppur almeno in apparenza. È restrittiva, a detta di coloro che sanno stare al gioco mutevole del mercato. Ma la forte tutela dell’individualità non per tutti è un privilegio, bensì portatrice di divari, criterio di distinzione.
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Quella voglia matta di “indipendenza” dagli Usa
di Dante Barontini
Se si esce dalla nebbia delle dichiarazioni di principio o di bon ton diplomatico si vede subito che l’area euro-atlantica sta diventando ex. Al punto che la testata POLITICO ha individuato un indipendence moment per l’Europa. Un momento che racchiude necessità impellenti, dipendenze da eliminare, alternative da trovare. Quasi impensabile solo un anno fa, quando la fedeltà euro-atlantica era un presupposto per essere ammessi in società, assunti nei media, candidati alle elezioni, rilevati nei sondaggi e anche essere inclusi tra gli “umani”…
Già limitandosi a questa nuova consapevolezza, senza neanche entrare nel merito delle diverse questioni, appare evidente che l’Unione Europea, così come è stata costruita, non è in grado di affrontare la realtà. Costruita su trattati influenzati da una teoria economica fasulla secondo cui la spesa pubblica è sempre sbagliata e “il mercato” va lasciato agire in libertà, anzi favorito e “non disturbato” (Meloni dixit) in quanto spazio “neutro”, si ritrova improvvisamente in una congiuntura in cui l’economia e il commercio sono utilizzati come strumenti di forza e sopraffazione, rispondendo a input decisi politicamente. Fuori gioco e fuori fase, insomma.
La dirigenza europea selezionata in base a quella impostazione, e abituata ad adottare decisioni già preconfezionate da un “pilota automatico”, non può neanche elaborare un piano organico di lunga durata che prevede competenze da “statisti” (visione, progetto, gestione del rischio, immaginazione creativa, ecc).
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