Avventurismo neoimperiale versus diritto. Che fare?
di Antonio Cantaro
The Donald, spiega l’ineffabile Nobel Institute non può condividere con la Signora María Corina Machado il premio Nobel per la pace («una volta annunciato …non può essere revocato, condiviso o trasferito ad altri»). Trump se ne farà una ragione. Al Presidente pro tempore degli Stati Uniti interessa restare alla storia, può fare a meno del folclore di un riconoscimento sempre più screditato.
Avventurismo neo-imperiale
La storia per The Donald si chiama dottrina Donroe, il neologismo coniato da Trump per ‘nobilitare’ l’avventurismo della sua amministrazione (ISPI online, 8 gennaio 2026). I posteri diranno se sarà storia. Ci auguriamo di no. Per il momento registriamo che avventurismo è la parola del mese di questo gennaio 2026. Avventurismo in politica estera e in politica interna, due avventurismi strettamente imparentati (A. Cantaro, 11 dicembre 2025). Da prendere sul serio, molto sul serio. Cosa che l’Unione europea è stata sin qui ben lungi dal fare, abbozzando sempre (con Trump come con Biden) su (quasi) tutto (Ucraina, Medio Oriente, Iran) al neoimperialismo americano. Ci vuole per questo – si dice da più parti – un nuovo ordine internazionale fondato sul diritto e non sulla logica di potenza, sulla violenza, sul potere del più forte sul più debole. Non disdegno, in via di principio, l’etica dei buoni sentimenti, a patto che questa etica la si cominci a mettere concretamente in campo non dopodomani ma subito. Oggi. Ribattendo colpo su colpo all’avventurismo, da qualsiasi parte provenga. Come? A partire da atti simbolici e da pratiche esemplari. Cosa cambiano gli atti simbolici e le pratiche esemplari di fronte al colosso americano, al suo perdurante strapotere tecnologico e militare? Nulla, predica il realismo geopolitico che ha preso da troppo tempo il posto dell’economicismo e del marxismo volgare. E, invece no, atti simbolici e pratiche esemplari possono cambiare molto, moltissimo. Ricordate il Vietnam? Ricordate le lotte anticoloniali? Cosa unisce – si è chiesto Giuliano Garavini – le vicende di Venezuela, Congo, Ucraina, Danimarca?



La Filosofia vive dei suoi eroi e dei suoi martiri. Gli uomini e le donne che hanno trasformato la filosofia in testimonianza vivente riaprono gli orizzonti della storia nel nostro presente e dischiudono il futuro.
In questo numero della rivista pubblichiamo il Rapporto della Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967. La relatrice speciale, come sappiamo è Francesca Albanese.


Durante la campagna elettorale del 2008, una candidata repubblicana alla vicepresidenza di cui oggi non si ricorda più nessuno (Sarah Palin, allora governatrice dell’Alaska), fece proprio uno slogan lanciato alla National Convention del Partito Repubblicano da Michael Steele, allora vicegovernatore del Maryland: Drill, Baby, Drill!, che stava per: “Scava altri pozzi di petrolio, usa il fracking, non importa se inquina le risorse idriche, fa’ quello che ti pare, basta che ci sia più petrolio!”. Detto da Sarah Palin, che giocava apertamente sull’allure della bibliotecaria sexy con occhiali a televisore e tacco dodici, il doppio senso sessuale rivolto all’elettorato maschile (“Trapanami, tesoro!”) non era sussurrato, era esplicito. Il senso era poi triplo se ci si figurava un’America che vuole essere penetrata/trapanata dal bestione americano e generare così una petrolifera nidiata. Sarah Palin non divenne vicepresidente, ma poi fu il fracking, nonostante l’acqua nera che usciva dai rubinetti delle case di chi viveva vicino ai giganteschi drill, a risultare un fattore essenziale nel garantire all’America l’indipendenza energetica.
Ieri sono stato alla proiezione del film “D’Istruzione pubblica” di Federico Greco e Mirko Melchiorre al cinema Beltrade di Milano. Dopo la proiezione, è uscita un’interessante discussione con i due film-makers e con Lorenzo Varaldo, il preside dell’istituto comprensivo “Sibilla Aleramo”, protagonista del documentario. Di seguito, propongo alcune riflessioni a partire proprio dallo stimolante dibattito successivo e, ovviamente, dai temi del film.
La COP30 di Belém è nata con aspettative enormi. Prima conferenza a tenersi alle porte dell’Amazzonia a dieci anni dall’Accordo di Parigi, avrebbe dovuto segnare un nuovo inizio per le politiche climatiche. È stata definita la COP della verità e del coraggio ma l’assenza degli USA prima, così come i passi indietro sulla transizione energetica e le iniziative decise come non vincolanti durante e dopo, hanno trasformato il negoziato in un gioco al ribasso pieno di contraddizioni e promesse disattese, in una condizione dove 

Il genocidio a Gaza è solo l’inizio. Benvenuti nel nuovo ordine mondiale. L’era della barbarie tecnologicamente avanzata. Non ci sono regole per i forti, solo per i deboli. Opporsi ai forti, rifiutarsi di piegarsi ai loro capricciosi desideri significa essere sommersi da missili e bombe. Assistiamo quotidianamente a questa follia con la guerra contro l’Iran, i bombardamenti a tappeto del Libano meridionale e le sofferenze a Gaza.
Dopo aver visto il nuovo documentario di Abby Martin e Mike Prysner, Earth’s Greatest Enemy (Il Più Grande Nemico Della Terra), ho dovuto riconsiderare completamente il mio orientamento verso l’attivismo ambientale.



Quanto avvenuto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 17 novembre 2025, con l’approvazione della Risoluzione n. 2803, è un evento rivelatore dell’acquiescenza della comunità internazionale al predominio della forza delle armi in Terrasanta. Risulta oramai evidente che non vi è più spazio per il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, e che la violazione del diritto internazionale non trova sanzione nemmeno presso l’ONU: non una riga viene infatti dedicata in questa risoluzione alle molteplici, reiterate, permanenti violazioni dei diritti umani commesse dallo Stato di Israele nella Striscia di Gaza (e non solo).


Hamas è un’associazione terroristica e dunque chiunque abbia a che fare con Hamas è un terrorista. È su questo semplice ragionamento, di natura politica prima ancora che giuridica, che si regge l’inchiesta che vede coinvolti molti palestinesi residenti in Italia con l’accusa di associazione a delinquere con finalità di terrorismo internazionale. Il pensiero mainsteram non nutre alcun dubbio alla natura del gruppo islamista. Ma questo presupposto è accettabile?
Quando il bersaglio non è una persona ma la verità dei fatti


Ebbene sì, siamo ripiombati nel fascismo! E il fascismo, braccio politico dell’imperialismo, produce la guerra, il genocidio, la distruzione. Ma ciò che è ancor più grave e preoccupante in questo terrificante presente è la totale assenza di una prospettiva strategica di classe, in grado di porre la rivoluzione necessaria come obbiettivo concreto, perseguibile e perseguito. I livelli di atomizzazione a cui è stata spinta la società, attraverso la manipolazione algoritmica profonda, sono senza precedenti e le lotte, lungi dal convergere, si fanno sempre più frammentate e isolate, tra loro e in seno alla società. Le classi subalterne sono talmente soggiogate, da vecchie e nuove forme di controllo e di oppressione, da non essere in grado di sviluppare un pensiero critico autonomo, restando così prive degli strumenti necessari a produrre autocoscienza e spinta rivoluzionaria e, ancor più, capacità di autorganizzazione collettiva.
L’ultima definizione indifferente della guerra, l’ultima aggettivazione che sembra smussarne il fine criminale è quella di essere “ibrida”, cioè multiforme, combattuta su piani diversi, quasi fosse solo una semplificazione dell’innovazione tecnologica dell’ultima ora. Precedentemente, a difesa della sovranità, territorio e giurisdizione di uno stato, il diritto all’intervento bellico alla difesa della rule of Law, o diritto internazionale, era il garante ultimo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.



Norme, potere e transizione geopolitica
Per diverse ragioni potrebbe risultare pericoloso farsi illusioni circa il rapido esito negoziato del conflitto che oppone Israele e Stati Uniti all’Iran. Innanzitutto perché le dichiarazioni, spesso sopra le righe e contraddittorie di Donald Trump, suscitano legittime perplessità circa la lucidità e la consapevolezza delle decisioni dell’inquilino della Casa Bianca.







































