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Il “profit sharing” all’italiana: aiuti alle imprese, tagli ai salari
Guglielmo Forges Davanzati
Il Ministro Brunetta ha recentemente definito il progetto di partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa (o profit sharing) – proposto dal Ministro Tremonti - una “utopia possibile”. La definizione appare alquanto esagerata dal momento che esperienze di questo tipo sono già state realizzate, alcune sono già in atto, ed è difficile vedervi qualcosa di utopico. La proposta del Governo consiste nella detassazione del 10% a beneficio di quelle imprese che incentivino la partecipazione dei lavoratori agli obiettivi dell’impresa. Il salario verrebbe scisso in due componenti: una parte fissa e una variabile, quest’ultima in funzione dei profitti aziendali, così che il salario può aumentare – ferma restando la sua quota fissa – solo se i profitti aumentano. La ratio che ne è a fondamento consiste in questo: poiché si ritiene che, in regime di compartecipazione, il lavoratore sia maggiormente interessato alla performance dell’impresa, vi è da attendersi che sia più produttivo. Sul piano giuridico, la fonte di riferimento è la nuova versione dell’articolo 2349 del Codice civile, che dispone che si possa convertire parte degli utili in azioni, da assegnare ai dipendenti sulla base della loro adesione ai programmi aziendali di compartecipazione.
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Crisi, libero scambio e protezionismo
A. Lo Fiego intervista Emiliano Brancaccio
Mentre il governo minimizza e ci racconta che il peggio è passato, ci avviciniamo ad un autunno di licenziamenti, chiusure di siti produttivi, crollo del reddito operaio, aumento vertiginoso della disoccupazione. Quale scenario economico e sociale si sta delineando?
Nel prossimo futuro potremo anche registrare qualche euforico sussulto dei prezzi di borsa, e magari anche della produzione. Ma al di là degli scossoni temporanei, c’è motivo di ritenere che la crescita futura della produzione e del reddito sarà in generale più lenta e più fiacca che in passato. Il tracollo della finanza americana rappresenta infatti un dato strutturale, di portata storica, e quindi difficilmente gli Stati Uniti potranno nuovamente proporsi come locomotiva globale, come “spugna assorbente” delle eccedenze produttive degli altri paesi. Il problema è che al momento non sembra sussistere nel mondo un credibile
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Per un nuovo patto sociale contro l’evasione fiscale
Paolo Di Lorenzo*
Che il sistema fiscale italiano sia gravemente malato non è notizia d’oggi. Anzi, forse sarebbe più preciso asserire che ci troviamo di fronte ad una sorta di malformazione congenita. Nel momento in cui l’economia italiana attraversa la più acuta fase di crisi dal dopoguerra, i sintomi di questa patologia diventano però decisamente più visibili e preoccupanti, come quando un nuovo virus colpisce un corpo già provato di suo. Nel primo quadrimestre del 2009 gli incassi tributari sono scesi del 3,6% rispetto allo stesso periodo del 2008 (fonte: Dipartimento delle Finanze). Ma mentre si registra una tenuta del gettito IRPEF (-1%), gli incassi di IRES (-7,1%) e IVA (-10,4%) sono peggiorati notevolmente. Si tratta di differenze da non sottovalutare e contribuiscono ad aumentare quel divario tra il gettito delle varie imposte che è uno dei principali sintomi dei problemi del fisco italiano.
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Dalla crisi alla stagflazione
Valerio Selan
Mentre il governo vara un "Decreto anticrisi" di valore pari a un trentasettesimo della diminuzione di reddito che si prevede per quest'anno (nel post scriptum una breve analisi), anche se la fase acuta potrebbe essere passata si prospetta una situazione molto preoccupante
L'ondata della crisi mondiale si sta, forse, affievolendo, anche se - come previsto in precedenti note - i suoi effetti potranno protrarsi a lungo, soprattutto in paesi come il nostro, nei quali sembra che la strategia della politica economica sia nelle mani di una Compagnia di giro. Il ministro del Tesoro ha recentemente suggerito la politica dello struzzo (honni soit qui mal y pense) proponendo di "staccare" (sic!) i televisori per contrastare il catastrofismo delle notizie economiche.
Sostanzialmente si sono sovrapposte, con sfasamenti temporali - che danno una rappresentazione di immagini in movimento, come in un famoso dipinto di un pittore futurista - tre onde di tsunami: quella finanziaria, quella produttiva, quella occupazionale. La prima è in reflusso. Sembrano finiti i fallimenti bancari; rialza il capo la speculazione; appare qualche sintomo di ripresa del ciclo delle materie prime. La seconda - come ha chiaramente evidenziato Emma Marcegaglia nel suo intervento al convegno dei Giovani Industriali a Santa Margherita Ligure - è ancora in corso. E' vero che il crollo di grandi aziende è per ora scongiurato, anche negli Stati Uniti, attraverso "bancarotte pilotate" (alla moda di Alitalia, per spiegarci: traduzione in termini finanziari, a spese dei creditori, del motto partenopeo "chi ha avuto ha avuto......"). Ma, sempre secondo la Marcegaglia, non sappiamo quante piccole e medie imprese sopravviveranno fino all'autunno.
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Tremonti e la paura dei riflessi di Pavlov
Ruggero Paladini
Il governo italiano, a differenza degli altri, non ha fatto praticamente nulla contro la crisi perché ha prevalso il timore della reazione dei mercati all'aumento del debito, che agisce come un riflesso condizionato. Ma rinuncia anche a risparmi efficaci che però toccherebbero interessi lobbystici
Negli ultimi tempi le dichiarazioni di ottimismo si sono moltiplicate; ovviamente da parte dei governi, tra i quali si distingue il nostro, che è riuscito a sostenere che senza “la stampa e la sinistra” della crisi non ce ne saremmo accorti. Ma dichiarazioni di fiducia sono venute da operatori ed osservatori. I motivi principali sono:
1) la ripresa delle Borse; le perdite dei primi mesi dell’anno sono state recuperate (ma restano quelle dell’anno scorso, che sono state quelle più pesanti), e, si dice, le Borse anticipano di alcuni mesi la ripresa reale; tuttavia abbiamo visto che le Borse si sbagliano spesso e volentieri;
2) la ripresa dei prezzi delle materie prime; dai minimi di febbraio il petrolio e gli input industriali sono risaliti in modo significativo, ma restano comunque bassi (il petrolio si colloca al livello del 2006); questo è dovuto al ciclo delle scorte, che una volta azzerate, vanno ricostituite; a questo ciclo la Cina in particolare sta dando un contributi significativo, acquistando a prezzi di saldo grandi quantità di materie, che comunque le servono, visto che la crescita continua a livello sostenuto;
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Se 2,5 milioni vi sembrano pochi
di Cristina Tajani*
Sono tanti o sono pochi 2,5 milioni di individui in condizione di povertà assoluta censiti dall’Istat nel 2007? Secondo Orazio Carabini, in un editoriale del Sole 24 Ore del 24/04/09, i dati sulla povertà assoluta pubblicati a fine aprile dall’Istat[1] e la contemporanea indagine della Banca d’Italia sulla distribuzione della ricchezza[2], smentirebbero la diffusa percezione di impoverimento del ceto medio e di aumento delle disuguaglianze che gli italiani avvertono. O meglio, non la confermerebbero se non in minima misura. Infatti i dati dell’Istat ci dicono che dal 2005 al 2007 l’incidenza della povertà assoluta è rimasta pressoché stabile, coinvolgendo circa il 4% delle famiglie e oltre 2 milioni di individui.
La Banca d’Italia, da parte sua, segnala che il nostro paese, pur collocandosi a livello internazionale tra gli stati con il più alto livello della povertà e della disuguaglianza nei redditi familiari, non ha visto nell’ultimo quindicennio un sensibile inasprimento delle disuguaglianze (registrabile, invece, se si osserva l’ultimo trentennio, come documentato in diversi contributi presenti su questa stessa rivista[3]). Dunque la statistica smentirebbe la percezione di crescente insicurezza e disuguaglianza che l’opinione pubblica, in sintonia con il sistema dei media, avverte.
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Come funziona la truffa degli aiuti USA alle banche
di Michael Hudson
Il libero mercato secondo la finanza
Gli articoli dei giornali sembrano sorpresi delle cifre che le banche stanno offrendo per i mutui spazzatura che il Segretario al Tesoro Geithner sta ora proponendo di acquistare, dopo avere mobilitato la FED e il Tesoro per trasferire altri fondi pubblici alle banche. I titoli bancari salgono, sollevando dunque il Dow Jones Industrial Average, come se l'”industria finanziaria” fosse davvero parte dell'economia industriale.
Perchè sono i peggiori colpevoli, come Bank of America (proprietaria ora dei truffatori della Countrywide) e Citibank, i più grandi compratori? Come maggiori abusatori e impacchettatori dei CDO [Collateralized debt obligations], non dovrebbero essere nella migliore posizione per vedere quanto i loro mutui spazzatura siano privi di valore?
E' proprio qui la chiave di tutto! Ovviamente il governo non è riuscito a proteggersi, non lo ha fatto deliberatamente e intenzionalmente, in modo che le banche tirassero fuori l'ennesima truffa.
Ipotizzate che una banca sieda su un pacchetto da 10 milioni di dollari di collateralized debt obligations (CDO) che è stato messo assieme, ad esempio, dalla Countrywide usando mutui spazzatura.
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La terapia del governo è tutta sbagliata
Paolo Andruccioli intervista Paolo Leon
Intervista all’economista Paolo Leon. La crisi parte dalla finanza, ma è una crisi di domanda. È necessario ripensare il sistema produttivo. Gli interventi sociali del governo creano clientes elettorali ma non garantiscono diritti. È beneficenza pubblica
Fare presto e soprattutto fare cose diverse da quelle che sono state fatte finora. Superare i tabù che hanno bloccato il pensiero economico e condizionato la sinistra. La settimana corta? Va bene, ma redistribuisce solo la disoccupazione. Le tasse ai redditi oltre i 150 mila euro? Bene, ma sono redistribuzione del reddito. Qui ci vuole una proposta forte che rivaluti il ruolo dello Stato e dell’economia pubblica. Bisogna assolutamente aumentare i redditi dei lavoratori.Anche le banche devono rendersi conto che non sono aziende come le altre: sono un servizio pubblico come i tram. E poi c’è l’Europa che deve cambiare il suo modo di affrontare i problemi del deficit (deve essere la Banca centrale a finanziare il deficit). E poi c’è Obama che chiede un incontro all’Europa e al Giappone. Paolo Leon, economista keynesiano della prima ora, ci fornisce le sue ricette contro la crisi. E ci parla di un governo – quello di Berlusconi – che non c’è. . “Il vero segreto per uscire dalla crisi? Far produrre ciò che non costa niente,ovvero che c’è già ma non produce”. Sbagliate anche le proposte sulle pensioni e sullo scambio tra allungamento dell’età e ammortizzatori sociali.
Rassegna Allora professore cominciamo dagli aiuti introdotti dal governo Berlusconi per le fasce più povere. Che ne pensa?
Leon Per chi riceve, questi aiuti sono efficaci. Il problema è la filosofia che li rende transeunti, frutto di una sorta di beneficenza pubblica e non espressione di un diritto come sarebbe il reddito minimo garantito. Sono misure che creano i clientes del governo e che per questo lo voteranno.
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La crisi corre e il dibattito arranca
di Emiliano Brancaccio
Il dibattito sulle banche è già superato dagli eventi
I prefetti messi a vigilare sulle banche, per controllare che queste concedano i prestiti di cui imprese e famiglie hanno bisogno? Deve essere un altro scherzo del Presidente del Consiglio, l’ottimista nel deserto. Chiunque abbia un minimo di conoscenza del funzionamento interno del sistema bancario sa bene che l’ammontare dei prestiti negati rappresenta forse la variabile più opaca e più difficile da catturare in un sistema creditizio che già di per sé non brilla per trasparenza. Basti pensare che talvolta il numero complessivo delle richieste di prestito respinte sfugge persino ai membri dei consigli di amministrazione delle banche. Soltanto i massimi vertici delle strutture conoscono questo dato, e dispongono oltretutto di numerosi strumenti per rendere difficile la sua diffusione o la sua piena comprensione. Fantasiosa sembra pure l’idea che i prefetti attingano informazioni direttamente dalle imprese che si siano viste rifiutare i crediti. A quanti imprenditori converrà spargere la voce che sono stati appena considerati dei prenditori inaffidabili? Insomma, deve trattarsi davvero di una barzelletta. Non è un caso che la trovata dei prefetti abbia in questi giorni suscitato molti più sorrisi di sufficienza che reali preoccupazioni tra gli esponenti del mondo bancario.
La polemica sui prefetti è solo l’ultima di una serie interminabile di controversie sul pericolo del credit crunch, ossia sul rischio che per rimpinguare un capitale ridotto ai minimi termini le banche decidano di tagliare drasticamente i finanziamenti a imprese e famiglie.
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Distribuzione del reddito e diseguaglianza: l’Italia e gli altri
Stefano Perri*

Scriveva Keynes, nelle Conseguenze economiche della pace, che il processo di formazione del capitalismo industriale si è fondato su un “doppio inganno”. Da una parte i lavoratori si appropriavano di una piccola parte della torta che avevano contribuito a produrre, mentre i capitalisti ne ricevevano “la miglior parte”, con la tacita condizione di non consumarla, ma di destinarla prevalentemente all’accumulazione del capitale.
Dopo la crisi del ’29 e la seconda guerra mondiale, il processo di sviluppo è sembrato invece basarsi su una graduale diminuzione delle diseguaglianze che ha stimolato la domanda aggregata. Tuttavia, dagli anni settanta, le diseguaglianze sono tornate a crescere, con l’aggravante che nei paesi sviluppati la “miglior parte della torta” ha alimentato prevalentemente la speculazione piuttosto che gli investimenti reali. In molti hanno scambiato questa restaurazione del “doppio inganno”, che con la crisi attuale mostra tutte le sue contraddizioni, con la via maestra della modernizzazione.
In questo quadro il governo italiano ha varato una manovra del tutto inadeguata. Avendo appreso l’idea che le aspettative si auto-realizzano dalle storielle che è uso raccontare, Berlusconi sembra ritenere che bastino le sue esortazioni a consumare per ristabilire la fiducia. Soprattutto non sembra rendersi conto che la spesa per il consumo dipende dal reddito delle famiglie e che l’ insufficienza della domanda aggregata è il risultato del mutamento nella distribuzione del reddito che ha caratterizzato in modo fondamentale l’ultima fase economica nei paesi sviluppati.
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Nuovo modello contrattuale o caduta programmata dei salari reali?
Massimo Roccella
La manovra economica appena varata dal Governo, fra le tante altre cose, contiene una misura suscettibile di incidere sui futuri assetti della contrattazione collettiva e, più in generale, sulle modalità di erogazione delle retribuzioni. Con l’art. 5 del d.l. 29 novembre 2008, n. 185 l’Esecutivo è tornato sui suoi passi quanto alla controversa questione della detassazione dei compensi per lavoro straordinario. La Cgil, che aveva sempre contestato tale agevolazione fiscale, ha visto riconosciute le proprie ragioni. Anche Confindustria, Cisl e Uil, peraltro, hanno motivo di rallegrarsi, dal momento che la stessa disposizione ha confermato, ed anzi rafforzato, il trattamento fiscale di favore per il c.d. salario di ‘produttività’ erogato a livello aziendale: l’imposta sostitutiva con aliquota al 10%, infatti, è destinata adesso ad essere applicata entro il limite (raddoppiato rispetto a quello previgente) di € 6.000 lordi annui percepiti a titolo di retribuzione variabile e con riguardo ad una platea più ampia di beneficiari (i lavoratori del settore privato che abbiano percepito nel 2008 una retribuzione non superiore ad € 35.000).
Ancorché l’intesa definitiva non sia stata ancora raggiunta, la strada per la riforma del modello contrattuale sembra spianata. Vale la pena, dunque, di cominciare ad interrogarsi, tenendo conto di quel che oggi si conosce (ovvero delle Linee guida per la riforma della contrattazione collettiva, già sottoscritte da Confindustria, Cisl e Uil), sugli effetti prevedibili del nuovo modello sulla condizione salariale dei lavoratori.
Il presupposto del ragionamento, naturalmente, va individuato nell’assunto, apparentemente oggetto di larga condivisione, che nel nostro paese esiste, ormai da anni, una drammatica questione salariale, cui sarebbe necessario fare fronte con rimedi incisivi. Ebbene, se di questo si tratta, occorre prendere atto che il modello caldeggiato da Confindustria e condiviso da una parte del movimento sindacale appare, prima facie, peggiorativo, per tutti i profili essenziali, rispetto a quello, tuttora vigente, del Protocollo del 23 luglio 1993.
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Draghi, l'ultimo ultrà del liberismo
di Emiliano Brancaccio
«I protagonisti della ripresa devono essere coloro che hanno in mano il futuro: i giovani, oggi mortificati da un'istruzione inadeguata, da un mercato del lavoro che li discrimina a favore dei più anziani, da un'organizzazione produttiva che troppo spesso non premia il merito. Il consenso sulle cose da fare è vasto, ma si infrange nell'urto con gli interessi costituiti che negli ultimi anni hanno scritto il nostro impoverimento».
Con queste parole il governatore della Banca d'Italia Mario Draghi ha terminato ieri le sue Considerazioni finali. Per il governatore l'ostacolo principale allo sviluppo del paese verte dunque essenzialmente sul conflitto tra le generazioni, tra giovani lavoratori precari e vecchi lavoratori garantiti. E' questa una interpretazione non nuova, che tuttavia non può lasciarci indifferenti. Bisogna riconoscere infatti che quella tra le generazioni è una frattura reale, che del resto è solo una delle molteplici crepe che sono andate formandosi nella composita struttura della classe lavoratrice: si pensi ai conflitti più o meno latenti tra lavoratori del settore pubblico e lavoratori del settore privato, tra para-subordinati e dipendenti, tra settentrionali e meridionali, tra immigrati e nativi, tra donne e uomini. In buona parte, la crisi del movimento dei lavoratori e delle organizzazioni politiche e sindacali che facevano capo ad esso può esser fatta risalire proprio alla tendenza funesta a subire - e talvolta persino ad assecondare - anziché contrastare le voragini contrattuali e normative che hanno progressivamente diviso e isolato i singoli individui sociali, e che hanno drammaticamente compromesso l'antica ambizione dell'unità di classe.
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Vattelapesca forever
di Carlo Bertani
“Puoi raggiungere risultati altamente superiori con un team molto motivato, che dispone di macchinari vecchi e fatiscenti dislocati in un vecchio capannone, rispetto a quello che riuscirai a raggiungere con un team demotivato e privo di stimoli, che ha accesso alle migliori attrezzature e infrastrutture.”
Reinhold Würth, imprenditore tedesco che ha costruito, partendo da una ferramenta, un’azienda di levatura mondiale, che occupa 51.000 dipendenti e che spazia dai sistemi di fissaggio ai pannelli solari.
A dire il vero, non meriterebbe nemmeno d’interessarsi alle vicende della misera borghesia italiana, tanto è diafana e poco incisiva nel panorama europeo; verrebbe da dire: lasciamo questi poveri parvenu in SUV al loro misero destino, se il loro fato non intersecasse il nostro.
Era tanto tempo che non s’udiva un condensato di bugie e pessime intenzioni – di tal, miserrimo livello – in una relazione di Confindustria: anche gli imprenditori italiani confermano l’andamento “in picchiata” del Paese.
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Tremonti e l'aspirina
Galapagos
Può lo stato intervenire direttamente nel sistema economico? La risposta a sinistra può apparire scontata, anche se l'ultima esperienza di governo ha dimostrato che tra teoria e prassi c'è una bella differenza. Ma altrettanto scontata non lo è a destra: lo conferma il nuovo scontro tra Tremonti e Bankitalia. Il contendere è un documento messo a punto dal Financial stability forum, una commissione presieduta da Mario Draghi. Per Giulio Tremonti le proposte formulate sono solo «un'aspirina».
La paura di un ulteriore peggioramento economico ha così accentuato l'arroccamento delle regioni più ricche e produttive del paese che sono la fonte della parte preponderante del gettito fiscale che si riversa nelle casse nazionali e che consente la redistribuzione delle risorse verso le regioni meridionali. Nella Lega Nord sono riposte grandi aspettative per la salvaguardia del tenore di vita delle popolazioni settentrionali, un tenore di vita che può essere difeso in primo luogo facendo sì che la ricchezza prodotta al nord rimanga nelle aree di origine.
Dunque il successo della Lega può essere visto come un effetto dell'evoluzione dell'economia internazionale dove l'aumento dei prezzi dell'energia e dei generi alimentari, la crisi del credito e del settore immobiliare stanno determinando un consistente rallentamento della crescita.
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Sviluppo italiano, c'è una strada?
di Luigi Cavallaro
La specializzazione produttiva condanna l'Italia, un tempo alla svalutazione ora alla precarietà del lavoro e alla compressione salariale. E tutti plaudono
Dopo la recessione del biennio 2001-2002, l'economia mondiale e il commercio internazionale hanno ripreso a crescere. Lo scambio di prodotti manifatturieri ad alto contenuto tecnologico, in particolare, ha registrato ritmi di sviluppo mediamente superiori a quelli del commercio di manufatti a tecnologia medio-bassa e ha mostrato in forma accentuata quella redistribuzione delle esportazioni a svantaggio dei paesi più industrializzati già evidenziatasi nell'insieme degli scambi dei prodotti manifatturieri: gli Stati Uniti da soli hanno perso oltre il 25% delle esportazioni di prodotti high-tech, mentre il Giappone si è fermato a -14% e rotti.
Nondimeno, immutato è rimasto il distacco di specializzazione tecnologica dell'Unione europea rispetto al gigante d'oltreatlantico e all'impero del Sol Levante. A conquistare quote crescenti nel mercato d'esportazione sono state, infatti, la Cina e le economie del Sud-Est asiatico (Filippine, Indonesia, Malaysia e Thailandia), ancorché in conseguenza della forte crescita di investimenti diretti dall'estero: in Cina, ad esempio, nel 2003 e nel 2004 i flussi in entrata hanno superato per la prima volta quelli diretti verso gli Usa.
Dal canto suo, la posizione europea appare fortemente differenziata, ad onta dell'unificazione monetaria e a conferma dell'impasse in cui versa quella politica.
Dal punto di vista della specializzazione tecnologica, si possono distinguere almeno tre aree: un'Europa del Nord e scandinava, fortemente competitiva a causa di una dinamica sostenuta della spesa in ricerca e sviluppo, un'Europa centrale (coincidente essenzialmente con la Francia e la Germania), apprezzabilmente competitiva ma più equilibrata nella distribuzione delle specializzazioni tecnologiche, e un'Europa del Sud (Spagna, Portogallo, Italia, Grecia), caratterizzata da estrema debolezza tecnologica e crescenti deficit dei saldi commerciali.
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