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economiaepolitica

L’esplosione del debito pubblico senza un prestatore di ultima istanza

di Domenico Moro

I trattati europei e l’euro, imponendo austerità e inibendo l’implementazione di politiche economiche su misura per le necessità dei singoli Paesi, hanno ottenuto il risultato opposto a quello previsto dai decisori politici e dalla dirigenza della Banca d’Italia negli anni’80 e ’90: il debito pubblico italiano è aumentato

esplosione debito pubblico 640x408Il debito pubblico è in Italia uno dei temi principali, se non il principale, attorno al quale ruotano il dibattito economico e le scelte politiche. Il debito pubblico, giudicato eccessivo, è stata una delle motivazioni per l’adesione all’euro e ai trattati europei, allo scopo di costringere governi e parlamenti a una maggiore disciplina di bilancio, incidendo anche oggi sulle scelte di spesa e di politica economica. La maggior parte del debito pubblico attuale si è formata tra l’inizio degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, raddoppiando dal 59,9% sul Pil del 1981 al 124,9% del 1994. Nonostante i vincoli europei alla spesa pubblica, oggi il debito risulta superiore ai livelli dei primi anni ’90, raggiungendo il 131,8% sul Pil contro il 75,7% della media Ue e il 79% della media dell’area euro, ed essendo inferiore in Europa al solo debito greco.

L’obiettivo del presente articolo è capire perché il debito è raddoppiato tra 1981 e 1994 e perché successivamente non si è riusciti a ridurlo in modo significativo e duraturo.

Fig. 1 – Andamento del debito pubblico di Italia, Francia, Regno Unito, Germania e Spagna (in % sul Pil; 1861-2017)

Andamento del debito pubblicorid

Fonti: Imf; Banca d’Italia; Direction de la statistique generale et de la documentation; Statistisches Jahrbuch für das Deutsche Reich, Wirtschaft und Statistik, cit. in O. Nathan, The nazi war economy; P. Jockstock, The long term growth of national income in Germany; Fisk, French Public Finance in the Great War and Today.

Bisogna premettere che l’Italia è caratterizzata storicamente, sin dai primi decenni dopo l’Unità, da un debito pubblico relativamente alto rispetto al Pil, in conseguenza delle ingenti spese sostenute per lunghe guerre d’indipendenza, per la politica coloniale, l’organizzazione di una amministrazione nazionale e il sostegno pubblico dell’accumulazione autoctona di capitale. Tuttavia, il divario con gli altri grandi Paesi europei non è mai stato né così ampio né così completo come nell’ultima fase storica, compresa tra il 1982 e il 2017 (fig.1). Ad esempio, nell’ultimo ventennio del XIX secolo il debito pubblico italiano era in linea con quelli spagnolo e francese e, tra 1915 e 1945, nonostante le enormi spese dovute al continuo stato di guerra (Prima e Seconda guerra mondiale, Libia, Etiopia, Spagna) e la socializzazione delle perdite del capitale bancario e industriale durante la Grande crisi degli anni ‘30, rimase ben al di sotto di quello britannico e francese. Anche tra il 1945 e il 1975 il livello del debito rimase abbastanza basso e non troppo dissimile da quello degli altri Paesi.

L’interpretazione prevalente, ormai radicata nel senso comune, attribuisce il raddoppio del debito pubblico all’eccesso di spesa da parte dei governi socialisti e democristiani degli anni ‘80, dovuta in particolare alla corruzione e al clientelismo. Un’altra interpretazione riconduce l’accumulo del debito al saldo negativo del rapporto entrate/spese, quindi a un eccesso di spesa relativamente alla scarsità di entrate, dovuta alla bassa pressione fiscale e/o alla evasione ed elusione fiscale.

Fenomeni di corruzione e di clientelismo si sono verificati e hanno inciso sull’efficienza e sulla redistribuzione della spesa pubblica tra le classi sociali, ma non sono stati determinanti per la crescita del debito in rapporto al Pil. La spesa statale al netto degli interessi in rapporto al Pil – ossia la spesa per trasferimenti alle famiglie e alle imprese e per stipendi, beni, servizi acquistati dalla Pa, che include anche la corruzione e le spese inefficienti e clientelari – risulta, tra 1982 e 1994, sempre al di sotto della media dei Paesi dell’area euro e della Ue. Viceversa la spesa per interessi in rapporto al Pil è sempre notevolmente al di sopra della media dei Paesi dell’area euro e della Ue e in crescita sostenuta tra 1982 e 1993. Nel 1993, quando la spesa pubblica italiana, al netto degli interessi, raggiunge il picco, rimane nettamente inferiore (45,7% sul Pil) a quella dell’area euro (48,6%). Viceversa, nello stesso anno la spesa per interessi risulta di quasi tre volte superiore (12,1%) a quella dell’area euro (4,2%)[1]. Considerando tutto il periodo 1982-1994 La spesa media annua italiana, al netto degli interessi, raggiunge il 43,3% mentre quella per interessi tocca il 9%, contro rispettivamente il 46,4% e il 3,7% medi dell’area euro (fig.2).

Fig. 2 – Spese al netto degli interessi e spese per interessi di Italia e area euro (in % sul Pil; 1980-2017)

Spese al netto degli interessirid

Fonte: Banca d’Italia, Statistiche di finanza pubblica nei Paesi europei (1999, 2006, 2018)

L’aumento dell’incidenza della spesa per gli interessi sul debito è dovuta alla crescita vertiginosa dei tassi d’interesse sui titoli di stato a partire proprio dal 1982 (fig.3). Tale fenomeno va osservato tenendo presente il tasso reale o effettivo, cioè al netto dell’inflazione, in quanto sulla formazione o sulla riduzione dell’accumulo di debito gioca un ruolo importante l’inflazione che, a seconda che cresca o diminuisca, porta proporzionalmente a una riduzione o a una crescita del debito. Infatti, nelle fasi di iperinflazione subito dopo la Prima e soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale il debito è crollato verticalmente in tutti i Paesi coinvolti, a partire dall’Italia, che passò da un debito del 112,6% sul Pil nel 1943 al 28,7% nel 1948 (fig.1). Per quanto riguarda il nostro ragionamento sul raddoppio del debito, bisogna considerare che precedentemente al 1982 i tassi reali dei Buoni ordinari del tesoro (Bot)[2] erano fortemente negativi o intorno allo 0%, raggiungendo nel 1980 addirittura un tasso di -5,73%. Tra 1976 e 1981 il rendimento medio annuo reale fu del -2,6%, viceversa tra 1982 e 1994 raggiunse il 4,6% (fig. 3).

Fig. 3 – Tassi d’interesse effettivi e nominali dei Bot e tasso d’inflazione (in %; 1976-2016)

Tassi di interesse effettivirid

Fonte: Mediobanca, Indici e dati relativi ad investimenti in titoli quotati nelle borse italiane (1984- 2016)

La ragione della forte e progressiva crescita dei rendimenti reali dei Bot sta nel cosiddetto “divorzio” tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro, a seguito dell’invio nel 1981 da parte del ministro Andreatta al governatore Ciampi di una lettera con la quale si esentava la Banca centrale dall’obbligo di acquistare i titoli di debito emessi dal ministero e non assorbiti dal mercato. Ciò comportò due effetti: la riduzione della creazione di nuova liquidità, che abbassò l’inflazione, e la fine del ruolo svolto dalla Banca centrale di compratore di ultima istanza del debito pubblico, che rese necessario collocare tutto il debito sul mercato, con costi più elevati di quanto sarebbe stato possibile in precedenza.

Di conseguenza, l’inflazione si ridusse molto di più di quanto non calassero i tassi d’interesse nominali sul debito, portando così all’aumento dei tassi reali e quindi all’accumulo accelerato di debito. Più tardi, a partire dalla fine degli anni ’90, il problema si aggravò, a seguito della liberalizzazione dei mercati finanziari, che portarono all’aumento della quota del debito pubblico in mano ai non residenti, dal 6% del 1991 al 27% del 1998 al 42,7 del 2008[3]. In questo modo i rendimenti dei titoli furono assoggettati alla speculazione internazionale, senza la protezione offerta da un compratore di ultima istanza. Ad ogni modo, prima ancora che gli effetti della liberalizzazione internazionale si facessero sentire, fu tra ’92 e ’93 che i tassi d’interesse effettivi toccarono il picco del 6,81% e del 5,06%. È da notare che neanche l’introduzione dell’euro (1992-2002) ha riportato i tassi effettivi al livello pre “divorzio” (media annua dello 0,63% tra 1999 e 2016). Eppure l’obiettivo statutario della Bce è specificatamente il controllo dell’inflazione, che del resto è scesa molto più che negli anni ’80 e ‘90, arrivando intorno allo zero, a causa anche della maggiore recessione dal dopoguerra. Il punto è che il ruolo di compratore di ultima istanza dopo il 1981 non è stato più ricoperto da nessuna istituzione, nazionale o europea che fosse.

Per quanto riguarda il saldo negativo tra entrate e uscite, la sua importanza sulla formazione del debito, già prima del “divorzio” è molto inferiore rispetto a quella del servizio al debito. Soprattutto, a partire dal 1982 l’incidenza del disavanzo pubblico sulla formazione del debito si riduce progressivamente, assumendo un andamento esattamente opposto a quello dell’incidenza della spesa per interessi e annullandosi del tutto a partire dal 1991 (fig. 4). L’incidenza media della spesa per interessi sul Pil tra 1982 e 1994 è del 9,1%, mentre quella del disavanzo delle entrate è dell’1,6%. In sostanza il servizio al debito incide sul raddoppio del debito circa cinque volte di più del disavanzo, cioè in una misura di almeno il 75%. Ciò vale ancor di più nel periodo successivo al 1994. Del resto, tra 1991 e 2017 non si registra alcun deficit del bilancio pubblico primario (al netto degli interessi), tranne che nel 2009.

Fig. 4 – Importanza relativa sulla formazione del debito della spesa per interessi e del saldo negativo di bilancio e pressione fiscale di Italia e area euro (in % su Pil; 1980-2017)

Importanza relativa alla formazione del debitorid

Fonte: Banca d’Italia, Statistiche di finanza pubblica nei Paesi europei (1999-2018)

Al contrario, la Germania, nello stesso periodo di tempo, presenta un deficit primario in ben otto anni. La ragione della riduzione e poi dell’annullamento del deficit primario sta nel fatto che in Italia la pressione fiscale prese ad aumentare ininterrottamente dal 31,3% sul Pil del 1980 fino a raggiungere la media europea nel 1992 e il picco proprio nel 1993 (44,4%), aumentando così di 13,1 punti percentuali in 13 anni, mentre nello stesso periodo l’area euro aumentava la pressione fiscale di soli 2,2 punti (fig.4). Dal 1993 al 2017, tranne che per quattro anni, la pressione fiscale italiana sul Pil (incidenza media annua 41,9%) risulterà sempre superiore o uguale a quella dell’area euro (40,8%).

L’errore dei governi italiani degli anni ‘80, se si può parlare di errore e non piuttosto di scelte politiche neoliberiste, sta nel fatto di aver eliminato il compratore di ultima istanza del debito pubblico proprio nel momento in cui se ne aveva più bisogno. Infatti, in quel periodo si registra un indebolimento della crescita, dovuto alle crisi dei primi ’80 e dei primi anni ’90. A questo si aggiunge nel corso degli anni ’90 e 2000 un aumento della vulnerabilità a shock esterni, dovuta alla liberalizzazione dei mercati finanziari e quindi alla dipendenza dalla estrema mobilità degli investimenti internazionali. Non bisogna dimenticare, inoltre, che le privatizzazioni, parte del pacchetto neoliberista adottato dai governi italiani (come la separazione tra Banca centrale e Tesoro e la liberalizzazione dei flussi di capitale), hanno fornito un sollievo ridotto e solo momentaneo al debito, indebolendo sulla lunga distanza la crescita del prodotto interno e il ritorno per lo Stato in termini di dividendi incassati.

Come hanno rilevato Stefano Perri e Riccardo Realfonzo[4] e contrariamente a quanto tuttora si ritiene a livello di istituzioni europee e nell’establishment economico e statale nostrano, la questione decisiva per la gestione del debito pubblico italiano non è e non è mai stata il contenimento della spesa sociale. È invece la crescita dei tassi d’interesse sul debito a dover essere considerata come la causa più importante, anche se non l’unica, del raddoppio del debito degli anni 1982-1994, e della successiva difficoltà a ridurlo. Tuttavia, non bisogna dimenticare che, sottesa all’andamento del debito, c’è la tendenza al disequilibrio dell’economia capitalistica, che, in fase di crisi, riduce il Pil e quindi il denominatore, portando alla crescita del rapporto debito/Pil.

Ciò si è verificato soprattutto tra 2008 e 2017, quando, nella determinazione dell’incremento del debito, alla spesa per interessi si è associata la grave recessione, tramutatasi in stagnazione permanente, i cui effetti, però, sono stati particolarmente pesanti a causa della ridotta possibilità dello Stato di spendere in funzione anticiclica, dovuta a sua volta anche alla inesistenza di un prestatore di ultima istanza, ormai sancita definitivamente dal trasferimento del controllo sulla emissione di moneta alla Bce. In questo senso, i trattati europei e l’euro, imponendo una draconiana austerity e inibendo l’implementazione di politiche economiche su misura per le necessità dei singoli Paesi, hanno ottenuto il risultato opposto a quello previsto dai decisori politici e dalla dirigenza della Banca d’Italia negli anni’80 e ’90, vale a dire l’aumento del debito pubblico. Nello stesso tempo, però, crescita, salari e occupazione sono stati depressi, in una inefficace rincorsa alla riduzione del debito.


Note
[1] I dati relativi alle spese, alle entrate, alla pressione fiscale di Italia e area euro sono di fonte Banca d’Italia, Statistiche di finanza pubblica nei Paesi europei. I dati dell’area euro sono sempre al netto dell’Italia.
[2] Il rendimento reale o effettivo è il risultato della depurazione dall’inflazione del rendimento nominale dei Buoni ordinari del Tesoro a 12 mesi (media delle aste di metà e fine mese). Il calcolo è basato sui dati dell’inflazione media annua e dei tassi d’interesse medi annui pubblicati da Mediobanca dal 1984, che si riferiscono a un periodo che parte dal 1976 e arriva al 2016.
[3] Banca d’Italia, database, Amministrazioni pubbliche: debito pubblico lordo detenuto da non residenti (quota).
[4] Si veda di Stefano Perri e Riccardo Realfonzo, “Tagli alla spesa pubblica? Una vecchia ricetta”, in Economia e politica, 1 Aprile 2014.
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Comments   

#28 Paolo Selmi 2018-10-12 22:59
Cari compagni,
ho riletto quell'articolo pubblicato un anno fa su resistenze.org. (https://www.resistenze.org/sito/te/pr/la/prlahc09-018954.htm)
Il volantino in pdf si è perso ma lo si trova ancora sul sito dei CUB (http://cubmalpensa.it/index.php/salute-e-territorio.html). Sito peraltro estremamente aggiornato sulle porcherie in corso nell'aeroporto merci più grande d'Italia.
Ve lo consiglio caldamente, perché rappresenta un'ottima sintesi di cosa c'è dietro a quel tentativo del capitale di risorgere dalle proprie ceneri così ben descritto da Eros: sfruttamento, disperazione e, come nel caso del volantino, morte. Cosa aggiungere oggi? Che tutti, anche fuori da Malpensa, per lavorare ci stiamo incamminando sulla stessa strada. Chi vende, vende al costo (o sottocosto, pur di fregare traffici alla concorrenza), subappaltando servizi a ditte che fanno prezzi ancora più da fame e che nascono oggi e muoiono dopodomani, con capitale sociale di 100 euro, con tutti i giri di fatture false (perché per esempio con partite iva cessate) che si possono immaginare, piuttosto che false cooperative, che più false non si può. Chi cerca, con coscienza, di lavorare con fornitori selezionati, paga lo scotto di prezzi più alti e perde gare di appalti, anche se spesso capita anche che chi le vince le vince per mazzette che entrano nelle tasche dei "selezionatori". Quando chiedo a un trasportatore dov'è alle quattro del pomeriggio con l'accettazione a magazzino che chiude alle cinque e il trasportatore, cui ho assegnato il traffico il giorno prima e che quindi può e deve aver messo il ritiro "a giro", mi dice che è ancora a 60 km più una tangenziale dall'aeroporto, cosa devo fare, se non commiserare lui, me stesso, uno che è convinto che domani mattina riceve la merce, per il sistema criminale con cui si è costretti a lavorare, quindi mollare tutto, prendere la macchina, andare in aeroporto, presentare i documenti in accettazione e cominciare a tirare fuori la merce in attesa che il compagno (che per me sono tutti compagni, anche se lavorano in un'altra ditta) si tiri fuori lui stesso dalla coda in tangenziale e arrivi, magari alle sette di sera, per caricare e alzarsi il giorno a rifare la stessa vita?
A me tutti portano rispetto perché sanno come la penso e perché, anziché spandere merda su di loro, sono il primo a spalarla per cercare di togliergliela di dosso e venirne fuori insieme, oggi, domani, finché si può, da questo schifo. Ma il modo di fare prevalente non è questo: morte tua, vita mia. Succede un problema a un collo, è stato lui, quello che non ha il documento di trasporto con la riserva perché si è dimenticato di farla perché era in ritardo con i ritiri o perché - semplicemente - a quel carico non ha potuto assistere perché gli han detto che in ribalta non poteva stare. Fa niente che magari l'ho inforcata io per sbaglio, quella cassa. Nessuno mi ha visto e la colpa è di chi non ha fatto la riserva prima di me.
E continuiamo ad ammazzarci allegramente tra di noi, sempre di più, in questa guerra tra poveri che è funzionale, come scrivevano bene gli interventi precedenti al mio, al mantenimento di un saggio di profitto di cui si continua a ritardare la caduta spremendo, spremendo e ancora spremendo. Finché non ci sarà più nulla da spremere.

Quell'articolo su resistenze.org chiudeva così: "Nell'incazzatura che monta non penso tanto a ministri del lavoro cialtroni o a ex-primi ministri che vanno in California per "imparare", e a cui auguro di essere "invitati" a usufruire loro stessi, in questa vita possibilmente, dei benefici garantiti dalle loro fantastiche leggi. Non penso neppure molto ai controllori che fingono di controllare chiudendosi entrambi gli occhi, con un libretto di assegni in bianco per occhio, possibilmente, a cui auguro di fare, almeno una volta nella vita, un giro massacrante e sottopagato di ritiri e consegne con l'ultimo lavoro in aeroporto di notte, fare la coda in accettazione, aspettare il proprio turno al freddo, mettersi in ribalta con la forza della disperazione per non addormentarsi, scendere, seguire il carico in un posto con scarsa illuminazione, e trovarsi davanti di colpo, e coi riflessi appannati dal sonno, un muletto che schizza in retromarcia guidato da un autista anche lui sottopagato e magari alla sua quarta ora di straordinario.

No, nell'incazzatura che monta penso soprattutto a noi, che lavoriamo dentro e intorno a Malpensa e che ci accontentiamo di tirare a campare, di chiuderci nella nostra nicchia ecologica, pensando sempre che l'importante, nella vita, è "pararsi il culo". E chissenefrega se ogni tanto qualcuno è lasciato a casa o, peggio, lascia lui stesso prematuramente moglie e figli. Meglio lui che me. Mi incazzo per quello che siamo diventati in questo squarcio di nuovo secolo e per quello che stiamo ancora diventando, nella convinzione che al peggio non ci sia mai fine. Mi incazzo, infine, perché non riesco, non riesco a capire, cosa possa farci tornare a essere più uomini e meno bestie."

Buona notte a tutti.
Paolo
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#27 Mario Galati 2018-10-12 22:00
Dimenticavo di aggiungere che il "progresso sociale" è, per l'ordoliberismo, una società organizzata in ogni suo aspetto e in ogni sua sfera secondo i meccanismi di mercato, dallo stato all'individuo, sulla base del principio costi-benefici (la teoria di Coase è alla base di questa ideologia). Rispetto al vecchio liberismo che formalmente manteneva ancora una distinzione tra la sfera dell'economia, delle imprese, e, poniamo, dello stato, della scuola, ecc., l'ordoliberismo mercatizza tutto (lo stato è un'azienda, la scuola pure, con la sua offerta formativa i suoi dirigenti al posto dei presidi, l'individuo è imprenditore di se stesso, ecc.).
Questo totalitarismo mercantile fanatico ed esplicito è il progresso sociale perseguito dall'UE secondo il suo articolo 3. E lo sta applicando con successo, come quello sull'occupazione. Altro che disapplicazione a cattiva interpretazione dei trattati.
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#26 Mario Galati 2018-10-12 21:47
Certo, come dice Eros Barone, L'UE, il debito pubblico, il just in time sono tutti rimedi che il capitale cerca di opporre alla caduta del saggio di profitto. Tutta la storia del capitalismo è racchiusa in questa condanna di Sisifo: concorrenza, caduta del saggio di profitto, ricomposizione del capitale, e poi di nuovo...
La fine del supplizio, l'evento liberatorio per i capitalisti, non solo per i proletari, sarà il socialismo.
Tuttavia, fino a quel giorno e nella sua preparazione non possiamo limitarci a constatarlo e a predicarlo. Un sistema sanitario efficiente e accessibile, una scuola di qualità e per tutti, la casa, un buon lavoro, un reddito dignitoso, anche in regime capitalistico, rappresentano l'aspirazione legittima e immediata dei lavoratori. Perciò non siamo indifferenti ai modi nei quali il capitalismo si presenta alle masse: nella versione liberista-monetarista o in quella keynesiana.
Il problema, però, è quello indicato da Eros Barone: i rimedi keynesiani (a volte non propriamente tali, come il QE) non stanno funzionando. Occorre una nuova distruzione di capitale per la ripartenza. In effetti, il keynesismo storicamente ha funzionato solo con una economia nel suo ciclo espansivo, dopo la distruzione di capitale della seconda guerra mondiale. Le misure roosveltiane del new deal, in realtà, non avevano dato risultati stabili e apprezzabili. E' risaputo che gli USA, e il mondo capitalistico, uscirono dalla crisi con la guerra.
Poi, c'è l'altro problema del rapporto tra keynesismo, compromesso socialdemocratico e colonialismo. Ma qui mi fermo.
Ho letto le cose interessanti dette sulla sovrapproduzione. Vorrei aggiungere che quando parliamo di sovrapproduzione non dobbiamo riferirci solo alle merci di consumo, ma anche al capitale produttivo, ai mezzi di produzione. E' evidente che abbiamo un capitale produttivo sovrabbondante, una capacità produttiva enorme, che c'è stata una sovrapproduzione di capitale. La canalizzazione del capitale, sotto forma di denaro, nel circuito finanziario è un palliativo, come tutti rimedi alla caduta del saggio di profitto, che arriverà di nuovo ad un punto di rottura.
Per ritornare all'UE ed ai suoi obiettivi della crescita e della piena occupazione, sbandierati nell'art.3, bisogna capire di che si tratta. Nella cosiddetta economia sociale di mercato dell'ordoliberismo l'occupazione coincide con la precarizzazione di massa, i poorworkers, la flexsecurity, l'occupabilità, l'"autoimprenditorialità", l'individuo imprenditore di se stesso, del proprio "capitale umano", delle proprie "competenze". Questo è l'obiettivo dell'UE. La frantumazione e l'individualizzazione estrema e la distruzione di ogni minima coscienza collettiva e di classe del lavoratore. Capire anche il valore ideologico, oltre che organizzativo, dell'ordoliberismo ci potrebbe aiutare a combattere il capitalismo. Questa ideologia e pratica economica e politica è stata uno degli strumenti della controffensiva capitalistica che ci ha spianato. A livello di massa è penetrata nel profondo, spinta anche dalla società dello spettacolo.
Quindi, per tornare a quanto ha scritto Eros Barone, interpretare correttamente i trattati è necessario, se non voglamo farci abbagliare dal sintagma "piena occupazione" e dalla propaganda.
Per quanto riguarda i commenti di vincesko, gli faccio sapere che siamo su un sito dove si pubblicano saggi e articoli sensati, non su una chat. I nostri commenti non sono discussioni private e personali e non si tratta di interloquire direttamente. Se non lo aveva ancora capito cominci a pensarci. E non entro nel merito delle sue osservazioni, alle cui fesserie non vale la pena di replicare.
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#25 Eros Barone 2018-10-12 15:02
Nessuno nega che il combinato disposto tra la rivoluzione informatica e l’automazione, da una parte, e il toyotismo, dall'altra, abbia dato un certo spazio all'iiniziativa del capitale. Sennonché questi ed altri espedienti ('lean production', delocalizzazione, intermodalità nella logistica ecc.) non hanno generato quel nuovo ciclo di accumulazione cui le imprese puntavano, essendo tale ciclo frenato dalla duplice morsa della crisi di sovrapproduzione mai risolta e della concorrenza intercapitalistica ed interimperialistica divenuta sempre più aspra col restringersi delle aree di mercato disponibili e, in buona sostanza, con la compiuta unificazione del mercato capitalistico mondiale. Così, da questa 'impasse' nasce la spinta del capitale ad estorcere nuovi sovrapprofitti, compiendo un ulteriore salto di composizione organica con la cosiddetta "Industria 4.0". In altri termini, il capitale punta ora a realizzare un nuovo combinato disposto: quello fra l’attuale rapporto 'uomo-macchina' e il rapporto
'macchina-macchina', espellendo perciò ulteriore forza-lavoro. L’obiettivo, che il capitale persegue, è quello di ridurre il divario tra le informazioni ricavabili a valle del processo produttivo e una flessibilità produttiva totale in grado di modulare la produzione della merce sulle esigenze del singolo cliente, elevandone in tal modo il valore di mercato rispetto alla produzione della stessa merce in serie su una scala maggiore. Ancora una volta, il capitale lotta contro la crisi di sovrapproduzione che lo minaccia costantemente e che, come uno spettro, riappare proprio quando esso capitale credeva di averlo esorcizzato per sempre. In questo senso, è da rilevare come il capitale tenda ad integrare il rapporto tra manifattura, servizi e commercio, in modo tale da portare i magazzini e le scorte il più vicino possibile allo zero. Nella misura in cui questo progetto strategico caldeggiato con forza dalla Confindustria (e in cui utopia e distopia formano un 'mixtum compositum') si realizzerà, diverranno altrettanto evidenti le sue ripercussioni non solo sull'apparato produttivo, ma su tutti i livelli della società e, in particolare, sul sisterma scolastico e, in questo àmbito, sul sotto-sistema dell'istruzione tecnica, oltre che sulle modalità della contrattazione sindacale (l'obiettivo è infatti la massima individualizzazione, anche qui 'just in time', del contratto di lavoro e l'abolizione dei CCCNL). Sostanzialmente, questo modello di innovazione del processo produttivo non si discosta dal toyotismo, ma cerca di elevarne l’efficienza e il tasso di razionalizzazione intrinseca, sfruttando la robotica, la Rete e tutte le recenti tecnologie (in questa luce, diviene chiaro, ad es., il nesso che intercorre tra questo modello e il programma di ricerca dell'Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, interamente incentrato sulla robotica). In conclusione, sia che si tratti di "forme antitetiche dell'unità sociale" come il debito pubblico (il quale, non va dimenticato, è anche una forma di manifestazione della ricchezza), sia che si tratti, come il 'just in time' e i suoi più o meno robusti rampolli, di controtendenze alla caduta del saggio medio di profitto, al centro della politica industriale e, più in generale, della politica economica vi è un salto nella composizione organica del capitale, che è però ben lungi dall'estendere la base produttiva poiché avviene in una situazione generale di crisi del sistema capitalistico. Senza contare che, se in questa fase una simile ristrutturazione porterà ad un aumento del saggio di sfruttamento e all'estorsione di sovrapprofitti dovuti all’arretratezza e, quindi, al basso livello della composizione organica di una larga fascia delle imprese concorrenti, quando si generalizzerà l’impiego delle nuove tecnologie e quindi i prezzi di mercato si uniformeranno sul valore medio delle merci, si avrà una nuova caduta tendenziale del saggio medio di profitto (quest'ultimo è il vero ologramma dell'intera formazione economico-sociale e, in particolare, delle contraddizioni da cui è nato l'attuale governo del nostro paese). In definitiva, per quanto la borghesia si adoperi, si sforzi e si ingegni (= UE, debito pubblico, 'jut in time'), solo la distruzione di capitali e di merci (= crisi economica, guerra e disoccupazione) può far ripartire un nuovo ciclo di accumulazione.
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#24 Paolo Selmi 2018-10-12 14:41
Caro Mimmo,
premesso che ti ho parlato di una ditta indiana che fa un preciso prodotto (abbastanza importante, peraltro, visto che finisce negli organi di trasmissione degli autoveicoli, quindi in pieno campo di applicazione del "just in time") e non dell'intera "produzione asiatica", altrimenti il mezzo con cui parli e il mio sarebbero già impallati da tempo, quello che vado a contestare è il fatto che la produzione mondiale oggi sia "just in time"... l'esatto contrario. Anzi, le pecche in fase di pianificazione delle attività produttive vengono scaricate a catena sugli anelli deboli della catena, che siamo noi lavoratori dei trasporti e della logistica, e che ci pigliamo colpe non nostre per linee fermi e scaffali vuoti nei negozi. Poi tu ti riferivi ad altro, anche se nel tuo primo intervento non era poi così chiaro, e non entro nel merito di questo discorso. Per quanto riguarda la letteratura, son d'accordo con te: tutti parlano di "miglioramento continuo", di "kaizen", di "qualità totale", di "just in time", poi ti basta andare un pomeriggio alla Cargo City di Malpensa o al terminal di Voltri con i camion in coda per capire che a monte di tutto, anche dei QE, c'è un sistema di fondo che è sbagliato, e che va avanti spremendoci come dei limoni.
Su questo peraltro, il Konicz appena pubblicato dice cose abbastanza, molto condivisibili: https://www.sinistrainrete.info/marxismo/13437-tomasz-konicz-marx-fa-muovere-il-lavoro-lo-sport-ed-il-gioco.html
Chiudo velocissimamente: hai ragione quando scrivi che "andrebbe usato da un'angolazione visuale , geografica , diversa che quella dell'Ottocento": tuttavia, le dinamiche del ciclo di produzione e riproduzione della merce, di accumulazione del capitale, di esportazione dello stesso, al netto di un progresso scientifico-tecnologico che ne ha mutato quantitativamente e qualitativamente pelle, gratta gratta non sono tanto dissimili. Anzi ti dico di più: ti ringrazio per questa discussione sul "just in time", proprio perché mi rendo sempre più conto che tecniche nate in un ciclo di produzione capitalistico, proprio per ovviare a problemi di sovrapproduzione e di creazione di scorte, di fatto siano incapaci di raggiungere l'obbiettivo prefissato proprio perché il problema è a monte. Il problema è il capitalismo stesso e quello che la manualistica chiamava una volta la sua "contraddizione fondamentale".
Buon fine settimana!
Paolo
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#23 Mimmo 2018-10-12 13:29
Paolo Selmi
Anche se fosse vero che il 30% della produzione asiatica e' da scartare ( contesto fortemente questo dato , ma lasciamo stare , il discorso e' un altro ) , ha senso tirare in ballo il concetto marxiano di crisi da sovrapproduzione per criticare il QE della BCE , quando la produzione non e' più in Europa , e quando tutte la letteratura ci dice che siamo per lo più in un paradigma di produzione just in time , anche in un'economia di scala ?
Lungi da me sostenere che Marx sia un ferro vecchio ( non lo sara' mai finché esisterà il capitalismo ) , dico che magari andrebbe usato da un'angolazione visuale , geografica , diversa che quella dell'Ottocento .
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#22 Paolo Selmi 2018-10-12 13:00
Caro Mimmo,
Abbiamo un passivo di 14 miliardi di euro con la RPC solo come Italia... quello con cui ti vesti, mangi, ti fai la barba, ti lavi i denti, passi il tempo, compreso questo in cui mi stai leggendo, ecc. per la maggior parte NON è prodotto in Italia, e nemmeno in Europa. Capisci perché pongo l'accento su quelle che per me non sono quisquilie? Il capitalismo straccione che ha in mano i traffici merci di mezzo mondo, non lo fa con la riga e il compasso, lo fa tirando il collo a chi deve trasportarle, proprio perché si lavora male e si pianifica ancora meno.
Questo scritto di un anno fa, di fronte all'ennesima morte sul lavoro a Malpensa, vale ancora oggi: https://www.resistenze.org/sito/te/pr/la/prlahc09-018954.htm
Ti dò un dato senza fare nome del peccatore che me l'ha detto (multinazionale metalmeccanica): le percentuali di scarto dei pezzi meccanici che vengono dall'India sono del 30%! Sovrapproduzione senza tirare in ballo neppure Marx! E nonostante tutto ai padroni di qui conviene far produrre di là, e accettare pezzi che arrivano già mezzi rotti... L'unica riga e compasso che mi ricordo, a parte quelle di scuola, erano su una bandiera, e non era di un paese capitalista.
Ciao
Paolo
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#21 Mimmo 2018-10-12 12:31
Paolo Selmi
La quota minima di 100 mutande che il commerciante europeo deve comprare dal fornitore/produttore asiatico per avere la merce , non esiste più da tempo . Il commerciante europeo se vuole puo' comprare anche solo 3 mutande ( gli conviene prenderne di più per ammortizzare il costo di trasporto , ma anche il costo di trasporto ormai si sta riducendo parecchio ). A parte le mutande ci sono altri settori piu' consistenti e , anche considerando il commercio inserito in un'economia di scala , la produzione europea e' per lo più just in time .
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#20 Vincesko 2018-10-12 10:59
Errata corrige:
Ovviamente, volevo dire "di estrema sinistra".
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#19 Vincesko 2018-10-12 10:56
Quoting Eros Barone:
Infine, un’osservazione di metodo: mi fa un po’ sorridere la questione della corretta esegesi ed applicazione dei trattati istitutivi e regolativi dell’eurozona, poiché, prescindendo dal teorema marxiano secondo il quale una configurazione politico-giuridica non può mai essere superiore al modo di produzione su cui si erige, somiglia molto all’espediente cui fece ricorso il barone di Munchausen, tirandosi per il codino, al fine di sollevarsi dalla palude in cui era scivolato. È invece una questione seria se questo scarto fra lo ‘jus’ e il ‘factum’ viene evocato per demistificare le motivazioni
terroristico-propagandistiche ammannite in questi ultimi decenni, a fini di persuasione e di imbonimento, dalle classi dominanti alle masse popolari (e qui sono senz’altro da prendere in considerazione, per porvi rimedio, anche i ritardi e le carenze, quando non la fiacchezza e la subalternità, della stessa critica marxista).


Buona la seconda.
PS: Anche gli intelligentoni di sinistra, che ne discettano spesso, sono degli ignoranti dei Trattati UE e dello Statuto della BCE. Tu?
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