Libercomunismo o solita narrazione?
di Gianni Petrosillo
Abbiamo letto, questa volta per intero, il libro di Brancaccio “Libercomunismo” dopo la pre-recensione degli scorsi giorni che si basava non sull’immaginazione di chi scriveva, ma su quanto apparso su alcuni giornali. Dopo aver completato la lettura del saggio, possiamo affermare che effettivamente la disamina è stata avventata, perché c’è molto di più da dire, il che costringerà a essere ancora più critici. Questa non sarà una recensione, diciamo che sono solo appunti che condividiamo con tutti. Chi li leggerà se ne assumerà la noia, perché insieme saremo costretti a sprofondare in linguaggi lontani e in epoche trapassate.
Questo lavoro di Brancaccio si basa su studi suoi, ma anche o di altri, solo citati ovviamente per la natura divulgativa del testo, sulla tendenza o sulle tendenze del Capitale che, almeno per quanto ci riguarda, non suonano del tutto nuove, poiché richiamano concetti di tanti autori che nei decenni si sono cimentati sul tema, a partire da Marx. Tuttavia, per Marx la tendenza andava a parare da qualche parte e ovviamente sarebbe sfociata nel comunismo, “un movimento reale”, che avrebbe sostituito il modo di produzione capitalistico e cambiato tutta la struttura della società. Non in astratto, come moto dei sentimenti, ma per situazioni concrete ed esiti storici. Allora si diceva per dinamica oggettiva perché i soggetti della trasformazione non erano inventati ma discendevano da questa in quanto Marx aveva individuato il fattore oggettivo, della divaricazione delle classi (proprietari e non proprietari dei mezzi di produzione), con tutte le conseguenze discendenti.
Per Marx la metamorfosi sistemica sarebbe avvenuta nel giro di poco tempo, perché le contraddizioni del Capitale, alimentate proprio dalle sue tendenze, avrebbero modificato la composizione delle classi e del processo produttivo. Il pensatore tedesco lo descrive senza fraintendimenti nel Libro III del Capitale (Formazione Società per Azioni). Riporto i passi commentati da Gianfranco La Grassa:
“In queste condizioni, il profitto (e non più soltanto quella parte del profitto, l’interesse, che trae la sua giustificazione dal profitto di chi prende a prestito) [quindi, con la più completa centralizzazione monopolistica dei capitali, e la formazione del gruppo dominante dei rentier, di fatto tutto il plusvalore estratto è percepito parassitariamente senza più intervento diretto nella produzione; è insomma una vera similrendita, non più terriera ma finanziaria; nota mia] si presenta come semplice appropriazione di plusvalore altrui, risultante dalla trasformazione dei mezzi di produzione in capitale, ossia dalla loro estraniazione rispetto ai produttori effettivi, dal loro contrapporsi come proprietà altrui a tutti gli individui realmente attivi nella produzione, dal dirigente fino all’ultimo giornaliero”.
Ancora:
“Questo risultato del massimo sviluppo della produzione capitalistica è un momento necessario di transizione per la ritrasformazione del capitale in proprietà dei produttori, non più come proprietà privata di singoli produttori, ma come proprietà di essi in quanto associati, come proprietà sociale immediata. E inoltre è momento di transizione per la trasformazione di tutte le funzioni, che nel processo di riproduzione sono ancora connesse con la proprietà del capitale, in funzioni dei produttori associati, in funzioni sociali” [sempre ricordando che i produttori associati sono il “lavoratore collettivo dall’ingegnere all’ultimo giornaliero”].
Ancora:
“Questo significa la soppressione del modo di produzione capitalistico, nell’ambito dello stesso modo di produzione capitalistico, quindi è una contraddizione che si distrugge da sé stessa, che prima facie si presenta come momento di semplice transizione verso una nuova forma di produzione. Essa si presenta come tale anche all’apparenza. In certe sfere stabilisce il monopolio e richiede quindi l’intervento dello Stato. Ricostituisce una nuova aristocrazia finanziaria, una nuova categoria di parassiti nella forma di escogitatori di progetti, di fondatori e di direttori che sono tali solo di nome; tutto un sistema di frodi e di imbrogli che ha per oggetto la fondazione di società, l’emissione e il commercio di azioni. È produzione privata senza il controllo della proprietà privata”.
[Come si vede, non mi sono inventato nulla nella mia interpretazione di Marx. E non vi è dubbio che la sua visione, rispetto alle coglionate e mistificazioni dei cultori del mercato e delle virtù imprenditoriali, è mille volte più avanzata; non si può arretrare da questo punto. Tuttavia, poiché la “contraddizione” non si è distrutta da sé stessa, non si è prodotta la semplice contrapposizione tra i finanzieri e il lavoratore combinato (dal dirigente all’esecutore), bisognava compiere un “passo avanti”. E credo che l’individuazione delle funzioni strategiche (di conflitto) rappresenti questo passo avanti, perché spiega il non puro e semplice parassitismo dei dominanti capitalistici, nemmeno nei più alti punti della centralizzazione dei capitali. Inoltre, le funzioni strategiche spiegano anche come mai, pur con continue ondate di questa centralizzazione (su cui ancora oggi fissano l’attenzione i “marxisti”), non si giunga mai al punto previsto da Marx, con la divisione dicotomica della società e, dunque, con il comunismo (“negazione della negazione”, cioè “contraddizione che si distrugge da sé stessa”) che si forma all’interno stesso del modo di produzione capitalistico, per sua intrinseca dinamica].
Ecco dove per Marx portava la tendenza e dove, come evidenzia La Grassa, non ha invece condotto, per cui il pensatore veneto fa il passo avanti con l’individuazione delle cosiddette funzioni strategiche. Dove conduce la centralizzazione per Brancaccio? Da nessuna parte, alla mera denuncia morale, tanto che nell’incipit dell’editore troviamo questa frase: “Una forza che sfrutta in modi sempre più sofisticati il lavoro e la natura e, al contempo, genera sprechi e inefficienze, trasforma gli individui in capitali umani isolati, consuma dall’interno le istituzioni della democrazia liberale e prepara il terreno a una nuova minaccia: un oltrefascismo transnazionale, in cui la libertà del capitale è destinata a divorare tutte le altre libertà”.
L’Oltrefascismo di cui parla Brancaccio non esiste, è un termine vuoto che fa scattare certi neuroni d’antan, buoni a richiamare un certo pubblico a cui lui si rivolge e null’altro. Ed è difficile anche comprendere quali sarebbero le altre libertà che il capitale divorerebbe. Qui ci troviamo ancora nel dilemma di Lenin: “Libertà di chi e per fare cosa”.
Andiamo avanti. Brancaccio scrive: “La grande tendenza [quella della centralizzazione] va affrontata sfidando il più grande tabù politico moderno. Pianificazione collettiva e libertà individuale, finora contrapposte, vanno intese come poli di un unico obiettivo: una lunga lotta per espropriare il grande capitale, democratizzare il controllo delle forze produttive e, al tempo stesso, liberare le energie creative dei singoli individui… Un esercizio scientifico che sfida le ideologie dominanti e invita a concepire una politica all’altezza di questo tempo catastrofico”.
Chissà come mai non ci abbiamo pensato prima, e non ci abbiano pensato tutti gli studiosi che ci hanno preceduto. In realtà lo hanno fatto, ma il Capitale, o quello in cui si è trasformato, ha dimostrato di essere così elastico e dinamico da saper attivare delle controtendenze. In verità, qui Brancaccio commette lo stesso errore o gli stessi errori di chi lo ha preceduto. In Marx, la tendenza studiata risentiva di alcuni limiti che nella sua epoca non poteva percepire, benché avesse colto la tendenza che si portava dietro la formazione delle società per azioni ai suoi albori. Ma, come abbiamo potuto constatare, i risvolti effettivi di quella tendenza non sono andati nella direzione vaticinata da lui. Il Moro non poteva sviluppare, inoltre, concetti come quello di impresa (che non è più la fabbrica dei suoi tempi), e anche la cosiddetta innovazione di prodotto era messa sullo sfondo rispetto a quella di processo. Oggi sappiamo come sia la prima quella “determinate in ultima istanza”, perché apre sempre nuovi mercati e dà spazio a nuovi capitalisti. Quindi niente soliti noti e nomi. Il capitalismo che Marx aveva sotto gli occhi era ancora non così distante da quello di concorrenza perfetta o quasi, che aveva stimolato le prime teorie economiche. Quindi la forma impresa e l’innovazione di prodotto hanno contraddetto alcune delle tendenze che Marx aveva individuato.
Anche qui ci è utile quello che scrive La Grassa con riferimento all’impresa, che non è l’entità produttiva in senso stretto, dove gli input vengono trasformati in output. Essa non comprende solo la fabbrica, ma anche altre sezioni e persino apparati dotati di crescente autonomia, come la ricerca delle materie prime e dei finanziamenti, la contabilità, l’amministrazione ma anche gli apparati di spionaggio. L’impresa coordina tutto il sistema ed è diretta da un gruppo manageriale non proprietario. Chiaro dunque che esistono diverse figure: quella del capitalista, del manager e dell’imprenditore, anche collettivamente perché una multinazionale, come dicevamo si compone di parti e sedi. Il primo è il proprietario puro di un pacchetto azionario, il secondo è un dirigente della produzione, l’imprenditore è colui che introduce innovazioni e occupa una posizione mediana tra capitalista e manager. Si tratta di funzioni che possono essere ricoperte da molteplici soggetti di varia e diversa natura. In alcuni casi le funzioni possono accentrate da una persona, in altri può emergere una conflittualità, anche se non irrimediabilmente antagonistica, tra questi ruoli. Dunque quella tendenza di cui parla Brancaccio, per cui oggi: “nei paesi capitalistici avanzati le disuguaglianze sono cresciute nel tempo, a vantaggio dell’1 per cento di popolazione più ricca… quando il rendimento del capitale supera la crescita del reddito, gli ereditieri vedono automaticamente crescere le loro ricchezze rispetto ai guadagni dei lavoratori” non ci spiega tante altre cose perché non basta solo identificare la polarizzazione della ricchezza (senza tenere conto di tante altre situazioni) per dedurne un impoverimento insostenibile della gran massa della società. È vero che i ceti medi si stanno assottigliando, ma generalmente sono proprio questi a reagire e a portarsi dietro il grosso della società in un movimento di “reazione”, che non necessariamente deve trovare rifugio in un nuovo fascismo, anzi sicuramente non ci sarà più nessun fascismo perché la storia si ripete sempre diversamente.
Per Brancaccio, l’oltrefascismo risponde a logiche opposte, è la tendenza antidemocratica a produrre la centralizzazione: “la centralizzazione dei capitali può esser considerata una causa del recesso democratico in corso. Articoliamo la congettura. Quanto più esclusivo diviene il club dei padroni del capitale centralizzato, tanto più è ragionevole supporre che questi avvertano insofferenza verso i contrasti, le mediazioni e i compromessi tipici di ogni democrazia, soprattutto di quelle forme di democrazia assembleare che vedono il coinvolgimento nelle decisioni di una pluralità di teste. Insomma: troppa attività di lobbying da finanziare, troppi politici da sedurre o minacciare, troppo tempo da sottrarre alla formazione del profitto. I pochi padroni del capitale centralizzato, di conseguenza, promuovono e foraggiano modifiche istituzionali, controriforme, mutamenti di regime, atti a semplificare le procedure, ridurre le teste che decidono, centralizzare il potere politico nelle mani di pochi, al limite di uno soltanto. In questo modo, come il club dei padroni si fa più esclusivo, così le leve del potere politico vengono affidate a una élite sempre più ristretta di decisori. Il capitale centralizzato plasma la politica a sua immagine e somiglianza. Come in azienda decide il padrone del capitale, in politica deve decidere il servitore del capitale. Nasce dunque un nuovo modello di capo politico, avvezzo ai plebisciti come alle cene di gala del mondo finanziario…Dall’inizio di questo secolo, la quota dei proprietari dei pacchetti di controllo del capitale è diminuita dal 2,1 allo 0,7 per cento a livello planetario. Ossia, il club esclusivo di grandi capitalisti tende a restringersi sempre di più, i requisiti per accedervi diventano più stringenti, i buttafuori all’ingresso del club si fanno più selettivi, specie quando il tempo inizia a volgere al brutto. Le maggiori accelerazioni della tendenza, infatti, avvengono in prossimità delle crisi economiche… stiamo parlando della concentrazione del controllo capitalistico nelle mani di meno dell’1 per cento, di appena 300 milioni di azionisti nel mondo. È una forbice molto più accentuata. Ed è molto più minacciosa, per un motivo: riguarda direttamente il potere”.
Qui c’è una vera e propria sovrapposizione di piani, se non una confusione totale. Dalla centralizzazione economica a quella politica sospinta dalla prima? Quindi è sempre la Grande finanza che domina il mondo? Chiedo, innanzitutto. Molti economisti del XX secolo – e qui ce lo spiega bene ancora La Grassa – hanno pensato che quel processo, definito da Marx centralizzazione dei capitali (conseguente al conflitto intercapitalistico), avrebbe comportato l’avvento della forma oligopolistica del mercato, con attenuazione della competizione (concorrenza) tra grandi imprese e tendenza agli accordi fra esse. Lenin – tra i marxisti che sposarono la tesi della crisi causata dall’anarchia mercantile – intelligentemente parlò della fase monopolistica del capitalismo (in realtà si riferiva appunto alla forma di mercato oligopolistica) come di qualcosa che non annullava la concorrenza, “ma la portava a un più alto livello”. Egli giunse a questa esatta conclusione perché, pur mantenendo fede alla tradizione di un marxismo economicistico (tipico quello di Kautsky, di Hilferding e della stragrande maggioranza dei marxisti della II Internazionale), aveva una precisa consapevolezza del conflitto politico; quindi interpretò nello stesso senso la competizione mercantile tra imprese, pur quando queste ultime fossero giunte alle dimensioni della grande unità produttiva mono(cioè oligo)polistica. In definitiva, pur senza esplicitarlo veramente, trattò la concorrenza alla stregua del conflitto tra paesi. Ciò che in realtà sta avvenendo non è la nascita di un oltrefascismo internazionale, ma un pesante cambiamento all’interno del sistema occidentale che si prepara alla guerra con sistemi concorrenti che non sottostanno più alle regole, nemmeno quelle economiche, di Washington. Stiamo tornando alla concorrenza portata a un altro livello, quella tra paesi che molto presto si affronteranno per la guerra, o guerre sempre più spinte, per le sfere di influenza che procedono con il declino americano. Se in Occidente vedremo profondi mutamenti – con ridimensionamenti di libertà e democrazia, queste mitologie, dietro le quali ancora proviamo a scaldarci il cuore – sarà perché si entrerà in una fase di conflitti profondi che produrranno estrema tensione e sforzo bellico. E sarà ancora la guerra a risolvere la crisi economica di qualcuno e a determinare lo sprofondamento di altri.
Il libro di Brancaccio è molto occidentale, per così dire, o persino globalista, perché in fondo per lui è l’economia transnazionale che governa il pianeta, ma non tiene conto che ormai c’è un disaccoppiamento sistemico tra la nostra parte di mondo e Paesi come Russia e Cina, che hanno un proprio sistema economico con qualche elemento in comune, con quanto siamo abituati a studiare e analizzare, ma ormai rispondono a canoni diversi per noi poco conosciuti. Non è improbabile che, se saranno questi Paesi ad affermarsi in un futuro, assisteremo allo stesso cambiamento vissuto con il passaggio dal capitalismo inglese alla società dei funzionari di matrice americana. In ogni caso, non saranno i capitalisti a modificare la politica, a centralizzarla, per quanta influenza possano esercitare, perché gli strateghi politici stanno ben sopra la sfera economica, anzi ci stanno pure dentro e di lato.
Passiamo ad altre affermazioni di Brancaccio: “i liberali ormai condividono alcuni tratti essenziali con gli stalinisti. Gli uni e gli altri avevano infatti annunciato magnifiche sorti e progressive per l’intero genere umano: un futuro fatto di prosperità, di libertà, di pace per tutti. Gli uni e gli altri hanno compiuto massacri per muovere la storia nella direzione che avevano indicato. Gli uni e gli altri, alla fine, hanno tradito le loro promesse, tutte seppellite tra le macerie del crollo dei due grandi muri: Berlino 1989, Wall Street 2008. Uno sconfinato cimitero di speranze dalle cui polveri stanno risorgendo nuovi mostri di Goya, alfieri di un inferno all’orizzonte dal nome evocativo: “oltrefascismo””.
Questi accostamenti sono fuorvianti, oltre che inutili. Mi dica il professor Brancaccio quale cambiamento si è mai verificato che fosse pari pari a quanto pensato? Tra i liberali e Stalin non c’è condivisione di nessun tratto essenziale, se non che tutti gli uomini vivono nella storia e subiscono lo scarto tra le loro idee e la realtà. Non sono gli uomini che tradiscono le promesse, ma la Storia che se ne frega delle buone intenzioni. Tutti hanno compiuto massacri, innegabilmente. Sono sicuro che se qualcuno un giorno proverà a mettere in pratica altre idee, comprese le sue, potrà incappare in altrettanti massacri; generalmente sono quelli che hanno le migliori intenzioni che poi compiono le peggiori azioni, nella convinzione di farlo per una buona causa. Lei ha mai visto una cattiva causa? E perché proprio Stalin? Se avesse detto Churchill avrebbe trovato le stesse stragi se non di più.
Ancora: “per Marx, lo sfruttamento del lavoro e della natura rappresenta l’albero motore della produzione capitalista. Ogni progresso capitalistico determina un progresso nell’arte della “rapina”, del lavoro e dei frutti della terra”.
No, prof. Brancaccio, questo non è Marx, anche se lei usa le virgolette per “rapina”. Questo è Proudhon o Dühring, contro i quali sia Marx che Engels hanno scritto pagine di fuoco, anche piene di insulti. Per quanto a volte il Capitale non disdegni la rapina, stiamo parlando di un aspetto marginale, molto estremo nel senso di episodico. Dire che la proprietà è un furto significa sostenere che il proprietario, il capitalista, soprattutto il proprietario in campo economico e produttivo, cioè dei mezzi di produzione e anche dei mezzi finanziari necessari ad acquistare le merci, si appropria in modo indebito di ciò che viene prodotto. Proudhon intendeva principalmente la proprietà dei mezzi di produzione, delle fabbriche, e affermare che “la proprietà è un furto” equivale a dire che vi sia un’estorsione. Questa idea è stata poi ampiamente sviluppata in parte del movimento comunista. Proudhon non parla di plusvalore, ma in Marx il plusvalore, che i marxisti identificano con il pluslavoro e quindi con il plusprodotto, termini che in un certo senso sono sinonimi, diventa centrale. In questa lettura, si avrebbe una vera e propria estorsione, uno sfruttamento nel senso quasi letterale del termine, come se il capitalista, con la frusta in mano, si appropriasse di ciò che non gli spetta. Secondo questa impostazione, il potere capitalistico avrebbe la capacità di estorcere e appropriarsi di qualcosa che in fondo sarebbe rapinato. Ma non c’è nulla di più sbagliato di questa interpretazione. Idee simili erano presenti anche in Eugen Dühring, secondo cui il capitalista ottiene il profitto grazie al potere, quasi “con la spada in pugno”. Contro di lui, Engels scrisse l’Anti-Dühring, rifacendosi ampiamente alle tesi di Marx, per chiarire che questa non era la posizione marxiana. Nel ’68 e non solo tra gli operaisti, ma anche nell’althusserismo, riemerge l’idea del dominio capitalistico come puro comando. Per Marx, il punto fondamentale è un altro. Il capitalismo nasce in un’epoca storica che vede la liberazione dai rapporti di dipendenza personale, schiavitù o servitù feudale. Si afferma un’eguaglianza giuridica formale, basata sullo scambio mercantile. E nello scambio mercantile, mediamente, si scambiano equivalenti. Marx sa bene che i prezzi oscillano attorno al valore, ma nel lungo periodo si ha uno scambio di equivalenti. In questo scambio tra proprietari di merci, mezzi di produzione da una parte e forza lavoro dall’altra, avviene comunque l’appropriazione del plusprodotto da parte di chi possiede i mezzi di produzione.
Nelle Glosse marginali al trattato di economia politica di Adolf Wagner, scritte nel 1881 contro tali tesi, Marx non lascia alcun dubbio. Wagner sosteneva che il profitto fosse soltanto un prelievo o una rapina ai danni dell’operaio. Marx replica che nella sua esposizione il profitto non è semplicemente una rapina. Al contrario, egli rappresenta il capitalista come un “funzionario necessario” della produzione capitalistica, non semplice sfruttatore. Il capitalista non si limita a prelevare, ma impone la produzione del plusvalore, contribuendo alla creazione di ciò che poi si appropria. Marx dimostra inoltre che, anche se nello scambio di merci si scambiano equivalenti, il capitalista, pagando all’operaio il valore reale della sua forza lavoro, cioè il valore dei beni necessari alla sua sussistenza storico-sociale, ottiene comunque plusvalore a pieno diritto, un diritto che corrisponde alla struttura della società capitalistica basata sul mercato generalizzato. Il profitto non è l’elemento costitutivo del valore, ma è una parte del valore prodotto dal lavoro che può essere appropriata senza violare le leggi dello scambio mercantile. Infatti, per Marx, il Capitale non è una cosa ma un rapporto sociale. Il prelievo di plusvalore non avviene per ruberia o per comando arbitrario del singolo capitalista, ma all’interno di un sistema di rapporti sociali di produzione. In questo sistema vi è una classe proprietaria dei mezzi produttivi e una classe che possiede soltanto la propria forza lavoro, venduta come merce al suo giusto valore. L’essere umano, unico tra gli animali, produce più di quanto sia necessario alla propria riproduzione sociale. Questo “di più” è il plusprodotto, risultato del pluslavoro. Poiché per Marx il valore è determinato dal lavoro, il pluslavoro si traduce in plusvalore.
I lavoratori, formalmente liberi, vendono la loro forza lavoro a chi controlla i mezzi di produzione. Ricevono mediamente il valore di questa merce particolare. Non c’è rapina. La proprietà non è un furto. È l’esistenza di un determinato sistema sociale che rende possibile, pur nello scambio di equivalenti, l’appropriazione del plusvalore. La vendita realizza soltanto il valore e il plusvalore già creati nella sfera produttiva. Nella circolazione non si crea nuovo valore, lo si realizza. Perciò, continuare a parlare di sfruttamento come se fosse una semplice estorsione è contrario al pensiero di Marx. Infine, il capitalista è anche dirigente della produzione. Senza direzione, senza coordinamento, il processo produttivo non funziona. Con la centralizzazione dei capitali e la formazione di grandi imprese e oligopoli, si separano proprietà e direzione. I manager diventano dirigenti salariati, ma non per questo si collocano automaticamente nel campo dei lavoratori associati, come Marx credeva. In ogni caso, resta fermo un punto: per Marx il profitto non nasce da una rapina o da un’estorsione, ma da un sistema di rapporti sociali fondato sullo scambio mercantile di equivalenti, entro cui si produce e si appropria il plusvalore.
Il problema di Brancaccio è che continua a trattare il Capitale come cosa e non come rapporto sociale, problema a dir poco comune in chi ha un approccio economicistico.
Continuiamo con Brancaccio: “La centralizzazione del capitale viene da noi espressa in termini di “network control”, ossia della percentuale di azionisti proprietari dei pacchetti di controllo dell’80 per cento del capitale azionario quotato nelle borse mondiali. Quindi, più basso è il “network control”, minore è la percentuale di azionisti in questione, più alta è la centralizzazione del capitale nelle loro mani, e viceversa. Ebbene, dai nostri studi emerge un fatto sconcertante: al giorno d’oggi, oltre l’80 per cento del capitale azionario quotato nelle borse mondiali è controllato da meno dell’1 per cento degli azionisti mondiali. Un dato spaventoso, un livello di centralizzazione oltre le più distopiche aspettative… La realtà dei fatti è che la tendenza verso la centralizzazione del capitale esiste, avanza e crea inefficienza. In primo luogo attraverso la creazione di giganti dei mercati, potentissimi e destabilizzanti. Ma non solo in questo modo… Insomma, la tendenza verso la centralizzazione implica che i proprietari non sono più i padroni e i padroni non sono più i proprietari… Questa, a ben vedere, è una mutazione profondissima, che segna un cruciale passaggio di poteri capitalistici. Marx arrivò addirittura a sostenere che la centralizzazione del capitale è una tendenza che evoca il superamento del modo di produzione capitalistico nell’ambito del modo capitalistico stesso. Voleva con ciò darci un suggerimento: visto che una parte sempre più grande del capitale tende a essere controllata da padroni che non hanno nemmeno più bisogno di essere proprietari, perché non vedere in questo spettacolare mutamento un’anticamera del socialismo? Perché, in altre parole, non possiamo immaginare di sostituire i consigli di amministrazione dei padroni con dei consigli di lavoratrici e lavoratori che agiscano per conto della collettività?”
Qui non metto in dubbio le ricerche di Brancaccio e i risultati che ricava. Questa tendenza può essere effettivamente reale, tuttavia ribadisco un fatto che credo incontrovertibile e che Brancaccio non può smentire. Marx si era sbagliato sugli esiti della tendenza. Credo si sbagli anche lui. Da questa disamina non può essere esclusa la dinamicità del capitalismo (ribadisco, continuiamo a chiamarlo così, ma dal modello inglese a quello americano sono cambiate troppe cose), che nella storia non è mai arrivato al punto di rottura e si è anzi profondamente modificato. Le sue contraddizioni sono state un motore di palingenesi che ha, in fin dei conti, seguito i cicli politici della dominanza e della lotta per le sfere egemoniche. Quando si arriverà al conflitto diretto tra gli Stati e tutto sembra portarci in quella direzione, anche se non domani mattina, con l’affermazione di un nuovo predominante potremmo assistere all’affermarsi di un nuovo sistema di rapporti, anche economici. E siccome il sistema cinese o quello russo o quello di chissà chi altro non sono la medesima cosa di quello americano, ci renderemo conto di aver sottovalutato o non considerato ben altre tendenze.
Sempre Brancaccio: “… Questa grande mutazione, dunque, travalica il sistema dei prezzi e lo determina dall’esterno. Ecco un’evidenza cruciale di quel che abbiamo definito “esocapitale” [la materia oscura del capitalismo centralizzato, la chiama Brancaccio]… L’esocapitale, così generato, produce un ulteriore duplice effetto, sul quale finora è mancato un degno approfondimento. Il punto è che il controllo centralizzato nelle mani di pochi sospinge il tasso di profitto verso le vette tipiche del monopolio, mentre la proprietà formale nelle mani di molti impone che il tasso di profitto sia immediatamente fruibile. Infatti, i pochi giganti che detengono il controllo della totalità del capitale esercitano sui mercati il potere tipico dei monopolisti, e quindi esigono alti profitti di monopolio. Ma al contempo debbono rispondere alla smania di guadagno della miriade di piccoli proprietari formali, e quindi debbono garantire un capitale liquido, che dia rendite veloci… L’implicazione di questo intreccio è drammatica: i Gulliver che governano il capitale spingono il profitto in alto, i rentiers lillipuziani che restano proprietari formali del capitale tirano il profitto verso il presente. Così, la centralizzazione dei capitali continua ad avanzare accrescendo il potere di mercato dei padroni effettivi. Al contempo, però, lo sguardo del capitale sul futuro resta miope, limitato, soggiogato dall’appetito dei piccoli rentiers… Mossa da questa continua caccia a profitti alti e immediati, dunque, la centralizzazione capitalistica diventa anche colonizzazione di nuovi settori potenzialmente redditizi, che vanno occupati e orientati, in modo da soddisfare le specifiche esigenze di remunerazione del capitale centralizzato (tutto è merce)”.
Qui effettivamente l’esocapitale è davvero una materia oscura, ma oscura per tutti. L’esocapitale, dice Brancaccio, “è estraneo al sistema dei prezzi” ed ha una funzione, potremmo affermare, quasi sociale, è il welfare dei capitalisti che, per garantire la tenuta del sistema, devono essere accompagnati alla porta in modo soft. Dunque, dolcemente, perché i pesci grandi devono comunque assicurare la tenuta del sistema, rallentando di un po’ la centralizzazione (che quindi non è una furia cieca?), perché i pesci piccoli sono diventati talmente enormi che sono troppo grandi per fallire e quindi vanno espulsi con gli ammortizzatori sociali. Sinceramente, a naso, non so proprio cosa pensare e la materia oscura mi ha veramente offuscato il cervello. Quindi, se non mi sono convinto e se questo tipo di analisi non mi convince per niente, la colpa è solo mia. Ma tant’è.
Poi Brancaccio ci parla della classe residuale, che sarebbe la maggioranza della popolazione, quella che vive solo del suo lavoro e non delle rendite. E cosa diamo a questa enorme massa critica, nella quale potrebbe nascere la rivoluzione di domani? Ecco qui arriva il punto dolente. Brancaccio inanella una serie di slogan, tra timori e tremori, e alla fine del testo persino un abbozzo di manifesto che sembra uscito dal sottoscala in cui Fantozzi incontra il compagno Folagra. Da un lato il libercomunismo e dall’altro il nemico dell’oltrefascismo, attraverso una mistura di ingredienti che è davvero difficile da digerire, tra psicologia e fantasia al potere, tra catastrofismo e qualunquismo, concessioni alla cultura woke e deliri desideranti che sembra di essere di nuovo tornati agli indiani metropolitani. Sì, lo so che i “compagni” di Contropiano ci vedono delle differenze, ma per me sono inessenziali. Su quello che viene dopo, e lascio per estratto in coda, non farò altri commenti perché chi ci segue da anni, quei pochi è vero, sa quante volte abbiamo rintuzzato simili amenità.
“Una nuova sintonia con la natura non si ottiene con il mercato capitalistico né con l’illusione reazionaria dell’esodo verso placidi rifugi. La tendenza del capitale giunge in ogni dove, a inquinare e a devastare. Per tutte queste ragioni, l’ambientalismo del futuro è comunista oppure non è”.
Ecco una di queste. Ho grossa difficoltà a entrare in sintonia, anche nuova qualsiasi cosa significhi (c’è sempre un nuovo che non emerge mai), con la natura, della quale mi fido anche meno del capitale. Proprio non riesco a sintonizzarmi con un terremoto, un’esondazione o un tornado. Oppure vogliamo credere che la natura sia solo uno splendido tramonto? Non so se sia questo il rifugio reazionario, ma per me lo è anche la nuova sintonia, che dovrebbe consistere nel non devastare e non inquinare, o non fare aumentare la temperatura globale, tutti elementi sui quali ci illudiamo di incidere. Abbiamo preso il posto dei grandi cataclismi naturali che si sono sempre verificati eppure la terra è ancora qui e ci resterà il dovuto. Ma noi la vogliamo salvare. Sarò leopardiano, fino al midollo, ma sento la natura come qualcosa di imprevedibile e anche di pericoloso. Matrigna solo come vezzeggiativo. Non a caso, anche nel socialismo realizzato, oltre a pianificare spianavano che era una bellezza. Qualcosa di artificiale, costruito con solidi capitali, mi fa stare decisamente più sereno, come una bella diga di quelle fatte bene o una bella casa in mezzo a tante altre e le strade trafficate che scoraggiano certe bestie, anche aggressive, dall’avvicinarsi troppo. Persino la campagna, con troppi insetti, non mi fa rilassare il dovuto, ma tant’è, questa idea mistica della natura è comune a molti che tengono il sedere comodo.
“Combattere il morbo della scienza capitale votata al profitto, che si spande nelle università e negli spazi pubblici della ricerca, creando miopia privatistica, inefficienza, abuso. Abolire i brevetti e i diritti proprietari sui frutti del progresso scientifico. Promuovere la scienza collettiva e aperta, sostenere il governo anarchico delle risorse pubbliche per la ricerca. Che mille fiori sboccino, che sia scienza per il popolo, che sia rinnovata scienza comunista, produttiva e dirompente. Sfruttare la nuova potenza produttiva della scienza comunista per promuovere un accelerazionismo orientato a ridurre il tempo di lavoro, a decostruire la divisione capitalista del lavoro, a riorganizzare il lavoro in senso anti-specialistico, a liberare il tempo di vita”.
Tutto bellissimo, ma neanche tanto, e terribilmente fasullo, altrimenti perché c’è il prezzo di copertina al libro di Brancaccio. Come mai questo non rientra nell’abolizione dei diritti proprietari? La scienza comunista? Dubito ne esista una. Semmai esistono scienziati, qualcuno pure molto a sinistra, che si mettono a disposizione perché pure loro devono campare e, come tutti gli uomini, soffrono e s’offrono, anche se si tratta di inventare la bomba atomica. Quanto agli scienziati comunisti, come molti tra i più bravi, erano autentici solipsisti. Le scoperte più grandi sono state fatte da individui, non da gruppi di lavoro. Queste sono ingenuità ma certamente non posso pensare che lo sia l’autore che parla con tanti Nobel e intellettuali. Personalmente questa sbobba non me la bevo e la considero indigesta. Ma come detto, in questo testo c’è di tutto, tra approccio economico e salti utopici. Vi lascio qualche scampolo. Io me ne tiro fuori e non ne riparlerò più:
“Unificare con le rivendicazioni di tutti i movimenti di emancipazione civile, sociale, ambientale, internazionali e intersezionali: anti-razzisti, transfemministi, “lgbtqiapk+”, per i rifugiati e gli immigrati, per i diritti digitali, per una stampa libera e indipendente, per l’abolizione della censura, per la libertà di pensiero, di riunione, di associazione, di protesta, per la giustizia climatica. Mettere in comune coi bisogni dei diversamente abili, dei malati, delle persone con disagio psichico, dei bambini e degli anziani, di tutti coloro che l’oltrefascismo definisce improduttivi…Il revival reazionario di questo tempo incontra dunque una possibile spiegazione materiale nelle tendenze contraddittorie della centralizzazione capitalistica, nei loro effetti sociali, e nella risposta che ne consegue: piccolo borghese, maschia, queerfobica, fanatica, razzista. Tutti motivi di terrore, senza dubbio. Eppure, questo tremendo rigurgito reazionario non è il principale rischio che stiamo correndo. All’orizzonte, come vedremo, si intravede una minaccia persino più grande… Il fascismo è un fatto interno al capitale….No, i costruttori di pace dovrebbero piuttosto denunciare il vizio principale di queste narrazioni di grido: che mancano di riconoscere le determinanti economiche dei conflitti militari, che evitano di ammettere che la guerra moderna, nell’essenza, è guerra capitalista….un futuro ordine di pace potrà esser conseguito solo attraverso un piano di governo coordinato e cooperativo, una regolazione politica, e non di mercato, degli squilibri finanziari internazionali sorti nell’epoca del vecchio liberismo deregolato e non risolti ma esacerbati nella fase attuale, del nuovo protezionismo unilaterale e guerrafondaio. In sostanza, il libero movimento dei prezzi capitalistici crea gli squilibri che attivano la reazione protezionista e la controreazione militare. La soluzione di un tale disastro può risiedere solo, ancora una volta, in una pratica cooperativa. Perseguita, in primo luogo, attraverso il blocco della libertà di movimento dei capitali e il governo politico degli squilibri internazionali…La tendenza del capitale suscita un ultimo e più profondo movimento, fin dentro le strutture biofisiche della vita umana. È la riduzione di corpi e cervelli a componenti di un processo di produzione, consumo, riproduzione e centralizzazione in continuo ridisegno, lungo la scia di innovazioni della scienza capitale…Man mano che il capitale si accumula e si centralizza, una massa sempre più imponente di forza lavoro viene prelevata e agganciata a una macchina produttiva sempre più complessa, scientifica, ramificata, pervasiva…la legge di tendenza del capitale è anche legge di tendenza di un nuovo essere umano, un nuovo tipo umano capitalistico. Depurando l’espressione dalle infantili concettualizzazioni di Gary Becker, diciamo pure: un ‘nuovo capitale umano’…Tramite lunghe, filiformi eppur potentissime leve di comando, le gambe, le braccia, le sinapsi umane vengono direzionate plasmate e guidate da centri di comando sempre più distanti e impersonali, situati nei più remoti crocevia del sistema. In tal modo la forza lavoro declina al ruolo di rotella periferica, pezzo laterale della macchina, ultimo affluente del grande fiume informatico di dati. “Infinitesima quantità al cospetto della scienza”, per dirla con Marx…La realtà, piuttosto, è che proprio le tendenze del capitalismo liberaldemocratico generano mutazioni nella struttura profonda della psiche umana, in una misura più subdola rispetto alla pretesa dei cosiddetti “totalitarismi” di creare nuove tipologie umane…Insomma, contro l’ottuso individuale, edificare il genio collettivo. Che certo non significa riesumare la rigida avanguardia bolscevica, né significa consolarsi nel lasco spontaneismo movimentista. Piuttosto, nel solco dei teorici di una continua dialettica tra verticale e orizzontale, serve creare una nuova forma del partito. L’intelligenza di una nuova lotta di partito… Ossia, nel momento in cui il capitale centralizzato si socializza in un piano collettivo, cambia anche il rapporto tra storia e natura umana. Viene infatti raggiunto il limite estremo della legge di riproduzione del tipo umano capitalistico, e si creano quindi le condizioni per la produzione sociale di una nuova umanità, in grado di fare della cura e dello sviluppo della materialità corporea e psichica un esercizio ludico comune, complesso, raffinatissimo, liberato. Siamo fuori dall’odierna gabbia del capitale umano…Piano è libertà, dunque, in un senso costruttivo che va ben oltre le semplificazioni del liberalismo sul carattere negativo o positivo delle libertà. Una tale vendetta, sensuale per la sua inattualità e urgenza, richiede tuttavia un atto inedito, spregiudicato, drammatico nel suo esser “caso dalla necessità”. Che si combatta ogni retrograda reazione alla tendenza, che si traggano dalla tendenza del capitale tutte le sue estreme conseguenze. Che si dia inizio a una incessante lotta per il libercomunismo”.









































Add comment