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Scontri in France Insoumise sull’immigrazione: Kuzmanovic vs Autain

di Alessandro Visalli

Schermata 2015 10 13 a 17.20.00Ci si avvicina alle elezioni europee, in Francia c’è una soglia di sbarramento al 5% che in questo momento sono sicuri di superare solo Macron (oltre 20%), Le Pen (altro 20%), France Insoumise (da 12 a 14%) e i gollisti (al 14%). Le altre forze socialiste e comuniste, ed i verdi, sono vicino o sotto la soglia, quindi rischiano. In questo quadro France Insoumisse sta cercando di aprire le sue liste[1], lasciando disponibili quindici posti per la sinistra socialista di Emanuel Maurel ed al movimento di Chenènement. Come valuta qualche osservatore, si tratta di un tentativo di allargare anche alle classi medie (‘riflessive’) che erano state lasciante sullo sfondo nel precedente posizionamento su periferie e classi popolari.

Una spia di questo movimento è l’aspro scontro che ha visto coinvolto il Responsabile esteri all’inizio di settembre a partire da due articoli su Obs. Djordje Kuzmanovic ha scritto un articolo di appoggio alla svolta della Wagenknecht e la deputata Clémentine Autain lo ha duramente attaccato. Il risultato è che Mélenchon ha preso le distanze.

Leggiamo questi articoli.

Il primo articolo sostiene che “Il discorso di Sahra Wagenknecht è di salute pubblica”; il rappresentante di Insoumisse, che a luglio era presente ad un incontro a Roma, insieme ad un deputato tedesco molto vicino alla Wagenknecht, con il gruppo di Fassina e con Senso Comune[2], inizia con una narrativa molto familiare, attaccando con tutta evidenza Mitterrand[3], sostiene che trenta anni fa la socialdemocrazia ha deliberatamente scelto di costruire un’Unione Europea liberale, rinunciando a difendere le classi lavoratrici. Quindi si è schiacciata sulle posizioni della destra liberale, dalla quale però doveva differenziarsi elettoralmente. Allora si è concentrata su questioni che non sono specificamente ‘di sinistra’, ma liberali-radicali: femminismo, diritti LGBT, migranti.

Si tratta, riconosce, di questioni importanti che “non dovrebbero essere liquidate”, ma che allo stesso tempo “non possono essere separate dal cuore della lotta di sinistra: la difesa delle classi popolari e la lotta contro il capitale”.

La sinistra si è invece accomodata in una sorta di “buona coscienza” che, in particolare sull’immigrazione di fatto “impedisce una concreta riflessione su come rallentare o addirittura fermare i flussi migratori”, che invece e probabilmente aumenterebbero per effetto dei cambiamenti climatici.

Sostenere che bisogna “accogliere tutti” è letto da Kuzmanovic come una posizione ingenua e controproducente quando il centro dell’attenzione deve essere andare contro le politiche ultraliberali, ad esempio, dice, “denunciando gli accordi di partenariato economico (APE) con i paesi africani. Accordi che distruggono i mercati dei paesi economicamente più deboli e creano miseria su larga scala, aumentando i candidati all’emigrazione”.

Il cambiamento di linea che indica il Responsabile esteri è causato, a suo dire, dalle emergenze che negli ultimi cinque anni si sono accumulate, le disuguaglianze in aumento e l’esplosione demografica. Il problema, però, non sono i migranti in sé, ma “la distruzione economica che spinge milioni di persone fuori dei loro paesi di nascita”.

Il giornalista a questo punto ricorda che alcuni sottolineano come le attuali politiche di aiuto in realtà rendano più mobili le persone[4]. In effetti è vero, si tratta di politiche che provocano una tendenza alla riconversione dell’economia africana tradizionale in economia rivolta all’esportazione di prodotti di base, e attraverso le catene logistiche e relazionali che si creano, incoraggia di fatto le persone sradicate a spostarsi[5]. Il paradigma proposto da Insoumisse è quindi diverso: lo chiama “protezionismo solidale”. Una linea simile al vecchio movimento Burkinabe di Thomas Sankara[6]: proteggere i paesi africani e le loro economie, impedendo che siano schiacciati dalle multinazionali e del debito, in una logica internazionalista di uguaglianza e rispetto per le nazioni. Lo spirito dei vecchi paesi non allineati e di Bandung, quello che nel suo ultimo discorso avrebbe voluto partisse da Addis Abeba[7].

Ma continua in modo molto opportuno che questo concetto si riproduce anche entro i confini europei, dove i paesi orientali, Romania, Bulgaria, ma anche Grecia, Portogallo ed Italia, vedono partenze di massa dei loro giovani più formati. Si tratta di un fenomeno di dumping sociale che interessa direttamente l’Europa e solo in misura minore i paesi dell’Africa sub-sahariana. Ma un processo che si estende ad anello: “i lavoratori polacchi non subiscono l’arrivo di lavoratori africani, ma ucraini”.

Venendo sul piano elettorale il problema non è tanto quindi di recuperare i voti che stanno andando a destra (Front National in Francia e Afd in Germania, o la Lega in Italia), ma la gran parte delle categorie popolari che tende ad astenersi. Il rischio, dice, “se non ci riusciamo, è trovarci in una situazione simile all’Italia, dove le forze progressiste sono in frantumi e la destra xenofoba è al potere”.

Qui cade la frase che dà il titolo: “il discorso che Sahra Wagenknecht ha fatto sulla questione della migrazione è di salute pubblica”.

Proseguendo si viene ad un punto cruciale: il sentimento di insicurezza culturale e di pericolo per la stabilità della propria forma di vita. Kuzmanovic ricorda che è stato candidato in un collegio del nord nel quale ci sono moltissimi immigrati (polacchi, italiani e marocchini) che “sono stati portati lì per fare i lavori più difficili”, ma nel quale il tasso di povertà è del 40% e la disoccupazione del 30%. In queste condizioni è naturale che ci sia un “sentimento di disintegrazione della propria cultura che è legato ad un regresso comunitario”. Una cosa che si spiega però con la crisi politica ed economica.

La tesi è semplice: “queste tensioni si ridurrebbero se fossimo in grado di combattere la precarietà. Condividendo la ricchezza prodotta che finisce prevalentemente nelle mani di pochi ultraricchi”.

All’obiezione, usuale, che connettere disoccupazione e migrazione porta vantaggi alla retorica dell’estrema destra, risponde in modo netto: “questa accusa è assurda”. Si tratta di una sinistra che ha dimenticato le tradizioni del movimento francese, i discorsi di Jaurès sul “socialismo doganale”, ad esempio. Se la sinistra parla come il mondo degli affari, di fatto avendo la stessa posizione degli industriali la cosa non può che essere un problema. Qui arriva uno dei punti che ha fatto scandalo: “quello che stiamo dicendo non è nuovo, è un’analisi puramente marxista: il capitale crea un esercito di riserva”. Si tratta di un meccanismo semplice, se si pagano male lavoratori privi di documenti c’è una pressione al ribasso dei salari[8].

L’argomento che sarebbe una tesi di destra per l’esponente di Insoumisse è “il risultato di una grave confusione tra gli ideali dell’illuminismo, che sostengono la libertà di movimento delle persone e delle idee, e cui siamo ovviamente legati, e il regime imposto dalla globalizzazione del capitalismo. Se potesse uscire dalla sua tomba sono convinto che Rousseau non sosterrebbe lo spostamento di masse di contadini da un paese all’altro. La libertà di movimento si scontra con un principio di realtà: cosa possono fare le masse di migranti climatici che partono da zone soggette a stress idrico, quando diventano migranti economici che arrivano in zone dove non c'è lavoro?”

Ciò non significa aprire la “caccia ai migranti”, ma, al contrario, “attaccare coloro che assumono i lavoratori illegali” e contemporaneamente avviare una massiccia regolarizzazione dei migranti irregolari, in modo da costringere i datori di lavoro a pagare salari decenti su un piano di parità con la legge. Quindi bisogna porre fine al dumping sociale intra-europeo. Sono i datori di lavoro che massimizzano i profitti sfruttando la miseria del mondo. Come avevo scritto in questo post, si tratta dell’integrazione trainata e governata dal mercato, e quindi intrisa di concorrenza di tutti contro tutti, ad essere il problema.

Naturalmente le poche decine di migliaia di persone che meritano lo status di rifugiato, che fuggono dalla guerra, come dicono le Convenzioni di Ginevra del 1957, 1962, vanno accolti. Così come non si può lasciare nessuno morire nel mediterraneo.

Ma se non hanno diritto allo status di rifugiato vanno “rimandate nel loro paese, e rapidamente”.

Invece chi è già qui va anche aiutato a ricongiungersi con la sua famiglia, “sarebbe inumano altrimenti”, ma “ciò che conta è assicurare una vita dignitosa per tutti e fornire i mezzi per assicurare un'integrazione riuscita, specialmente nella scuola repubblicana, ma sarebbe necessario interrompere la rottura dell'educazione nazionale”. 

Alla domanda sulla difficoltà di distinguere tra “migranti” e “rifugiati”, un altro dei punti di attacco dell’ideologia “no border”, l’esponente di Insoumisse risponde che in effetti si tratta di una distinzione difficile, cosa che farà scoppiare il sistema.

In sostanza “l’ordine neoliberista globale ci sta conducendo direttamente al muro”.

Lo stesso giorno esce anche la posizione di Clémentine Autain, alla quale sono fatte le stesse domande. Alla fine della “buona coscienza” auspicata dalla Wagenknecht, risponde in modo vigoroso riaffermando la ricerca di congiunzione tra discorsi, azioni e principi etici connessi con “l’orizzonte emancipatorio”. L’ideale che anima la posizione è descritto come “umanista e internazionalista” e quindi indica la strada di “sopportare lo stigma” e riaffermare contro lo spirito popolare che lo straniero non è il capro espiatorio.

Al discorso pragmatico di Kuzmanovic oppone un punto di vista espressamente identitario:

“Ogni volta che facciamo promesse al popolo sulla base del discorso dell'estrema destra, penso che stiamo perdendo la nostra anima e l’immagine. Dopo tutto, non siamo una setta, ma un collettivo vivente, quindi ovviamente abbiamo dei dibattiti fondamentali sull'apertura dei confini o sulle condizioni di accesso alla nazionalità ma non dobbiamo perdere il filo di ciò che ci anima, specialmente in quando il Mediterraneo si trasforma in un cimitero”.

Quindi sulla posizione della Wagenknecht afferma di non “voler suggerire” che ci sia un nesso tra disoccupazione e immigrazione. E di non voler raggiungere un nuovo elettorato se il prezzo è di prendere i temi dell’avversario politico, qui cade un tipico argomento “in genere l’originale è preferito alla copia”. Mentre l’estrema destra lavora sul risentimento e sulla costruzione del nemico, sostiene la Autain bisogna opporre una speranza basata sui diritti e le libertà.

Abbastanza sorprendentemente, però, per come ha condotto fin qui l’intervista continua:

“Sono d'accordo con Sahra Wagenknecht sulla descrizione del fenomeno che Marx chiamava ‘l'esercito di riserva’. Ma per evitare la concorrenza, bisogna operare per non abbassare i salari e le condizioni di lavoro. Alcuni potrebbero avere interesse a partecipare alle elezioni europee nel campo dell'identità. Dobbiamo invece metterlo su quello dell'uguaglianza. La costruzione europea e oggi la coppia Merkel-Macron hanno alimentato la competizione di tutti contro tutti. Sta a noi promuovere il legame e la solidarietà”.

In sostanza allinea una posizione identitaria di sinistra liberal (orientata a far prevalere la libertà sull’uguaglianza, che richiede meccanismi autoritaritativi e redistributivi che non possono essere immediatamente allargati a tutti) con una conclusione che indirizza all’uguaglianza. Un obiettivo privo degli strumenti per essere perseguito.

Alla fine, ad esempio, propone di allargare i criteri del diritto di asilo e di “sbattere i pugni sul tavolo” perché il peso sia ripartito in Europa, senza rimandare nessuno, né fuggito dalla guerra, né dalla miseria (o dai cambiamenti climatici che ne sono causa).

Alla domanda circa l’allontanarsi della sinistra dalle classi lavoratrici, con cui aveva cominciato Kuzmanovic, il deputato risponde con una posizione intermedia, da un lato ci sono gruppi come “Terra Nova” che propone di allontanarsi dal mondo del lavoro per concentrarsi sulla società, i giovani, le donne, gli immigrati (una classica posizione anni novanta[9]), dall’altra personalità come Christophe Guilluy propongono di tornare ad una agenda lavorista. A parere della Autain tutte e due le visioni sono vicoli ciechi, le questioni identitarie sono intrecciate a quelle sociali. Oggi la figura simbolica non è più l’operaio o il minatore, ma i cassieri dei supermercati, i lavoratori edili in nero, i giovani di McDo.

Kuzmanovic e la Autain hanno esattamente la stessa età, sono entrambi nati nel 1973, il primo è un ex militare, laureato in scienze politiche e geopolitica, che si è presentato nel collegio di Lens, dove la Le Pen fece il 58% e si presenta come candidato ‘patriottico’ che rivendica un ‘populismo di sinistra’. Seguendo l’eredità di Jaures, e talvolta citando l’eredità di Trotsky, Guevara o dell’Ira[10] il suo punto di battaglia è il Fronte Nazionale in un territorio devastato dalla chiusura di miniere, fabbriche e da delocalizzazioni. Sostiene la necessità di uscire dalla Nato ed è fortemente anti USA, nel 2009 si schiera contro l’intervento in Libia e dal 2013 è nell’Ufficio Nazionale del Partito, Responsabile esteri e difesa.

Clémentine Autain, invece è un membro di Ensemble!, che è un movimento femminista ed ecologista alleato con il Front de Gauche è stata eletta a Parigi, e poi a Sevran nell’Ile-de-France, è co-segretarie della Copernic Foundation. Figlia di un’attrice e di un cantante e nipote di un ex deputato socialista, ed ex sindaco, sotto Mitterrand. Viene eletta nel 2017 alla Seine-Saint-Denis nell’11° distretto (si potrebbe dire semi-periferico, nella conurbazione di Parigi.

Insomma, sono molto diversi, rappresentano plasticamente le diverse sinistre.

Come detto all’inizio la France Insoumisse sta cercando un posizionamento nel quadro competitivo aperto dalle elezioni europee che la vede quarta forza, stretta tra Macron ed i Gollisti (due forze establishment) e il Fronte Nazionale, con piccole forze sulla soglia di poter andare da sole intorno a sé. Per crescere di qualche punto, e qualificarsi come candidato al possibile ballottaggio nel 2022, potrebbe avere quindi senso cercare di non rompere con l’elettorato che la Autain, per biografia, classe sociale, e area elettorale rappresenta ottimamente.

Probabilmente per questo risulterebbe (si veda questo articolo di Liberation) che Mèlenchon avrebbe sconfessato pubblicamente un militante che ha con sé da dieci anni per uscire da quella che il giornale chiama “la trappola”: fare dell’immigrazione il tema portante delle elezioni che arrivano.

Anche Le Monde ha un resoconto simile: “è inutile avere espressioni che infastidiscono i nostri amici. È sempre bene avere una buona coscienza umanistica. L'accoglienza, la generosità sono buoni valori”, ha sostenuto Alexis Corbière per conto di Mèlenchon. La linea di attacco a Macron deve, piuttosto, essere i Trattati europei e la politica ecologica.

Ma alla fine quale è la divergenza?

Tutti e due ammettono che l’arrivo di molti immigrati può influenzare la dinamica salariale, ma uno, che parla con i ceti popolari, ne vuole parlare, l’altra, che si candida vicino Parigi, pensa che sia pericoloso perché può far perdere l’identità alla sinistra (si può vedere così, il primo deve riconquistare persone che non votano, la seconda deve conservare un voto residuale). Uno guarda alla crescita ed alla riconquista dei voti e del potere perduto, l’altra alla conservazione di insediamenti sociali (ai quali appartiene) sotto pressione.

L’insieme del discorso di Sahra Wagenknecht è letto come necessario per la protezione della nazione, e la lotta contro i privilegi (di “salute pubblica” ha un particolare sapore per un francese), da Kuzmanovic, mentre la posizione “umanitaria e internazionalista” della Autain, che non vuole “perdere il filo di ciò che ci anima” la porta ad abbozzare un contraddittorio discorso su libertà e uguaglianza, che fa leva su legame sociale e solidarietà senza darsi gli strumenti per ottenerli.

La proposta del primo è di rallentare o fermare i flussi di immigrati non aventi i requisiti per essere qualificati come rifugiati (anche se al termine ammette la difficoltà di fare la distinzione nella pratica), denunciare lo sfruttamento francese dell’Africa, e lasciare che si organizzi da sé (ricorda, appunto Sankara), allargare lo stesso concetto in Europa, combattere la precarietà per riguadagnare coesione sociale. E, soprattutto, regolarizzare chi già c’è e combattere spietatamente coloro che assumono lavoratori illegali o li pagano poco. Porre fine al duping sociale intra ed extra europeo.

La proposta della seconda è di accogliere tutti, ma ottenere la solidarietà degli altri paesi. In modo molto indicativo afferma di “non voler suggerire” che ci sia un nesso tra disoccupazione e immigrazione (cita qualche controesempio sommario), anche se poi dice di essere d’accordo con la descrizione di “esercito di riserva”.

Circa la constituency cui guardare, Kuzmanovic vede decisamente i ceti popolari, la cui riconquista, nelle attuali condizioni di disastro sociale sbarrerebbe la strada alla destra ed insieme riaprirebbe la partita del potere che ora giocano solo altri.

La deputata parigina spera di tenere insieme il residuo di constituency degli anni novanta-zero (giovani, donne, immigrati, minoranze culturali) con un lavoratore ormai disperso e disgregato di cui fa un elenco sommario.

Kuzmanovic fa un discorso pratico, con un obiettivo politico di avanzamento in terreni oggi abbandonati e che rischia di andare al punto, anche al prezzo di allargare il discorso e di rischiare qualche passaggio difficile.

La Autain fa un discorso identitario, con l’obiettivo di conservare ciò che la sinistra ha ancora, i ceti medi istruiti e che sono pieni di buoni sentimenti (potendoseli permettere), ma l’insieme delle contraddizioni e gli interdetti (ciò che non “vuole” dire) la lascia in pratica senza discorso.

Un’immagine degli attuali dilemmi della sinistra, tra “nuvole verbali” (Marx) e scelte difficili.


Note
[1] - Del resto è un movimento con al centro un partito, ma non esaurito in esso
[2] - Ovviamente prima di avviare l’iniziativa di Patria e Costituzione.
[3] - https://tempofertile.blogspot.com/2018/01/francois-mitterrand-e-le-svolte-degli.html
[4] - Una tesi sostenuta anche da Samir Amin, si veda, ad esempio “Lo sviluppo ineguale” 1973, “Oltre la mondializzazione”, 1999, “Per un mondo multipolare”, 2006, “La crisi”, 2009.
[5] - Si può vedere anche https://tempofertile.blogspot.com/2017/08/note-circa-leconomia-politica.html
[6]- Che viene ucciso in un colpo di stato tre mesi dopo aver pronunciato questo discorso contro il debito coloniale: https://youmedia.fanpage.it/video/al/WPCvk-SwgAVuR2bw
[7] - ...
allora, cari fratelli, col sostegno di tutti
potremo fare la pace a casa nostra
potremo anche usare le sue immense potenzialità
per sviluppare l'Africa, perché il nostro suolo
e il nostro sottosuolo sono ricchi
abbiamo abbastanza braccia e un mercato immenso
da nord a sud, da est a ovest
abbiamo abbastanza capacità intellettuali per creare
o almeno prendere la tecnologia e la scienza
in ogni luogo dove si trovano.
Signor presidente: facciamo in modo da realizzare
questo fronte unito di Addis Abeba contro il debito
facciamo in modo che a partire da Addis Abeba
decidiamo di limitare la corsa agli armamenti
tra paesi deboli e poveri
i manganelli e i coltellaci che compriamo sono inutili
Facciamo in modo che il mercato africano
sia il mercato degli africani
Produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa
Produciamo quello di cui abbiamo bisogno
e consumiamo quello che produciamo invece di importarlo
Il Burkina Faso è venuto qui ad esporvi la cotonnade
prodotto in Burkina Faso, tessuta in Burkina Faso
cucita in Burkina Faso per vestire i burkinabè
vorrei semplicemente dire
che dobbiamo accettare di vivere africano
è il solo modo di vivere liberi e degni
La ringrazio signor presidente
La patria o la morte, vinceremo!
[8] - si veda qui https://tempofertile.blogspot.com/2018/09/immigrazione-e-questione-sociale.html
[9] - Negli anni ottanta inoltrati e novanta il riflusso nel privato e le sconfitte della classe operaia, con l’indebolimento decisivo dei sindacati, sconfitti in simboliche battaglie in Inghilterra, in USA e anche in Italia alla Fiat, portarono una parte della cultura di sinistra a cercare altre strade. In questi anni intellettuali influenti come Jurgen Habermas, “Teoria dell’Agire Comunicativo”, 1981, Antony Giddens “Identità e società moderna”, 1991, “Oltre la destra e la sinistra”, 1994, “La terza via”, 1998, ma anche Ronald Inglehart “La società postmoderna”, 1996, sostengono che nella società postmoderna e frammentata si debba considerare risolto il problema fondamentale della sopravvivenza e quindi anche la lotta di classe, in favore di una ‘politica della vita’, incentrata sull’espansione dei diritti individuali e di autoespressione.
[10] -Come le faccia andare insieme sarebbe interessante capirlo.
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