Verso il 25 aprile. Segnalazioni
di Donato Salzarulo
«Il dono di riattizzare nel passato la scintilla della speranza è presente solo in quello storico che è compenetrato dall’idea che neppure i morti saranno al sicuro dal nemico, se vince. E questo nemico non ha smesso di vincere.»
(W. Benjamin, Sul concetto di storia)
1.- Il 6 Aprile 2021 è stato pubblicato sul sito dell’Istituto nazionale Ferruccio Parri (www.reteparri.it) un appello, sottoscritto da più di cento storici e studiosi, «per un riconoscimento ufficiale dei crimini fascisti in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’invasione della Jugoslavia da parte dell’esercito italiano».
Infatti, fu il 6 Aprile del 1941 che le truppe italiane, di concerto con quelle tedesche ed ungheresi, attaccarono il Regno jugoslavo da diversi punti e l’occuparono. Nella spartizione del “bottino” all’Italia toccò buona parte della Slovenia (tra cui Lubiana), della Dalmazia, del Montenegro e del Kosovo.
Come scrivono gli storici nell’appello, «durante l’occupazione fascista e nazista, e fino alla Liberazione nel 1945, in questo territorio si contano circa un milione di morti. L’Italia fascista ha contribuito indirettamente a queste uccisioni con l’aggressione militare e l’appoggio offerto alle forze collaborazioniste che hanno condotto vere e proprie operazioni di sterminio. Ma anche direttamente con fucilazioni di prigionieri e ostaggi, rappresaglie, rastrellamenti e campi di concentramento, nei quali sono stati internati circa centomila jugoslavi.
La Repubblica Italiana non ha mai espresso una netta condanna, né una presa di distanza radicale da queste atrocità: non sono stati istituiti giorni commemorativi, né sono state compiute visite di Stato nei luoghi della memoria dei crimini fascisti in Jugoslavia.»
È chiaro che questa è la risposta degli storici a chi, decontestualizzando la drammatica rivalsa delle foibe, ha istituito una giornata del ricordo il 10 febbraio e rimuove o fa finta di non ricordare di quali eccidi i militari italiani s’erano resi responsabili qualche anno prima. I fatti storici si capiscono soltanto ricostruendo il contesto. Ma è esattamente quello che non succede più da qualche decennio. L’odierno sistema mass-mediale procede alacremente a distruggere il passato o ad utilizzarne i frammenti utili alla guerra, innanzitutto ideologica, che liberali, sovranisti, neo-nazionalisti e neo-fascisti conducono oggi, ora divisi ora in combutta, contro i vecchi padri comunisti, socialisti, giellisti ai quali si deve, tra gli altri, la conquista dell’attuale carta costituzionale.
2.- La ricerca storica gode buona salute, ma a livello sociale, scolastico e mediatico la situazione è allarmante. Viviamo in un contesto dominato dalla svalutazione della storia, dal suo oblio. Due anni fa, tanto per fare un esempio, il Ministro dell’Istruzione eliminò dalle tracce proposte per gli esami di maturità quella di argomento storico. Motivazione: viene scelta da una piccolissima minoranza. Vero: ma perché? Ecco, domande simili fanno fatica a germogliare nella testa di certi Ministri; non capiscono come questo fatto rappresenti, comunque, uno dei segnali d’allarme: sta ad indicare un processo in atto di perdita della nostra memoria collettiva e di accresciuta ignoranza della nostra storia.
Recentemente Adriano Prosperi, professore di Storia moderna presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, ha richiamato la nostra attenzione proprio su questa situazione. Le sue riflessioni si possono leggere nel libretto, significativamente intitolato «Un tempo senza storia. La distruzione del passato.» (Einaudi, 2021, pag. 121, Euro 13).
Traggo da queste pagine due citazioni: la prima è del semiologo Jurij M. Lotman, la seconda è dello storico Eric Hobsbawm.
«La storia intellettuale dell’umanità si può considerare una lotta per la memoria. Non a caso la distruzione di una cultura si manifesta come distruzione della memoria, annientamento dei testi, oblio dei nessi.» («Tipologia della cultura», Bompiani, Milano 1975, pag. 31)
«La distruzione del passato, o meglio la distruzione dei meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti, è uno dei fenomeni più tipici e insieme più strani degli ultimi anni del Novecento. La maggior parte dei giovani alla fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono.» («Il secolo breve», Rizzoli, Milano 1995, pag. 14).
Sono due citazioni che non hanno bisogno di commento. La prima ci dice che chi si sente impegnato nella trasmissione ed elaborazione di una cultura critica e, più specificamente, nella trasmissione e vivificazione del patrimonio culturale rappresentato dalla storia delle classi subalterne, sfruttate ed oppresse, sa che deve condurre ogni giorno “una lotta per la memoria”. La seconda citazione ci fa capire quanto il compito sia diventato difficile, perché sono stati distrutti “i meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti”.
3.- La storia è selezione. Chi seleziona non lo fa in modo disinteressato e innocente. Non lo può fare. Oggi il ricorso alla storia ha come unico scopo di legittimare il discorso dominante. Ricordo l’articolo di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera del 21 aprile 2020 «Lottare nel nome del tricolore». Metteva sullo stesso piano Prima guerra mondiale, guerre fasciste e Resistenza; poi per combattere la cosiddetta “grande falsificazione ideologica” di chi come me (e tanti altri nei primi anni Settanta) gridava nelle manifestazioni che la “Resistenza è rossa non è democristiana”, chiamandola coralità, ci mette dentro «combattenti di ogni fede politica, e molti che non sapevano neppure cosa fossero i partiti ma non volevano schierarsi con Hitler. E perché ci furono molti modi di resistere, di dire No ai nazifascisti; e quel No fu detto da contadini, carabinieri, ebrei, militari, sacerdoti, suore. Senza dimenticare molti italiani che fecero in buona fede la scelta sbagliata, e morirono convinti di aver servito la patria.» (Quindi, “resistettero” pure i giovani di Salò!…). Incommentabile. Sulla tastiera di Cazzullo (o sotto) la storia davvero diventa una zuppa indigesta. Contestualizzare, contestualizzare, contestualizzare. Questa è la prima operazione che compie uno storico. Le ragioni dei combattenti nella prima guerra mondiale (imperialistica) non sono paragonabili a quelle di chi partecipò alle guerre coloniali fasciste e, meno che meno, sono paragonabili a quelle di chi fu impegnato nella Resistenza. Ridurre tutto ad una lotta “nel nome del tricolore”, questa sì che è un’astrazione ideologica.
È anche un modo di distruggere il passato e di non stimolare nei giovani un rapporto organico con le varie e drammatiche esperienze delle generazioni che l’hanno preceduto. Esperienze fatte di sentimenti, pensieri, ragioni, scelte, ideali con cui un giovane può confrontarsi. Quando nelle manifestazioni gridavamo che la “Resistenza è rossa non è democristiana”, sapevamo benissimo – o molti di noi sapevano benissimo – che nel Comitato di Liberazione Nazionale c’erano liberali, democristiani, azionisti, socialisti, comunisti…Immaginavamo ciò che poi ha sostenuto efficacemente lo storico Claudio Pavone; ossia che durante la Resistenza si sono combattute in realtà tre guerre: guerra di liberazione nazionale contro i nazi-fascisti, guerra civile contro i repubblichini di Salò e guerra di classe contro il padronato che aveva foraggiato il regime fascista; semplicemente pensavamo che fosse ancora attuale l’aspetto della lotta di classe e dell’antifascismo (Piano Solo, “Strage di stato”, ecc. ecc.). Lo penso ancora adesso.
Comunque, per chiudere con Cazzullo. Chi avesse voglia di leggere un articolo che smonta il pezzo dell’editorialista del Corriere, dovrà cliccare su Google www.lastoriatutta.org, guidare il mouse sulla rubrica “Distorsioni”, scorrere e troverà il testo di Bruno Maida intitolato «L’irriducibile antifascismo della Resistenza: una risposta ad Aldo Cazzullo». C’è di che restare soddisfatti per l’abbondanza e la fondatezza degli argomenti.
4.- Un po’ più avanti tutta la redazione del sito firma un articolo critico nei confronti di Paolo Mieli che, in occasione della pubblicazione del libro «Noi, Partigiani. Memoriale della Resistenza italiana» a cura di Gad Lerner e Laura Gnocchi (Feltrinelli, 2020), scrive sul Corriere della Sera del 15 aprile 2020 una lunga recensione «per imbastire il solito discorso sui soliti temi: zone oscure, pagine nere, silenzi e colpe del partigianato e dei presunti detentori della sua memoria», dimenticando lo slancio politico ed esistenziale che caratterizzò i protagonisti di quella stagione. Titolo: «Memoria senza miti. Parlano i partigiani». Infatti, i partigiani parlano, ma non dicono ciò che, attraverso una “casistica – appositamente selezionata – di commentini striminziti e puntuti” Paolo Mieli mette sulle loro bocche.
[Tra parentesi: leggo, mentre sto scrivendo, che un primo blocco delle video-interviste coi protagonisti della lotta partigiana verrà messo online, a cura dell’ANPI e della Spi-CGIL, il 19 aprile 2021 sul sito www.noipartigiani.it
Per lo storico Giovanni De Luna nelle storie «emerge la fierezza dei partigiani di aver sconfitto, come avvenne nel Colle della Maddalena, la Wehrmacht, cioè l’esercito ritenuto più forte al mondo.»]
L’editorialista del Corriere non è nuovo a queste operazioni. Un’alta simile l’aveva compiuta il 26 Novembre 2019, recensendo la «Storia della Resistenza» (Laterza, 2019) di Marcello Flores e Mimmo Franzinelli. Il titolo dell’articolo questa volta era: «La Resistenza senza tabù». Risultato: un sostanziale tradimento degli intenti dei due storici.
Scrive, infatti, la Redazione del sito www.lastoriatutta.org:
«L’idea che sia esistita una narrazione falsa della Resistenza che ha dominato la nostra sfera pubblica, una narrazione che ha “stufato”, da “revisionare” a ogni costo svelando presunte “contro-verità” ed estraendo gli ultimi “tabù” dall’”ombra”, nell’ottica di “pacificare” e “riconciliare” ha preso sempre più piede nel senso comune all’insegna di tricolori sventolati, di “ragazzi di Salò” da perdonare o con i quali empatizzare. Per cancellare, occultare o ridimensionare le colpe del fascismo evidentemente: “invece di ricordare gli errori e di accettare le responsabilità ci si rifugia nel culto dei morti che sono tutti eguali sotto la terra nera”, scriveva Giorgio Bocca nel 2002; “il becchino sostituisce il giudizio di Dio e degli uomini”, aggiungeva (Il valore del 25 aprile, La Repubblica, 5 maggio 2002). Tolte alcune eccezioni, è stata totalmente sdoganata l’idea della resistenza come qualcosa da condannare, da guardare con sarcasmo, come il regno degli eccessi, delle vendette, delle “questioni private” risolte con l’alibi della guerra di liberazione e della guerra civile.»
La redazione del sito riporta dal ponderoso volume di Marcello Floris e Mimmo Franzinelli la citazione che si legge a pagina 555, tratta dalla prefazione di François Marcot a «La vie à en mourir. Lettre de fusillés 1941-1944»:
«La società che i resistenti hanno contribuito a distruggere era quello dell’oppressione, e non occorrono frasi magniloquenti per dire che essi hanno combattuto per la loro libertà e per quella dei loro figli – vale a dire per la nostra. Anche se l’attuale società non ha nulla in comune con quella contro cui essi si sono ribellati, gli ultimi scritti dei fucilati si rivolgono a noi: cosa abbiamo fatto della società che ci hanno affidato? Cosa abbiamo fatto del loro ideale di solidarietà? Che significato abbiamo dato alla loro morte?»
Queste sono le domande che abbiamo il dovere di porci e che sicuramente si pongono le storiche e gli storici che dal febbraio 2020 hanno dato vita a questo sito; un sito che merita di essere visitato frequentemente.
«Siamo partiti da un’amara consapevolezza – scrivono presentandosi – viviamo in un’epoca in cui imperversa la “dittatura del presente”, in cui il passato è imbalsamato ed è un semplice guardiano dell’esistente». Si racconta così «una storia addomesticata, sclerotizzata e a-problematica, in cui abbondano le rimozioni, le distorsioni, e gli stereotipi. Per aprire nuovi scorci e fronteggiare una storia resa prigioniera e trasformatasi in ancella delle pulsioni del momento, abbiamo aperto questo spazio. Crediamo fermamente nella necessità di ridefinire l’orizzonte pubblico della storia, ribadendo la natura dinamica e processuale del passato e indagando gli incroci possibili con le altre discipline». I sostantivi in grassetto rappresentano i titoli delle rubriche del sito.
Fanno parte della redazione: Andrea Mulas, Carlo Greppi, Caterina Ciccopiedi, Claudio Ferlan, Enrico Manera, Francesco Filippi, Marco Meotto, Martina Merletti, Valentina Colombi. Molti altri fanno parte della “ciurma”, come amano definirsi: Alfredo Sasso, Bruno Maida, Chiara Colombini, Davide Leveghi, Eric Gobetti, ecc.
5.- Carlo Greppi, oltre a far parte della redazione di www.lastoriatutta.org , cura la serie “Fact Checking: la Storia alla prova dei fatti” dei “Robinson” della casa editrice Laterza. In un’intervista con Giuseppe Sergi, professore emerito di storia medievale all’Università di Torino, pubblicata sul numero di aprile 2021 de “L’Indice”, chiarisce quale sia l’idea di fondo che muove le due esperienze collettive: è quella «di rivendicare l’importanza della funzione di un sapere documentato contrastando presunte “contro-verità” agitate come clave per finalità per lo più identitarie. Con l’ambizione di oltrepassare la cerchia degli addetti ai lavori cerchiamo di restituire il lavorio incessante della storiografia: lo studio dell’essere umano nel tempo è in primis educazione alla complessità».
Tre sono i volumi sinora pubblicati in questa serie. Il primo è di Eric Gobetti e ha per titolo un classico cliché della conversazione(?!) pubblica: «E allora le foibe?…»; il secondo, dello stesso Carlo Greppi, ha per titolo un’altra specie di luogo comune: «L’antifascismo non serve più a niente…»; una altro stereotipo è, infine, il titolo del terzo «Anche i partigiani però…», scritto da Chiara Colombini.
L’obiettivo è quello di smontare queste frasi fatte e riportare le “narrazioni tossiche” che le sostengono alle acquisizioni della ricerca storiografica, fornendo dei “manuali di autodifesa” a chi percepisce e comprende che è inaccettabile quest’uso à la carte del passato. «I primi destinatari della serie sono coloro che chiedono antidoti; l’ambizione esplicita è quella di arrivare a mettere punti fermi da cui far ripartire la discussione, contaminando la “memoria grigia” del paese.»
Perché, inutile prendersi in giro, sulla Resistenza non si può avere una memoria condivisa. La “guerra della memoria” cominciò nell’immediato dopoguerra perché su ciò che accadde tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945 gli italiani erano divisi fin dall’inizio. Ci furono gli antifascisti, i fascisti e la cosiddetta “zona grigia”, quella di chi non si schierò attivamente con nessuna delle due parti.
Per nostra fortuna vinsero gli antifascisti, ma questi ultimi, lo sappiamo benissimo, erano divisi tra di loro per orientamenti culturali e programmi politici. Dopo la liberazione, già nel fronte antifascista furono date letture diverse della Resistenza. I fascisti vinti continuarono a rivendicare la loro scelta per la Repubblica di Salò e continuarono a giudicare la Resistenza un “tradimento”. Chi restò “alla finestra” continuò a guardare con insofferenza alle due memorie dei vincitori e dei vinti e smaniò (e smania) per lasciarsi alle spalle la tragedia del ventennio di dittatura fascista e della necessaria guerra di liberazione. In questa zona della nostra società (e dei suoi intellettuali) ha origine una memoria “a-fascista” diversa da quella dei reduci di Salò. Questi signori addebitano a Mussolini soprattutto la responsabilità dell’averci costretto a fare una guerra senza la possibilità di vincerla. Il fascismo, insomma, non è un male in sé. Finché teneva a bada “i rossi” in casa andava bene. La memoria di questa zona grigia, come giustamente scrive la Colombini, «è in contrasto soprattutto con quella antifascista, alla quale guarda con un misto di irritazione e apprensione perché essa, facendo leva sulla Resistenza, pretende di imporre una trasformazione politica, sociale e morale del paese, una prospettiva di cui questa parte dell’opinione pubblica diffida […]. Così, se tale memoria grigia si smarca da quelle concorrenti di vinti e vincitori, non è equidistante e di fatto finisce per avere molte assonanze con quella nera, anche e soprattutto in ragione dell’anticomunismo che segna la guerra fredda. Da a-fascista, in breve diventa anti-antifascista» (Chiara Colombini, «Anche i partigiani, però…», Laterza, 2021, pag. 7-8).
Tuttavia, al di là delle numerose fratture delle memorie individuali e collettive, è esistita una “memoria pubblica” che ha accompagnato le varie fasi dello sviluppo storico-politico del nostro paese dal dopoguerra ad oggi. Questa “memoria pubblica” non è stata sempre la stessa. Se tra fine anni Sessanta e anni Settanta del secolo scorso il paradigma antifascista era abbastanza prevalente e il confronto era tra “Resistenza rossa” e “Resistenza tricolore”, oggi il Sindaco (leghista) della città in cui vivo può tranquillamente affidare all’ANPI la celebrazione del 25 aprile, come se fosse un fatto “privato” di questa associazione, e limitarsi a dare il patrocinio del Comune. Lui, evidentemente, ha altro da fare e non è il Sindaco di una città di questa Repubblica democratica ed antifascista. Con l’anniversario della Liberazione vuole avere poco o nulla a che fare; si è sbracciato, invece, per il giorno del ricordo del 10 febbraio. Bisognerebbe regalargli «E allora le foibe?…», il libro di Eric Gobetti. Sarebbe inutile, lo so. Ma non si sa mai!…Scrive Bruno Maida, recensendo il libro: «In un centinaio di pagine, scritte con grande semplicità e chiarezza, che nulla toglie al rigore delle argomentazioni, Gobetti smonta uno a uno gli stereotipi, contesta le falsità contrapponendo un solido apparato di dati e tesi storiografiche che si sono affermate in decenni di ricerca e, credo, faccia anche un ottimo servizio alle vittime, sradicandole da un eroismo e un paradigma vittimario strumentalmente politici e restituendo loro storicità e umanità. Lo fa, prima di tutto, con un approccio che ogni storico dovrebbe mettere al centro, indipendentemente dalle sue convinzioni politiche, dal suo sistema valoriale, dal suo modello interpretativo: contestualizzando.» (L’INDICE, n. 4, aprile 2021, pag. 17),
Io non sono uno storico e molti di quelli che leggeranno queste mie segnalazioni forse non lo sono. Ma il compito che attende tutti noi mi pare sia chiaro: dobbiamo uscire da questa sorta di “dittatura del presente”, dobbiamo riconquistare un “rapporto organico” con il passato, non dobbiamo aver timore della verità, dobbiamo contestualizzare, ricostruire il passato che alimenta ancora le nostre istituzioni quotidiane, mettersi nei panni dei nostri padri, nonni o bisnonni e domandarsi: cosa avremmo fatto noi all’indomani del caos dell’8 settembre 1943?…Io non ho dubbi: avrei fatto la scelta che fece quella minoranza d’italiani, giovani e meno giovani, che volontariamente e in piena autonomia decise di armarsi e ribellarsi, a proprio rischio e pericolo, contro tedeschi e fascisti. Lo fece per liberare l’Italia, ma anche per un cambiamento economico, politico, sociale e morale del nostro paese. Un cambiamento che abbiamo il dovere di contribuire a realizzare. Per dare un senso alle loro morti.











































Comments
l'articolo dell'amico Salzarulo non è così ingenuo. Vuole divulgare tra un pubblico ampio con un linguaggio non partitico-gergale il dibattito sempre acceso e controverso sulla Resistenza. Se poi potesse dare un'occhiata ai commenti vedrebbe che il libro di Claudio Pavone non solo è citato ma io stesso ho riportato ampi brani. Un caro saluto