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L'elogio di Salvini a Bolsonaro
Una discussione tra Piemme e Fabrizio Marchi
* * * *

Che ci dice l'elogio salviniano di Bolsonaro
di Piemme
Fabrizio Marchi su l'interferenza dice l'essenziale del neopresidente del Brasile Jair Bolsonaro:
«Bolsonaro è la sintesi del peggio che possa esistere al mondo. Ammiratore di Hitler per sua stessa ammissione, nostalgico delle feroci dittature militari (sponsorizzate e armate dagli USA) che per quasi mezzo secolo hanno letteralmente insanguinato l’intero continente latinoamericano, ultra filosionista (in una delle sue primissime dichiarazioni ha annunciato la decisione di chiudere l’ambasciata palestinese), ultraliberista in politica economica, omofobo, integralista religioso (più per opportunismo che per fede…), seguace fanatico delle sette evangeliche che dagli Stati Uniti stanno da tempo colonizzando l’America Latina, filo americano, antisocialista e anti comunista viscerale, appoggiato da Trump, Bannon, e naturalmente da Netanyahu e da tutta la destra e l’estrema destra sud e nord americana, israeliana ed europea, Bolsonaro è il simbolo della “riscossa” reazionaria in America Latina».
Non dice, Marchi, le immense responsabilità che un quindicennio di governi del PT lulista hanno avuto nel causare la vittoria di questo energumeno — politiche liberiste che hanno accresciuto a dismisura le già enormi diseguaglianze sociali, una gestione nepotistica e corruttiva del potere.
Ma non è questo adesso il punto; condividiamo del pezzo del Marchi il ribrezzo per lo sconcio e sguaiato appoggio che Salvini ha promesso a Bolsonaro.
Con l'esaltazione di Bolsonaro Matteo Salvini ha compiuto un'altro passo o strappo per attestare la sua Lega nel campo della destra reazionaria —alla faccia di certi amici che ce la menano col discorso che sarebbe finita la "dicotomia sinistra-destra": la verità è che più la sinistra si imputridisce e s'inabissa nel campo liberale, più le destre avanzano, per di più secernendo le pulsioni più antidemocratiche.
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Il ritorno del partito
di Paolo Gerbaudo
Perché sono tornati i partiti di massa? Perché sono ancora il modo migliore affinché coloro che non hanno potere, possano sfidare i potenti. Pubblichiamo la traduzione di un articolo dal sito della rivista americana Jacobin
E’ un luogo comune osservare come l’epoca post crisi sia definita dall’ascesa di movimenti populisti sia sul fronte della sinistra che su quello della destra, nel mezzo di una crescente polarizzazione politica. Tuttavia, non è stata sufficientemente sottolineata la centralità del partito nell’arena politica. In Occidente, e in Europa in particolare, stiamo assistendo ad una rinascita del partito politico. Sia i vecchi partiti, come quello Laburista in Gran Bretagna, che quelli nuovi, come Podemos in Spagna e la France Insoumise, hanno visto una crescita enorme nel corso degli anni, ponendosi tra l’altro al centro di importanti innovazioni organizzative. Dal momento che per molti anni sociologi e politologi hanno concordato nel preannunciare la perdita del primato del partito politico in una società digitale sempre più globalizzata e diversificata, questa rinascita della forma partitica è degna di nota. In effetti, l’attuale ritorno della sinistra ha di fatto smentito queste previsioni. La tecnologia digitale non ha rimpiazzato il partito. Gli attivisti l’hanno piuttosto utilizzata al fine di sviluppare meccanismi innovativi per fare appello ai cittadini, pur riaffermando la forma partitica quale strumento principale per la lotta politica.
Previsioni maldestre
Il fatto che i partiti politici stiano tornando nuovamente alla ribalta, è innanzitutto evidente dal crescente numero di membri all’interno dei partiti, una chiara svolta rispetto al progressivo calo di adesioni a cui hanno dovuto assistere molti partiti storici europei all’inizio degli anni Ottanta. In Gran Bretagna, il Partito Laburista sta per raggiungere i 600.000 membri, dopo aver raschiato il fondo nel 2007, alla fine del mandato di Tony Blair, con appena 176.891 adesioni.
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I comunisti, la politica e la classe. Fare i conti con passato e futuro
di Mauro Casadio*
La decisione del PRC di non partecipare alle elezioni di Potere al Popolo sullo Statuto, presa la sera prima della consultazione online, ci sembra sia stata una scelta errata e da un certo punto di vista incomprensibile. Un pronunciamento politico degli aderenti ad una forza, in cui il PRC ha evidentemente un peso notevole, non può portare ad una crisi e ad una spaccatura politica se si condividono i fini del progetto avviato un anno fa con l’assemblea del Teatro Italia.
Probabilmente è su questi fini che bisogna tornare a ragionare, per capire cosa è accaduto, al di là del clima conflittuale e del delirio sui Social, che si dimostrano essere sempre più un elemento dannoso di confusione dove l’opinione personale, cioè l’individualismo spinto, travolge ogni capacità di analisi raziocinante della difficile realtà con la quale tutti noi dobbiamo fare i conti, fuori dalla virtualità di quel mondo.
In questo frangente contraddittorio, prodotto da una trasformazione radicale delle condizioni generali in cui operiamo, sentiamo spesso nei ragionamenti fare riferimento alla questione dell’unità, che è certamente un elemento importante, in quanto non ci si può certo augurare la frammentazione. Una questione, l’unità, che nella storia della sinistra in Italia a partire dagli anni ’70 ha accompagnato (casualmente?) il declino della sinistra stessa fino all’attuale condizione, che non dipende certo dalle divergenze interne a PaP. Tale constatazione, evidente agli occhi di tutti, ci porta alla conclusione che non possiamo scindere la questione dell’unità necessaria dai contenuti che non sono “divisivi”, come oggi va di moda dire, ma che essa è il prodotto di determinate visioni della realtà, delle sue dinamiche e delle prospettive con cui ci si intende misurare.
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Non si gioca con le iniziative del Pd!
di Gap Milano
Prendiamo parola pubblicamente a seguito dell’adesione di Potere al Popolo! Milano alla manifestazione del 30 settembre promossa da “intolleranza zero”.
Come già avvenuto lo scorso 28 agosto in occasione dell’iniziativa dei “Sentinelli”, tali decisioni sono state prese, per la seconda volta, con colpevole fretta e superficialità, e in definitiva con una presa di posizione ancor più grave se si considera che il comunicato d’adesione ad essa, va ancor più in la del presente e preannuncia, a prescindere, altre adesioni ad iniziative con il carattere distintivo come quella di ieri.
Il voto per alzata di mano del coordinamento provinciale provvisorio di Potere al Popolo, ancora una volta, impedisce qualsiasi forma di riflessione o costruzione a percorsi che siano altro rispetto al mantra dell’”unità del popolo della sinistra”. Unità che, lo sottolineiamo, se non si rivolge al blocco sociale, agli sfruttati, ai colpiti dal montare della repressione, al popolo effettivo delle periferie e dell’hinterland della metropoli lombarda, è solo una sgangherata scialuppa per ceti politici di basso cabotaggio e poco più.
Crediamo che la rincorsa ad uno stantio modo di fare politica asservita alla logica del meno peggio e all’illusione di “pesare dall’esterno” non solo sia inutile ma decisamente dannosa. Continuare su questa strada significa uscire dal solco tracciato dalla nascita di Potere al popolo! come momento di discontinuità e rottura con la “vecchia sinistra” ormai identificata come parte del problema.
Non intendiamo cedere sul terreno dell’Antifascismo e dell’Antirazzismo alle strumentalizzazioni di chi fino a ieri lo derubricava ad atteggiamento retrò o lo declinava unicamente come tensione moralistica. E tra i promotori effettivi, quelli sotto mentite spoglie e i nuovi parvenù c’è ne sono, eccome!
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Memorie dall’Osteria Melotti
A dieci anni dalla scomparsa di Marco
di Fabio Ciabatti
Mi perdoneranno le masse operaie e contadine se in questo articolo si parlerà anche di me. Ma questo è un omaggio personale ad un compagno, e soprattutto a un amico, scomparso dieci anni fa all’improvviso in un giorno di settembre, subito dopo essersi fatto una delle sue proverbiali e fragorose risate. Un omaggio così personale che ci finisco dentro pure io. Marco Melotti si affacciò alla politica nel ’68, quando era poco più che ventenne, partecipando all’occupazione della facoltà di Lettere della Sapienza di Roma e poi ai gruppi di studenti e operai che tentarono di avviare nella capitale interventi nelle fabbriche in alternativa alle organizzazioni sindacali riconosciute. Attraversò poi l’esperienza dei “gruppi”, su posizioni eterodosse se non apertamente critiche. Nel ’77 divenne, suo malgrado, una figura di riferimento del movimento romano. Le prime assemblee all’università le aveva infatti passate facendo casino insieme agli indiani metropolitani. Poi aveva visto alla presidenza di quelle assemblee chi, pochi anni prima, l’aveva espulso da Avanguardia operaia per deviazioni piccolo borghesi. Marco raccontava che scattò in lui una molla, quella che gli consentì di prendersi la sua rivincita (ebbene sì, aveva una memoria da elefante), ma soprattutto di immergersi completamente nelle mobilitazioni, fino alla fase finale in cui cercò di mantenere dritta la barra del movimento mentre rimaneva schiacciato tra la feroce repressione dello Stato e l’avventurismo della lotta armata. Senza mai aderire a nessuna struttura organizzata, fu dunque tra i più attivi nelle assemblee della facoltà di Lettere occupata e poi tra gli animatori della “commissione fabbriche e quartieri”, costituita all’università dopo la fine dell’occupazione.
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Gli statuti di Potere al popolo
di Alessandro Bartoloni
Comparazione dei principi ispiratori, del funzionamento delle assemblee territoriali e di quello delle degli organi nazionali di Potere al popolo secondo i due statuti redatti dal Coordinamento nazionale provvisorio
Il 9 settembre sono state pubblicate le due bozze definitive degli statuti di Potere al popolo elaborate in seno al Coordinamento Nazionale Provvisorio (CNP). Salvo auspicabili ripensamenti, i due documenti saranno sottoposti a votazione elettronica, insieme agli eventuali emendamenti il 6 e 7 ottobre. A votare potranno essere tutti coloro che hanno compiuto 14 anni ed hanno aderito al manifesto politico, versato la quota di 10 euro e compilato il relativo modulo tramite la piattaforma informatica.
Gli statuti elaborati sono due e questo è il primo e principale segno di debolezza e di inadeguatezza dell’attuale gruppo dirigente che, portandoci alla conta su testi contrapposti invece che su alcune questioni tramite emendamenti, rischia di sfasciare quanto di buono costruito fin qui. Due documenti contrapposti che non sono accompagnati da nessun documento politico - quando logica vorrebbe che la discussione sull’organizzazione segua quella sulla politica e non viceversa - e a cui non si sa quanti emendamenti è possibile presentare e come. Senza considerare che a Roma e forse altrove, stanno emergendo statuti alternativi.
Per quanto riguarda il contenuto dei documenti, entrambi presentano un’introduzione politica cui segue la struttura organizzativa [1]. Questo primo capitolo compara i principi politici; in altri due capitoli comparerò la struttura organizzativa sui territori e quella nazionale, consapevole che, parafrasando Marx, ogni passo di movimento reale è più importante di una dozzina di statuti.
I principi
La prima parte del primo documento è intitolata “natura e finalità”. In essa apprendiamo che Potere al popolo è sia un “movimento” sia una “libera associazione” ma non è un partito. L’esclusione formale del riferimento al partito si rende necessaria per permettere il doppio tesseramento, vale a dire ai militanti di altri partiti di aderirvi (non potendosi normalmente aderire a due partiti, come invece succede per i sindacati).
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Chi ha paura del patriottismo costituzionale?
di Nello Preterossi
Intervento di Nello Preterossi alla Assemblea Nazionale di Patria e Costituzione, 8 Settembre 2018 Roma
Legare Patria e Costituzione non è affatto uno scandalo. Anzi, significa riscoprire un nesso necessario e fondante. Le comunità politiche poggiano su un senso di appartenenza collettiva. “Patriottismo costituzionale” sta a indicare la fedeltà a una comunità politica democratica e pluralista, sulla base dei principi fissati dalla Costituzione. Nel caso di quella italiana, la realizzazione del progetto sociale delineato dall'art. 3, l’autodeterminazione collettiva che presuppone l’inclusione attraverso i diritti (innanzitutto quelli del lavoro e sociali). Un senso non meramente procedurale e formale, ma sostanziale, di patriottismo, all’insegna della giustizia distributiva.
A furia di ripetere il mantra della crisi dello Stato, del diritto pubblico e della stessa sovranità popolare, considerati ferrivecchi o addirittura regressivi, si è lasciato campo libero alla governance tecnocratica e alla polemica antidemocratica in nome delle “competenze” e delle élites “illuminate”, cioè dei ceti di “proprietà” e “cultura” (come li chiamava Rudolf Gneist nell’Ottocento). Ma come si fa a pensare che negando lo Stato e la sovranità democratica si possa portare avanti un programma di sinistra sociale?
Il concetto di sovranità è scandaloso proprio perché in esso convergono grandezze (Stato, popolo, pubblico, autonomia della politica, identità collettive) oggi imprescindibili ai fini della lotta per l’effettività dei diritti sociali e la piena realizzazione di una democrazia progressiva. Non è un caso che rimuovendoli o osteggiandoli si finisca per entrare in rotta di collisione con le istanze dei ceti popolari, e in oggettiva sintonia con quelle neoliberali. Lo Stato è democratizzabile, il mercato no.
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L’immigrazione nel vero dibattito politico di France Insoumise e di Aufstehen
di Giacomo Marchetti*
Il lancio del movimento “Aufstehen” in Germania, il 4 settembre, e l’inizio della campagna elettorale per le europee di fine maggio prossimo di France Insoumise, hanno visto concentrare l’attenzione su alcune posizioni delle formazioni politiche, e dei loro esponenti, sulla questione dell’immigrazione, talvolta dando vita al fuoco incrociato della “sinistra liberista” e dei competitor politici.
I due contesti, quello tedesco e quello francese, hanno alcuni tratti comuni e alcune differenze che pertengono alla questione migratoria che devono essere tenuti in dovuta considerazione, così come il posizionamento delle due formazioni.
In Francia, il progetto di legge della maggioranza governativa sulla questione del diritto d’asilo e dell’immigrazione ha avuto un’opposizione in cui differenti forze hanno fatto fronte comune, di cui la France insoumise è stata il perno.
Invitiamo i sostenitori del “fronte europeo da Macron a Tsipras” – secondo la chiarissima formula di Massimo Cacciari – contro l’emergere delle forze populiste di destra a rileggere i contenuti dei provvedimenti della maggioranza governativa francese; è sufficiente per comprendere come il leader di En Marche sia parte integrante del problema, e non certo la “soluzione” riguardo la lotta alla destra xenofoba.
Durante il dibattito su questa legge, Jean-Luc Mélenchon, deputato e leader di France Insoumise, ha esortato i deputati dichiarando: “non dimenticate mai che noi stiamo discutendo di fronte ad un cimitero, quello dei 30.000 che sono morti nel Mediterraneo”.
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Il dibattito (guasto) tra Fassina e gli anti-Fassina
di Militant
Sembrerebbe tutto un proliferare di patrioti, a giudicare dall’ennesima iniziativa promossa questa volta da Fassina e D’Attorre. In realtà, tutto si muove nel placido solco della virtualità, dove rossi, bruni e rossobruni se le danno di santa ragione a patto di non incontrarsi mai nella realtà. Fassina è però riuscito ad aizzare uno scombinato dibattito che merita d’essere commentato. Patria e Costituzione, dunque. Su cui si sono scatenati i cacciatori di rossobruni. Che partono da un dato incontrovertibile: Fassina è un essere squalificato. Basterebbe questo a chiudere il discorso (e noi la pensiamo proprio così: in politica non conta cosa dice chi, ma chi dice cosa). Eppure – come sempre – il dibattito sulla “questione nazionale” (perché, al fondo, di questo parliamo quando parliamo di “rossobrunismo”, “populismo”, “sovranismo” e “internazionalismo”) parte immediatamente per la tangente e il problema non è più Fassina, ma i temi politici che Fassina solleva malamente. Fassina è un pretesto, il problema è altrove. Vediamo cosa dice Fassina nel pezzo pubblicato sul manifesto del 6 settembre:
«da un lato, non regge più l’impalcatura mercantilista del mercato unico e dell’euro e, dall’altro, è venuta meno, in realtà è stata sempre un miraggio, la prospettiva della sovranità democratica europea. Così, gli europeisti, sia liberal conservatori, sia delle sinistre, in tutte le sfumature, sono senza programma fondamentale, cornice per un’opposizione convinta e convincente».
E’ la spudorata verità di questi anni, eppure tale contesto viene semplicemente eluso dagli europeisti di ogni risma, soprattutto di quelli provenienti da sinistra. L’Unione europea ha fallito, è un progetto politico-economico totalmente dentro logiche capitalistiche e ordoliberali, e va dunque combattuto e abbattuto.
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Riflessioni a sinistra
di Francesco Fustaneo
Riceviamo da Francesco Fustaneo e volentieri pubblichiamo come contributo alla discussione
Oramai da più di un decennio la c.d. sinistra “radicale” è confinata in aree extra-istituzionali con percentuali elettorali irrisorie e come se ciò non bastasse è frammentata in tanti partiti, movimenti e correnti, spesso guidati da leader impalpabili.
E’ pacifico che utilizzando il termine “radicale”(di per sé comunque criticabile), si discerne quelle forze politiche comuniste o postcomuniste o comunque collocabili alla sinistra del P.D.; quest’ultimo ormai è rimasto un partito “di sinistra” solo per i media mainstream; è innegabile infatti che avendo propinato per anni politiche neoliberiste, abbattendo i diritti dei lavoratori e il welfare, tale compagine politica sia riuscita a realizzare per stessa ammissione dei suoi avversari, obiettivi prefissati però rimasti sempre preclusi alle stesse destre al governo.
Eliminerei dal novero delle forze radicali di sinistra il gruppo di S.e.l., attualmente trasformatosi in L.e.u. che puntando ad un rapporto ambivalente e ambiguo col P.d. ha costruito il proprio percorso politico, riuscendo per far approdare in Parlamento i suoi più rampanti dirigenti e al contempo all’ultima tornata elettorale, grazie alle liste bloccate, anche personaggi che hanno ricoperto rilevanti ruoli istituzionali nella legislatura precedente, ma non certo amatissimi dall’elettorato, come la Boldrini e Grasso, fallendo però nell’obiettivo di riconfermare la rielezione di Massimo D’Alema.
Fatta questa breve ma doverosa premessa, precisiamo che per la sinistra che si ispira ancora ad una matrice socialista e/o comunista, il quadro è a dir poco desolante.
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Su "Patria e Costituzione"
di Gianpasquale Santomassimo
Qui di seguito, autorizzati dall'autore che ringraziamo, il testo della relazione del prof. Gianpasquale Santomassimo (già docente di storia presso l'Università di Siena) per "Patria e Costituzione"
Ci troviamo probabilmente all’interno di una vera e propria rivolta popolare in atto nel continente. Che si esprime nelle forme pacifiche di un sommovimento elettorale e che tende ad assumere, per la disastrosa politica delle sinistre tradizionali, una forte connotazione di destra, dal punto di vista politico e culturale.
E’ un esito che non giunge per la verità inatteso, che viene dopo un quarto di secolo di impoverimento costante, di erosione tangibile delle garanzie dello stato sociale, di stagnazione permanente e di perdita di prospettive credibili per le generazioni più giovani. Assistiamo a una gigantesca sostituzione di rappresentanza sociale, che vede i ceti popolari cercare spesso a destra protezione e sicurezza (sicurezza che è una dimensione globale, che significa in primo luogo sicurezza del lavoro e nel lavoro, sicurezza sul terreno della salute e dell’assistenza, e che solo in ultima analisi significa anche tutela dell’ordine pubblico). Una inversione di ruoli e di rappresentanza di ceti e di stili di vita, raffigurato plasticamente da tutte le analisi del voto degli ultimi anni, che hanno contrapposto benestanti soddisfatti dei centri cittadini a popolo delle periferie che esprimeva un bisogno al tempo stesso di ribellione e di protezione. E lasciando alla sinistra la rappresentanza di un ceto medio più o meno riflessivo, fatto di benestanti soddisfatti degli esiti provvisori della globalizzazione e dei diritti civili acquisiti.
Ma quel segno prevalente di destra non è univoco: dove esiste una nuova sinistra degna di questo nome, essa prende le distanze dai miti dell’ultimo trentennio e partecipa in forma autonoma alla lotta contro l’establishment europeo. Anche dalla sua capacità di incidere dipenderanno gli esiti finali di questo processo.
La sinistra italiana purtroppo non fa parte di questo quadro.
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Controversie: “Patria e Costituzione”, un progetto per una sinistra di popolo
di Alessandro Visalli
Il prossimo 8 settembre a Roma, alla Sala della Promoteca, dalle 10.30 per chi volesse esserci un nutrito gruppo di intellettuali e attivisti propone l’avvio di un’associazione politica il cui provocatorio nome è: “Patria e Costituzione”. Ci sarà un intervento in video di Sahra Wagenknecht e relazioni di D’Attorre, Santomassimo, Giacchè, D’Antoni, Preterossi, introdurrà Fassina. Non solo per la presenza della Wagenknecht la cosa può ricordare la parallela, anche nei tempi, operazione che una componente della Linke tedesca sta tentando con “Aufstehen”, come alcuni toni della posizione neo-giacobina di “La France insoumise”.
Nel nome dell’associazione palesemente “Patria e Costituzione” sono due termini che si illuminano reciprocamente, nel quale quindi il secondo dà il senso nel quale si propone il primo. La mia idea è che insieme chiamano a riconoscere che ci unisce un progetto che ha tratti universalisti, ma anche caratteristiche nostre proprie. Come ricorda il post di Fassina che inquadra l’iniziativa, l’8 settembre di settantacinque anni fa terminava la guerra che l'Italia fascista aveva proclamato imprudentemente contro le liberaldemocrazie e contro il mondo socialista e quindi si avviava quell'Italia che univa le sue molteplici tradizioni, il risorgimento, la cultura classica e la realtà delle sue molte vocazioni territoriali, alla volontà di progettare insieme un futuro di pace e libertà socialmente responsabile. Un progetto, quindi, che unisce e non divide, nel quale nessuno può considerarsi solo, nel quale la politica democratica trova il suo spazio e prevale sulla lotta di tutti contro tutti e sull'economico imperiale dei nostri tempi; un progetto nel quale, infine, il ‘popolo’ si definisce e costituisce (lontano dall’essere trovato da un sapere esperto perché già esistente, o ascoltato da un intermediario che se ne fa sacerdote).
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Revelli, Syriza e dare a Cesare quel che è di Cesare
di Sergio Cesaratto* e Stavros Mavroudeas**
Mentre UE, FMI e SYRIZA cercano di spacciare la favola di una ripresa in Grecia, i fatti rivelano un’altra storia
In un recente articolo pubblicato in greco e in italiano Marco Revelli – ospite abituale in Grecia di SYRIZA e del suo governo – fa polemica contro quella che lui chiama pseudo-sinistra, cioè quella che considera Tsipras un traditore e la politica economica di SYRIZA un fallimento.
Si tratta di una polemica gratuita (rivolta anche a uno dei firmatari di questa replica, vedi in Brave New Europe) in cui Revelli accusa questa “pseudo sinistra” di essere nazionalista e di aiutare i nazionalisti e populisti della destra di Nuova Democrazia in Grecia. Revelli, senza alcun fondamento, mette alla pari ogni critica di sinistra della politica di SYRIZA a quella neoliberale di Nuova Democrazia.
Revelli usa come titolo del suo pezzo (in greco) il detto evangelico Dai a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio. Vediamo se il dovuto che offre al suo Cesare o Dio (SYRIZA, in questo caso) è giusto o no.
Comincia esaltando l’abilità di SYRIZA nell’avere gestito al meglio il programma di austerità della troika, in modo tale da evitare un maggior danno sociale. La prova che dà è come minimo inconsistente o semplicemente sbagliata. I servizi medici sono privi di fondi e con una carenza di personale grave. Per di più SYRIZA nel 3° Memorandum ha firmato acconsentendo a tagli profondi sia nel campo della garanzie sociali che in quello delle pensioni (notare che il 51 % dei nuclei familiari dalle pensioni dipende) e sta mettendo tutto questo in atto. Questi tagli hanno incrementato il livello di povertà in Grecia anche più di quanto hanno fatto i governi precedenti (il 37 % della popolazione, approssimativamente, è a rischio di povertà o di esclusione sociale).
La protezione dalla messa in vendita all’asta delle case di prima proprietà è stata tolta (in accordo con il Memorandum firmato da SYRIZA). Le aste sulle case della gente procedono a passo più veloce, favorite dal fatto che si fanno per via elettronica, secondo una legislazione che SYRIZA ha prodotto per evitare resistenze pubbliche e proteste.
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Storia, metodo e organizzazione di classe
Il percorso della Rete dei Comunisti in tre pubblicazioni
di Antonio Allegra
Comunisti nell’anno zero
Uno stimato compagno di poco più di vent’anni, qualche tempo fa, in una discussione politica all’interno di Potere al Popolo disse più o meno: “Per noi che non abbiamo la vostra età (si riveriva ai quelli dai quarant’anni in su) e non abbiamo la vostra esperienza politica, noi siamo all’anno zero”. Con questa affermazione cercava di marcare una differenza e rivendicava una novità. Quella affermazione contiene più verità di quante forse lo stesso compagno poteva sospettare. Ma denunciava anche alcuni vuoti di consapevolezza storica che devono essere colmati.
Vorrei idealmente parlare a quel compagno più giovane parlando della Rete dei Comunisti e del suo percorso storico, che con due opuscoletti di agile lettura abbiamo cercato di rendere esplicito a tutti, ossia con l’opuscolo “Approcciando la questione del metodo” (giugno 2018) e “Il lavoro teorico della Rete dei Comunisti” (aprile 2018).
Ripartiamo dall’affermazione. Innanzitutto è vero che tra la generazione dei ventenni e dei quarantenni c’è uno iato, una frattura.
Il giovane compagno non ha conosciuto l’esperienza politica “tradizionale” del partito di massa presente nelle istituzioni, nello specifico non ha conosciuto l’esperienza politica di Rifondazione Comunista. Ossia, non ha conosciuto quell’esperienza politica eclettica su cui si sono formati (o sformati) molti giovani compagni di allora, che cercavano uno spazio politico giovanile idealmente ribelle e “contro sistema”. O, meglio ancora, il giovane compagno non si è trovato a vivere quella “normalità” per cui un giovane di quel tipo trovasse “naturale” in qualche modo finire dentro Rifondazione. Oppure, su un versante completamente opposto, non si è trovato a vivere la “normale” condizione di andare a finire dentro a un centro sociale.
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L’Intendance suivrà: un “quotidiano comunista” per la guerra e la lotta di classe dell’Impero
di Fulvio Grimaldi
Cari amici, stavolta sono davvero lunghissimo. Era necessario. E’ la mia resa dei conti personale, ma spero anche di molti di voi, con un giornale e un gruppo che ha segnato la storia politica e culturale italiana dell’ultimo mezzo secolo: “il manifesto”, sedicente “quotidiano comunista”, nel quale la parola comunista ha assunto connotati rovesciati rispetto all’uso comune. E’ una storia lunga, piena di episodi, personaggi, eventi, illusioni, disvelamenti, divenuta però via via più trasparente. La trasparenza di un infiltrato imbolsito, che ha perso l’abilità mimetica dei suoi maestri. Ma gli illusi ci sono ancora. Diamogli una mano
“Se una minoranza vuole dominare deve agire per vie occulte, tramando, cospirando, pretendendo, ingannando. I suoi peggiori nemici saranno quelli che denunciano il complotto”. (Aldous Huxley)
“Il modo più efficace per distruggere popoli è negarne e obliterarne la comprensione della propria storia”. (George Orwell)
“La grande maggioranza dell’umanità si accontenta delle apparenze, come se fossero realtà, ed è spesso influenzata più dalle cose che sembrano che da quelle che sono”. (Nicolò Machiavelli)
Nostalgie amorose di Tommaso Di Francesco
“Linea notte” è quel ruscelletto di notiziole e opinioncelle d’ordine del TG3, spesso bruscamente alterato nel suo andazzo dall’epifania di una specie di convulsa menade da New York, che il mio ex-collega Mannoni, detto Mannoioni, conduce, tra un borborigmo e l’altro, indice di stomaco prospero ma non pacificato, con il placido compiacimento di chi poco sa, ma molto si fida degli ospiti. Accuratamente selezionati, ovvio. Ha una funzione salutare: ti tira giù piano piano le palpebre mentre Morfeo ti mette in assetto di dormitorio i neuroni.
Quasi mai, ma nella notte del 20 luglio 2018 sì, succede che un qualche neurone mezzo assopito venga elettrizzato da un’emissione audiovisiva fuori dal tran tran sulla rana e sulla fava. Ed è stato come un extrasistole nel pacioso elettrocardiogramma del fine giornata di regime. C’era l’ospite Tommaso De Francesco (non proprio giornalista da Pulitzer o poeta da Nobel) che, insieme all’ex-trafilettista di critica tv, Norma Rangeri (mi apostrofò per averla turbata con la messa in onda di scimmie fatte esplodere da scienziati vivisezionisti), oggi dirige il “manifesto”.
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