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la citta futura

Crisi della sinistra, ruolo dei comunisti e restaurazione neo-liberale

Marco Paciotti intervista Stefano G. Azzarà

e3D. Stefano, da anni ti troviamo in prima linea sul fronte ideologico della lotta di classe. Tra gli strumenti che metti a disposizione c’è una rivista, di cui sei fondatore e direttore scientifico: “Materialismo Storico. Rivista di filosofia, storia e scienze umane”. Un titolo che richiama i fondamenti stessi del marxismo che tra il popolo tutto, non solo quello che lavora solo con le mani, non gode di ottima salute. Da cosa nasce, dunque, l’esigenza di un’iniziativa così controcorrente e qualè stata la reazione del mondo accademico italiano ed internazionale?

R. In prima linea mi pare troppo. Diciamo dal divano, visto che non faccio più militanza attiva dal 2009, quando sono stato espulso da Rifondazione Comunista…

Il marxismo come materialismo storico, che è una cosa ben diversa dall’economismo oltre il quale molti compagni non riescono ad andare, ha rappresentato un salto nell’evoluzione delle forme di coscienza dell’umanità che dobbiamo considerare irreversibile: come è accaduto dopo la rivoluzione scientifica copernicana, dopo il marxismo nulla può essere più come prima nell’analisi della realtà; chiunque pretenda di capire il mondo senza confrontarsi con esso, sia pure per contestarlo, difficilmente potrebbe essere preso sul serio. Questo vale anche in ambito accademico, dove coloro che vogliano studiare la società e le sue forme espressive non possono evitare, anche volendo, di utilizzare il concetto di classe sociale.

Il materialismo storico tuttavia non è soltanto uno strumentario scientifico ma ha anche una dimensione politica essenziale. In questo senso, per capire il suo stato di salute nella società e nell’accademia noi non possiamo che applicare autoriflessivamente il marxismo a se stesso.

Il marxismo è stato anche la teoria che più di ogni altra ha guidato il processo di unificazione delle classi subalterne nel corso di 150 anni di storia, conducendole nell’edificazione di un nuovo tipo di regime politico in Russia – la prima forma di potere popolare nella storia del genere umano – nelle guerre di liberazione dal dominio coloniale, nella conquista della democrazia moderna in Occidente. Sotto questo aspetto, esso è espressione della maturità relativa dei rapporti di produzione, i quali ad un certo punto in quella fase hanno generato il loro soggetto antagonista e hanno anche stimolato la sua visione del mondo.

Questi rapporti di produzione sono però oggi molto diversi dal passato e anche i rapporti di forza tra le classi lo sono. Se il marxismo era espressione della realtà del suo tempo e cioè dell’unità progressiva delle classi lavoratrici in ascesa, la realtà attuale, ovvero la disgregazione alle quali queste classi sono sottoposte da diversi decenni in seguito alla loro sconfitta, assieme all’inversione della fase internazionale con il passaggio alla ricolonizzazione, non poteva non accompagnarsi e retroagire sulla loro visione del mondo e dunque sul marxismo. Il quale è entrato in una crisi che non è diversa da quella dei propri soggetti di riferimento.

Ecco ad esempio che dopo aver contribuito al rinnovamento della cultura europea e della stessa ricerca scientifica universitaria nella propria fase di ascesa (anche se non c’è mai stata nessuna leggendaria “egemonia” del marxismo né in Italia né altrove, altrimenti oggi non saremmo dove siamo), il materialismo storico è stato decostruito sotto molteplici aspetti e ha subito lo stesso destino di frantumazione della classe. La lotta di classe esiste ed esiste anche sul piano culturale. E anche su questo piano l’avversario è forte e utilizza tutti i mezzi.

La crisi del marxismo è passata in Europa e in Occidente per l’esperienza postmoderna, che ne ha decretato lo smantellamento per via di “détournement” [deviazione situazionista, ndr]. In una rivoluzione passiva vengono usati pezzi dell’armamentario delle classi subalterne e rinominati e rifunzionalizzati in un contesto diverso, che non solo li disinnesca ma li rende utili alla riproduzione sociale. Pensiamo al concetto di “rivoluzione”. In accademia ovviamente questo ha comportato una marginalizzazione del marxismo, che oggi è considerato più o meno come una barzelletta. Ma questa marginalizzazione è in realtà opera in gran parte dei marxisti stessi, cioè degli ex-marxisti che negli anni del riflusso sono fuoriusciti dalla propria appartenenza prendendo altre strade più comode.

L’attuale “revival” del marxismo in chiave transpolitica o geopolitica non ha ovviamente nulla a che fare con il materialismo storico ma è esso stesso una sua distorsione tutta postmoderna, che si serve in questo caso dell’ibridazione con altre teorie, impiantandole su una base di attivismo fichtiano, al fine di elaborare una visione del mondo sincretistica di destra. Una visione che in nome di un fantomatico fronte trasversale propone un pasticcio di cose diverse, come diceva Lenin del nazionalbolscevismo. Su queste basi Gramsci e Gentile possono essere presentati come la stessa cosa, riesumando una lettura ideologica nata in ambito cattolico che aveva una funzione nei tempi della Guerra Fredda e ne ha una diversa ma non meno sbagliata e pericolosa oggi.

Nelle condizioni attuali temo che più che sforzarsi di conservare una tradizione culturale tenendone ferme le basi, e cioè in questo caso l’equilibrio tra critica della modernità e riconoscimento della sua legittimità (meglio il capitalismo del feudalesimo) e l’obiettivo di un universalismo concreto (che respinga il particolarismo come respinge l’universalismo astratto e immediato dell’ideologia dirittumanista) non si possa fare. Chiaramente conservare il marxismo in questi termini, con il forte ancoraggio all’asse Hegel-Marx che essi comportano, è già tanto, perché nel dibattito pubblico oggi il nome di Marx è spesso associato a posizioni che con Marx non hanno nulla a che vedere ma che ne sono la negazione più radicale e soprattutto più infame.

C’è bisogno di ricordare, ogni tanto, che Marx ha detto “proletari di tutti i paesi unitevi” e cioè intraprendete un faticoso percorso di autoriconoscimento - che è diverso da una cena multietnica, certo -, ma non ha sicuramente mai detto “proletari di tutto il mondo sparatevi” (semmai a farlo è stata la socialdemocrazia, della quale il socialsciovinismo oggi dilagante è il degno erede). Inoltre, conservarlo significa già lavorare per una sua modernizzazione che faccia i conti con i limiti pregressi del marxismo occidentale. In questo senso penso sia necessaria una compiuta secolarizzazione del marxismo. Ossia la sua uscita dall’utopismo, dal messianismo e dalla mitologia, per un compiuto ingresso in una dimensione scientifica (laddove la “scienza” non è lo scientismo oggi in voga ma la Wissenschaft hegeliana e cioè anzitutto la consapevolezza della realtà come totalità). È la proposta di Domenico Losurdo ed è il rovesciamento dialettico (con Aufhebung) del pensiero debole: nessun indebolimento sul terreno del postmoderno e dell’ermeneutica ma semmai una secolarizzazione che rimane sul terreno della totalità e della contraddizione oggettiva.

 

D. A proposito di socialsciovinismo, tra i fenomeni che la crisi ha riportato all’ordine del giorno c’è quello del fascismo, di cui parlerai nel tuo ultimo saggio, che dovrebbe uscire dopo l’estate (Comunisti, fascisti e questione nazionale. Fronte rosso bruno o guerra d’egemonia?). Qual è l’utilità di quest’analisi per l’oggi? Pensi che il fascismo sia relegabile alla Storia e agli zerovirgola di Casa Pound e Forza Nuova o che invece l’impauperimento di vasti settori sociali e l’odio acuto verso la socialdemocrazia uscita sconfitta dalle ultime elezioni possano portare all’ulteriore sviluppo dello sciovinismo nazionalista e di politiche anti-operaie?

R. Il “fascismo” degli anni Venti e Trenta, di cui mi occupo nel libro (in particolare, della disputa tra Radek e gli esponenti della Rivoluzione conservatrice tedesca dopo l’occupazione francese della Ruhr e l’uccisione di Schlageter: a prescindere dal merito, uso la terminologia impiegata all’epoca dal Komintern) è un fenomeno storico determinato e come tale non tornerà. Tuttavia il fascismo è la risultante di una configurazione della lotta di classe. E se non è replicabile il suo esito, è perfettamente possibile che sia, almeno in parte, replicabile quella configurazione. Dunque, non vedremo certamente più le camicie nere se non come fenomeno folcloristico, e però è chiaro che siamo di fronte alla possibilità di esperimenti politici inusitati che non possiamo prevedere nella loro maturazione.

Bisogna però anzitutto capire una cosa, senza la quale sbagliamo completamente analisi. La democrazia moderna come superamento delle clausole d’esclusione del liberalismo è già finita da un pezzo e dunque, se il problema è che temiamo che arrivi il fascismo come possibile carnefice della democrazia, non c’è nessun bisogno di aspettare il fascismo. In realtà, nel nostro come in altri paesi, gli elementi di modernità che sono definitori rispetto alla democrazia nella forma in cui l’abbiamo conosciuta (fino alla generazione degli anni Ottanta) sono già stati smantellati da tempo. La democrazia moderna, come ho cercato di spiegare in passato in Democrazia cercasi, è stata un fenomeno esso stesso storico-determinato ed ormai è conclusa. Siamo invece in un regime di bonapartismo postmoderno – e il bonapartismo si coniuga sempre con qualche forma di populismo - che è maturato in maniera pressoché invisibile nel corso degli anni Novanta, un regime che della democrazia mantiene le forme (alcune) ma distorce la sostanza.

Certo, al peggio non c’è mai fine. Gridare “al lupo al lupo!” per paura del fascismo quando i buoi sono già scappati però mi sembra sbagliato. Sono decenni che il quadro politico complessivo si è spostato a destra e ancora oggi tende a spostarsi e lo farà per chissà quanto tempo ancora. La crisi della democrazia moderna, oltretutto, non è stata conseguenza di un attacco fascista ma di dinamiche della lotta di classe che hanno portato al trionfo del liberalismo reale. Il quale, senza più avversari, si riprende con gli interessi ciò che aveva dovuto cedere in passato.

Questo è il vero punto: il fascismo nasceva per tanti motivi. Alcuni li hai citati. L’impauperimento dei ceti medi, ecc. ecc. sono tutte cose che ci sono anche oggi, è vero. Tuttavia il fascismo era anche un movimento che si opponeva a due rivoluzioni, quella sociale e quella coloniale. Entrambi questi elementi oggi mancano perché non c’è nessuna rivoluzione sociale in corso – tutt’altro: la lotta di classe viene esercitata soltanto dall’alto – e nessun risveglio anticoloniale – tutt’altro: siamo in piena ricolonizzazione. Mi chiedo in queste condizioni che bisogno ci sia del fascismo. Il fascismo è un bonapartismo che non riesce a superare lo stato d’eccezione e lo rende perpetuo. Oggi lo stato d’eccezione manca. E infatti noi non vediamo squadracce che interrompono scioperi e manifestazioni. E parlerei, più che altro, di riscoperta del protoliberalismo, che era una cosa terribile non meno del fascismo (pensiamo alle descrizioni marxiane del processo di accumulazione originaria in Inghilterra e alle politiche o biopolitiche, come si usa dire oggi, che ha comportato). I liberali hanno revisionato già subito dopo la guerra il paradigma antifascista sostituendolo con quello del totalitarismo, che associa e persino identifica fascisti e comunisti nel nome del “radicalismo”; noi dobbiamo ora revisionarlo in maniera autonoma (ne aveva già parlato Alberto Burgio ormai diversi anni fa), mostrando come siano semmai fascismo e liberalismo a far parte di una stessa famiglia politica. Del resto il fascismo appena arrivato al potere era stato salutato con grande interesse dalle ”democrazie” liberali anglosassoni. E come diceva uno dei leader industriali dell’epoca, Ettore Conti, “La politica finanziaria e economica del governo italiano è essenzialmente quella che era stata richiesta dai fabbricanti e dagli uomini d’affari italiani da molti anni prima dell’avvento del governo fascista”.

In ogni caso, quel paradigma al quale siamo affezionati è andato in pezzi e romperlo sono stati anzitutto proprio i liberali.

La crisi attuale, per tornare a noi, mi sembra provenire da un’altra direzione. Il processo di decolonizzazione si è arrestato ma nel frattempo ha suscitato l’emergere di nuovi soggetti planetari. La globalizzazione, nata come progetto imperialistico americano, ha finito per contribuire a questa dinamica (è stata l’ideologia aperturista che ha finito per entrare in contraddizione con la sostanza imperialistica del processo). Questo ha determinato una diminuzione relativa della quota di ricchezza della quale l’Occidente può appropriarsi. E ha innescato sia la spinta alla ricolonizzazione (tramite la guerra e non solo), sia una lotta selvaggia tra le grandi aree capitalistiche per accaparrarsi quanto rimane. Inoltre, ha scatenato una durissima lotta di classe all’interno dei singoli paesi, perché i più forti cercano ovviamente di scaricare sui più deboli le conseguenze di una riduzione inesorabile delle risorse a disposizione.

Da qui nasce la rivolta della piccola borghesia. Non più garantita dalle élites stabilite, le quali non riescono più a far cadere le briciole dal tavolo, essa si ribella alla “casta” nei suoi diversi aspetti (politici = i partiti di massa e le identità storiche costituite; economico-finanziari = le banche; culturali = l’università, i grandi giornali). Incapace di autogovernarsi, la piccola borghesia non può però che inserire la propria lotta di classe in una lotta di classe diversa, che è scoppiata in seno alle classi dominanti. Ecco che la cordata sinora vincente è stata scalzata dalla cordata outsider, la quale ha usato i ceti medi come massa di manovra. Non è il fascismo ma è semmai la risultante che nelle condizioni attuali ha avuto una configurazione dei rapporti di forza che in parte è analoga ma per altri versi molto diversa da quella degli anni Venti e Trenta del Novecento. In questo contesto si gioca anche la partita sull’Europa.

 

D. Un’Europa utilizzata dall’ideologia dominante per spiegare il risultato elettorale in termini di affermazione dei populisti/sovranisti contro gli europeisti/globalisti. Una lettura che sposta il focus dell’analisi su un terreno alieno a quello della lotta di classe e che tu hai giustamente definito un “conflitto interno alle classi dominanti”. Sul tavolo, però, tra i mille problemi rimane quello della contraddizione tra stato-nazione ed unione europea che una certa destra cavalca per dipingere l’Italia come una semi-colonia della Germania. Allo stesso tempo alcuni settori della sinistra tentano di rivendicare una piattaforma sovranista, venendo però a trovarsi su un terreno scivoloso in quanto già occupato e in maniera più efficace dalla destra. D’altro canto, il tema della questione nazionale non può essere eluso. Puoi dirci qual è la tua opinione su come andrebbe impostato correttamente il tema in questa fase?

R. Solo Rifondazione Comunista votò contro Maastricht. Tutti gli altri votarono a favore, compresa la Lega che oggi sembra alfiere della difesa del popolo italiano contro i nani di Bruxelles. All’epoca la critica dell’UE non portò molto consenso ai comunisti. All’epoca il consenso verso l’UE era a livelli bulgari. Se qualcuno si fosse messo di traverso lungo la marcia verso l’Europa, gli italiani che oggi hanno la bava alla bocca lo avrebbero impiccato. Noto inoltre che nessuno di coloro che oggi protestano perché l’Europa ci colonizza protestò quando il settore del commercio in Italia raddoppiò i prezzi a spese dei lavoratori dipendenti nel giro di una notte. Bisogna ricordarsi di queste cose quando si parla di “imperialismo europeo” (che è una sciocchezza: l’Europa non è uno Stato nazionale ma un campo di battaglia, semmai) o di “imperialismo tedesco” (quando poi la Germania ha gli americani in casa).

Nessuno ci ha puntato il fucile e per venti anni abbiamo avuto tassi d’interesse bassissimi. Io penso che più che incolpare l’Europa dovremmo incolpare noi stessi, ovvero la struttura produttiva di questo paese, che stracciona era e stracciona è rimasta, e le classi dominanti di questo paese, le quali hanno gestito il processo di convergenza come una forma di lotta di classe dall’alto.

Detto questo, è chiaro che la critica dell’UE e dell’Euro è sacrosanta e necessaria. Come ho detto, i comunisti lo sanno sin dall’inizio, a differenza di altri. Sapevamo da subito, in altre parole, che il processo di convergenza si sarebbe svolto a spese delle classi subalterne, come effettivamente è avvenuto. Questo significa però che il processo di convergenza è il male? Non è così. Certamente i Trattati europei sono molto penalizzanti per le classi più deboli se paragonati alla Costituzione italiana, con la quale sono in contraddizione. Ma constatare questo è una pura banalità. Quando è stata scritta la Costituzione italiana? Al termine di una fase di rivoluzione internazionale che aveva abbattuto il Terzo Reich. Quando sono stati scritti i Trattati europei? Al termine di una fase di restaurazione che aveva abbattuto il primo esperimento socialista nella storia europea. Vorrei capire, in una prospettiva marxista, come sarebbe stato possibile qualcosa di diverso da ciò che è avvenuto e cioè una compressione del costo del lavoro. È ovvio che ci sia stato. Mi stupisce che alcuni marxisti abbiano dovuto aspettare tanto tempo per capirlo e che lo presentino come chissà quale scoperta.

Il problema dunque non è l’Europa (la cui costruzione unitaria è in corso da secoli e secoli e rappresenta un fatto progressivo perché procede lungo la costruzione dell’essenza specifica umana) o l’Euro ma il fatto che il processo di convergenza sia avvenuto in una fase nella quale i rapporti di forza erano già enormemente squilibrati e questo in primo luogo proprio nel nostro paese. La scala mobile l’ha tolta l’Europa? Il maggioritario lo ha introdotto l’Europa? Bene, chiediamoci una cosa adesso. Ai nostri giorni, quei rapporti di forza sono migliorati rispetto agli anni Novanta ed a i primi Duemila? C’è qualcosa che ci possa fare sperare che un’inversione del processo di convergenza possa avere un esito progressivo? Oppure questi rapporti sono semmai ulteriormente peggiorati, certo anche in connessione con l’UE ma per dinamiche che con l’UE hanno a che fare solo in parte? Uscire dall’UE renderà il proletariato fortissimo? A mio avviso è chiaro: se l’UE è sinonimo di ancoraggio a destra, nel senso di una destra liberista e tecnocratica, dall’UE si esce altrettanto a destra, nel senso di una destra populista e sovranista. Certo bisogna avere un piano B perché può anche darsi che ci sbattano fuori. Ma chi pensa che si possa guidare da sinistra un processo di Exit prende lucciole per lanterne.

Ma faccio un’altra domanda: è più probabile che l’exit la guidi Salvini oppure i comunisti, o i populisti di sinistra? Secondo me è più probabile che la guidi Salvini e che quelli che vorrebbero “contendergli l’egemonia” – ridicolo, perché da una parte c’è un soggetto consolidato, dall’altra il nulla… – alla fine salgano sul suo carro. L’inselvatichimento di tanti ex compagni che ci sono già saltati senza nemmeno l’invito sta a dimostrarlo. Del resto, non c’era quel celebre economista del popolo [si riferisce ad Alberto Bagnai ndr.] che doveva tagliare le unghie ai banchieri ed è finito con il tagliare le tasse ai ricchi e agli evasori? Un’altra domanda: l’UE impedisce di fare la patrimoniale o di combattere l’evasione fiscale, che è un'altra faccia della lotta di classe dei ricchi? Usciti dall’Euro ci metteremo d’accordo con i padroncini nazionali affinché paghino le tasse?

Tutto questo significa che non c’è più la questione nazionale per l’Italia? Non è così. L’UE è una alleanza di Stati nazionali che fanno i propri interessi ed è giusto sollevare una questione nazionale che ha molteplici aspetti e problematiche. Una cosa è la questione nazionale, una cosa è il patriottismo della costituzione, una cosa cioè è lo Stato nazionale come luogo del massimo potere relativo raggiunto dalle classi subalterne, ben altra cosa – pessima – è il “sovranismo” oggi di moda. La questione nazionale può essere tranquillamente coniugata con l’universalismo e anzi deve esserlo, se questo universalismo deve essere concreto e non mero cosmopolitismo. Laddove invece – come in questa fase – si parla di “sovranismo”, utilizzando a pappagallo parole e pensieri delle destre (“sinistrati”, “buonisti”, “politicamente corretto”, “semicolti”… come se non fosse meglio essere semicolti che completamente ignoranti), non si fa che replicare lo stesso codismo che abbiamo avuto per decenni nei confronti della sinistra liberale e imperiale. Soltanto che adesso ci metteremmo alla coda di Matteo Salvini e mi sembra un po’ troppo anche per chi ha lo stomaco di ferro come noi, che ci siamo sorbiti Prodi e Veltroni.

A questo proposito va detto che bisogna isolare prima che sia troppo tardi la deriva “rozzobruna” che dilaga a sinistra, evitando l'errore speculare fatto a suo tempo con quella parte della nostra area che diventava sempre più liberale e imperiale. Parlo di “rozzobrunismo” e non di “rossobrunismo”, come fanno i liberali. “Rossobruni” sono in realtà quelli di SEL, del Manifesto, una parte del PD: diritti umani e bombe Nato, universalismo astratto e immediato. “Rozzobruni” sono invece quelli che di rosso non hanno proprio più nulla, se mai hanno avuto qualcosa, perché sono stati egemonizzati dalla destra e vi si sono tuffati senza nemmeno che questa dovesse andarli a cercare. E ora affrontano le tematiche nazionali, dell’immigrazione, dei diritti civili, all’insegna di un particolarismo plebeo e reattivo che li colloca dall’altra parte della barricata. Queste problematiche esistono, ma la differenza tra destra e sinistra – che c’è - consiste proprio nell’affrontarle diversamente dalla destra. Invece, dopo essere stati per 20 anni subalterni ai liberali contro il fascismo berlusconiano, adesso stiamo diventando subalterni di Lega e 5Stelle contro il fascismo europeista (anche per questo uso disinvolto, la categoria di fascismo è oggi fuori luogo).

Il cavallo di battaglia dei rozzobruni consiste nell’accusare la sinistra liberale e quella radicale di aver sacrificato i diritti economici e sociali sostituendoli con il fumo negli occhi dei diritti civili, occupandosi di minoranze elitarie e dimenticando i lavoratori. Invece di impegnarsi a dimostrare come queste cose debbano andare insieme, e come proprio la crescita dei diritti economici sia la premessa migliore per un’espansione dei diritti individuali, però, sono poi proprio loro a metterli in contrapposizione, come se una riduzione di questi ultimi portasse a una crescita dei primi. Inoltre, sono ossessionati dall’immigrazione e dagli omosessuali, sui quali sparano sempre, mentre in realtà nulla o nulla di significativo hanno da dire sulle questioni del lavoro. Sembra che il loro problema sia in realtà proprio con gli immigrati e con gli omosessuali in quanto tali, come è spesso confermato da un certo machismo ostentato e da un culto compensativo della forza altrui (eredità di una concezione preistorica del socialismo come comunismo da caserma).

Quando si comincia a sparare troppo spesso sempre e solo verso sinistra e dintorni, dimenticando di sparare simultaneamente a destra - che sarebbe altrettanto doveroso se non di più, visto che al potere c’è quella parte politica e non più la sinistra -, vuol dire che qualcosa ci sta cambiando dentro. Anche perché ormai è lo sport nazionale e lo fanno tutti, non ci vuole molto coraggio né originalità. È il vento che tira. Non tirava altrettanto fino all'altro ieri, quando assai spesso le stesse persone difendevano le alleanze di centrosinistra contro il "fascismo berlusconiano". Capita persino che quelli che oggi più sbraitano abbiano persino avuto incarichi consiliari o amministrativi proprio grazie alle alleanze con quel partito che ora associano alle élites. E a volte addirittura si atteggiavano anche a marxisti-leninisti ortodossi e facevano le lezioncine di compagneria. Era allora che bisognava sparare prevalentemente sul PD, ma ricordo che non c'era nessuno disponibile. Anzi, tutti cercavano di accomodarsi a tavola per raccogliere qualche briciola e chi dissentiva veniva isolato. Adesso è sin troppo facile. Ed è sempre la stessa subalternità.

Ad esempio, il fatto che da qualche tempo un miliardario come Carlo Freccero, incarnazione perfetta della sinistra caviale - la cui formazione culturale situazionista e i cui trascorsi berlusconiani non sto qui a rammentare - sia stato elevato a marxista ortodosso e difensore del popolo fa capire in che genere di farsa ci troviamo. Nulla di ciò che accade è vero, sebbene sia drammaticamente reale. È lo stesso meccanismo per cui a difensore del popolo può essere elevato dai nostri stessi ex compagni Salvini, che sino a ieri ha votato tutte le porcherie che hanno semmai proseguito la distruzione dell'unità delle classi subalterne.

È un fenomeno drammatico ma anche penoso: compagni che per tutta la vita si sono dedicati feticisticamente al culto del leninismo e della falce e martello, adesso sbavano per Salvini o Di Maio senza pietà per se stessi e la propria storia. È la conseguenza dello smantellamento sistematico dei partiti organizzati, la cui mancanza sentiamo soprattutto in questi momenti, nei quali non esiste nessuno che sia in grado di dare un orientamento. È del tutto normale che, ridiventato plebe a causa della distruzione sistematica dell'unità organizzata delle classi subalterne, il "popolo" - che è sempre una costruzione - rintracci l'origine dei propri mali in chi sta sotto, e non in chi sta sopra. La spontaneità delle cose induce il forte a sottomettere il debole e il debole a sottomettere chi lo è ancora di più. Ci sono voluti 150mila anni di evoluzione del genere umano per scoprire la lotta di classe organizzata contro i padroni, mentre fino a quel momento c'erano state migliaia di guerre ma solo una rivoluzione. Per questo le poche forze organizzate che ci sono vanno tenute care.

Eppure è semplice: dialettica contro immediatezza. Comprendere le sofferenze dei subalterni e le loro ragioni ma senza lisciar loro il pelo e cioè senza mai identificarsi con l'attuale configurazione plebea alla quale lo smantellamento sistematico e organizzato della "classe operaia" ha ridotto la loro antica alleanza popolare. E proporsi semmai di annientarla ricostruendo. È semplice da capire ma è anche la cosa più difficile da fare, soprattutto nell'epoca dello spettacolo realitario diffuso e della disintermediazione ovvero, come dicevo, dell'immediatezza. Per le destre, che sono sinonimo di spontaneismo e particolarismo, è sempre stato tutto molto più facile.

 

D. Per quanto riguarda le “forze organizzate”, secondo te quali sono gli obiettivi che Potere al Popolo dovrebbe porsi e quali le contraddizioni da superare? Quale ruolo devono giocare i comunisti in questo processo? 

R. È una questione assai deprimente per me. Ho salutato la nascita di Potere al Popolo! come un fatto positivo perché tutto ciò che di significativo c’era a sinistra – il che esclude il PD di oggi, il PD di ieri e SEL, che erano collocati a destra – si presentava unito in maniera autonoma. Non mi aspettavo grandi cose e quindi il risultato elettorale non mi ha deluso, ma speravo fosse un punto di partenza. Quanto è accaduto dopo tuttavia mi lascia perplesso. Non mi riferisco ai conflitti tra gruppi, alle questioni di procedura e di nomenclatura. Mi riferisco al fatto che non vedo uno straccio di proposta politica. Il che è anche comprensibile, visto che non c’è nemmeno una bussola politica per quel che vedo.

Un esempio. Nei giorni della crisi prima della nomina del governo, PAP è stata esposta ai quattro venti e si è divisa tra mattarelliani e salviniani o filogrillini. In entrambi i casi, mai una posizione autonoma ma sempre alla coda di qualcuno. Non c’è dubbio che Mattarella abbia fatto un errore. Ma Mattarella ha sbagliato nell’evocare la retorica euromane dando argomenti alla vandea grillo-leghista e sovranista, non ha certo violentato la democrazia, che oltretutto non esiste più da tempo nel nostro paese nella sua forma moderna. Ecco, il fatto che anche in PAP ci sia stato chi ha gridato alla violazione della Costituzione e all’attentato alla democrazia, per il fatto che Mattarella ha fatto una banale prova di forza su Savona è sconcertante. Ci si indigna perché Mattarella non si piega a Salvini mentre nemmeno ci si è accorti che la democrazia è finita ufficialmente almeno dal 2008, e che oltretutto è finita proprio con l’estromissione della sinistra autonoma dal parlamento! Se non è autolesionismo questo, non so quale sia.

C’è poi un altro problema. Non che in questa fase le elezioni contino qualcosa, ma se si votasse domani, PAP crescerebbe o calerebbe ulteriormente? E perché mai dovrebbe crescere? Cosa ha fatto in questi mesi per crescere? Quale proposta ha lanciato PAP per rendersi riconoscibile e credibile? Possiamo forse considerare tale il “mutualismo”, ovvero la redistribuzione della miseria all’interno delle classi subalterne? Qualcuno può pensare che le classi popolari e i ceti medi in sofferenza possano avere la minima attrazione per una proposta primitivistica di questo genere? In questo paese non c’è nessuno che difenda il lavoro dipendente. Nessuno che si intesti una lotta di classe elementare come la lotta all’evasione fiscale. Nessuno che proponga la tassazione dei patrimoni. Nessuno che parli di sviluppo socializzato delle forze produttive. Basterebbe un programma minimo in questi termini per avere almeno un po’ più di ascolto di quanto non abbiamo. Mi sembra invece che si navighi a vista. E soprattutto che si propongano formule trite e ritrite della sinistra postmoderna – critica dei partiti politici, movimentismo, orizzontalismo… - aggiornate con un po’ di Laclau; e cioè proprio le formule anarcoidi che ci hanno portato sin qua. Non parliamo della discussione sull’Europa, sulla Cina, sulla Russia e in generale sui rapporti di forza internazionali, dove sinceramente non saprei dire cosa PAP pensi (in generale, non si sa come funzioni e chi comandi).

È chiaro che in questo contesto l’ipotesi che più di ogni altra mi aveva mosso, e cioè che i comunisti avrebbero potuto trovare in PAP un terreno di convergenza per superare le loro incomprensibili divisioni e unirsi in un soggetto unitario, aiutando dall’interno la crescita di PAP senza metterla in discussione, sia del tutto irrealistica. Non ci sono le condizioni minime per unire i comunisti. Comincio a pensare che il PCI-PdCI faccia bene a rimanere sì alleato di PAP ma a tenersi fuori, mentre prima speravo in una convergenza generale. Siccome l’organizzazione è la conseguenza dei rapporti materiali, vuol dire che questi rapporti si deteriorano ulteriormente, tanto che unire è impossibile.

In ogni caso sarei il primo ad essere felice se l’esperienza di PAP proseguisse nel migliore dei modi e PAP riuscisse a riattivare energie mentali e materiali che in questi anni sono tornate a casa.

 

D. Per concludere, la campagna elettorale ha mostrato, semmai ce ne fosse stato bisogno, quanto la sinistra estranea alle posizioni filo-liberali sia marginalizzata nell'attuale dibattito pubblico. Secondo te di cosa ci sarebbe bisogno nel campo della controinformazione per fronteggiare questa situazione?

R. Unire ciò che è diviso, come nella società. Ci sono una miriade di blog e siti individuali e di gruppo, a partire dal mio e dal vostro, che sono assolutamente controproducenti perché alimentano la frantumazione. Bisognerebbe mettersi a un tavolo e unire le forze su una base minima di condivisione di contenuti e costruire un portale nazionale di informazione e cultura che sia serio e professionale. Poi all’interno di un unico portale chi ci tiene può avere il proprio spazio.

È possibile che ogni giorno ci facciamo dettare l’agenda dal portale di Repubblica o, nel peggiore dei casi, da Catena Umana o cose del genere? Se si riuscisse a fare un buon progetto, affidandolo a persone competenti, forse sarebbe possibile lanciare una sottoscrizione e raccogliere qualche centinaio di migliaia di euro da chi non si rassegna all’assenza della sinistra e persino dalla raccolta pubblicitaria, in modo da fare le cose per bene, con una redazione di professionisti stipendiati, ecc. ecc. Fare cose dilettantesche e raffazzonate, invece, è controproducente esattamente come la dispersione attuale. Quando qualcuno apre un nuovo blog, Marx e Gramsci piangono.

Ne ho parlato qualche volta con Giuliano Marrucci, ma non ci sono le forze. Dovremmo invece ripartire subito. Stiamo vivendo ancora adesso le conseguenze della sconfitta di fase 1989-1991. Nell’ambito della lunga durata, questi pochi decenni sono in fondo niente. Temo perciò che ancora non abbiamo visto nulla di ciò che accadrà sul piano dei rapporti di forza a sfavore del lavoro. Se non ci organizziamo per resistere – non per attaccare: per una difesa minimamente dignitosa – non rimarrà nemmeno un lontano ricordo di ciò che siamo stati.

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#1 Eros Barone 2018-06-28 00:09
E' un segno davvero preoccupante che in questa intervista ad uno studioso che dovrebbe trovarsi "in prima linea sul fronte ideologico della lotta di classe" non si faccia parola del socialismo se non per squalificarlo "come comunismo da caserma". Ciò nondimeno, sulla centralità dell'internazionalismo marxista, ribadita dall'intervistato, non si può che concordare. Soprattutto nella presente congiuntura politico-ideologica. E richiamare, a tale proposito, quanto ha rilevato Immanuel Wallerstein: “La contraddizione politica fondamentale del capitalismo in tutta la sua storia è che i capitalisti hanno un interesse politico comune in quanto c’è una lotta di classe mondiale in corso. Allo stesso tempo tutti i capitalisti sono rivali di tutti gli altri capitalisti […] Siamo entrati in un mondo caotico […] Questa situazione di caos continuerà per i prossimi venti o trenta anni. Nessuno la controlla, tanto meno il governo degli Stati Uniti. Il quale è alla deriva in una congiuntura che cerca di gestire ovunque ma che è incapace di gestire.” Non per nulla i sociologi borghesi più avvertiti sottolineano che le culture “reincorporano” l’economico, si mangiano anche l’autonomia della politica. Come nei nazionalismi del passato, proprio il “luogo” (per nulla in contrapposizione con gli “spazi”, tant’è vero che si parla di “glocal”) diventa, nei populismi, il cemento interclassista che impedisce il conflitto sociale. E' dunque essenziale il chiarimento teorico del rapporto base-sovrastrutture-pratiche, sul quale ho posto l'accento negli interventi svolti su questo sito, poiché per questa via diviene possibile dedurre il modo come le culture definiscono l’àmbito delle soggettività sociali: un àmbito che, se per un verso è più ampio di quello dell’ideologia ma più ridotto di quello della società, è per un altro verso più impalpabile di quello dell’economia ma più tangibile di quello della teoria. Da questo punto di vista, è opportuno osservare che il post-modernismo non è universalista ma cosmopolita, il che è cosa ‘toto coelo’ differente dall’internazionalismo. Infatti, mentre per l’internazionalismo operaio l’universale è compatibile col nazionale, talché la cultura universale è una ‘summa’ delle opere migliori delle culture nazionali, la cultura cosmopolita prescinde dai confini nazionali né più né meno di come fanno i soldi e le imprese transnazionali. Ma vi è di più: il cosmopolitismo appartiene alla cultura del capitale globale, mentre l’internazionalismo marxista è una forma di resistenza politica a questo mondo. Vi è un passo dei “Grundrisse” che merita di essere citato, poiché in esso Marx definisce sinteticamente il comunismo come “la forma della comunità”; ebbene, se è vero che questa “forma della comunità” è lo scopo e l’internazionalismo proletario (riassumibile nella parola d’ordine che conclude il “Manifesto del partito comunista”: “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”) è il mezzo, è altrettanto vero che, essendo i lavoratori salariati sempre legati a un ‘luogo’, a differenza del capitale che è un ‘perpetuum mobile’, sia lo scopo che il mezzo possono essere raggiunti solo in termini di locale e di particolare. Ciò comporta che il movimento operaio impari a coniugare il particolare e l’universale esattamente come ha tentato di fare la borghesia con lo Stato-nazione, ma in modo tale che il recupero del terreno fondativo dello Stato nazionale - terreno su cui il movimento operaio è più forte - costituisca la ‘conditio sine qua non’ del suo superamento verso la ‘forma della comunità’, ossia verso la realizzazione dell’universalità a livello della specificità individuale (in altri termini, verso il comunismo che, sempre nel “Manifesto”, è definito come “società di liberi e di eguali”). Concludendo su questo punto, è possibile affermare che, se il cosmopolitismo postmoderno è un particolarismo universalizzato, la visione del socialismo è quella di un universalismo diventato particolaristico, vale a dire di un universalismo per cui la molteplicità delle diverse culture rappresenta la necessaria premessa di una cultura universale. Si potrebbe obiettare, magari appellandosi alla legge di Hume, che ciò che per il capitalismo è un fatto diventa per il comunismo un valore, ma a questo riguardo occorre sottolineare che Marx, ponendosi dal punto di vista del materialismo, respinge l’idea di ‘astrarre’ l’universalità dalle differenze, così come l’idea di scindere il “citoyen” dal “bourgeois” o il valore di scambio dal valore d’uso. In breve, per il pensiero comunista l’universalità è insita nel locale, non alternativa ad esso.
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