Berlinguerismo, malattia senile dello pseudo e post-comunismo
di Nico Maccentelli
Una compagna dal Venezuela mi ha raccontato che aveva in programma una trasmissione sulla situazione venezuelana, ma poi non le è stato possibile partecipare a causa dei suoi trascorsi nella lotta armata.
Chi ha messo i bastoni tra le ruote ha una storia di ortodossia “comunista”, ed è chi ancora oggi valuta come esperienza comunista il berlinguerismo, con punte di nostalgia.
Con degli osanna a Guido Rossa nell’anniversario della sua dipartita si annunciano i nipotini di Enrico, che partecipano all’ennesimo partitino comunista, come se non ne avessimo abbastanza in questo paese, tutti comunisti a chiacchiere e con il solo dottrinarismo di maniera. Ovviamente non vi do alcun riferimento riguardo ai protagonisti di queste festa poliziesche fuori tempo massimo, ma chi è autore di queste postume minchiate da solidarietà nazionale e fideismo statalista sa benissimo a chi mi riferisco. E ovviamente non miriferisco alla massa che proviene da quell’esperienza, ma a quei piccoli stati maggiori che da oltre quarant’anni sono totalmente ininfluenti nel panorama politico italiano, ma non tanto da produrre ancora guasti politici con una certa sicumera fuori luogo.
Mi ricordo, come partecipe della nascita di Rifondazione Comunista (1) la nostalgia che pervadeva coloro che non hanno partecipato alla svolta della Bolognina. Nostalgia per il PCI e per Berlinguer. Un leitmotiv che ha segnato quella “rifondazione” sin dal suo inizio e che non ha portato a rifondare un bel nulla.
In definitiva, i nostalgici più da folklore che comunisti capaci di autocritica e ridefinizione di una linea politica rivoluzionaria, si sono tirati dietro tutte le tare da Togliatti in poi (2) , in particolare il berlinguerismo, quello che ha prodotto l’idea balzana e liquidatorio dell’Eurocomunismo.
E oggi con queste tare rischiamo di riprodurre errori analoghi ma ben più tragici, in una fase storica in cui l’imperialismo è ancora più feroce e guerrafondaio dopo il periodo in cui i comunisti si sono cullati nei trenta anni d’oro del welfare e dell’egemonia cuturale delle sinistre, un sogno effimero su cui si sono cullate le teorie più astruse sotto il cappello della democrazia progressiva.
E poi nella fase successiva di ascesa del neoliberalismo dei Chicago boys di Milton Friedman, della reaganomics, dove “i nostri” hanno perseverato con le stesse formule inciuciare, riducendosi a essere vuota voce critica della grande sinistra istituzionale ormai in marcia verso il salto della quaglia che oggi è il PD.
Se oggi i cespugli alla Fratoianni e alla Clancy svolgono il ruolo di proxy utili con le giullarate colorate ai disegni politici dell’imperialismo in chiave europeista, ciò lo debbono ai paparini berlingueriani da Rifondazione in poi (3). Le diverse derivazioni, bertinottiane, vendoliane, cossuttiane, fratoianniche e chi più ne ha più ne metta non si sono mai discostate da questo paradigma riformista che considera ciò che resta dell’esperienza del PCI, con innesto democristiano di sinistra, la parte costituzionalmente antifascista, resistenziale, alternativa alla destra, prima berlusconiana e poi meloniana. Anche se della rappresentanza di classe non ce ne è più nemmeno l’odore, con un inutile e patetico internismo alla CGIL: il grande patronato e carrozzone di prebende e svendite che si susseguono dal 1976-77, ossia dalla politica berlinguer-lamiana dei sacrifici.
Il berlinguerismo deve morire definitivamente, questo è il mio parere, soprattutto quando mi rendo conto che i suoi esegeti, al netto delle mitologie da festa de l’Unità o di Rifondazione non hanno imparato nulla. Il mito di Berlinguer, ben evocato da Giorgio Gaber in “Qualcuno era comunista”, è quello della “brava persona”, dunque della questione morale in opposizione alla DC e al craxismo delle malversazioni e delle corruttele. Un mito che quindi non è comunista ma giustizialista che ben si sposa con la tendenza forcaiola espressa soprattutto nei confronti dei movimenti antagonisti anticapitalisti, come vedremo in seguito.
Entrando nel vivo della questione, due passaggi fanno da imprinting alla degenerazione anticomunista del berlinguerismo eurocomunista: l’accettazione dell’ombrello NATO e il considerare finita la spinta propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre. A poco servono i ripescaggi soprattutto sulla seconda asserzione da parte degli esegeti nostalgici, soprattutto se non vengono considerate le conseguenze politiche e le implicazioni pratiche che queste hanno determinato nella linea politica del PCI. È assurdo infatti rettificare questi due posizionamenti senza alcuna autocritica di cosa sia stato il PCI nella lotta di classe italiana a partire dagli anni ’70 in particolare.
Non entro nel merito delle critiche al togliattismo, pur ritenendo che il considerare il PCI un partito socialdemocratico ben prima di Berlinguer sia cosa doverosa da un punto di vista della politica marxista rivoluzionaria. Gli approcci critici possono essere di varia natura, come critica operaista, bordighista o trotzkista al marxismo leninismo in sè, ma anche interna al marxismo-leninismo stesso, considerando l’approccio critico maoista(4).
Se limitiamo la questione al berlinguerismo, occorre partire dal punto di vista di classe, ossia dal ruolo che nella lotta di classe e nel rapporto capitale/lavoro in specifico il PCI berlingueriano ha avuto. Da qui deriva ogni ulteriore posizionamento politico. L’idea togliattiana di comprendere i ceti medi in un processo di transizione al socialismo, in quanto la classe operaia non era maggioritaria nel paese e occorreva un blocco sociale più vasto, che comprendesse anche la piccola borghesia e i ceti medi produttivi, con i passaggi politici successivi approdati al berlinguerismo, fu la strategia politica che divenne concertazione ai cicli di produzione del capitale, adeguando le piccole e medie imprese alle filiere del grande capitale e alle necessità della ristrutturazione capitalistica. Il modello emiliano romagnolo del decentramento produttivo è l’anima di questa linea, che non si limita a creare una base di consenso e collaborazione nella produzione capitalistica con i suoi processi di estrazione di plusvalore assoluto, ma di riconversione produttiva e scomposizione e segmentazione della classe intaccando la composizione dell’operaio massa. La solidarietà nazionale non fu solo compromissione politica di un partito comunista che si faceva stato nei momenti di crisi sociale e opposizione antagonista di parte delle masse proletarie attaccate da questi processi di scomposizione e precarizzazione, ma fu base economica di scelte politiche che ne furono conseguenza. Il cammino verso i ceti medi costituì per il PCI, non certo un’avocazione di tali settori sociali nell’orbita della classe operaia, ma un cambio di referenti sociali a favore della media borghesia e delle piccole e medie imprese. A questo si aggiunse la scalata agli apparati dello stato, dalle pubbliche amministrazioni agli organi più centrali come la magistratura. Controllo sociale sulla forza-lavoro nella sua scomposizione e burocrazia di stato furono i volani della trasfigurazione di un partito comunista sempre più socialdemocratico e pompiere delle lotte (ossia l’autonomia di classe di cui fu espressione il movimento rivoluzionario degli anni ’70) che si opponevano, a un processo sociale di frantumazione del corpo di classe di cui questo partito stesso non era certo estraneo, ma diretto agente del capitale.
Su queste basi economico materiali furono possibili la solidarietà nazionale, il compromesso storico, la nuova polizia di cui si urlava nelle piazze denunciando il clima da caccia alle streghe messa in opera proprio dal PCI, mentre la DC aveva più direttamente la gestione (vedi Cossiga) degli apparati polizieschi ( anche il PCI aveva in quota magistrati e lo si è visto… ). Quindi di che vanno parlando i neo-berlingueriani? Di quale nostalgia cianciano?
Se la rifondazione fu cosa falsa, le riedizioni postume di chi intende rilanciare una forza comunista senza fare i conti sulla base materiale, economica e sociale e quindi politica che segnò la fine del PCI quale forza comunista, sono anche peggio. Non vi può essere ricostruzione di un campo comunista senza fare i conti con il movimento rivoluzionario che negli anni ’70 fu opposizione al passaggio storico del capitalismo al neoliberalismo più sfrenato e ultraliberista. E non si può essere nemmeno vagamente antiliberisti (figuriamoci anticapitalisti) senza la sussunzione politica e il riconoscimento di chi ha partecipato a tale movimento e, allora e oggi, continua a rivendicare la lotta di classe politica rivoluzionaria di quegli anni, nel bene come nel male, nella giustezza delle posizioni rivoluzionarie che ponevano il potere proletario e il contropotere come orizzonte politico e scopo rivoluzionario, come negli errori politici e di strategia che ne segnarono la sconfitta. Sconfitta sottolineo, non tradimento come fu il berlinguerismo.
Per questo trovo troppo comoda la storiella degli estremisti che hanno vanificato le conquiste e le lotte del movimento operaio di quegli anni, messe in giro da chi si è fatto stato classista e si è schierato con la peggiore borghesia capitalistica. Il movimento operaio fu spaccato, attaccato nelle possibilità di incidere sui processi economici, sulla sua autonomia politica e, infine, tradito col compromesso storico. È una narrazione che oggi non può e non deve avere cittadinanza nell’opposizione anticapitalistica contro l’ultraliberismo di guerra.
Certamente oggi occorre un’alleanza più vasta tra settori sociali che si oppongono a uno stato di guerra che distrugge ciò che resta del welfare a favore del warfare, ma non con le basi politiche berlingueriane con cui la lotta per l’egemonia gramsciana è stata stravolta e trasformata in scalata corporativa alle stanze del potere, in totale adesione alla rivoluzione passiva del potere classista. Quella che nel tempo, con i suoi strumenti di manipolazione mediatica, ha aperto la stura del mainstream: dal berlusconismo a Hollywood, dal dirittumanitarismo colorato alla cancel culture veltroniana sui valori e gli elementi politici della visione comunista.
Certamente oggi la strategia politica rivoluzionaria e antimperialista deve fare tesoro degli errori del passato, ma non con la cassetta degli attrezzi berlingueriana, per carità!
Il comunismo come sostenne Marx è il movimento che abolisce lo stato di cose presente. Non che si fa stato senza porsi lo scopo di abolirlo, ma di esaltarne le sue prerogative controrivoluzionarie e repressive.










































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