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carmilla

I don’t live today: scene dalla guerra di classe in America (e non solo)

di Sandro Moiso

military policeWill I live tomorrow?
Well I just can’t say
But I know for sure
I don’t live today

(I don’t live today – Jimi Hendrix, 1967)

“Certo che c’è la guerra di classe, ma è la mia classe, la classe dei ricchi, che la sta facendo e la stiamo vincendo.” (Warren Buffett, 2006)

Gli eventi delle ultime settimane negli Stati Uniti hanno sicuramente costituito un severo monito, soprattutto per chi, come il finanziere Warren Buffett, uno dei tre uomini più ricchi del mondo, poteva crogiolarsi in un illusoria vittoria definitiva della propria classe su quella degli oppressi.

Le notizie di tali eventi hanno fatto rapidamente il giro del mondo e, esattamente come le lotte contro la guerra in Vietnam degli anni Sessanta, hanno infiammato le piazze dei paesi occidentali e di altri continenti.

La forza delle manifestazioni, il timore suscitato dal loro rapido diffondersi, la capacità di risposta politica dimostrata dai manifestanti (in grado di utilizzare tanto la violenza quanto l’abilità di influenzare mediaticamente e politicamente l’opinione pubblica nazionale e internazionale), la strategia messa in atto collettivamente nelle strade e nelle piazze hanno costituito una brutta sorpresa per un potere politico e finanziario che da anni si pensava ormai vincitore nel confronto con i subordinati di ogni colore e credo.

La richiesta improvvisa e radicale dello scioglimento delle forze di polizia o almeno di un loro radicale ridimensionamento e di una sostanziale revisione dell’uso della forza ad esse consentito è stato un passo di portata storica, non soltanto per i movimenti americani ma anche per quelli che in ogni angolo del mondo si oppongono ormai da anni alle violenze poliziesche e, più in generale, dello Stato nei confronti di chi difende, sul fronte opposto, gli interessi di classe, ambientali, di genere e appartenenza culturale e etnica.

Defund the police è diventato uno slogan politico che potrebbe avere, anche qui da noi, una funzione niente affatto secondaria per rilanciare il dibattito pubblico sul ruolo attivo delle forze dell’ordine nella repressione sociale e nella creazione di autentici casi giudiziari, come ad esempio in Val di Susa nei confronti del movimento NoTav.

La sorpresa con cui è stata accolta la richiesta da diverse amministrazioni locali statunitensi, la confusione in cui sono rimasti intrappolati i vertici militari e politici manifestano non soltanto un vacuo ‘pentimento’ per le violenze subite da secoli dalla comunità afro-americana, ma anche la crisi sociale, politica ed economica in cui si dibatte ormai da tempo la maggior potenza imperialista dell’Occidente. Una crisi di cui abbiamo parlato già più volte su Carmilla, destinata inevitabilmente a sfociare in un nuovo conflitto globale per il contollo dell’economia planetaria oppure in una nuova guerra civile di cui da tempo si parla negli ambienti politici e culturali statunitensi. Guerra civile che già da anni ispira, anche soltanto metaforicamente, molte trame della produzione letteraria, cinematografica e fumettistica statunitense.

Guerra civile a venire (o forse già in atto) che ha prodotto un immaginario che già la “comprende” e che, a sua volta, spinge, nemmeno più troppo inconsciamente, verso una sua concreta deflagrazione.

Guerra civile che, proprio in quanto tale, non può essere animata e agita da due soli attori, come la concezione tradizionale dello scontro di classe vorrebbe. Le guerre civili infatti decidono di come le società e le economie dovranno essere ristrutturate una volta concluse e una volta emerso il vincitore.

Così fu per la guerra civile americana, durante la quale il presidente repubblicano Abramo Lincoln guidò la costruzione di un’America industriale sulle ceneri di un’altra America agricola, schiavista e dipendente dalle esportazioni verso l’impero britannico. In cui la questione della schiavitù e dell’oppressione divenne dirimente soltanto a partire dal 1863, con il proclama con cui il presidente del Nord abolì la stessa nella speranza che la rivolta degli schiavi mettesse in crisi il Sud, fino ad allora vincente nello scontro militare. Vittoria finale del Nord cui la classe operaia dello stesso, anche sotto l’invito dei socialisti ispirati da Karl Marx e Friedrich Engels, aveva dato un significativo contributo in termini di arruolamento e partecipazione, non tanto per la liberazione degli schiavi afro-americani, quanto piuttosto a favore di uno sviluppo industriale nazionale che permettesse e favorisse lo sviluppo della stessa classe e il miglioramento delle sue condizioni di vita e di partecipazione democratica alla vita politica nazionale.

Ecco, proprio quella guerra civile ci permette di cogliere l’essenza di tutte le guerre civili: più attori in lotta sullo stesso campo, divisi oppure uniti da interessi che talvolta coincidono e ancor più spesso divergono.

Capitalisti industriali del Nord, banchieri, grandi proprietari terrieri del Sud, piccoli proprietari terrieri degli Stati confederati, schiavisti, abolizionisti, afro-americani schiavi oppure liberi nelle principali città del Nord, operai industriali, socialisti, repubblicani, democratici (questi ultimi all’epoca rappresentanti della proprietà terriera del Sud) furono infatti gli attori principali di quel dramma.

La vittoria dei primi dell’elenco delineò il destino di grande potenza degli Stati Uniti, gli schieramenti politici successivi, gli allineamenti di classe rispetto agli interessi nazionali, odii e conflitti mai rimarginati ma, soprattutto, non risolse il problema della sottomissione degli afro-americani al potere bianco che, comunque, da quella guerra non fu minimamente scalfito o indebolito, ma piuttosto rafforzato da alleanze (ad esempio quello tra gli interessi economici del gran capitale e quelli dell’aristocrazia operaia del Nord) semplicemente impensabili prima di allora.

No sun comin’ through my windows
Feel like I’m livin’ at the bottom of a grave

(I don’t live today – Jimi Hendrix, 1967)

Anche la Grande Crisi degli anni Trenta non contribuì ad un ravvicinamento tra gli interessi dei lavoratori, dei piccoli contadini bianchi impoveriti e quelli della comunità afro-americana. Troppo vicine risultavano, soprattutto al Sud, le ferite lasciate ancora aperte dalla guerra civile; troppo nazionalista risultava ancora la politica di una sinistra americana che incoraggiava gli operai bianchi a partecipare allo sforzo collettivo in vista dello scontro militare con le potenze del male, rappresentate all’epoca da Germania, Italia e Giappone (anche se ai vertici dell’establishment economico e politico statunitense non poche erano le simpatie per quei regimi politici) mentre lo stalinismo spingeva i ‘neri’ alla creazione di un proprio stato autonomo nel Sud degli Stati Uniti, basato unicamente sul presupposto della maggior presenza di discendenti degli schiavi, in stati come l’Alabama, la Georgia e il Mississippi, rispetto alla popolazione ‘bianca’.

In realtà la crisi della segregazione razziale ebbe inizio soltanto un secolo dopo, negli anni Sessanta del ‘900, a seguito di una crisi di coscienza politica sviluppatasi tra gli anni della Nuova Frontiera di kennedyana memoria e la critica del macello imperialista in Vietnam, che vide comunque protagonisti, oltre agli afro-americani, gli studenti, gli intellettuali e una parte dei reduci di quella guerra più che i lavoratori della classe operaia o della classe media bianca. Ancor aggrappati, questi ultimi, ad un sogno americano che per gli altri andava rapidamente disfacendosi nella repressione poliziesca dei movimenti giovanili, nei ghetti delle metropoli e nelle paludi del Sud-est asiatico. Soltanto là dove la componente afro-americana era predominante, come nel caso di Detroit, la classe operaia bianca si unì ai neri nella lotta, che ebbe comunque sempre al suo centro rivendicazioni inerenti l’autonomia di classe, il lavoro e le sue condizioni salariali ancor più che i diritti civili1.

La vera novità di queste ultime settimane, invece, è data dal fatto che le proteste hanno coinvolto soggetti diversi, sia dal punto di vista etnico-culturale che di classe, vedendo uniti nelle protesta la comunità afroamericana (che rappresenta circa il 12% della popolazione statunitense) insieme a quella ispanica, nativa americana, asiatica e almeno ad una parte di quella bianca. Un fatto sicuramente inedito per le proporzioni che ha raggiunto nella partecipazione alle proteste.

D’altra parte l’omicidio del quarantaseienne George Floyd, seguito a distanza di pochi giorni da quello del ventisettenne Rayshard Brooks da parte della polizia di Atlanta sono stati non soltanto gli ultimi casi di una catena di violenze e prevaricazioni di cui la comunità afroamericana e vittima da sempre, ma anche le classiche gocce che hanno fatto traboccare un vaso già colmo.

La crescita abnorme delle disuguaglianze sociali nel corso dell’ultimo decennio ha cancellato molte certezze su presente e futuro di singoli e famiglie. La precarizzazione delle vite dei lavoratori e l’impoverimento della middle class sono state ulteriormente aggravate dall’epidemia di Covid-19 che ha colpito in maniera sproporzionata la popolazione nera e, in genere tutte le fasce più deboli della popolazione. Creando le condizioni per una tempesta perfetta.

Al 21 giugno gli Stati Uniti risultano essere infatti il paese maggiormente colpito dall’epidemia con con 2.255.119 casi e 119.719 decessi. In un contesto in cui il settore dell’assistenza sanitaria costituisce:

il più grosso fallimento del sistema economico americano. Un disastro che, oltre a provocare un numero infinito di drammi individuali, lacera pericolosamente il tessuto sociale mettendo con le spalle al muro un ex ceto medio già molto impoverito e accentua ulteriormente le disuguaglianze estreme dell’America del Ventunesimo secolo. E quando le disuguaglianze si misurano non con gli squilibri di reddito ma con la differenza tra vivere e morire, le cose, evidentemente, cambiano.[…] I racconti commoventi o che suscitano rabbia sono infiniti: Pazienti in lotta con il cancro che si sono visti negare la chemioterapia per via di una polizza sanitaria che copriva solo il primo ciclo; malati terminali costretti, tra mille sofferenze, a combatter con i call center della propria assicurazione per negoziare qualche rimborso; migliaia di famiglie andate in bancarotta perché non in grado di pagare il prezzo esorbitante dei trattamenti medici erogati dal pronto soccorso. Il motivo è che in America, oltre alle aziende, possono dichiarare fallimeto anche i singoli individui: l’impossibilità di far fronte alle spese mediche è la prima causa di bancarotta2

Immaginiamo come tutto questo si sia incrociato con la pandemia e aggiungiamo il video di nove minuti girato da una ragazza di 17 anni che in poche ore ha fatto il giro del mondo con un effetto dirompente e, circa 48 ore dopo, il fuoco che ha distrutto il terzo distretto di polizia a Minneapolis, che ha invece prodotto l’immaginario della protesta contro le ingiustizie e il razzismo.

“Col passare dei giorni e delle settimane, la narrazione della vera natura della rivolta continuerà a essere discussa” scrive un cronista che ha seguito da vicino la prima settimana a Minneapolis. “[…] Non puoi fare un censimento durante una rivolta, ma il mio resoconto personale è che i giovani in prima linea sono stati sproporzionatamente neri e marroni, per lo più non affiliati a un’organizzazione ufficiale.“

Ma la vera importante novità sono le seconde linee: li’ trovi anche ispanici, latinos, bianchi, asiatici, nativi americani, donne e persone anche anziane3.

A tutto ciò va poi ancora aggiunto che:

Tra il 1998 e il 2015 gli stabilimenti manifatturieri negli Stati Uniti sono passati da 366.249 a 292.825; soprattutto, il numero delle fabbriche con più di 1000 dipendenti si è quasi dimezzato

(da 1504 a 863) e quello delle fabbriche con 500-999 dipendenti si è ridotto di un terzo (da 3322 a 2072). A sua volta il numero dei posti di lavoro nel settore manifatturiero è passato da 18.640.000 alla fine del 1980 a 17.449.000 nel dicembre 1998, a 12.809.000 nel dicembre 2018, mentre la popolazione passava da poco più di 227 milioni nel 1980 a quasi 276 milioni nel 1998 e a 327 milioni nel 20183.

La seconda rivoluzione industriale aveva creato le grandi città statunitensi, la terza le ha distrutte.

[…] Tra il 1975 e il 2017 il PIL reale degli Stati Uniti è passato da quasi 5500 miliardi a poco più di 17.000 miliardi e la produttività è cresciuta di circa il 60%, ma i salari orari reali di gran parte dei lavoratori sono rimasti invariati o si sono addirittura abbassati. In altre parole, «per quasi quattro decenni una minuscola élite si è accaparrata quasi tutti i guadagni derivanti dalla crescita economica». Il che testimonia, tra l’altro, che i partiti che si sono alternati al potere negli ultimi decenni – «la politica», con poche eccezioni individuali – hanno avuto la non volontà di legiferare a protezione degli strati mediobassi, cioè della maggioranza della popolazione, e hanno mostrato subalternità agli interessi della piccola minoranza dei potentati economici e finanziari.

L’impressionante aumento di ricchezza dei ricchi[…](ha) cancellato molte certezze su presente e futuro di singoli e famiglie. E l’insicurezza prolungata ha prodotto a sua volta estraniamento, isolamento e disperazione. I suicidi sono aumentati del 24% tra il 1999 e il 2014; nello stesso arco di tempo, il tasso di suicidi è cresciuto del 63% per le donne tra i 45 e i 64 anni e del 43% per gli uomini della stessa età. Il loro numero è passato da 29.199 del 1999, a 42.773 del 2014, a 47.173 nel 2017 (quando le morti per alcol e droghe sono state più di 100.000). Infine, il fatto che l’arricchimento dei ricchi sia continuato durante la cosiddetta Grande recessione iniziata nel 2008, ha generato nuove frustrazioni, suscitato risentimenti e minato i pilastri della stessa tradizionale fiducia degli statunitensi nella loro democrazia in quanto prassi sociale informale e condivisa, prima ancora che impalcatura istituzionale.4

A questo punto è facile comprendere come le proteste e i riot che sono seguiti al brutale omicidio di George Floyd in quasi tutti gli stati della federazione, vanno ben oltre la pur fondamentale lotta contro la discriminazione razziale e pongono, invece e in maniera lampante, una questione socio-politica che, forse per la prima volta nella storia americana, potrebbe unificare le differenti componenti etniche in unico, autentico melting pot di classe.

Naturalmente, si è cercato fin da subito di vedere nelle rivolte un complotto dei suprematisti bianchi (tornando all’inveterata tradizione degli opposti estremismi che serve sempre a dipingere come fascista o populista qualsiasi forma di lotta non immediatamente inquadrabile nelle maglie istituzionali)5, ma è indubbio che la pressione sociale negli USA è salita a livelli critici a causa della crisi economica da Covid-19, che ha prodotto nel giro di poche settimane un aumento vertiginoso di richieste di nuovi sussidi di disoccupazione, aumentate di circa 40 milioni.

Anche se la maggioranza dei nuovi disoccupati è probabilmente da ricercare nei settori lavorativi contraddistinti dal precariato e vedono coinvolti soprattutto lavoratori e lavoratrici appartenenti alle minoranze etniche e ai millennial bianchi (i quali ultimi hanno visto ridursi del 16% le loro possibilità occupazionali soltanto tra marzo e aprile6), è altrettanto indubbio che tale situazione ha aperto un ulteriore baratro di fronte agli occhi di quella classe media bianca, operaia e non, che già dal 2008 ha imparato cosa significhi perdere rapidamente non solo il posto di lavoro, ma anche la casa e qualsiasi altro tipo di garanzia sociale ed economica (risparmi e investimenti nei fondi pensionistici privati in primis).

Ecco allora che se nel Michigan lavoratori e miliziani bianchi armati avevano occupato il parlamento dello Stato armi alla mano, nei giorni successivi alcuni gruppi di boogaloo boys (militanti di formazioni armate di varia natura e non sempre apparteneti soltanto alla destra bianca) hanno manifestato solidarietà con la morte di George Floyd, in nome di una comune lotta (boogaloo è, né più né meno, che un sinonimo gergale per guerra civile) contro lo Stato federale, le sue leggi, i suoi apparati di sicurezza e la sua volontà di controllare la diffusione delle armi a discapito del secondo emendamento della Costituzione americana7.

Certo in tale manifestazione di “solidarietà” sono rintracciabili elementi di opportunismo e di provocazione, forse solo un autentico bluff, ma non dimentichiamo mai che, soprattutto tra le frange impoverite dei piccoli farmers tali posizioni estreme, di destra e armate, hanno preso piede da decenni8 proprio a partire dal venir meno di qualsiasi speranza in un ulteriore miglioramento delle proprie condizioni economiche a seguito di un sempre maggior indebitamento nei confronti delle banche, oggi accompagnato spesso dai danni causati in molti territori, ancora utilizzati per l’agricoltura e l’allevamento, dalla pratica del fracking, ovvero della fratturazione idraulica del sottosuolo per la ricerca e l’estrazione del petrolio e dello shale gas.

E’ una geografia politica, mentale e spaziale estremamente frantumata quella degli Stati Uniti attuali.

Un mosaico impressionista di emozioni, rivendicazioni, miseria e rabbia che spesso assume i contorni della dichiarazione di zone liberate. Dalla attuale Zona Autonoma di Capitol Hill a Seattle alla ciclica dichiarazione di indipendenza di zone rurali, caratterizzate dalla rivolta contro il prelievo fiscale e l’austerity di stampo governativo, che hanno contraddistinto la storia della federazione americana dalla Shay’s Rebellion del 3 febbraio 1787 fino ai giorni nostri9.

Stiamo attenti, molto attenti, la creazione di un fronte comune tra bianchi impoveriti, armati e arrabbiati e movimenti afro-americani, ispanici o altri ancora è altamente improbabile, ma come scriveva l’ultimo maestro dello haiku: Eppure, eppure10.

La situazione negli USA è altamente esplosiva e sicuramente i vertici politici, finanziari e militari del paese non possono escludere alcuna possibilità di sollevamento e rivolta sociale. Non a caso gli stessi vertici sembrano aver formalmente “abbandonato “ Trump per concedere ai movimenti ben più di quanto il presidente avrebbe voluto (ovvero nulla o quasi), mentre continua ad abbaiare il suo slogan di Law and Order e le sue minacce di dieci anni di galere per chi imbratta o abbatte le statue del passato colonialista e schiavista.

Lo stesso presidente, però, è ben conscio della situazione altamente instabile con cui ha a che fare e, dal chiuso del suo bunker assediato non solo metaforicamente, non smette di soffiare sull’unica risorsa che gli rimane, almeno apparentemente, per vincere le prossime elezioni: ovvero quello del razzismo e dell’odio viscerale che molti lavoratori, piccoli proprietari agricoli e membri impoveriti di una classe media un tempo fiorente, nutrono nei confronti delle banche, dello Stato federale e di una upper class di cui lo stesso Trump è, in fin dei conti, il più agguerrito rappresentante.

L’elastico delle contraddizioni sociali è ormai teso allo spasmo e qualsiasi errore tattico da parte della classe al potere e dei suoi apparati militari e repressivi potrebbe tracimare in uno scontro il cui finale sarebbe ancora tutto da scrivere. Non a caso Obama, sotto la cui presidenza gli omicidi di afro-americani non sono certo diminuiti, e tutto l’apparato del Partito Democratico spingono per cercare di racchiudere la protesta in un ambito puramente elettorale, in cui la questione dei diritti civili sia l’unica componente unificante.

Fin dalla seconda metà dell’Ottocento, a proposito dei lavoratori irlandesi sfruttati dai padroni e maltrattati dagli operai inglesi, Marx aveva ammonito i secondi, affermando che chi non è in grado di difendere i diritti altrui non è neppure in grado di difendere poi i propri. E tale monito deve continuare a splendere come una stella polare per chiunque abbia a cuore la trasformazione e il superamento del modo di produzione vigente, ma allo stesso tempo occorre che chi vuole lottare efficacemente contro lo stesso tenga presenti tutte le contraddizioni e i bisogni che lo stesso suscita tra segmenti diversi di classe e/o di classi sociali differenti.

Per fare uno scomodo esempio, riferibile all’attuale situazione italiana, sia durante l’epidemia da Covid, con l’obbligo di lavorare per i dipendenti di migliaia di imprese che non si sono mai fermate, che dopo, è qui utile ricordare quanto affermato Sergio Bologna in una recente intervista:

Bisogna inquadrare il problema nella crisi generale della middle class, il richiamo al binomio catena di montaggio/rifiuto del lavoro non serve. I giochi sono cambiati, la classe operaia industriale, si tratti di Rust Belt americana o di Bergamo e Brescia, è uno dei terreni di coltura del populismo trumpista o leghista. Qualcuno pensa di evangelizzarli predicando l’amore cristiano per i migranti, ma bisogna proprio avere la mentalità da Esercito della Salvezza per essere così imbecilli. Lì si tratta di riaprire il conflitto industriale, il tema della salute riproposto dal coronavirus può essere il perno su cui far leva.11

Ecco: il conflitto, industriale e/o sociale, può essere il terreno di coltura di una nuova e allargata strategia di classe che veda finalmente riuniti i differenti temi che agitano le rivolte di ogni tipo in nome di un superamento dell’esistente e non del suo mantenimento in vita in chiave green o pseudo-democratica e liberal. A costo di riprendere l’unico illuminista in grado di proiettarsi oltre l’Illuminismo, Jean Jacques Rousseau, occorre ancora ricordare che l’unica vera disuguaglianza tra gli uomini è quella economica, tra chi ha e chi non ha12. E che da questa, fondamentale a partire dall’invenzione della proprietà privata della terra e dei mezzi di produzione, derivano tutte le altre.

Superare la prima significherà travolgere le altre, anche se secoli di abitudini sedimentate e di incrostazioni ideologiche e religiose avranno bisogno di un certo tempo per essere cancellate del tutto. Cercare di farlo significa però, in maniera tutt’altro che utopistica, cercare di riunificare ciò che il capitale e lo Stato tendono continuamente a dividere per distogliere la rabbia dal conflitto reale e volgerla ad uno più utilmente sfruttabile ai fini del mantenimento dei rapporti di forza attuali tra le classi.

Come ha recentemente affermato Angela Davis:

“Dal mio punto di vista la cosa più importante è cominciare a esprimere idee su come far evolvere il movimento”. Naturalmente si tratta di un aspetto difficile da analizzare nel fervore di una protesta che si sta diffondendo in tutto il mondo. Tuttavia, per Davis è importante capire che l’incendio di un commissariato a Minneapolis o la rimozione della statua di Edward Colston a Bristol non sono la risposta definitiva. “A prescindere da quello che pensano le persone, questi gesti non porteranno un cambiamento reale”, spiega riferendosi alla rimozione della statua. “Ciò che conta è l’organizzazione, il lavoro. Bisogna continuare a lavorare, a organizzarsi per combattere il razzismo, a trovare nuovi modi per trasformare le nostre società. Solo così si può fare la differenza”.[…] Di recente Nancy Pelosi, presidente della camera dei deputati, e alcuni suoi importanti colleghi di partito hanno indossato indumenti di kente, un tessuto tipico ghaneano che gli era stato regalato dai rappresentanti afroamericani del congresso. Il loro obiettivo era mandare un messaggio ai cittadini neri, una base elettorale decisiva su cui il candidato democratico alla presidenza Joe Biden non riesce a far presa. “Lo hanno fatto solo perché vogliono stare dalla parte giusta della storia, ma non è detto che vogliano anche fare la cosa giusta”, risponde Davis con un certo distacco13.

Sia Trump che i democratici stanno soffiando su un fuoco che, però, non è soltanto elettorale, visto che chiunque dei due vinca alle prossime elezioni, avrà grosse difficoltà nel mantenere le promesse fatte e in ogni caso dovrà fare i conti con una rabbia sempre meno celata e sempre meno rimovibile dalle coscienze.

Abbiamo, come già affermato, qui su Carmilla nella serie di articoli sull’Epidemia delle emergenze14, una grande possibilità da cogliere oggi, in America e non solo, a patto di non ridurre il tutto ad una serie di sardineschi inchini e saper invece affrontare la catastrofe che già è in corso, di qua e di là dell’Atlantico.

Perché l’impossiblità di vivere oggi, per la maggior parte della specie umana, è anche la vera ragione della nostra insopprimibile forza.

I don’t, live today
Maybe tomorrow, I just can say
But a, I don’t live today
It’s such a shame to waste
your time away like this
Existing


Note
  1. Sull’eperienza del DRUM (Dodge Revolutionary Union Movement) si veda qui
  2. M. Gaggi, Crack America. La verità sulla crisi degli Stati Uniti, RCS Media Group, Milano 2020, pp. 57-59
  3. https://www.infoaut.org/conflitti-globali/dollari-e-no-gli-stati-uniti-dopo-la-fine-del-secolo-americano-intervista-a-bruno-cartosio
  4. B. Cartosio, Dollari e no. Gli Stati Uniti dopo la fine del «secolo americano», DeriveApprodi, Roma 2020, pp. 6 – 23
  5. Come ha affermato il governatore del Minnesota in un articolo di R.J. Armstrong, Minneapolis senza pace: dietro la rivolta, la mano dei suprematisti, la Repubblica, 30 maggio 2020
  6. F. Rampini, “Generazione sfortunata”. E i Millenial bianchi si saldano alla rivolta, la Repubblica, 9 giugno 2020
  7. Si veda R. Menichini, Camicie hawaiane e mitra: la destra dei “Boogaloo Bois” in piazza per Floyd (e per la seconda guerra civile), la Repubblica, 16 giugno 2020 oppure anche https://www.bellingcat.com/news/2020/05/27/the-boogaloo-movement-is-not-what-you-think/ 
  8. Si pensi soltanto al bellissimo film Betrayed (Tradita), diretto da Costa-Gavras, autore tutt’altro che di destra, nel 1988. Si consultino, inoltre: J. Dyer, Raccolti di rabbia. La minaccia neonazista nell’America rurale, Fazi Editore, Roma 2002 e J. Bageant, La Bibbia e il fucile. Cronache dall’America profonda, Bruno Mondadori, Milano 2010. Infine, per un autentico ed importante case study sulla trasformazione dal punto di vista sociale e politico di un territorio un tempo caratterizzato da una grande tradizione di lotta di classe, si veda A. Portelli, America profonda. Due secoli raccontati da Harlan County, Kentucky, Donzelli Editore, Roma 2011 
  9. Di cui uno dei casi più drammatici è rappresentato dalla violenta repressione della comunità “indipendente” di Waco nel Texas avvenuta nel 1993, sotto la presidenza di Bill Clinton. In tale occasione 76 persone, tra cui molte donne e bambini, bruciarono vive nel rogo che seguì all’assalto delle forze federali alla comunità, dopo un assedio durato 51 giorni. Si veda in proposito C. Stagnaro, Waco, una strage di stato americana, Stampa Alternativa, 2001 
  10. «è di rugiada / è un mondo di rugiada / eppure, eppure» scriveva Kobayashi Issa (1763-1827), dopo aver perso il figlio
  11. S. Bologna, «E’ giunta l’ora di invocare il diritto di resistenza», il Manifesto, 25 maggio 2020 
  12. J.J. Rousseau, Origine della disuguaglianza (1754), Feltrinelli, Milano 1997 
  13. https://www.infoaut.org/approfondimenti/angela-davis-it-s-about-revolution 
  14. Oggi raccolti in Jack Orlando e Sandro Moiso (a cura di), L’epidemia delle emergenze. Contagio, immaginario, conflitto. Testi e riflessioni di Maurice Chevalier, Fabio Ciabatti, Giovanni Iozzoli, Sandro Moiso, Jack Orlando e Gioacchino Toni, Il Galeone Editore, Roma 2020 
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Comments

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Lara
Thursday, 16 July 2020 08:28
Caro Paolo, grazie. Forse tutto si tiene , nonostante noi.
Un caro saluto e un bacio alla tua piccola.

https://www.unacosaalgiorno.it/simmetry/?utm_source=UCAG&utm_medium=UCAG-NL&utm_campaign=UCAG-NL-SIMMETRY
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Paolo Selmi
Wednesday, 15 July 2020 09:52
Grazie mille Lara per le bellissime parole e per le poesie, che andrò a leggermi con calma quando esco da qui.
Sai che penso... alla fine fuori tema, ma neanche più di tanto... anzi!

Probabilmente, se non si parte da qui, si tira giù qualche monumento e poi si torna tutti a casa a riempirsi di hamburger e patatine. Ne era convinto un grande (Mohammed Alì), a cui un altro grande (George Benson) ha dedicato la canzone che apre un film degli anni Settanta che celebra la sua vittoria contro "Big" George Foreman a Kinshasa.
https://www.youtube.com/watch?time_continue=4&v=27KKedih-Ns&feature=emb_logo

Tutto si tiene... o nulla si tiene! :-)
Ciao e grazie ancora!
Paolo
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Lara
Wednesday, 15 July 2020 07:39
Caro Paolo, un articolo ci ha dato l'occasione di comunicarci cose che , personalmente , ritengo bellissime. Lo so che magari ce ne siamo andati fuori tema. E ce ne importa ?
Tu che segui la tua bimba, insegnandole le emozioni della musica, senza gare, senza competizione , senza profitto, ma solo per il piacere di donarsi un piacere e di donarlo magari al suo uomo tra venti anni, è un'immagine di impareggiabile incanto.
Credo che ogni atto creativo sia rivoluzionario. E aiuti a rendere vivibile il pianeta. In questo senso, non sono arresa, contagiando e lasciandomi contagiare da chi pianta un solo girasole tra vecchie case.
I nostri piccoli hanno i piedi di giglio, recita una poesia di Attila Jòzsef. E un'altra di Alex Diaz Pimiento, poeta cubano, vede i bambini che con il loro stupore tengono sospesi gli aeroplani. E li fanno volare. Loro sono la garanzia del volo e del ritorno.
Una buona giornata di leggerezza, di suoni, di sogni insieme alla tua bambina.
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Paolo Selmi
Monday, 13 July 2020 16:27
Cara Lara,

dipenderà anche da noi... mi sto accorgendo di come, rispetto a quello che passa oggi, siano rivoluzionari anche i Boney Am! :-) Scherzi a parte, la cosa importante è riuscire a far sì che i bambini, i giovani e gli adulti di domani, si riapproprino della musica. Ma non quella che subiscono passivamente, bensì quella che rielaborano e fanno loro. Mi ricordo ancora quando mia nonna ai miei quattordici anni diede ai miei dei soldi perché mi comprassero la chitarra. Era un altro mondo. La chitarra l'ho comprata e ancora oggi la "tradisco" solo con la mia semiacustica, altrimenti esiste solo lei, che non ha bisogno di ampli, non ha bisogno di nulla, non vuole bordereaux alla siae, né scia, né marche da bollo da 16 euro, né permessi... al massimo bisogna solo esser veloci a metterla via quando il vicino perde la paienza e comincia a picchiare sul muro col manico di scopa o a urlare basta dall'altra parte del cortile!
E se un bambino o una bambina capiscono "il trucco", non li fai più fessi. Nemmeno con quei cosiddetti "talent" dove vedi questi poveri (perché plagiati) adolescenti pronunciare frasi tipo "per me la musica è tutto", "so fare solo questo, non so fare altro", "mi gioco tutta la mia vita oggi"... tutti a guardarsi in cagnesco fra loro per paura di essere sopravanzati (bella lezione di vita, peraltro!) ... a 18 anni! Ma stiamo scherzando?
Guarda, ieri la mia mi ha fatto partire il mi alto, quello sottilissimo, della mia semia custica perché "opps", si è appoggiata e being! è partita la corda, insieme a miei due o tre saracchi, anche perché stavo provando un overdrive che avevo appena trovato a un mercatino e mi sembrava di essere Matt guitar Murphy dei poveri. Poi cosa vuoi farle... a parte dirle che non è un giocattolo. Ma come fai a dirle che non è un giocattolo se ti diverti tu per primo? Niente... domani vado a lasciare l'obolo a cambiare la corda, non è la prima che spacco io per primo... e, se questo è il prezzo da pagare perché si appropri della musica, lo pago volentieri! Più che volentieri!!! A parte il fatto che la prossima volta le do la classica che è decisamente più leggera e resistente agli urti... ma questi son dettagli!
Poi il mondo non lo cambieremo, mi dirà a una cert'età che non capisco e non ho mai capito un tubo di niente, però se qualcosa le sarà rimasto di quando prendevo la chitarra dopo pranzo, di quando le facevo provare a cantare dal vivo, ad appropriarsi, delle sigle dei cartoni animati e delle canzoncine dello zecchino d'oro, e se questo servirà a farle capire che, un domani, se vorrà cantare Total Eclypse of the heart, la dovrà fare anzi tutto per sé stessa, ma soprattutto, NON per fare colpo sulla Maionchi, ma sul suo uomo, allora vuol dire che non sono state corde spaccate per niente.
Ciao!
Paolo
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Lara
Sunday, 12 July 2020 05:52
Paolo Selmi@
Nel suo fluviale intervento, ci sono sogni, ricordi, necessità.
Siamo fatti di pane e non di solo pane. Caparbi, arresi, e di nuovo ostinati a credere che qualcosa cambierà. Per noi ? Per i nostri bambini che si entusiasmano a guardare Me contro te ? Almeno per loro...sebbene io nutra " avare speranze".
Vado a correre nell'aria fresca del mattino. Cinque km di passo veloce più che corsa, confrontandomi con le mie forze, con le temperature di Cerere e il tasso di umidità.
Lascio la buona domenica. Continueranno a scrivere e analizzare. E tanta acqua scorrerà sotto i ponti e noi ai piedi dell'Himalaya. Quanto vi era di meglio da dire per la lotta di classe , lo ha detto Marx, rifacendomi a quanto la Yourcenar diceva dei greci. Ça suffit.
Indimenticabile Joel. Ho amato anche i Guns N' Roses.
La mia preferita era https://www.youtube.com/watch?v=8SbUC-UaAxE
A tutti un abbraccio.
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Paolo Selmi
Wednesday, 08 July 2020 19:09
PS C'era anche Just the way you are di Joel, mica da fargli torto. L'avevo rimossa perché era una canzone che su cui avevo investito tanto (tanta spesa), me l'ero studiata, mi ero annodato le dita per quegli accordi impossibili, e la voce e la ritmica e tutto... e poi non me la chiedeva nessuna e, sinceramente, dopo un po' aveva stufato anche me (poca, pochissima resa). Ogni volta o al limite Una canzone per te e Don't cry dei Guns proprio quando volevo fare quello che sapeva suonare la chitarra perché arpeggiava... e sbancavo (poca spesa e tanta resa). Quindi a distanza di un quarto di secolo l'avevo rimossa. Bellissima canzone peraltro... onore a Billy.
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Paolo Selmi
Wednesday, 08 July 2020 18:47
Ciao a tutti,
intervengo in ritardo perché, purtroppo, faccio fatica ultimamente a leggere qualcosa che non c'entri con un lavoro che sto finendo in queste settimane e che, facendo orari assurdi al lavoro che mi dà il pane e mi consente di scrivere anche ora queste quattro righe, ultimamente è estremamente rallentato. Ma forse è un bene, perché l'argomento non è affatto scontato. Il tutto è partito dal nulla, con un paragrafetto che volevo fare sulla cosiddetta "emulazione socialista" (соцсоревнование), perché per come la presentavano i pochi scritti in lingue occidentali sembrava una barzelletta, o poco più. E invece son finito sui fili dell'alta tensione, perchè il problema è estremamente serio, possiamo dire che ci siamo giocati in passato tutto lì, e ci giochiamo tutt'ora molto lì, su quel punto.

In pratica, perché mi sbatto aldiquà di un muro che non esiste più è chiaro: perché o così o c'è la fila fuori (variante "bastone") quindi vedi la foto di famiglia nel portafoglio, fai un sospiro e il giro dell'orologio, oppure perché ti fanno vedere 100-200 euro in più in busta paga (meglio se in nero, variante "carota"), quindi non guardi più la foto di famiglia, non guardi proprio in faccia a nessuno, e cominci "un pezzo un culo" come Volonté nella classe operaia va in paradiso, oppure perché sei innamorato del tuo lavoro, che per onestà intellettuale non posso non mettere, ci sono dei fortunati che l'hanno veramente imbroccata.

In buona sostanza, possibilità di fare gruppo fra oppressi esiste nella casistica uno. Il problema è che se via te, c'è la fila che aspetta, e ti cammina pure sopra, per quei quattro vigliacchi soldi che ti consentono di andare avanti e che loro non hanno neppure e vedono come un miraggio, la coscienza di classe va a farsi benedire.

Così come va a farsi benedire, sul lato culturale, se la classe operaia guarda al capitalista come i girasoli guardano al sole, per usare un'immagine cara a Castaldo. Se ne ricopia e ne riproduce, nel piccolo, alla Fantozzi, la mentalità da VIP, esclusiva, che fa vivere i propri consumi costantemente al di sopra delle proprie possibilità e in esso, e solo in esso, trova la propria realizzazione (ovviamente, questo in tempo di pace, in tempo di guerra come questo il discorso di egemonia sul piano culturale lascia il tempo che trova... ci sono argomenti più convincenti).

Lenin parla di "lavoro per sé" (работа на себя), come molla che dovrebbe far scattare nel lavoratore la spinta rivoluzionaria e l'emulazione socialista. Finalmente non lavoro più per un padrone che mi porta via tutto con la mano sinistra mentre lavoro (pluslavoro) e con la mano sinistra mentre consumo (riduzione della capacità di risparmio, aumento dell'indebitamento, ecc.): finalmente lavoro per me. Per me, andrebbe già corretto "per noi", in un'ottica socialistica: far passare questo concetto, quando chi è sfruttato sogna, a sua volta, di accedere PERSONALMENTE a ciò che ora gli è NEGATO, non sarebbe POCO.

Ma non sarebbe ancora ABBASTANZA, a mio modestissimo parere. Altrimenti il blocco socialista ci sarebbe ancora: con tutti i suoi difetti, oltre che pregi, ci mancherebbe, ma ci sarebbe ancora. Sono giunto a una conclusione, sia pur provvisoria, su almeno DUE PUNTI su cui lavorare:
1. Marx parla di TOTALER MENSCH. Chi è questo "uomo totale"? Un essere umano il più possibile libero, non schiavo, di feticci; meglio, che rappresenta sé stesso, dà voce alle proprie aspirazioni di crescita psico-fisica, socio-relazionale, culturale, ecc. non attraverso feticci, filtri alienanti e distorcenti.
Questo è un primo tasto su cui battere, ma occorrerebbe un progetto politico che metta al centro questo traguardo himalaiano anzi tutto per un'intera classe, prima della socializzazione dei mezzi di produzione, e poi per un intero popolo quando i mezzi di produzione saranno tutti socializzati e non avrà più senso parlare di classi esistenti un modo di produzione fa. Questo ci fa direttamente arrivare al secondo punto
2. La socializzazione dei mezzi di produzione cambia RADICALMENTE non soltanto la società nel suo complesso, abolendo la classe degli sfruttatori, di chi espropria, di chi aliena. Se tutti siamo padroni dei mezzi di produzione, se i macchinari, le infrastrutture, le materie prime, i prodotti finiti (BENI E SERVIZI) sono, in ultima analisi, di tutti, allora l'equazione PRODUTTORE=CONSUMATORE raggiunge un livello più alto dell'attuale. MOLTO PIU' ALTO! Non sono più il pollo da spennare al lavoro e da spennare quando vado alla cassa del supermercato. Io produco, io decido cosa e come produrlo, persino con quali costi, perché posso decidere arbitrariamente di vendere sottocosto determinati articoli che per me sono essenziali e andare in perdita, andando a recuperare su altri beni e a pareggiare un bilancio che non è più quello della fabbrichetta o della multinazionale, ma di uno stato intero, con delle leve assolutamente inimmaginabili in questo moto-modo di produzione. MA NON SOLO, io consumo, io decido cosa e come consumare, quindi oriento la produzione DIRETTAMENTE, tramite RISCONTRI IMMEDIATI, CONSAPEVOLI, TRASPARENTI.

Eh ma ci vuole il socialismo, ci vuole la rivoluzione... prima di tutto, ci vorrebbe un soggetto politico disposto a vedere nel socialismo la realizzazione di questi punti, assolutamente non utopici, e si attrezzasse, e si formasse, e formasse, le energie necessarie per andare aldilà della battaglia difensiva, per passare al contrattacco: e chi ha mai detto che sarebbe stata una cosa facile?

L'alternativa, comunque, proseguendo su strade già percorse, è trovarsi un comunismo da caserma, come quello maoista, o un socialismo incapace di far fronte, anzi, prima ancora di riconoscere i cambiamenti della società di cui è (dovrebbe essere) espressione diretta, anche qui, IMMEDIATA. «Мы не знаем общества, в котором живём» (Noi non conosciamo la società in cui viviamo), ammetteva Jurij Andropov. Io non sarei stato così pessimistico. Se ancora oggi il 65% dei cittadini dell'EX-URSS rimpiange quei tempi, e nel frattempo ne sono morti - e non pochi! - vuol dire che qualcosa sapevano. Forse anche qualcosa in più di "qualcosa". Ma, all'epoca, non sufficiente per fermare una classe dirigente di cialtroni e oligarchi in erba decisi a smantellare il tutto chiamandolo, ironia della sorte, "ristrutturazione" (perestrojka). E anche questo è un dato di fatto. Non riproduceva immagini false quel documentario che passano ogni tanto su RAI5 in ora tarda, di Billy Joel a spasso per l'URSS con un repertorio di cui oggi è già tanto se qualcuno si ricorda Honesty (con tutto rispetto per Billy Joel!), e i giovani sovietici che letteralmente partivano di testa... come sarebbero partiti di testa qualche anno dopo per un gruppaccio che fece un ballatone "The wind of change", dove alla strofa "Let your balalaika sing what my guitar wants to say" facevo di solito un pernacchione che mi sentivano dall'altra parte della ferrovia... ma all'epoca tutti pazzi anche per questi altri. Il che, per l'amor del cielo, è più che legittimo, visti i soggettoni che popolano le estati nostrane. Ma la Amoruso e Bumbadasc, o Benji e Fede, o Giusi Ferreri, non buttano giù Salvini, o Conte, o Di Maio, o i Benetton, gli Elkann o i loro amici a scalare. Lì invece erano riusciti a farli diventare un simbolo. Un simbolo che VA OLTRE il significato più stretto, letterale del brano artistico stesso. Un simbolo che a volte è i suo esatto OPPOSTO! Un comico del drive in faceva il "paninaro", ed entrava in scena scimmiottando Born in the USA. All'epoca il mio inglese faceva abbastanza pietà. Quando ho letto il testo e ho capito che Bruce era Born in the USA nonostante il mondo gli andasse a rotoli, che il testo era tutto fuorché un inno, che era una canzone di denuncia, ho pensato fra me e me: e ora come lo spiego agli altri tamarri come me che lo mettono a palla su uno stereo con le casse che occupano tutto il bagagliaio della UNO? Impossibile... meglio contrattaccare con Back in black e TNT, e mettersi il cuore in pace. Tanto, casino per casino...

Tutto questo per dire che come ero io, come erano i miei compagni di allora, così erano lì: a onor del vero, non erano conciati così come noi, erano DECISAMENTE meglio, ma erano troppo deboli di fronte a un'offensiva che li ha storditi. E quando se ne sono accorti ormai era TROPPO, troppo tardi. I carriarmati nel 1993 han fatto il resto. La questione è a monte: non dovevano restare storditi. Avrebbero dovuto vederci come io vedo mia figlia che si entusiasma per i Me contro te. Ma lo avrebbero potuto fare se fossero cresciuti lungo quelle due direttrici. Vogliamo i jeans e le calze di nylon? Facciamole, qual'è il problema? Poi i primi ti friggono le cosce se cammini e le seconde si smagliano e son da buttare, prima o poi ci stuferemo. Vogliamo fare tutto con la pentatonica? e facciamola, giù assoli di chitarra distorta come se non ci fosse un domani. Poi ci smaroneremo anche di quella, e passeremo a una tastiera, o al quartetto d'archi...

Ci riaggiorniamo a lavoro concluso
ciao
paolo
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Franco Trondoli
Tuesday, 07 July 2020 20:27
Gentile Signora Lara, mi perdoni, Lei è una persona semplicemente squisita, dalla quale c'è tutto da imparare. Cordiali Saluti
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Lara
Tuesday, 07 July 2020 17:36
Franco Trondoli, la ringrazio per il consiglio di lettura ( La società automatica ) che mi segnerò. Per questa estate , difficile accostarmici. Ho almeno tre corposi autori di cui ho intrapreso l'indagine. Poi libri interrupti che vorrei riprendere, più qualche gradito regalo da amiche che conoscono i miei gusti.
Io non ho affatto pensato che lei abbia una scrittura e cultura scadenti. Se le ho dato l'impressione di avere questa opinione su di lei, me ne scuso. Chiedo venia altresì per i refusi precedenti per veloce digitazione.
Ma , vede , dalla sua analisi, io e lei non siamo distanti.
Anzi. Certo , io personalmente , sono una che ha studiato un pò di storia e di dottrine politiche, ma lascio a più ferrati studiosi il passatempo di parlarne. Dimostarno quanto sono bravi, quanto hanno studiato, precisano , correggono, puntualizzano. Utili anche loro, per carità, senza esagerare tuttavia, visto che siamo sempre ai piedi del famoso pero.
Commentare se le fa piacere, perchè no ? E non si curi degli intellettuali e dei professori che si beano di ostentare senza produrre un grammo di preoccupazione a chi ci opprime.
Buon proseguimento e cordialità.
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Franco Trondoli
Tuesday, 07 July 2020 10:09
"La mia cultura e il mio scrivere sono scadenti". Forse è meglio !.
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Franco Trondoli
Monday, 06 July 2020 20:59
Gentile Signora Lara, in un'altro post ho detto che non scriverò più commenti su sinistrainrete. Nessuno perde qualcosa per carità. La mia "cultura" e il mio scrivere è scadente, non credo di essere utile. Rispondo a Lei perché mi ha rivolto una domanda. Anche se intendo indiretta, come a modo di dire. Sinceramente non sono sicuro che ci possa essere qualche speranza di coagulazione sociale di "sinistra" a breve/medio termine. Come Lei sa meglio di me, i processi sociali sono molto lunghi, di lunga durata diceva un grande storico come Braudel. Le questioni sono molto complicate, ci vuole calma e pazienza. Non ci sono scorciatoie. Il Marxismo classico e anche quello contemporaneo che presume di continuare in teoria e pratica l'opera di Marx assunta sostanzialmente come immodificabile, a mio parere, mostra la corda. Le Scienze Sociali del Novecento, con i loro Autori, hanno apportato notevoli nuovi contributi allo studio e all'analisi delle Società a Capitalismo Avanzato e non solo. Psicoanalisi e sua critica, Antropologia, Scienze e Tecniche, Economia , Arte, Storia e Filosofia, e direi senz'altro anche Letteratura e Cinema, hanno studiato l'essere umano ,la natura naturante ed i loro rapporti con la struttura sociale ed economica messa in essere dal Sistema Sociale che chiamiamo Capitalismo. Il pensiero e la prassi sociale derivanti dai teorici storici padri del Socialismo e del Comunismo, come modi di intendere una nuova e diversa Società, devono essere integrati con le nuove scoperte Filosofiche, Scientifiche ed anche Storiche Politiche se così vogliamo dire. Quindi non vedo nessuna possibilità reale di critica e cambiamento del sistema sociale a livello politico sociale. Il Capitalismo, sempre in perenne movimento e modifica, regna incontrastato. Con il consenso maggioritario di coloro che sfrutta e distrugge. Così va la vita, chi ti frega viene anche ringraziato. Ma non è "colpa" degli essere umani. Bisogna capire che il Capitalismo è un sistema impersonale e automatico che mette in relazione gli esseri umani con i mezzi di produzione oltre la loro volontà. Esiste un grande libro, a mio parere, all'altezza del tempo presente con i suoi temi. È di difficile lettura. Il titolo è "La Società Automatica", l'Autore è Bernard Stiegler. Buona Fortuna
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Lara
Monday, 06 July 2020 18:23
Gentile Franco Trondoli, il suo intervento non ha fatto " l'aura" di chi vuol fare il saputello. Tra l'altro molto chiaro, lineare nelle sue osservazioni.
Il mio commento, al di là della puntina ironica, mia, su masse e palzzzi d'inverno, superando tutte le disquisizioni e minuziose analisi che qui leggo, restando con i piedi per terra, guardando al contesto attuale in cui la sofferenza sociale sta estendendosi a fasce prima quasi immuni ( lavoratori autonomi, salariati monoreddito ma anche con due redditi quali sono quelli italiani ), senza pretesa alcuna, riporta a uno dei problemi elusi nell'ipotesi delle " occasioni da cogliere". Tutto qua.
I tempi sono cambiati. La coscienza di classe è scomparsa. Il conflitto sociale estinto. D'accordissimo.
Ma il disagio, la fame, l'ingiustizia, l'oppressione restano e crescono. Lei, sig Franco, ne è perfettamente consapevole. E sappiamo entrambi, come lo sanno, i compagni che scrivono scrivono, che tale andazzo è insostenibile. La rabbia per ora si incanala nel voto a tribuni del popolo alla carbonara. Se non si riescono a intercettare neanche possibili elettori nei partitini in cui si moltplica stucchevolmente la sinistra, mi dice quale sinistra dovrebbe guidare l'esplosione ?
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Franco Trondoli
Sunday, 05 July 2020 19:14
Gentile Lara, non per fare il saputello, o colui che "tutto" sa, ma il lungo XX secolo e il primo ventennio del XXI dimostrano che le "masse" prima di tutto sono subalterne e subordinate ai "valori" profondi di questa in-civiltà. Non è affatto semplice, lo vediamo, smarcarsi individualmente da tutto un modo, o dei modi, di concepire la vita. Non sono state ,non sono e non saranno le minoranze "esterne" che prenderanno la guida delle "masse" per l'assalto al palazzo d'inverno. Prima di tutto perché il o i palazzi d'inverno non esistono, e questo se mi consenti, dovremmo saperlo, poi perché le masse, generalmente intese, non esistono assolutamente più, se sono mai esistite, nelle forme del mondo novecentesco, sia quello occidentale fordista, sia nelle forme delle società coloniali. Tutto è cambiato. È un lungo processo che vede le Società Capitalistiche Industriali estendersi progressivamente in ogni area del Mondo. È e sarà una fase mediamente lunga, non facilmente quantificabile. Il Capitalismo industriale, basato sullo sfruttamento del lavoro manifatturiero che produce profitto ha fatto il pieno in Occidente e ora lo sta facendo anche in Asia, e a macchia di leopardo, in tutte le altre zone del Mondo. C'è una forma preponderante di Capitalismo Fittizio, il che significa, che il Sistema Mondiale ha seri problemi. Ci sono limiti interni ed esterni allo sviluppo del Capitalismo. Gli interni sono i limiti alla produzione di valore attraverso il lavoro manifatturiero, che è l'unico che produce valore e quindi profitto, i limiti esterni sono quelli ambientali. Siamo in una fase di transizione che si annuncia dura e difficile, lo stesso Capitale non ha ricette, è in un cul-de-sac. Per ora scarica tutte le negatività sulle popolazioni mondiali e sull'ambiente, ma non potrà farlo a lungo senza contracolpi. Certo se il genere umano accetta di essere progressivamente estinto, allora buonanotte !. Ma non credo che sarà così. Di certo ci saranno povertà progressive e sofferenze. Di più in sostanza, credo che non si possa dire. Vedremo, non passivamente penso, cosa succederà nel tempo. Di certo si avvicinano problemi ai quali nessuno è pronto a rispondere, perché tutti siamo, in un certo senso, obbligati a vivere in una Società Automatica. Cordiali Saluti
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Lara
Sunday, 05 July 2020 17:38
Premesso che sono in sintonia con quanto osserva Lorenzo, mi chiedo se i vari autori di fiumi di parole che leggo sempre meno in questo ammirevole sito, siano capaci di proporre piani operativi, concreti, al di là delle analisi da lontano. Punto prima, escluse le farse sardinesche che non si dovrebbero neanche nominare, chi sarebbero i leader dei movimenti di rivolta ? Cioè, semplice semplice , l'occasione da cogliere, stante l'invivibilità in un mondo fortemente asimmetrico e sbilanciato con tutto quel che ne consegue anche nell'ecosistema( su questo perfettamente d'accordo con Moiso) , in che modi la si dovrebbe portare avanti ? Chi si farebbe carico di guidare le masse che andrebbero all'assalto dei vari palazzi d'inverno ? O si pensa vagamente di andare in ordine sparso, arrabbiati di qua e di là, ad est e a ovest, a nord e a sud, con la certezza del fallimento ?
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lorenzo p
Sunday, 05 July 2020 11:37
Il problema di tutte queste rivolte (ammesso che siano 100% spontanee) senza una forte idea guida di costruzione alternativa di società (e di mondo) in qualche modo poi vengono rintuzzate. Un pò di carota (poca) ed un po' di bastone (quello che basta) e sopratutto lasciare lavorare il tarlo che un nuovo mondo di benessere per tutti è un progetto tanto difficile che non si può fare e che quindi l'unica via di uscita è la salvezza individuale. Poi ci sono i rapporti di forza che mi sembra ancora non consentono di compiere un passo avanti alle rivolte che rimangono tali. Si è visto con il gilet gialli che forse hanno avuto qualcosa in comune con quello che si sta vedendo negli stati uniti. Certo le innumerevoli crisi in atto sono segnali come un piccolo sciame sismico probabilmente anticipatori di grandi cambiamenti che la storia umana avrà da qui in avanti. Ma la grande scossa o il "big one" visto che siamo in tema Us mi sembra lontana a venire.
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