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illatocattivo

Ti ricordi?

A cent’anni dall’Ottobre russo: la questione dell’internazionalismo

Il Lato Cattivo

red square moscow russia c3d71cC'è chi immagina che l'esperienza storica dell'Ottobre 1917 sia ancora e sempre pregna di mirabolanti lezioni da impartire al presente, in primis riguardo alla «necessità del partito»... o della democrazia nel partito... o della non-democrazia nel partito (non ebbe forse ragione Lenin, solo contro tutti, sostenendo le Tesi di Aprile?); o, all'opposto, riguardo alle ragioni per cui la forma-partito o l'idea comunista tout court debbano necessariamente tramutarsi in un nuovo dominio... Insomma, ce n'è per tutti i gusti. Potendo disporre di una macchina del tempo, sarebbe interessante spedire tutti questi cultori della Historia Magistra Vitae proprio nella Russia del 1917, per vedere allora quanto poco il senno di poi sarebbe loro di conforto. Alcuni di costoro si scannano ancora per sapere esattamente in quale anno-mese-giorno le cose hanno cominciato a buttar male per la rivoluzione. Nel '21 (NEP)? Nel '24 (morte di Lenin)? Nel... (compilare a piacere, ndr)? Verità al di qua dei Pirenei, errore al di là. Poi arriva il solito anarchico impolverato, con l'aria di quello a cui non la si dà a bere: «...e Kronstadt???». Ecco un piccolo campionario dei temi e dei dibattiti che non appaiono in questo breve testo, se non per l'unico uso che oggi se ne può fare: lo scherzo.

Lo abbiamo già detto varie volte, e lo ripetiamo ancora: piaccia o meno, ogni riferimento alla storia è sempre un discorso del presente per il presente, costruito attraverso quel materiale specifico di detriti, sedimenti e rovine che chiamiamo «il passato». Quali che siano i fatti presi in considerazione, la memoria e l'oblio collettivi di cui sono l’oggetto, sono in primo luogo fatti sociali, di volta in volta modulati dalla situazione vigente. La ricerca storica in quanto attività specialistica, al di là delle sue pretese di scientificità, partecipa suo malgrado a questo modularsi: di quando in quando, si inizia a vedere nel passato qualcosa dove prima non si vedeva nulla, o a vedere altro rispetto a ciò che si vedeva prima. Il ricordo degli eventi passati non fluttua nel vuoto: è preso dentro quelle linee di forza che chiamiamo ideologie. E l'ideologia, ipse dixit, non ha storia1, ovvero non ne ha una propria, giacché ognuna delle sue molteplici varianti, così come ogni sua eventuale riattivazione in un contesto storico mutato, discende da una dinamica che gli è esteriore, che fin dall'inizio la trascende e la riempie di contenuti di volta in volta specifici. Tale dinamica – la successione dei modi di produzione – è la sola ed unica storia. L'ultimo fra i modi di produzione storici, proprio perché è l'ultimo, è anche quello che intrattiene, in fatto di rappresentazioni ideologiche, il rapporto più peculiare con il passato. Nel modo di produzione capitalistico, è pressoché una costante che l'azione di individui storicamente determinati, posti di fronte al problema X o Y, si formuli sotto le spoglie di tutt'altro problema, riportato alla luce dalle profondità del passato. Attenti a voi, avvocati della fine delle ideologie e altri «rottamatori» dell'ultim'ora: siete a rischio di licenziamento. Un sociologo borghese (Zygmunt Baumann), riferendosi all'attualità, ha parlato di «retrotopie». Credeva di mettere al mondo una grande novità concettuale, ma dopo una cinquantina di pagine stava già ricopiando Marx:

«Così Lutero si travestì da apostolo Paolo; la rivoluzione del 1789-1814 indossò successivamente i panni della Repubblica romana e dell’Impero romano; e la rivoluzione del 1848 non seppe fare di meglio che la parodia, ora del 1789, ora della tradizione rivoluzionaria del 1793-1795. […] per quanto poco eroica sia la società borghese, per metterla al mondo erano però stati necessari l’eroismo, l’abnegazione, il terrore, la guerra civile e le guerre tra i popoli. E i suoi gladiatori avevano trovato nelle austere tradizioni classiche della repubblica romana gli ideali e le forme artistiche, le illusioni di cui avevano bisogno per dissimulare a se stessi il contenuto grettamente borghese delle loro lotte e per mantenere la loro passione all’altezza della grande tragedia storica. Così, in un’altra tappa dell’evoluzione, un secolo prima, Cromwell e il popolo inglese avevano preso a prestito dal Vecchio Testamento le parole, le passioni e le illusioni per la loro rivoluzione borghese. Raggiunto lo scopo reale, condotta a termine la trasformazione borghese della società inglese, Locke dette lo sfratto ad Abacuc.» (Karl Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, 1852; in Marx-Engels, Opere scelte, op. cit., pp. 448-449).

Ci si deve allora stupire, se tornano d'attualità vicende più o meno remote – per dirne una: l'assedio di Barcellona del 1713-‘14 – di cui fino all'altro ieri a nessuno importava nulla? Da due secoli a questa parte, la facoltà di inventare veramente il nuovo è appartenuta in via esclusiva ai lampi del proletariato insorto. Anch'esso è sempre partito da ciò che si trovava sotto mano, ma senza riverenze di sorta per l'autorità degli antichi o dei moderni, come quando – nel 1848 – agguantò il vessillo nazionale (il tricolore gallico), ma solo per squarciarlo e farne un drappo rosso. Al di fuori di questi istanti brevi e fugaci – pochi giorni, alcune settimane, talvolta poche ore – anch'esso, come tutti, ha riempito le osterie del tempo che fu.

Tutto ciò che si può dire e che è stato detto, in questo 2017 appena concluso – di giusto o di sbagliato, di buono o di cattivo – sulla rivoluzione d'Ottobre, è dunque qualcosa che il 2017 ha detto su se stesso (e su ciò che intravede per gli anni a venire) attraverso un détour che fende un secolo intero. Quella che un tempo si sarebbe chiamata senza imbarazzi la concezione materialistica della storia, deve includere nella ricostruzione storica il carattere storicamente determinato di qualsiasi concatenazione di avvenimenti discreti (cioè di qualsiasi narrazione), comprese quelle che essa stessa effettua. I famosi «problemi» che l'umanità si pone solo allorché può risolverli, poiché «si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali esistono già o almeno sono in formazione» (Karl Marx, Prefazione del 1859 a Per la critica dell'economia politica, in op. cit., p. 741), costituiscono un divenire in cui non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, ovvero non ci si confronta mai con gli stessi problemi. La concezione materialistica della storia non si propone di salvare il passato in quanto tale – foss'anche quello di un evento inaudito – e nemmeno le sue promesse o speranze, ma di isolare quei famosi «problemi», ricondurli alle loro condizioni materiali, esistenti o in formazione, comprendere in che modo potevano essere e sono stati effettivamente risolti, e valutare infine se sono ancora i nostri problemi.

È a partire da questo punto di vista che oggi può essere proficuo ritornare sull’Ottobre. Si può abbordare la questione sotto vari aspetti; in queste poche righe, insisteremo su quello che ci preme maggiormente: la questione dell'internazionalismo. Perché ci si può girare intorno finché si vuole, ma alla fine una conclusione si impone: la rivoluzione proletaria del 1917-'21 è ancora una rivoluzione nazionale. È solo come tale – cioè in quanto passibile di imporsi, ancorché provvisoriamente, su un dato territorio nazionale – che essa poteva ambire a internazionalizzarsi. Essa comportava come unica opzione per l'estensione immediatamente internazionale del processo rivoluzionario, quella guerra rivoluzionaria che è il vero tabù delle correnti costituitesi nel corso degli anni Venti – ma soltanto a patto di coinvolgere paesi necessariamente confinanti o quantomeno vicini. Per una crudele ironia della storia, che non fa che confermare la nostra tesi, l'«esportazione della rivoluzione sulla punta delle baionette» fu accantonata nel momento che le sarebbe stato più propizio, per poi essere risfoderata in pompa magna a Guerra Mondiale terminata, come strategia di un esercito di Stato in piena regola, comandato da ex-ufficiali zaristi, in funzione di una guerra russo-polacca di cui il trattato di Brest-Litovsk, con la cessione delle repubbliche baltiche, aveva ampiamente contribuito a creare i presupposti2 (cfr. l'Appendice I).

È solo in rapporto ai termini specifici in cui la questione rivoluzionaria realmente si pose – quelli di una rivoluzione nazionale, appunto – che l'internazionalismo proletario ha avuto rilevanza e giustificazione storica. Un internazionalismo che fu sempre inter-nazionalismo, promosso da partiti o raggruppamenti comunque nazionali, federati su questa stessa base – dopo l’Ottobre – in una Internazionale Comunista subordinata fin da subito alla necessità di difendere la rivoluzione in un paese solo (la Russia). Un internazionalismo che, anche nella sua più originaria e più nobile accezione – quella di Karl Liebknecht e, più in generale, della sinistra di Zimmerwald e Kiental – comportava una doppiezza di significato non priva di ambiguità: «il nemico principale è nel nostro stesso paese», ma anche, leggendo in filigrana, «a ciascuno la sua borghesia»3 – ovvero: a ciascuno di combatterla nel «proprio» compartimento stagno nazionale. Non di errore soggettivo si trattò, o di rottura non abbastanza netta con la «tradizione» (della Seconda Internazionale, in questo caso) – giacché non si rompe con la tradizione per un libero capriccio – ma semplicemente delle condizioni dell'accumulazione del capitale all'epoca predominanti: monopoli nazionali, aree nazionali di perequazione del saggio di profitto, colonialismo come prolungamento di queste stesse aree di perequazione. Impossibile non vedere, oggi, fino a che punto la teoria, e la prospettiva rivoluzionaria nel suo insieme, non trasponessero a loro modo queste condizioni:

«Gli Stati Uniti del mondo (e non d'Europa) rappresentano la forma statale di unione e di libertà delle nazioni, che per noi è legata al socialismo, fino a che la completa vittoria del comunismo non porterà alla sparizione definitiva di qualsiasi Stato, compresi quelli democratici. La parola d'ordine degli Stati Uniti del mondo, come parola d'ordine indipendente, non sarebbe forse giusta […] perché potrebbe ingenerare l'opinione errata dell'impossibilità della vittoria del socialismo in un solo paese e la concezione errata dei rapporti di tale paese con gli altri. L'ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo all'inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente. […] » (V. I. Lenin, Sulla parola d'ordine degli Stati Uniti d'Europa, 1915; in Lenin, Opere scelte, Editori Riuniti, Roma 1971, p. 556; corsivi nostri, ndr).

Certo, è sempre bene ricordare che prima la Sinistra comunista tedesca, poi quella «italiana» si scontrarono duramente con l'Internazionale Comunista realmente esistente, strumento dello Stato russo, contrapponendole un'Internazionale immaginaria al servizio dei proletari rivoluzionari di tutti i paesi.

Ma si trattò sempre e comunque di una dissidenza interna, basata su ciò che l'Internazionale effettivamente era, e sull'impossibilità di separarsene senza ipso facto andare incontro a un destino di isolamento e di erranza (cfr. la vicenda dell'Internazionale Comunista Operaia del 1923), se non di rinnovato opportunismo giocato in chiave anti-staliniana (la Quarta Internazionale trotskista). Dopo il XX Congresso, la coesistenza pacifica, la distensione e la Perestrojka, la dissoluzione del Blocco dell'Est avrebbe dovuto infine spianare la strada agli anti-stalinisti: e invece niente. Già il vecchio Hegel aveva detto: un partito si rivela come vittorioso in quanto si scinde e può sopportare la scissione.

Si dirà: ma come? Vorrete mica dimenticarvi l'autentico internazionalismo di Marx ed Engels, l'intramontabile motto «i proletari non hanno patria» del Manifesto del Partito Comunista, l'Associazione Internazionale dei Lavoratori come prima realizzazione di quel fondamentale principio? A ciò bisognerà replicare: ma siamo proprio sicuri che dietro le stesse parole si celino le stesse realtà, gli stessi moventi, gli stessi problemi? Il quesito merita di essere svolto nel dettaglio, perché è qui che il diavolo si nasconde.

In primo luogo, osserviamo che nel 1848 la prospettiva della rivoluzione proletaria esiste, per Marx ed Engels, solo come eventuale radicalizzazione di rivolgimenti anti-feudali («la rivoluzione in permanenza») – ipotesi abbandonata nel settembre del 1850 in base alla constatazione che il movimento sociale, disattendendo le aspettative, non dà segni di ripresa. Eccettuata questa possibilità tutta teorica, in Prussia – terreno privilegiato di quell'organizzazione di espatriati che è la Lega dei comunisti –, gli obiettivi immediati stanno ancora al di qua dello scontro aperto fra proletariato e borghesia: unificazione amministrativa e compimento della rivoluzione borghese nell'area germanica, anche a costo di scatenare un conflitto bellico con la Russia, considerata come baluardo della reazione feudale in tutta Europa. Come è noto, non se ne fece nulla: l'unificazione tedesca dovette aspettare la guerra franco-prussiana del 1870-1871, ed avvenne in forma ben più modesta. L'essenziale, per il tema che ci occupa, è che in quelle condizioni l'internazionalismo del Manifesto, al di là di un generico appoggio a tutto ciò potesse contribuire alla costituzione di vasti perimetri nazionali4 come quadro futuro della moderna lotta fra le classi, non poteva che restare una dichiarazione di intenti; soltanto dopo lo spartiacque del Quarantotto europeo esso inizia ad assumere maggiore consistenza. Ma in che modo? Sostanziali indicazioni si possono rinvenire in una lettera in cui Engels, commentando la decisione del suo interlocutore Friedrich Adolph Sorge di abbandonare l'AIL, riesamina il senso generale di tutto un periodo, di cui la Comune di Parigi e i suoi esiti costituiscono allo stesso tempo l'apice e la conclusione:

«Con la tua uscita, la vecchia Internazionale è ormai completamente finita. Ed è bene. Essa apparteneva al periodo del Secondo Impero, in cui l'oppressione regnante in tutta Europa imponeva al movimento operaio, che da poco tempo si veniva risvegliando, unità ed astensione da ogni polemica interna. Era il momento in cui gli interessi comuni cosmopolitici del proletariato potevano passare in prima linea. Il primo grande successo doveva far saltare questo accordo ingenuo di tutte le frazioni. Questo successo fu la Comune, che intellettualmente parlando fu senza dubbio figlia dell'Internazionale, per quanto l'Internazionale non abbia mosso un dito per farla […] Per dare vita a una nuova Internazionale nella forma dell'antica, come un'alleanza di tutti i partiti proletari di tutti i paesi, sarebbe necessaria una repressione generale del movimento come quella del 1849-1864. Ma per questa, il mondo proletario è divenuto troppo grande, troppo esteso.» (Engels a Sorge, 12 settembre 1874; in Marx- Engels, op. cit., pp. 948-949; corsivi nostri, ndr).

Engels riserva dunque la preminenza degli interessi comuni cosmopolitici del proletariato ad un intervallo storico ben preciso, compreso tra il riflusso dell'ondata quarantottesca e la Comune di Parigi. Politicamente, una tale preminenza si traduce in un fronte unico transnazionale fra mazziniani, proudhoniani, blanquisti, «marxisti», bakuninisti, e chi più ne ha più ne metta. All'interno di uno schieramento così largo, di una pratica «conforme ai princìpi» non può evidentemente essere questione, e infatti Engels la rinvia a più tardi:

«Io credo che la prossima Internazionale – dopo che i libri di Marx avranno esercitata la loro influenza per alcuni anni – sarà puramente comunista e propagherà direttamente i nostri princìpi.» (ibid.).

Anche in questo caso non se ne fece nulla, giacché «la prossima Internazionale» fu la Seconda, e si sa come andò a finire. Il paradosso risiede in ciò, che nell'istante in cui Marx ed Engels sanciscono la definitiva obsolescenza dei movimenti nazionali europei – o meglio: la perdita della loro precedente connotazione «progressiva» –, viene meno anche l'impronta direttamente internazionale che si erano sforzatati di imprimere al nascente movimento operaio. In una missiva datata 18 marzo 1875, Engels spiega al futuro deputato Bebel quale debba essere, a suo avviso, la retta via da seguire:

«[…] benché il Partito operaio tedesco operi in primo luogo entro i confini statali che gli sono posti […] esso [dev'essere] cosciente della sua solidarietà con gli operai di tutti i paesi e sarà sempre pronto ad adempiere nell'avvenire, come ha fatto sino ad ora, gli obblighi impostigli da questa solidarietà. Simili obblighi […] consistono ad esempio in aiuti, nella lotta contro il crumiraggio in caso di sciopero, nel curare che gli organi di partito mantengano gli operai tedeschi informati del movimento estero, nell'agitazione contro la minaccia o lo scoppio di guerre di gabinetto, nel comportarsi nel corso di esse così come si è dato mirabile esempio nel 1870 e 1871.» (Engels a Bebel, 18 marzo 1875; op. cit., p. 981; corsivi nostri, ndr).

Ebbene, quale sarebbe questo mirabile esempio? Engels resta nel vago, ma si può dire con certezza che non è nulla che assomigli anche solo alla lontana alle pratiche disfattiste e anti-patriottiche maturate nel corso della Prima Guerra mondiale. Se è vero che l'Internazionale si schierò risolutamente contro la guerra franco-prussiana, la classe operaia tedesca l'appoggiò – cosa che in fin dei conti non dispiacque né a Marx né a Engels, giacché ciò finiva in qualche modo per corrispondere al loro orientamento di vent'anni prima, ai tempi del Quarantotto europeo, tenuto conto del ruolo nel frattempo assunto dallo Stato francese quale ostacolo all'unità nazionale tedesca:

«Nonostante le sue ipocrite omelie circa le libertà necessarie e il suo risentimento personale contro Luigi Bonaparte […], Thiers ebbe una mano in tutte le infamie del Secondo Impero, dall'occupazione di Roma da parte delle truppe francesi fino alla guerra contro la Prussia, alla quale incitò con i suoi attacchi violenti contro l'unità della Germania, non in quanto maschera del dispotismo prussiano, ma in quanto violazione del diritto ereditario della Francia a mantenere la Germania disunita.» (Karl Marx, La guerra civile in Francia, 1871; op. cit., p. 893; corsivi nostri, ndr).

Dopo la disfatta della Comune, ha luogo lo scisma fra socialisti «autoritari» e «anti-autoritari», ed inizia l'incubazione dei grandi partiti operai socialdemocratici europei. A questa, Marx ed Engels partecipano entrambi da franchi tiratori, ma con un ineguale grado di coinvolgimento e di compromissione dovuto a ragioni anche contingenti (Marx morirà nel 1883, Engels nel 1895). Nonostante le riserve e le critiche – spesso feroci, ma generalmente confidenziali – indirizzate alle socialdemocrazie in formazione, essi non possono che prendere atto, e in una certa misura legittimare, un'inversione di priorità fra livello nazionale e internazionale, inerente all'esistenza stessa di questi partiti nazionali. Nel campo del socialismo «autoritario», il corollario è l'eclettismo tattico: in quel dato paese i lavoratori potranno fare la rivoluzione passando per le urne, altrove si dovrà ricorrere alla violenza... e la somma delle innumerevoli vie nazionali al socialismo finirà per conquistare l'intera superficie terrestre. Campa cavallo che l'erba cresce!

«Noi non abbiamo affatto preteso che per arrivare a questo scopo [la rivoluzione socialista, ndr] i mezzi fossero dappertutto identici. Sappiamo quale importanza abbiano le istituzioni, i costumi e le tradizioni dei vari paesi, e non neghiamo che esistano dei paesi, come l'America, l'Inghilterra, e se io conoscessi meglio le vostre istituzioni, aggiungerei l'Olanda, in cui i lavoratori possono raggiungere il loro scopo con mezzi pacifici. Se ciò è vero, dobbiamo però riconoscere che, nella maggior parte dei paesi del continente è la forza che deve essere la leva delle nostre rivoluzioni, è alla forza che bisognerà fare appello per instaurare il regno del lavoro.» (Karl Marx, Discorso di Amsterdam, 8 settembre 1872; op. cit., p. 936).

Sembra di sentire Togliatti in anfetamina, e invece è Marx all'indomani della Comune. Che la socialdemocrazia tedesca abbia poi manipolato a proprio vantaggio quest'impostazione – come pure la posizione marxiana ferocemente anti-russa del 1848 per giustificare il suo bellicismo nel 1914 –, questo non fa ricadere le colpe dei «figli» sui padri (fondatori), ma indica che la manipolazione era comunque possibile. Per il campo «anti-autoritario», che almeno fino al 1905 funge senz'ombra di dubbio da centro d'attrazione per una variegata fauna di rivoluzionari senza rivoluzione – reduci della Comune come Louise Michel e Gustave Lefrançais, esuli del campo «autoritario» ed elettoralista come Johann Most e Domela Nieuwenhuis etc. –, il discorso è evidentemente diverso, dato il suo carattere decentralizzato ed eteroclito. Ma i due campi sono legati a doppio filo, e per mezzo di linguaggi e pratiche antitetiche ed opposte, condividono un certo numero di problematiche comuni: così come il voto dei crediti di guerra per i parlamentari socialdemocratici, nemmeno il Cercle Proudhon o il Manifesto dei Sedici furono semplici sviste.

A che pro questo excursus un po' ridondante? Per mostrare che l'origine pura è sempre un'illusione retrospettiva, che la teoria del comunismo deve rifuggire come la peste. Non solo – ed è un'evidenza – l'internazionalismo marxiano ha poco a che vedere con quello della sinistra di Zimmerwald: tra l'uno e l'altro ci sono, fra il resto, le pesanti trasformazioni tecnologiche e sociali in ambito militare che faranno della Prima Guerra mondiale l'orrore che fu; ma entrambi appartengono ad un mondo in cui la rivoluzione proletaria e la sua estensione internazionale restano termini esteriori l'uno all'altro: il loro incontro dipende da circostanze aleatorie, o da fattori soggettivi (la solidarietà, la coscienza di classe etc.), ma non discende da alcuna intima e materiale necessità. Nel corso e soprattutto alla fine della Guerra, un pugno di internazionalisti si scontrò con questo complesso di determinazioni – reciproca esteriorità della rivoluzione e della sua estensione internazionale, eclettismo tattico, asincronia tra i vari processi nazionali, federalismo etc. – senza tuttavia poterle superare. Abbandonando ogni tentazione di fare la morale alla storia, non si può non riconoscere che questa incapacità era inscritta nelle circostanze, e in primo luogo nell'esito stesso del conflitto bellico:

  • allorché la guerra volge al termine, in una ripetizione all'ennesima potenza dell'episodio franco- prussiano, l'ipotesi della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile si profila concretamente solo in paesi capitalistici militarmente sconfitti: la Russia – il cui impegno militare nel campo che sarà poi vincitore viene sospeso dalla rivoluzione – fa eccezione solo nella misura in cui il suo capitalismo è poco sviluppato, il suo fronte interno è destabilizzato dalla transizione post-zarista, e sul fronte esterno subisce delle perdite enormi. L'Inghilterra, potenza in declino ma ancora dominante a livello del mercato mondiale, esce vincitrice, così come gli Stati Uniti, che si impegnano nel conflitto solo tardivamente;

  • essa si profila unicamente in paesi capitalisticamente arretrati. Per la Russia è un'evidenza: le sue enclavi industriali, per la maggior parte, si situano ai confini occidentali dell'Impero, in territori che peraltro – a parte Pietrogrado – verranno ceduti (con Brest-Litovsk vennero perduti il 90% della produzione di combustibili, il 90% dell'industria zuccheriera, il 65% della metallurgia... e il 40% del proletariato industriale!). Ma anche in Germania, dove la produzione capitalistica è sicuramente più sviluppata in estensione, l'infrastruttura produttiva è in realtà piuttosto arcaica5, e il macchinismo è meno sviluppato che nelle officine Putilov di Pietrogrado;

  • essa si profila unicamente in paesi ritardatari dal punto di vista coloniale: è solo con l'uscita di scena di Bismarck che la Germania, con la sua «corsa all'Africa», si costituisce realmente come impero coloniale; quanto al colonialismo russo, è un fenomeno meno tardivo ma comunque modesto, a cui manca un vero impulso capitalistico (l'Alaska fu venduto agli USA nel 1867: i russi non sapevano che farsene!); per entrambi i paesi, la Prima Guerra Mondiale significherà l'estromissione dalla spartizione imperialista del mondo;

  • infine, essa si profila unicamente in paesi non democratici: in Germania, il terreno ultimo dello scontro fra proletariato e capitale non si è ancora dischiuso, e in Russia è appena agli albori (governo Kerenskij); è sul terreno della conquista della democrazia che si esaurisce la spinta del proletariato tedesco, ciò che permette alla SPD di isolare e massacrare la sua frazione rivoluzionaria.

In definitiva, non fu la questione della rivoluzione mondiale, ma quella della rivoluzione nazionale ad essere risolta – ovvero liquidata – dalle rivoluzioni mancate o abortite in Germania, Italia, Spagna etc. Sulla vetta del mercato mondiale, il vento dell'est soffiò solo per qualche giorno nel maggio del 1926 (sciopero generale in Gran Bretagna). Ciò ci riporta alla famosa frase di Per la critica dell'economia politica: «l'umanità non si pone che quei problemi che può risolvere» – la quale non implica che i problemi siano delle chimere né che siano sempre già risolti in partenza, ma al contrario che le condizioni economiche del problema determinano il modo in cui esso troverà la sua soluzione nel quadro dei rapporti reali (politico-giuridici, ideologici etc.) di una società, senza che peraltro se ne possa trarre il benché minimo ottimismo, poiché simili soluzioni potranno essere all'insegna della crudeltà o della sconfitta, dell'orrore guerresco o della... «soluzione del problema ebraico».

E oggi? Molto sinteticamente: l'internazionalismo proletario della prima metà del XX secolo non è più. Già decaduto ad anti-imperialismo e terzomondismo nel secondo Dopoguerra, è diventato – nel migliore dei casi – un'ideologia per classi medie in cerca di esotiche «cause» a cui votarsi6 (curdi, palestinesi, indigeni d’America Latina etc.). L'internazionalismo jihadista rappresenta il suo alter ego cattivo. Nulla, in ogni caso, che abbia a che vedere col precetto che i proletari non debbano ammazzarsi fra di loro. Quanto all'internazionalismo da museo di certa ultrasinistra, non è più che una mera petizione di principio, superata dalla condizioni attuali dell'accumulazione del capitale. Ciò non significa affatto che il nazionalismo non rappresenti più un'insidia per il proletariato, o che sia perfino diventato una risorsa da opporre all'«internazionalismo del capitale». Al contrario! Ma sarebbe ingenuo pensare che gli sciagurati teoremi «sovranisti» e «rossobruni» siano fondati sul nulla. In ultima istanza, il problema risiede nel nuovo intreccio fra i circuiti di riproduzione del capitale e quelli della forza-lavoro, cui ha messo capo la mondializzazione del capitale. Più precisamente: mentre tutte le altre articolazioni della piccola circolazione (D-M) e della grande circolazione (M-D’) tendono a mondializzarsi – il che non vuol dire che si tratti di un fatto compiuto o di un processo lineare –, lo scambio fra forza-lavoro e capitale come momento della piccola circolazione, considerato nel suo complesso (livelli salariali, ripartizione della massa salariale, welfare etc.), resta ancora in via predominante un fatto nazionale. Qui, come altrove, è la particolarità della merce forza-lavoro rispetto a tutte le altre merci a far valere i propri diritti, in questo caso in virtù della sua limitata mobilità. Giacché globalmente, e malgrado l'importanza crescente del fenomeno migratorio (4% della popolazione mondiale), essa resta nettamente preponderante nella sua forma infra-nazionale7. Nel frattempo, però, centinaia di milioni di immigrati nei paesi cosiddetti sviluppati, muovono verso i paesi di origine un volume di rimesse tre volte superiore al totale degli aiuti pubblici allo sviluppo (dati della Banca Mondiale). Qualche cifra: nel 2016, sono stati inviati rispettivamente 43,5 miliardi di dollari verso l'Europa dell'Est, 24,6 miliardi verso il Medio Oriente, 243,6 miliardi verso l'Asia (Russia esclusa), 73,1 miliardi verso l'America centrale e meridionale, 60,5 miliardi verso l'Africa; dato non trascurabile, la metà di queste rimesse viene inviata da donne. Dovrebbe allora risultare chiaro che ciò che si gioca oggi lungo le linee di forza del nazionalismo, del razzismo e della cosiddetta «guerra fra poveri», è ben altro che uno scontro fra buoni e cattivi sentimenti o il frutto di una manipolazione architettata ad arte, ma anche qualcosa di diverso da ciò ha potuto manifestarsi in passato sotto queste stesse spoglie: sono due diverse modalità di riproduzione della forza- lavoro – una strettamente nazionale, l'altra a cavallo fra più paesi – che si affrontano. E non è l'astratta generalità del vecchio «Proletari di tutti i paesi, unitevi!» che potrà far cadere questa divisione; né, del resto, un generico antirazzismo in difesa dei «migranti». Che effettivamente il proletariato immigrato (perché è bene ricordare che anche di migranti ce ne sono di diversi tipi) ricopra attualmente una posizione particolarmente propizia per l'internazionalizzazione di un futuro processo rivoluzionario, non discende né dal solo status di migrante, né da un mandato morale che gli verrebbe di rimando dal razzismo quotidiano o istituzionale di cui è oggetto. Il potenziale sovversivo non sta nel processo di – parziale, come abbiamo visto – internazionalizzazione della riproduzione della forza-lavoro in quanto tale, ma nella possibilità che esso si inceppi. Fino ad allora, i più diretti beneficiari di questo processo resteranno MoneyGram e consorti. O la nuova crisi mondiale che si sta preparando8, e che scoppierà probabilmente nel giro di un annetto, sarà abbastanza potente da affievolire la più sostanziale divisione interna al proletariato9, oppure la situazione resterà bloccata.

C'è ancora, dunque, qualche buona ragione per non disperare. La rivoluzione del secolo XIX oltrepassò raramente i confini di una città o di una manciata di città (Parigi 1871, Milano 1898 etc.). La rivoluzione del secolo XX visse e morì all'interno dei confini nazionali. La rivoluzione del nostro secolo, se mai avverrà, sarà immediatamente internazionale e immediatamente riconoscibile come tale, senza aver bisogno di proclamarsi internazionalista: quando tutte le condizioni interne ed esterne saranno adempiute, il giorno dell'insurrezione americana sarà annunciato dal canto del gallo cinese. Tra l'una e l'altro, non ci saranno né frontiere terrestri né Stati-cuscinetto da far saltare: solo un oceano immenso che per ora ospita i placidi cargo dell'ibrido chinamericano (nonché diverse portaerei). Ciò non rende le cose né più «facili» né più difficili: ci dice solamente che i problemi di ieri non sono più i nostri. Se, in condizioni di ristagno del commercio estero, la difesa della condizione proletaria in fatto di salario diretto e indiretto, di condizioni di lavoro e di salvaguardia dell'impiego può o potrà ancora, qui e là, tradursi politicamente in protezionismo e preferenza nazionale, la tensione al suo superamento si situerà fin da subito su un altro terreno.

E le sempiterne lezioni dell’Ottobre? Se proprio se ne volesse trarre una, non sarebbe molto incoraggiante, giacché le vicissitudini del partito bolscevico – e non solo le sue – mostrano a sufficienza come non vi sia ideale, statuto, programma, genio personale, espediente organizzativo o «cordone sanitario», che possa prevenire dei rivoluzionari sinceri ma assediati da ogni lato e braccati dal caos, dal trasformarsi in sanguinari o in poliziotti. Si inveisce spesso contro il divenire «totalitario» del partito- Stato bolscevico, più raramente si ricorda la genesi di questa deriva:

«La mitezza dei vincitori nei confronti dei vinti dopo la caduta dell'autocrazia come dopo l'insurrezione d'Ottobre, ha qualcosa di sconcertante. Dopo l'Ottobre rosso, Puriškevič, un capo ultrareazionario, riottenne facilmente la libertà. L'ataman cosacco Krasnov, catturato con le armi in mano, è messo in libertà sulla parola. Gli junker moscoviti che hanno massacrato gli operai dell'arsenale del Cremlino sono semplicemente disarmati... Occorsero dieci mesi di lotte sempre più accanite, di complotti, di sabotaggio, di carestia, di attentati, occorse l'intervento straniero, il terrore bianco a Helsingfors, a Samara, a Baku, in Ucraina, il sangue di Lenin perché finalmente la rivoluzione si decidesse ad abbassare la scure! E questo in un paese in cui l'autocrazia per dei secoli aveva educato le masse alla scuola delle persecuzioni, delle fustigazioni, delle impiccagioni, delle fucilazioni!» (Victor Serge, L'Anno primo della rivoluzione russa, Einaudi, Torino 1967, pp. 298- 299).

«La classe operaia ha la tendenza ad essere troppo generosa e troppo debole.» (Lev Trotsky, Rapporto fatto alla conferenza del PCR della città di Mosca, 28 marzo 1918; in Scritti militari. 1. La Rivoluzione Armata, Feltrinelli, Milano 1971, p. 40).

In maniera del tutto analoga, nulla – se non la rapidità e l’intransigenza del processo di trasformazione sociale – può prevenire chicchessia dal farsi strumento di interessi e prerogative di classi e frazioni di classe non-proletari, quando questi si danno i mezzi per pesare nella realtà sociale. È così che il partito di Lenin, ma anche suoi oppositori come Machno10, hanno ceduto ad una calca di avidi bifolchi. Già l'allineamento dei bolscevichi alla rivendicazione della «terra ai contadini» portata innanzi dai socialisti-rivoluzionari, costituì – fra le altre cose – una rottura con una certa impostazione della questione agraria:

«Il primo punto sul quale i democratici borghesi entreranno in conflitto con gli operai sarà l'abolizione del feudalesimo. Come nella prima Rivoluzione francese, i piccoli borghesi vorranno dare le terre feudali ai contadini in libera proprietà, e cioè vorranno lasciar sussistere il proletariato agricolo, e creare una classe di contadini piccolo-borghesi che dovrà attraversare lo stesso ciclo di impoverimento e di indebitamento, in cui ancora oggi è preso il contadino francese.

«Gli operai, nell'interesse del proletariato agricolo e nel proprio, debbono opporsi a questo piano. Essi debbono esigere che la proprietà feudale confiscata resti patrimonio dello Stato e venga trasformata in colonie di operai coltivate dal proletariato agricolo associato, con tutti i vantaggi della grande agricoltura e in modo che il principio della proprietà comune riceva subito una forte base in mezzo ai vacillanti rapporti della proprietà borghese.» (Karl Marx, Indirizzo al Comitato centrale della Lega dei Comunisti, 1850; in Marx-Engels, op. cit., pp. 369- 370).

Non discuteremo qui dei nessi che si potrebbero o meno stabilire fra questo passo e la problematica del modo di produzione asiatico, delle sue sopravvivenze (la comune agricola) più o meno importanti nel contesto russo del primo Novecento etc.11; né ci arrischieremo a prefigurare il modus operandi di una rivoluzione immediatamente internazionale in materia di fondi agricoli come pure d'alloggi urbani, le cui misure potranno e dovranno essere altra cosa che una nazionalizzazione. Per dare a Cesare quel che è di Cesare, basti dire che Marx non si trovò mai a dover difendere le sue posizioni a mani nude contro un solo kulak tataro.

Oggi, in un mondo in cui i contadini, per quanto esigui siano i loro redditi, sono ancora qualche miliardo, e in cui le classi medie moderne hanno un peso specifico per nulla trascurabile12, nessuna seria rivoluzione si farà sotto il segno del «we are the 99%». La forza dei proletari non sta nel numero, ma nella determinazione qualitativa del rapporto di sfruttamento a cui sottostanno, e nella maniera in cui possono rivoltarla come un calzino se rompono con questo rapporto. È quando la qualità cede il passo alla quantità, che il buon senso dell'aritmetica riprende il sopravvento. L'appagamento del contadino povero e/o senza terra è la proprietà parcellare, quello del micro-imprenditore del Quarto Mondo è il libero commercio, quello del risparmiatore della classe media è la tesaurizzazione; solo la modesta rivendicazione operaia è inestirpabile, perché in condizioni capitalistiche è la forma capitalistica dello sfruttamento che deve riprodursi, e il rapporto lavoro necessario/pluslavoro non è mai dato una volta per tutte. La storia stessa del capitalismo di Stato sovietico lo illustra, finanche nelle sue aberrazioni: Stalin poteva imporre lo stakhanovismo agli operai, ma non massacrarli a milioni come fece con i contadini. È la sorte tragica di tutte le classi intermedie, quella di oscillare – proprio in quanto classi – tra lo stato di grazia ed il rischio dell'annientamento fisico. Non sempre è necessario il Gulag: per farla finita col contadino francese di Marx bastò una Politica Agricola Comune (1957-1962). Del resto, quello stesso contadino non era stato la mascotte anti-proletaria per eccellenza di Napoleone III, di Thiers e di Pétain? What goes around comes around. Siamo troppo cinici? Diceva il saggio: non urlate contro il cinismo! Il cinismo non sta nelle parole che descrivono la realtà, ma nella realtà stessa.

 

* * *

 

Appendice I:

Brest-Litovsk 1918

Guy Sabatier

[ Estratti da Traité de Brest-Litovsk 1918, coup d'arrêt à la révolution, Spartacus 1977, capitolo I, pp. 11-36 ]

La pace o la rivoluzione

Dopo l'ottobre 1917, la rivoluzione russa si trova immediatamente a doversi confrontare col problema di un potere proletario isolato, a fronte di una guerra imperialista che si perpetua su scala mondiale.

La Russia zarista, prima del 1914, era alleata dell'Inghilterra e della Francia. Questo blocco, detto Triplice Intesa, si opponeva alla Triplice Alleanza, comprendente la Germania, l'Austria-Ungheria e l'Italia. Nel corso della guerra, la prima coalizione verrà rafforzata dal cambiamento di campo dell'Italia (1915), ma soprattutto dall'intervento degli Stati Uniti, le cui truppe sbarcarono in Europa nella primavera del 1918.

Con il rovesciamento dello zarismo, seguito all’ondata rivoluzionaria del febbraio 1917, la Russia proseguiva il suo impegno militare in seno alla Triplice Intesa. Sotto la pressione della borghesia, e con l'intermediazione del governo Kerenskij, essa arrivò perfino ad intensificare le operazioni sul fronte orientale. Così, nel giugno 1917, per iniziativa della Francia e dell'Inghilterra, che miravano ad alleggerire il fronte occidentale, dove la guerra di trincea proseguiva tra massacri e ammutinamenti, Kerenskij scatenò un'offensiva. Poiché gli imperi centrali, e in particolare la Germania, avevano conservato intatta la loro potenza di fuoco, per l'esercito russo fu una carneficina. Questo episodio giocherà un ruolo importante nello spingere i proletari e i contadini in uniforme contro il potere borghese, poi «socialista», emerso dal febbraio. Lo slogan della «pace», insieme a quello di «pane, terra, libertà», fu lanciato dal partito bolscevico dopo le Tesi di aprile di Lenin, e si amplificò nei soviet.

In ottobre, la presa del potere da parte dei soviet sotto l'impulso dei bolscevichi, determinò dunque la fine dell'impegno russo nei ranghi del blocco militare degli imperialismi dell'Intesa. Un appello indirizzato a tutti i paesi in favore di una conferenza che conducesse a sottoscrivere una pace «giusta e democratica», fu adottato dal II Congresso dei Soviet sullo slancio dell'insurrezione vittoriosa. Viste la scarsa eco suscitata da quest'appello e la prosecuzione delle ostilità da parte degli imperialismi, che perseguivano ciascuno i propri obiettivi militari, il potere proletario dovette innanzitutto risolvere il problema del fronte con gli imperi centrali.

Dopo ottobre, sposando il ripiegamento su di sé teorizzato da Lenin e dalla maggioranza dei bolscevichi, il governo dei soviet aveva avviato delle negoziazioni con gli stati maggiori della Germania e dell'Austria-Ungheria. Fu firmato un armistizio. Con la rinuncia alla preparazione di una «guerra rivoluzionaria», ovvero a farsi carico di una resistenza operaia armata contro tutti gli imperialismi, per contribuire alla sollevazione insurrezionale del proletariato in altri paesi del mondo, le trattative per la pace succedettero a quelle per l'armistizio.

Col passare dei giorni, mentre la delegazione dei soviet condotta dai bolscevichi era seduta allo stesso tavolo con i diplomatici e gli ufficiali imperialisti, un'opposizione di sinistra favorevole alla «guerra rivoluzionaria» iniziò a prendere piede all'interno dei soviet e del partito. Divenuta maggioritaria tra gennaio e febbraio 1918, quest'opposizione rigettò la proposta di Lenin volta ad accettare le condizioni draconiane imposte dalla Germania in cambio della pace. Essa rigettò ugualmente quella di Trotsky che, d'accordo con Lenin, prendeva in considerazione la «guerra rivoluzionaria» solamente nell'eventualità di un appoggio anglo-francese. Questa opposizione si distingueva dalla posizione dei socialisti- rivoluzionari di sinistra, che propugnavano un guerra nazionalista contro la Germania, una guerra condotta da tutte le classi della società russa e principalmente dai contadini.

Fu grazie alla minaccia dell'avanzata tedesca, che non incontrava alcuna resistenza, e al ricatto permanente legato al rischio di una scissione nel partito, che Lenin rovesciò la situazione in seno al Comitato centrale. Con l'astensione di Trotsky, Ioffe, Krestinkij e Dzeržinkij – che temevano la scissione – si costituì una maggioranza a lui favorevole (23 febbraio). Il giorno precedente, alla fine della riunione del Comitato centrale, le sinistre avevano letto la dichiarazione seguente:

«All'attenzione del Comitato centrale del Partito Operaio Socialdemocratico della Russia bolscevica (addendum alla riunione del 22 febbraio 1918):

«Cari Compagni! All'offensiva degli imperialisti tedeschi, che hanno apertamente dichiarato che il loro scopo era di soffocare la rivoluzione proletaria in Russia, il Comitato centrale del Partito ha risposto acconsentendo a concludere la pace a condizioni che, qualche giorno prima, erano state rigettate dalla delegazione russa inviata a Brest. Questa accettazione, di fronte alla prima offensiva dei nemici del proletariato, significa la capitolazione dell'avanguardia del proletariato internazionale di fronte alla borghesia internazionale. Facendo mostra, davanti al mondo intero, della debolezza della dittatura del proletariato in Russia, essa infligge un colpo alla causa del proletariato internazionale – un colpo particolarmente duro, in concomitanza con la crisi rivoluzionaria in Europa occidentale – e allo stesso tempo innalza una barriera tra il movimento internazionale e la rivoluzione russa. La decisione di concludere la pace ad ogni costo – decisione presa sotto la pressione degli elementi piccolo- borghesi e delle correnti piccolo-borghesi – sbocca inevitabilmente, dal punto di vista del proletariato, nella perdita del suo ruolo dirigente non soltanto in Occidente, ma anche in Russia. Le restrizioni poste al campo d'azione del programma economico sovietico, a cui saremo costretti a tutto beneficio dei capitali di provenienza tedesca, nel caso in cui la pace venisse conclusa, annienteranno i progressi nell'edificazione sovietica compiuti dal proletariato dalla rivoluzione d'Ottobre ad oggi. Abdicare alle posizioni del proletariato sul fronte esterno ci prepara inevitabilmente ad abdicarvi anche sul fronte interno.

«Riteniamo che dopo la conquista del potere, dopo lo schiacciamento totale degli ultimi bastioni della borghesia, il proletariato si trovi inevitabilmente posto di fronte alla necessità di estendere la guerra civile su scala internazionale, e che nessun pericolo debba trattenerlo dal portare a termine questo compito. Rinunciare a questo compito, significherebbe condannare il proletariato alla propria perdita per disgregazione interna, e questo equivarrebbe a un suicidio.

«È con sdegno che respingiamo gli attacchi lanciati contro il potere sovietico da questi elementi conciliatori, per i quali la lotta contro gli imperialisti tedeschi non è che un pretesto per instaurare la pace civile e che, in luogo della guerra civile contro la borghesia internazionale, vorrebbero una guerra nazionalista contro la Germania, appoggiandosi sull'unità fra le classi e sull’alleanza con la coalizione anglo-francese. Il rifiuto della dittatura del proletariato in nome della guerra è inammissibile, per noi, allo stesso titolo del suo rifiuto il nome della pace: nell'istante in cui le bande imperialiste non soltanto si stanno annettendo nuovi territori, ma cercano di soffocare il proletariato e le sue organizzazioni, il dovere del partito è di fare appello alla difesa della dittatura del proletariato armi in pugno e di organizzare una tale difesa. I dirigenti responsabili del partito, con una maggioranza infinitesimale, hanno deciso altrimenti; la loro decisione va contro gli interessi del proletariato e non corrisponde allo spirito del partito. Senza infrangere l'unità organizzativa, riteniamo dunque che sia nostro dovere sviluppare nei circoli del Partito un'ampia propaganda contro la politica del centro del partito così come si è manifestata negli ultimi tempi, ed egualmente preparare il congresso del Partito che dovrà discutere la questione della pace in tutta la sua profondità.

«Firmato: G.I. Oppokov, A. Lomov, M. Urickij, N. Bucharin, A. Bubnov (membri del Comitato centrale del POSDR – bolscevico). V. Smirnov, I. Stukov, M. Bronskij, V. Iakovleva, Spunde, M. Pokrovskij, G. Pjatakov (commissari del popolo).»

Questa dichiarazione, quindi, fa seguito ai lunghi e accaniti dibattiti sorti in seno al POSDR all'inizio del 1918, e precede di qualche giorno la firma della pace conclusa il 3 marzo, a Brest-Litovsk, fra la Russia, l'Austria-Ungheria, la Turchia e la Bulgaria. Essa rivela un problema fondamentale che il movimento operaio, sviato dalla Seconda Internazionale, non aveva avuto il tempo di approfondire, cadendo così, assieme all'irreggimentazione socialdemocratica, in un nazionalismo che aprirà la strada all'accettazione da parte del proletariato mondiale, del primo macello imperialista del 1914.

Facendosi garante della politica bolscevica invocata da Lenin, secondo cui il processo rivoluzionario può conoscere momenti di «tregua», sopravvivere e perfino svilupparsi in un solo paese sul piano economico e politico, la Terza Internazionale ridusse questo problema al suo aspetto puramente militare: la costruzione di un'armata cosiddetta «rossa», destinata a difendere uno Stato cosiddetto «operaio». Questo Stato sarà il garante della razionalizzazione del sistema capitalistico a livello economico: nazionalizzazioni, controllo operaio, militarizzazione del lavoro – e contribuirà in tal modo a mascherare la portata politica e teorica del problema.

Tale problema, è quello della necessità imperativa dell'estensione della rivoluzione su scala internazionale. E per la rivoluzione russa si poneva nelle circostanze specifiche della guerra imperialista, dal momento che quest'ultima era sfociata nell'abbattimento del vecchio Stato russo e nell'instaurazione della dittatura dei soviet dopo l’ottobre 1917. Coscienti del pericolo, a partire dal mese di dicembre le sinistre bolsceviche, maggioritarie a Pietrogrado, a Mosca e negli Urali, reclamarono la cessazione delle trattative per la pace intavolate con la Germania in seguito all'armistizio e, in termini più generali, la rottura di ogni rapporto diplomatico con la totalità degli Stati capitalistici. In tal modo, si opponevano anche alla tesi della pace sostenuta da Lenin e adottata, sull’onda dell’entusiasmo per la vittoria della rivoluzione in Russia, dalla maggioranza del II Congresso dei Soviet. E, in anticipo sui tempi, ponevano egualmente l'accento sull'impossibilità di intrattenere rapporti economici con qualunque Stato capitalista, senza con ciò determinare la degenerazione della dittatura del proletariato. La loro posizione di classe a questo proposito è l'unica che permetta di comprendere tutta la traiettoria che, da Brest-Litovsk a Rapallo – ovvero dalla capitolazione alla collaborazione –, condurrà il partito bolscevico ad essere fattore attivo della controrivoluzione.

Come momento di un movimento generale del proletariato contro il capitale mondiale, questo primo assalto vittorioso in Russia non avrebbe potuto perseguire alcun «isolamento» in seno al sistema e agli Stati imperialisti, se non perdendo la sua natura di movimento sociale di attacco ai rapporti sociali capitalistici, e trasformandosi in progetto di razionalizzazione del capitale.

[…]

 

Dopo Brest-Litovsk: l'abbandono della rivoluzione mondiale e la difesa dello Stato russo – compromesso con gli imperialismi

Una volta che la pace fu effettivamente firmata, la questione di Brest-Litovsk – in termini più generali, la questione dell'estensione della rivoluzione – continuò a suscitare numerosi sommovimenti nell'ambito del movimento rivoluzionario. Così, rispondendo come un'eco alle posizioni delle sinistre, Rosa Luxemburg pubblicò un testo nel quale condannava la capitolazione dei bolscevichi, passibile di condurli al «grottesco “accoppiamento” tra Lenin e Hindenburg», ovvero all'instaurazione di relazioni russo-tedesche a tutti i livelli (cfr. Rosa Luxemburg, La tragedia russa, in La rivoluzione russa, Massari, Bolsena 2004, p. 32). Si capisce allora perché, più tardi, Luxemburg si opporrà alla creazione della Terza Internazionale: non perché volesse conservare e rinnovare la Seconda Internazionale (calunnia diffusa dagli stalinisti), giacché ella aveva pienamente coscienza del suo fallimento, ma per timore che questa nuova organizzazione – nell'isolamento della rivoluzione russa ratificato dal trattato di Brest-Litovsk, e che il movimento operaio tedesco non perveniva a spezzare distruggendo il «proprio» Stato – potesse diventare, con il suo centro fissato a Mosca, un organo di difesa e di assoggettamento agli interessi dello Stato russo, che avrebbe agito contro tutti i tentativi di estensione e di rafforzamento della rivoluzione mondiale. Eberlein, delegato del PC tedesco al congresso di fondazione della III Internazionale (marzo 1919), fu dunque incaricato di votare contro. Ma sotto il peso dello schiacciamento della Comune di Berlino culminato con l'assassinio di Rosa Luxemburg e di Liebknecht (gennaio 1919), e senza dubbio impressionato dai proclami dei vari oratori a cui si aggiunsero le pressioni bolsceviche, Eberlein si accontentò dell'astensione.

L'opposizione di Rosa Luxemburg, poi arricchita da quella del KAPD (scissione del KPD nel 1920), trovò la sua piena giustificazione a fronte delle tattiche controrivoluzionarie elaborate a partire dal II congresso della Terza Internazionale (frontismo, elettoralismo, sindacalismo etc.) e della politica filo- capitalista condotta dal Comintern in tutti i paesi (dalla Germania del 1920-1923 alla Spagna, passando per la Cina del 1927). In più, il trattato di Brest-Litovsk conteneva effettivamente in germe un'inevitabile cooperazione economica tra lo Stato russo e i paesi capitalistici. L'URSS, che non fece parte dei beneficiari del Trattato di Versailles, nonostante l'annullamento di Brest-Litovsk imposto alla Germania dai vincitori due giorni dopo l'armistizio dell'11 novembre 1918, fu invitata nel gennaio 1919 a presenziare ad una conferenza per la pace che doveva svolgersi sull'isola di Prinkipo (oggi Büyükada, ndt), vicino a Istanbul (all'epoca Costantinopoli). I bolscevichi acconsentirono all'apertura delle trattative con le potenze dell'Intesa, nell'intento di proseguire la politica di pace inaugurata con Brest-Litovsk. Erano decisi ad accettare perfino un aggravamento delle condizioni poste dalle controparti, con importanti concessioni volte a conquistarsi la non-ostilità della Francia, dell'Inghilterra e degli Stati Uniti. Qualche giorno dopo il massacro degli operai e dei rivoluzionari a Berlino, e all'incirca un mese prima del congresso di fondazione di quella che sarà conosciuta come la Terza Internazionale, il 4 febbraio Čičerin inviò il seguente messaggio, che mostrava ancora una volta l'abbandono della prospettiva di estensione della rivoluzione in favore di accordi economici:

«Il governo dei soviet... si dichiara pronto a cedere alle richieste delle potenze dell'Intesa sulla questione dei prestiti. Esso non rifiuta di riconoscere le sue obbligazioni nei confronti dei creditori che appartengono ai paesi dell'Intesa... e propone di garantire il pagamento degli interessi con una determinata quantità di materie prime;

… esso è disposto ad accordare ai cittadini delle potenze dell'Intesa concessioni minerarie, forestali e di altro genere, alla precisa condizione che il regime interno di tali concessioni non porti alcun pregiudizio all'ordine economico e sociale della Russia sovietica... Il quarto punto, sul quale, secondo il governo sovietico, si potrebbero aprire i negoziati, concerne le questioni territoriali; il governo sovietico russo non pensa di escludere a priori dalle negoziazioni la questione dell'annessione di certi territori russi da parte dell'Intesa.» (citato in Victor Serge, L'Anno primo della rivoluzione russa, Einaudi, Torino 1967, p. 335).

La conferenza di Prinkipo non poté avere luogo: i capi bianchi Kolčak e Denikin, sostenuti dai generali dell'Intesa, non risposero a questa proposta di apertura e non tennero conto del messaggio bolscevico, giacché contavano di riprendere le offensive militari contro il potere dei soviet e farla finita alla svelta col ritorno della primavera. Si allineavano così alla posizione di Clemenceau che, diversamente da Lloyd George e da Wilson, aveva insistito per usare fin da subito le maniere forti. Per dieci anni la Russia subirà un embargo e svariati tentativi d'invasione da parte dei vincitori del 1918: di conseguenza, i bolscevichi cercarono molto naturalmente di privilegiare i loro rapporti economici con le potenze sconfitte e in primo luogo con la Germania! Ciò li portò dritti a firmare con quest'ultima il trattato di Rapallo (1922), le cui clausole rimasero per lungo tempo segrete. Per giustificare quest'accordo, che presentarono poi come un modello di lavoro rivoluzionario, i bolscevichi designarono le forze dell'Intesa come «particolarmente controrivoluzionarie» rispetto alla borghesia tedesca depredata, e Lenin qualificò la Società delle Nazioni come «covo di banditi imperialisti». Ma ciò non impedì ai bolscevichi di partecipare a diverse «conferenze per la pace» sotto l'egida della stessa Società delle Nazioni, che era una creazione dei paesi membri dell'Intesa finalizzata a ricostruire le loro rispettive economie, indebolite dalla guerra. E furono: Genova nell'aprile del 1922 – a margine della quale fu firmato l'accordo di Rapallo –, l'Aia nel giugno dello stesso anno, poi la conferenza navale del 1923 e quella per il disarmo del 1927. Bisognerà aspettare gli anni '30, con una decisione di Stalin, per assistere ad un riorientamento completo della politica degli accordi economici: ingresso dell'URSS nella Società delle Nazioni, firma del patto franco- sovietico, sostegno all'Union Sacrée nei paesi democratici contro l'espansionismo delle forze dell'Asse (paesi fascisti) etc. L'inversione di marcia del 1939 (patto germano-sovietico) sarà allora tanto più spettacolare, e ci vorranno le scorribande delle divisioni di panzer hitleriani sui territori russi, per assistere a un nuovo allineamento di Stalin a fianco degli Alleati (1941).

Era la quadratura del cerchio: le teorie formulate da Lenin all'epoca di Brest-Litovsk, sulla necessità di una tregua e sull'utilizzo delle contraddizioni inter-imperialistiche, avevano ricondotto l'URSS sulla via capitalistica dell'appoggio ora all'uno ora all'altro degli imperialismi rivali.

[…]

 

Compromesso con i contadini e i nazionalisti – costruzione di un esercito di Stato

La pressione degli elementi e soprattutto delle correnti piccolo-borghesi (il contadiname, essenzialmente) fu effettivamente decisiva rispetto alla questione di Brest-Litovsk, come sottolineato dalle stesse sinistre. In effetti, Lenin e la maggioranza del Comitato centrale giustificheranno la loro posizione sulla «pace ad ogni costo» facendo leva sull'argomento dell'ostilità dei contadini russi rispetto all'ipotesi di sostenere, o almeno tollerare, una guerra rivoluzionaria. D'altra parte, i socialisti- rivoluzionari di sinistra dividevano ancora il potere con i bolscevichi e, dal canto loro, si proponevano di usare i contadini russi per condurre una guerra in nome della difesa del suolo nazionale e della piccola proprietà risultante dalla redistribuzione delle terre, scatenando l'odio anti-tedesco e alimentando una propaganda incentrata sul tema della «resistenza agli invasori stranieri che ci sottraggono i nostri beni». In un'ottica capitalistica, queste due tattiche rivolte al del contadiname erano contraddittorie, ma avevano in comune il medesimo fondamento controrivoluzionario: l'abdicazione al ruolo dirigente del proletariato nel processo di trasformazione sociale – ruolo che dev'essere concepito su scala mondiale e che non può variare nemmeno se in un dato paese la classe operaia è minoritaria dal punto di vista sociologico, ovvero secondo criteri puramente quantitativi, come era il caso nella Russia del 1917-1918! Anche qui, i comunisti dell'opposizione condannarono tanto i socialisti-rivoluzionari di sinistra che la maggioranza bolscevica: «Il rifiuto della dittatura del proletariato in nome della guerra è inammissibile allo stesso titolo del suo rifiuto in nome della pace» (addendum alla riunione del CC bolscevico, 22 febbraio 1918). Eppure va ricordato che Lenin stesso aveva dovuto lottare contro questo tipo di pressione piccolo-borghese, quando impose con le Tesi di aprile la rottura totale con il governo di Kerenkij. In effetti, la maggior parte dei dirigenti bolscevichi rimasti in Russia dopo il 1914 e raggruppati principalmente intorno a Kamenev, in quel frangente si pronunciavano ancora in favore del sostegno a quel governo, ovvero – di fatto – in favore della prosecuzione della guerra imperialista a fianco delle potenze dell'Intesa, con la benedizione della borghesia russa. Questa posizione, ben chiara sul piano politico, era accompagnata da un programma socialdemocratico sul piano economico, e nella fattispecie faceva già all'epoca leva su una parola d'ordine che Rosa Luxemburg qualificherà come piccolo-borghese: «la terra ai contadini». Nel febbraio 1918, con la questione di Brest-Litovsk, Lenin finì col cedere a tutte le seduzioni delle sirene capitalistiche: la sua posizione politica (firmare la pace), nel farsi carico degli interessi dei contadini che non avevano altra preoccupazione che quella di profittare delle loro nuove proprietà, si allineò alla posizione anteriore a proposito dei contadini (ripartizione delle terre).

Alla fine ci fu una lotta mortale per il potere tra le due fazioni, prese nella difesa degli interessi di strati piccolo-borghesi: si concluse con l'eliminazione fisica dei socialisti-rivoluzionari di sinistra, i quali – dopo aver assassinato il conte Mirbach, ambasciatore tedesco – avevano tentato di sollevare il paese scatenando una sommossa a Mosca (giugno 1918). Victor Serge presenta un resoconto dell'inizio delle ostilità:

«Dzeržinskij, recatosi al Comitato centrale del partito socialista-rivoluzionario, apprese che questo partito si assumeva l'intera responsabilità dell'attentato e fu tenuto in ostaggio. Un distaccamento di truppe speciali della Čeka, al comando di Popov, costituiva il nucleo principale delle forze socialiste-rivoluzionarie di sinistra che, quella sera stessa, presero l'offensiva in diversi punti della città. Esse si impadronirono di sorpresa della posta centrale e si affrettarono a telegrafare ovunque l'ordine di considerare come nulle e non avvenute le decisioni che avrebbe potuto prendere il consiglio dei commissari del popolo: “il partito socialista-rivoluzionario era ormai il solo partito di governo”. “Il popolo – dichiaravano i socialisti-rivoluzionari di sinistra – vuole la guerra con la Germania!”.» (Victor Serge, op. cit., p. 249).

È a partire da quest'evento che si instaura veramente il Terrore, e che il partito bolscevico ottiene il monopolio esclusivo del potere politico:

«[…] le istituzioni sovietiche, rimasti soli i comunisti, non possono che funzionare a vuoto, a cominciare dai soviet per finire col VCIK e col consiglio dei commissari del popolo; dato che tutte le decisioni sono prese dal partito, queste si limitano a dar loro la sanzione dell'ufficialità.» (op. cit., p. 252).

Nel frattempo, il processo rivoluzionario russo è sempre più isolato: pressioni della Germania malgrado il trattato, intervento militare dell'Intesa (gli anglo-francesi sbarcarono a Murmansk il 1° luglio, per esempio), sollevazione dei kulaki (contadini ricchi, ovvero grandi proprietari) etc.; di conseguenza, il mantenimento della dittatura del proletariato divenne impossibile o, peggio, essa non esisteva già più se non formalmente, per meglio occultare la dittatura del partito bolscevico che vi si era sostituita, e che rappresenta allora il primo fattore di controrivoluzione. La tesi delle sinistre del febbraio 1918, secondo cui «sarebbe conforme agli interessi della rivoluzione internazionale acconsentire al sacrificio del potere dei soviet, il quale sta diventando un potere puramente formale» assume quindi tutto il suo senso, e si conferma per il suo valore rivoluzionario. Ancora una volta, è Rosa Luxemburg a trarre le lezioni della situazione, due mesi dopo l'evoluzione esterna e interna dei soviet in luglio:

«Così, come conseguenza ultima del Trattato di Brest-Litovsk, la rivoluzione russa è circondata da tutte le parti, affamata, strangolata.

«Ma anche all'interno, nel territorio ancora lasciato dalla Germania ai bolscevichi, il potere e la politica rivoluzionarie sono state avviate su binari ambigui.» (Rosa Luxemburg, op. cit., p. 28).

L'accerchiamento della rivoluzione russa, frutto del rifiuto di condurre una guerra rivoluzionaria imperniata su miliziani proletari così come la preconizzavano le sinistre, conduce la maggioranza bolscevica – che rigetta ogni iniziativa delle masse e ogni organizzazione militare incentrata unicamente sul proletariato – ad avviare la costruzione di un vero «esercito di Stato» denominato «Armata Rossa». Così, il 22 aprile 1918, il VCIK (Esecutivo Panrusso dei Soviet) vota l'istruzione militare generale e obbligatoria per gli uomini dai 16 ai 40 anni. Volta ad arruolare tutti gli strati della popolazione e soprattutto i contadini, la costruzione dell'esercito affidata a Trotsky si situa fin da subito su un terreno interclassista, nazionale e dunque controrivoluzionario. Le implicazioni militari di questa scelta politica furono l'instaurazione di uno stato maggiore, la nomina dei capi da parte di quest'ultimo anziché la loro elezione da parte dei miliziani (al loro posto vi sono dei veri soldati), nonché la reintroduzione delle onorificenze al merito. Per giunta, i capi vengono scelti nel corpo dei vecchi ufficiali zaristi o kerenskijsti, giacché costoro, «anche quelli con spirito conservatore, che lavorano coscienziosamente nelle condizioni attuali difficili e sfavorevoli, meritano una stima infinitamente maggiore da parte della classe operaia, degli pseudo-socialisti che intrigano di nascosto […] Tra gli specialisti militari, per quanti ne ho conosciuti, ho trovato molti più elementi di valore di quanto non pensassimo.» (Lev Trotsky, Scritti militari. 1. La Rivoluzione Armata, Feltrinelli, Milano 1971, pp. 133-134 e 116). Combattendo la teoria di quest'esercito sedicente rivoluzionario, nelle loro tesi le sinistre denunciarono «la reintroduzione pratica, nell'esercito, dei vecchi corpi di ufficiali e del comando dei generali controrivoluzionari».

Dopo Brest-Litovsk, il potere dei soviet era tanto più accerchiato militarmente e politicamente, che «il diritto dei popoli a disporre di se stessi» (altra parola d'ordine piccolo-borghese) diede immediatamente prova del suo carattere controrivoluzionario. In effetti, al termine delle transazioni bolsceviche con i nazionalisti d'Ucraina, della Finlandia, dei Paesi Baltici etc., tutti questi paesi «liberati» si trasformarono immediatamente in altrettante basi militari per organizzare offensive contro il territorio della dittatura del proletariato. La costituzione di governi e parlamenti cosiddetti democratici in questi stessi paesi, fu l'inizio di una repressione e di una propaganda anti-comunista generalizzate. Il «diritto dei popoli a disporre di se stessi» – rivendicato tanto da Wilson, presidente degli Stati Uniti, nei suoi «14 punti», quanto da Lenin a partire dalle Tesi di aprile fino a Brest-Litovsk – ebbe risultati perfettamente inversi rispetto a quelli previsti da quest'ultimo: in luogo di sfociare nella simpatia o almeno nella neutralità di questi «Stati- tampone» nei confronti della rivoluzione proletaria, esso condusse ad un rafforzamento dell'imperialismo. […]

 

La politica delle negoziazioni

Invece di orientarsi verso la guerra rivoluzionaria, il governo dei soviet sotto il pungolo della maggioranza bolscevica raccolta intorno a Lenin, si impantanò nelle trattative con la Germania. Così, il 18 novembre, la delegazione proletaria (Ioffe, Kamenev, Mstislavskij, Sokol'nikov, Bitzenko etc.) partì verso la fortezza di Brest-Litovsk: meno di un mese dopo aver rovesciato il potere di Kerenskij! Essa fu accolta da alcuni alti dignitari: il principe Leopoldo di Baviera e il generale Hoffmann, il quale presiedeva alla delegazione degli imperi centrali. «Ingenuamente», Kamenev lesse dei messaggi preliminari indirizzati al proletariato di tutti i paesi. Trovandosi su un terreno che padroneggiavano alla perfezione, dopo anni e anni di «compromessi» finalizzati ad ufficializzare le varie rapine imperialiste (vedi il ruolo della diplomazia), gli austro-tedeschi attesero impassibili che i bolscevichi avessero finito i loro discorsi di «buona coscienza internazionalista». Di fronte all'assenza di proposte concrete sul contenuto del trattato da parte dei bolscevichi, essi scoprirono le loro carte imponendo la messa a punto immediata delle condizioni concrete per l'armistizio. Al di là del fatto che i loro appelli rimasero e non potevano che rimanere parole al vento (non si chiede al proletariato di distruggere il capitale mondiale seduti allo stesso tavolo con una delle sue frazioni... o invitando le altre frazioni capitaliste a raggiungere quello stesso tavolo, ovvero sperando che Brest-Litovsk si trasformi in Versailles un anno prima), i delegati bolscevichi furono presi alla sprovvista e proposero alla svelta, con metodo empirico, una serie di condizioni: nella fattispecie, un armistizio di 6 mesi, la fraternizzazione fra le truppe, e un impegno da parte austro-tedesca a non trasferire le truppe dal fronte orientale al fronte occidentale. A fronte di queste richieste, i rappresentanti degli imperi centrali offrirono un armistizio di 14 giorni: le negoziazioni caddero allora in un'impasse e le sedute di trattativa furono sospese. Alla fine, l'armistizio fu sottoscritto il 2 dicembre 1918 per i successivi 28 giorni, con opzione di rinnovo. Le sue clausole rientravano alla perfezione nel gioco dei tedeschi, poiché per un verso la suddetta fraternizzazione compariva nella forma di «contatti organizzati» fra truppe di soldati sotto il controllo delle gerarchie militari, e per l'altro l’impegno a non trasferire le proprie truppe da un fronte all'altro fu gettato alle ortiche subito dopo la firma dell'armistizio. Avvertiti della debolezza sovietica, visto l'empirismo dei loro interlocutori, i tedeschi avviarono un massiccio spostamento dei loro battaglioni verso ovest (ciò che permise loro di riprendere l'offensiva contro gli anglo-francesi, mettendo fine ad una guerra di trincea che continuava dal 1915: la carneficina riprese alla grande!) e si prepararono a proseguire la loro avanzata in Russia grazie alla loro potenza di fuoco, facendo leva su minoranze nazionali come gli ucraini di Petl'jura, sulla disgregazione dell'esercito russo e sull'assenza di milizie proletarie organizzate dai soviet in vista della guerra rivoluzionaria.

Una settimana più tardi cominciarono le trattative per la pace. Era il 9 dicembre: il giorno stesso iniziava ad essere applicato il decreto sulla creazione della «Čeka panrussa contro il sabotaggio e la controrivoluzione» (decreto del 7 dicembre riportato dall'Izvestija del 10 dicembre 1917). La delegazione bolscevica dei soviet era ancora capitanata da Ioffe e Kamenev, quella degli imperi centrali comprendeva il Ministro degli esteri d'Austria-Ungheria (il conte Czernin) e il suo omologo tedesco (il barone Von Kühlmann). Con questa partecipazione, gli imperialisti dell'Alleanza mettevano sul piatto della bilancia tutto il peso della loro diplomazia al fine di realizzare integralmente i loro obiettivi militari e politici, che passavano per una pace separata con la Russia e la conservazione dei territori acquisiti con la forza a sue spese. Perché? Perché lo sfinimento, e dunque la sconfitta nella guerra con l'Intesa, incombevano. In effetti l'Austria – particolarmente esausta – minacciava di concludere una pace separata, anche con l'intera Intesa. In Germania, nell’estate del 1917, si erano avute delle sollevazioni nella marina. Inoltre, nelle retrovie, la penuria alimentare investiva i due paesi. Con ciò – in una fase in cui gli imperialismi erano su una strada tutta in salita e stavano facendo un gioco davvero azzardato –, si misura fino a che punto la pusillanimità della maggioranza bolscevica, impantanandosi sulla strada dei negoziati, finì per legare attorno al processo proletario la corda dell'impiccato. Inoltre, il tema del «diritto dei popoli a disporre di se stessi» fornì agli imperi centrali l'asse principale delle prime condizioni da loro poste per la pace. Ne lessero l'articolo 2: «Avendo riconosciuto, in conformità dei suoi princìpi, il diritto di tutti i popoli senza eccezione a disporre di se stessi fino alla separazione, il governo russo prende conoscenza delle decisioni emananti dalla volontà dei popoli di Polonia, Lituania, Curlandia, di una parte dell'Estonia e della Finlandia, di separarsi dallo Stato russo e di costituirsi in Stati indipendenti». Presi nelle maglie della difesa del principio di autodeterminazione, che consideravano «proletaria», i delegati bolscevichi si limitarono a richiedere l'evacuazione di questi paesi in vista della sua «libera» applicazione; essi puntavano soprattutto sulla partecipazione alle trattative di altri governi imperialisti, per controbilanciare gli appetiti austro-germanici. Di fronte all'esplicita ostilità dell'Intesa, l'Esecutivo Panrusso dei soviet lanciò un appello agli operai di questi paesi: «I vostri governi non hanno ancora fatto nulla per la pace, non hanno nemmeno reso note le loro rivendicazioni belliche. Esigete la loro partecipazione immediata alle trattative di Brest-Litovsk!» (sic). Che si confronti quest'appello con le tesi più avanzate di Zimmerwald: «trasformazione della guerra imperialista in guerra civile!». Invece di continuare a puntare sulla lotta di classe, i bolscevichi fecero altre proposte nella medesima prospettiva di far pressione con ogni mezzo sull'altro campo imperialista: sottomettere i negoziati ad un «controllo internazionale», oppure trasferire le trattative per la pace a Stoccolma. Era l'inizio di una politica di sfruttamento delle divisioni tra i capitalisti e l'abbandono della posizione di principio dell'odio indistinto e inesauribile contro il mondo capitalistico nel suo insieme. […]

 

La Terza Internazionale: un rafforzamento della difesa dello Stato russo

La Terza Internazionale, detta anche Internazionale Comunista, vide la luce praticamente un anno dopo la firma del trattato di Brest-Litovsk (4 marzo 1919). Cosicché si potrebbe pensare che, in fin dei conti, la posizione di Lenin sulla pace non impedì al potere dei soviet di perseguire la prospettiva della rivoluzione mondiale e di operare per la costituzione di organizzazioni atte a favorirla. In realtà, al di là dei proclami e delle istituzioni, bisogna esaminare la politica estera reale condotta dai bolscevichi – i quali si erano già sostituiti ai soviet e identificati con lo Stato per farsi carico del potere in Russia – prima della creazione della Terza Internazionale, e poi in concomitanza con essa. Inoltre, bisogna valutare la maniera in cui quest'organizzazione a vocazione mondiale fu concepita, quale ruolo le sia stato attribuito rispetto al proletariato e, sempre in relazione a quest'ultimo punto, il suo significato rispetto alle prime due Internazionali.

La politica estera dei bolscevichi nel corso dell'estate 1918 consistette in un crescente avvicinamento alla Germania. Le due parti in causa ne avevano tutto l'interesse: da un lato la Russia subiva i tentativi d'invasione dell'Intesa, e dall'altro la Germania – malgrado il trasferimento delle sue truppe verso Ovest grazie a Brest-Litovsk – stava subendo importanti rovesci dopo le offensive condotte in primavera: indebolendosi, aveva dunque bisogno di consolidare la pace con la Russia. Il 27 agosto 1918, a Berlino, furono sottoscritti tre accordi complementari al trattato di Brest-Litovsk: uno politico, uno finanziario, e uno scambio di note confidenziali (la famosa «diplomazia segreta», abbandonata – a parole – dai bolscevichi, faceva nuovamente valere i suoi diritti, e ciò ben prima di Rapallo!). Presentando questi accordi per la ratifica presso l'esecutivo sovietico, Čičerin – che in qualità di commissario agli esteri aveva preso il posto di Trotsky, dimissionario dopo la firma della pace – dichiarò:

«Nonostante la grande differenza tra i regimi della Russia e della Germania e le tendenze fondamentali dei due governi, la pacifica coesistenza tra i due popoli, la quale è sempre stata l'obiettivo del nostro stato degli operai e dei contadini, è nel momento attuale ugualmente desiderabile per la classe dirigente tedesca...» (citato in Edward Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, Einaudi, Torino 1964, p. 879).

Questa condotta controrivoluzionaria dei bolscevichi era in flagrante contraddizione con l'immagine di purezza comunista che Ioffe si sforzava di offrire, per mezzo di un'intensa propaganda, dal suo ufficio d'ambasciatore a Berlino. In quanto normalizzazione della politica estera sovietica come mera politica di Stato, gli accordi complementari al trattato di Brest-Litovsk sottolineavano il carattere di semplice copertura e di giustificazione ideologica di tutti i proclami spettacolari sull'estensione della rivoluzione.

Per un altro verso, nel corso di quell'estate del 1918, i bolscevichi moltiplicarono le dimostrazioni d'amicizia nei confronti degli Stati Uniti. Bisogna ricordare che nel maggio 1918, un rappresentante di questi di ritorno a Washington, Raymond Robbins, era stato incaricato di offrire ai capitalisti americani delle concessioni in Russia, in nome del potere dei soviet. Il presidente Wilson aveva manifestato il suo desiderio di cooperazione inviando un messaggio di simpatia al IV Congresso dei Soviet. Puntando sulla rivalità tra gli Stati Uniti e il Giappone, i bolscevichi speravano di indebolire il campo dell'Intesa e di limitare i rischi d'invasione militare. Ma la coalizione degli americani con la Francia, l'Inghilterra e il Giappone si consolidò, e gli sbarchi sul territorio russo non tardarono: proprio a ciò era dovuto il nuovo accostamento alla Germania.

In Germania, l'espulsione di Ioffe nei primi giorni del novembre 1918, poi lo scoppio del processo rivoluzionario il 9 novembre, sembrarono i segni precursori di un cambiamento di politica da parte dei bolscevichi. In effetti, a questi eventi si accompagnavano proclami sull'imminenza della rivoluzione mondiale e sul sostengo dei bolscevichi. D'altronde, il 13 novembre – due giorni dopo l'armistizio che segnava la capitolazione della Germania – essi sospesero il trattato di Brest-Litovsk.

Ciononostante, l'attitudine apparentemente risoluta dei bolscevichi non resiste ad un più approfondito esame dei vari aspetti della loro politica. L'8 novembre, i bolscevichi avevano proposto ai cinque principali governi alleati l'avvio delle trattative di pace generale. Ed il 24 del mese successivo, Litvinov, che era appena stato espulso dall'Inghilterra, inviò da Stoccolma un appello a Wilson in favore della pace: il suo contenuto era assai moderato, non comportando – ad esempio – alcuna allusione alla rivoluzione mondiale. A metà gennaio 1919, Buckler, un funzionario del Dipartimento di Stato americano, andò ad incontrare Litvinov. Quest'ultimo dichiarò che i bolscevichi sarebbero stati concilianti nei confronti dei paesi creditori nel caso di negoziati sul debito della Russia, e sulla cessazione di qualsiasi propaganda in questi stessi paesi e in altri ancora:

«I russi si rendono conto che in alcuni paesi occidentali non ci sono le condizioni favorevoli per una rivoluzione di tipo russo.» (citato in Edward H. Carr, op. cit., p. 901).

È forte di queste garanzie che Wilson, sostenuto dal Primo Ministro inglese Lloyd George, propose una «Tregua di Dio» che impegnasse «tutti i governi attualmente in guerra entro le frontiere del vecchio impero russo» alla conferenza di pace che riunì a Parigi, alla fine di gennaio, i vincitori della guerra imperialista. E il 24 gennaio giunse la missiva che invitava, fra gli altri, anche i bolscevichi a Prinkipo. Abbiamo visto in precedenza le ragioni per cui l'incontro che doveva tenersi in quella località alla fine non avvenne, nonostante la risposta favorevole di Čičerin del 4 febbraio: l'offensiva delle armate dei Bianchi attizzate da Churchill e Clemenceau! Gli americani tentarono ancora una mediazione: in marzo, un loro delegato – tale Bullit – si recò a Pietrogrado per una missione confidenziale, ovvero per sondare nuovamente le condizioni poste dai bolscevichi per la pace. Bullit parlò con Čičerin e Litvinov, i quali ribadirono che la Russia riconosceva i propri obblighi finanziari, come nella risposta in merito all'incontro di Prinkipo. Il tutto fallì di fronte all'intransigenza inglese e francese: per avere ragione dei bolscevichi, l'embargo e le invasioni sembravano essere mezzi migliori delle negoziazioni; simili manovre durarono fino al 1921 fiaccando l'economia russa, ma senza risultati militari decisivi.

La politica bolscevica non era dunque affatto cambiata: dietro al paravento della rivoluzione mondiale, essa difendeva il meglio possibile gli interessi dello Stato russo. L’esito del movimento di massa in Germania (peso dei socialdemocratici che controllavano i consigli operai e imposero lo svolgimento delle elezioni per un'Assemblea Nazionale; massacro dei rivoluzionari a Berlino, in Baviera etc.) andò ad aggiungersi alle pressioni costanti, poi all'offensiva generalizzata dell'Intesa, e rilanciò le relazioni inter-statali fra Russia e Germania. […]

I fatti distruggono ogni mitologia, anche se si spaccia per rivoluzionaria! Fu fin da subito nella prospettiva di difendere lo Stato russo in tutti i paesi, e in appoggio alla sua diplomazia estera di tipo tradizionale, che venne concepita la Terza Internazionale. Essa ebbe la sede del suo comitato esecutivo a Mosca, e si identificò subito con lo Stato ed il partito bolscevico (il suo presidente Zinov'ev agiva su ogni questione in totale collaborazione con Čičerin, commissario agli esteri), cosicché Lenin poté affermare:

«La nuova terza “Associazione internazionale dei lavoratori” ha già cominciato a coincidere in una certa misura con l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.» («Kommunističeskij Internacional», n. 1, 1919; citato in Edward Carr, op. cit., p. 915; corsivi dell'Autore).

All'inizio, vi fu un incontro internazionale organizzato dal soviet di Pietrogrado il 19 dicembre 1918. Esso raccolse, sotto la presidenza di Gor'kij, correnti eteroclite che si situavano ben al di qua della gran parte delle posizioni delle sinistre di Zimmerwald e di Kiental in merito alla guerra imperialista, all'estensione della rivoluzione, al ruolo della nuova organizzazione. Fu l'annuncio di una conferenza che doveva tenersi a Berna nello stesso mese, allo scopo di far rinascere la Seconda Internazionale, a precipitare gli eventi. Non bisogna dimenticare che da novembre i capi della socialdemocrazia erano al potere in Germania, e che disponendo di un'eccessiva influenza sul proletariato (la Seconda Internazionale resuscitata doveva servire proprio a questo!) avrebbero potuto ostacolare l'esigenza bolscevica di «coesistenza pacifica» con il capitalismo, e in primo luogo con la borghesia tedesca. Così, nel gennaio 1919, mentre il PC tedesco aveva appena qualche settimana di vita ed era praticamente il solo esistente e di un qualche spessore, da Mosca fu lanciato un invito «a tutti i partiti che si oppongono alla Seconda Internazionale». In seguito, questo criterio largo permise il riallineamento di vari partiti opportunisti (ad esempio i socialisti indipendenti tedeschi, che del resto avevano già ricevuto aiuti in denaro dall'ambasciata russa ai tempi di Ioffe), quando questi si resero conto che la Terza Internazionale stava acquisendo un'influenza considerevole sulla classe operaia, che la Seconda Internazionale non ritrovò più.

Quest'invito, che non fu modificato nonostante i gravi rovesci subiti dal movimento rivoluzionario in Germania (Berlino, gennaio: massacro degli spartachisti ad opera dei corpi franchi di Noske), sfociò nel congresso di fondazione della Terza Internazionale del marzo 1919. Vi erano più di cinquanta delegati, ma la maggior parte proveniva dalla Russia e dalla sua sfera d'influenza (Polonia, Finlandia, Armenia, Lettonia, Estonia, Lituania etc.). Il solo delegato di una significativa organizzazione dell'Europa occidentale, Eberlein, aveva il mandato di opporsi alla fondazione della Terza Internazionale. In effetti, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht – recuperati come martiri da Lenin dopo la morte – avevano convenuto che la sua creazione, qualora fosse avvenuta in maniera troppo precipitosa, avrebbe provocato una confusione sulla quale si sarebbe appoggiata la stretta dei bolscevichi. Secondo loro bisognava attendere qualche mese, e Leo Jogiches aveva perfino consigliato al delegato di abbandonare la sala se si fosse decisa la fondazione. Eberlein dichiarò:

«Veri partiti comunisti esistono soltanto in pochi paesi; nella maggior parte essi sono stati creati solamente nelle ultime settimane; in molti paesi dove ci sono comunisti, oggi essi non hanno ancora alcuna organizzazione... È assente tutta l'Europa occidentale. Il Belgio, l'Italia non sono rappresentate; il rappresentante svizzero non può parlare a nome del partito; sono assenti Francia, Inghilterra, Spagna, Portogallo; e anche l'America non è in grado di dire quali partiti ci appoggerebbero.» (citato in Edward H. Carr, op. cit., p. 912).

Malgrado queste obiezioni, abbiamo già detto che Eberlein si limitò all'astensione. Nulla andò dunque a turbare l'armonia universale, e il 4 marzo 1919 la conferenza si trasformò all'unanimità nel primo congresso dell'Internazionale detta Comunista. Nella nebulosa dei proclami rivoluzionari, si riscontrano facilmente un gran numero di analisi e di concezioni che non rompevano affatto con quelle della socialdemocrazia. Così, nel suo discorso di apertura, Lenin poté dire: «Oggi, in un giornale inglese antisocialista, ho letto un telegramma che annuncia che il governo inglese ha ricevuto il soviet dei delegati operai di Birmingham e gli ha promesso di riconoscere i soviet come organizzazioni economiche. Il sistema sovietico ha conseguito la vittoria non solamente nell'arretrata Russia, ma anche nel paese più civilizzato d'Europa, la Germania, e nel più vecchio paese capitalistico: l'Inghilterra». Ciononostante, molti testi riflettevano lo slancio del movimento proletario internazionale, come per esempio il manifesto intitolato Ai proletari del mondo intero, redatto da Trotsky. Ma l'appello Ai lavoratori di tutti i paesi, lanciato dal congresso, fu invece il documento più significativo sul vero ruolo assegnato all'organizzazione mondiale, dietro le cortine fumogene delle professioni di fede comuniste: i suddetti lavoratori venivano chiamati, prima di tutto, a dare senza riserve di sorta il loro sostengo alla «lotta dello Stato proletario accerchiato dagli Stati capitalisti»; e a questo scopo avrebbero dovuto far pressione sui loro governi, con tutti i mezzi, «compresi, in caso di bisogno, mezzi rivoluzionari» (sic). In più, quest'appello insisteva sulla «gratitudine» che si doveva riconoscere al «proletariato rivoluzionario russo e al suo partito dirigente, il partito comunista dei bolscevichi», preparando così, al di là del tema della «difesa dell'URSS», il culto del Partito-Stato.

La creazione della Terza Internazionale non poteva cambiare la politica dei bolscevichi perché ne era l'emanazione, finalizzata non a rompere l'isolamento del processo rivoluzionario russo da Brest-Litovsk in poi, ma a fare gli interessi del sedicente Stato Proletario. A partire dal II congresso, l'anno seguente, tutto fu chiaro: i proclami e gli appelli cedettero il posto all'elaborazione tattica apertamente controrivoluzionaria (frontismo, parlamentarismo etc.), mentre le «21 condizioni» di ammissione erano ben lungi dallo sbarrare la strada a socialdemocratici pentiti e ad altri opportunisti. Rosa Luxemburg ebbe ragione nell'opporsi alla costituzione di una simile Internazionale, e il KAPD fu fondato a partire da una scissione con il KPD proprio perché i fautori di questa scissione rifiutavano di applicare alla Germania del 1919 le consegne tattiche dell'I.«C». Ammesso con lo statuto di organizzazione simpatizzante, il KAPD ruppe ogni contatto con l'Internazionale a partire dal III congresso del 1921. Diversamente dalla Sinistra italiana (bordighismo) che, avendo aderito come frazione del PSI, si piegò alla disciplina dell'organizzazione nonostante la sua opposizione alla partecipazione elettorale, la Sinistra tedesca non si identificò mai con il bolscevismo e costituisce il solo apporto rivoluzionario totalmente in rottura con esso.

La Terza Internazionale non fu un superamento della Seconda. A questo proposito, Edward H. Carr riassume bene la situazione:

«Ciò che era avvenuto a Mosca nel marzo 1919 non era in realtà la fusione di alcuni partiti comunisti nazionali di forza approssimativamente uguale in un'organizzazione internazionale, bensì l'incanalamento di alcuni gruppi deboli, in certi casi embrionali e ancora informi, in un'organizzazione il cui principale appoggio e forza motrice erano costituiti necessariamente dal potere dello stato sovietico. Era il potere sovietico che creava il Comintern e gli conferiva la sua influenza e prestigio; era naturale aspettarsi, in cambio, che la propaganda e l'azione comunista internazionale dovessero contribuire a difendere quel potere in un momento in cui esso era minacciato da tutte le forze reazionarie del mondo capitalistico.» (op. cit., p. 915). [...]

 

* * * *

 

Appendice II:

Russia 1917-1921

Gilles Dauvé & Karl Nesic

[ Estratti da Prolétaire et travail: une histoire d’amour?, http://troploin.fr, 2002 ]

[…] Il partito di Lenin non si impose attraverso tortuose manovre burocratiche. I proletari riempivano i suoi ranghi, e gli accordavano un consenso che nessuno avrebbe potuto loro estorcere. Ma ben presto, in assenza di un effettivo cambiamento sociale, i bolscevichi conservarono la loro posizione alla testa del nuovo Stato alla stregua di tutti i poteri: mescolando promozione per gli uni, promesse per gli altri e repressione per molti. La massa operaia, che non aveva inizialmente voluto o potuto gestire le fabbriche per proprio conto, si trovò a doversi confrontare con dei nuovi padroni, che le spiegavano come essa lavorasse ora nel suo proprio interesse e in vista della rivoluzione mondiale. I proletari risposero come sempre in casi simili, attraverso la resistenza passiva o attiva, individuale e collettiva. All’occorrenza, e ben prima di Kronstadt (1921), gli scioperi si concludevano con un bel po’ di fucilazioni (gli archivi della Čeka, oggi accessibili al pubblico, sono eloquenti a tal proposito).

L’involuzione che riassumiamo qui in poche righe, non si compì in un mese o in un anno. Essa fu un processo contraddittorio, che vide coesistere (talvolta nei medesimi individui) dinamica rivoluzionaria e cristallizzazione di un potere che intendeva conservarsi ad ogni costo. La tragedia storica risiede nel fatto che una parte della classe operaia, organizzata in partito e in potere di Stato, giunse a forzare l’altra a lavorare per una rivoluzione… che per questo solo motivo aveva cessato di esistere. Dal punto di vista che ci concerne, questa contraddizione (compresa immediatamente dagli anarchici, ben presto dalla sinistra comunista tedesco-olandese, decisamente più tardi – per non dire mai – da quella «italiana») non lasciava alcuno spazio ad un capitalismo operaio.

L’opposizione ricorrente alla maggioranza bolscevica (comunisti di sinistra, movimento machnovista – che includeva anche alcune comunità operaie –, Opposizione Operaia e Gruppo Operaio) esprime questa impossibilità. Il fatto che questo dibattito abbia raggiunto il suo culmine nel 1920 non è casuale. Questa data segna infatti l’inizio del riflusso rivoluzionario a livello mondiale. Tutto è già stato fatto e detto, e la rottura tra la massa dei proletari russi e il partito si è già consumata. Ma si tratta di una rottura negativa, essendo i proletari incapaci di opporre alla politica bolscevica un’alternativa. D’altra parte, se il Gruppo Operaio di Mjasnikov, emanazione ultra-minoritaria ma reale della base, esigeva la gestione operaia, l’Opposizione Operaia animata da Alexandra Kollontaj si faceva portavoce dei sindacati.

A fronte di queste rivendicazioni che una burocrazia opponeva all’altra, il partito aveva dalla sua la coerenza, e il merito di giocare a carte scoperte. Già nel 1917, durante la discussione riguardo al decreto sul controllo operaio, Lozovskij aveva risolto così la questione: «I lavoratori non devono pensare che le officine siano le loro». Questo decreto si limitava a ratificare un rapporto di forza: l’effervescenza e la combattività operaia nelle fabbriche non permettevano ancora di porre fine alla direzione collegiale da parte dei sindacati e dei comitati operai, né di imporre la direzione di «un uomo solo» coadiuvato dagli «specialisti borghesi». Ma la linea generale era stata ben sintetizzata da Trotsky in Terrorismo e comunismo: «animale pigro», l’uomo deve essere costretto al lavoro. Per i bolscevichi, il controllo operaio non ebbe altra funzione che quella di togliere potere ai borghesi, di far partecipare i proletari alla produzione attraverso l’autodisciplina, e in via accessoria di preparare alla gestione una minoranza di futuri quadri. Zinov'ev dissipa ogni malinteso al IX Congresso del partito (1920): «I consigli di fabbrica sono soltanto dei punti di appoggio per la direzione, e la devono guidare nella redistribuzione del lavoro».

Il programma degli oppositori (inclusi i più radicali, come Mjasnikov), che potrebbe apparire come un tentativo di affermazione e di socializzazione del lavoro, si rivela allora tanto più irrealizzabile quanto più il rapporto di forza si rovescia a sfavore dei salariati. Vi furono certamente delle espropriazioni, degli esempi di riorganizzazione della produzione da parte dei proletari, ma in forma emergenziale e provvisoria, per rispondere occasionalmente a dei bisogni vitali o lottare contro le armate bianche. La sistematizzazione di queste pratiche spontanee e frammentarie, che costituiva il programma delle opposizioni, si scontrava sia con le necessità di valorizzazione del capitale, sia con l’indifferenza dei proletari stessi. Questi ultimi non fecero loro questo programma per opporlo alla politica della maggioranza del partito, nonostante esso intendesse dare per davvero preminenza al lavoro e ai lavoratori.

Qualche lettore si stupirà che si parli di valorizzazione in riferimento alle fabbriche di Pietrogrado del 1919. Tuttavia è di questo che si trattava (evidentemente con una redditività del capitale molto bassa), dal momento che il lavoro salariato sopravviveva: forza-lavoro, materie prime, macchinari etc., continuavano ad essere comprati e venduti, come d’altra parte i prodotti agricoli. Tutto ciò, nel bel mezzo di una carestia e di una disorganizzazione che alteravano i costi di produzione e rendevano spesso assurdo il calcolo del valore realizzato sul mercato (non molto diversamente da quanto può avvenire oggi in una regione industriale, africana o asiatica, devastata dalla guerra civile). La direzione bolscevica non si fece mai illusioni su un «comunismo di guerra» che avrebbe dovuto abolire il denaro, e sapeva che c’era soltanto un modo per spingere i proletari al lavoro. Lenin non ha mai smesso di ripetere che, in Russia, il capitalismo rimaneva dominante, seppure controllato – egli credeva – da un potere politico proletario. Inoltre, faceva appello tanto all’efficienza leggendaria del capitalismo tedesco (modello di un capitalismo di Stato che – diceva – avrebbe già rappresentato un progresso) che alle virtù del taylorismo.

Un simile dibattito, nel 1920-’21, non concerne più i lavoratori. Il programma dell’Opposizione Operaia, esattamente come quello della maggioranza, punta alla rimessa al lavoro dei proletari, in una società di cui essi non controllano più l’evoluzione. I proletari si disinteressano di queste polemiche, che tradotte nella pratica, hanno come contenuto le modalità del loro sfruttamento. Il dibattito non oppone una possibile socializzazione del lavoro, infine liberato dalle sue catene, a un lavoro costrittivo e forzato: esso si riduce al problema della ripartizione del potere all’interno degli strati dirigenti.

La crisi rivoluzionaria russa dimostra che il lavoro, lungi dal potersi liberare, viene necessariamente imposto ai salariati e che, se persiste, in una forma o nell’altra, la rivoluzione ha fallito. […]


Note
1 «Anche le immagini nebulose che si formano nel cervello dell'uomo sono necessarie sublimazioni del processo materiale della loro vita, empiricamente constatabile e legato a presupposti materiali. Di conseguenza la morale, la religione, la metafisica ed ogni altra forma ideologica, e le forme di coscienza che ad esse corrispondono, non conservano oltre la parvenza dell'autonomia. Esse non hanno storia, non hanno sviluppo, ma gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali trasformano, insieme con questa loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero. Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza.» (Karl Marx, L'ideologia tedesca, in Marx- Engels, Opere scelte, Editori Riuniti, Roma 1966, pp. 239-240; corsivi nostri, ndr).
2 È ciò che sfugge completamente agli autori del pur interessante articolo La rivoluzione all'attacco, in «N+1», n. 39, aprile 2016, pp. 3-46.
3 Veniva così adombrata la questione del rivolgimento rivoluzionario nel paese che domina il mercato mondiale (all'epoca la Gran Bretagna) – che va ripresa contro e al di fuori di ogni ideologia anti-imperialista.
4 Ciò comportava anche un rigetto quantomeno sommario delle piccole nazioni situate ai margini dell'area germanica – slovacchi, cechi, sloveni, rumeni, serbi, croati etc. –, che nella visione marx-engelsiana avrebbero dovuto essere accorpate e assimilate in un grande Stato tedesco comprendente, oltre l'odierna Germania, anche l'Austria e parte della Polonia. Cfr. Roman Rosdolsky, Friedrich Engels e il problema dei popoli «senza storia», Graphos, Genova 2005.
5 Cfr., ma solo su questo punto: Sergio Bologna, Composizione di classe e teoria del partito alle origini del movimento consiliare tedesco, in Aa. Vv., Operai e stato, Feltrinelli, Milano 1972, pp. 13-46.
6 Il paternalismo inconscio di certe adesioni a questo tipo di «cause» è a dir poco costernante. Sembrano dire: «a casa mia sputo su Stato, nazione, democrazia, militarismo e quant'altro, ma quando si tratta di quei poveracci...».
7 Secondo le più recenti stime, negli Stati Uniti, un lavoratore salariato cambia mediamente undici impieghi e dieci alloggi nel corso della sua vita attiva.
8 Fra i tanti articoli che segnalano le preoccupazioni per lo scoppio di una nuova crisi, cfr. Phillip Inman, Financial markets could be over-heating, warns central bank body, 3 dicembre 2017, https://www.theguardian.com/business/2017/dec/03/financial- markets-overheating-financial-crisis-bis ; sulla bolla del credito studentesco negli USA, cfr. Jim Rogers e Robert Craig Baum, This economic bubble is going to wreak havoc when it bursts, 10 luglio 2017, http://fortune.com/2017/07/10/higher-education- student-loans-economic-bubble-federal/. Ma con tutta probabilità l'innesco della prossima crisi sarà direttamente a livello del capitale industriale, o del rapporto fra capitale industriale e sistema del credito.
9 Ciò non significa che all'improvviso il proletariato si ritroverebbe magicamente unito: la sua segmentazione è inerente al suo essere-classe. Ma non per questo tutte le segmentazioni si equivalgono. In ogni epoca, è possibile rinvenire una linea di faglia all'interno del proletariato, su cui si strutturano le principali partizioni ideologico-politiche; ad esempio la divisione fra occupati e disoccupati nella Germania degli anni '20, oppure quella generazionale nel 1848 parigino.
10 Nell'est dell'Ucraina, principalmente nella regione di Kharkov, a partire dall'estate 1918 poche migliaia di semi-proletari rurali sperimentarono collettivizzazioni e un sistema embrionale di comune agricola assai diverso da quello tradizionale dell'Obščina, suscitando così l'opposizione e le ire della maggioranza dei contadini divenuti piccoli proprietari in seguito alla redistribuzione delle terre; questi ultimi ebbero in ciò la benedizione dei machnovisti, che evidentemente non vollero scontentare quella che era la loro base sociale nella resistenza contro l’occupazione tedesca – che implicava l’annullamento della redistribuzione delle terre – e le armate di Denikin e Wrangel (cfr. Eric Aunoble, «Le communisme, tout de suite!», Le mouvement des communes en Ukraine sovietique 1919-1920, Les Nuits Rouges, Parigi 2008).
11 Questa problematica è divenuta assai alla moda fra gli esegeti contemporanei, più o meno accademici, di Marx (Kevin Anderson, Marcello Musto etc.)... per motivi che dovrebbero suscitare maggiore diffidenza. Cfr. Il Lato Cattivo, Marx e la comune agricola russa: cui prodest?, dicembre 2014; disponibile qui: http://illatocattivo.blogspot.fr/2014/12/marx-e-la-comune- agricola-russa-cui.html.
12 Su questo punto, cfr. «Il Lato Cattivo», n. 2, giugno 2016, pp. 26-48, e il feuilleton a puntate Il ménage à trois della lotta di classe di B. A. e R. F., in corso di traduzione, di cui abbiamo pubblicato il primo episodio: http://illatocattivo.blogspot.fr/2017/09/il-menage-trois-della-lotta-di-classe.html.
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