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L'autunno degli epistemiarchi
L'Asia sfida i monopoli della conoscenza?
di Domenico Fiormonte*
La questione cruciale è l'intreccio fra ruolo degli oligopoli, ranking dell'università e valutazione della ricerca
La multinazionale dell'editoria Thomson Reuters ha annunciato lo scorso 10 luglio di aver venduto a due fondi di investimento, Onex Corporation e Baring Private Equity Asia, tutte le attività legate all'editoria accademica e scientifica per 3,55 miliardi di dollari. La notizia, soprattutto di questi tempi, non è fra quelle che scuotono gli animi. Eppure si tratta di un evento importante, in grado di mettere in discussione l'assetto dell'editoria globale e aprire nuovi scenari[1]. Ma per comprendere la dimensione del problema, occorre fare un passo indietro.
I primi quattro gruppi editoriali al mondo sono tutti editori scientifico-professionali che vendono soprattutto accesso alle proprie banche dati: Pearson (Regno Unito), Thomson Reuters (Canada), RELX Group (ex Elsevier, Regno Unito, Paesi Bassi e Stati Uniti), Wolters Kluwer (Paesi Bassi). Il quinto in classifica è Penguin Random House, del colosso tedesco Bertelsmann. Tuttavia uno sguardo ai ricavi fa impallidire qualsiasi editore generalista: nel 2014 Pearson è primo con un fatturato di oltre 7 miliardi di dollari, segue Thomson Reuters con 5,7, RELX con 5,3, Wolters Kluwer con 4,4 e finalmente Penguin con 4.
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Mettere le mani nella merda
di Sandro Moiso
Antonio Amorosi, COOP CONNECTION. Nessuno tocchi il sistema. I tentacoli avvelenati di un’economia parallela, Chiarelettere editore, Milano 2016, pp. 290, € 16,90
Se non fosse che l’elegante espressione contenuta nel titolo è utilizzata da un rappresentante del “sistema” Coop per definire la capacità di certi dirigenti del PCI – PDS –PD, anche di alto e altissimo livello, di esporsi pur di fare gli interessi del Partito e/o della rete di attività economiche e finanziarie ad esso legate attraverso le Coop, ci sarebbe da dire che l’autore, per redigere il testo da poco pubblicato da Chiarelettere, ha dovuto immergere più che le mani in un intreccio di interessi ed attività che quasi mai è stato così potentemente indagato e scoperchiato.
Antonio Amorosi, coautore nel 2008-2009 del libro «Tra la via Emilia e il clan» sulla presenza della criminalità organizzata in Emilia Romagna, 1 è stato assessore alle politiche abitative del Comune di Bologna per la giunta Cofferati tra il 2004 e il febbraio 2006. Ruolo da cui si è dimesso dopo aver denunciato2 un sistema illecito nelle assegnazioni delle case popolari del Comune di Bologna. Da anni si dedica al giornalismo di inchiesta e collabora con diversi quotidiani, riviste e radio nazionali.
Occorre qui subito dire che, nel prendere in mano il libro, il lettore si troverà davanti a pagine dense (a volte fin troppo) di dati, nomi, fatti e cifre che rendono il testo paragonabile ad una sorta di Gomorra delle attività lecite o meno della struttura economico-finanziaria sviluppatasi intorno a quel sistema di governo che ha fatto dell’Emilia Romagna, soprattutto, la vetrina della proposta sociale e politica di quello che è stato, prima, il più grande Partito Comunista dell’Occidente e, poi, il successivo PDS-DS-PD.
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Una stagnazione costruita
di Anonimo Keynesiano
Dal 2013 un antico spettro è tornato a percorrere le stanze del Fondo Monetario Internazionale e delle principali istituzioni economiche occidentali: quello della stagnazione secolare. Il concetto, battezzato dall’economista keynesiano Alvin Hansen nel 1939, si riferisce alla possibilità che un rallentamento nella crescita della popolazione e/o nel progresso tecnologico e nella scoperta di nuovi territori fertili ed abitabili possa determinare una tendenza dell’economia alla stagnazione nel lungo periodo.
L’idea che vari fattori di carattere strutturale, al di là della crisi finanziaria scaturita nel 2007-2008, siano all’origine della bassa crescita della produttività registrata negli USA e nell’Eurozona, così come della scarsa crescita del PIL soprattutto in quest’ultima area, è stata recuperata proprio nel 2013 dall’economista Larry Summers, già Segretario al Tesoro degli Stati Uniti per l'ultimo anno e mezzo della presidenza Clinton. Nelle varie occasioni in cui Summers ha trattato il tema della stagnazione secolare, è interessante notare come un esponente di spicco di quel pensiero mainstream che ha contribuito a demonizzare la politica fiscale come possibile strumento di abbattimento della disoccupazione e lotta alle disuguaglianze veda ora in essa l’unica via d’uscita dal tunnel.
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Referendum costituzionale
Tutto quello che devi sapere prima che l'Italia diventi "la Repubblica del TTIP"
di Giorgio Cremaschi
"Bisogna votare No alla controriforma, affinché l'Italia sia ancora una repubblica democratica fondata sul lavoro e non sulle banche"
Pochi giorni fa George Soros sul Corriere della Sera dispensava buoni consigli a Renzi su come vincere il referendum costituzionale. In questo modo il più famoso di quei moderni pirati che sono gli speculatori finanziari internazionali confermava ciò che in molti sappiamo: la finanza e le banche, quell'1% di super ricchi che oggi ha in mano il potere, hanno diretto interesse nella vittoria della controriforma della nostra Costituzione. E che per vincere questi signori siano disposti a fare carte false e anche per questo, dopo mesi di campagna per il SI a reti unificate, ancora non sappiamo quando si andrà a votare.
Il pronunciamento di Soros, che segue quello di Confindustria, top manager di multinazionali, banchieri italiani ed europei, ci porta direttamente alla dimensione sociale dello scontro sulla controriforma costituzionale. Cioè al fatto che, contrariamente a quanto affermato dai suoi estensori, la controriforma di Renzi abbia proprio il fine ultimo di affossare la prima parte della Costituzione del 1948.
La legge Boschi sistematizza processi di riduzione dei poteri e dei diritti popolari e del lavoro, di centralizzazione del potere, iniziati negli anni 80 del secolo scorso con i governi di Bettino Craxi. Non a caso è in quegli anni che si comincia a parlare di governabilità e decisionismo. Allora si lanciò il progetto di una "grande riforma" che superasse il sistema costituzionale uscito dalla sconfitta del fascismo e rafforzasse il potere di decidere del governo e del suo capo.
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La sposa occidentale e l'amante orientale
di Pierluigi Fagan
Russia, Iran, curdi, Siria, Israele, Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Francia, Germania, Unione europea, Stati Uniti d’America, Tutti questi attori sono stati variamente invocati e convocati per spiegare il fallito colpo di stato turco e tutti loro sono sotto esame per capire dove si volgeranno le prossime relazioni internazionali turche. Ma non ci siamo scordati qualcuno?
Tre anni fa, nel mentre la Turchia ribadiva la sua fedeltà atlantica e nel mentre si sottoponeva al decennale corso di idoneità per sposarsi con l’Unione europea, processo kafkiano che dal 2005 ha rinnovato esami e scadenze senza mai approdare a nulla di concreto, la Turchia si faceva l’amante e ad Aprile 2013, entrava come osservatore nella Shanghai Cooperation Organization SCO. La SCO, ha come membri effettivi la Cina, la Russia, i tagiki, i kazaki, i khirghizi e gli uzbeki. Questi ultimi quattro, tutti musulmani e tutti sunniti, sono nazioni della zona da cui -in parte- originano i popoli turchi che non sono indigeni dell’Anatolia. India e Pakistan hanno appena firmato il protocollo formale di adesione alla SCO e quando il processo si concluderà, presumibilmente Giugno dell’anno prossimo (2017), diverranno membri effettivi. Sono gravitanti intorno alla SCO in qualità di membri osservatori: l’Iran, la Mongolia, la Bielorussia e l’Afghanistan. Sono invece partner di dialogo: lo Sri Lanka, il Nepal, la Cambogia, l’Azerbaigian, il Bangladesh e l’Armenia.
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La progettualità comunista tra utopia concreta e necessità di funzionamento quotidiano
di Claudio Lucchini
Sia pur in termini generali e sganciata da un’illustrazione particolareggiata di come dovrebbe articolarsi il funzionamento quotidiano di una società comunista, la prefigurazione concretamente utopica, cioè realmente attuabile sulla base di determinate condizioni sociali complessive, di modi di vita e di lavoro trascendenti l’orizzonte storico delle estraniazioni classiste e capitalistiche, è parte integrante ineludibile del pensiero marx-engelsiano, che perderebbe anzi, senza di essa, una propria decisiva componente.
Non è certo un caso che, dopo aver minuziosamente citato il celebre brano marxiano dei Grundrisse relativo alle fondamentali forme storiche occidentali dei legami sociali interumani colti nella loro valenza assiologica rispetto alla formazione della personalità individuale, brano in cui si teorizzano al contempo le condizioni indispensabili al sorgere della libera individualità integrale comunista, Costanzo Preve commenti con piena ragione:
A mio avviso, questa è la più importante citazione filosofica che si possa fare spigolando nelle pagine di Marx. Nessuna altra citazione le è pari, neppure quella del giovane Marx sulla «alienazione». Qui Marx compendia la sua filosofìa della storia, senza la quale le migliaia di pagine sulla crisi capitalistica, sui profitti e sui prezzi, sulle classi ecc. sono assolutamente mute e prive di qualsiasi espressività. Il fatto è che Marx aveva deciso di respingere la conoscenza filosofica […], ma era nello stesso tempo una persona intelligente, acuta e sensibile, e allora la filosofia non poteva fare a meno di tornare comunque nel processo della sua elaborazione di pensiero.
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Il fallimento del multiculturalismo
di Cecilia M. Calamani
Il multiculturalismo, così come l’Europa lo ha pensato e applicato negli ultimi decenni, ha fallito. È questa la tesi che Kenan Malik, filosofo britannico di origine indiana, sviluppa nel suo breve saggio “Il multiculturalismo e i suoi critici – Ripensare la diversità dopo l’11 settembre”, tradotto e pubblicato in Italia (maggio 2016) da Nessun Dogma. Il tema, in questo sanguinario periodo di attacchi terroristici sferrati al cuore laico dell’Europa, è di estrema attenzione e assume il carattere dell’urgenza.
Malik fornisce una chiave di lettura tutt’altro che banale delle politiche europee che, nel nome dell’integrazione sociale e del rispetto della diversità, hanno generato risultati agli antipodi di quelli voluti o quanto meno dichiarati. Come scrive lui stesso nell’introduzione, «Questo libro è una critica al multiculturalismo. È anche una critica ai suoi critici».
Naturalmente bisogna prima intendersi sui termini. E cioè su cosa si intenda per multiculturalismo e cosa per il suo contrario, due categorie di pensiero strettamente connesse a quelle di appartenenza politica. L’idea multiculturale, abbracciata dalla sinistra europea, promuove le iniziative mirate a gestire la diversità definendo e rispettando i bisogni e i diritti di ognuno. Ma ciò secondo l’autore porta necessariamente a inserire le persone in contenitori etnici e a rafforzarne i confini, siano essi fisici o culturali, anziché abolirli.
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Ucraina: popolo in miseria e timori tra i golpisti
di Fabrizio Poggi
La situazione sociale ed economica ucraina è in caduta libera: lo dimostrano alcune cifre pubblicate a Kiev e altre rese disponibili a Langley. I sondaggi del Comitato statale di statistica (ComStat) indicano che il 72% degli ucraini si dichiara “povero” (era il 57% nel 2008, anno di crisi) e solamente lo 0,7% (il 2% nel 2008) ritiene di far parte della “classe media”, mentre è scesa dal 41 al 27% la porzione di popolazione che considera il proprio stato a metà strada tra povertà e “condizione media”. Soltanto il 6,2% delle famiglie considera il proprio reddito sufficiente e riesce a mettere da parte qualcosa. Il ComStat scrive di un 43% di famiglie che rinunciano costantemente all’essenziale, tranne il cibo e un 46% che riesce a far pari, senza però fare risparmi; ma il 4,9% delle famiglie, nel 2015 non ha potuto assicurarsi nemmeno gli alimenti quotidiani e ha dovuto digiunare per 1 o 3 giorni.
La questione, ovviamente, non riguarda oligarchi quali Rinat Akhmetov, Igor Kolomojskij, Gennadij Bogoljubov o Viktor Pinčuk che, con un patrimonio complessivo di 7,2 miliardi di $, detengono poco meno del 30% della ricchezza totale (circa 24 miliardi di $, secondo la classifica di Focus Ucraina: miliardo più, miliardo meno, secondo le diverse classificazioni) dei 100 uomini più ricchi d’Ucraina.
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E se il lavoro fosse senza futuro? (IV Parte)
Perché la crisi del capitalismo e quella dello stato sociale trascinano con sé il lavoro salariato
Giovanni Mazzetti
Quaderno Nr. 6/2016 - Formazione online - Periodico di formazione on line a cura del centro studi e iniziative per la riduzione del tempo individuale di lavoro e per la redistribuzione del lavoro sociale complessivo
Qui, qui, qui le parti precedenti.
Presentazione sesto quaderno di formazione on line
Dopo aver ricostruito la genesi della tesi della fine del lavoro e aver richiamato le critiche che le sono state rivolte, nei quaderni precedenti abbiamo analizzato lo sviluppo del rapporto di lavoro. In particolare ci siamo concentrati sia sulla prima fase, corrispondente all’affermarsi dei rapporti capitalistici, sia alla seconda fase nella quale, sulla base delle politiche keynesiane ha preso corpo lo stato sociale moderno. Nelle pagine che seguono, e in quelle del successivo quaderno ci soffermiamo invece sull’evoluzione recente del rapporto di lavoro salariato, quando né il capitale, né lo stato sociale si sono dimostrati in grado di riprodurlo sulla scala necessaria a garantire un livello fisiologico di occupazione.
Parte sesta
La caduta nel labirinto
Capitolo diciottesimo
Fenomenologia dello smarrimento sociale
“L’esigenza di abbandonare le illusioni sulla propria
condizione è l’esigenza di abbandonare una condi-
zione che ha bisogno di illusioni.” (Karl Marx 1843)
Iniziamo il nostro cammino esplorativo sul futuro del lavoro salariato riprendendo alcuni degli interrogativi che avevamo lasciato in sospeso.
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Dove comincia il Sud?
Generazione, questione meridionale ed empatie ribelli al tempo della mobilità europea
di Carla Panico
1. “L’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà.” (G. Mazzini)
C’è un treno che corre tra gli uliveti pugliesi, attraverso il rosso di una terra riarsa dal sole. È un treno locale, che trasporta per lo più lavoratori e studenti universitari pendolari. È uno dei treni della vergogna, piccolo snodo di un sistema di trasporti che non è di certo un fiore all’occhiello dell’intero Paese, ma che in questo lembo di Italia racconta in particolare una storia di arretratezza, sottosviluppo, mancata modernità. O almeno, questo è il lessico con cui si racconta il Sud.
Il destino a cui è corso incontro quel treno è ormai fin troppo noto, è stato raccontato da immagini ed emozioni e da quella rabbia che, poche ore dopo, già disinnescava per mezzo di una narrazione collettiva l’auto-indulgente versione dell’”errore umano”.
A irrompere sulla scena, invece, è stata una montagna di dati: quelli che snocciolano, cifra dopo cifra, la storia del mancato investimento sul Sud, del 98% delle risorse nazionali riversato sul sistema ferroviario del Nord, dei fondi europei finiti chissà dove, dei binari unici, degli infiniti possibili disastri finora incredibilmente evitati, e non di quello che si è verificato. E poi le storie, quelle di chi su quei treni ci viaggia, perché per farlo bisogna, per certo, avere una buona ragione: bisogna avercela per inseguire i ritmi meridiani delle strade ferrate di questo pigro Italian Sud Est1.
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Riforma della Costituzione: cronologia di un golpe non perseguibile
di Stefano Alì
Come nasce la riforma della Costituzione che ci viene proposta dal volto rassicurante e sorridente di Maria Etruria Boschi? Una cronologia per inquadrarla nel giusto contesto
Nel post “Riforme renziane: P2, JP Morgan e UBS ordinano. Napolitano esegue” ho iniziato una cronologia di fatti che hanno portato alla proposta di riforma della Costituzione targata Napolitano-Renzi-Boschi-Verdini.
Riassumendola tralasciando il punto di inizio (il piano di rinascita democratica di Licio Gelli) 1.
- 28 Maggio 2013: Documento JP Morgan (Le Costituzioni del sud Europa sono troppo democratiche);
- 10 Giugno 2013: Deposito in Senato del DDL Costituzionale per la temporanea deroga all’art. 138 della Costituzione. Iter velocissimo (altro che pantano del bicameralismo perfetto). Prima lettura al Senato 11 Luglio. Alla Camera 10 Settembre. Seconda lettura al Senato 23 Ottobre. Non è approdata alla Camera per la seconda lettura. Durante l’iter parlamentare l’occupazione del tetto di Montecitorio da parte del Movimento 5 Stelle;
- Dicembre 2013: Enrico Letta rinuncia alla deroga all’art. 138. Napolitano non la prende bene;
- 8 Gennaio 2014: Documento UBS che già incorona Renzi alla Presidenza del Consiglio (a un mese dal fatidico #Enricostaisereno). Con il preciso incarico di portare a termine le riforme;
Il 13 Febbraio Renzi licenziò Letta in Direzione PD e il 17 Febbraio Re Giorgio Napolitano affidò a Renzi l’incarico di formare il Governo. Fin qui ne ho già scritto 1.
Aggiungiamo qualche tassello.
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Quattro volti di Jacques Lacan
di Massimo Recalcati
Il saggio che segue[1] è tratto da Un cammino nella psicoanalisi. Dalla clinica del vuoto al padre della testimonianza (Mimesis), una raccolta di scritti di Massimo Recalcati a cura di Mario Giorgetti Fumel, uscita nelle scorse settimane
Un sogno di Lacan
Mi è capitato poche volte di sognare Lacan. In uno di questi sogni mi appariva come scomposto da uno specchio che rifrangeva la sua immagine in modo che apparissero, stratificati come in un quadro cubista, diversi volti di Lacan.
L’impressione era quella di qualcosa che sfuggiva a una resa identitaria coerente, che il volto di Lacan non si lasciasse catturare mai in uno solo. Lo sognavo attraverso l’oggetto che lo aveva reso celebre (lo specchio, la sua teoria dello “stadio dello specchio”), ma il suo volto si moltiplicava come se la sua testa fosse quella di un alieno. Nel sogno restavo disorientato fi no alla nausea di fronte a questo strano collage. Mi stropicciavo gli occhi chiedendomi se era la mia vista a essere alterata oppure se ciò che vedevo aveva una sua propria consistenza. Ripensando al sogno, una delle mie prime associazioni legò i diversi volti di Lacan ai suoi quattro discorsi.
I volti attraverso i quali mi appariva erano forse quattro come i suoi discorsi?
Una volta il mio amico Rocco Ronchi pose un interrogativo sulla natura del discorso di Lacan; se era uno dei quattro discorsi qual era?
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Brexit come crisi dell’Uem e della globalizzazione
di Domenico Moro
Contrari e favorevoli alla Brexit
L’uscita del Regno Unito dalla Ue, la cosiddetta Brexit, è stata universalmente giudicata come un fatto di notevole rilevanza. Tuttavia, non c’è accordo né sulle cause né sulle implicazioni politiche generali. A parere di chi scrive, la Brexit ha a che fare non solamente con la Ue, ma anche e soprattutto con la Uem, l’unione monetaria europea, essendo una conseguenza della divaricazione dei contrasti tra paesi che appartengono all’area euro e paesi che non appartengono all’area euro. L’allargamento di questa contraddizione è dovuta all’accelerazione del processo di integrazione europea, che si fonda sul suo nocciolo centrale costituito dai 19 Paesi dell’euro.
In effetti, Brexit appare essere il risultato non di una sola causa, ma di molteplici e diversi fattori intrecciati tra loro. Quindi, è necessario individuarli, valutandone il peso e l’importanza relativa. In primo luogo è necessario capire quali classi e settori di classe hanno sostenuto Brexit e quali gli si sono opposti. Contro Brexit era la City di Londra, che, insieme a New York, è una delle due maggiori piazze finanziarie mondiali e che rappresenta il 12% del Pil britannico. Secondo un sondaggio, tra le imprese appartenenti alla CBI, la confindustria britannica, l’80% era contrario all’uscita dalla Ue, il 15% incerto e solamente il 5% favorevole1.
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Porcherie bersaniane
di Leonardo Mazzei
Ecco in pista la legge anti-M5S. Porta la firma di Bersani... sempre fedele alla "Ditta"
Si può fare una legge elettorale più antidemocratica dell'Italicum? Ovviamente sì. Al peggio, si sa, non c'è limite. E la minoranza Pd (per favore non chiamiamola "sinistra") è lì per ricordarcelo.
Ieri l'altro alla Camera il mitico Roberto Speranza, il campione mondiale delle ritirate parlamentari, ha presentato l'ennesima legge elettorale truffa. Se ne sentiva la mancanza... Ma dire truffa è dire poco, perché il cosiddetto "Bersanellum" - dal nome del capo un po' suonato di una corrente sempre più stordita - è il peggio che sia mai stato presentato sull'italica piazza. E sì che nella fiera di questi anni se ne son viste e sentite di tutti i colori.
Diciamo che in un'ipotetica graduatoria, da zero a dieci, sulla democraticità delle varie leggi elettorali, se il voto all'Italicum è due, quello al Bersanellum non può che essere zero.
Ma perché ce ne occupiamo, visto che i bersaniani contano (e meritatamente) come il due di picche quando briscola è denari? La ragione è presto detta: perché costoro hanno alle spalle ben altre forze. Ad oggi la loro proposta è destinata a restare in frigorifero, ma dopo il referendum verrà di certo scongelata.
Quali sono le forze che si muovono dietro l'improbabile Speranza? Ieri mattina, in un'intervista al Foglio, ecco dove va a parare Giorgio Napolitano:
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Estetiche del potere. Graffiti, dispensatori d’aura ed ordine pubblico
di Gioacchino Toni
Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Graffiti. Arte e ordine pubblico, Il Mulino, Bologna, 2016, 182 pagine, € 14,00
Le polemiche sorte a proposito della mostra bolognese “Street Art. Banksy & Co. – L’arte allo stato urbano” [sulla vicenda: Wu Ming su Giap e da Mauro Baldrati su Carmilla], hanno ormai perso i riflettori e le prime pagine dei media locali e nazionali. Tutto sommato la missione dei media può dirsi compiuta: lo spazio concesso alle polemiche ha avuto i suoi effetti promozionali ed al pubblico, come agli sponsor ed ai “creatori di eventi”, un po’ di polemica piace sempre. Ora i media torneranno a parlare di graffiti solo per celebrare qualche associazione impegnata a ripristinare il candido decoro urbano prevandalico, per promuovere qualche nuova mostra dispensatrice di aura ufficiale o per motivi di ordine pubblico. Difficilmente la questione graffiti urbani potrà uscire da questa trattazione schematica.
Al di là della semplificata e rigida partizione con cui se ne occupano i media, sono davvero così impermeabili l’uno all’altro questi diversi fronti? A ricostruire il quadro della situazione viene in aiuto il saggio di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Graffiti. Arte e ordine pubblico. In tale volume il fenomeno del graffitismo viene trattato dal punto di vista estetico, sociale e culturale a partire dall’analisi tanto delle motivazioni che muovono i giovani writer ad intervenire sulle mura urbane, sfruttando il buio della notte e giocando a guardie e ladri con l’autorità, quanto quelle del fronte antigraffiti. Da un lato gli autori del testo si preoccupano di palesare le contraddizioni che attraversano i diversi schieramenti che non possono essere ricondotti a soli due soggetti, writer e antiwriter. Dall’altro lato il saggio evidenzia come alcune “categorie di pensiero” tendano a travalicare i diversi fronti in campo. Davvero, come evidenziano i due studiosi, parlare «sui graffiti significa anche e sempre parlare di qualcos’altro che sta a cuore ai parlanti» (p. 19) e se c’è «un fenomeno culturale che illustra a meraviglia il funzionamento tautologico e circolare dei meccanismi sociali in un mondo complesso, si tratta proprio dei graffiti e delle campagne per cancellarli» (p. 153).
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Intervista (teorica) a Gianfranco La Grassa
di Francesco Ravelli
In questa intervista, che è possibile leggere anche qui, Francesco Ravelli pone una serie di domande a Gianfranco La Grassa. A uno studioso, cioè, che negli ultimi decenni da un ripensamento di Marx, teso alla difesa e all’attualizzazione del suo lascito teorico (sintomatico il titolo del primo blog a cui ha collaborato: «Ripensare Marx»), è approdato, come si dice nel ‘Chi siamo’ del successivo blog «Conflitti e strategie» (divenuto dopo un ultimo, recentissimo, ritocco: «Geopolitica. Conflitti e strategie»), ad «un sistema analitico fondato sulla teoria degli agenti strategici e del conflitto interdominanti a livello geopolitico».
Domande e risposte offrono una buona occasione per interrogarsi su una questione che a me pare tuttora decisiva e per molti versi irrisolta. Semplificando, la formulerei così: la storia fallimentare della costruzione del socialismo nel Novecento ha liquidato anche la teoria di Marx? O, se il suo lascito non è andato del tutto in rovina, vale la pena d’interrogarsi ancora su “tutto Marx” (filosofo-scienziato-organizzatore politico) oppure, come fa La Grassa, salvare solo il “Marx scienziato”, liberandoci del suo “errore”, e cioè della sua « previsione del movimento [della società capitalista] verso il socialismo e comunismo»?
Avendo già letto l’intervista, ho trovato che le domande di Ravelli (ma in parte anche le risposte di La Grassa) sono esposte in un gergo specialistico faticoso da comprendere per chi non abbia dimestichezza col dibattito (spesso scolastico e persino noioso) sulla “crisi del marxismo”. Tuttavia, le questioni affrontate sono importanti e l’intervista merita di essere letta e discussa. E per agevolarne (innanzitutto a me stesso e magari a una parte dei lettori di Poliscritture) la comprensione, corro volentieri il rischio di tradurre in “lingua comune” sia le domande di Ravelli che le risposte di La Grassa.
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Ricostruire la speranza
Ripensando politiche radicali di sinistra dopo l'esperienza greca
di Panagiotis Sotiris
Un intervento ad ampio raggio di uno dei più noti intellettuali greci. Panagiotis (nella foto) non si limita a fornire una chiave di lettura degli accadimenti in Grecia, avanza proposte alle forze di sinistra. Anche di questo discuteremo al III. Forum internazionale no-euro che si svolgerà a Chianciano Terme dal 16 al 18 settembre, e di cui Panagiotis sarà uno dei protagonisti
L'esperienza della partecipazione di SYRIZA al governo è qualcosa che deve essere studiato con molta attenzione. In quanto primo confronto di un partito non-socialdemocratico di sinistra con l'esercizio del potere governativo, esso rappresenta un esempio da manuale dei deficit strategici e dei limiti della sinistra europeista e della sua incapacità di resistere alle pressioni ed ai ricatti da parte del capitale e delle organizzazioni capitalistiche internazionali.
Il nostro punto di partenza è molto semplice: la Grecia non era destinata a vedere una intera sequenza di lotte e aspirazioni collettive finire nella sconfitta e nella disperazione con un governo guidato da un presunto partito di sinistra che ha portato le stesse politiche neoliberiste aggressivamente dettate dalla Troika. Al contrario, la Grecia offre ancora un modo per ripensare la possibilità di un rinnovamento della strategia di sinistra a patto che si cerchi davvero di pensare alla possibilità di rotture.
Per capire questo, dobbiamo, prima di tutto, pensare alla estensione e alla profondità delle trasformazioni politiche e ideologiche in Grecia in tutto il periodo del Memorandum. In primo luogo: la crisi greca non era solo una manifestazione locale della crisi economica globale. In realtà, è stata la combinazione della crisi globale, della crisi dell'architettura monetaria, finanziaria e istituzionale della zona euro, e della crisi del peculiare “modello di sviluppo” greco, basato sul credito a basso costo, i finanziamenti della Ue, il turismo, e le faraoniche e inutili opere pubbliche come quelle per gli stadi per le Olimpiadi del 2004.
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Il Golpe Labour: prove generali di anti-democrazia
di Leni Remedios
Pochi in Italia sanno che nel cuore dell'Impero occidentale, alfiere dei principi democratici, è in corso un altro silenzioso colpo di Stato
BIRMINGHAM (Regno Unito) - Mentre in Turchia si consuma un golpe fallito (seguito da un contro-golpe fin troppo riuscito), pochi in Italia sanno che nel cuore dell'Impero occidentale, alfiere dei principi democratici, è in corso un altro silenzioso colpo di Stato, che assomiglia moltissimo a delle prove generali di anti-democrazia. Un esercizio di anarchia del potere, per usare le parole di Pier Paolo Pasolini. Un esercizio che, se funziona, potrebbe creare un precedente e venire esportato altrove. Stiamo parlando della turbolenza in seno al partito laburista britannico.
Se pensate che il partito sia in ragionevole tumulto perchè un suo leader precedente - Tony Blair - è sotto la pesante accusa di crimini di guerra, dopo la pubblicazione del Chilcot Report, vi sbagliate di grosso. I parlamentari pro-Blair sono troppo impegnati ad oscurare questa brutta faccenda puntando i fari sull'«ineleggibile» socialista Jeremy Corbyn.
In un'epoca in cui tutti i protagonisti della campagna referendaria, uno alla volta, si sono dati in vergognosa ritirata (David Cameron, Boris Johnson - poi riciclato come ministro degli Esteri- Nigel Farage, Andrea Leadsome), l'unico che vuole restare al suo posto in un momento così difficile per il paese è proprio lui, Corbyn, nonostante l'intero establishment politico-mediatico lo voglia cacciare via. Perché tutto questo accanimento?
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La globalizzazione ed il "fusionismo" del capitale
di Robert Kurz
Estratto del VI capitolo del libro di Robert Kurz, "Leggere Marx. I testi più importanti di Karl Marx per il XXI secolo. Scelti e commentati da Robert Kurz", La balustrade, 2002. Il testo che segue, di Kurz, è solo un commento ad una serie di estratti del "Marx esoterico" scelti da Kurz. Gli estratti di Marx non sono qui riprodotti
Anche i più ardenti sostenitori di questa globalizzazione che è al centro del dibattito pubblico della fine del 20° secolo hanno constatato, con una certa ammirazione forzata, che Karl Marx è stato il solo ad aver descritto questo processo già 150 anni fa. A tal punto che chiunque potrebbe, a sua insaputa, trovare sull'inserto domenicale di un grande quotidiano i termini da lui impiegati e scambiarli per un articolo contemporaneo. Senza dare alcuna prova di perspicacia, sia i noti sostenitori di qualsiasi evoluzione del capitalismo che i negatori di sinistra marxisti (diventati conservatori in quanto rimangono fissati sul passato capitalista) sono arrivati alla conclusione che la globalizzazione e tutti i fenomeni concomitanti non sono affatto nuovi e soprattutto non costituiscono un nuovo carattere della dinamica capitalista. Quello che si vuol dire con questo, naturalmente, è che non c'è niente di inquietante, niente di cui preoccuparsi per quel che riguarda l'importanza della crisi, in quanto si tratta sempre del buon vecchio capitalismo. Perciò l'allarme è finito!
I primi sono in attesa di un nuovo miracolo economico mondiale, mentre gli altri si aspettano il proseguimento senza soluzione di continuità dell'attività secondo i concetti della vecchia critica del capitalismo, vale a dire secondo le categorie del capitale.
Niente di nuovo sotto il sole, quindi niente di nuovo da apprendere ed analizzare.
In tutto questo, coloro che non riconoscono che l'attuale globalizzazione costituisca una nuova svolta non rendono davvero giustizia a Marx.
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Ricezioni di Nietzsche nella teoria critica
di Marco Celentano
“c’è un complotto nietzscheano che non è quello di una classe, ma di un individuo isolato (come Sade) che possiede i mezzi di tale classe e agisce non solo contro la propria classe, ma anche contro le forme esistenti dell’intera specie umana”. (P. Klossowski)
1. Nietzsche in alcuni articoli di Horkheimer degli anni Trenta
Max Horkheimer si confronta, a più riprese, col pensiero di Nietzsche, lungo il percorso che conduce, tra l’inizio degli anni Trenta e la fine del conflitto mondiale, dalle prime formulazioni della teoria critica alla redazione conclusiva della Dialettica dell’illuminismo (1947). Questo lavoro trova un primo riscontro nei passi conclusivi del saggio L’utopia, incluso nel volume Gli inizi della filosofia borghese della storia (1930). Valorizzando le pagine della II Inattuale in cui il filosofo critica l’uso della storia ai fini di un’”idolatria del fattuale”1, l’autore pronuncia, al contempo, un severo giudizio sul suo itinerario speculativo: “Nietzsche, la cui successiva evoluzione filosofica certo ha condotto lui stesso a idolatrare non già la storia umana, ma la storia naturale, la biologia, e che effettivamente è caduto nella «nuda ammirazione del successo», della pura vitalità, qui ha formulato un pensiero dell’illuminismo”2. Tale pensiero insegna che la storia “non pone compiti né li risolve. Solo gli uomini reali agiscono superano ostacoli e possono riuscire a ridurre sofferenze singole o generali che essi stessi o le potenze della natura hanno creato La storia autonomizzata panteisticamente in entità sostanziale unitaria altro non è che metafisica dogmatica”3.
Accanto a una lucida critica della filosofia della storia di matrice idealistica, traspariva, in questi passi, un debito irrisolto verso di essa. Ne era indice l’accogliere una nozione, in ultima analisi, pre-trasformista della “storia naturale” (alla cui rielaborazione, non a caso, avrebbe poi lavorato Adorno) e della “biologia” stessa, inquadrate attraverso l’astratto concetto di “pura vitalità”, concepite come sfere del meramente istintuale, della ripetizione ciclica e, in ultima analisi, del non storico.
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L’ordoliberalismo 2.0
di Lelio Demichelis
L’ordoliberalismo – già egemone forse più del neoliberismo nella forma economica e tecnica assunta dalla società globale – sta dilagando e diventando egemone anche in rete e questa volta è ordoliberalismo 2.0. Quali sono le conseguenze sociali e politiche?
Era il 28 giugno del 1983 e Luigi Pintor – fondatore e direttore del manifesto – inventava un titolo che fece epoca esprimendo la speranza e l’auspicio di molti: Non moriremo democristiani. Sappiamo com’è andata a finire. Ma oggi, potremmo essere altrettanto ottimisti (l’ottimismo della volontà e della capacità-consapevolezza di poter cambiare il mondo) – ma questa volta senza sbagliare - e dire: non moriremo ordoliberali, neppure ordoliberali 2.0? Visti gli effetti di nichilismo politico e di sadismo sociale che l’ordoliberalismo ha prodotto e ostinatamente continua a produrre sull’Europa e su ciascuno di noi, davvero dovremmo proporci – con ostinazione e determinazione ben maggiori - di non morire ordoliberali (e neppure neoliberisti). Se l’ordoliberalismo e le sue politiche di austerità hanno palesemente fallito, perché ostinarsi nell’errore?
In verità, il pessimismo (o il realismo) della ragione sembra dirci che abbiamo perso la capacità di fare innovazione politica, economica e sociale e quindi abbiamo rinunciato alla libertà facendoci liberamente servi dell’ordine economico esistente. Come dimostrato dalla Brexit: l’illusione di un ritorno al passato come via di salvezza; e dalle elezioni in Spagna: il rifiuto del cambiamento e di una nuova politica economica, replicando l’atteggiamento del popolo di Siviglia che si inchina all’Inquisitore, nel racconto di Dostoevskij e dando purtroppo nuova conferma a quanto scritto da Gustavo Zagrebelsky, ovvero ormai non esistono più gli inquisitori come casta separata, perché tutti hanno interiorizzato il loro messaggio e l’unica libertà è quella di ‘difendere’ (per chi è incluso) o di ‘subire’ (per chi è escluso o ai margini) l’esistente.
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L’euro come metodo di governo
Alessandro Monchietto
Il ciclo di Frenkel, le ragioni degli squilibri dell’eurozona e la mezzogiornificazione delle periferie europee
1. Nella produzione di un ordine del discorso dominante, le notizie vengono selezionate, accorpate, differenziate: alcuni casi di cronaca vengono messi in risalto, altri lasciati in ombra o taciuti. Tutto si muove all’interno di una dinamica che sta a noi comprendere e districare, per non farci travolgere da un’ingiusta lettura del presente. C’è oggi nel mondo un discorso dominante, o che piuttosto si avvia a diventare dominante, relativo all’attuale crisi. Nella sostanza esso sostiene che l’odierna condizione di precarietà economica che caratterizza il continente europeo dipenda dai debiti pubblici, dalla loro quantità troppo elevata, dall’eccessivo rapporto fra debito e Pil. Il problema viene presentato come “crisi dei debiti sovrani”, in particolare di alcuni membri (i cosiddetti PIIGS) ordinariamente descritti come incapaci di controllare l’eccesso di spesa pubblica e la conseguente spirale debitoria; questo dato spaventerebbe gli investitori, determinando una diminuzione della fiducia del mercato azionario che – per questo motivo – comincerebbe a richiedere interessi sempre più alti. Per “tranquillizzare i mercati” occorrerebbero dunque drastiche scelte che migliorino il bilancio pubblico: aumento delle tasse e riduzione delle uscite (ergo tagli alla spesa sociale), privatizzazione dei beni e dei servizi pubblici, e una riforma del mercato del lavoro che introduca maggiore flessibilità, diminuzione delle tutele sindacali, facilità di licenziamento, in modo da favorire la riduzione del rischio d’impresa e l’aumento della produttività.
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Il Medio Oriente è l’oggetto di una guerra di ricolonizzazione
Intervista* a Michel Collon
Proponiamo di seguito l’intervista integrale al giornalista d’investigazione belga Michel Collon apparsa sull’edizione di maggio 2016 del quadrimestrale d’approfondimento marxista #politicanuova, a cura di Aris Della Fontana e Raffaele Morgantini
1. Quali sono le principali caratteristiche dei rapporti tra Occidente (Usa ed Europa) e Medio Oriente a partire dai momenti conclusivi del Novecento? Quale funzione svolge il Medio Oriente all’interno delle strategie geo-politiche e geo-economiche occidentali?
Il Medio Oriente, inteso in senso ampio, quindi comprendente anche il Maghreb, la penisola arabica, il Corno d’Africa e paesi asiatici quali l’Afghanistan e il Pakistan – di fatto quel “Grande Medio Oriente” concepito dall’amministrazione statunitense -, è l’oggetto di una guerra di ricolonizzazione, innescata nel 1991 con la prima guerra del Golfo. A quel tempo Saddam Hussein cadde in una trappola: gli si fece credere che gli Stati Uniti non si sarebbero mossi laddove egli avesse tentato di recuperare il Kuwait, sottratto all’Iraq dal colonialismo britannico; ma George Bush senior, invece, intervenne. Lo scopo degli Stati Uniti era quello di distruggere l’Iraq assieme a Saddam Hussein perché quest’ultimo aveva commesso l’imperdonabile errore di sollecitare gli arabi e più in generale il Medio Oriente alla ricerca dell’indipendenza rispetto agli Stati Uniti, alla resistenza rispetto ad Israele e all’utilizzo del petrolio al fine di ingenerare uno sviluppo autonomo che mettesse fine alla colonizzazione economica della regione. Così facendo Saddam Hussein, come tutti quei dirigenti arabi che storicamente si sono mostrati troppo indipendenti rispetto agli Stati Uniti e al colonialismo in generale, firmò la sua condanna a morte: si tentò dunque di abbatterlo, ma la resistenza irachena si rivelò molto forte, e inoltre non si riuscì a contare su personaggi corrotti interni al paese né ad organizzare la divisione tribale di quest’ultimo.
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Da Nizza alla Turchia. Fatti che attendono parole
di Piotr
'Incanalano' piani pensati in autonomia da altri'? Chiudono strade, ne aprono altre, come a dirigere il traffico. Chi dirige il traffico non conduce le auto
Essendo ogni atto di terrorismo, per definizione, una "operazione segreta", dopo una strage come quella di Nizza si può solamente navigare da un'ipotesi all'altra.
Noi Italiani dovremmo saperlo bene. Nel nostro paese fra la strage del 1969 di Piazza Fontana a Milano e quella alla stazione di Bologna del 1980 abbiamo avuto un decennio abbondante di attentati, che misteriosi rimangono sotto molteplici aspetti anche dopo decine d'anni d'inchieste, controinchieste, rivelazioni e processi.
All'epoca la strage di Piazza Fontana fu "svelata" grazie al Movimento Studentesco milanese e poi a Lotta Continua. Il Movimento intuì subito che era una "strage di Stato". Intuizione giustissima anche se capimmo solo una parte delle sue implicazioni.
Qualcuno recentemente per arginare democraticamente il terrorismo ha proposto di riappropriarsi della cultura politica di Longo e Berlinguer. Non voglio intervenire più di tanto in questo dibattito, ma devo ricordare che il termine "strage di Stato" fu sempre considerato una sorta di bestemmia dal PCI. L'avvocato Alberto Malagugini, deputato comunista e difensore di Pietro Valpreda, la "belva umana", l'anarchico che fu subito indicato da Polizia e mass media come l'autore della strage, ragionando sui documenti processuali scrisse nell'aprile 1976 un articolo su "Rinascita", la prestigiosa rivista del PCI, intitolato proprio "Dunque la strage era di Stato". Non lo avesse mai fatto.
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L'equalizzazione, la guerra civile permanente e l'israelizzazione €uropea
di Quarantotto
1. L'autore della strage di Nizza era di origine tunisina ma con documenti di cittadinanza francese; aveva alle spalle una storia di piccoli reati (di violenza).
Riferita alla situazione francese, che è quella che nell'Occidente europeo si presenta come la più caratterizzata dal terrorismo, si conferma quanto si era più volte evidenziato, parlando dell'evidente stortura di una "guerra con l'Islam". Bazaar ha ripetutamente analizzato questo aspetto in termini di conflitto sociale, e quindi distributivo, in un'economia dominata dal mercato globalizzato, parlando di "menti elementari", cioè quelle che reagiscol'israelizzazione €no in automatico-acritico allo spin mediatico indotto dagli stessi che sostengono il mercatismo mondialista.
2. Nell'illustrare come manchino le condizioni più basilari per poter parlare del "siamo in guerra con l'Islam", - salvo quanto si può aggiungere sulla questione "saudita" (e occorrerà tornarci)- si era evidenziato un aspetto così evidente che, infatti, in Italia, è del tutto trascurato:
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