Guerra fredda: quando gli intellettuali si ritrovarono al servizio della Cia
di Frances Stonor Saunders
Le trame invisibili della propaganda psicologica statunitense nell’Europa del Dopoguerra
L’editore Fazi ripropone il celebre saggio in cui Frances Stonor Saunders svela come, alla fine della Seconda guerra mondiale, lo spionaggio Usa abbia reclutato l’intelligencija occidentale in funzione anti-sovietica. Con dovizia di particolari, la giornalista britannica mostra come riviste, concerti e mostre d’arte influenzarono l’immaginario europeo, diventando sofisticate armi di persuasione di massa. Nell’introduzione del libro, pubblicata qui di seguito, ricostruisce i meccanismi di questa sofisticata operazione di conquista delle menti.
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Nel pieno della Guerra fredda il governo degli Stati Uniti destinò grandi risorse a un programma segreto di propaganda culturale rivolto all’Europa occidentale. Uno dei tratti principali di questo programma era proprio l’esplicita negazione della sua esistenza. Fu messo in atto con estrema riservatezza dallo strumento di spionaggio statunitense, la Cia, Central Intelligence Agency.
Un atto fondamentale di questa campagna segreta fu l’istituzione del Congress for Cultural Freedom (Congresso per la libertà della cultura), organizzato dall’agente della Cia Michael Josselson, tra il 1950 e il 1967. I suoi risultati furono considerevoli, e così la sua durata. Al suo culmine, il Congresso per la libertà della cultura aveva uffici in 35 Paesi, stipendiava decine di persone, pubblicava più di 20 riviste di prestigio, organizzava esposizioni d’arte, contava su un proprio servizio per la diffusione di notizie e articoli di opinione, organizzava conferenze internazionali di alto livello e ricompensava musicisti e altri artisti con premi e pubblici riconoscimenti.
La sua missione consisteva nel distogliere l’intelligencija europea dal fascino duraturo di marxismo e comunismo, in favore di una visione del mondo che si accordasse meglio con l’American way. Facendo ricorso a una rete estesa ed enormemente influente di personale al diretto servizio dell’Agenzia di intelligence, di strateghi politici, grandi industriali ed ex allievi delle università della Ivy League, la nascente Cia iniziò, a partire dal 1947, a mettere in piedi un «consorzio» il cui duplice compito doveva consistere nel vaccinare il mondo dal contagio del comunismo e nel facilitare il conseguimento degli interessi globali della politica estera statunitense.
Il risultato fu una rete di persone, notevolmente integrata, che lavorò gomito a gomito con l’Agenzia per promuovere un’idea: il mondo aveva bisogno di una pax americana, di un nuovo Illuminismo che sarebbe stato battezzato «il secolo americano». Il consorzio messo in piedi dalla Cia, formato da quella che Henry Kissinger qualificò come «un’aristocrazia al servizio della nazione in nome di principi che superano lo spirito di parte», costituì l’arma segreta con la quale gli Stati Uniti combatterono la Guerra fredda, un’arma che, in campo culturale, ebbe un vastissimo raggio d’azione.
Piacesse loro o no, ne fossero o meno al corrente, pochi furono gli scrittori, i poeti, gli artisti, gli storici, gli scienziati e i critici dell’Europa del Dopoguerra a non essere collegati, in un modo o nell’altro, a quest’impresa segreta. Agendo del tutto indisturbato, anzi, per oltre 20 anni addirittura senza essere individuato, lo spionaggio statunitense tenne aperto e sovvenzionò in maniera considerevole un complesso fronte culturale in Occidente, per l’Occidente, in nome della libertà d’espressione. Nel definire la Guerra fredda «una battaglia per la conquista delle menti umane», andò accumulando un immenso arsenale di armi culturali: riviste, libri, conferenze, seminari, esposizioni, concerti, premi.
Tra i membri di questo consorzio figurava un gruppo assortito di radical e di intellettuali di sinistra la cui fede nel marxismo e nel comunismo si era infranta di fronte all’evidenza del totalitarismo stalinista. Usciti dal «decennio rosa» degli anni Trenta, che Arthur Koestler qualificò con amarezza come quello «dell’abortita rivoluzione dello spirito, della fallita rinascita, della falsa alba della storia», la loro disillusione si accompagnava al desiderio di aderire a un nuovo progetto, di consolidare un nuovo ordine che sostituisse le esauste forze del passato. La tradizione del dissenso radicale, nell’ambito della quale gli intellettuali si erano assunti il compito di indagare miti, discutere prerogative istituzionali e disturbare il compiacimento del potere, veniva sospesa a favore dell’appoggio alla «proposta americana».
Legittimato e finanziato da istituzioni potenti, questo gruppo non comunista orientò la vita intellettuale dell’Occidente tanto quanto aveva fatto il comunismo solo alcuni anni prima (e per di più, molte persone erano le stesse) […]. Gli intellettuali che si erano sentiti traditi dal falso idolo del comunismo si trovavano a considerare la possibilità di costruire una nuova Weimar, una Weimar americana. Se il governo, e il suo braccio operativo segreto, la Cia, era disposto a fornire aiuto a questo progetto, ebbene, perché no? Che alcuni personaggi un tempo di sinistra finissero per legarsi alla Cia in una comune impresa non è tanto assurdo come può sembrare a prima vista.
C’era una vera comunità d’intenti e di convinzioni tra l’Agenzia e gli intellettuali reclutati, inclusi quelli che non ne erano del tutto consapevoli, per combattere la guerra fredda della cultura. L’influenza della Cia non fu «sempre, o con frequenza, reazionaria o bieca», ha scritto l’eminente storico liberale americano Arthur Schlesinger. «Secondo la mia esperienza, la sua leadership fu politicamente intelligente e raffinata». Questa concezione della Cia come paradiso del liberalismo fu un potente incentivo a collaborare con l’Agenzia o, quantomeno, ad accettare l’idea che avesse buone ragioni di esistere.
Questo modo di vedere le cose, tuttavia, non si accorda affatto con la reputazione della Cia quale strumento del potere statunitense per interventi spietati e pericolosamente fuori d’ogni controllo, durante la Guerra fredda. La Cia fu l’organizzazione che orchestrò il rovesciamento del primo ministro iraniano Mossadeq, nel 1953, l’abbattimento del governo Arbenz in Guatemala, nel 1954, la disastrosa operazione della Baia dei Porci, nel 1961, l’infausto Programma Phoenix in Vietnam.
Teneva sotto controllo decine di migliaia di cittadini statunitensi, attaccava dirigenti democraticamente eletti di altri Paesi, pianificava assassinii nello stesso tempo in cui, davanti al Congresso, negava di svolgere queste attività, facendo raggiungere all’arte della menzogna nuove, altissime vette. Con quale atto di magia, dunque, riuscì a presentarsi a intellettuali di solidi principi, come Arthur Schlesinger, quale vascello dell’anelata libertà?
La questione di quanto internamente si spinse lo spionaggio americano nelle questioni culturali dei suoi alleati occidentali, agendo nell’ombra per stimolare un’ampia varietà di attività creative, disponendo gli intellettuali e le loro opere come pezzi degli scacchi con cui giocare il Grande gioco, rappresenta ancor oggi uno dei temi più suggestivi della Guerra fredda. L’argomentazione adottata dagli avvocati difensori del periodo, che i sostanziosi investimenti economici della Cia non fossero sottoposti a condizioni o pretendessero contropartite, non è stata ancora vagliata in maniera seria.
Nei circoli intellettuali degli Stati Uniti e dell’Europa occidentale si è ancora pronti ad accettare come vera l’idea che la Cia fosse interessata unicamente ad ampliare le possibilità della libera e democratica espressione culturale. «Abbiamo semplicemente aiutato la gente a dire quello che, in ogni caso, avrebbe detto», è la principale linea difensiva, una sorta di «assegno in bianco» all’Agenzia […].
I documenti ufficiali relativi alla Guerra fredda della cultura, tuttavia, smentiscono sistematicamente questa leggenda sull’altruismo dell’Agenzia. Dagli individui e dalle istituzioni sovvenzionati la Cia si aspettava che agissero come elementi di una campagna di persuasione ampia, di una guerra di propaganda, nella quale la «propaganda» si definiva come «ogni sforzo o movimento organizzato per diffondere informazioni o una particolare concezione mediante notizie, prese di posizioni o appelli, pensa ti per influire sul pensiero e sulle azioni di un determinato gruppo».
Una componente essenziale di questo sforzo era la «guerra psicologica» definita come «l’uso pianificato della propaganda e di altre attività, diverse dal combattimento, da parte di uno Stato, per comunicare idee e informazioni come mezzo per esercitare influenza su opinioni, atteggiamenti, emozioni e comportamenti di gruppi stranieri al fine di favorire il conseguimento di obiettivi nazionali». Ancor di più, si definiva «il tipo di propaganda più efficace» quella in cui «il soggetto opera nella direzione richiesta per motivi che ritiene essere propri». Non ha senso mettere in dubbio queste definizioni. I documenti governativi ne sono pieni […].
Nel 1996 apparve sul «New York Times» una serie di articoli che portavano alla luce un’ampia gamma di attività segrete con dotte dall’intelligence statunitense. Man mano che i racconti di tentativi di colpi di Stato e di assassinii politici (quasi sempre mal organizzati) inondavano le prime pagine dei giornali, la Cia appariva sempre più come un elefante solitario che irrompeva, devastandola a ogni passo, nella cristalleria della politica internazionale, senza che dovesse rispondere a nessuno delle sue azioni. Tra le rivelazioni che fecero maggiore sensazione ci furono i dettagli su come il governo statunitense fosse ricorso ai bramini della cultura occidentale per conferire peso intellettuale alle proprie azioni […].
L’autorità morale di cui avevano goduto gli intellettuali all’apice della Guerra fredda cadde in serio sospetto e divenne, molto spesso, oggetto di ironia. La “consensocrazia” si stava sgretolando, le sue componenti fondamentali non reggevano più. In questa disgregazione, la storia stessa si andava frammentando, parzializzando, modificando, a volte in modo incredibile, sottoposta da destra e da sinistra a pressioni che intendevano piegare alcune particolari verità ai propri fini. […]
«La storia», scrive Archibald MacLeish, «è come una sala da concerti mal costruita, [con] punti morti nei quali la musica non arriva». Questo libro intende individuare quei punti morti. Cerca un’acustica diversa, un’altra melodia rispetto a quella eseguita dai virtuosi dell’epoca.












































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