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Per un nuovo patto sociale contro l’evasione fiscale
Paolo Di Lorenzo*
Che il sistema fiscale italiano sia gravemente malato non è notizia d’oggi. Anzi, forse sarebbe più preciso asserire che ci troviamo di fronte ad una sorta di malformazione congenita. Nel momento in cui l’economia italiana attraversa la più acuta fase di crisi dal dopoguerra, i sintomi di questa patologia diventano però decisamente più visibili e preoccupanti, come quando un nuovo virus colpisce un corpo già provato di suo. Nel primo quadrimestre del 2009 gli incassi tributari sono scesi del 3,6% rispetto allo stesso periodo del 2008 (fonte: Dipartimento delle Finanze). Ma mentre si registra una tenuta del gettito IRPEF (-1%), gli incassi di IRES (-7,1%) e IVA (-10,4%) sono peggiorati notevolmente. Si tratta di differenze da non sottovalutare e contribuiscono ad aumentare quel divario tra il gettito delle varie imposte che è uno dei principali sintomi dei problemi del fisco italiano.
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Il freddo inverno della sinistra italiana
Marco Revelli/Alessandro Dal Lago Emiliano Brancaccio
Ci sono almeno due milioni di elettori orfani – quelli che alle ultime europee hanno votato per le due liste che gli avversari definiscono di sinistra radicale – senza contare i tanti astenuti. Un patrimonio andato sprecato per l’insipienza delle classi dirigenti, che non hanno saputo mettere in campo un progetto concreto e credibile. Tre intellettuali a confronto per provare a uscire dal lungo e freddo inverno della sinistra
Marco Revelli:
Se proprio devo fare outing, ammetto la mia colpa. Prima delle elezioni avevo dichiarato che questa volta non sarei andato a votare. Devo confessare che però, purtroppo, non ho mantenuto fede al mio proposito. Ho votato Rifondazione comunista, «facendomi pena!» – questa è l’espressione giusta – e tuttavia l’ho votata, con un voto di autentica disperazione, legato solo al desiderio (molto egoistico, me ne rendo conto) di non sentirmi troppo male con me stesso il giorno dopo di fronte ai risultati.
Considero comunque il mio voto un «errore» da un punto di vista strettamente politico. Perché credo che la stupidità in politica non debba godere dell’immunità. Che chi compie degli atti stupidi sia giusto che paghi. E quello che è stato posto in essere dalla sinistra, dalle diverse componenti della sinistra cosiddetta radicale negli ultimi mesi, nessuna esclusa, è sicuramente un comportamento segnato da profonda, grave dissennatezza politica.
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Lettera aperta ad un amico di sinistra
di Piotr
Caro Domenico,
quelli del Guardian e dell’Independent, a volte anche quelli del bravissimo Robert Fisk, sono proprio i classici “argomenti di sinistra” che io non condivido.
Io valuto le cose innanzitutto da un punto di vista che reputo in questa fase nodale: quello dell’antimperialismo. Non mi fermo qui, ma quello è il primo filtro che applico.
Perché? Perché quella che stiamo vivendo (e che è destinata ad approfondirsi) non è una crisi economica, più o meno grave ma dello stesso tipo di altre, non è la “crisi del capitalismo” come sognano i marxisti-per-finta, ovvero gli ultrasinistri che non hanno capito nulla di cosa è successo dal 1848 (Manifesto del Partito Comunista) ad oggi e ripetono le formulette come zombie. E infine non è nemmeno la crisi del neo-liberismo, come vorrebbero ad esempio quelli del PdCI e di Rifondazione, nostalgici del keynesismo sociale. E’ una crisi di assetti di potere internazionali.
1. La sinistra (che io distinguo dagli anticapitalisti e dagli antimperialisti, cioè da quelli che una volta si chiamavano “comunisti”) ha il magico dono di essere quasi sempre confusionaria e superficiale. Un bel frullatino, ed ecco che siamo di fronte alla crisi del neo-liberismo inteso come estremo risultato del “modello di sviluppo” capitalistico (che cosa? il capitalismo sarebbe un “modello di sviluppo”?).
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Una battaglia per l'Amazzonia che può servire da ispirazione per il mondo
di Johann Hari
The Independent
La sollevazione in Amazzonia è più urgente di quella dell’Iran – può essere determinante per il futuro del pianeta
Mentre il mondo osserva con nervosismo la protesta in Iran, una sollevazione ancora più importante sta passando inosservata – Eppure ciò che comporterà influirà sul vostro futuro ed il mio.
Nel profondo della foresta pluviale amazzonica il popolo più povero del mondo ha sfidato le persone più ricche del mondo per difendere una parte dell’ecosistema senza il quale nessuno di noi può vivere. Essi non avevano nient’altro che dei giavellotti di legno e la forza morale per sconfiggere le compagnie petrolifere, e, per oggi, hanno vinto.
Ecco la storia di come è successo e del perché noi tutti dobbiamo fare nostra questa lotta. All’inizio di quest’anno, il Presidente del Perù, appartenente alla corrente di destra, Alan Garcia, ha venduto a una serie di compagnie petrolifere i diritti di esplorare, disboscare e trivellare il 70 per cento della fascia di Amazzonia che fa parte del suo paese. Sembra che Garcia veda la foresta pluviale come uno spreco di buone risorse, e parlando degli alberi dell’Amazzonia dice: “Ci sono milioni di ettari di legname che giacciono là, inutilizzati”.
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Honduras: atterraggio fallito, la pista è occupata dai golpisti
di Gennaro Carotenuto, lunedì 6 luglio 2009, 01:33
L’esercito golpista ha messo camionette sulla pista dove stava per atterrare l’aereo del presidente legittimo Manuel Zelaya e il pilota ha dovuto rinunciare. Mel Zelaya: “Ci hanno minacciato di abbattere l’aereo. Continuerò a tentare di entrare nel paese finché ci riuscirò. Questo conferma che esiste una minoranza ostinata senza alcun progetto politico che non impedire l’esercizio della democrazia. A questo punto denuncio che il governo degli Stati Uniti non ha fatto tutto quello che era in loro potere per fermare il golpe”.
Honduras: repressione e morte ma il popolo resiste ai gorilla e vuole fare la storia
di Gennaro Carotenuto, lunedì 6 luglio 2009, 01:06
Canale Honduras, a questo link tutti gli aggiornamenti sul golpe in Centroamerica!
Come nell’800, come nel ‘900, vescovoni, padroni ed esercito uniti contro il popolo. Selvaggio, bigotto, reazionario, violento è adesso il golpe in Honduras, dopo una settimana di drôle de guerre, chiaro come il sole, antico come il mondo in pieno XXI secolo.
Almeno due morti confermati, uno dei quali è un ragazzo di sedici anni, ma il lago del suo sangue non sarà mostrato dalle televisioni del pensiero unico.
Adesso ovviamente gli ipocriti daranno la colpa al presidente legittimo Mel Zelaya. L’avevamo avvisato di non tornare dirà il Cardinal Maradiaga. Come se la forza, l’uso della forza, la disposizione all’uso della forza implichi automaticamente la ragione.
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Dalla crisi alla stagflazione
Valerio Selan
Mentre il governo vara un "Decreto anticrisi" di valore pari a un trentasettesimo della diminuzione di reddito che si prevede per quest'anno (nel post scriptum una breve analisi), anche se la fase acuta potrebbe essere passata si prospetta una situazione molto preoccupante
L'ondata della crisi mondiale si sta, forse, affievolendo, anche se - come previsto in precedenti note - i suoi effetti potranno protrarsi a lungo, soprattutto in paesi come il nostro, nei quali sembra che la strategia della politica economica sia nelle mani di una Compagnia di giro. Il ministro del Tesoro ha recentemente suggerito la politica dello struzzo (honni soit qui mal y pense) proponendo di "staccare" (sic!) i televisori per contrastare il catastrofismo delle notizie economiche.
Sostanzialmente si sono sovrapposte, con sfasamenti temporali - che danno una rappresentazione di immagini in movimento, come in un famoso dipinto di un pittore futurista - tre onde di tsunami: quella finanziaria, quella produttiva, quella occupazionale. La prima è in reflusso. Sembrano finiti i fallimenti bancari; rialza il capo la speculazione; appare qualche sintomo di ripresa del ciclo delle materie prime. La seconda - come ha chiaramente evidenziato Emma Marcegaglia nel suo intervento al convegno dei Giovani Industriali a Santa Margherita Ligure - è ancora in corso. E' vero che il crollo di grandi aziende è per ora scongiurato, anche negli Stati Uniti, attraverso "bancarotte pilotate" (alla moda di Alitalia, per spiegarci: traduzione in termini finanziari, a spese dei creditori, del motto partenopeo "chi ha avuto ha avuto......"). Ma, sempre secondo la Marcegaglia, non sappiamo quante piccole e medie imprese sopravviveranno fino all'autunno.
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Il vestito nuovo del capitalismo
Paolo Giussani
L'usuriere chiede che i danari faccian frutto,
li quali di sua natura in alcuno
atto far non possono.
G.Boccaccio, Sopra Dante
1.
Se il buon giorno si vede dal mattino, ci attendono senz'altro grandi cose. Già ora dal confronto con la grande depressione degli anni '30, la crisi in atto appare piuttosto promettente: nell'ultimo trimestre del 2008 il Pil americano è diminuito del 6.2 per cento su base annua, quello giapponese del 13.3 per cento, e quello dell'Unione Europea del 3.2 per cento. Considerando che nel medesimo periodo le spese reali per consumo negli Usa sono calate del 4.3 per cento e le spese reali
del governo federale sono invece aumentate del 6.7 per cento, la riduzione negli investimenti reali in capitale fisso – per i quali non esistono ancora stime – deve essere stata superiore al 40 per cento. Una performance davvero notevole, se si pensa che nei primi tre mesi della grande depressione il calo del Pil americano fu del 5.5 per cento, meno forte di quello attuale, malgrado il contributo anticiclico relativamente piccolo offerto dall'incremento delle spese federali (+4.2 per cento) e il relativamente grosso apporto prociclico del calo degli investimenti (-35.2 per cento)[1]. Nonostante le diffuse speranze, non si è però ancora in grado di offrire ai supporters della depressione incipiente la certezza della conquista del titolo di maggiore crisi della storia con la vittoria nel grande match che si gioca contro gli anni '30; si può tuttavia essere già certi di avere incamerato il secondo posto di sempre poiché i primi dati garantiscono ormai del trionfo su tutte le crisi–robetta di poco conto–del dopoguerra, e specialmente sulle spocchiose crisi degli anni '70 e '80, che finora si ritenevano chissà che cosa.
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L’educazione finanziaria per i più piccoli
di Manlio Dinucci
Mentre l'esplosione della crisi mette a nudo la natura speculativa del mercato finanziario, il cui collasso ha travolto milioni di piccoli risparmiatori, una senatrice italiana presenta un disegno di legge per consentire «a tutti i cittadini di coglierne i benefici e sfruttarne i vantaggi». Come? Istituendo l'«educazione finanziaria» anche «tra le attività didattiche della scuola primaria e secondaria». L'idea non è di un'allieva di Tremonti eletta nelle liste del Pdl, ma della senatrice Maria Leddi del Pd.
Forte della sua esperienza di procuratore speciale della finanziaria Perseo SpA (holding di investimenti), nonché di segretario generale della Fondazione Cassa di Risparmio di Torino, la sen. Leddi propone che il ministro dell'economia e delle finanze Tremonti, di concerto con quelli dell'istruzione e dello sviluppo economico Gelmini e Scajola, istituisca un comitato di rappresentanti del sistema bancario e altri esperti, per «programmare e promuovere iniziative di sensibilizzazione e educazione finanziaria», così che i cittadini possano «utilizzare in maniera più consapevole gli strumenti e i servizi finanziari offerti dal mercato». Secondo la sen. Leddi, quando tante famiglie hanno bruciato i loro risparmi investendoli in azioni Cirio o Parmalat, in obbligazioni argentine e in altri titoli tossici privi di valore, ciò non è dipeso dal fatto che essi erano garantiti dalle più importanti banche e agenzie di rating, ma da un'insufficiente educazione finanziaria delle famiglie.
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Sessanta anni mal portati: Le ragioni della permanenza della NATO
di Domenico Moro
A sessanta anni dalla sua fondazione nel 1949, l’esistenza stessa della Nato rappresenta oggi una forzatura storica, dato che fu creata allo scopo di contrastare il Patto di Varsavia e l’Urss, dissoltisi entrambe da venti anni. La Nato non solo è rimasta in funzione, ma ha esteso il suo terreno d’intervento molto al di là dell’Atlantico Settentrionale, al quale l’articolo 5 del suo statuto limita il suo intervento.
Un asse d’espansione della Nato è rappresentato dai Balcani, dove l’indipendenza unilaterale del Kosovo, pretesa dagli Usa, ha costituito un passaggio cruciale. Un altro asse è rappresentato dal Caucaso e dagli stati prodottisi a seguito del dissolvimento dell’Urss, come l’Ucraina e la Georgia, che permetterebbero alla Nato di posizionarsi minacciosamente a ridosso della Russia. Ma la Nato va ben oltre, arrivando, con la presenza in Afghanistan, fino in Asia centrale. A tutto questo si aggiunge il compattamento delle nazioni della Nato, dall’Europa occidentale alla Turchia, nel progetto di “scudo spaziale Usa”.
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Coprifuoco in Honduras e sui media, Alba politica in America latina
Nuove testimonianze dal cuore del golpe
di Gennaro Carotenuto
Coprifuoco, repressione, caccia all’uomo in Honduras, alla chiusura di questa nota ogni minuto la situazione appare più grave. Abbiamo raccolto nuove testimonianze da Tegucigalpa mentre Il lavoro encomiabile di “Telesur” continua a mostrare dal vivo (al mondo, ma non agli honduregni ai quali è stata oscurata) immagini dalla capitale a chiunque abbia onestà intellettuale e occhi per vedere.
Quelle che abbiamo raccolto sono le voci di dirigenti e militanti in clandestinità e come tali possono essere meno informate di chi ha una visione d’insieme, ma ci raccontano del successo dello sciopero generale, della resistenza pacifica e attiva al golpe, delle cariche dell’esercito, delle bombe lacrimogene. Lo sciopero generale a tempo indeterminato sarebbe sostenuto soprattutto dai dipendenti pubblici che stanno impedendo il funzionamento degli uffici.
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Honduras: colpo di stato. E Washington?
Fabrizio Casari
Sono le sei del mattino a Tegucigalpa, quando duecento soldati golpisti circondano la casa del Presidente della Repubblica in carica, Manuel Zelaya. I golpisti entrano sparando, afferrano il presidente, lo colpiscono ripetutamente e lo trascinano a bordo di un camion militare. Lo portano in una base dell’aereonautica militare alla periferia della città e quindi a bordo di un aereo di Stato che decolla; destinazione San José de Costa Rica. Chiusa con la forza anche l’emittente vicina al governo, Canale 8. Sequestrati gli ambasciatori di Cuba, Venezuela e Nicaragua e la Ministra degli esteri honduregna Patricia Rodas. Dal Costa Rica Zelaya ha rilasciato un’intervista a Tele Sur dove si é detto “vittima di un sequestro, un colpo di Stato, un complotto di un settore dell’esercito”. Ha poi chiesto a Obama “di chiarire se ci sono gli Usa dietro il golpe. Se gli Usa negano l’appoggio ai golpisti, questo insulto al nostro popolo e alla democrazia può essere evitato”. Concetti ripetuti poche ore dopo in una conferenza stampa da San Josè. Da parte sua, Obama si è detto “profondamente preoccupato per l’arresto del Presidente” ed ha chiesto “a tutte le parti di rispettare le norme democratiche”. Parole blande e rituali. Non certo una condanna, almeno nei termini che sarebbe stato lecito attendersi.
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Lettera aperta al quotidiano comunista “Il manifesto”
di Piotr
Amici del Manifesto, vi leggo e conosco fin dalla nascita del vostro esperimento e ancora molto recentemente ho collaborato con voi su questioni internazionali. Vorrei quindi esprimere con tutta franchezza il mio dissenso rispetto alla linea che state tenendo su temi importanti.
Il manifesto del 24 giugno 2009.
1. Apertura sull’Iran. Titolo: “Scelta di sangue”; fondo: “Sfida al potere” ripreso poi a pagina 8.
Cosa succede in Iran?
Qual’è l’ampiezza della supposta rivolta? Qual’è la sua composizione sociale?
E’ vero o non è vero, come si è insinuato, che dietro a Mousavi ci sia Brzezinski, cioè uno dei migliori geostrateghi statunitensi - quello che ha incastrato l’URSS in Afghanistan trasformando quel Paese e soprattutto i suoi abitanti in esca per topi?
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Lo stato del bene comune
di Ugo Mattei
A venti anni dal crollo del modello economico sovietico il pianeta è scosso dalla crisi del neoliberismo. Due fallimenti che impongono l'urgenza di un riqualificato intervento pubblico per favorire il miglioramento della qualità della vita nel presente, senza attendere messianicamente il «sole dell'avvenire»
Da diversi mesi ormai siamo ufficialmente nel mezzo della «crisi». Tali e tanti sono stati i dibattiti, gli articoli ed i libri ad essa dedicati in tutto il mondo, ciascuno contenente diverse diagnosi e prognosi, che il senso di saturazione e di inutile si impadronisce di noi. È nata un'«industria culturale» della crisi, un vero «spettacolo» al quale è ormai volgare qualsiasi tipo di partecipazione.
Vanno comunque riconosciuti alcuni risultati positivi quantomeno culturali di ciò che va succedendo. Dopo 15 anni di travolgente mainstream intellettuale in cui era impossibile avanzare qualunque dissenso alla retorica della «fine della storia», finalmente si possono mettere sul tavolo e discutere con il rispetto dovuto ipotesi alternative, solidaristiche, alter-mondialiste, o semplicemente di ri-pubblicizzazione dell' economia.
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La miccia corta del debito estero
di Pitagora*
Tassazione creativa e crisi economica fanno esplodere il debito pubblico. Con la metà dei titoli in mano straniera, lo stato italiano balla sull'orlo del burrone. E non sarà lo scudo fiscale a salvarci
Mentre negli Stati Uniti e in alcuni paesi europei si iniziano ad intravedere i primi spiragli di superamento della crisi, reale e finanziaria (è di meta giugno la notizia che le principali banche americane hanno rimborsato al Tesoro oltre 50 mld di dollari), la crisi tende a peggiorare in Italia.
Nel primo trimestre dell’anno il Pil è calato del 6 per cento rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente; le previsioni di consenso parlano di una riduzione dell’ordine del 5 per cento nell’intero anno; nel 2010 viene preventivata una stabilizzazione dell’economia piuttosto che una ripresa. Il deficit pubblico è visto in aumento con l’azzeramento dell’avanzo primario (pari al saldo della spesa pubblica al netto della spesa per interessi). In ogni caso, nel prossimo biennio, la disoccupazione aumenterà sensibilmente.
Inoltre, per il nostro Paese si susseguono i comunicati di una revisione al ribasso delle stime economiche e di finanza pubblica da parte degli organismi internazionali (Ocse, Fmi,…), e dai centri ricerca (Banca d’Italia, Confindustria, …). La progressiva revisione al ribasso delle previsioni costituisce un ulteriore grave motivo di preoccupazione, sebbene la crisi finanziaria mondiale abbia messo in evidenza che le previsioni degli economisti non siano attendibili.
La diversa reazione dell’economia italiana rispetto a quella di altri paesi europei e statunitense dipende da una molteplicità di ragioni, alcune legate alle politiche economiche del governo, altre alla situazione strutturale del Paese.
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Iran: una rivoluzione popolare?
di Michelguglielmo Torri
C’è una pressoché totale unanimità nel modo in cui, in Occidente e in Italia, viene descritta la crisi iraniana nata dall’esito delle ultime elezioni presidenziali in Iran. La vittoria a valanga di Mahmoud Ahmadinejad non sarebbe che il risultato di un grossolano broglio elettorale, che ha tolto la vittoria a chi spettava legittimamente: Mir Hossein Mousavi. Il popolo iraniano, giustamente sdegnato, è quindi sceso in piazza. La risposta è stata una repressione brutale, che ha causato decine di morti e portato a centinaia d’arresti. In questa situazione, la «guida suprema» della rivoluzione, Ali Khamenei (di fatto e di diritto il potere ultimo nel sistema politico iraniano), invece di svolgere il ruolo di arbitro al di sopra delle parti che, a norma della costituzione iraniana, gli compete, ha usato la propria autorità per coprire la grossolana manipolazione del risultato elettorale.
Il fatto che la tesi in questione sia sostanzialmente egemonica sui media internazionali non vuole però necessariamente dire che essa sia accurata. In proposito basti pensare a come i media internazionali rappresentino e abbiano per decenni rappresentato la questione palestinese. Cioè distorcendo completamente la realtà effettuale, quale è ed è stata documentata dalla maggior parte delle ricostruzioni storiche più serie.
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Le false pensioni
di Galapagos
L'Ocse ha diffuso ieri un rapporto sulla spesa pensionistica nel 2005. Quello che ne emerge sono dati terrificanti per l'Italia: spende per la previdenza il 14% del Pil, quasi il doppio rispetto ai paesi concorrenti. Dopo la diffusione del rapporto c'è stata una corsa a reclamare una nuova riforma. In testa al gruppo, si è messo a tirare Enrico Letta. Ma c'è un «inghippo»: i dati Ocse sono palesemente falsi (magari ai pensionati italiani finisse veramente il 14% del Pil) e confrontano metodologie fra loro non confrontabili. Vediamo perché.
Con una premessa: oggi l'Ocse presenterà le nuove previsioni sulla crescita del Pil: l'anticipazione è che la ripresa slitterà al 2011. Nel frattempo, però, da Parigi chiedono una riforma che deve essere pagata dai lavoratori (quelli italiani sono già i più tartassati dal fisco) e non dal capitale finanziario che ha generato le bolle speculative che hanno innescato la recessione dell'economia mondiale.
Da parecchi anni in Italia viene pubblicato (a cura di Roberto Pizzuti) dal Dipartimento di economia pubblica dell'Università La Sapienza di Roma, un «Rapporto sullo stato sociale» che spiega - da tutti apprezzato - quello che l'Ocse nasconde. Apparentemente si tratta di questioni metodologiche, ma non lo sono. La spesa previdenziale pubblica è estremamente disomogenea rispetto a quella degli altri paesi.
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Il diversivo del Darfur
“Salvatori e sopravvissuti: il Darfur, la politica e la guerra al terrorismo"
di Muhammad Idrees Ahmad
The Electronic Intifada
Nel film del 2004 di Errol Morris, The Fog and the War [La nebbia e la guerra], l’ex Ministro della Difesa americano Robert McNamara ricorda l’affermazione del generale Curtis LeMay, la mente dei bombardamenti incendiari contro il Giappone nella seconda guerra mondiale, secondo cui "se avessimo perso la guerra saremmo stati tutti perseguiti come criminali di guerra". LeMay stava semplicemente esplicitando una delle verità inconfessate delle relazioni internazionali: il fatto che il potere conferisce, tra l’altro, il diritto di dare un nome alle cose.
In tal modo gli stermini perpetrati dalle grandi potenze, dal Vietnam all’Iraq e all’Afghanistan, vengono normalizzati da definizioni quali "antiguerriglia", "pacificazione" e "guerra al terrorismo", mentre comportamenti analoghi messi in atto dagli stati nemici provocano le accuse più severe. E’ questa politica di dare un nome alle cose ad essere l’argomento del nuovo, esplosivo, libro di Mahmood Mamdani, Saviors and Survivors: Darfur, Politics, and the War on Terror.
Come in Medio Oriente, vi sono delle zone dell’Africa che sono state devastate dai conflitti per la maggior parte dell’era post-coloniale. Se la copertura dei media in entrambi i casi è superficiale, nel caso dell’Africa è anche sporadica. Ogni volta che c’è una copertura, vengono messi in rilievo solo gli aspetti sensazionalistici o grotteschi. Se l’argomento non è la guerra, di solito è la fame, le malattie o la povertà – o qualche volta tutte e tre – e immancabilmente la copertura non parla del contesto. Le guerre accadono tra "tribù" guidate da "signori della guerra" che avvengono in "stati in rovina" dominati da "dittatori corrotti". Provocate da motivazioni arcaiche, raramente riguardano questioni comprensibili.
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GEAB Report n. 36, parti II e III
II. L’onda della disoccupazione di massa: tre date differenti di impatto in funzione delle nazioni. America, Europa, Asia, Medio Oriente e Africa
L’estate del 2009 sarà ricordata come il punto di svolta per quanto riguarda l’impatto della disoccupazione sul corso degli eventi della crisi sistemica globale. Infatti, sarà il momento in cui, invece di una conseguenza della crisi, la disoccupazione in tutto il mondo diventerà un fattore aggravante.
Naturalmente, questo processo non si svilupperà nè allo stesso passo dovunque, nè con le stesse conseguenze. Comunque, dovunque senza eccezioni, diventerà una elevata priorità sia per il grande pubblico sia per i leader economici.
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Ragazze immagine
di Ida Dominijanni
Distogliamo lo sguardo da Silvio Berlusconi e spostiamolo sulle giovani donne che hanno raccontato gli incontri a palazzo Graziosi e a Villa Certosa nell'inchiesta di Bari. Tutta questa storia aperta dalla denuncia di Veronica Lario sul «divertimento dell'imperatore» non ha niente di privato ed è tutta politica, stiamo sostenendo da più di un mese, perché porta alla luce un ganglio cruciale del sistema di potere e di consenso di Berlusconi e del berlusconismo. Ma sia il potere sia il consenso sono fatti relazionali: si fanno in due, chi dispone e chi obbedisce, chi propone e chi acconsente, sia pure in posizione dispari tra loro. Dunque c'è il sistema di potere del premier imperniato su una certa politica del sesso e dei rapporti fra i sessi, e ci sono queste giovani donne che vi partecipano e ne consentono il funzionamento, anzi lo hanno consentito fino a un certo punto per poi disvelarlo.
Ed è chiaro che, se lo scandalo investe prima di tutto il premier, l'interesse dovrebbe volgersi parimenti a loro, per quello che dicono e che non dicono della società a cui appartengono e dell'immaginario, dei sogni e dei progetti, dell'etica e dell'estetica di cui sono portatrici. E che, salvo liquidare difensivamente escort e ragazze-immagine come eccezioni rispetto alla norma e alla normalità femminile, ci interrogano e ci interpellano: quella società, quell'immaginario, quei sogni e quei progetti, quell'etica e quell'estetica dicono qualcosa a noi tutte.
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Siete pronti per la guerra contro il tanto demonizzato Iran?
di Paul Craig Roberts
Quanta attenzione ricevono dai media americani le elezioni in paesi come Giappone, India e Argentina? Quanti cittadini e giornalisti americani conoscono i capi di governo di paesi che non siano Inghilterra, Francia o Germania? Quanti sanno per esempio i nomi dei presidenti di Svizzera, Olanda, Brasile, Giappone o Cina?
Al contrario, tutti sanno chi è il presidente dell’ Iran, essendo questi demonizzato quotidianamente dai mezzi d’ informazione USA.
Questo fatto dimostra quanto l’ America sia ignorante. In Iran non é il presidente che detta le regole, tanto meno è egli il capo supremo delle forze armate. La sua politica non puó sconfinare oltre le regole dettate dagli ayatollah, i quali non sono disposti a rinunciare alla Rivoluzione iraniana in cambio dell’ assoggettamento agli Stati Uniti.
Gli iraniani hanno avuto un’ esperienza dolorosa col governo USA. la prima elezione democratica negli anni 50, dopo un periodo di occupazione e colonizzazione, venne boicottata dagli Stati Uniti, i quali misero al potere, al posto del candidato legittimamente eletto, un dittatore sanguinario che torturó e condannó a morte i dissidenti che pensavano che l’ Iran dovesse essere uno stato indipendente dal potere degli USA.
La superpotenza americana non ha mai perdonato agli ayatollah la rivoluzione alla fine degli anni ‘70 che prese le distanze dal potere USA e durante la quale vennero tenuti in ostaggio dei funzionari dell’ ambasciata americana ritenuti delle spie, mentre gli studenti ricomposero i documenti strappati che provavano la complicitá del governo statunitense nella distruzione della democrazia in Iran.
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Meridionale, sottoproletaria, incazzata
Cioè: ma cosa credeva di fare, ’sto brianzolo, calando nel Sud Italia con vetrini e brillantini manco si credesse in visita tra gli Apache?
Perché, insomma, le donne della mia zona so’ pragmatiche, e hanno nel DNA mille secoli di sopravvivenza ai maschilismi più beceri. E quando arriva il momento in cui, come dice oggi la Aspesi, “Mai le donne, tutte le donne, sono state tanto lontane dalle cosiddette pari opportunità“, nessuna più di loro gioca in casa. Figurati se ci andavano senza registratore o senza macchina fotografica, a casa di Berlusconi, la escort navigata e la ragazza madre coperta di tatuaggi.
Figurati se si fanno prendere per il naso da un pirla autocompiaciuto, due che si pagano un anno di affitto in Puglia con una settimana dall’emiro a Dubai. Queste sono donne che lavorano e lo sanno benissimo, mica se la raccontano come la Carfagna.
E invece Berlusconi cosa fa? Una, se la porta a letto e la paga con una tartarughina, scordandosi della promessa di sbloccarle l’appalto. A una escort di quaranta e rotti anni. Ma ci credo che si incazzi, scusa. Hai Berlusconi per cliente e quello ti tira il pacco? Ma le sarà venuta voglia di sbranarlo e poi di pulirsi i denti con le di lui ossa, e giustamente.
E all’altra, che ti ha detto chiaramente che la vita è dura e che lei ha molte spese, invece di sistemarla con qualche contrattino le metti una busta in mano con la frase: “Così tiri avanti per un po’“?? Ma se ne rendeva conto di stare firmando la sua condanna a morte, con una frase così incauta, che è come dire: “Non aspettarti altro“? I soldi vanno e vengono, e la cartamoneta ha più fascino al Nord, temo. Giù, ciò che piace è la “sistemazione”. E un Berlusconi deve potersela permettere, se vuole frequentare certi ambienti. Sennò cambi aria, appunto, e frequenti le borghesi, che sono più ingenue e infinocchiabili.
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Il Paese messo davanti allo specchio. Ma chi ha voglia di fare autocritica?
di Alberto Burgio
Siamo alla fine politica di Silvio Berlusconi? Molti sono pronti a scommetterci, e in effetti la fortuna sembra davvero voltargli le spalle. Come mai? Che cosa c’è di nuovo in quest’ultima storia, squallida e patetica, di donne «utilizzate» da un vecchio che non sa invecchiare (un «malato», per chi lo conosce), che l’ironia delle cose ha proiettato alla guida di questo Paese?
Non è la prima volta che Berlusconi inciampa in una grave disavventura, dopo lo “storico” avviso di garanzia recapitatogli – sublime coincidenza – mentre coordina a Napoli la Conferenza mondiale dell’Onu sulla criminalità organizzata. La sua intera vicenda è costellata di seri infortuni, solo in parte dovuti ai problemi giudiziari, alle leggi create per risolverli e all’enorme conflitto di interessi (il politico che opera a vantaggio delle proprie imprese che gli servono a consolidare il potere politico, in un circolo vizioso degno di una repubblica delle banane). L’insulto rivolto a Martin Schulz nell’aula di Strasburgo («La proporrò nel ruolo di un kapò») è rimasto emblematico, ma non basterebbe una pagina intera a ricordare tutti gli episodi incresciosi – o soltanto ridicoli – che l’hanno visto protagonista.
Nemmeno quest’ultima storia di baccanali è, a ben guardare, del tutto inedita. Si è appena consumata l’affaire Noemi.
Ed è ancora in progress la vicenda – a nostro parere ben più grave – delle amiche personali trasformate in parlamentari e ministre della Repubblica. Addirittura una semianalfabeta, presa di peso dalle retrovie di Forza Italia e spedita alla pubblica (e soprattutto privata) istruzione, a far danni all’università e alla scuola italiana, già stremate da decenni di pessime “riforme”.
Berlusconi non è solo un padrone prepotente e autoritario, mosso da un progetto politico arcaico. Non è soltanto un animale senza scrupoli, determinato ad accumulare fortune e poteri e a far fruttare relazioni con persone e ambienti al di sotto di ogni sospetto. È anche un personaggio da avanspettacolo tra il ridicolo e il feroce, un inconfondibile misto di cattivo gusto e di banalità. Ma tutto ciò è evidente e noto già da tempo. Perché questa volta la sua parabola sembra precipitare verso la disgrazia e l’ignominia?
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Le elezioni in Iran: cerchiamo di capire
di Franco Cardini
Ad alcuni giorni dalle ultime elezioni in Iran, i media di tutto il mondo occidentale, sia pure con qualche sfumatura, ci hanno proposto uno schema interpretativo abbastanza semplice. L’Iran è guidato da un regime fondamentalista che tuttavia mantiene alcune parvenze di democrazia e di pluralismo (molti partiti politici, giornali e televisioni differenti ecc.); le ultime elezioni sono state pesantemente manipolate, sia attraverso il sistematico uso dell’intimidazione e della repressione, sia attraverso autentici brogli elettorali (perfino urne scambiate); tuttavia, dinanzi alla massiccia, coraggiosa e prolungata protesta popolare, le autorità si sono spinte fino a promettere un riconteggio dei voti; senonché, a detta di alcuni osservatori e di taluni oppositori, tale riconteggio non porterebbe a nulla sia perchè si svolgerebbe comunque in un clima d’incertezza e di violenza, sia perchè le autentiche schede sono state almeno in buona parte distrutte e sostituite; per cui, l’unica strada possibile per un qualche ristabilimento della legalità democratica sarebbe procedere a nuove elezioni sotto lo stretto controllo di osservatori delle Nazioni Unite, cosa che il governo non è disposto a concedere. Si sta quindi andando o verso una situazione di compromesso che non piacerà a nessuno, soprattutto alle opposizioni; o verso uno scontro frontale.
Un quadro semplice. Ma tutti i problemi hanno sempre una risposta semplice. Peccato solo che, di solito, si tratti di quella sbagliata. Il punto di partenza, per noi, non può essere che una constatazione. Quella iraniana è una società complessa. Cerchiamo quindi di capirci qualcosa.
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La cultura economica e la crisi (1)
di Roberto Artoni
1. In questa nota tenterò di leggere la crisi attuale, finanziaria e reale, come il risultato in buona misura anticipabile dell’applicazione di un modello economico caratterizzato da elementi precisamente identificabili. Dalla lettura e dall’interpretazione critica di questo modello, altri, più attrezzati di chi scrive, dovrebbero delineare gli elementi costituivi di una nuova cultura politica ed economica.
2. Il modello di teoria e di politica economica dominante negli ultimi 25 anni ha alla sua base una fortissima fiducia nella capacità di autoregolamentazione dei mercati secondo modalità probabilmente mai riscontrate nella storia del mondo economicamente sviluppato. Sono state riprese e applicate, in altri termini, le indicazioni più elementari della teoria economica sull’ottimalità del meccanismo concorrenziale.
3. Con particolare riferimento alla teoria macroeconomica, e quindi alla più generale impostazione di politica economica il punto di partenza è costituito da modelli che abbiano un fondamento microeconomico, siano microfondati nel gergo degli economisti [Solow 2008]. Tuttavia ciò è avvenuto a costo di semplificazioni non innocue: la teoria macroeconomica, nella versione dominante di questi anni deriva da un modello nel quale agenti (consumatori, lavoratori e titolari di fattori produttivi) massimizzano la propria funzione di utilità su un orizzonte infinito in mercati perfettamente concorrenziali (caratterizzati da assenza di potere di mercato e da prezzi dei beni e dei fattori flessibili) e in un contesto di previsione perfetta o di aspettative razionali.
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La crisi non è finanziaria ma del capitale
di Domenico Moro
1. Sovrapproduzione e crisi
Secondo la maggior parte dei mass media, degli economisti e dei governi, quella attuale è una crisi finanziaria, che successivamente si sarebbe estesa all’economia “reale”. Con questo tipo di analisi si coglie, però, solo la forma in cui la crisi si è manifestata. Se ne ignora invece il contenuto, che risiede nei meccanismi di accumulazione del capitale. Infatti, le crisi sono la modalità tipica in cui emergono le contraddizioni del modo di produzione attuale. La principale di queste contraddizioni è quella tra produzione e mercato. Lo scopo delle imprese è produrre per fare profitti e per fare ciò riducono i costi delle merci in modo da aumentare il loro margine, cioè la differenza tra costi e prezzi di produzione. La riduzione dei costi di produzione passa per la realizzazione di economie di scala, cioè per la produzione di masse di merci sempre più grandi nello stesso tempo di lavoro. A questo scopo vengono introdotte tecnologia e macchine sempre più moderne al posto di lavoratori, e aumentati ritmi e intensità del lavoro. Astrattamente si tratta di un fatto positivo, in quanto lo sviluppo della produttività mette a disposizione dei consumatori masse di merci più grandi prodotte in un tempo minore. Il problema è che la produzione capitalistica è diretta non verso semplici consumatori ma verso consumatori in grado di pagare un prezzo adeguato a raggiungere il profitto atteso, cioè verso un mercato.
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