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I limiti di fondo dell’economia politica
Enrico Galavotti
Prendiamo un qualunque Manuale di economia politica scritto da un marxista: quello di Antonio Pesenti (Editori Riuniti, Roma 1972). Sin dalle prime pagine si capisce che c’è qualcosa che non va, ovviamente non perché si è contro il capitalismo, quanto perché non si riesce a valorizzare sino in fondo il pregio di un’economia naturale basata su autoconsumo e baratto. Questo è un limite di fondo di tutti i manuali di economia politica, siano essi borghesi o socialisti.
Un manuale marxista di economia politica non dovrebbe porsi anzitutto in antitesi allo sviluppo capitalistico, poiché se si esordisce facendo questo, l’antitesi non sarà mai davvero radicale, ma sempre relativa. Per essere un minimo obiettivi, si dovrebbero anzitutto valorizzare tutte quelle forme di produzione economica in cui non esisteva una forte divisione del lavoro, una propensione accentuata per gli scambi commerciali, l’esigenza di avere tutte le comodità possibili, la necessità imprescindibile di produrre di più in minor tempo e con minor fatica e altre caratteristiche tipiche delle società basate sull’antagonismo sociale.
È vero che è stata la borghesia a inventare la scienza dell’economia, ma quando si parla di economia bisognerebbe anzitutto farne una storia, eventualmente avvalendosi degli studi di etno-antropologia, altrimenti rischiano di apparire falsati i presupposti metodologici della critica materialistica. Non si può fare del “materialismo dialettico” con uno sguardo rivolto solo verso al futuro, senza tener conto che siamo figli di un passato ancestrale, le cui caratteristiche, quando si viveva di caccia, pesca, raccolta di frutti selvatici, erano completamente diverse da quelle che si sono formate con la nascita delle prime civiltà urbanizzate.
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Vita contro Teologia Politica
di Salvo Vaccaro
Il est surprenant qu’au fond de la politique nous trouvions toujours la théologie. Pierre-Joseph Proudhon
Per quanto impenetrabile sia l’incantesimo, è soltanto incantesimo. Theodor W. Adorno
C’è religione ogni volta che c’è trascendenza, Essere verticale, Stato imperiale in cielo o sulla terra, e c’è Filosofia ogni volta che c’è immanenza, anche se serve da arena all’agone e alla rivalità. Gilles Deleuze, Félix Guattari
Eludere l’illusione
Uno spettro si aggira nel mondo laico: la risorgenza della religione tanto come matrice mobilitante una forza sociale in grado di proiettarsi sul palcoscenico della politica istituzionale e planetaria, quanto come movimento di pensiero in grado di conseguire uno spessore normativo per sé e soprattutto per gli altri. Nella nostra piccola porzione di mondo da cui parliamo e agiamo, si fa fatica a manifestare stupore per un simile ritorno di fiamma per la semplice ragione che tale fiamma non si era mai spenta, nemmeno nei momenti più alti di visibilità e rappresentatività delle ragioni laiche e secolari. La presenza capillare e pervasiva della chiesa cattolica chez nous non è mai venuta meno nei decenni, trovando sempre in via diretta e indiretta insieme un imprenditore politico capace di rendere conto degli auspici nonché dei desideri normativi di natura religiosa, declinando al tempo stesso gli opportuni compromessi con i partner agonali del conflitto secolare. Su scala più ampia, un occhio meno provinciale (parrocchiale, verrebbe voglia di dire) non dovrebbe altrettanto mostrare stupore se il peso degli enunciati religiosi sia tanto poderoso in lungo e in largo per il pianeta, né che essi vengano politicamente branditi come armi per fini esclusivamente politici o addirittura teocratici, incarnazione sempiterna della teologia politica per eccellenza. Semplicemente, la storia non è mai arrivata al capolinea…
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La teoria marxiana del valore
di Ascanio Bernardeschi
Primo di una serie di articoli sulla teoria marxiana del valore. Il compito della scienza è di svelare la differenza fra l'apparenza dei fenomeni e l'essenza delle cose. Anche la legge del valore ha questo fine. Le differenze tra Marx e gli economisti classici per quanto riguarda il metodo e gli scopi dell'economia politica. Alcuni concetti basilari per permettere ai “non addetti” di seguire il successivo svolgimento riguardante alcuni nodi più dibattuti della teoria marxiana. Le categorie economiche, trattate dagli economisti che vanno per la maggiore come oggetti naturali, non sono altro che rapporti sociali camuffati
I. A cosa serve?
Nel libro III del Capitale, confutando l'apparente obiettività della “formula trinitaria” – secondo la quale il valore delle merci sarebbe originato dalla somma della retribuzione dei cosiddetti fattori produttivi (profitti, salari e rendite), mentre è vero l'esatto contrario, cioè che sono queste ultime voci di reddito che reperiscono la propria fonte nel valore delle merci, in quanto quest'ultimo viene tra di esse distribuito successivamente alla propria realizzazione – Marx ebbe ad affermare che “ogni scienza sarebbe superflua, se la forma fenomenica e l’essenza delle cose coincidessero immediatamente [1].
Infatti i fenomeni che percepiamo sono spesso delle manifestazioni di leggi che sfuggono ai sensi e che solo la scienza può svelare, mentre possiamo cadere in errore se confondiamo queste manifestazioni con l'essenza, cioè con i meccanismi che ci stanno dietro. Anche l'osservazione empirica non accompagnata da una robusto impianto teorico, per esempio l'accertamento statisticamente oggettivo della correlazione tra due fenomeni, può trarre in inganno in quanto può condurre a stimare in maniera invertita il rapporto causa-effetto tra le due grandezze.
Forse è utile fare un esempio. Secondo l'esperienza dei nostri sensi, tutti i corpi hanno un peso che si avverte in quanto su di essi agisce una forza, tanto maggiore quanto maggiore è il loro peso, che li attrae verso il suolo.
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L'aspetto criminale dell'austerità pensionistica
di Leonardo Mazzei
La nuova beffa firmata Renzi: volete la pensione? Pagatevela. E pure con gli interessi...
Si torna a parlare di pensioni. Stavolta per annunciare "flessibilità", nome in codice che significa fregatura. L'ennesima.
Lorsignori hanno scoperto l'acqua calda: aumentare a dismisura l'età pensionabile porta ad un aumento della disoccupazione giovanile. Strano, avremmo detto tutti il contrario...
Quattro notizie in tre giorni hanno riportato il tema previdenziale alla ribalta. La prima: secondo il presidente dell'Inps Boeri i nati nel 1980 rischiano di andare in pensione a 75 (settantacinque) anni. La seconda: a causa dei nuovi scalini scattati per le donne (legge Fornero) e dei calcoli Istat sulla "speranza di vita" (legge Dini), nel primo trimestre 2016 i pensionamenti sono diminuiti (rispetto allo stesso periodo del 2015) del 34,5%. La terza: nello stesso trimestre il valore medio mensile delle pensioni dei lavoratori dipendenti è sceso di ben 72 euro, passando dai 1.236 euro (ovviamente lordi) del 2015 agli attuali 1.164. La quarta, di cui ci occuperemo in questo articolo, è che il governo sta studiando la cosiddetta "flessibilità" in materia pensionistica.
Insomma, si va in pensione sempre più tardi e con un assegni previdenziali sempre più poveri. Dov'è la notizia? Non sapevamo tutti che è esattamente questo il futuro disegnato per gli anziani da un ventennio di controriforme, diciamo da Amato a Monti?
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Dalla "stagnazione secolare" all'agonia del capitale
Notti in cammino...
di Clément Homs
Anche ad aver seguito gli avvenimenti solo da lontano, il 2015, nello spazio pubblico borghese francofono e in una parte della Triade, risulta essere stato l'anno di una grande offensiva della tesi della "stagnazione secolare" . Col passare degli anni, tutte le teorie della crisi ciclica e tutte le diverse sette economiche che per due secoli hanno predetto l'eterno ritorno del capitalismo hanno reso l'anima, lasciando il posto alla tesi della "stagnazione secolare" come nuova ristrutturazione e attuazione del pensiero borghese sempre prigioniero dei suoi stessi presupposti. Se quindi adesso la "stagnazione secolare" ha il vento in poppa, ciò avviene perché spiega quel che rimane inspiegabile per un economista. Alcuni segmenti del pensiero economico borghese cercano adesso di spiegare, sempre a partire dalle loro forme di coscienza feticizzata, ciò che rimane come l'impensato di tutto il pensiero economico: la nuova qualità di una crisi della valorizzazione che sembra loro non assomigliare a nessun'altra crisi.
Quasi dieci anni dopo l'inizio di un nuovo crollo di un'economia mondiale che ha visto il collasso della dinamica della produzione di capitale fittizio quanto meno nel settore privato, niente di quello che era stato "previsto" si è verificato: la ripresa a "V" e a "W", poi a "WW", "l'inversione della curva" oppure la "purga" di una crisi ciclica ed il ritorno al "business as usual", tutto questo non si è ancora visto.
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Napoli: le tre anime dei laboratori metropolitani
di Francesco Festa
“La disunione della plebe e del senato romano fece libera e potente quella Repubblica”. Il Machiavelli dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio attacca il culto della concordia civica ritenendo che uno dei punti di forza di Roma siano stati proprio i tumulti – all’oggi, le lotte sociali – piuttosto che cause di debolezza. Anzi, Machiavelli ritiene che le sollevazioni popolari avrebbero avuto il grande merito di impedire che i “grandi” attentassero alla libertà. In fondo una città che punta a estendere la propria egemonia o a non cadere vittima di altri Stati, secondo Machiavelli, ha bisogno anzitutto di un esercito numeroso, ossia che l’intera popolazione si senta chiamata a combattere e che la medesima popolazione – chi vive l’urbe – possa esercitare il diritto di cittadinanza: vale a dire che le classi subalterne siano messe nella condizione di far valere con più forza le proprie rivendicazioni.
Come recita il primo capitolo del terzo libro dei Discorsi: “a volere che una setta o una Repubblica viva lungamente, è necessario riportarla spesso verso il suo principio”: il tumulto, le lotte sociali sono precisamente uno dei modi attraverso cui il filo prezioso con l’origine – con i principi preziosi - non viene mai a interrompersi del tutto. All’oggi, invece, la dittatura di centro in cui è inchiodata la politica europea vuole proprio che la qualità del politico aumenti in modo inversamente proporzionale al numero di conflitti che crea, individui e cerca di risolvere.
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Europa e "Mezzogiorni"
di Joseph Halevi
Qualche settimana fa abbiamo posto delle domande a Joseph Halevi su crisi, Europa e “mezzogiorni”. Abbiamo cominciato dal tema più attuale e più discusso, quello della crisi europea. Oramai, dopo l’accettazione dei memoranda da parte del governo Tsipras e dopo la sconfitta dell’ala sinistra di Syriza, si parla poco della Grecia. Si discute di un’ulteriore sforbiciata delle pensioni greche, tra le più basse d’Europa, su suggerimento delle istituzioni europee. Considerato che la strategia della “disobbedienza dei trattati” non è attuabile, abbiamo chiesto a Halevi come possono reagire le sinistre europee (quello che ne rimane) evitando la degenerazione nazionalistica degli apologeti della svalutazione e della monetizzazione dei disavanzi. La sua risposta, ricca ed intensa, sarà pubblicata in due parti. Ne proponiamo la prima. Qui la seconda parte.
Di seguito la risposta di Joseph Halevi.
* * *
Grecia, Europa ecc.
Premessa: penso che per il 90% l’esito e l’iter stesso della vicenda greca siano stati del tutto indipendenti dalla posizione del governo allora in carica. Tuttavia considero Yanis Varoufakis responsabile della catastrofe negoziale. È stato lui ad impostare l’intera strategia dei negoziati con l’Eurogruppo.
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La "mano invisibile" che affida la sovranità ai liberi mercanti
Ieri, oggi, domani
di Quarantotto
1. Abbiamo già citato la trilogia di romanzi, sul tema della guerra dell'oppio (contro la Cina) e della colonizzazione inglese in India, scritti da un autore indiano di cultura anglosassone, Amitav Ghosh.
Dal romanzo centrale della trilogia, traiamo alcune interessanti "conversazioni" che illustrano perfettamente la cultura dei tai-pan, cioè dei mercanti imbevuti della neo-religione del libero mercato seguita alla "rivelazione" di Adam Smith. Per lo meno nel modo in cui fu intesa nei decenni successivi alla sua opera maggiore, "La ricchezza delle nazioni": un modo, a rigore filologico e "scientifico", discutibile e controverso, ma che, non di meno, è divenuto poi una vulgata ampiamente diffusa e appunto circondata da un'adesione acritica e fideistica di tipo essenzialmente religioso (una religione, come evidenzia Galbraith, che si fonda sul supremo "piacere di vincere in un gioco in cui molti perdono").
2. Sull'attendibilità delle conversazioni che vi riporterò, sotto il profilo della loro capacità di riflettere fedelmente questo "credo", aderendo in modo diretto al pensiero ed alle parole dei protagonisti del tempo, Ghosh ci rassicura, fornendo un'appendice poderosa sulle fonti utilizzate (pagg.383-386 de "Il fiume dell'oppio"): le conversazioni, infatti, sono riprese da dichiarazioni e "editoriali", a commento dei fatti storici narrati, pubblicati sui giornali inglesi editi a Canton in quegli stessi anni (nel 1838-39, alla vigilia e durante lo svolgimento stesso del conflitto, cioè la prima guerra dell'oppio, che vide l'Inghilterra attaccare con la sua flotta Canton).
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In attesa degli schiavi globali
di Robert Kurz
In che mondo viviamo? La risposta degli ideologhi è sempre la stessa: in un mondo fatto di economia di mercato e di democrazia, dove economia di mercato e democrazia non sono mai abbastanza. Quanto più, in quest'ordine mondiale, si accumulano le catastrofi, tanto più incisive, ad ogni nuova crisi, si fanno le richieste stereotipate, dettate dall'ignoranza asinina della coscienza ufficiale, per avere ancora "più economia di mercato" e "più democrazia". Questi due concetti sono diventati una sorta di mantra che, a forza di essere ripetuto, si è diluito fino a diventare una cantilena senza senso.
In questo pozzo dei desideri si nasconde una contraddizione elementare. Da un lato, troviamo la pretesa secondo cui la società è in grado di deliberare consapevolmente circa le questioni di interesse comune e di prendere decisioni razionali ("democrazia"). Dall'altro lato, però, si tratta esplicitamente di autoregolamentazione meccanica di un nesso sistemico autonomo, le cui assurde leggi si sono sedimentate come fatti naturali ("economia di mercato", vale a dire il capitalismo).
Nella realtà, la vita sociale non è guidata dalla discussione e dalla consapevole decisione comune dei membri della società. Ciò perché la procedura democratica non si vede anteposta agli effetti galvanizzanti della "fisica sociale" dei mercati anonimi, bensì posposta.
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La trappola democratica
di Alfio Mastropaolo
La definizione standard
In uno dei suoi scritti più celebri, che ha fatto scuola a un’intera generazione, intitolato Il futuro della democrazia, Norberto Bobbio cercò di mettere ordine tra le tante definizioni della democrazia e si azzardò a proporne una, da lui stesso definita minima, se non minimalista. Che mettesse tutti d’accordo. Che in democrazia non è un pregio di poco conto. La democrazia, per Bobbio, è un particolare regime politico che si caratterizza per alcuni requisiti fondamentali, i quali attengono a chi governa e a come governa. Tali requisiti sono il suffragio universale, il principio di maggioranza e la competizione tra forze politiche diverse, e, di conseguenza, la libertà personale, di pensiero, di associazione.
Questa definizione di democrazia, viceversa, nulla dettava sul cosa. La democrazia è compatibile con ogni sorta di misure politiche. Ovvero non impone nessun obbligo al riguardo. Può produrre politiche egualitarie, su cui Bobbio concordava, ma non è obbligata a produrle. Lo Stato sociale è un di più, che arricchisce la democrazia, ma non la qualifica. Se poi si conducessero solo politiche ugualitarie, – Bobbio le chiama democrazia «sostanziale», a scapito della democrazia «procedurale», – la democrazia non sarebbe più democratica.
Bobbio ammetteva che una simile democrazia è poco attraente.
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“Il lavoro non è l’essenza dell’essere umano”
Marina Zenobio intervista Kathi Weeks
The Problem with Work, della politologa femminista Kathi Weeks. Chi ha detto che il lavoro debba essere al centro della nostra esistenza?
Erano gli anni ’30 del secolo scorso quando Keynes predisse che grazie all’incremento della produttività e all’ingresso della donna nella forza lavoro, la generazione dei suoi nipoti avrebbero lavorato non più di 15 ore a settimana. Sono passate tre generazioni, lavoriamo più di prima e la sinistra ha ormai abbandonato quasi del tutto la lotta per la riduzione della giornata lavorativa, una lotta che la politologa e femminista Kathi Weeks, ispirata da testi diversi tra cui Resistance In Practice The Philosophy of Antonio Negri, rivendica nel suo saggio The Problem with Work: Feminism, Marxism, Antiwork Politics, and Postwork Imaginaries (John Hope Franklin Center Book, 2011, pp.304). In una recente intervista rilasciata a CTXT.es-Contexto y Accion, Kathi Weeks espone il suo pensiero sul potere delle “rivendicazioni utopiche” e spiega perché, secondo l’autrice, dovremmo concentrarci sul lavorare meno ore e sul creare condizioni per immaginare un mondo fuori dal lavoro. Popoff vi propone uno stralcio dell’intervista.
* * *
Come definirebbe il concetto di lavoro?
Il lavoro è una attività produttiva basata sul modello del lavoro salariato. Se si chiede ad una qualsiasi persona che lavoro faccia, dedurrebbe che ci si riferisca esclusivamente al lavoro remunerato.
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Il reale delle/nelle immagini
Esibizionismo, selfie, mercificazione e costruzione identitaria
di Gioacchino Toni
«Un mondo dove ciò che conta è riuscire a raggiungere un certo livello di popolarità [presuppone che] tutto nella vita umana può essere quantificato e dunque può anche essere misurato e valutato. […] Ed è ciò che oggi sta avvenendo […] I “like” di apprezzamento o altri indicatori simili sono […] delle unità di misura del successo» (V. Codeluppi).
«devi diventare merce per poter propagandare altra merce» (G. Arduino – L. Lipperini).
Da qualche tempo sembra sempre più difficile affrontare la realtà senza ricorrere al filtro di una registrazione. Non è difficile imbattersi nelle località turistiche in visitatori che rinunciano a godersi la visione diretta di ciò che hanno di fronte per riprenderlo col proprio telefonino, ossessionati dal dover registrare quanto hanno davanti agli occhi. Qualcosa di simile accade anche al pubblico degli eventi sportivi e dei concerti. Tanti affrontano l’esperienza del concerto impugnando e puntando verso il palco altrettanti smartphone al fine di catturare qualche memoria digitale dell’evento da poter poi condividere sul web. Probabilmente pochi si riguarderanno veramente le riprese effettuate, nel migliore dei casi i più finiranno per caricarne qualche frammento sul web condividendolo con schiere di conoscenti, più o meno virtuali, che, a loro volta, daranno un’occhiata fugace e magari contribuiranno a far girare, a vuoto, in rete il tutto. Nei concerti molti smartphone più che essere puntati verso il palco sono in realtà indirizzati verso i mega-schermi che, a loro volta, diffondono le immagini del palco registrate dall’organizzazione. Sicuramente un primo motivo di tale comportamento può essere individuato nel fatto che, soprattutto negli eventi di grandi dimensioni, il palco è molto lontano e la folla presente intralcia la visione e la ripresa ma, probabilmente, tale pratica è dovuta anche al fatto che il pubblico si è talmente abituato a fruire immagini che trova più interessante osservare, dunque registrare, le riprese elaborate e trasmesse dagli schermi che non “accontentarsi” della piatta visione del palcoscenico. Per quanto la band sia abile nel tenere il palco, non c’è paragone, per chi è cresciuto a riproduzioni di realtà, l’elaborazione offerta degli schermi è molto più accattivante.
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La coscienza come essere cosciente. Praxis e theoria
di Predrag Vranički
Il testo che presentiamo di seguito, in inedita traduzione italiana, è del filosofo croato Predrag Vranički, scomparso nel 2002. Si tratta di un breve saggio apparso nel 1965 su Praxis, che proponiamo come contributo alla precisazione di alcuni termini chiave dell'impianto teorico comunista, in particolare attorno al tema della “coscienza” come “essere cosciente” e al rapporto teoria-prassi.
Con ciò non suggeriamo un'acquisizione in toto del pensiero di Vranički, per molti, essenziali versi profondamente distante dall'orientamento del nostro lavoro; tuttavia, privi delle preoccupazioni di coloro che surrogano le identità con le etichette, pensiamo possa entrare a pieno titolo in una ampia e diversificata “cassetta degli attrezzi” per comprendere e trasformare il mondo.
L'autore
L'autore di questo articolo, Predrag Vranički, è stato un filosofo di orientamento “marxista umanista”. Dopo aver combattuto sul fronte borghese antifascista dell'Esercito di liberazione nazionale si dedicò agli studi di filosofia, divenendo poi presidente della Società jugoslava per la Filosofia nel 1966, e nel '77 membro dell'Accademia Croata delle Scienze e delle Arti. Dal 1965 fece parte della redazione della rivista dissidente Praxis, critica nei confronti del regime titoista e della sua ideologia.
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Moderazione salariale e produttività in Europa
di Heiner Flassbeck e Costas Lapavitsas
Sul sito del Institute for New Economic Thinking, un importante contributo di Heiner Flassbeck e Costas Lapavitas chiarisce in maniera definitiva la questione se la forza esportatrice tedesca provenga dalla concorrenza sleale della compressione salariale o dalla mitica produttività germanica. Porre la questione in questi termini è infatti fuorviante, in quanto significa non voler comprendere che in una unione monetaria l’accordo dovrebbe essere di mantenere i salari nominali in linea con la produttività, tenuto conto del tasso di inflazione concordato
Di recente, la nostra analisi è stata messa in discussione da Servaas Storm, che ha affermato che l’accusa a carico della Germania di avere spaccato l’eurozona con il suo neomercantilismo è insostenibile. [1]Qui dimostriamo che la critica di Storm ha un certo aplomb, ma manca di sostanza.
La maggior parte dei macroeconomisti in Europa ha probabilmente ormai accettato che la persistente moderazione salariale tedesca è la causa centrale degli squilibri fondamentali nell’Unione Monetaria Europea. Gli estensori di questa nota hanno dimostrato che questi squilibri sono responsabili della crisi dell’Eurozona nel senso più ampio, dal momento che hanno provocato lo strapotere tedesco nei flussi commerciali (esportazioni), l’esportazione di disoccupazione dalla Germania, scarsi investimenti e bassi incrementi di produttività all’interno dell’Unione, fino ad arrivare alla deflazione. [2]
Gli squilibri nell’ Unione monetaria europea
La posizione di Storm è chiara e vale la pena citarlo per esteso:
“In secondo luogo, come mostrato in figura 1 [nell’articolo di Storm], non vi è alcun segno evidente di una compressione dei salari nominali dei lavoratori tedeschi se confrontiamo la Germania con la zona euro nel suo insieme (Germania esclusa). Negli anni ’90 i salari nominali tedeschi sono aumentati rispetto alla zona euro e il salario nominale relativo tedesco è rimasto più o meno piatto durante il periodo 1999-2007 (nel corso di questi otto anni c’è stato un calo trascurabile di 0,7 punti percentuali).
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Parigi, Bruxelles e la guerra infinita
di Redazione "Il cuneo rosso"
(D. Eisenhower sulla lotta al nazionalismo arabo)
Svolgiamo qui alcune considerazioni sugli attentati jihadisti di Parigi e Bruxelles e il loro retroterra medio-orientale, che forse saranno poco popolari data l'infezione arabofobica e islamofobica da cui è affetta la sinistra, inclusa buona parte di quella che si vuole antagonista, comunista, e perfino internazionalista. Ma la sola cosa che ci preme è contribuire a inquadrare gli avvenimenti in corso da un punto di vista di classe, denunciare e contrastare le nuove aggressioni in atto ai lavoratori e ai popoli di Libia, Iraq e Siria da parte del governo Renzi e degli altri governi europei, e lavorare ad avvicinare, a unire i proletari autoctoni e i proletari provenienti dai paesi arabi e islamici (e i loro figli) che i potentati dell'imperialismo, approfittando dei suddetti attentati, vogliono allontanare e scagliare gli uni contro gli altri. Tutto il resto, per noi, non conta.
È guerra? Certo, ma da 200 anni (almeno).
E l'ha scatenata l'Europa colonialista e imperialista.
Gli editoriali bellicisti delle scorse settimane e degli scorsi mesi hanno sostenuto pressoché unanimi la tesi: "dobbiamo rispondere con la guerra alla guerra che ci è stata dichiarata dai bastardi islamici" invertendo così il rapporto qualitativo e quantitativo tra cause ed effetti. Noi partiamo, invece, dalle cause, quindi dall'azione dell'imperialismo europeo e occidentale.
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Merkel e Draghi contro l’Europa
di Thomas Fazi e Guido Iodice
Le élite europee hanno sfruttato la crisi per imporre scellerate politiche neoliberali e smantellare lo stato sociale. L'alternativa? Nè 'più Europa' né uscita dall’euro, ma l’apertura di un conflitto tra periferia e centro. Anticipiamo un estratto dal libro "La battaglia contro l'Europa" di Thomas Fazi e Guido Iodice, Fazi editore, in questi giorni in libreria
Si narra che quando il ministro delle Finanze di Luigi XIV di Francia, Jean-Baptiste Colbert, chiese a un gruppo di mercanti – oggi diremmo di imprenditori –– cosa avrebbe potuto fare il governo per aiutare il commercio, uno di loro, chiamato Legendre, abbia risposto semplicemente: «Lasciateci fare». L’espressione laissez faire, che oggi in Italia traduciamo con ‘liberismo’, divenne da allora sinonimo di libertà di impresa, libero commercio e Stato minimo, contrapposta alle idee di Colbert e dei mercantilisti, che vedevano invece per lo Stato un ruolo attivo e interventista in campo economico. La vulgata vuole quindi che i liberisti siano coloro che si oppongono alle barriere doganali, alle tasse, alle regolamentazioni eccessive e, soprattutto, alla spesa pubblica. Generazioni di economisti, filosofi, politici, hanno sviluppato una dottrina secondo la quale meno lo Stato si occupa di economia, più questa sarà capace di prosperare da sola. Il ruolo del pubblico, al più, consiste nel garantire i contratti attraverso l’applicazione del codice civile e nell’occuparsi della polizia a difesa della proprietà. Eppure, a ben vedere, vi è un abisso tra la dottrina e la pratica. Un abisso che è diventato talmente evidente tra il 2007 e il 2008 da non poter essere più nascosto.
Quando la crisi scatenata dallo scoppio delle bolle immobiliari negli Stati Uniti e in Europa ha cominciato a far crollare, una dopo l’altra, banche piccole e grandi, quasi tutti coloro che fino al giorno prima avevano predicato il ritiro dello Stato dalla sfera economica si sono dovuti barcamenare per giustificare i salvataggi bancari di quegli istituti too big to fail, troppo grandi per fallire.
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L’opinione pubblica mercificata
di Giovanna Cracco
È difficile avere oggi un’idea della dimensione di quella che possiamo genericamente chiamare ‘area antagonista’, inserendo nella definizione ogni realtà culturale o movimentista della società civile che si muove in senso critico rispetto al pensiero dominante neoliberista; da quella più ‘radicale’, che si oppone al capitalismo, di cui il neoliberismo è solo l’attuale fase, a quella ‘socialdemocratica’, che non mette in discussione il sistema economico ma mira semplicemente a mitigarne le caratteristiche di sfruttamento dell’uomo e delle risorse ambientali, attraverso la difesa di uno stato sociale in fase di smantellamento e dei cosiddetti beni comuni. Difficile perché le lotte sono frammentate, ciascuna chiusa nella propria singola identità – per la casa, per l’acqua pubblica, contro l’Expo, la riforma della scuola, la Tav... – e non fa eccezione nemmeno la battaglia per il lavoro, che pur avendo un unico tema si divide in tanti terreni di scontro quante sono le aziende che licenziano, delocalizzano, impongono ricatti ai lavoratori in termini di retribuzione e orario per non chiudere gli stabilimenti.
La debolezza delle lotte, intesa come incapacità di incidere sull’esistente, modificandolo, è evidente. Sconta sicuramente la frammentazione, l’incapacità di comprendere che la lotta è una, sebbene articolata su più campi, perché dietro le singole tematiche vi è un ‘nemico’ comune, ossia il sistema capitalistico: privatizzazioni e riduzione del welfare rispondono alla necessità del Capitale di espandersi in nuovi ambiti, il maggior sfruttamento, ossia bassi salari e lavoro precario a uso e consumo delle oscillazioni della domanda del mercato, risponde al bisogno di recuperare maggiori margini di profitto, ed entrambe le operazioni servono al capitalismo per salvarsi dall’attuale crisi – fino alla prossima, ovviamente.
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L’incanto spezzato della dialettica
Giso Amendola
«Hegel e Spinoza» è il saggio di Pierre Macherey scritto intorno all’operazione compiuta da Hegel tesa a neutralizzare l’anomalia rappresentata dal filosofo olandese. Un esempio di limpida battaglia politica condotta attraverso un rigoroso lessico filosofico
Crea uno strano effetto avere oggi a disposizione in traduzione, grazie alla preziosa cura editoriale di Emilia Marra, un libro importante come l’Hegel ou Spinoza di Pierre Macherey, uscito nel 1979, quasi come ultimo frutto di lotte teoriche le cui coordinate sono oggi decisamente inattuali (Hegel o Spinoza, ombre corte, euro 19). Ma un testo teoricamente densissimo continua evidentemente a porre questioni, anche se probabilmente in direzioni molto diverse da quelle all’interno delle quali era nato.
Nella premessa all’edizione italiana, Macherey indica subito al lettore questo sfasamento temporale, almeno dal punto di vista del clima generale dell’epoca: scritto quando la trasformazione radicale dell’esistente sembrava ancora un ovvio terreno di impegno per la teoria, il libro incontra oggi lettori per cui la rivoluzione non sembra essere all’ordine del giorno, o, almeno, non allo stesso modo. E certo questo cambia il tipo di lettura che il testo riceve. Probabilmente, però, non si tratta solo della temperatura più o meno calda dell’epoca, parametro poi sempre piuttosto discutibile. Quello che davvero fa la differenza, è il fatto che il libro è concepito quasi come una mossa strategica compiuta all’interno di una serie di battaglie filosofiche molto precise.
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Un rattoppo chiamato Atlante
Leonardo Mazzei
Spesso la finanza è immaginifica. E a volte ricorre alla mitologia. E' nato così «Atlante», che anziché portare l'intera volta celeste sulle spalle, come nella leggenda, questa volta dovrà occuparsi di mantenere in piedi il sistema bancario italiano. Non è detto che l'impresa si riveli più facile.
Ma che cos'è Atlante? Questa nuova creatura governativo-bancaria altro non è che un Fia (Fondo di investimenti alternativo), di natura teoricamente privata, dotato di una semplice (si fa per dire) mission: garantire la ricapitalizzazione degli istituti di credito in crisi, ripulire i bilanci degli stessi dal peso insopportabile delle sofferenze. In una parola, evitare il crac di buona parte del sistema bancario nazionale.
Insomma, dopo aver rimandato per anni gli interventi necessari, dopo aver subito la disastrosa regola europea del bail in, dopo aver incassato il nein euro-tedesco alla bad bank, la classe dirigente italiana (governo, Bankitalia, maggiori gruppi bancari, eccetera) ha partorito il gracile Atlante. Riuscirà questo fondo a raggiungere gli obiettivi dichiarati? Crederlo non è difficile, è praticamente impossibile.
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Il nuovo fordismo individualizzato
Lelio Demichelis
Davvero siamo felicemente usciti dal fordismo del 900? Oppure siamo semplicemente dentro a una nuova fase della Grande Narrazione tecnica e capitalista?
Davvero il lavoro è cambiato, oggi, in tempi di terza (o già di quarta, con la digitalizzazione) rivoluzione industriale, rispetto alla prima di fine Settecento? Davvero siamo felicemente (e finalmente!) usciti dal fordismo greve e pesante del ‘900 per approdare al post-fordismo leggero, flessibile e virtuoso, alla produzione snella, all’economia della conoscenza e all’era dell’accesso, alla new economy degli anni ’90 e ora alla sharing economy e agli smart jobs – e qualcuno (Paul Mason) immagina persino un favoloso post-capitalismo? Oppure siamo semplicemente (e drammaticamente) dentro a una nuova fase della Grande Narrazione tecnica e capitalista?
Se carattere tipico e definitorio del fordismo era la produzione industriale di massa basata sull’impiego di lavoro ripetitivo e generalmente senza particolari qualifiche e specializzazioni («Io» – diceva Henry Ford – «non riuscirei mai a fare la stessa cosa tutti i giorni, ma per altri le operazioni ripetitive non sono un motivo di orrore. L’operaio medio desidera un lavoro nel quale non debba erogare molta energia fisica, ma soprattutto desidera un lavoro nel quale non debba pensare»), il post-fordismo si caratterizzerebbe invece per l’adozione di tecnologie e criteri organizzativi che pongono una particolare enfasi sulla specializzazione e sulla qualificazione del lavoro e delle competenze nonché sulla flessibilità dei lavoratori.
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Non c’è posto per l’acqua pulita nel ‘libero scambio’
di Pete Dolack
Ancora un’altra situazione di stallo ha preso forma tra acqua potabile e profitti minerari in Colombia, dove due società insistono che il loro diritto di inquinare viene prima della salute umana e dell’ambiente. Come succede di solito in questi casi, la sfavorita è l’acqua pulita.
Due milioni di persone dipendono dalle lagune di elevata altitudine, che sono anche il rifugio di specie minacciate, che una compagnia mineraria canadese, la Eco Oro Minerals Corporation, vuole usare per una miniera d’oro. Le lagune, il Santurbàn Pàramo delle Ande, sono state dichiarate interdette all’accesso dalla più alta corte colombiana a causa della sensibilità ambientale dell’area. La Eco Oro sta citando in giudizio il governo colombiano al riguardo sulla base dell’Accordo di Libero Scambio Canada-Colombia.
La disputa sarà probabilmente esaminata da un tribunale segreto che è un braccio della Banca Mondiale, nonostante che la Banca Mondiale abbia fornito capitali d’investimento alla Eco Oro per sfruttare la miniera.
La Eco Oro non ha detto quale somma intenda chiedere, ma un’altra compagnia mineraria, la statunitense Tobie Mining and Energy Inc., ha separatamente citato la Colombia per 16,5 miliardi di dollari poiché il governo ha rifiutato di consentirle di aprire una miniera d’oro in un parco nazionale.
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Bombardamento Etico!
di Costanzo Preve
Prefazione di Costanzo Preve alla traduzione greca de “Il Bombardamento Etico” (luglio 2012)
Il 14 aprile 2016, Costanzo avrebbe compiuto 73 anni. Ed invece ha dovuto congedarsi dalla vita nel novembre 2013.Ma ha pensato, lavorato, scritto fin che ha potuto. Nel luglio del 2012 aveva preparato la prefazione alla edizione greca del suo «Il Bombardamento Etico», tre pagine che proponiamo alla considerazione critica dei lettori.Sono trascorsi 16 anni da quando pubblicammo questo suo importante testo, che – come dice l’autore – non solo non è invecchiato, ma è ancora più attuale. Sedici anni, eppure vivida è la memoria di quei giorni in cui,ospitando Costanzo per qualche giorno a casa mia qui nella campagna intorno a Pistoia, leggevamo il suo dattiloscritto, discutendone in modo appassionato, per prepararne la pubblicazione. [C. F.]
* * *
Sono molto contento che il mio saggio Il Bombardamento Etico, scritto negli ultimi mesi del 1999 e pubblicato in lingua italiana nel 2000, sia stato tradotto in greco. Rivedendo la traduzione, precisa, corretta e fedele, mi sono reso conto che purtroppo il saggio non è “invecchiato” in dieci anni, ma in un certo senso è ancora più attuale di dodici anni fa. E’ ancora più attuale, purtroppo. E su questo “purtroppo” intendo svolgere alcune rapide riflessioni.
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L'idea di socialismo
di Axel Honneth
Pubblichiamo in anteprima, per gentile e gradita concessione della casa editrice Feltrinelli, la prefazione e l'introduzione dell'ultimo libro di Axel Honneth, "L'idea di socialismo". Il libro, tradotto in italiano da Marco Solinas, sarà nelle librerie a partire dal prossimo 5 maggio
Prefazione
Sono trascorsi meno di cento anni da quando il socialismo era un movimento così forte all’interno delle società moderne che pressoché nessuno dei grandi teorici sociali del tempo ritenne di potersi astenere dal dedicargli una trattazione dettagliata, talvolta critica talvolta invece fortemente simpatetica, ma sempre comunque attenta e rispettosa. Iniziò John Stuart Mill, ancora nel XIX secolo, seguito da Émile Durkheim, Max Weber e Joseph Schumpeter, per citare soltanto i più importanti; nonostante questi autori mostrassero grandi differenze quanto a convinzioni personali e programmi teorici, tutti però concordavano nel vedere nel socialismo una sfida intellettuale che avrebbe dovuto accompagnare il capitalismo per lungo tempo. Oggi la situazione è completamente diversa. Posto che nell’ambito dell’attuale discussione di teoria sociale il socialismo venga ancora menzionato, sembra sia ormai una convenzione quella di considerarlo alla stregua di un residuato bellico, di un sopravvissuto; non lo si ritiene infatti più in grado di riaccendere l’entusiasmo delle masse, né tantomeno di indicare delle valide alternative al capitalismo contemporaneo. Quasi in una sola notte – Max Weber si sarebbe stropicciato gli occhi, meravigliato –, due grandi antagonisti del XIX secolo si sono scambiati i ruoli: ora la religione sembra una promettente forza etica lanciata verso il futuro, mentre il socialismo è percepito come una creatura spirituale del passato.
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Gianroberto Casaleggio e la domanda di una "nuova" democrazia
Il retaggio di due interrogativi
di Quarantotto
1. La figura di Gianroberto Casaleggio è stata enormemente importante nella vita politica italiana degli ultimi dieci anni.
Comunque la si voglia valutare, cosa che sarà lasciata a futuri giudizi storici e politologici, non si può non considerare che egli abbia tentato di dare una risposta alla domanda di democrazia che, per vari e diversi motivi (molto più complessi di quanto non consenta di cogliere l'analisi correntemente fattane dal sistema mediatico in ogni sua forma), si è levata da parte di una larga componente del popolo italiano.
E' perciò pienamente comprensibile e legittimo che il ricordo a caldo sia espresso citando queste sue parole, da parte di chi in lui aveva trovato queste risposte.
2. Senza però voler muovere alcuna critica nel merito, il venir meno di una figura così importante e trainante, pone obiettivamente due interrogativi che, comunque, dovranno trovare risposta nei prossimi mesi.
Li formulerò in modo generale e strettamente attinente al ricordo-epitaffio sopra riportato:
a) L'art.49 della Cost. recita:
"Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale".
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Quando l’occhio del potere si fa ossessione pop
di Marco Cubeddu
Who watches the Watchmen?
Quis custodiet ipsos custodes? «Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?»
La formula, resa celebre dal fumetto (poi film) Watchmen, è di Giovenale, ma il concetto, già alla base delle ironiche riflessioni di Platone sull’assurdità che i custodi avessero a loro volta bisogno di custodi, si è recentemente imposto come tema cruciale anche nella cultura pop, tanto da essere affrontato nell’ultimo 007, Spectre, nel terzo episodio della saga di Batman di Cristopher Nolan, The dark knight rises, passando per il romanzo The Circle di Dave Eggers e il capitolo più recente del videogioco Call of duty.
Nei giorni in cui Apple, con il sostegno di Google, Facebook e Microsoft, lotta contro l’FBI per definire in tribunale i rispettivi diritti e doveri dopo lo scandalo sulla sorveglianza di massa delle comunicazioni da parte della NSA (National Security Agency) e la Cina annuncia lo sviluppo di un software per prevenire atti terroristici (e contestazioni governative?), la sorveglianza informatica diventa colonna portante di alcune tra le più riuscite e sofisticate narrazioni contemporanee: dall’ultimo romanzo di Jonathan Franzen, a serie televisive di grande successo come House of cards, Homeland e Mr.Robot.
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