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La creatività della materia
di Felice Cimatti
“Il tempo”, scrive in L’evoluzione creatrice (1907) il più geniale filosofo della scienza del ventesimo secolo, Henri Bergson, “è invenzione”. In effetti, così prosegue il filosofo francese, “non appena ci si ritrova in presenza della durata vera, si vede che essa significa creazione”; una creazione che coincide con la “vita del reale”. Si tratta di una vita, è questo il punto forse più attuale del libro di Bergson, che evidentemente è molto più ampia di quella che ancora chiamiamo in senso assai più ristretto “vita”. Si tratta di una vita della materia stessa, ben al di qua della distinzione (scientificamente infondata) fra materia inorganica e organica. Una vita che coincide con quella che Bergson chiama “durata”, cioè l’ininterrotto movimento temporale che in quanto tale produce, e non può non produrre, “invenzione” di nuove forme materiali, cioè appunto di nuova vita in questo senso esteso.
La nostra comune esperienza, tuttavia, sembra piuttosto attestare il contrario: tempus omnia ruit, il passare del tempo distrugge tutto (d’altronde secondo il secondo principio della termodinamica l’entropia, cioè la misura del disordine di un sistema, non può che aumentare). Bergson ragiona però su una scala cosmica, e in effetti se si allarga la nostra prospettiva il mondo ci appare invece come un sistema che produce strutture sempre più complesse. Una complessità che non può essere assunta come scontata, che al contrario va spiegata, dal momento che, come osserva Stuart Kaufman in Esplorazioni evolutive (Einaudi 2026, Introduzione di Telmo Pievani), all’inizio l’universo era semplicissimo.
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Il suicidio dell’Europa è in “vetrina”
di Lavinia Marchetti
Il risveglio dal coma social-consumistico dei figli che l’Europa voleva usare come carne da macello
Laika, not in my name
Il mysterium tremendum Occidentale davanti a una vetrina infranta
Che la libreria Feltrinelli, antico emblema della cultura antagonista italiana, venga devastata, durante una rivolta giovanile, possiede una sua ironia dialettica. Sono vent’anni che evito quelle librerie. Avete visto cosa espongono in vetrina? La conoscenza definitivamente sussunta nell’industria culturale, l’antagonismo convertito in valore di scambio. Adorno e Horkheimer hanno perso, e noi con loro. Del resto, è piuttosto facile mercificare Che Guevara sulle magliette e poi indignarsi quando una generazione, sottoposta a decenni di umiliazione sociale, finisce per incazzarsi. Foot Locker, saccheggiata a Milano, offre un’altra esemplificazione di questa oscenità. Un’impresa coinvolta in Germania in controversie sulla rappresentanza sindacale, alla quale KnowTheChain assegnava nel 2023 appena 2 punti su 100 per le misure documentate contro il rischio di lavoro forzato nella filiera. Intanto la scarpa, feticcio dell’identificazione giovanile, occulta nella propria desiderabilità pubblicitaria i rapporti sociali della produzione. Marx avrebbe parecchio da scrivere su questa forma contemporanea di alienazione.
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Una generazione in campo, contro il “pilota automatico”
di Francesco Piccioni
E’ difficile sottovalutare la portata dell’ingresso in campo degli studenti italiani avvenuto ieri in modo così clamoroso da costringere persino alcuni telegiornali Rai a metterlo come prima notizia. Mentana e La7, i presunti “progressisti” dell’”informazione indipendente”, sono invece riusciti nell’impresa di far peggio della Rai.
In entrambi i casi le fumose “tensioni tra studenti e polizia” non sono riuscite stavolta a nascondere la portata della mobilitazione. E pure gli “incappucciati” che si muovono esattamente come i governi europei sperano sono ormai con evidenza un corpo estraneo rispetto alla massa. Così estraneo che persino dei tranquilli sindaci con fascia tricolore, in Francia, sono riusciti nell’impresa di individuarli in strada come poliziotti en travestì.
Altra cosa è ovviamente la reazione alle cariche deliberate della polizia, come quella di ieri a Torino, che ha spinto subito docenti e genitori a formare – sull’esempio francese – un cordone protettivo degli studenti.
Il gioco del potere è insomma antico e chiaro. Se non ci sono episodi qualificabili come “scontri” (in realtà pestaggi polizieschi), non c’è stata manifestazione. Ma se ci sono stati “scontri” la manifestazione e le sue ragioni scompaiono. Il risultato è identico: chi protesta non conta nulla.
Poi la Storia si diverte a cambiare il gioco. E lo fa agendo sui numeri. Perché la quantità della gente in piazza fa anche la qualità (l’importanza politica e sociale) della protesta. Come dialettica comanda…
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Quattro anni da incubo e un’eredità pesante
di Emiliano Brancaccio
Melonomics. Dopo vari tentativi falliti, a fine 2026 il deficit pubblico dovrebbe finalmente andare sotto il fatidico 3% del Pil. Ma il ministro ammette che negli anni successivi il disavanzo oltrepasserà di nuovo la soglia
«Vedo nuvoloni all’orizzonte», avverte Giorgetti. Omettendo che le danze sue e di Meloni stanno contribuendo non poco a incupire i cieli. Dopo vari tentativi falliti, a fine 2026 il deficit pubblico dovrebbe finalmente andare sotto il fatidico 3% del Pil.
Ma il ministro ammette che negli anni successivi il disavanzo oltrepasserà di nuovo la soglia. L’uscita dalla procedura di infrazione dunque si allontana. Scomodo lascito per il governo prossimo venturo.
È uno dei pochi punti fermi della manovra di bilancio, per altri versi ancora avvolta nelle nebbie. I singoli provvedimenti non sono definiti, il governo attende il confronto con Bruxelles prima di dettagliare. L’unica certezza è che i margini di spesa si restringono. Dell’annunciata «manovra elettorale» resta poco.
A ricevere i fondi disponibili rimasti saranno i soliti noti. Soprattutto, altri 4,6 miliardi alla difesa e 3,4 miliardi alle imprese. Il residuo alle famiglie e gli ultimi scampoli a infrastrutture e sanità, semplicemente a copertura della maggiore inflazione. Per i tagli fiscali si annunciano solo 2,2 miliardi. Da verificare.
Sul versante delle coperture, 5 miliardi dovrebbero arrivare da banche e assicurazioni, 1,2 da altri tagli ai ministeri, 700 milioni da giochi e altre voci sparse. In totale, circa dieci miliardi. Altri tredici e mezzo saranno finanziati in deficit, facendo leva soprattutto sulle deroghe europee per difesa e sicurezza energetica. Indulgenza guerresca niente affatto gratuita: il riarmo aumenterà il debito e la futura spesa per interessi, che ormai ha raggiunto percentuali da crisi economica.
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Il terreno sta cedendo? Lo yen, il dollaro e l’autunno caldo in Francia
di Andrée Dima
Pubblichiamo la traduzione di questo interessante articolo di Andrée Dima apparso su Realité il 14 ottobre 2026 in vista della giornata di mobilitazione del 17 ottobre in Francia
Diciotto mesi fa, dopo la pubblicazione del nostro primo articolo, “Su un terreno instabile”, abbiamo ricevuto numerosi commenti da parte di lettori tanto benevoli quanto perplessi: che farsene di queste analisi e, in fin dei conti, a che pro tutto questo arrovellarsi il cervello? Nella prospettiva di un autunno di lotte sociali, vorremmo mostrare, in maniera più concreta, i legami tra congiuntura monetaria e lotta di classe e, soprattutto, che cosa cambi per chi intende intervenire nel movimento reale.
Da una trentina d’anni, i paesi ricchi vivono a ritmo di credito a basso costo, e gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia hanno potuto mascherare, attraverso il debito, lo smantellamento della propria industria nazionale. È questo il contesto che ha plasmato le forme assunte dalle lotte e i «compromessi sociali» che ne sono nati; è questo il contesto nel quale ci siamo formati, abbiamo compiuto la nostra formazione politica e, forse, nel quale abbiamo acquisito delle cattive abitudini. La situazione sta tuttavia cambiando, e il 17 ottobre potrebbe assumere una portata ben diversa rispetto ai movimenti sociali ai quali ci siamo abituati, gilet gialli compresi: la posta in gioco non è più costringere il governo a fare marcia indietro su una legge o un provvedimento, ma mettere la borghesia francese con le spalle al muro, imponendole un’alternativa: la fine della guerra a Est oppure il sacrificio dell’euro. Due prospettive la cui portata supera di gran lunga i confini nazionali e che mettono in gioco gli equilibri mondiali. A condizione, però, che il movimento sia consapevole di ciò che ha tra le mani.
Per rendere tutto questo più tangibile, occorre ripartire da una sequenza iniziata quest’estate, con un avvenimento apparentemente lontano, quasi esotico: nella torpida calura del mese di agosto, la Banca centrale del Giappone ha annunciato un’operazione congiunta con il Dipartimento del Tesoro statunitense, volta ad arginare la svalutazione della propria valuta, lo yen. Se vale la pena soffermarsi su questa iniziativa, è perché si trattava di un’operazione alquanto borderline. Innanzitutto, per il metodo adottato: in una situazione del genere, la prima reazione di una banca centrale sarebbe, in linea di principio, quella di aumentare i propri tassi di riferimento (che determinano gli altri tassi d’interesse).
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Big Tech e Big Oil si sono fuse: chiamiamola Fossil Tech
di Naomi Klein e Astra Taylor
Un giorno prima del lancio ufficiale di END TIMES FASCISM – And the Fight for the Living World, Astra ed io siamo entusiasti di condividere un breve estratto dal libro. Tratta un argomento che sappiamo interessare molti di voi: come la corsa agli armamenti dell’IA aziendale stia aggravando la crisi climatica in un momento davvero fatale per il pianeta. Questo estratto è uscito durante il fine settimana sul quotidiano nazionale canadese, The Globe and Mail, ma poiché si trova dietro un paywall, lo pubblichiamo integralmente per assicurarci che sia accessibile a tutti voi.
* * * *
Quando Elon Musk ha creato xAI nel 2023, si è ritrovato nella posizione che più disprezzava: indietro. Otto anni prima, aveva aiutato Sam Altman a fondare OpenAI, prima della loro tanto pubblicizzata e discussa rottura. Ora OpenAI dominava il campo, lasciando l’uomo più ricco del mondo a inseguire. Per come la vedeva lui, doveva costruire il computer più grande che il mondo avesse mai conosciuto, e doveva farlo in fretta.
Lo avrebbe chiamato Colossus. Il nome rende omaggio a una trilogia di romanzi di fantascienza degli anni ’60 e ’70 in cui un supercomputer autonomo chiamato Colossus si rivolta contro l’umanità e lancia un’arma nucleare contro l’Unione Sovietica. Questo avrebbe dovuto essere il primo indizio che il signor Musk e la sua macchina potrebbero non essere dei vicini ideali.
Nel marzo 2024, dopo aver esaminato le opzioni, l’uomo più ricco del mondo ha dichiarato: “Ci daremo da fare a Memphis”. È così, almeno, che Ted Townsend, presidente della Camera di Commercio della Greater Memphis, ricorda il momento in cui il signor Musk ha accettato il pacchetto di incentivi. Questo includeva un ottimo affare per una gigantesca fabbrica vuota che un tempo produceva elettrodomestici e dava lavoro a più di 700 operai. E come ha riportato ProPublica riferito, la camera di commercio ha anche fornito un “team per le operazioni speciali di xAI” dedicato, composto da cinque membri, per garantire un “servizio di portineria 24 ore su 24” e la “esecuzione senza intoppi dei piani di rapida espansione dell’azienda”.
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Crisi sistemica e lotta per il nuovo ordine mondiale
di Spartaco Puttini
“Il dominio […] non tollera alcun sentimento di parità culturale. Chi esercita un dominio ha bisogno di considerare sè stesso moralmente e storicamente giustificato a essere il gruppo dominante e il principale beneficiario del surplus economico prodotto all’interno del sistema”
(Immanuel Wallerstein)
Se guardiamo alla produzione dei principali gruppi editoriali italiani nell’ultimo triennio possiamo notare che i libri di saggistica dedicati alle questioni internazionali possono essere raggruppati principalmente in 5 categorie tematiche, che da sole fanno quasi il totale della produzione libraria del settore (di per sé piuttosto ristretto): crisi dell’ordine occidentale e multipolarismo; competizione Usa-Cina e tecnologie; guerra Russia-Ucraina; Medio Oriente; Europa e autonomia strategica. Se nel 2023, comprensibilmente, risultava rilevante il numero di titoli dedicati alla guerra Russia-Ucraina, già dall’anno successivo i temi della crisi dell’ordine mondiale, la competizione Usa-Cina (su AI e non solo) e il multipolarismo prendevano la vetta delle classifiche. Fortissima risulta la correlazione tra i temi proposti e termini come “crisi”, “sfida” e soprattutto “disordine”.
Disordine e paura per il futuro
Dietro queste parole serpeggia una preoccupazione non peregrina, che nella cultura massiva trova la sua principale rappresentazione nel pittoresco Presidente statunitense e nella sua “imprevedibilità”.
Andando più in profondità possiamo ipotizzare due diverse origini per questa tendenza.
Da un lato vi è il senso di “insicurezza” e “incertezza” circa il futuro che serpeggia nel profondo della società. E’ un sentimento che sarebbe interessante indagare come prodotto di una “precarietà sistemica”, che dal lavoro si riversa sulle aspettative di vita e che può però essere generalizzata ad altri ambiti, o finisce per coprirli.
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Allacciate le cinture
di Andrea Zhok
Le immagini delle fiamme che avvolgono il municipio di Limoges in Francia, con il crollo del campanile, stanno facendo il giro del mondo. Il giudizio rispetto a episodi come questo non può che essere di condanna, così come non si possono che condannare gli atti di saccheggio che hanno accompagnato le proteste in molte zone della Francia.
Tuttavia, se ci limitassimo a questo livello di considerazioni faremmo soltanto una classica operazione di conservatorismo piccolo-borghese, che ha le sue ragioni ma che è anche drammaticamente miope. Mettersi a fare la predica sulle auto bruciate e le vetrine infrante, senza andare oltre, è solo l’indice di chi non ha ancora capito la serietà delle circostanze in cui ci troviamo.
Ciò cui assistiamo in Francia, ma in forme diverse oramai in molti paesi europei (Spagna, Portogallo, Albania, Belgio, e da ieri anche in Italia) è tutto meno che un evento irrazionale. Esistono infatti eventi storici che sono irrazionali soltanto per lo sguardo locale, ma possiedono una razionalità evidente quando li si guarda abbastanza dall’alto.
Razionale non significa indolore, e non significa privo di ingiustizie. Bisogna esercitare lo sguardo a tenere fermi insieme due livelli di analisi: quello in cui si possono giudicare specifici atti e specifici soggetti come barbari, incivili, vandalici, e quello in cui si può (e si deve) capire che la storia è sempre un fiume in cui navigano detriti e cadaveri, ma che non si arresta con le prediche.
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La guerra culturale degli Usa contro l'Europa
di Alessandro Bartoloni
La Guerra fredda non è stata solo una questione di missili, spie e sbarramenti militari. Quello che la storiografia ufficiale spesso dimentica — o finge di non vedere — è che la battaglia più feroce e decisiva si è combattuta direttamente dentro le teste delle persone. Gli Stati Uniti non si sono accontentati di dominare il mondo con la forza delle armi e il peso del dollaro: hanno voluto plasmare le categorie stesse con cui le società occidentali interpretano la realtà, ridefinendo da cima a fondo ciò che è desiderabile, accettabile o anche solo pensabile. Questo articolo è frutto della lettura di alcuni testi che hanno trattato direttamente questo tema, come Perché l’occidente odia la Russia di Hauke Ritz, La guerra fredda culturale di Frances Conor Staunders, e Who paied the pipers of western marxism, di Gabriel Rockhill.
Fabbricare il consenso in Europa
Nel secondo dopoguerra, Washington aveva un problema enorme. La sua travolgente superiorità economica non bastava a garantirgli un’egemonia automatica sul piano culturale. L’Europa devastata dal conflitto non guardava all'America come a un faro indiscutibile: i partiti comunisti e socialisti avevano un radicamento di massa, i sindacati erano forti e il marxismo costituiva l'ossatura teorica dei principali intellettuali del continente. Per molti europei, dalle macerie del fascismo non doveva nascere un capitalismo all'americana, ma una società profondamente diversa.
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In Sassonia-Anhalt AfD e BSW si accordano per evitare la guerra alla Russia
di Redazione
Nel Landtag della Sassonia-Anhalt in Germania si è verificato un passaggio politico fondamentale che potrebbe segnare una svolta duratura per l’intero panorama politico tedesco e che, forse, potrebbe insegnare qualcosa anche nel resto d’Europa. Con l’approvazione di una mozione presentata dal BSW insieme all’AfD – rispettivamente il partito della sinistra patriottica fondato da Sahra Wagenknecht e il partito nazionalista di destra accusato di “fascismo” – il parlamento regionale ha formalmente impegnato il governo del Land a farsi promotore nel Bundesrat di una netta svolta strategica: lo stop all’invio di armi al regime golpista di Kiev, la fine delle sanzioni economiche alla Russia e l’avvio immediato di trattative diplomatiche.
SPD, Verdi e CDU per la guerra, contro il buon senso
L’iniziativa ha scatenato la reazione indignata dei partiti tradizionali, soprattutto i socialdemocratici di SPD, i Verdi e i democristiani di CDU, pronti a denunciare la presunta violazione del cosiddetto “Brandmauer”, il cordone sanitario istituzionale eretto verso la destra giudicata “fascista”. Tuttavia, la linea argomentata dalla marxista Sahra Wagenknecht dimostra come questa scelta non rappresenti una provocazione, bensì un atto di responsabilità democratica e di pragmatismo politico. AfD avrà al suo interno anche degli estremisti di destra, ma è un partito di massa votato perlopiù dalla classe operaia, e pur di fermare l’entrata in guerra della Germania contro la Russia, BSW è disposta a tutto.
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L'establishment UE-NATO sta conducendo una guerra ibrida contro l'Europa
di Moon of Alabama
L'establishment UE-NATO sta conducendo una guerra ibrida contro l'Europa. La falsa élite che attualmente governa in molti Paesi europei e nell'Unione Europea a Bruxelles è determinata a scatenare una guerra contro la Russia. Sfortunatamente per loro i cittadini su cui governano non hanno alcun interesse al riguardo e i leader stanno quindi conducendo una massiccia campagna propagandistica per far cambiare loro idea. Stanno seguendo la linea tracciata da Hillary Clinton che dopo aver perso le elezioni presidenziali del 2016 contro Donald Trump accusò la Russia di avervi interferito. Da allora le accuse contro la Russia di interferire nelle elezioni altrove sono state ripetute innumerevoli volte e la tesi dei bot russi che esercitano un'influenza russa viene tirata in ballo ogni volta che degli outsider populisti riescono a vincere.
Un'altra accusa è che la Russia stia conducendo una guerra ibrida contro l'Europa. Questo meme risale alla falsa affermazione del giornalista Mark Galeotti che nel 2014 sostenne l'esistenza di una dottrina Gerasimov dal nome del più alto generale russo che stava portando la Russia a condurre guerre non lineari o ibride. Ci sono voluti quattro anni a Galeotti durante i quali la sua tesi aveva ottenuto un enorme seguito per ritrattare le sue affermazioni.
"Con mio immenso rammarico, ho creato io questo termine, che da allora ha acquisito una vita propria e distruttiva, incedendo goffamente nel mondo per diffondere paura e avversione al suo passaggio.
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Dopo «Sorvegliare e punire»
di Mauro Bertani
A cinquant’anni dalla pubblicazione italiana di Sorvegliare e punire e cent'anni dalla nascita del filosofo, questo saggio torna a Foucault non per celebrarne l’attualità, ma per interrogare ciò che viene dopo la società disciplinare. Dalla prigione e dal Panopticon alla governamentalità neoliberale, dal potere pastorale alla confessione, fino alla società del controllo descritta da Deleuze, il filo conduttore è il rapporto tra verità, potere e produzione della soggettività. Ogni forma di governo, mostra Foucault, implica infatti specifici saperi, tecnologie e regimi di verità attraverso cui gli individui vengono conosciuti, guidati e sollecitati a governare se stessi. È da questa genealogia che il testo interroga il presente: l’espansione del digitale e dell’intelligenza artificiale, anche nel campo della salute mentale, segnala forse l’emergere di una nuova figura del soggetto, dall’homo psychologicus all’homo digitalis. La questione diventa allora eminentemente politica: quali nuove forme di assoggettamento stanno prendendo corpo e quale etica critica può consentirci di resistervi?
* * * *
È trascorso mezzo secolo dalla pubblicazione italiana di Sorvegliare e punire che, a dispetto del sottotitolo, solo in parte si dedica a ricostruire la nascita della prigione. La gran messe di commenti, letture critiche, polemiche e contestazioni che lo hanno accompagnato rischia di farci dimenticare che anche questo libro è innanzitutto l’opera di un filosofo. Un filosofo sui generis, è vero, che lavora in un «cantiere storico», ma per porre degli interrogativi e dei problemi di natura filosofica, etica e politica. Deleuze lo sottolineava già nella recensione originaria e lo ripeterà in seguito: se anche «si era fatto storico», Foucault non aveva «mai cessato di essere un grande filosofo». Ma un filosofo che interviene, si batte, milita, nel fango e nel sangue delle lotte e delle battaglie.
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Il diavolo in corpo
di Algamica*
Nella espressione italiana, a parte il romanzo, avere il diavolo in corpo può significare due cose: essere molto agitati, irrequieti, nervosi o pieni di energia incontenibile e vivace. Nel caso che andiamo ad esaminare, ovvero i movimenti giovanili in alcuni paesi d’Europa e i suoi riflessi, sono presenti entrambi.
Perché l’inaspettato movimento degli studenti medi delle scuole di periferia francesi spaventano, e non poco, l’establishment occidentale e buona parte della pancia sociale popolare qui in Europa e oltre Atlantico?
Partito come un movimento giovanile contro il degrado della scuola pubblica nelle periferie, che richiede maggiori fondi per la pubblica istruzione e in particolare stipendi più alti per gli insegnanti e più insegnanti, la protesta studentesca è divenuta ormai da due settimane una aperta e generalizzata rivolta sociale.
Una mobilitazione che sulla carta rivendica pari opportunità nella competizione meritocratica delle carriere scolastiche, tra centro e periferia, e che sembrava un fuoco di paglia di fine estete, si è esteso a Bruxelles e poi nelle città italiane e in particolare nel suo nord “produttivo”.
Nel contempo assistiamo a un riverbero sismico, ancora delle nuove generazioni, anche su altri versanti, come ad esempio in Albania con l’assalto degli studenti al Parlamento e contro una classe politica che da un lato vuole mettere in vendita pezzi del paese alle multinazionali USA e alle lobby finanziarie ebraiche e dall’altro impone l’aumento dei costi dell’istruzione. Mentre in Spagna ci si mobilita contro gli effetti del mercato selvaggio degli affitti come risultato dell’industria del turismo di massa. O ancora a Rio de Janeiro si scende in piazza contro il programma neoliberista di Bolsonaro di tagli alla pubblica istruzione. O perfino dall’altra del mondo, in India ci si attivizza contro la corruzione nelle carriere scolastiche e così via. Certo, c’è un filo conduttore nell’unire i vari puntini di una mobilitazione su scala mondiale che a tratti in Europa assume i connotati della rivolta sociale.
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La crisi dell’imperialismo, la guerra e la differenza decisiva del movimento comunista
di Eros Barone
1. Natura sociale e orientamento politico delle correnti nazionaliste: la pseudomorfosi1 di una parte dell’estrema destra
La crescente influenza delle forze nazionaliste e di estrema destra in tutta Europa non è, rispetto al sistema capitalistico, né un dato casuale né un fattore esogeno. Tale influenza è invece strettamente connessa alle esigenze che esprime il potere capitalistico in una congiuntura delle lotte fra le classi in cui le rivalità imperialistiche si acuiscono, i preparativi bellici si intensificano e la crisi organica delle classi dirigenti rende difficile anche ai più consolidati partiti borghesi ottenere il consenso popolare per le proprie politiche. In questa direzione l’ascesa di Alternative für Deutschland, del Rassemblement National in Francia e di Reform UK in Gran Bretagna, insieme con l’esperienza del governo di Giorgia Meloni in Italia, indica cambiamenti significativi nel panorama politico europeo. Tuttavia, lungi dal rappresentare una vera e propria sfida al dominio capitalistico, queste forze offrono ulteriori opzioni politiche ai settori della borghesia che cercano di adattarsi al mutato contesto internazionale.
In effetti, il capitalismo non si limita a creare il malcontento sociale strumentalizzato dall’estrema destra, ma crea anche le condizioni politiche in cui diviene possibile alle forze nazionaliste e reazionarie deviare tale malcontento lontano dalla lotta contro il potere capitalistico. Così, se è vero che l’inasprirsi della competizione tra gli Stati Uniti e la Cina, lo scontro tra la NATO e la Russia e la lotta per i mercati, le risorse energetiche e le rotte commerciali stanno inasprendo le contraddizioni all’interno dello stesso blocco euro-atlantico, è altrettanto vero che diverse frazioni del capitale europeo manifestano interessi contrastanti riguardo sia alle relazioni con Washington, Mosca e Pechino sia al futuro dell’Unione Europea sia alle spese militari e alle conseguenze delle sanzioni e delle tensioni economiche: interessi e disaccordi che trovano inevitabilmente la loro espressione organica nei sistemi politici degli Stati capitalistici. Si spiega pertanto alla luce di queste contraddizioni che oppongono tra di loro i “fratelli massoni del capitale” la significativa circostanza per cui, contrariamente a quanto è dato desumere dalle semplicistiche analogie storiche con gli anni Trenta del secolo scorso, alcuni partiti dell’attuale estrema destra abbiano guadagnato una crescente influenza criticando certi aspetti della contesa continentale che vedono scontrarsi la NATO e l’Unione Europea con la Russia.
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Foggia, tra i camionisti e gli agricoltori della protesta: «Il prezzo del gasolio è stata solo l’ultima goccia. Quest’anno ci converrà lasciare i terreni incolti»
di Carlo Vulpio
Le parole disilluse degli agricoltori: «Coltivare a grano un ettaro di terra costa 1200 euro, se ne guadagnano meno di 1000. Continuare così non ha senso»
CANDELA (FOGGIA) – Il sit-in è cominciato questa mattina alle cinque. Gli agricoltori e gli autotrasportatori che presidiano il casello autostradale per Napoli e Pescara con tir e trattori stanno accanto a due pattuglie dei Carabinieri e della Polizia stradale. Nessun ostacolo alle autovetture. Non vengono fatti passare solo i mezzi pesanti. Ma se qualche camionista insiste, lo lasciano andare.
«Deve essere una protesta efficace – dicono i manifestanti -. Non dobbiamo permettere che il problema, che è economico e sociale, diventi un problema di ordine pubblico».
Le dichiarazioni del ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, che ha appena parlato di «reato» per i blocchi stradali in corso, vengono lette sui telefonini dai manifestanti e subito contestate. Molti di loro sono doppiamente delusi, perché dicono di aver votato per FdI. «Nel 2024 abbiamo protestato portando con noi la bandiera italiana. Oggi è fuori luogo anche quella».
Non c’è un giornalista. Non c’è una telecamera. Agricoltori e autotrasportatori però non demordono, terranno duro finché non verranno comprese le ragioni di questa protesta, che li vede in totale disaccordo con ciò che stanno facendo il governo italiano e la Ue.
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Ucraina, l’Europa della guerra e le ambiguità di Trump
di Elena Basile
È un po’ di tempo che non riesco a occuparmi dei conflitti in corso in Europa e in Medio Oriente, in quanto ho voluto privilegiare lo spazio mediatico e il controllo della narrativa, il soft power, che ha oggi un ruolo essenziale nell’orientamento della politica interna e internazionale.
Gli storici che dovranno un giorno soffermarsi sulla guerra suicida europea, sullo sterminio del popolo ucraino, come sul genocidio palestinese, sottolineeranno le responsabilità dei giornalisti e degli accademici che sono riusciti a normalizzare la guerra e a penetrare nel DNA delle persone con una retorica sottoculturale che emula quella del ventennio fascista.
I conflitti, del resto, evolvono lentamente: i dettagli cambiano, ma non il quadro di fondo.
Nella guerra russo-ucraina, la postura guerrafondaia europea non è evoluta ed è stata caratterizzata da un’aggressività maggiore, sia nelle esternazioni dei politici che nella guerra per procura. La ricerca di un pretesto, di una colpa da addossare a Mosca, ha raggiunto toni carnevaleschi. La strategia terrorista occidentale, prima delle elezioni della Duma, era basata sull’intimidazione della popolazione civile, mirando alle raffinerie e alla logistica civile, nel tentativo delirante di far sollevare la popolazione russa contro Putin e, comunque, di influenzare le elezioni politiche. Sappiamo che la società civile russa si è invece compattata e ha rafforzato il partito di governo. La risposta di Mosca, annunciata come deterrenza in diverse occasioni dai vertici del Cremlino, è stata brutale.
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«Le sanzioni sono frutto del declino degli Stati Uniti»
Luca Pisapia intervista Emiliano Brancaccio
Da 900 a oltre 9mila sanzioni Ofac dall’inizio del secolo: per l’economista Emiliano Brancaccio sono pressioni economiche mascherate da lotta al terrorismo
Prima le sanzioni finanziarie contro Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, e contro alcuni giudici della Corte penale internazionale. Poi, il 26 agosto, il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha inserito nella sua lista nera anche Autistici/Inventati, il collettivo italiano che dal 2001 offre servizi digitali ad attivisti e associazioni. Una decisione che ha costretto Banca Etica a sospendere e poi chiudere il conto dell’associazione, per non incorrere a sua volta nelle sanzioni. La sottomissione europea ai diktat del comparto politico-finanziario americano sembra evidente.
Come siamo arrivati a questo punto? E come uscirne? Lo chiediamo a Emiliano Brancaccio, professore di economia politica all’Università Federico II di Napoli e autore del recente saggio Libercomunismo (Feltrinelli), che sta suscitando ampio dibattito sui media e nelle istituzioni.
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La disumanizzazione è il vero problema
di Paolo Arigotti
Negli ultimi anni, a livello comunicativo, mediatico e sui social, si assiste a quella che con una certa approssimazione potremmo definire una spirale inflattiva dell'analogia coi regimi autoritari del XX secolo. Sia ben chiaro che chi scrive, anche e non solo per tradizione familiare, non ha nessuna simpatia, o per meglio dire nutre una profonda avversione, per quei sistemi politici, all’origine di derive autoritarie e repressive e di atrocità di vario genere, ma qui quello che vorremmo cercare di porre in evidenza è una riflessione sul pericolo, a nostro avviso non infondato, che certi approcci comunicativi e/o parallelismi possano sortire un effetto contrario a quello desiderato.
Si può comprendere facilmente come il ricorso a una certa terminologia e/o il richiamare orrendi crimini possa avere la finalità di sottolineare ed enfatizzare la portata di determinati fatti e circostanze, specie ove reiterati, oltre che sottolinearne la gravità morale e suscitare la riprovazione sociale, ma sempre stando al piano comunicativo, a nostro modesto avviso, un utilizzo troppo ricorrente, e in taluni casi forse improprio, potrebbe produrre alcune distorsioni che meritano di essere considerate.
Un primo profilo da prendere in esame riguarda il rischio della banalizzazione storica. Se tutto diventa fascismo (o nazismo, o altro ancora), allora nulla è veramente tale. Se ogni leader autoritario – e ce ne sono parecchi nel mondo, non tutti così vituperati come meriterebbero – viene fatto oggetto di una sorta di reductio ad hitlerum, la figura che per molti (comprensibilmente) rappresenta il male incarnato cessa paradossalmente di rivestire questo ruolo.
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A Madrid come a Roma: ci tolgono la casa, ci abbassano i salari
di coniarerivolta
Maricarmen aveva 87 anni e da settant’anni viveva nello stesso appartamento del quartiere Retiro, a Madrid. La società proprietaria voleva alzarle l’affitto da 450 a 1.650 euro al mese, più di tutta la sua pensione, e il 23 settembre l’hanno sfrattata e portata via in barella. È morta in ospedale il 7 ottobre, senza essere mai tornata a casa. La sua storia ha acceso la Spagna. A Madrid centinaia di persone si sono accampate a Puerta del Sol insieme al sindacato degli inquilini, a Barcellona hanno sfilato decine di migliaia di persone e il 3 ottobre si è manifestato in oltre 50 città, con 70.000 persone solo a Madrid e, secondo alcune stime, circa mezzo milione in tutto il paese.
Dietro lo sfratto di Maricarmen c’è un sistema, quello di chi ha trasformato la casa in un affare. Secondo un’inchiesta di Civio, in Spagna oltre 185.000 alloggi in affitto hanno come padrone di casa una grande azienda, e circa la metà appartiene a banche e fondi d’investimento americani. CaixaBank e Blackstone, i due maggiori proprietari del paese, da soli ne contano circa 41.400. Nel primo semestre del 2026 gli investimenti di fondi e grandi proprietari nelle case in affitto sono cresciuti del 376% in un anno, arrivando a 2,9 miliardi di euro, e interi pacchetti di case passano di mano come fossero azioni. Per loro una casa non è un posto dove vivere ma una rendita, come per ogni altro palazzinaro.
In Italia i grandi fondi e gli investitori istituzionali sono ancora pochi, ma stanno arrivando in fretta, e si vede. Nel 2025 hanno investito nella casa 1,2 miliardi, il 40% in più in un anno, e quattro euro su dieci sono finiti negli studentati: a Milano una stanza singola al Villaggio Olimpico costa 1.065 euro al mese; prezzi simili al Social Hub di Roma. Sempre a Milano il gruppo americano Hines, insieme a un fondo pensione olandese, aveva annunciato già nel 2022 un progetto da 850 milioni per 1.400 appartamenti in affitto. Lo stesso fondo speculativo, a Roma, con la complicità dalla giunta di centro sinistra che governa città e municipio, ha mire sugli Ex-mercati generali.
E il pubblico, intanto, dov’è? Gli alloggi popolari sono circa 823.000 su oltre 35 milioni di abitazioni, poco più del 2%, e ci vivono circa tre famiglie su cento.
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Il fantasma della legalità e la realtà del riciclaggio
di comidad
Tra le quattro principali nazioni dell’Europa continentale negli ultimi trenta anni l’Italia è stata sicuramente la più stagnante, a fronte di paesi come Germania, Francia e Spagna, che hanno invece presentato un quadro di maggiore dinamicità economica e salariale. La cronicità della stagnazione italiana spiega anche perché non stia subendo le stesse fibrillazioni sociali che oggi attraversano gli altri tre maggiori paesi europei. Ma non va neppure sottovalutata la capacità dell’oligarchia nostrana di surrogare il conflitto sociale reale con forme di conflittualità simulata.
La bistrattata Italietta ha sempre dimostrato un’eccellenza nel produrre sistemi politici aberranti. Non a caso il fascismo è un’invenzione italiana, anche se ovviamente si potrebbe questionare a lungo sul grado di originalità dell’invenzione. Il fascismo viene spesso banalizzato nella nozione di dittatura, tralasciando ciò che del fascismo è stato ereditato e metabolizzato dagli attuali regimi democratici, cioè le tecniche di animazione ed intrattenimento delle masse ; insomma tutto ciò che può essere definito fintocrazia.
La fintocrazia non è un’esclusiva italiana; tutt’altro. Abbiamo visto proprio in questi giorni come il gioco delle parti tra Trump e Zelensky, con i media al seguito, sia riuscito a trasformare la routine in evento epocale; cioè un ordinario e limitato accordo sul gasolio tra USA e Russia è stato enfatizzato oltre ogni misura, trasformato in psicodramma e presentato, a seconda dei punti di vista, come un “tradimento”, oppure come una riaffermazione della priorità dell’interesse nazionale.
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Guerra, rapporti di forza e gerarchie future sul mercato del lavoro: bisogna starci dentro e contro in modo nuovo
Alberto Deambrogio intervista Maurizio Lazzarato
Maurizio Lazzarato sociologo e filosofo. Il nuovo libro di Maurizio Lazzarato uscirà il 23 ottobre, «Perché la guerra e non la rivoluzione», Mimesis
Alberto Deambrogio: Nel tuo articolo apparso su Machina, tu utilizzi l’analisi di Fernand Braudel per scardinare l’idea che il capitalismo coincida con la logica della concorrenza o con una semplice estensione dell’economia di mercato, definendolo invece come una strategia monopolistica e statale di puro potere e centralizzazione. Molta sinistra ha sicuramente considerato importanti le teorie ordo-capitaliste o la critica al neoliberismo inteso come “iper-concorrenza”, concentrando rivendicazioni sulla regolazione del mercato. Se accettiamo la tesi braudeliana del primato storico della finanza, del debito e della rendita sul profitto, come occorre reindirizzare l’azione politica per individuare nuovi punti di attacco efficaci all’avversario che abbiamo di fronte? Come può, quindi, la sinistra transire da una postura puramente difensiva (all’interno del mercato) a una strategia d’attacco capace di colpire i reali centri di centralizzazione del binomio Stato-Capitale?
Maurizio Lazzarato: Non penso che il problema sia se accettare o meno l’egemonia del capitalismo finanziario. E’ un dato di fatto dall’inizio degli anni 70. La strategia Usa ha messo al centro della sua azione la costruzione dell’economia del debito.
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Petrolio disponibile, perché i prezzi del carburante sono ancora alti?
di Kamran Yeganegi - The Cradle
Entro il 7 ottobre, alcuni comandanti di petroliere che attraversavano lo Stretto di Hormuz arrivavano a guadagnare l'equivalente di 100.000 dollari al mese, con bonus fino a 50.000 dollari per ogni singolo viaggio. L'assicurazione contro i rischi di guerra per una superpetroliera poteva raggiungere i 20 milioni di dollari per una sola traversata nel Golfo Persico.
Per gli armatori non si trattava più di ordinarie spese di navigazione. Mesi di attacchi avevano trasformato uno dei corridoi energetici più trafficati al mondo in una scommessa commerciale estremamente onerosa. Le petroliere potevano ancora transitare, ma ogni viaggio comportava un carico finanziario di gran lunga superiore alle condizioni pre-belliche.
Il prezzo del transito
Queste cifre hanno messo a nudo una contraddizione al cuore del mercato energetico. Le esportazioni di greggio dal Medio Oriente avevano iniziato a riprendersi, eppure le forniture di carburante rimanevano scarse e i prezzi ostinatamente elevati.
Le esportazioni di greggio da parte dei produttori del Golfo, escluso l'Iran, sono tornate ad almeno 16,5 milioni di barili al giorno a settembre, eguagliando i livelli pre-bellici, con alcune spedizioni giornaliere che li hanno persino superati. Tuttavia, il riaccendersi degli attacchi alle petroliere all'inizio di ottobre ha gettato ombre sulla durata di tale ripresa.
Se si muove più petrolio, perché i consumatori continuano a pagare così tanto il carburante?
I prezzi del greggio e dei carburanti al dettaglio mostrano l'impatto disomogeneo dello shock. Il greggio Brent ha chiuso a 72,48 dollari al barile il 27 febbraio 2026 ed è salito a 104,72 dollari il 9 ottobre, con un incremento di circa il 44,5%. Nello stesso periodo, il prezzo medio del diesel al dettaglio negli Stati Uniti è salito da 3,81 dollari al gallone a fine febbraio a 6,20 dollari il 5 ottobre, con un aumento di quasi il 63%.
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La nuova rivoluzione industriale: Maschinerie, General Intellect e Intelligenza Artificiale
di nlp
I poderosi mutamenti che attraversano oggi la sfera della produzione e l’intero tessuto della società presentano una portata drammatica, paragonabile per profondità storica soltanto alla prima rivoluzione industriale della fine del Settecento. E una rivoluzione industriale non è un semplice avvicendamento di macchinari, ma costituisce – per usare la celebre categoria antropologica di Marcel Mauss – un “fatto sociale totale” che sconvolge simultaneamente le basi materiali, giuridiche, spaziali e psichiche attraverso le quali una società si riproduce. Come l’avvento della macchina a vapore e del telaio meccanico recintò i beni comuni, produsse lo sradicamento violento di interi ceti sociali e produttivi, ridisegnò radicalmente il piano urbanistico facendo sorgere dal nulla le metropoli operaie e piegò i corpi a una disciplina di fabbrica senza precedenti, così l’irruzione dell’Intelligenza Artificiale generativa e agentica sta ristrutturando la morfologia del mondo contemporaneo.
Anche oggi assistiamo allo smantellamento di intere stratificazioni professionali e intellettuali, accompagnato da una profonda mutazione urbanistica e territoriale: la geografia dei territori viene ridisegnata dall’espansione di giganteschi data center idrovori ed energivori, dalla proliferazione di hub logistici automatizzati, dallo svuotamento o dalla gentrificazione dei centri storici indotti dal lavoro cognitivo da remoto e dalla messa a valore di ogni centimetro dello spazio urbano attraverso piattaforme di consegna e sorveglianza predittiva. Tutto ciò si salda alla crescita di inedite masse di sapere che, superando di gran lunga i muri dell’officina tradizionale, governano l’accelerazione dei comportamenti, i tempi di vita e le abitudini cognitive sull’intera scala biopolitica.
Per comprendere l’origine di questo terremoto al di là delle narrazioni apologetiche o catastrofiste, occorre tornare al capitolo tredicesimo del primo libro del Capitale, dove Karl Marx traccia la distinzione ontologica tra lo strumento (Werkzeug) e la macchina (Maschinerie). Marx ricorda che la rivoluzione industriale si compie quando lo strumento viene strappato dalla mano del lavoratore e inserito in un meccanismo automatico:
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Corpi in esilio nella terra del sovrano
di Paolo Vernaglione Berardi
Il corpo della politica, ultimo saggio di Giorgio Agamben, riprende e condensa alcuni argomenti cruciali della riflessione filosofico-politica che negli anni scorsi sono stati oggetto di acceso confronto teorico, con qualche ricaduta sulle pratiche di contrasto alle attuali tecnologie di governo della vita.
Si tratta di argomenti che sono stati fonte di polemiche consumate prima del COVID che ha segnato la definitiva rottura tra i fautori di una indiscriminata libertà di ‘cura’ e coloro che, pur mettendo in discussione le ingiunzioni dello stato ad immunizzarsi, hanno adottato un criterio di prudenza dando priorità alle fragilità collettive di fronte alla dismissione del sistema sanitario pubblico e meno alla rivendicazione di un’esigenza assoluta di mobilità individuale. Questo però non giustifica i beceri attacchi che Agamben ha subito, soprattutto da chi si professa libertario/a o da paludati “filosofi/e” accademici che hanno còlto l’occasione dell’obbligo di vaccino e di greenpass per regolare con lui i conti che non sono mai stati in grado di fare sul piano filosofico-politico.
Sono comunque i corpi ad essere catturati dall’attuale politica mondiale che è guerra planetaria per l’estinzione. Un tecno-suprematismo miliardario ha introdotto su larga scala il razzismo di stato, emergente del resto nel regime di guerra permanente inaugurato agli inizi degli anni 2000, ha fomentato il genocidio e presidia la catastrofe ambientale già avvenuta tramite riarmo e industria fossile, alimenta il capitalismo della sorveglianza con il controllo algoritmico dell’esistenza e distrugge le possibilità di immaginario.
In questo scenario la filosofia politica al tramonto ha fatto brillare l’ultimo raggio di luce nella circoscrizione destituente del fondamento rivelatosi fantasma epocale. Che sia stata giustificazione o registrazione delle forme di potere poco conta. Sono la sua realtà, il suo luogo, la sua funzione, il suo gioco teorico e storico e i suoi discorsi ad essere ormai in archivio.
Per chiunque pensa oggi, non si tratta di continuare o riattivare o criticare le asserzioni filosofico-politiche del passato o le ricerche del presente; e neanche di recuperare dalla tradizione della teoria politica ciò che sarebbe utile alla sua ricostruzione.
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Ucraina, ostacoli per il piano di pace Usa
di Davide Malacaria
La decisione di Trump era meditata e la svolta repentina è dovuta ai ripetuti niet dell'alleato
Trump aveva chiesto a Zelensky di cessare gli attacchi alle raffinerie russe “una mezza dozzina di volte negli ultimi mesi a causa dell’impennata dei prezzi del gasolio. Ciò che ne è seguito era prevedibile: Zelensky ha esitato; Trump ha concluso l’accordo” con Putin. Così David Ignatius, sul Washington Post, ha ricostruito quanto avvenuto sabato scorso.
Insomma, la decisione di Trump era meditata e la svolta repentina è dovuta ai ripetuti niet dell’alleato. La frustrazione ha spinto il presidente americano a forzare e, per piegare la resistenza di Zelensky, è arrivato a minacciare di cessare di fornire informazioni di intelligence, revoca che metterebbe le forze ucraine ancora più alle corde di quanto non siano.
Stanotte sembra che Kiev non si sia astenuta dall’attaccare le raffinerie, accedendo a più miti consigli. D’altronde, Trump era talmente irritato da arrivare a chiedere le dimissioni di Zelensky. Non per questo i droni ucraini sono rimasti inerti: la Russia ha segnalato uno dei più massivi attacchi di droni di quest’anno sulla capitale.
C’est la guerre, che continua nonostante tutto, con i russi che stanno praticamente demolendo le infrastrutture e la logistica dell’Ucraina pezzo dopo pezzo. Tutti gli analisti concordano nel prevedere un inverno tragico per la popolazione. Continuare a parlare di vittorie ucraine, della necessità di forzare ulteriormente la mano per piegare la Russia equivale a condannare il popolo ucraino a ulteriori, inutili, sofferenze.
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