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Capitalismo cognitivo e reddito sociale garantito come reddito primario
di Carlo Vercellone
Dopo la pubblicazione – nella sezione Ecologia Politica di Effimera – dell’importante testo di André Gorz “Pensare l’esodo dalla società del lavoro e della merce“, riteniamo che questo ottimo saggio di Carlo Vercellone possa risultare utile per chiarire il dibattito tra neo-operaisti e lo stesso Gorz sul tema del reddito sociale garantito. Testo tratto da A. Caillé, Ch. Fourel (a cura di), Penser la sortie du capitalisme, Le scénario Gorz, Le Bord de l’eau, coll. “La bibliothèque du Mauss”, Bordeaux 2013. La versione originale francese è scaricabile in pdf qui: Vercellone_Gorz. Traduzione a cura di Davide Gallo Lassere ed Emanuele Leonardi, che ringraziamo
Nell’evoluzione del pensiero di André Gorz il dialogo con la problematica operaista del general intellect – e con la tesi del capitalismo cognitivo – rappresenta un momento importante sia rispetto alla riflessione sulla crisi del capitalismo che sul modo di pensare la fuoriuscita da esso.
Per capitalismo cognitivo s’intende il passaggio del capitalismo industriale, caratterizzato dall’egemonia del lavoro e del capitale materiale, a una nuova tappa contrassegnata – in estrema sintesi – da due elementi dominanti:
– la dimensione cognitiva e immateriale del lavoro diviene dominante sul piano della creazione di valore e ricchezza, mentre la forma principale di capitale diventa il capitale detto immateriale o intellettuale, concetto che per Gorz rappresenta un vero e proprio ossimoro. Da questo punto di vista, la posta in gioco centrale della valorizzazione del capitale e delle forme di proprietà poggia direttamente sulla trasformazione della conoscenza e del vivente stesso in capitale e in merce fittizia;
– questa evoluzione s’inscrive in un contesto in cui la legge del valore-tempo di lavoro entra in crisi ed emerge una logica di accumulazione del capitale caratterizzata da ciò che possiamo definire divenire rendita del profitto. Ne deriva una crescente distanza tra la logica della merce e quella della ricchezza che mostra in maniera esemplare “la crisi del capitalismo nelle sue fondamenta epistemiche”.
Occorre precisare che secondo Gorz – e qui troviamo un contributo essenziale alla problematica del capitalismo cognitivo – quest’ultimo “non è un capitalismo in crisi, è la crisi del capitalismo che scuote profondamente la società”.
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La lanterna di Wallerstein: introduzione ai sistemi mondo
di Francesco Scanni
TINA (There is no alternative). Con questo slogan, Margaret Thatcher tentò di instillare, nell’immaginario collettivo, la convinzione che non ci fosse reale alternativa alla globalizzazione neoliberista. Una valutazione storica sul come e sul quanto questa convinzione abbia fatto breccia, non potrebbe che partire dalla forza con la quale, il termine globalizzazione, si sia imposto nel senso comune. La modernizzazione neoliberista delle strutture statali (rigorosamente) è stata caldeggiata da una panglossiana epopea, la quale prefigurava un mondo perfetto nell’avvenire, in cui il mercato avrebbe dispiegato la sua hybris sostenendo la crescita di ogni Paese che avrebbe investito.
Molti studiosi criticarono questa prospettiva, con chiavi di lettura differenti. I pionieri dell’analisi dei sistemi-mondo sottolineavano, ad esempio, che nonostante l’enfasi posta sugli Stati-nazionali come attori primi e principali del processo di globalizzazione, essi sono sempre inseriti in un contesto specifico, al cui interno esistono: altri Stati, istituzioni, regole e strutture ben precise. Un tale sistema storico va sotto il nome di sistema-mondo.
Questo approccio si innesta nel solco del costruzionismo sociale anche se in maniera del tutto originale, poiché promuove una visione olistica della società, portando in dote una concezione monista che rifiuta la frammentazione tra le diverse discipline che caratterizza il sapere moderno.
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Perché Putin ci fa paura?
I. L. Galgano intervista Giulietto Chiesa
Putinfobia di Giulietto Chiesa (edito da Piemme) è un libro che analizza la paura che l'Occidente ha sempre provato nei confronti della seconda potenza mondiale: l'Unione Sovietica, ora diventata Russia.
Come sua consuetudine, Chiesa presenta dati e fatti secondo un criterio spazio-temporale che fin da subito lascia intendere al lettore che ben altro si chiarirà con la lettura del libro.
Si può essere d’accordo con le posizioni di Giulietto Chiesa o non condividerle, ma non si può negare che seguire il suo ragionamento conduce, inevitabilmente, ad allargare il proprio orizzonte, a porsi delle domande, a cercare delle risposte... come se all’improvviso, dopo aver sempre osservato il mondo dalla stessa postazione, si venisse catapultati nello spazio e lo si potesse osservare da lì, il nostro pianeta. Ogni cosa acquista una prospettiva nuova, differente.
Per Chiesa, la Russia potrebbe essere uno straordinario ponte di collegamento dell'Occidente con l'Asia e il resto del mondo ma ciò non accade perché gli occidentali non vogliono questo.
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Reddito, sovversione e libertà
di Andrea Fumagalli
Un reddito di base incondizionato non è solo uno strumento con cui rifiutare condizioni di lavoro “capestro” – contro le quali in queste settimane in Francia è nato il movimento Nuit debout – e mettere in discussione il dominio del lavoro sulla vita, prima di tutto è un fattore di liberazione comune. Del resto, la recente previsione dell’Inps sulla generazione anni Ottanta, costretta a lavorare fino almeno a settantacinque anni, annuncia milioni di esclusi. Che faranno di tutto per riprendersi in mano la propria vita
Introduzione: il reddito minimo
Il dibattito sul reddito di base (basic income) dura oramai da quasi venti anni. È infatti dell’agosto del 1997 la pubblicazione in rete (sul sito ecn.org) di un pamphlet intitolato “Dieci tesi sul reddito di cittadinanza” a cura di chi scrive. In tale testo, che ha avuto subito una fortunata circolazione, soprattutto underground, per essere poi editato nel volume “Tute Bianche”1, si faceva il punto della prima fase del dibattitto sulla proposta di introdurre in Italia un’ipotesi di reddito sganciato dal lavoro, ipotesi che aveva cominciato a circolare negli ambienti neo-operaisti nei due anni precedenti2.
A venti anni di distanza, occorre riconoscere che la definizione “reddito di cittadinanza” ha creato più danni che vantaggi, dal momento che all’epoca, pur essendo agli albori, il fenomeno migratorio non aveva ancora assunto le proporzioni di oggi. Così, colpevolmente, si è usato il termine “cittadinanza” senza pensare che il concetto di “cittadinanza” è tremendamente ambiguo. Esso infatti può essere utilizzato in un contesto etico-filosofico per designare che ogni essere umano nasce già di per sé “cittadino del mondo”, a prescindere dalla nazionalità di appartenenza.
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Tutto un programma di ricerca1
di Raffaele Sciortino
Vi presentiamo un intervento che offre uno sguardo critico sulle principali chiavi di lettura con cui viene tematizzato il nesso tra spazi urbani, forme di accumulazione e lavoro, all’incrocio tra sfruttamento ed estrazione di valore. Compare come contributo nel volume appena pubblicato a cura di E. Armano e A. Murgia, Le reti del lavoro gratuito. Spazi urbani e nuove soggettività, ombre corte, 2016
È indubbio che la crisi globale, tutt’altro che chiusa a otto anni dal suo scoppio iniziale, si pone sempre più come prisma attraverso cui scomporre il variegato assemblaggio neoliberista2, ricostruire la sua genealogia troppo spesso data per scontata, ragionare sulla sua tenuta o dissoluzione (in quale direzione?). A maggior ragione ciò dovrebbe valere, in sede analitica e teorica, per l’intreccio tra spazi urbani, finanziarizzazione e forme emergenti di lavoro, che di quell’assemblaggio sono se non il cuore, certo un tassello cruciale. Tutto un programma di ricerca che dovrebbe innanzitutto mettere a verifica le letture esistenti, anche facendole cortocircuitare, per mettere a tema il gioco complesso e aperto tra l’irrompere di nuove dinamiche e il trascinamento o la cronicizzazione di vecchi meccanismi: se e cosa sta cambiando nella “città neoliberale” quanto ai meccanismi di estrazione del valore, alle composizioni del lavoro, alle forme di governance e al loro rescaling3, nonché alle dinamiche della soggettività, quella piegata e rassegnata se non disperata, quella guardinga e opportunista ma inquieta, quella smarrita ma potenzialmente contro.
In attesa di nuove ipotesi, che però difficilmente emergeranno senza l’impulso di pratiche collettive forti e ampie che ad oggi latitano, voliamo basso e proviamo a buttare giù una tipologia (critica) delle letture critiche più diffuse e in qualche modo rappresentative rispetto al rapporto tra spazio urbano “globalizzato”, forme di accumulazione, lavoro. Senza pretesa di esaustività, va da sé, e provando a fare virtù di una competenza solo cursoria nel campo. Se una tipologia, oltre a lavorare sui concetti di un campo, riesce a cogliere qualche nodo di fondo, parte della sua funzione è assolta.
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Helicopter money. Le soluzioni nascoste, ma non troppo, nei "poteri impliciti"*
di Quarantotto
1. Ho conosciuto Carlo Clericetti all'ultimo Goofynomics-4 e mi ha fatto un'ottima impressione, riferendosi al panorama "tipico" dei giornalisti italiani di economia e finanza.
Clericetti, in un articolo su Repubblica.it, (il che è tutto dire), commenta l'uscita di Tabellini relativa all'adozione, da parte della BCE, della "estrema misura" (reflattiva, ma non si deve dire "troppo") contemplata dalla teoria monetarista: lo "Helicopter Money", secondo la celebre metafora usata dallo stesso Milton Friedman (e endorsed by Ben Bernanke", tanto da farlo definire "Helicopter Ben").
L'articolo ci ragguaglia sulla portata concreta della proposta appoggiata da Tabellini e si attesta su una visione pragmatica, confortata dalla citazione di questo post di Alberto Bagnai, circa il fatto che la monetizzazione non è causa di inflazione incontrollata (l'ennesima mitologia tecno-pop che ha fornito la corda cui si sono volentieri impiccati i governi dell'eurozona).
2. Intendiamoci, Draghi ha negato di aver "alluso" a tale soluzione, limitandosi, a quanto pare, a non affermarne l'assurdità logico-economica.
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Primo maggio contro
di Giorgio Cremaschi
Il Primo Maggio e la comunicazione. Non siamo un blog sindacale o schierato con partiti, tanto meno su posizioni radicali. Al limite vi abbiamo proposto considerazioni sulla comunicazione e l'informazione. Perchè pubblichiamo questo intervento di Giorgio Cremaschi per anni dirigente sindacale della FIOM - CGIL ?
Lo pubblichiamo perchè in qualche modo ne siamo partecipi ma questo lo scoprirete nel prossimo post dove vi raccontiamo l'antefatto, il prologo oppure il prequel come usano dire gli esperti di cinema
Due anime percorrono questo Primo Maggio. Una è quella di regime. Essa è ben simboleggiata dalla orribile pubblicità di Cortina [qui accanto], che usa Pelizza da Volpedo per chiamare alle ultime discese sui suoi costosi impianti di sci. È l'assorbimento consumistico della festa dei lavoratori, come purtroppo è già in gran parte avvenuto per l'8 marzo. Contribuiscono sicuramente a questa distruzione del senso della giornata appuntamenti come il Concertone di Roma. Questo spettacolo promosso da CGIL CISL UIL e concordato censura per censura con le autorità della Rai, ha il compito rappresentare un momento di svago che non confligge con nessuno, men che meno con chi il lavoro lo sfrutta.
E che la parola sfruttamento sia invece quella più necessaria oggi ce lo dicono da ultimi i dati dell'INAIL, che proprio alla vigilia della festa dei lavoratori ci informano che coloro che sono rimasti uccisi sono il 16% in più rispetto all'anno scorso. 1200 sono le vittime degli omicidi per il mercato, la competitività, la precarietà, lo sfruttamento.
Chi lavora, chi riesce ad uscire dalle sabbie mobili della disoccupazione di massa dove affondano tutti i principi della democrazia, è sottomesso allo sfruttamento perché subisce il più brutale dei ricatti. O mangi sta minestra o salti dalla finestra, questa è la antichissima e brutale filosofia che regola oggi i rapporti di lavoro. E che tiene vincolati alla stessa catena i braccianti impiegati nei campi a tre euro all'ora, gli operai della Fiat costretti a turni massacranti, i dipendenti delle banche che devono vendere obbligazioni a rischio, i lavoratori dei servizi pubblici sui quali si scaricano addosso i tagli allo stato sociale.
Ricatto è la parola che oggi accompagna e sostiene sempre l'altra, sfruttamento. Assieme queste due parole sono i pilastri sui quali si regge l'attuale rapporto di lavoro, spinto sempre di più alla regressione verso il Medio Evo.
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La costruzione di un nuovo nemico dell’occidente: il radicalismo islamico
di Renato Caputo
A quindici anni dai tragici attentati terroristici, vero e proprio casus belli per la guerra di civiltà contro il radicalismo islamico, è indispensabile fare un bilancio storico, per risalire alle cause profonde di questo conflitto. Sin dai tempi antichi, lo spettro del nemico esterno e la conseguente guerra contro di esso, è stato funzionale al potere, che si è cementificato imponendo la pace sociale all’interno, indispensabile alla salvaguardia di privilegi sempre meno funzionali allo sviluppo economico e sociale
Con la dissoluzione del “blocco sovietico”, il fantasma del comunismo non appariva più in grado, da solo, di tenere insieme le classi dominanti e dirigenti occidentali. Ciò ha favorito il riesplodere della conflittualità interimperialista, solo in parte attenuata dalla forma tendenzialmente transnazionale che è venuto assumendo il capitale finanziario. Con il dileguare del “fantasma del comunismo”, tendeva a dileguare anche il fantasma del totalitarismo, l’ombra inquietante della quale – sfruttando le contraddizioni reali nei processi di transizione al socialismo – l’ideologia dominante aveva abilmente proiettato sul comunismo, presentandolo come una distopia. In tal modo diveniva decisamente più arduo per la grande borghesia mantenere l’egemonia, ossia il proprio dominio di classe con il consenso dei subalterni e cementificare l’adesione in funzione subordinata di ceti medi e piccola borghesia al blocco sociale dominante.
Vi era dunque l’urgenza di favorire la costruzione di un nuovo nemico globale in grado di ricompattare il fronte imperialista, il mondo occidentale in primis, all’interno del quale il processo di unificazione economica europea e, in seguito, la moneta unica mettevano in discussione il signoraggio del dollaro, indispensabile a coprire le crescenti voragini nella bilancia commerciale statunitense, acuendo i conflitti interimperialistici. La costituzione di un nuovo nemico globale era altresì indispensabile per giustificare il mantenimento di enormi spese militari, che rischiavano altrimenti di apparire superflue, soprattutto in una fase di crisi in cui si assiste a un costante ridimensionamento delle spese sociali.
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De Omnibus Dubitandum Est
Intervista a Gianfranco Sanguinetti della rivista praghese Literarni Noviny
1) Come decidere quale mezzo di comunicazione è affidabile? C'è qualche regola dettata dal buon senso per farlo?
Religione e politica si appoggiano entrambe sulla credulità delle persone, e la credulità si basa sull'ignoranza. Si rende pertanto necessario costruire l'ignoranza della gente, per poter poi costruire sulla credulità. Poi, con la credulità si può far tutto. Allo stesso modo in cui avveniva con il sermone del prete, la stampa ufficiale, e con essa la TV, partecipano con successo alla fabbricazione dell'ignoranza informata. Ma, nell'epoca dell'informazione, paradossalmente, la gente non sa niente: esiste soltanto quello di cui si parla; ciò di cui non si parla, non esiste, scompare. La gente non sa neppure ciò che mangia né ciò che beve, né quanto sia il tasso di erbicida glisofato (Roundup) cancerogeno della Monsanto presente nel loro corpo, dal momento che non viene loro comunicato con esattezza [*1]. Allo stesso modo in cui ci si nutre di veleni, senza saperlo, ci si nutre della stampa avvelenata.
Il filosofo Seneca, il quale, in quanto consigliere dell'imperatore Nerone, aveva imparato a conoscere i popoli, diceva "Unusquisque mavult credere quam iudicare": "Ciascuno preferisce credere che giudicare". E' su questa debolezza umana che si costruisce la credulità.
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Diga di Mosul, geologia e geopolitica
di Francesco Cecchini
Intervistato lo scorso marzo dal giornalista di Al Monitor Wilson Fache, che si era recato nell’area della diga per un reportage, un abitante della parte di hinterland di Mosul sotto il controllo dei peshmerga curdi (come la diga), ha usato le parole del condottiero berbero Tariq Ibn Ziyad per descrive la situazione degli abitanti dell’area: “Ora ci troviamo con il nemico davanti a noi e il mare profondo dietro di noi”.
La geologia
La diga di Mosul, originalmente conosciuta come Saddam Dam, sul fiume Tigri, nel governatorato occidentale iracheno di Ninawa, si trova circa 50 chilometri a nord della città di Mosul, controllata dall’Isis, meglio detto, capitale del Califfato. La sua costruzione, cominciata nel 1980, fu decisa da Saddam Hussein, nel quadro di un piano di “arabizzazione” del nord curdo dell’Iraq. Fu costruita da un consorzio italo-tedesco Hochtier Aktiengesellschaft-Impregilo, che la completò nel 1984. Lo sbarramento è lungo 3,2 chilometri per un’altezza di 131 metri. Ė la quarta diga più grande del Medio Oriente e la più grande dell’Iraq. Componente chiave dell’energia elettrica nazionale: 4200 megawatt di turbine generano 320 MW di elettricità al giorno.
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Non esistono mezzogiornificazioni
di Joseph Halevi
Pubblichiamo la seconda parte del ricco intervento di Halevi, la cui prima parte è stata pubblicata la scorsa settimana qui
Non capisco cosa sia la mezzogiornificazione dell’Europa. Sono formulazioni immaginifiche ad effetto che non hanno alcun valore esplicativo. Il Mezzogiorno italiano è molto specifico. Lo zone sottosviluppate dell’Europa sono sempre state tali da quando si innescò la rivoluzione agraria e industriale senza inglobarle – per ragioni varie principalmente connesse al rapporto tra industria-finanza-imperialismo e mercati. L’UE e, prima ancora, la CEE non hanno il compito di equilibrare le varie regioni, le dichiarazioni in tal senso hanno unicamente un valore propagandistico. La funzione delle istituzioni europee è di operare come comitati d’affari dei diversi rami del capitale monopolistico localizzato in Europa. Nello specifico, se guardiamo ai problemi della Grecia di quaranta anni fa ci accorgiamo che sono quelli di un paese molto periferico altamente destrutturato. Con l’entrata della Grecia nella CEE nel 1981 cominciò a formarsi una bolla borghese e del ceto medio bramoso di Parigi e Londra che raggiunse livelli parossistici dopo l’entrata del paese nella zona dell’euro nel 2002. In Spagna quaranta anni fa era finita, per le stesse ragioni della crisi europea di allora, la crescita modernizzatrice fondata sull’integrazione di fatto nel MEC, che l’Opus Dei era riuscita ad imporre alla fine degli anni ’50 al riluttante regime agrar-finanziario franchista. Verso la metà degli ’80 la Spagna entrò nella CEE assieme al Portogallo. Nei primi anni ’90 aveva già oltrepassato il 20% di disoccupazione e – assieme alla Grecia ed al Portogallo – andava accumulando un deficit estero in rapporto al PIL più elevato del surplus globale tedesco.
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Per una sinistra laica, ma non disincantata
di Nicolò Bellanca
In questa nota discuto l’ultimo libro di Paolo Flores d’Arcais1. Non mi propongo di affrontare tutte le articolazioni del volume. In particolare, desidero trascurare le numerose e condivisibili pagine in cui l’autore svolge un’acuta schermaglia polemica contro i democratici dell’autocensura, gli illiberali neorazzisti e i religiosi oscurantisti di ogni risma. Voglio invece concentrami sull’idea teorica che il volume comunica ed elabora: una sinistra all’altezza dei tempi deve essere laica, egualitaria e libertaria; in una formula, deve propugnare l’isocrazia quale eguale sovranità dei cittadini. La sinistra abdica quando si rassegna allo svuotamento (anzitutto, mercatistico-finanziario) delle democrazie. Il suo fallimento favorisce, assieme alla delusione di molti, l’egemonia d’idee premoderne, tra le quali spiccano la presenza di autorità tradizionali e religiose nella sfera pubblica, la soggezione della vita collettiva a un ordine sacro trascendente che occorre rispettare e preservare, la rigida e intrinsecamente violenta opposizione tra Bene e Male. Secondo Flores, ciò che nell’informazione ufficiale è presentato come scontro tra Occidente e Islam, civiltà pacifica e terrorismo, residenti e migranti, libertà individuale e fanatismo, Noi e Loro, è in effetti lo scontro tra chi (in ogni parte del pianeta) desidera vivere in una comunità politica che riprenda e approfondisca i valori illuministi dell’autonomia, e coloro che di quella forma di società sono nemici irriducibili. Sul terreno politico-culturale, oggi la distinzione tra regresso e progresso, tra destra e sinistra, passa principalmente lungo questa linea.
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Huck, Ishmael e la guerra di classe
di Sandro Moiso
Bill Ayers, Fugitive Days. Memorie dai Weather Underground, DeriveApprodi 2016, pp. 336, € 22,00
Bill Ayers racconta la vicende di un pugno di ragazzi e di ragazze che volevano fare la rivoluzione.
Ci mette sotto gli occhi il diario del tentativo, messo in atto da un gruppo di giovani incoscienti e coraggiosi, di portare la guerra fin nel cuore dell’Impero, quando negli Stati Uniti d’America, tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, alcuni militanti della sinistra radicale dichiararono ufficialmente guerra al mostro imperialista. Mentre, allo stesso tempo, ci narra la storia della ricerca collettiva di un altro mondo, di un’altra vita e di altre esperienze, sulle orme di Huckleberry Finn e di Ishmael, l’io narrante di “Moby Dick”.
L’autore oggi settantunenne, militante e fondatore dell’organizzazione clandestina dei Weather Underground, ci regala una delle più belle autobiografie scritte da un rivoluzionario. Epica, commovente, a tratti divertente ed ironica, ma mai, assolutamente mai, segnata da qualsiasi forma di autocompiacimento o, al contrario, dalla resa incondizionata alle ragioni del nemico. Anzi, il testo brilla proprio per la capacità del narratore di sollevare più di una critica nei confronti della pratica, militare ed ideologica, dei Weathermen, senza per questo slittare nel rifiuto della militanza rivoluzionaria o dell’azione diretta.
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Neoliberismo e postmodernismo: alleati fra loro ma nostri nemici
di Alessandra Ciattini
Neo-liberismo e postmodernismo sono due espressioni opposte e conflittuali del tardo capitalismo o presentano significative convergenze? Cerchiamo di indicare alcuni punti di contatto
Si parla assai spesso e a ragione di “pensiero unico”, per sottolineare come la cultura mass-mediatica, in tutte le sue forme, comprese le sue rozze espressioni politiche, sia dominata da un'unica concezione del mondo, scaturita dalla cosiddetta fine delle ideologie, improntata ad un facile pragmatismo che incanta l'uomo pratico e concreto, e talvolta intrisa di un buonismo ipocrita auspice del rispetto dell'altro e pronto ad agitare la “cultura dell'accoglienza”.
Tale concezione del mondo si incarna nel neoliberismo, affermatosi negli ultimi decenni del Novecento a causa di un complesso di fattori, i quali hanno contribuito al consolidarsi di quello che Ernest Mandel definisce “tardo capitalismo” (Der Spätkapitalismus, Francoforte 1972). Naturalmente il richiamo al buonismo e alla “cultura dell'accoglienza” non sono elementi costitutivi del neoliberismo, che si presenta limpido nella sua spietatezza, ma che taluni amano rivestire di tali pietosi veli per non fa sobbalzare i ricettori del suo messaggio.
L'emergere del neoliberalismo coincide con l'attacco condotto allo Stato sociale, e quindi con l'assalto ai diritti sociali dell'individuo che facevano di esso un membro della comunità, nel cui seno avrebbe dovuto trovare tutti quegli strumenti idonei a trasformarlo in un cittadino a tutti gli effetti. Con Margaret Thatcher abbiamo imparato che la società non esiste e che ognuno deve farsi carico individualmente del proprio “successo” sociale [1], anche nel caso in cui ciò significa il raggiungimento stento della mera sopravvivenza.
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I limiti di fondo dell’economia politica
Enrico Galavotti
Prendiamo un qualunque Manuale di economia politica scritto da un marxista: quello di Antonio Pesenti (Editori Riuniti, Roma 1972). Sin dalle prime pagine si capisce che c’è qualcosa che non va, ovviamente non perché si è contro il capitalismo, quanto perché non si riesce a valorizzare sino in fondo il pregio di un’economia naturale basata su autoconsumo e baratto. Questo è un limite di fondo di tutti i manuali di economia politica, siano essi borghesi o socialisti.
Un manuale marxista di economia politica non dovrebbe porsi anzitutto in antitesi allo sviluppo capitalistico, poiché se si esordisce facendo questo, l’antitesi non sarà mai davvero radicale, ma sempre relativa. Per essere un minimo obiettivi, si dovrebbero anzitutto valorizzare tutte quelle forme di produzione economica in cui non esisteva una forte divisione del lavoro, una propensione accentuata per gli scambi commerciali, l’esigenza di avere tutte le comodità possibili, la necessità imprescindibile di produrre di più in minor tempo e con minor fatica e altre caratteristiche tipiche delle società basate sull’antagonismo sociale.
È vero che è stata la borghesia a inventare la scienza dell’economia, ma quando si parla di economia bisognerebbe anzitutto farne una storia, eventualmente avvalendosi degli studi di etno-antropologia, altrimenti rischiano di apparire falsati i presupposti metodologici della critica materialistica. Non si può fare del “materialismo dialettico” con uno sguardo rivolto solo verso al futuro, senza tener conto che siamo figli di un passato ancestrale, le cui caratteristiche, quando si viveva di caccia, pesca, raccolta di frutti selvatici, erano completamente diverse da quelle che si sono formate con la nascita delle prime civiltà urbanizzate.
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Vita contro Teologia Politica
di Salvo Vaccaro
Il est surprenant qu’au fond de la politique nous trouvions toujours la théologie. Pierre-Joseph Proudhon
Per quanto impenetrabile sia l’incantesimo, è soltanto incantesimo. Theodor W. Adorno
C’è religione ogni volta che c’è trascendenza, Essere verticale, Stato imperiale in cielo o sulla terra, e c’è Filosofia ogni volta che c’è immanenza, anche se serve da arena all’agone e alla rivalità. Gilles Deleuze, Félix Guattari
Eludere l’illusione
Uno spettro si aggira nel mondo laico: la risorgenza della religione tanto come matrice mobilitante una forza sociale in grado di proiettarsi sul palcoscenico della politica istituzionale e planetaria, quanto come movimento di pensiero in grado di conseguire uno spessore normativo per sé e soprattutto per gli altri. Nella nostra piccola porzione di mondo da cui parliamo e agiamo, si fa fatica a manifestare stupore per un simile ritorno di fiamma per la semplice ragione che tale fiamma non si era mai spenta, nemmeno nei momenti più alti di visibilità e rappresentatività delle ragioni laiche e secolari. La presenza capillare e pervasiva della chiesa cattolica chez nous non è mai venuta meno nei decenni, trovando sempre in via diretta e indiretta insieme un imprenditore politico capace di rendere conto degli auspici nonché dei desideri normativi di natura religiosa, declinando al tempo stesso gli opportuni compromessi con i partner agonali del conflitto secolare. Su scala più ampia, un occhio meno provinciale (parrocchiale, verrebbe voglia di dire) non dovrebbe altrettanto mostrare stupore se il peso degli enunciati religiosi sia tanto poderoso in lungo e in largo per il pianeta, né che essi vengano politicamente branditi come armi per fini esclusivamente politici o addirittura teocratici, incarnazione sempiterna della teologia politica per eccellenza. Semplicemente, la storia non è mai arrivata al capolinea…
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La teoria marxiana del valore
di Ascanio Bernardeschi
Primo di una serie di articoli sulla teoria marxiana del valore. Il compito della scienza è di svelare la differenza fra l'apparenza dei fenomeni e l'essenza delle cose. Anche la legge del valore ha questo fine. Le differenze tra Marx e gli economisti classici per quanto riguarda il metodo e gli scopi dell'economia politica. Alcuni concetti basilari per permettere ai “non addetti” di seguire il successivo svolgimento riguardante alcuni nodi più dibattuti della teoria marxiana. Le categorie economiche, trattate dagli economisti che vanno per la maggiore come oggetti naturali, non sono altro che rapporti sociali camuffati
I. A cosa serve?
Nel libro III del Capitale, confutando l'apparente obiettività della “formula trinitaria” – secondo la quale il valore delle merci sarebbe originato dalla somma della retribuzione dei cosiddetti fattori produttivi (profitti, salari e rendite), mentre è vero l'esatto contrario, cioè che sono queste ultime voci di reddito che reperiscono la propria fonte nel valore delle merci, in quanto quest'ultimo viene tra di esse distribuito successivamente alla propria realizzazione – Marx ebbe ad affermare che “ogni scienza sarebbe superflua, se la forma fenomenica e l’essenza delle cose coincidessero immediatamente [1].
Infatti i fenomeni che percepiamo sono spesso delle manifestazioni di leggi che sfuggono ai sensi e che solo la scienza può svelare, mentre possiamo cadere in errore se confondiamo queste manifestazioni con l'essenza, cioè con i meccanismi che ci stanno dietro. Anche l'osservazione empirica non accompagnata da una robusto impianto teorico, per esempio l'accertamento statisticamente oggettivo della correlazione tra due fenomeni, può trarre in inganno in quanto può condurre a stimare in maniera invertita il rapporto causa-effetto tra le due grandezze.
Forse è utile fare un esempio. Secondo l'esperienza dei nostri sensi, tutti i corpi hanno un peso che si avverte in quanto su di essi agisce una forza, tanto maggiore quanto maggiore è il loro peso, che li attrae verso il suolo.
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L'aspetto criminale dell'austerità pensionistica
di Leonardo Mazzei
La nuova beffa firmata Renzi: volete la pensione? Pagatevela. E pure con gli interessi...
Si torna a parlare di pensioni. Stavolta per annunciare "flessibilità", nome in codice che significa fregatura. L'ennesima.
Lorsignori hanno scoperto l'acqua calda: aumentare a dismisura l'età pensionabile porta ad un aumento della disoccupazione giovanile. Strano, avremmo detto tutti il contrario...
Quattro notizie in tre giorni hanno riportato il tema previdenziale alla ribalta. La prima: secondo il presidente dell'Inps Boeri i nati nel 1980 rischiano di andare in pensione a 75 (settantacinque) anni. La seconda: a causa dei nuovi scalini scattati per le donne (legge Fornero) e dei calcoli Istat sulla "speranza di vita" (legge Dini), nel primo trimestre 2016 i pensionamenti sono diminuiti (rispetto allo stesso periodo del 2015) del 34,5%. La terza: nello stesso trimestre il valore medio mensile delle pensioni dei lavoratori dipendenti è sceso di ben 72 euro, passando dai 1.236 euro (ovviamente lordi) del 2015 agli attuali 1.164. La quarta, di cui ci occuperemo in questo articolo, è che il governo sta studiando la cosiddetta "flessibilità" in materia pensionistica.
Insomma, si va in pensione sempre più tardi e con un assegni previdenziali sempre più poveri. Dov'è la notizia? Non sapevamo tutti che è esattamente questo il futuro disegnato per gli anziani da un ventennio di controriforme, diciamo da Amato a Monti?
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Dalla "stagnazione secolare" all'agonia del capitale
Notti in cammino...
di Clément Homs
Anche ad aver seguito gli avvenimenti solo da lontano, il 2015, nello spazio pubblico borghese francofono e in una parte della Triade, risulta essere stato l'anno di una grande offensiva della tesi della "stagnazione secolare" . Col passare degli anni, tutte le teorie della crisi ciclica e tutte le diverse sette economiche che per due secoli hanno predetto l'eterno ritorno del capitalismo hanno reso l'anima, lasciando il posto alla tesi della "stagnazione secolare" come nuova ristrutturazione e attuazione del pensiero borghese sempre prigioniero dei suoi stessi presupposti. Se quindi adesso la "stagnazione secolare" ha il vento in poppa, ciò avviene perché spiega quel che rimane inspiegabile per un economista. Alcuni segmenti del pensiero economico borghese cercano adesso di spiegare, sempre a partire dalle loro forme di coscienza feticizzata, ciò che rimane come l'impensato di tutto il pensiero economico: la nuova qualità di una crisi della valorizzazione che sembra loro non assomigliare a nessun'altra crisi.
Quasi dieci anni dopo l'inizio di un nuovo crollo di un'economia mondiale che ha visto il collasso della dinamica della produzione di capitale fittizio quanto meno nel settore privato, niente di quello che era stato "previsto" si è verificato: la ripresa a "V" e a "W", poi a "WW", "l'inversione della curva" oppure la "purga" di una crisi ciclica ed il ritorno al "business as usual", tutto questo non si è ancora visto.
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Napoli: le tre anime dei laboratori metropolitani
di Francesco Festa
“La disunione della plebe e del senato romano fece libera e potente quella Repubblica”. Il Machiavelli dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio attacca il culto della concordia civica ritenendo che uno dei punti di forza di Roma siano stati proprio i tumulti – all’oggi, le lotte sociali – piuttosto che cause di debolezza. Anzi, Machiavelli ritiene che le sollevazioni popolari avrebbero avuto il grande merito di impedire che i “grandi” attentassero alla libertà. In fondo una città che punta a estendere la propria egemonia o a non cadere vittima di altri Stati, secondo Machiavelli, ha bisogno anzitutto di un esercito numeroso, ossia che l’intera popolazione si senta chiamata a combattere e che la medesima popolazione – chi vive l’urbe – possa esercitare il diritto di cittadinanza: vale a dire che le classi subalterne siano messe nella condizione di far valere con più forza le proprie rivendicazioni.
Come recita il primo capitolo del terzo libro dei Discorsi: “a volere che una setta o una Repubblica viva lungamente, è necessario riportarla spesso verso il suo principio”: il tumulto, le lotte sociali sono precisamente uno dei modi attraverso cui il filo prezioso con l’origine – con i principi preziosi - non viene mai a interrompersi del tutto. All’oggi, invece, la dittatura di centro in cui è inchiodata la politica europea vuole proprio che la qualità del politico aumenti in modo inversamente proporzionale al numero di conflitti che crea, individui e cerca di risolvere.
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Europa e "Mezzogiorni"
di Joseph Halevi
Qualche settimana fa abbiamo posto delle domande a Joseph Halevi su crisi, Europa e “mezzogiorni”. Abbiamo cominciato dal tema più attuale e più discusso, quello della crisi europea. Oramai, dopo l’accettazione dei memoranda da parte del governo Tsipras e dopo la sconfitta dell’ala sinistra di Syriza, si parla poco della Grecia. Si discute di un’ulteriore sforbiciata delle pensioni greche, tra le più basse d’Europa, su suggerimento delle istituzioni europee. Considerato che la strategia della “disobbedienza dei trattati” non è attuabile, abbiamo chiesto a Halevi come possono reagire le sinistre europee (quello che ne rimane) evitando la degenerazione nazionalistica degli apologeti della svalutazione e della monetizzazione dei disavanzi. La sua risposta, ricca ed intensa, sarà pubblicata in due parti. Ne proponiamo la prima. Qui la seconda parte.
Di seguito la risposta di Joseph Halevi.
* * *
Grecia, Europa ecc.
Premessa: penso che per il 90% l’esito e l’iter stesso della vicenda greca siano stati del tutto indipendenti dalla posizione del governo allora in carica. Tuttavia considero Yanis Varoufakis responsabile della catastrofe negoziale. È stato lui ad impostare l’intera strategia dei negoziati con l’Eurogruppo.
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La "mano invisibile" che affida la sovranità ai liberi mercanti
Ieri, oggi, domani
di Quarantotto
1. Abbiamo già citato la trilogia di romanzi, sul tema della guerra dell'oppio (contro la Cina) e della colonizzazione inglese in India, scritti da un autore indiano di cultura anglosassone, Amitav Ghosh.
Dal romanzo centrale della trilogia, traiamo alcune interessanti "conversazioni" che illustrano perfettamente la cultura dei tai-pan, cioè dei mercanti imbevuti della neo-religione del libero mercato seguita alla "rivelazione" di Adam Smith. Per lo meno nel modo in cui fu intesa nei decenni successivi alla sua opera maggiore, "La ricchezza delle nazioni": un modo, a rigore filologico e "scientifico", discutibile e controverso, ma che, non di meno, è divenuto poi una vulgata ampiamente diffusa e appunto circondata da un'adesione acritica e fideistica di tipo essenzialmente religioso (una religione, come evidenzia Galbraith, che si fonda sul supremo "piacere di vincere in un gioco in cui molti perdono").
2. Sull'attendibilità delle conversazioni che vi riporterò, sotto il profilo della loro capacità di riflettere fedelmente questo "credo", aderendo in modo diretto al pensiero ed alle parole dei protagonisti del tempo, Ghosh ci rassicura, fornendo un'appendice poderosa sulle fonti utilizzate (pagg.383-386 de "Il fiume dell'oppio"): le conversazioni, infatti, sono riprese da dichiarazioni e "editoriali", a commento dei fatti storici narrati, pubblicati sui giornali inglesi editi a Canton in quegli stessi anni (nel 1838-39, alla vigilia e durante lo svolgimento stesso del conflitto, cioè la prima guerra dell'oppio, che vide l'Inghilterra attaccare con la sua flotta Canton).
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In attesa degli schiavi globali
di Robert Kurz
In che mondo viviamo? La risposta degli ideologhi è sempre la stessa: in un mondo fatto di economia di mercato e di democrazia, dove economia di mercato e democrazia non sono mai abbastanza. Quanto più, in quest'ordine mondiale, si accumulano le catastrofi, tanto più incisive, ad ogni nuova crisi, si fanno le richieste stereotipate, dettate dall'ignoranza asinina della coscienza ufficiale, per avere ancora "più economia di mercato" e "più democrazia". Questi due concetti sono diventati una sorta di mantra che, a forza di essere ripetuto, si è diluito fino a diventare una cantilena senza senso.
In questo pozzo dei desideri si nasconde una contraddizione elementare. Da un lato, troviamo la pretesa secondo cui la società è in grado di deliberare consapevolmente circa le questioni di interesse comune e di prendere decisioni razionali ("democrazia"). Dall'altro lato, però, si tratta esplicitamente di autoregolamentazione meccanica di un nesso sistemico autonomo, le cui assurde leggi si sono sedimentate come fatti naturali ("economia di mercato", vale a dire il capitalismo).
Nella realtà, la vita sociale non è guidata dalla discussione e dalla consapevole decisione comune dei membri della società. Ciò perché la procedura democratica non si vede anteposta agli effetti galvanizzanti della "fisica sociale" dei mercati anonimi, bensì posposta.
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La trappola democratica
di Alfio Mastropaolo
La definizione standard
In uno dei suoi scritti più celebri, che ha fatto scuola a un’intera generazione, intitolato Il futuro della democrazia, Norberto Bobbio cercò di mettere ordine tra le tante definizioni della democrazia e si azzardò a proporne una, da lui stesso definita minima, se non minimalista. Che mettesse tutti d’accordo. Che in democrazia non è un pregio di poco conto. La democrazia, per Bobbio, è un particolare regime politico che si caratterizza per alcuni requisiti fondamentali, i quali attengono a chi governa e a come governa. Tali requisiti sono il suffragio universale, il principio di maggioranza e la competizione tra forze politiche diverse, e, di conseguenza, la libertà personale, di pensiero, di associazione.
Questa definizione di democrazia, viceversa, nulla dettava sul cosa. La democrazia è compatibile con ogni sorta di misure politiche. Ovvero non impone nessun obbligo al riguardo. Può produrre politiche egualitarie, su cui Bobbio concordava, ma non è obbligata a produrle. Lo Stato sociale è un di più, che arricchisce la democrazia, ma non la qualifica. Se poi si conducessero solo politiche ugualitarie, – Bobbio le chiama democrazia «sostanziale», a scapito della democrazia «procedurale», – la democrazia non sarebbe più democratica.
Bobbio ammetteva che una simile democrazia è poco attraente.
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“Il lavoro non è l’essenza dell’essere umano”
Marina Zenobio intervista Kathi Weeks
The Problem with Work, della politologa femminista Kathi Weeks. Chi ha detto che il lavoro debba essere al centro della nostra esistenza?
Erano gli anni ’30 del secolo scorso quando Keynes predisse che grazie all’incremento della produttività e all’ingresso della donna nella forza lavoro, la generazione dei suoi nipoti avrebbero lavorato non più di 15 ore a settimana. Sono passate tre generazioni, lavoriamo più di prima e la sinistra ha ormai abbandonato quasi del tutto la lotta per la riduzione della giornata lavorativa, una lotta che la politologa e femminista Kathi Weeks, ispirata da testi diversi tra cui Resistance In Practice The Philosophy of Antonio Negri, rivendica nel suo saggio The Problem with Work: Feminism, Marxism, Antiwork Politics, and Postwork Imaginaries (John Hope Franklin Center Book, 2011, pp.304). In una recente intervista rilasciata a CTXT.es-Contexto y Accion, Kathi Weeks espone il suo pensiero sul potere delle “rivendicazioni utopiche” e spiega perché, secondo l’autrice, dovremmo concentrarci sul lavorare meno ore e sul creare condizioni per immaginare un mondo fuori dal lavoro. Popoff vi propone uno stralcio dell’intervista.
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Come definirebbe il concetto di lavoro?
Il lavoro è una attività produttiva basata sul modello del lavoro salariato. Se si chiede ad una qualsiasi persona che lavoro faccia, dedurrebbe che ci si riferisca esclusivamente al lavoro remunerato.
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