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L’impotenza del diritto di fronte a una nuova tragedia

di ALGAMICA*

Una nuova tragedia di immigrati ad Amendolara in Calabria. Si dirà: storia di ordinario razzismo. Questo senz’altro, ma c’è un particolare che ai più sfugge, ovvero il fatto che a dare fuoco e bruciare vivi in un’auto 4 immigrati siano stati due caporali pachistani, anch’essi immigrati. Semplice il motivo: i quattro arsi vivi chiedevano quanto loro spettante.

Criminali i pachistani nel ruolo di caporali? Certamente. Ma per conto di chi operavano quei caporali? Per conto di aziende agricole della zona, per la raccolta di frutta del periodo. A che scopo lavoravano per quelle imprese i poveri braccianti uccisi? Per il profitto, ovviamente. Dove finivano quelle cassette di frutta? Acquistate dalle multinazionali della distribuzione e vendute nei grandi centri urbani. Dunque abbiamo una filiera il cui motore che muove tutto è il profitto che provoca una reazione a catena producendo criminalità e lutti, ma non compare mai come soggetto agente, cioè fattore determinante.

Scrive il cronista « Tra Metaponto, Sibari, Corigliano, Schiavonea e Rossano è un fiorire di imprese agricole che lavorano stagionalmente su svariati prodotti. Secondo i dati del sindacato solo il 30% dei braccianti è contrattualizzato e in regola. E anche quando risultano formalmente essere assunti, diverse ditte lo fanno solo per alcune giornate. Il resto è in nero. Ed è qui che entra in scena il caporale, il quale fa da tramite tra aziende e bracciante ». Dunque il caporale è il prodotto delle imprese agricole ma compare non come prodotto ma come agente da condannare.

È questa la questione.

Dunque il vero responsabile, il profitto, non è fatto persona, non compare, è sottratto, perciò, alla responsabilità del dolo che viene fatta scaricare sull’individuo finale della filiera. Insomma mentre il profitto è l’agente fondamentale ad esercitare il dominio sulle persone, in caso di dolo, come la tragedia ad Amendolara, la responsabilità diviene individuale, cadrebbe cioè sui caporali pachistani che la filiera ha prodotto e utilizzato fino a quel momento.

Si materializza in questo modo il “miracolo” della impersonalità del reo perché non entra mai in scena ma agisce sempre nell’ombra.

Come si comporta la società organizzata sulla responsabilità individuale? Ricercando nell’ultimo anello il reo per condannarlo, in modo particolare quando riguarda i poveri disgraziati che sono stati spinti nei ruoli ingrati fino ad agire da criminali come nel caso dei pachistani ad Amendolara.

Il punto in questione che cerchiamo di porre all’attenzione in questa fase non è chi, ha bruciato i quattro immigrati ad Amendolara, ma cosa ha prodotto un fenomeno così infame da rendere uomini immigrati pachistani nel ruolo di assassini di altri poveri immigrati.

Conclusione: il profitto, reo, cioè il vero criminale, resta indenne, mentre gli immigrati vengono uccisi e chi li uccide finisce all’ergastolo. Ecco chiarita la logica della responsabilità individuale nella moderna e civile società capitalistica.

Sicchè il testo dell’illuminista Beccaria Dei delitti e delle pene è da buttare perché inservibile.

Siamo onesti: che si levino tante (anche troppe) voci di condanna nei confronti del caporalato, come se si trattasse di una potenza di Berzebù estranea ai rapporti di produzione capitalistici, è pura ipocrisia, perché il caporalato – e non da oggi – è parte integrante e fondamentale della produzione e raccolta agricola. Ma non solo, basta guardare a cosda succede nell’edilizia, anche per la costruzione di grandiosi complessi nelle metropoli.

Dice Landini, e tanti volenterosi che hanno manifestato il proprio sdegno sabato 6 giugno ad Amendolara « Ci sono le leggi, basta farle rispettare ». Poveri ingenui, come se nessuno sapesse dell’esistenza del caporalato funzionale al mondo agricolo e non solo. Il vero punto in questione è che tutti sanno, ma tutti fingono di non sapere.

Le autorità, le istituzioni, e quanti addetti non sanno dell’esistenza del caporalato e del lavoro nero, delle condizioni infami in cui sono costretti a vivere gli immigrati di colore? Suvvia, è solo ipocrisia.

Un modo di produzione basato sul profitto e la concorrenza genera inevitabilmente i fenomeni come ad Amendolara, siamo perciò in presenza della della potenza delle leggi del modo di produzione capitalistico, e nel contempo siamo di fronte all’impotenza della volontà di quanti a esse si oppongono.

Sicché chiedersi « che fare »? senza affondare il bisturi per estirpare la radice che provoca il demone del caporalato, è tempo perso. Seguiranno altre tragedie e altri lutti, mentre i benpensanti difensori – da destra e da sinistra – del sistema liberista che li produce continueranno a “condannare” l’infame caporalato che Belzebù semina fra gli uomini innocenti, che increduli, non possono fare altro che condannare.


* Alessio Galluppi, Michele Castaldo
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