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La Libia e l’imperialismo: un deficit di analisi
di Piero Pagliani
1. Ancora una volta, con la crisi Libica risalgono in superficie le ragioni profonde della inadeguatezza delle categorie acriticamente ereditate dalla tradizione marxista. A parte la questione di quanto riflettano veramente il pensiero di Marx, occorre rilevare – perché è una questione immediatamente politica – che l’errore di molto marxismo novecentesco è stato lo scolasticismo della suddivisione struttura-sovrastruttura, che si traduceva in errore economicistico e storicistico. L’aveva compreso Lenin (che infatti scriveva che non si capisce il primo libro del Capitale se non si è letta e capita tutta la logica di Hegel, e ne concludeva che “di conseguenza, dopo mezzo secolo, nessun marxista ha capito Marx!!“) e lo aveva capito Gramsci, che infatti fu accusato di idealismo.
Ma in seguito queste intuizioni furono appannaggio solo di pochi marxisti e in particolare il marxismo di origine post-sessantottina e più ancora post-settantasette dimenticò la reale lezione politica di Lenin e la vera lezione ideologica e teorica di Gramsci. In definitiva ci fu lo sbandamento verso la focalizzazione su una delle tante sfere in cui si suole suddividere la realtà del capitalismo.
Ma la suddivisione della realtà in sfera economica, finanziaria, politica e culturale è una suddivisione di comodo. E se essa permette di analizzare specifiche logiche, è però necessario cercare di utilizzare categorie analitiche – e soprattutto politiche – che riflettano l’interferenza o l’interazione tra i vari piani, le varie sfere e le varie logiche, che per giunta sono inter e intra conflittuali. Perché c’è bisogno di categorie che su questo complesso intreccio permettano di agire.
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Non recidere, forbice. Segreti, lacrime e bugie: della manovra finanziaria 2010
Dario Stefano Dell’Aquila
«È stato un refuso, lo cancelleremo”. Così il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, risponde a chi gli chiede se prevede una modifica dell’emendamento alla manovra che introduce lo stop al requisito dei 40 di contributi per andare in pensione a partire dal 2016. “Non era intenzione né mia, né di Azzollini, né di Tremonti», ha aggiunto il ministro. (Maurizio Sacconi, Corriere della Sera, 1 luglio 2010)
Non era un refuso l’emendamento alla manovra che avrebbe fatto saltare il limite dei 40 anni per i contributi per la pensione. È quanto ha voluto chiarire il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, sottolineando come «un’importante riforma delle pensioni» è stata approvata in Italia «senza alcuna protesta, nella pace sociale, senza un giorno di sciopero». «Abbiamo fatto la riforma delle pensioni con un emendamento», ha detto ancora il ministro a Bruxelles, insistendo sul fatto che «non c’è stato alcun giorno di sciopero e non crediate che il sindacato non se ne sia accorto, il sindacato sa fare bene il suo lavoro». (Giulio Tremonti, ANSA 13 luglio 2010)
1. I numeri della manovra
Nel maggio del 2009, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, intervenendo ad una iniziativa del proprio partito dichiarava: «Ho sempre detto che grazie a questa solidità l’Italia sarebbe uscita prima e meglio degli altri paesi dalla bufera che ha investito tutto il mondo. I fatti mi stanno dando ragione ed io voglio dare un messaggio di fiducia che dobbiamo saper trasmettere a tutti i cittadini perché questa è una crisi che è in gran parte psicologica»1. A poco più di un anno di distanza da queste rassicuranti dichiarazioni, la maggioranza governativa ha approvato un provvedimento economico destinato a rendere chiaro ai più attenti che l’ottimismo di plastica del presidente Berlusconi assumeva i contorni di una graziosa bugia. È stata, infatti, approvata senza particolari fibrillazioni d’aula, ma tra grandi proteste sociali, la manovra economica correttiva 2010 (decreto legge n. 78 del 31 maggio 2010, convertito in legge n 122/2010), dal valore complessivo di 24 miliardi di euro. La manovra, negli intenti dichiarati dal governo, ha l’obiettivo di ridurre entro il 2012 il deficit pubblico al 2,7%. L’iter di approvazione, costretto al termine del sessanta giorni previsti per la conversione del decreto in legge, è stato avviato al Senato (170 favorevoli e 136 contrari) dove il testo originario è stato sostituito da un nuovo testo (presentato con un cosiddetto maxi-emendamento).
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La traiettoria del capitalismo storico e la vocazione tri-continentale del marxismo
di Samir Amin
La lunga ascesa del capitalismo
La lunga storia del capitalismo è composta da tre fasi distinte e successive: (1) una preparazione molto lunga - la transizione dal sistema tributario, la tipica forma organizzativa delle società pre-moderne - durata otto secoli, dal 1000 al 1800; (2) un breve periodo di maturità (il XIX secolo) durante il quale "l'Ovest" ha affermato il suo dominio; (3) un lungo "declino" causato dal "Risveglio del Sud" (per usare il titolo del mio libro, pubblicato nel 2007) nel quale i popoli ed i loro stati recuperarono le principali iniziative nella trasformazione del mondo - di cui si ebbe la prima ondata nel XX secolo. Questa lotta contro l'ordine imperialista, il quale è inseparabile dall'espansione globale del capitalismo, è a sua volta l'agente potenziale nel lungo percorso della transizione oltre il capitalismo, verso il socialismo. Ora, nel XXI secolo, c'è l'inizio di una seconda ondata di iniziative indipendenti da parte dei popoli e degli stati del Sud.
Le contraddizioni interne caratteristiche di tutte le società avanzate nel mondo pre-moderno - e non solo quelle specifiche dell'Europa "feudale" - sono la causa delle ondate successive delle innovazioni social-tecnologiche che vennero a costituire la modernità capitalista.
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Il lupo, il gatto, la Libia e l'Egitto
Sherif El Sebaie
In Libia è finita esattamente come anticipato su questo blog, e cioè con la vecchia e cara "guerra umanitaria" dettata dalla "necessità di proteggere i civili" (che - sia detto per inciso - hanno bombardieri, carri armati, cannoni e un sito internet registrato nel Surrey). Chi frequenta questo sito sa che sono contrario alle intromissioni occidentali nelle vicende interne arabe per diversi e validi motivi. Sono talmente contrario che qualche anno fa scrissi (e la cosa venne puntualmente strumentalizzata) che avrei preferito il figlio di Mubarak al potere che un'intromissione esterna in Egitto, da cui non si poteva attendere niente di buono (Iraq e Afghanistan docet). L' "Occidente" è infatti un lupo che perde il pelo ma non il vizio: sappiamo tutti che le sue intromissioni "à la carte" non sono affatto disinteressate e che spesso sono persino montate ad arte per giustificare la successiva spartizione della torta. Peccato che questi interventi si rivelino puntualmente controproducenti sia per chi li ha subiti che per chi li ha attuati, esclusa quella piccola élite di multinazionali specializzata nel ricostruire ciò che ha appena distrutto.
Come andrà a finire? Difficile dirlo, ma vale la pena ricordare il detto arabo che recita "Io e mio fratello contro mio cugino ed io e mio cugino contro l'estraneo": il rischio che i libici, magari assai tentati fino all'altro giorno di scannarsi tra di loro, reagiscano oggi all'intromissione straniera stringendosi intorno al Fratello Colonnello piuttosto che intorno alle tribù a lui avverse e ai loro alleati "crociati", come definiti da Gheddafi (e da Putin), è tutt'altro che remoto.
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I ribelli libici e i ponzatori italici, che guardano l'albero e non vedono la foresta
Dino Erba
Nel 1917, il governo tedesco fornì a Lenin e ai
bolscevichi un treno per recarsi in Russia. Gli
imperialisti tedeschi pensavano che i bolscevichi
avrebbero fomentato rivolte, facendo così uscire
l’impero zarista dalla guerra. La Russia, dalla
guerra uscì, ma prima, i bolscevichi fecero la rivoluzione.
Via via che il vento delle rivolte del Nordafrica si è spostato in Libia, gli iniziali entusiasmi di molti «sinistri» italiani si sono smorzati. E sono prevalse le capziose analisi sui contrasti e sulle manovre degli immancabili imperialisti. Ci sono spunti e osservazioni apprezzabili, che tuttavia finiscono per oscurare il movimento d’insieme delle masse popolari libiche, che qualcuno considera addirittura del tutto strumentale e funzionale a circoli affaristici locali, legati alle «multinazionali europee e statunitensi» (emblematico, tra i tanti: SERGIO CARARO, Libia. Dalla guerra civile alla guerra del petrolio, «Contropiano»).
La Libia sta sollevando scottanti questioni, e non solo politiche, ma soprattutto di metodo e di analisi. Mettiamo allora i puntini sulle i e, per prima cosa, cerchiamo di capire che cos’è la Libia.
Ma prima ribadiamo che l’aspetto principale di questa vicenda è l’insorgenza delle masse popolari del Nordafrica, che si inscrive nella crisi sistemica del modo di produzione capitalistico. Il cui esito, ci auguriamo, sarà la rivoluzione proletaria (altrimenti ci aspetta un orrore senza fine). E questo è un motivo più che sufficiente, per stare dalla parte dei ribelli della Libia, senza se e senza ma.
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Per una nuova politica economica in Europa
Sergio Cesaratto, Carlo D’Ippoliti, Sergio Levrero, Riccardo Realfonzo e Antonella Stirati
Da questo documento è stata estratta una dichiarazione favorevole a una nuova politica economica in Europa, sottoscritta dalle seguenti realtà rappresentative del mondo progressista e della sinistra: AltraMente scuola per tutti, Associazione per il rinnovamento della sinistra, Associazione culturale in Movimento, Centro studi Cercare ancora, Fondazione Buozzi, Fondazione Nenni, Lavoro e Libertà, Le nuove ragioni del socialismo, Marx XXI, Network per il socialismo europeo, Socialismo 2000
Il 24 e il 25 marzo si tiene a Bruxelles una riunione del Consiglio Europeo sulle misure con cui affrontare la crisi dell’Unione Monetaria Europea (UME). Purtroppo, le scelte che sembrano profilarsi continuano ad essere ispirate ad un approccio conservatore e “rigorista”. È necessaria una campagna che susciti consapevolezza, ed una mobilitazione attorno alla necessità di una svolta nella politica economica europea, che consenta la ripresa della domanda aggregata e quindi rimetta in moto lo sviluppo e la crescita occupazionale.
Le politiche sinora attuate in Europa a sostegno dei paesi “periferici” - spesso caratterizzati da un incremento significativo del rapporto tra debito pubblico e Pil - e quelle che verranno avanzate nel prossimo summit, comportano infatti elevati costi sociali senza risolvere la crisi, anzi aggravandola. Ma a differenza di quanto implicito in quelle politiche, tutti i paesi europei sono egualmente responsabili della crisi, sia quelli forti che quelli periferici, sia quelli debitori che quelli creditori. E come poi diremo meglio, per evitare un aggravamento della crisi alcune proposte ci sembrano essenziali:
- stabilizzazione (non riduzione) dei debiti pubblici dei paesi “periferici” e contestuale impegno della BCE nel sostenere il contenimento del costo del debito; europeizzazione parziale dell’emissioni di titoli pubblici; rilancio delle politiche espansive nei paesi che registrano avanzi della bilancia commerciale (sono questi gli elementi principali di una soluzione che coniughi sostenibilità finanziaria e ripresa della crescita);
- pari passu, riforma delle istituzioni economiche europee, inprimis della BCE, con l’obiettivo di politiche fiscali e monetarie coordinate e subordinate al controllo democratico dei cittadini;
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Il grande inquisitore
di Alessandro Leogrande
Le sorti della politica italiana sembrano passare attraverso la figura del Grande Inquisitore, l’inquietante personaggio dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij. L’anno scorso la casa editrice Salani aveva riproposto autonomamente il testo della nota “leggenda” (Il grande inquisitore, appunto), estrapolandolo dal romanzo fluviale, e aggiungendovi un intervento di Gherardo Colombo, Il peso della libertà. L’anno prima era stato Gustavo Zagrebelsky a dedicarvi un suo saggio. Ora, per Laterza, esce un libro di Franco Cassano,
L’umiltà del male, che parte proprio da lì, dall’enigma posto dal discorso del Grande Inquisitore. Ma Cassano rovescia subito il piano della riflessione. Smonta la distinzione manichea tra bene e male.
Nei Karamazov, a raccontare la leggenda del Grande Inquisitore al fratello Alioscia è Ivan. Nella Siviglia del Cinquecento, narra, l’Inquisitore fa arrestare Cristo, appena tornato sulla terra, e si reca a far visita al prigioniero. In realtà, il suo è un lungo monologo, rinfaccia al Nazareno che la sua perfezione non è in grado di cogliere la debolezza dell’animo umano. Il suo rigore è per i santi, non per l’imperfezione del mondo. Il potere temporale, al contrario, è divenuto tale proprio perché ha permesso a tutti di peccare.
L’interpretazione classica della storia dostoevskiana attribuisce al Grande Inquisitore il ruolo del male, a Cristo (che per tutto il capitolo rimane muto) evidentemente quello del bene.
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Ai direttori del Manifesto e di Liberazione, alla stampa progressista,
a tutti i democratici
La straordinaria esperienza di mobilitazione democratica del Bahrain è stata schiacciata nel sangue con l'intervento delle forze armate saudite.
Vivo qui in Bahrain e sono stato testimone di un risveglio di coscienza politica e sociale avanzatissimo. Dopo i primi scontri e le prime violenze la vecchia leadership sciita è stata scavalcata ed esautorata da una nuova generazione di protagonisti: i giovani e le donne. Hanno saputo prendere in mano l'organizzazione della lotta politica, con metodi assolutamente pacifici e di massa, un'organizzazione capillare ed obiettivi e parole d'ordine assolutamente chiari e trasparenti: libertà e democrazia.
I giornalisti come Michele Giorgio e l'inviato di Repubblica hanno potuto constatare la situazione e ne hanno dato conto con servizi puntuali e rigorosi.
Bene, a questo punto chiedo che i democratici si facciano carico di una mobilitazione almeno pari a quella portata avanti nei confronti degli insorti libici, che non erano né pacifici né disarmati, che non avevano piattaforme politiche così trasparenti, che erano sponsorizzati dai servizi segreti di mezzo mondo e da quello stesso Consiglio del Golfo che ha mandato i carri armati qui in Bahrain.
Chiedo che si faccia pressione perchè l'Unione Europea prenda posizione in modo altrettanto deciso contro i governi bahrenita e saudita, che la Corte Penale Internazionale agisca con la stessa prontezza dimostrata per la Libia, che la pletora agenzie e organizzazioni preposte alla difesa dei diritti umani dia un'occhiata anche da queste parti.
Chiedo che le grandi firme e i padrini nobili della sinistra si spendano anche per questa causa, forse più difficile, perchè non devono schierarsi contro un “dittatore pazzo”, ma contro uno dei nodi più potenti e oscuri del potere occidentale sul petrolio: le monarchie del golfo.
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Fine dell’Impero?
di Augusto Illuminati
Eh, anche l’Impero non è più quello di una volta. I bei tempi di Billy Clinton e George Lucas, neppure il bravo Obama riesce a rievocarli. Guardate come l’intera coalizione Odyssey Dawn sta andando a puttane e, per dirla con la stampa italiana di (estrema) destra, cioè Libero e il Giornale, Sarkozy sta bombardando l’Italia, impadronendosi di Bulgari e Parmalat e spingendo l’Eni lontano dai pozzi libici, a tutto vantaggio della Total. Che poi sotto le macerie finisca pure Berlusconi è ben magra consolazione per noi – figuriamoci per i detentori di bond Parmalat e per i consumatori finali di metano, elettricità, gasolio e benzina verde! Il mondo è finito bottom down: la destra è pacifista (da Ferrara e Feltri a Formigoni) e denuncia gli sporchi interessi economici dietro la pelosa retorica umanitaria, Berlusconi “si addolora” per Gheddafi e tesse trame disfattiste con Putin, la Lega gufa la guerra tifando la Germania non interventista e si preoccupa solo di sbarrare le coste ai migranti, perfino La Russa giura (e spergiura) che i nostri aerei non sparano (che cazzo fanno allora? voli di addestramento?), mentre la sinistra si infila l’elmetto sul cranio e va alla guerra con le fanfare e senza rischi se non di ridicolo. Repubblica è l’unico esempio al mondo di giornale embedded con i giornalisti che restano a Largo Fochetti, l’Unità sproloquia sul “male minore” delle bombe tricolori rispetto a quelle tiranniche (linea Henry-Lévy, Cohn-Bendit e Joschka Fischer, te li raccomando i kosovari). Il Fatto ospita la qualunque.
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Peccato, punizione ed espiazione: la via tedesca per la salvezza (?) dell’euro
Ruggero Paladini
Il caso greco di spesa pubblica in disavanzo è totalmente diverso dal caso irlandese caratterizzato dall'indebitamento delle banche private; ma l'infelice politica dell'euro-zona ha lo stesso effetto devastante.
La filosofia del Trattato di Maastricht era molto chiara: la sola minaccia alla stabilità economica poteva venire dai bilanci pubblici dei paesi membri, perché i politici potevano comportarsi come free rider approfittando della partecipazione alla moneta comune. Per questa ragione fu stabilità l’indipendenza della Banca Centrale Europea, il divieto di acquisto di titoli pubblici e di qualunque altro prestito, e, non ritenendo sufficienti i divieti sui disavanzi eccessivi, fu aggiunto il Patto di Stabilità. A questo punto non era necessario stabilire un Fondo Europeo che affrontare situazioni di crisi di liquidità o di insolvenza.
Le cose sono andate diversamente: la crisi è nata da eccessi di debito e di rischio assunti dalle banche e da altri intermediari finanziari, ed anche se l’epicentro è stato negli USA, le banche europee, ed in particolare quelle britanniche e irlandesi hanno partecipato con entusiasmo alla nuova versione delle vecchie “catene di S. Antonio”. Pertanto dal 2008 e ancor di più nel 2009 il debito pubblico crebbe dappertutto; qui di seguito (Tabella 1) sono riportati i livelli dei rapporti debito/pil e le variazioni 2007-2009
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L’Italia in guerra contro la Libia, 100 anni dopo
di Piero Pagliani
1. È forse il caso di discutere qualche punto sulla situazione che ruota attorno alla crisi libica.
Partiamo dal dato acquisito che l’operazione “Odissea all’Alba” non è un intervento umanitario, come ancora ripete il capo delle nostre forze armate, cioè il presidente Napolitano, refrain in cui gli ex comunisti sembrano addirittura più specializzati della destra (come questo intervento sia stato discusso in Consiglio di Sicurezza – e quindi il suo grado di legittimità – lo spiega bene Giulietto Chiesa all’inizio dell’intervista di Lilli Gruber a “Otto e Mezzo”).
Se non è chiaro che invece proprio di guerra si tratta e per giunta di guerra con caratteristiche mondiali perché è parte non di una crisi locale ma di una crisi sistemica, se questo non è ancora chiaro si prega di ripassare dal VIA senza ritirare le ventimila. Altrimenti proseguiamo.
2. Uno dei ruoli da chiarire è quello delle compagnie petrolifere.
Come già ai tempi dell’Iraq, il petrolio c’entra, ovviamente, ma non in modo immediato. In gioco c’è innanzitutto il controllo politico e militare delle fonti energetiche e solo dopo il loro sfruttamento diretto, che a sua volta può essere funzionale tanto al rialzo del prezzo del greggio tanto alla sua diminuzione in dipendenza della convenienza prima geostrategica, poi di mercato.
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Libia, dove si spellavano i gatti
Debora Billi
Sovente, e ahinoi ultimamente sempre, si sospetta che dietro una guerra ci sia il petrolio. Ma le guerre non si fanno per “prendersi il petrolio” tout court: quasi sempre si può ottenerlo comodamente firmando un accordo e con una stretta di mano. Chi ha il petrolio ha infatti bisogno di venderlo. Certo, l’aumento della domanda e la diminuzione della risorsa hanno condotto a un mercato del venditore, anziché del compratore, ma l’obiettivo di entrambi resta il medesimo.
Il problema quindi non è “prendersi i pozzi”, ma ottenere accordi molto favorevoli. Il che non sempre è possibile, specialmente quando il Paese produttore ha una forte compagnia nazionale oppure delle leggi che non consentono a compagnie straniere di fare il bello e il cattivo tempo. Alcuni esempi? L’Iraq di Saddam, a cui dopo la guerra fu imposta la molto discussa legge per il petrolio, che in pratica toglieva al popolo iracheno la sovranità sul proprio sottosuolo; il Venezuela di Chávez, o la Libia di Gheddafi.
Quest’ultima, attraverso la compagnia nazionale Noc, ha un sistema di accordi diverso da quelli in uso nel resto del mondo. L’accordo Epsa, che molte compagnie stipulano in Libia, non prevede royalties, divisione delle spese operative, tasse: nulla di tutto ciò. Più semplicemente, il governo prende la sua parte dalla produzione lorda. Le compagnie operano a proprie spese, non pagano tasse né diritti, e dividono con la Libia la produzione. Ma non pensate che si tratti di un fifty-fifty, neanche per sogno.
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Libia. Dalla guerra civile alla guerra del petrolio
di Sergio Cararo *
Perché è saltato l’equilibrio di potere di Gheddafi? Chi sono “quelli di Bengasi”? Questa è una vera guerra del petrolio, rivelatrice della competizione globale e piena di incognite
“E’ una rivolta dei giovani. Sono loro che hanno iniziato la rivoluzione… noi ora la stiamo completando”. In questa breve considerazione che il colonnello Tarek Saad Hussein riferisce al settimanale statunitense “Time” a fine febbraio, è possibile comprendere gran parte del processo che è stato impropriamente definito come “rivoluzione libica” (1)
Il col. Hussein è uno degli alti ufficiali del regime di Gheddafi passato quasi subito con i ribelli di Bengasi. Insieme a lui c’è tutto un settore rilevante dell’apparato statale del regime che ha dato vita allo scontro mortale con Gheddafi per sostituirlo con una nuova leadership. E’ vero, hanno mandato prima avanti i giovani. A Bengasi il 15 febbraio erano stati i giovani e i familiari dei prigionieri politici della rivolta del 2006 nella capitale della Cirenaica ad essere scesi in piazza davanti al commissariato dentro cui era stato rinchiuso l’avvocato Ferhi Tarbel, difensore degli arrestati nella rivolta di cinque anni prima. La manifestazione del 15 febbraio era stata repressa duramente – come purtroppo è la norma in Libia e in tutti i paesi del Medio Oriente. Due giorni dopo, una nuova manifestazione, vedeva però i manifestanti, già armati, passare subito all’escalation sul piano militare contro i poliziotti del regime di Gheddafi (2).
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Sull'anniversario della cosiddetta unità d'italia come forma di feticismo storico
di Michele Nobile
Le autocelebrazioni ufficiali sono sempre mistificanti perché volte a far apparire «vissute» e «popolari» istituzioni che della vita sociale sono pietrificazioni, concrezioni di apparati burocratici che ad essa si sovrappongono nel tentativo di dominarne e governarne le contraddizioni.
Massimamente mistificante sarà dunque l’autocelebrazione dell’apparato degli apparati, cioè dello Stato: qui la mistificazione coincide con la rappresentazione della forma-Stato come un feticcio che assorbe e congela il vissuto storico reale, che lo restituisce in una forma da cui le contraddizioni sono espunte o neutralizzate.
L’autocelebrazione dell’unità d’Italia che ha luogo in questi giorni è mistificante nella sua stessa concezione e denominazione.
Quel che accadde il 17 marzo 1861 non fu affatto il compimento dell’unificazione italiana ma la promulgazione della legge che faceva di Vittorio Emanuele il re d’Italia (legge , approvata il 26 febbraio dal Senato e il 14 marzo dalla Camera). Si tratta della nascita del Regno d’Italia, costituito in seguito ai plebisciti ed alle annessioni che, nell’arco dei diciotto mesi precedenti, avevano progressivamente esteso il regno di casa Savoia fino a comprendere la Lombardia, l’Italia centrale tranne il Lazio, il Mezzogiorno.
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L'apocalisse è già qui
Guido Viale
Apocalisse significa rivelazione. Che cosa ci rivela l'apocalisse scatenata dal maremoto che ha colpito la costa nordorientale del Giappone?
Non o non solo - come sostengono più o meno tutti i media ufficiali - che la sicurezza (totale) non è mai raggiungibile e che anche la tecnologia, l'infrastruttura e l'organizzazione di un paese moderno ed efficiente non bastano a contenere i danni provocati dall'infinita potenza di una natura che si risveglia. Il fatto è, invece, che tecnologia, infrastrutture e organizzazione a volte - e per lo più - moltiplicano quei danni, com'è successo in Giappone, dove la cattiva gestione di una, o molte, centrali nucleari si è andata ad aggiungere ai danni dello tsunami.
Non è stato lo tsunami a frustrare anche le migliori intenzioni di governanti, manager, amministratori e comunicatori: l'apocalisse li ha trovati intenti a mentire spudoratamente su tutto, di ora in ora; cercando di nascondere a pezzi e bocconi un disastro che di ora in ora la realtà si incarica di svelare. È un'intera classe dirigente, non solo del nostro paese, ma dell'Europa, del Giappone, del mondo, che l'apocalisse coglie in flagrante mendacio, insegnandoci a non fidarci mai di nessuno di loro. Solo per fare un esempio, e il più "leggero": Angela Merkel corre ai ripari fermando tre, poi sette, poi forse nove centrali nucleari che solo fino a tre giorni fa aveva imposto di mantenere in funzione per altri vent'anni. Ma non erano nelle stesse condizioni di oggi anche tre giorni fa? E dunque: c'era da fidarsi allora? E c'è da fidarsi adesso?
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Il centrosinistra alla guerra di Libia
Leonardo Mazzei
Non sappiamo ancora che guerra sarà, ma da ieri l'Italia è in guerra con la Libia. Se la risoluzione dell'ONU ha dato il via libera all'intervento imperialista, il voto delle Camere è stato il semaforo verde alla piena partecipazione dell'Italia ad un'impresa di stampo neo-coloniale. «Basi, navi e aerei italiani contro Gheddafi», è questo il titolo del Corriere della Sera di oggi, una sintesi impeccabile del significato delle decisioni assunte dal governo e ratificate dal parlamento.
Se l'ONU è stato ancora una volta il luogo dell'ipocrisia «umanitaria», la decisione italiana è stata esplicitamente presa in nome degli interessi nazionali minacciati. Ma minacciati da chi? Evidentemente dall'attivismo di Francia e Gran Bretagna. E' così che il governo Berlusconi ha deciso di lanciarsi nell'avventura: l'Italia sarà pienamente coinvolta nell'aggressione alla Libia, per potersi poi sedere al tavolo dei vincitori dove si decideranno i futuri assetti di quel paese.
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Tripoli, bel suol d'amore
Piero Pagliani
Tripoli, bel suol d'amore,
ti giunga dolce
questa mia canzon,
sventoli il Tricolore
sulle tue torri
al rombo del cannon!
«Lo storico, il quale in avvenire vorrà ricostruire questo torbido periodo della nostra vita nazionale, dovrà giudicare che la cultura italiana nel primo decennio del secolo XX doveva essere caduta assai in basso, se fu possibile ai grandi giornali quotidiani e ai giornalisti, che pur andavano per la maggiore, far credere all’intero Paese tutte le grossolane sciocchezze con cui l’impresa libica è stata giustificata e provocata.
Non esistevano, dunque, in Italia studiosi seri e coscienziosi? Cosa facevano gli insegnanti universitari di geografia, di storia, di letterature straniere, di diritto internazionale, di cose orientali? Credettero anch’essi alle frottole dei giornali? E se non ci credettero, perché lasciarono che il Paese fosse ingannato? Oppure considerarono la faccenda come del tutto indifferente per la loro olimpica serenità? La risposta a queste domande non potrà essere molto lusinghiera per la nostra generazione».
«Ma i nazionalisti e i gazzettieri tripolini sanno tutto. Per essi una notizia, vera o fallace che sia, purché risponda ai loro preconcetti, è sempre buona, e va subito messa in circolazione senza ritardo».
Gaetano Salvemini e altri, "Come siamo andati in Libia," La Voce, Firenze 1914.
La chiusa a queste citazioni potrebbe essere il refrain di una vecchia canzone pacifista di Pete Seeger, a suo tempo cavallo di battaglia di Joan Baez: “When will they ever learn?”, “Quando mai impareranno?”.
In realtà quel che è urgente chiedersi è quando mai imparerà la sinistra italiana. Specifico “italiana”, perché la sinistra mondiale in generale questa lezione l’ha capita di gran lunga meglio.
Non è un caso, il nostro Paese è una anomalia, in quanto è l’unico dell’Europa Occidentale dove ex comunisti si sono suggeriti e sono stati accettati come nuova classe dirigente del dopo caduta del Muro di Berlino.
Così in Italia di punto in bianco la maggior parte dei comunisti sono diventati ex-comunisti o addirittura “mai-stati-comunisti” mettendosi al servizio degli USA e delle loro propaggini economiche e militari in Europa.
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L'internazionalismo del capitale e il localismo del lavoro
Piero Bevilacqua
Una domanda si aggira inquieta per le menti d'Europa che pensano alla politica come alla leva della libertà dei popoli e del governo del mondo. Per quali ragioni, il neoliberismo, la travolgente iniziativa capitalistica, avviata negli '80 in Gran Bretagna e in USA, e diventata pensiero unico planetario, è ancora così vivo e dominante in quasi tutti gli Stati? Eppure, quella stagione è finita nel fango della più grave crisi degli ultimi 80 anni. Non solo. Essa ha mancato pressocché tutti i suoi obiettivi dichiarati. Non ha creato nuovi posti di lavoro, anzi la disoccupazione è dilagata ben prima del tracollo del 2008, nonostante le imprese abbiano ottenuto dai vari governi nazionali flessibilità e precarietà dei lavoratori mai sperimentate prima. Alla fine degli anni '90, come ha mostrato un grande esperto del problema, Kevin Bales si potevano contare ben 27 milioni di schiavi diffusi nei vari angoli della terra. E nel 2000 erano al lavoro ben 246 milioni di bambini. Uno scacco alla civiltà umana che non può certo essere compensato dai nuovi ricchi affacciatisi al benessere nei paesi a basso reddito. Ma forse il fallimento più grande il progetto neoliberista l'ha subito sul terreno che gli è più proprio: la crescita economica. Tra il 1979 e il 2000 il tasso medio di crescita annuale del reddito mondiale procapite – come ha mostrato Branco Milanovic – è stato dello 0,9%. .Assolutamente imparagonabile al 3% e talora oltre dei periodi precedenti.
E allora? Com' è che a questa generale e inoccultabile sconfitta sul terreno economico non è corrisposta una pari disfatta sul piano politico? Non siamo così meccanicisti da non comprendere la diversità dei piani messi a confronto e la differente temporalità dei fenomeni che si agitano nelle due diverse sfere sociali. Ma la domanda si pone.
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Meltdown
di Augusto Illuminati
Il meltdown, fusione o scioglimento del nucleo di un reattore – il più grave incidente atomico civile – contrariamente alle altre catastrofi naturali magari di minore gravità, non rientra nel catalogo della shock economy, non si presta cioè all’uso strumentale dell’emergenza per consentire al potere di scavalcare i limiti consueti o più in generale per realizzare campi repentini di strategia. Infatti chi governa non può esimersi della responsabilità dell’incidente scaricandolo sulla natura maligna e facendo appello a una solidarietà che abbraccia tutte le parti contrapposte a favore di qualche superiore interesse universale, che si rivelerà in seguito interesse ben circostanziato e di parte. Inoltre, mentre un terremoto o uno tsunami può essere occasione per una sospensione delle libertà politiche o per il controllo dell’informazione, un incidente nucleare deve essere occultato o minimizzato per non attuare cambiamenti indesiderati di strategie produttive e non scatenare reazioni indignate. La paura gestita, insomma, gioca un ruolo completamente opposto nei due casi.
Le dichiarazioni del premier giapponese Naoto Kan a proposito della situazione delle centrali Fukushima 1 e 3 e altre minori rivelano allarme pur nel tentativo di esorcizzare il pericolo («non sarà un’altra Cernobyl»). Quelle dei governanti italiani, degli oppositori di comodo (Casini e Fini) e dei servi aggratis (l’indimenticabile Chicco Testa) sono invece grottesche, grazie alla distanza e al fatto che il programma nucleare italiano ha la consistenza del progetto del ponte sullo Stretto di Messina.
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Federalismo o feudalesimo?
Marco Esposito
Le tasse del Nord restino al Nord. E quelle di Belluno ai bellunesi? Quando ogni territorio rivendica la propria sovranità fiscale non si produce una riforma tributaria ma il ritorno al Medioevo
Decreto più decreto meno, il federalismo fiscale è ormai in dirittura d’arrivo. E già si intravedono i delusi. C’è chi si aspettava di più, c’è chi teme di averci rimesso le penne. Una cosa però è certa. Il Carroccio è riuscito a vincere una battaglia culturale: convincere gli italiani tutti del principio che le tasse sono dei territori, con le province ricche che per generosità più o meno forzata danno una mano a quelle meno fortunate.
Parlare di “tasse dei territori” sembra una banalità, quasi un fatto ovvio e invece la potestà dei territori sulle imposte ricorda il feudalesimo più che il federalismo. In Italia dalla fine del Medioevo non esistono tasse pagate “dai territori”. Infatti chi versa le imposte, il contribuente, può essere una persona fisica, cioè un cittadino, o giuridica, cioè un’impresa. Non è mai una città, una provincia, una regione. Eppure, con uno dei tanti cortocircuiti linguistici ideati dai leghisti, si parla ormai senza più farci caso di “Nord che paga le tasse”. “Tasse del Veneto”. Si dirà: si intende “cittadini e imprese del Nord (o del Veneto) che pagano le tasse”. Ma la differenza c’è ed è concettualmente decisiva.
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Attenti al virus mutante della Lega
di Alberto Burgio
Tutti guardiamo a Berlusconi e alle sue sorti e rischiamo di sottovalutare il ruolo di un altro protagonista della scena politica. Questa legislatura ha visto la Lega Nord conseguire importanti risultati. Il partito di Bossi, guidato in modo ferreo (a dispetto delle sue articolazioni) da un gruppo dirigente spregiudicato e abile, occupa posti-chiave nel governo (in particolare gli Interni e quella Semplificazione normativa che è il vero Ministero per le riforme istituzionali) e una posizione strategica in forza dell'asse con Tremonti. L'alleanza col Pdl gli ha permesso di dilagare nel sottogoverno (sia in periferia che a «Roma ladrona», nei consigli di amministrazione di banche, partecipate e media) e di rafforzarsi negli Enti locali (a cominciare dalle presidenze di Piemonte e Veneto e dalla vice-presidenza della Lombardia). In modo speculare, lo sradicamento della sinistra moderata dal mondo del lavoro dipendente e dalle fabbriche ha consentito alla Lega di conquistare consensi negli stessi settori più avanzati della classe operaia. Tutto questo è (dovrebbe essere) noto da tempo, ma ora c'è una novità. In queste settimane è emersa in modo plateale la capacità della Lega di sfruttare le crisi altrui (e persino le proprie) per trarne vantaggi.
L'esempio più evidente riguarda le rivolte nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo. Non è inverosimile che la Libia cessi di fungere da posto di blocco per i migranti. La Ue evoca esodi biblici. E Bossi si frega le mani per il dono inatteso: tutta manna per la propaganda leghista, per l'appello razzista alla paura e all'identità.
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Ecco come funziona davvero il Quantitative Easing
di Edward Harrison
Se volete una spiegazione precisa del quantitative easing, eccola qui. Descrivo qui la meccanica di base e il meccanismo di trasmissione al resto dell'economia. Nella misura in cui esiste della documentazione ufficiale, vi farò riferimento, al fine di utilizzare la stessa voce della Fed nel descrivere il QE. Cominciamo con la meccanica.
La Meccanica del QE
Nel marzo del 2010, la Fed ha descritto il QE in un documento scritto da Joseph Gagnon, Matteo Raskin, Julie Remache, e Brian Sack sul sito web della New York Fed:
Così il quantitative easing è semplicemente un acquisto su grande scala di assets (LSAP = large scale asset purchases) da parte della banca centrale. La banca centrale per legge può acquistare un'ampia gamma di attività, compresi i titoli del Tesoro, ma non solo, anche titoli garantiti da ipoteca, o le obbligazioni municipali (vedi Blanchflower: The Fed Should Buy Munis And Monetize State Debt).
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Un panorama teorico
Gianfranco La Grassa
PARTE PRIMA
Una succinta storia (ragionata) dello stato della teoria
1. L’intervista a Hobsbawm sul suo ultimo libro è a dir poco penosa. Già la risposta alla prima domanda, in cui dice di essersi accorto del ritorno di Marx da un’affermazione di Soros, fa accapponare la pelle. Sarebbe far torto allo storico inglese cercare la scusa dell’età. D’altra parte, sarebbe sbagliato poiché ormai giovani e meno giovani pseudo-marxisti, tanto paludati e propagandati quanto ignoranti circa il pensiero del grande pensatore, dicono più o meno le stesse sciocchezze. Non cercherò nemmeno di confutarle perché è impresa praticamente inutile e tediosa. Meglio prendere lo spunto per riflettere ancora una volta sulle proprie derivazioni culturali e teoriche, cercando di non tradire un pensiero rivoluzionario, cercando di non deprivare talmente Marx della sua carica innovativa da farlo sembrare un semplice seguace di altri autori che ne hanno assai meno.
Intanto, dico subito che è vergognoso cercare di far passare Marx per filosofo. Anche nel bar di periferia dove vado a fare colazione la mattina, un avventore qualsiasi sa grosso modo che Marx ha scritto Il Capitale. Qualcuno, appena più colto, ha sentito dire che è il fondatore della “critica dell’economia politica”. Che alcuni scribacchini, presi per colti intellettuali, non lo sappiano è impossibile; che trascurino l’evidenza dimostra soltanto la loro ignoranza dei minimi rudimenti di una teoria delle scienze sociali.
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A che punto è la notte
di Alessandro Leogrande
È un dato di fatto acquisito. Ormai, e da tempo, parliamo di Berlusconi non solo come presidente del consiglio, ma utilizziamo i termini “berlusconiano” e “berlusconismo” come aggettivo e come sostantivo per definire l’Italia di oggi, o almeno una sua parte consistente. Quanti presidenti del consiglio nella storia italiana sono diventati un aggettivo (o un “-ismo”) per definire un preciso periodo storico? A partire dall’Unità non sono stati molti. Anzi sono decisamente pochi: Crispi, Giolitti, Mussolini, Andreotti, Craxi… e poi c’è Berlusconi. De Gasperi è stato un grande personaggio politico, ma pochissimi utilizzano l’espressione Italia degasperiana, e decisamente nessuno l’espressione Italia togliattiana, Italia nenniana, Italia berlingueriana – a parte il fatto che questi ultimi tre non sono mai stati presidenti del consiglio.
Insomma, qui abbiamo un dato linguistico molto forte. Berlusconi è quindi un fenomeno politico che diventa categoria a sé, e definisce un’epoca storica. Questo non è successo molte volte nella storia del paese, ma, quando è successo, il paese si è ritrovato sistematicamente peggio di quando ciò non è accaduto. Come ha detto intelligentemente Cafagna, questo è un paese che non è andato avanti nei momenti di grandi tragedie o in presenza di grandi figure titaniche, bensì quando ci sono stati dei compromessi, i più avanzati possibili. È un’idea non nuova. Anche Giuseppe De Rita una volta, intervistato su questa rivista, ha sostenuto che gli unici momenti nella breve storia unitaria in cui si è cercato di governare questo paese sfasciato, come nel caso del primo centrosinistra, si è trattato di periodi in cui era evidente il maturare di un rapporto dialettico tra correnti, tra partiti diversi o tra figure diverse all’interno dello stesso partito. Nessuno può definire quei governi come la piena realizzazione della democrazia o come il paradiso in terra, ma erano sicuramente degli esperimenti politici che non si potevano identificare con l’uomo forte tout court.
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Che accade in Libia?
di Domenico Moro
Moisés Naim sulla prima pagina del Sole24ore ha definito "asse dei confusi" il gruppo, composto da Hugo Chavez, Daniel Hortega e Fidel Castro, che si rifiuta di denunciare il dittatore Gheddafi per il massacro di civili innocenti. Naim ha, però, scordato di includere un altri due "confusi" nella sua lista. Si tratta di Mike Mullen e Robert Gates, rispettivamente capo degli Stati Maggiori Riuniti e ministro della Difesa statunitensi. I due, come riportato da Rampini il 3 marzo, hanno "persino negato che esistano prove sul fatto che Gheddafi abbia usato aerei ed elicotteri contro la popolazione".
Eppure, il 24 febbraio il Sole24ore aveva titolato: "Fosse comuni a Tripoli, paese spaccato", Per l'emittente Al-Arabiya i morti sarebbero già10mila, secondo altre fonti "un migliaio", e il 27 febbraio: "Bombe su tripoli, 250 morti, l'aviazione colpisce i manifestanti - Il vice ambasciatore all'Onu: genocidio". Quella che doveva essere la prova provata, il video del cimitero delle fosse comuni mostrato per giorni a mezzo mondo, si è rivelato essere vecchio e inerente ai lavori di ristrutturazione del cimitero di Tripoli, come precisato dall'inviato della Stampa il 26 febbraio.
Quasi sempre le notizie di massacri di civili riportate dai media si basano su lanci della britannica Reuter, a loro volta fondati su racconti telefonici di libici, ovviamente del fronte anti Gheddafi.
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