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Nuovo cinema paraculo
di Alessandro Bertante
L’occasione è di quelle da non farsi sfuggire. Due biglietti per la faraonica anteprima di Barbarossa, il kolossal padano che narra l’epico scontro fra i comuni lombardi, capitanati da Alberto da Giussano, e l’imperatore tedesco Federico I Hohenstaufen. Tanto più che negli ultimi mesi si è fatto un gran parlare di questo film, fortemente voluto da Umberto Bossi – che grazie alla mitologia di Pontida ha costruito parte della sua fortuna politica – coprodotto da Rai Fiction e Rai Cinema, girato da Renzo Martinelli e costato circa 30 milioni di dollari, una cifra enorme per una produzione italiana.
La sede scelta per l’anteprima è niente meno che il Castello Sforzesco di Milano, addobbato a festa come un panettone medievale. C’è polizia ovunque perché si vocifera che si presenti anche il premier. Con il mio amico scrittore che mi accompagna in questa escursione “lumbard”, noialtri si arriva nello stesso momento di Bobo Maroni.
Seguiamo ordinati il codazzo del ministro, passando il ponte levatoio per imbatterci subito nel garrulo Borghezio che intona una marcetta padana, accompagnato da una banda di cornamuse bergamasche. L’inizio sembra molto promettente. Ci mettiamo in un angolo ad osservare questo strano popolo formato da quadri leghisti locali e nazionali, qualche esponente PDL, un buon numero di quella che un tempo era la borghesia milanese colta e che adesso è solo la borghesia milanese stanca, più qualche giornalista di costume. Non intravedo nessun uomo di cinema e neanche una starlet o velina (tira un brutta aria). Andiamo avanti. La sala della proiezione è nello splendido Cortile della Rocchetta e mentre mi compiaccio della magnificenza del posto penso a quanto possa essere costato questo scherzetto al Comune: la cifra come minimo si aggira sulle centinaia di migliaia di euro.
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Ho sottovalutato Greenspan...
di Stefano Bassi
Ho fatto un grave errore: sottovalutare The Bubble Master, il Signore delle Bolle.
Infatti Greenspan, ex-presidente della FED, qualche mese fa disse: "bisogna che le borse salgano e molti problemi si risolveranno"...
Io non ci feci molto caso: Alan ormai era in disgrazia, tacciato da tutti come l'iniziatore della Bolla che aveva portato all'attuale Grande Crisi.
C'era ancora un'atmosfera diversa, di rinnovamento, di catarsi, di purificazione indotta più che altro dalla paura che il giocattolo si rompesse definitivamente.
Le sortite di Greenspan venivano quindi viste male: sapevano di Bolla e quindi di qualcosa che aveva portato alla Crisi.
Ma il grande Vecchio aveva ragione, e l'ha ancora ribadito recentemente in un intervista a Bloomberg: "se le azioni e le borse salgono si crea un cuscino che permette di attuttire meglio il loro indebitamento, aumenta il loro potere sul mercato, non è un valore di carta ma sono soldi veri...." e se lo dice Lui....
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Fine del dollaro e l'economia precaria di Strauss-Kahn
di Felice Capretta
Conclusa ad Istanbul la riunione annuale di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. Dominique Strauss-Kahn, responsabile del FMI, ha rilasciato ieri alcune dichiarazioni.
Proprio lui, quello che a maggio 2009 dichiarava che la ripresa era prevista per la primavera del 2010, e 15 giorni dopo, a giugno 2009, dichiarava che il peggio doveva ancora arrivare.
Alcuni stralci del suo discorso:
L'economia globale è in una posizione molto precaria. Il ritiro prematuro delle politiche di stimolo potrebbe ammazzare la ripresa.
[...]
Per certo governi e banche centrali dovrebbero mettere a punto strategie d'uscita credibili.
Ma è troppo presto per realizzarle.
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Berlusconi è un pericolo estremo. Serve un sussulto dei democratici
di Alberto Burgio
Una sentenza della Corte costituzionale è un atto giuridico, non politico. Che può tuttavia avere serie conseguenze politiche. Cominciamo da qui.
Sulla base del ricorso presentato da alcuni magistrati, la Corte ha svolto un ragionamento geometrico. Il Lodo Alfano contraddice un principio materiale (il principio di uguaglianza, scritto nell’articolo 3 della Costituzione) e, per ciò stesso, anche un principio formale (che impone il ricorso a una legge costituzionale, in caso di deroga a uno o più principi scritti in Costituzione).
Eccepire di fronte a questo sillogismo è certo possibile ma è solo un tributo a interessi di parte. E comunque è ormai del tutto inutile. Per nostra fortuna la Corte ha deciso, cassando la legge. Punto e a capo.
Le conseguenze politiche di questa decisione possono e debbono essere profonde. Cozza contro un ostacolo insormontabile una strategia eversiva dispiegatasi durante l’intera parabola politica di Silvio Berlusconi. Viene al dunque uno scontro la cui posta in gioco non è l’orientamento politico di un esecutivo, ma la forma stessa del governo, la logica del rapporto tra governanti e governati, tra potere e cittadinanza.
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Quel nuovo ordine mondiale pronto a far fuori gli Usa
Mauro Bottarelli
Alla fine, le maestrine di Bruxelles hanno portato a compimento il loro compitino. Sono partite, infatti, le procedure per deficit eccessivo nei confronti dell'Italia e di altri otto Paesi Ue che sforeranno il 3% nel rapporto deficit-Pil. «In questi nove Paesi gli squilibri non sono né prossimi al valore di riferimento del 3% né temporanei», dice la Commissione Ue. In Italia si attende una ripresa «molto debole nella seconda metà del 2009 che proseguirà probabilmente in maniera lenta».
Accidenti, meno male che ce lo hanno detto! E ancora. «Il pacchetto di misure anticrisi rappresenta un'adeguata risposta alla recessione. Ma l'Italia nel 2009 avrà deficit e debito pubblico troppo elevati, a un livello che non soddisfa i criteri del Trattato Ue», si legge nella nota. Bruxelles rileva, in sintesi, che questa situazione deriva in parte dagli effetti della crisi e in parte da altri fattori strutturali, tra cui una spesa pubblica che resta elevata.
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Appuntamenti mancati
Le lontane radici del declino
di Rossana Rossanda
La parabola della sinistra dallo scontro nell'XI congresso al Sessantotto, al compromesso storico di Enrico Berlinguer, quando il maggior partito della classe operaia chiude gli occhi sulla società italiana, aprendo così la strada al suo scioglimento. «Il sarto di Ulm» di Lucio Magri, diario di una crisi tra passato e presente.
Il sarto di Ulm di Lucio Magri (Saggiatore, pp. 442, euro 18) è una riflessione seria e serrata, forse la prima, sulle scelte che hanno guidato il Pci dalla seconda guerra mondiale sino alla fine. Volontaria. Altro sarebbe stato imporsi nell'89 una riflessione di fondo su di sé, altro dichiarare la liquidazione. Magri ne cerca le cause nella problematica che si apriva negli anni Sessanta e nelle divisioni del gruppo dirigente davanti ad essa. Questa è la tesi de Il sarto di Ulm.
Lucio Magri è una figura singolare. Era entrato nel Pci negli anni Cinquanta, poco più che ventenne, alle spalle l'esperienza della gioventù democristiana a Bergamo, assieme a Chiarante, nella temperie dei Dossetti e soprattutto di Franco Rodano, figura atipica di cattolico acuto e fuori dei ranghi. Viene accolto nella segretaria di Bergamo e poi nel regionale lombardo, e di là scenderà a Botteghe Oscure. Quando entra nel Pci molto è avvenuto dal 1945. L'Italia ha avuto una grande resistenza, nessun tribunale alleato ha processato i suoi crimini di guerra, il Pci ha partecipato da una posizione forte alla Costituente, il più della ricostruzione è stato fatto, e anche del partito. Era ancora sotto botta per il 18 aprile, quando un folle attenta alla vita di Togliatti. Attentato che suona, e non era, comandato dal governo, gli operai occupano le fabbriche in uno sciopero generale illimitato.
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Sta per arrivare la morte del dollaro
di Robert Fisk
Quasi a simboleggiare il nuovo ordine mondiale, gli Stati arabi hanno avviato trattative segrete con Cina, Russia e Francia per smettere di usare la valuta americana per le transazioni petrolifere.
Mettendo in atto la piu’ radicale trasformazione finanziaria della recente storia del Medio Oriente gli Stati arabi stanno pensando – insieme a Cina, Russia, Giappone e Francia – di abbandonare il dollaro come valuta per il pagamento del petrolio adottando al suo posto un paniere di valute tra cui lo yen giapponese, lo yuan cinese, l’euro, l’oro e una nuova moneta unica prevista per i Paesi aderenti al Consiglio per la cooperazione del Golfo, tra cui Arabia Saudita, Abu Dhabi, Kuwait e Qatar.
Incontri segreti hanno gia’ avuto luogo tra i ministri delle finanze e i governatori delle banche centrali della Russia, della Cina, del Giappone e del Brasile per mettere a punto il progetto che avra’ come conseguenza il fatto che il prezzo del greggio non sara’ piu’ espresso in dollari.
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Scacco matto
di Carlo Bertani
La concomitanza della sentenza della Corte Costituzionale e del maxi risarcimento (750 mln) per l’affaire Mondadori, più la presentazione dell’associazione “Italia Futura” di Luca di Montezemolo e, in aggiunta, l’apertura della procedura d’infrazione per l’Italia per deficit eccessivo – che comprende anche altri Paesi, ma che per l’Italia è stata motivata per “problemi strutturali” – non sono certo casuali. E’ uno di quei momenti nei quali la storia gira di boa: solo lo skipper attento se n’avvede. Il destino di Silvio Berlusconi – delle sue televisioni, delle sue battute e delle sue puttane – francamente, giunti a questo punto, c’appassiona ben poco.
Starà a lui decidere se accettare un compromesso che preveda una clausola di salvaguardia per il suo patrimonio, oppure decidere di salire con Bossi fino alla “Ridotta della Valtellina”.
Rimanendo in metafora, il 7 Ottobre 2009 è paragonabile allo sbarco in Sicilia del 10 Luglio 1943: il 25 Luglio, l’8 Settembre ed il definitivo 25 Aprile furono solo le ovvie conseguenze.
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G8 Genova. La strana, ma non troppo, storia di un’assoluzione
di Giuliano Giuliani
De Gennaro non colpevole di istigazione alla falsa testimonianza. Il gup decide in soli quindici minuti, un record. Ma viene rinviato a giudizio l’ex questore Colucci che avrebbe dichiarato il falso, C’è il corrotto, manca il corruttore
GENOVA - Le sentenze vanno rispettate (molti lo dicono, pochi lo fanno), ma si possono commentare. Allora, l’assoluzione di De Gennaro, accusato di istigazione alla falsa testimonianza, si può commentare ricordando la cronologia dei fatti.
Sabato 21 luglio 2001, alle 16.15, arriva a Genova in questura il prefetto Arnaldo La Barbera, che assume di fatto il comando delle operazioni di ordine pubblico. E dopo quell’ora, a Genova, di rilevante succede soltanto la macelleria messicana della Diaz. Possibile che De Gennaro non sapesse di questa rilevante visita a Genova? La Barbera va alla Diaz, e quando si rende conto di come vanno le cose lascia il campo, immagino per non macchiare il suo eccellente curriculum di poliziotto antimafia (aveva arrestato Brusca e gli assassini di Falcone e Borsellino). La Barbera è morto nel 2002 e si è portato nella tomba pezzi di verità.
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All'indomani della bocciatura del Lodo Alfano
E' sempre complicato dare un giudizio in corso d'opera sul casin(ò) istituzional-partitico italiano senza restare invischiati nelle sabbie mobili dell'"intelletto politico", che guarda il Palazzo e crede di trovarvi (tutto) il Reale, o della informazione spettacolaristica. In questo, l'autorappresentazione del potere propria dei regimi post-democrazia rappresentativa - quello italiano è un buon sismografo della transizione in atto - non aiuta. Fatta questa avvertenza, si può tentare di vedere come si stanno disponendo i pezzi dopo la bocciatura del lodo salva-Berluska. Al minino, avremo verificato se e in che misura sono all'opera alcune vecchie "regole" dell'agire politico e come la sintassi democratica postmoderna le sta riformulando.
Primo. Ritorna la piazza come ultima istanza ma è sempre più difficile riempirla
«A sentenza politica risponderò politicamente». Berlusconi, al quale non si può negare fiuto politico, sa di rischiare tutto anche solo per logoramento. E sa di non potersi fidare degli "amici".
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Cosa si nasconde dietro la guerra in Afghanistan?
di Enrico Piovesana
Le miniere d'uranio? Il gasdotto trans-afgano? Il posizionamento geostrategico? O forse il controllo del narcotraffico?
Perché, esattamente otto anni fa, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno invaso e occupato l'Afghanistan? Quali interessi si celano dietro le spiegazioni ufficiali di questa guerra? Le ipotesi avanzate in questi anni sono molteplici, ma nessuna abbastanza convincente. Tranne una, che però è alquanto difficile da dimostrare.
Risorse energetiche. Secondo un rapporto pubblicato nel dicembre del 2000 sul sito Internet dell'Eia, l'agenzia di statistica del dipartimento per l'Energia degli Stati Uniti (e poi rimosso), l'Afghanistan viene presentato come un paese con scarse risorse energetiche (mai sfruttate) che, secondo i dati risalenti ancora al tempo dell'occupazione sovietica, consistono in riserve petrolifere per 95 milioni di barili (concentrati nella zona di Herat), giacimenti di gas naturale per 5 trilioni di piedi cubi (nell'area di Shebergan) più 400 milioni di tonnellate di carbone (tra Herat e il Badakshan).
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La crisi di Keynes
di Antonio Pagliarone
Un amico mi ha segnalato l’articolo di Vladimiro Giacchè LO SPETTRO DELLA BOLLA CHE SI AGGIRA PER LA REALTÀ. La crisi di Karl apparso sul Manifesto del 2 Ottobre dandomene copia e pregandomi di fare delle annotazioni.
Innanzitutto ha ragione Giacchè nel sottolineare che l’attuale crash economico su scala globale pur apparendo come una crisi finanziaria va spiegato andando a riprendere le categorie marxiane, senza alcun vincolo ideologico. Occorre precisare però che lo stesso Giacchè cade in errore quando considera che l’origine della crisi stia nella “sovrapproduzione” a causa dell’eccesso di credito che avrebbe spinto il capitale produttivo ad andare al di là dei suoi limiti proprio perché ha a disposizione eccessi di capitale per investimenti produttivi da una parte ed eccessi di disponibilità monetaria per incentivare il consumo, tesi che si trova abbastanza diffusamente anche presso osservatori ed economisti che hanno resuscitato il keynesismo. Secondo Giacchè quindi, citando un breve passaggio di Marx, vi sarebbe una correlazione diretta tra andamento del credito e sovrapproduzione ma non ce lo dimostra empiricamente. Il problema invece sta nel fatto che il modo di produzione capitalistico ha subito delle radicali modificazioni nel corso degli ultimi quartant’anni (dopo la famosa crisi della metà degli anni 70) e la crisi attuale non è altro che il prodotto di una dinamica di lungo periodo del saggio del profitto poiché sta proprio nella possibilità di conseguire profitti l’aspetto fondamentale del modo di produzione capitalistico.
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La crisi di Karl
Lo spettro della bolla che si aggira per la realtà
di Vladimiro Giacchè
Un mondo spiegato a partire dalla centralità del capitale finanziario che stringe nella sua morsa l'economia. È questa la lettura dominante della crisi, relegata a incidente di percorso del capitalismo. Spiegazione che può essere smontata a partire dagli scritti di Marx dedicati al tema e che sono stati raccolti in un volume da oggi in libreria di cui pubblichiamo brani dell'introduzione
La spiegazione della crisi attuale come una crisi finanziaria che ha contagiato l'economia reale è oggi largamente prevalente. Si tratta della versione contemporanea della concezione, ben nota a Marx, secondo cui la crisi sarebbe dovuta «all'eccesso di speculazioni e all'abuso del credito». Precisamente questa spiegazione delle crisi era stata sostenuta dalla commissione incaricata dalla Camera dei Comuni inglese di redigere un rapporto sulla crisi del 1857. Marx contestava questo punto di vista: «la speculazione di regola si presenta nei periodi in cui la sovrapproduzione è in pieno corso. Essa offre alla sovrapproduzione momentanei canali di sbocco, e proprio per questo accelera lo scoppio della crisi e ne aumenta la virulenza. La crisi stessa scoppia dapprima nel campo della speculazione e solo successivamente passa a quello della produzione. Non la sovrapproduzione, ma la sovraspeculazione, che a sua volta è solo un sintomo della sovrapproduzione, appare perciò agli occhi dell'osservatore superficiale come causa della crisi».
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Intenzionalità della svalutazione del Dollaro?
Domenico Moro
Il crollo del dollaro negli ultimi mesi ha fatto pensare che sia stato in qualche modo pilotato dall'amministrazione Obama allo scopo di ridurre l'abnorme debito commerciale estero statunitense. Bisogna ammettere che chi la pensa in questo modo è in buona compagnia, visto che lo stesso Trichet, presidente della Banca centrale europea, ha rivolto recentemente un appello alle autorità Usa a favore di un dollaro più forte
La richiesta di Trichet è comprendibile alla luce della difficoltà di Eurolandia nelle esportazioni verso gli Usa a causa dell'apprezzamento dell'euro. Comprensibile, ma senza fondamento, perché la svalutazione del dollaro è tutt'altro che voluta dal governo Usa ed è semmai una conseguenza necessaria di scelte indirizzate verso ben altri obiettivi. In primo luogo, bisogna notare che il dollaro è da diversi anni che tende a svalutarsi rispetto all'euro.
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Cosa ci dicono le elezioni tedesche
di Alberto Burgio
Per la nettezza dei risultati e l'importanza del Paese, le elezioni tedesche costituiscono un passaggio politico di grande rilievo, prodigo di insegnamenti. Un osservatore superficiale potrebbe scorgervi il segno dell'irrazionalità di un elettorato che, complessivamente, premia i partiti del centrodestra, sostenitori di quel neoliberismo che ha prodotto i due fattori-chiave della recessione globale: la dittatura della finanza speculativa e l'immiserimento del salariato e delle classi medie. In realtà, il comportamento dell'elettorato tedesco è del tutto lineare.
Gli elettori moderati chiedono di perseverare nel sostegno all'industria nazionale, i conservatori premono per un neomercantilismo ancora più aggressivo e per la difesa delle prerogative del capitale finanziario. Gli uni e gli altri votano di conseguenza. A loro volta, molti sostenitori della Spd, dopo avere pagato il prezzo del modello Schröder e della Grosse Koalition, non sono andati a votare o hanno scelto altri partiti. Risultato: i socialdemocratici perdono 6,3 milioni di voti, precipitando al 23% (il 18% in meno rispetto al 1998), mentre la Linke guadagna oltre 3 punti. La questione che si pone di fronte alla catastrofe socialdemocratica
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Un miracolo che sa di fallimento
di Paolo Berdini
Anche se nulla ancora emerge dall’informazione televisiva che ci inonda con le immagini delle inaugurazioni delle case per i terremotati dell’Aquila, il tragico fallimento dell’esperienza guidata da Bertolaso sta iniziando ad essere evidente a tutta la popolazione aquilana, anche a quella che aveva creduto alla favola delle new town. Ma proprio quando gran parte della stampa grida al miracolo della realizzazione di (poche) case in tempi rapidissimi, come è possibile parlare di fallimento? È che nella popolazione abruzzese inizia a rendersi evidente la cinica disinvoltura con cui il governo li priverà per molti anni a venire del bene più prezioso che essa aveva: le città, i borghi, i centri storici.
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Marx e il marxismo-leninismo
Autore: a cura di Marcello Musto
I. INCOMPIUTEZZA VERSUS SISTEMATIZZAZIONE
Pochi uomini hanno scosso il mondo come Karl Marx.
Alla sua scomparsa, passata pressoché inosservata, fece immediatamente seguito, con una rapidità che nella storia ha rari esempi ai quali poter essere confrontata, l’eco della fama. Ben presto, il nome di Marx fu sulle bocche dei lavoratori di Chicago e Detroit, così come su quelle dei primi socialisti indiani a Calcutta. La sua immagine fece da sfondo al congresso dei bolscevichi a Mosca dopo la rivoluzione. Il suo pensiero ispirò programmi e statuti di tutte le organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio, dall’intera Europa sino a Shanghai. Le sue idee hanno irreversibilmente stravolto la filosofia, la storia, l’economia. Eppure, nonostante l’affermazione delle sue teorie, trasformate nel XX secolo in ideologia dominante e dottrina di Stato per una gran parte del genere umano e l’enorme diffusione dei suoi scritti, egli rimane, ancora oggi, privo di un’edizione integrale e scientifica delle proprie opere. Tra i più grandi autori, questa sorte è toccata esclusivamente a lui.
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Salari e produttività, il legame funesto
Alfredo Recanatesi
L'idea che si va diffondendo di collegare questi due fattori non è solo ingiusta, ma soprattutto è dannosa per l'economia: premia le imprese inefficienti permettendo loro di sopravvivere, riducendo la competitività del sistema nel suo insieme
Una idiozia: il termine può sembrare un po’ pesante, ma è il più appropriato per definire l’orientamento che si va diffondendo di legare in qualche modo la dinamica salariale a quella della produttività. Si potrebbe tagliar corto banalizzando la questione chiedendoci perché mai un camionista che deve perdere una intera mattinata per percorrere la statale della Val Seriana, e dunque è poco produttivo, deve essere retribuito meno di un suo collega che, viaggiando su strade più adeguate alla mole di traffico, è assai più produttivo potendo compiere nella stessa mattinata il doppio o il triplo del chilometraggio. Ma il tema è assai serio e non si esaurisce nella pur pertinente obiezione che sarebbe insensato collegare la retribuzione ad un parametro sul quale i lavoratori hanno scarsa o nulla possibilità di intervenire.
La stagnazione, o addirittura la regressione, della produttività nel sistema economico italiano è la causa per la quale il prodotto lordo non cresce da circa quindici anni. La produttività è la “resa” dei fattori della produzione in termini di valore aggiunto, sicché la sua stagnazione determina quella della ricchezza del paese e, dunque, il suo declino nei confronti dei paesi nei quali la produttività, al contrario, cresce. È facile comprendere, del resto, che se una ora di lavoro rende poco, poco potrà essere remunerato chi ha prestato quell’ora di lavoro. Il futuro del rango dell’economia italiana nel mondo e, conseguentemente, del livello di benessere nostro e dei nostri figli è quindi legato alla evoluzione della produttività. Da ciò dovrebbe discendere che obiettivo primario della politica economica dovrebbe essere un aumento della produttività di tutti i fattori della produzione a cominciare dal lavoro.
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Il posto della Cina “rossa” nell’ordine economico internazionale
di Giorgio Gattei
1. A mezzo degli anni ’60 del Novecento Mario Tronti aveva spedito Marx a Detroit perchè «solo negli USA le relazioni tra capitale e lavoro si presentano come oggettivamente marxiane» (M. Tronti, Operai e capitale, Einaudi, p. 30). Oggi però sappiamo che Marx a Detroit non c’è mai arrivato, è rimasto nel vecchio continente dove ha finito (almeno così sembra) per perdersi. All’inizio del XXI secolo Giovanni Arrighi ci riprova spedendo questa volta, con più robuste ragioni, Adam Smith a Pechino (Feltrinelli, 2008). L’invocazione è consegnata ad un libro bello, ma impossibile. Troppo lungo (più di 500 pagine), troppe divagazioni, troppe citazioni, troppe note. Tutto congiura per renderlo odioso ad un lettore che non sia più che paziente. Invece quel libro va letto (io l’ho perfino riletto) perchè ciò di cui tratta è importante. E così nel poco spazio che mi ritrovo proverò a darne una “scorciatoia di lettura”.
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L’impresa e le sorti dell’economia
di Pierluigi Ciocca
Dal dopoguerra l’economia italiana ha attraversato tre fasi, stilizzate:
- 1950-1969: crescita rapidissima e stabile, dovuta solo per un terzo ad aggiunte di capitale e di lavoro e per ben due terzi al contributo della produttività: dinamismo d’impresa, innovazione, progresso tecnico, ottenuto anche imitando, importando, adattando le tecnologie delle economie più avanzate.
- 1969-1992: inflazione forte, prevalentemente da costi (del lavoro, dell’energia, della P.A.). I costi salivano a ritmi pari a tre – quattro volte quello della produttività. La produttività, pur rallentando, aumentava ancora, più che altrove in Europa.
Segnatamente, negli anni Ottanta la produttività del lavoro nella manifattura progrediva del 4,5 per cento l’anno (contro il 3 per cento in Francia e il 2 per cento nella Germania federale). Si continuava a innovare, ma meno intensamente. Soprattutto si sostituiva capitale alla manodopera, il cui utilizzo veniva “razionalizzato”.
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Il “profit sharing” all’italiana: aiuti alle imprese, tagli ai salari
Guglielmo Forges Davanzati
Il Ministro Brunetta ha recentemente definito il progetto di partecipazione dei lavoratori agli utili d’impresa (o profit sharing) – proposto dal Ministro Tremonti - una “utopia possibile”. La definizione appare alquanto esagerata dal momento che esperienze di questo tipo sono già state realizzate, alcune sono già in atto, ed è difficile vedervi qualcosa di utopico. La proposta del Governo consiste nella detassazione del 10% a beneficio di quelle imprese che incentivino la partecipazione dei lavoratori agli obiettivi dell’impresa. Il salario verrebbe scisso in due componenti: una parte fissa e una variabile, quest’ultima in funzione dei profitti aziendali, così che il salario può aumentare – ferma restando la sua quota fissa – solo se i profitti aumentano. La ratio che ne è a fondamento consiste in questo: poiché si ritiene che, in regime di compartecipazione, il lavoratore sia maggiormente interessato alla performance dell’impresa, vi è da attendersi che sia più produttivo. Sul piano giuridico, la fonte di riferimento è la nuova versione dell’articolo 2349 del Codice civile, che dispone che si possa convertire parte degli utili in azioni, da assegnare ai dipendenti sulla base della loro adesione ai programmi aziendali di compartecipazione.
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Oltre la diarchia euro-dollaro
Dieci tesi su crisi, egemonia valutaria e imperialismo
di Vladimiro Giacchè
*All’origine della crisi vi è un’enorme sovrapproduzione di capitali e di merci*
Sulle cause della attuale crisi ci è stato detto di tutto. Banchieri avidi, compratori di case sprovveduti, agenzie di rating distratte o colluse: tutto o quasi è stato tirato in ballo. Tutto, salvo quello che è veramente importante. La stessa finanza deregolamentata e il credito facile, che sono diventati il comodo (e consolatorio) capro espiatorio di opinionisti e scrittori di cose economiche, non sono la causa di questa crisi. L’enorme esplosione del debito su scala mondiale che ha preceduto l’esplodere della crisi (con asset finanziari che nel 2007 avevano superato il 350% del PIL mondiale) è servita a conseguire tre obiettivi: 1) ha permesso di costruire prodotti finanziari (quali le carte di credito, ma anche i mutui subprime) attraverso i quali, in particolare nei paesi anglosassoni, lavoratori che guadagnavano meno di prima hanno potuto continuare a consumare come prima; 2) ha consentito a imprese in crisi di sopravvivere (grazie al credito ottenuto a tassi estremamente favorevoli); 3) ha offerto una via di sfogo profittevole a capitali in fuga dall’impiego industriale perché ormai poco profittevole(1). In altre parole: la finanza non è la malattia. È la droga che ha permesso di non avvertirne i sintomi. Con il risultato di cronicizzarla e di renderla più acuta. La malattia, ossia la crisi da sovrapproduzione di capitale e di merci, si è infine manifestata con violenza nell’estate del 2007, e assume ormai le caratteristiche di una vera e propria “crisi generale” che investe almeno l’intero occidente capitalistico, se non il mondo intero.
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Crisi, libero scambio e protezionismo
A. Lo Fiego intervista Emiliano Brancaccio
Mentre il governo minimizza e ci racconta che il peggio è passato, ci avviciniamo ad un autunno di licenziamenti, chiusure di siti produttivi, crollo del reddito operaio, aumento vertiginoso della disoccupazione. Quale scenario economico e sociale si sta delineando?
Nel prossimo futuro potremo anche registrare qualche euforico sussulto dei prezzi di borsa, e magari anche della produzione. Ma al di là degli scossoni temporanei, c’è motivo di ritenere che la crescita futura della produzione e del reddito sarà in generale più lenta e più fiacca che in passato. Il tracollo della finanza americana rappresenta infatti un dato strutturale, di portata storica, e quindi difficilmente gli Stati Uniti potranno nuovamente proporsi come locomotiva globale, come “spugna assorbente” delle eccedenze produttive degli altri paesi. Il problema è che al momento non sembra sussistere nel mondo un credibile
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Fottuti
di Carlo Bertani
“…proprio sopra di voi, che vivete tranquilli nella vostra coscienza di uomini giusti, che sfruttate la vitaper i vostri sporchi giochetti allora…allora…ammazzateci tutti!
Noi siamo qui, prigionieri del cielo come giovani indiani…risarciteci i cuori, noi siamo qui, senza terra né bandiera, aspettando qualcosa da fare che non porti ancora dei torroni a Natale… telegrammi «ci pensiamo noi»… condoglianze! condoglianze!”
Antonello Venditti – Canzone per Seveso – dall’album Ullalla – 1976.
E’ fin troppo facile prevedere il seguito della vicenda che i giornali relegano oramai in terza e quarta linea sulle loro pagine, tradizionali od elettroniche, perché la tragedia delle navi cariche di veleni, affondate dalla ‘ndrangheta, è il più grave attacco subito dall’Italia nel dopoguerra.
E’ facile perché in questo sciagurato Paese si ritiene che le notizie non siano tali se solo si riescono ad occultare, oppure a ridimensionare, ma non è così: quando Der Spiegel farà un servizio sulla vicenda, addio turismo tedesco. E la stessa cosa avverrà quando lo faranno i giornali inglesi, francesi e americani: siamo irrimediabilmente fottuti.
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Il Trattato di Lisbona. Altro che Cavaliere.
di Paolo Barnard
E così, mentre tutti guardano da quella parte, da quell’altra accade il nostro destino, ma non c’è nessuno a osservare. Accade per esempio il Trattato di Lisbona, il quale, come tutte le cose che ridisegnano la Storia, che decidono della nostra esistenza, che consegnano a poteri immensi immense fette del nostro futuro, non è al centro di nulla, passa nel silenzio, non trova prime pagine o clamori di alcun tipo, nel Sistema come nell’Antisistema.
Pensate: stiamo tutti per diventare cittadini di un enorme Paese che non è l’Italia, governati da gente non direttamente eletta da noi, sotto leggi pensate da misteriosi burocrati a noi sconosciuti, secondo principi sociali, politici ed economici che non abbiamo scelto, e veniamo privati nella sostanza di tutto ciò che conoscevamo come patria, parlamento, nazionalità, autodeterminazione, e molto altro ancora. E’ il Trattato di Lisbona, vi sta accadendo sotto al naso, qualcuno vi ha detto nulla?
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