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Il cupo futuro del capitalismo
di Wolfgang Streeck
Diversi autori si interrogano, da diverse prospettive, sul futuro del capitalismo. Fra quelli che mantengono una posizione scettica riguardo alla sua possibile sopravvivenza oltre il 21° secolo - o perfino per i prossimi 30 o 40 anni - non si possono dimenticare István Mészáros, Immanuel Wallerstein e Robert Kurz.
Tuttavia, questo post vuole raccomandare la lettura di Wolfgang Streeck, un interessante sociologo tedesco, che pensa a partire da Karl Marx, ma, soprattutto, a partire da Karl Polanyi. La sua tesi centrale è che il neoliberismo, nello spingere verso la competizione come modo di vita, nel trasformare l'individuo in imprenditore di sé stesso, nel mercificare tutte le sfere della vita sociale, mina inesorabilmente le basi morali e sociali dell'integrazione degli esseri umani nella società. Dal momento che l'esistenza del capitalismo dipende da tali basi - ereditate dalle generazioni passate, ma ora violentemente depredate - il tentativo di salvarlo attraverso l'intensificazione neoliberista, porterà, secondo lui, alla sua progressiva disintegrazione. E questa dissoluzione potrà eventualmente essere accompagnata dalla fine dell'umanità stessa.
Si vuole fornire qui la traduzione di un testo che sintetizza un in intervento di Streeck, del 2010, nel corso dell'incontro annuale della “Society for Advancement of Socio-economics” (SASE), nel corso del quale diversi autori hanno discusso intorno alla domanda chiave: "Il capitalismo ha un futuro?"
* * * *
Il manifesto è attaccato al muro e si trova lì già da un bel po' di tempo; siamo noi che dobbiamo saperlo leggere.
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L’algoritmo della precarietà, il caso Foodora
Arianna Tassinari, Vincenzo Maccarrone
Lo sciopero dei fattorini di Foodora ricorda quanto avvenuto questa estate a Londra, dove a scioperare sono stati i lavoratori di Deliveroo e UberEats. La gig economy, tra riproposizione del “vecchio” e elementi di novità
Sabato 8 ottobre una cinquantina di lavoratori di Foodora, impresa attiva nel settore della consegna cibo tramite fattorini in bicicletta, sono scesi in piazza a Torino per protestare contro le condizioni di lavoro imposte dall’azienda. La vicenda ha avuto molto risalto mediatico e diversi quotidiani hanno parlato dell’azione dei lavoratori di Foodora come del primo sciopero in Italia della cosiddetta sharing economy.
Questa terminologia è però scorretta. Si parla solitamente di sharing economy in riferimento all’attività di aziende come Blablacar o Aibnb, che operano tramite piattaforme online che hanno essenzialmente la funzione di mettere in rete compratori di servizi e venditori che ‘condividono’ un loro bene, come la propria auto o la casa. Diverso è invece il caso di imprese come Foodora o Deliveroo: queste compagnie offrono un servizio di consegna cibo dai ristoranti agli utenti, utilizzando lavoratori che danno la propria disponibilità in precise fasce orarie tramite una applicazione per smartphone. L’unico elemento in comune tra i due tipi di attivitá é il fatto che basano le proprie operazioni su piattaforme digitali, ma la somiglianza finisce qui. L’uso di una app per intermediare la domanda e l’offerta di servizi e consumi e per gestire l’allocazione delle prestazioni lavorative accomuna dunque Foodora e Deliveroo ad altre piattaforme digitali di ‘micro-lavoro’, come Uber, MechanicalTurk o Task Rabbit, che ben poco hanno a che fare con l’idea di ‘condivisione’. In questo caso si tende perciò a parlare di gig economy, o “economia dei lavoretti” (gig).
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Siria: chi sono i criminali di guerra
di Domenico Losurdo
In questi giorni una sistematica campagna di disinformazione di cui sono protagonisti in particolare USA, Gran Bretagna e Francia, bolla quali «criminali di guerra» Assad e Putin. È la preparazione multimediale dell’ulteriore scalata dell’aggressione contro la Siria a cui mirano Obama (appoggiato e stimolato da Hillary Clinton) e gli alleati e vassalli di Washington. Per chiarire chi sono i veri criminali di guerra riporto (con nuovi sottotitoli) quello che ho scritto in miei due recenti libri (La sinistra assente. Crisi, società dello spettacolo, guerra, Carocci, 2014; Un mondo senza guerre. L’idea di pace dalle promesse del passato alle tragedie del presente, Carocci, 2016), basandomi per altro su fonti esclusivamente occidentali. La scalata a cui si prepara l’imperialismo potrebbe avere conseguenze tragiche per la pace mondiale. È per sventare questo pericolo che occorre mobilitarsi sin d’ora (DL)
1. Guerra civile o aggressione degli USA (e di Israele)?
Prima di essere travolta dalla catastrofe che continua a infuriare mentre io scrivo, la Siria era considerata un’oasi di pace e di tolleranza religiosa in particolare dai profughi irakeni che a essa approdavano in fuga dal loro paese, investito dagli scontri e dai massacri di carattere religioso e settario nei quali era sfociata l’invasione statunitense. Cos’è avvenuto poi? È scoppiata una guerra civile per cause del tutto endogene? In realtà, prima ancora della seconda guerra del Golfo, i neoconservatori chiamavano a colpire la Siria che ai loro occhi aveva il torto di essere ostile a Israele e di appoggiare la resistenza palestinese (Lobe, Oliveri 2003, pp. 37-39).
Di questo progetto di vecchia data si sono subito ricordati gli analisti più attenti che si sono occupati dei più recenti sviluppi della situazione: già da un pezzo la Siria era stata inserita dai neoconservatori nel novero dei paesi «considerati un ostacolo alla ‘normalizzazione’» del Medio Oriente; «nell’ottica dei neoconservatori, se gli Stati Uniti fossero riusciti a provocare un cambio di regime a Baghdad, Damasco e Teheran, la regione, soggetta ormai all’egemonia congiunta degli Stati Uniti e di Israele, sarebbe stata finalmente ‘pacificata’» (Romano 2015, p. 74). Peraltro, un anno prima che la «Primavera araba» raggiungesse la Siria – ammette o si lascia sfuggire il «New York Times» – «gli USA erano riusciti a penetrare nel Web e nel sistema telefonico» del paese.
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La redistribuzione non basta, va affrontato il nodo della produzione della ricchezza
di Domenico Moro
1. Il capitale non è più fattore di crescita ma di distruzione delle forze produttive della società
Nella presente fase storica di accumulazione capitalistica la questione centrale non è più soltanto quella della redistribuzione “equa” della ricchezza prodotta, classico tema della politica socialdemocratica, e della redistribuzione del lavoro (riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario), storico cavallo di battaglia del movimento operaio. Il perseguimento di questi due importanti temi, così come quello della inclusione dei migranti nella società europea, non può prescindere dall’affrontare il tema della produzione della ricchezza e quindi dei rapporti di produzione e del rapporto sta Stato e economia, che diventano la priorità e il tema centrale della lotta politica per una sinistra che voglia essere di classe e adeguata alle condizioni della realtà.
La crisi, iniziata nel 2007/2008 e ancora in corso, è di natura e profondità diversa rispetto a quelle che si sono verificate ciclicamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Si tratta di una crisi che è manifestazione di una sovraccumulazione di capitale (cioè di un eccesso di investimenti di capitale sotto forma di mezzi di produzione) assoluta e senza precedenti. Tale crisi è irrisolvibile nell’ambito dell’attuale quadro di rapporti economici e politici se non mediante massicce distruzioni di capacità produttiva e capacità lavorative, che possono arrivare fino alla guerra. Come ho cercato di spiegare più ampiamente nel mio libro “Globalizzazione e decadenza industriale.
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Red Plenty Platforms
di Nick Dyer-Witheford
Introduzione
Poco dopo il grande crollo di Wall Street del 2008, un romanzo su degli eventi storici oscuri e remoti ha fornito un inatteso spunto di discussione sulla crisi in corso. Red Plenty ("Abbondanza rossa") di Francis Spufford (2010) ha offerto un resoconto romanzato del fallito tentativo da parte dei cibernetici sovietici degli anni '60 di istituire un sistema completamente computerizzato di programmazione economica. Mescolando personaggi storici – Leonid Kantorovich, inventore delle equazioni della programmazione lineare; Sergei Alexeievich Lebedev, progettista pioniere dei computer sovietici; Nikita Krusciov, Primo Segretario del Partito Comunista – con altri immaginari e mostrandoli in azione tra i corridoi del Cremlino, le comuni rurali, le fabbriche e la città siberiana della scienza di Akademgorodok, Red Plenty riesce nell'improbabile missione di rendere un romanzo sulla pianificazione cibernetica una storia mozzafiato. Ma l'interesse che ha riscosso da parte di economisti, informatici e attivisti politici non è dovuto esclusivamente alla sua narrazione dello sforzo scientifico e degli intrighi politici, ma molto anche al momento in cui è stato pubblicato. Venendo alla luce in un periodo di austerità e disoccupazione, quando il mercato mondiale ancora stava vacillando sull'orlo del collasso, Red Plenty poteva essere interpretato in diversi modi:
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Stabili come cadaveri
Andrea Fumagalli
A fine anno, con l’avvicinarsi dell’autunno, inizia ad avviarsi il consueto balletto per l’approvazione del DEF (Documento di Economia e Finanza) al fine di stabilire il saldo e le voci del bilancio pubblico del paese. Da quando è entrato in vigore l’Euro e la politica monetaria si è accentrata nelle mani della BCE, il bilancio nazionale è oggetto di verifica e approvazione della Commissione Europa su mandato della Troika. Un tempo (il secolo scorso), l’arrivo dell’autunno faceva preludere un possibile aumento della temperatura sociale, al punto da essere denominato «Autunno caldo». Oggi invece, l’arrivo della “finanziaria” di solito prelude a una «gelata».
È evidente anche dal lessico, come siano cambiati i tempi. Negli anni Settanta la legge finanziaria era nota come Legge di bilancio, con l’obiettivo di definire appunto il bilancio pubblico per l’anno seguente e quindi fissare i paletti per l’azione di politica fiscale del governo. A partire dagli anni Novanta, da quando cioè l’Italia ha accettato il processo di risanamento del debito pubblico per poter ottemperare ai parametri sanciti dal Trattato di Maastricht, si è parlato di Legge finanziaria, e a partire dal 1992 (governo Amato, il governo della finanziaria da 90.000 miliardi di lire, all’indomani del congelamento della scala mobile), tale nome è stato associato a interventi di solito di natura draconiana. Con l’avvento dell’euro e la firma del patto di stabilità, il lessico è di nuovo cambiato. Oggi si parla di Legge di stabilità, ma il contenuto non si è modificato, anzi si è accentuato nell’imporre politiche di contenimento della spesa pubblica in nome dell’austerità.
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Il primo conflitto globale
di Pierluigi Fagan
Nominare cose e fenomeni è un esercizio delicato. Da come nomineremo un fatto ne determineremo la percezione e la categorizzazione con conseguenze seconde su gli atteggiamenti ed i giudizi che prenderemo nei suoi confronti. La ricerca del nome da dare alla situazione internazionale nella quale siamo capitati, va avanti da un po’ di tempo. Si va dalla nuova guerra fredda 2.0, alla guerra ibrida, alla Terza guerra mondiale portata avanti a pezzi ma sempre passibile di precipitare in un unico vortice fuori controllo dalle conseguenze terrificanti. Le prime parti di queste definizioni però sembrano concordare sul fatto che siamo in guerra. E’ invece proprio questo fatto a dover esser discusso.
Tutte le definizioni summenzionate ed in particolare la seconda che con “ibrida” tenta di relativizzare i significati ben precisi del termine “guerra”, vertono su un concetto di cui poi si cerca di modificare il significato. In questi casi, dove si tenti ripetutamente di forzare un significato dato per allargarne lo spettro, si fa prima a cercare un altro termine, soprattutto se l’esercizio viene condotto sul termine “guerra” il cui significato è inequivoco da qualche migliaia di anni.
Guerra è decisamente ed apertamente confronto armato tra due o più contendenti. Al momento, abbiamo effettivamente una serie di guerre nel pianeta ma quella che potrebbe degenerare in una guerra mondiale è solo una, la Siria mentre in Ucraina c’è uno scontro locale ad intermittente e bassa intensità.
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Quei figli di Troika che vogliono la riforma della Costituzione
di GioMolt
“In Italia c’è una minaccia populista. E’ per questo che sosteniamo gli sforzi di Renzi affinché sia un partner forte all’interno della UE”. A pronunciare queste parole è stato il Commissario Europeo agli Affari Economici, Pierre Moscovici, in occasione di una intervista rilasciata la settimana scorsa all’emittente Bloomberg . Molti potranno considerare le dichiarazioni di Mosovici una entrata a gamba tesa in una questione, quale il referendum costituzionale, che è una questione meramente di politica interna. Invece la dichiarazione arriva da parte di uno di quei poteri, la Commissione Europea, che ha voluto lo stravolgimento della nostra Carta Costituzionale. Domande nascono spontanee: perché la Commissione vuole che la riforma della Costituzione vada a buon fine tramite la vittoria del Si al Referendum? Qual è il fine?
Per dare una risposta a questi due quesiti dobbiamo intraprendere un viaggio che parte dal lontano 2006. Nel 2006 negli Stati Uniti scoppia la bolla dei mutui immobiliari a causa delle facili elargizioni e speculazioni sui tassi di interesse. La bolla scoppia e la crisi ha il suo culmine il 15 settembre 2008 con il crack del colosso Lehman Brothers. Crollano gli Stati Uniti e con lei, tutti i paesi collocati nel suo asse e l’Europa è la prima. Assistiamo per la prima volta al crack del neo liberismo finanziario e assistiamo alla seconda crisi economica più grande dopo quella del 1929.
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Ernst Lohoff e l'individualismo metodologico
di Bernd Czorny
Nel marzo del 2012, Ernst Lohoff e Norbert Trenkle, entrambi personaggi di rilievo del gruppo di critica del valore di Krisis, hanno presentato quello che finora è il loro ultimo libro, Die große Entwertung [La grande svalorizzazione], che ha come sottotitolo "Perché la speculazione ed il debito pubblico non sono la causa della crisi". Il chiaro obiettivo è la presentazione e l'analisi dei processi di crisi del capitalismo della terza rivoluzione industriale e l'eliminazione di preconcetti popolari. Il libro si compone di tre parti.
Nella prima parte, scritta da Norbert Trenkle, vengono spiegati alcuni concetti di base indispensabili per la comprensione della dinamica storica del capitalismo e dell'auto-contraddizione interna ad esso soggiacente. Sulla base di questa esposizione, si descrive, di seguito, come nel capitalismo della terza rivoluzione industriale una dinamica sviluppatasi a partire dalla contraddizione in processo, fra la riduzione del tempo di lavoro con l'aumento della produttività e la necessaria espansione del tempo di lavoro ai fini della valorizzazione del capitale, porti ad una crisi strutturale fondamentale.
La seconda parte, scritta da Ernst Lohoff, è dedicata ad un'analisi più dettagliata del capitale fittizio, svolta a partire dall'analisi di Marx nel terzo volume del Capitale. Nella sua analisi dei titoli di proprietà che compongono il capitale fittizio, Lohoff li designa come una categoria speciale addizionale delle merci, cosa che è anche oggetto di considerazione critica nella presente recensione.
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Omogeneizzati Giavazzi: chi parla male pensa male
di Alberto Bagnai
L'odierno editoriale del professor Giavazzi (Distrazioni pericolose sull'Europa) contiene alcune intuizioni condivisibili: la prima è che il vero game changer degli assetti europei sarà il cambiamento al vero vertice dell'Unione Europea, cioè la scelta del successore di Draghi nel 2019; la seconda è che la costruzione europea è nei fatti affidata all'opera delle burocrazie del Nord; la terza è che l'unione monetaria non è irreversibile, in particolare perché troppo giovane.
Salutiamo con ottimismo l'ingresso della storia nel ragionamento dell'Ing. Prof. Giavazzi, una delle persone che più hanno contribuito alla de-storicizzazione (cioè alla de-umanizzazione) della scienza (sociale) economica. Questa resipiscenza, se non fosse puramente tattica, lascerebbe ben sperare.
Purtroppo la speranza è immediatamente falciata da una raffica di conclusioni affrettate e errori di analisi economica veramente spettacolare, condita con svarioni linguistici estremamente eloquenti.
Cominciamo da questi ultimi: prima il piacere e poi il dovere.
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Associazione a delinquere per distruggere la Siria
Diana Johnstone
Le forze armate siriane debbono riprendere la parte di Aleppo occupata dai ribelli. Avaaz ha il compito di schierare l’opinione pubblica contro questa operazione militare dipingendola come null’altro che uno sforzo congiunto Russo-Siriano per massacrare i civili, soprattutto bambini. La Siria è vittima di una Associazione a Delinquere che da lungo tempo ha pianificato di distruggerla, dopo aver distrutto l’Iraq nel 2003
Tutti affermano di voler porre fine alla guerra in Siria e riportare la pace in Medio Oriente.
Beh, quasi tutti.
“Questa è una situazione tipo playoff in cui è necessario che entrambe le squadre perdano, o almeno non si vuole che una vinca – si preferisce un pareggio”, ha dichiarato al new York Times nel giugno 2013 Alon Pinkas, ex console generale di Israele a New York. “Entrambi devono sanguinare, perdere sangue fino alla morte: questo è il pensiero strategico qui”.
Efraim Inbar, direttore del Centro Begin-Sadat per gli Studi Strategici, ha sottolineato gli stessi punti nel mese di agosto 2016: “L’Occidente dovrebbe perseguire l’ulteriore indebolimento dello Stato Islamico, ma non la sua distruzione… Permettere che i cattivi uccidano i cattivi suona molto cinico, ma è cosa utile e anche etica da farsi se tiene i cattivi occupati e meno in grado di nuocere ai buoni… Inoltre, l’instabilità e le crisi a volte contengono presagi di un cambiamento positivo… l’amministrazione americana non sembra in grado di riconoscere che l’ISIS può essere uno strumento utile per minare l’ambizioso piano di Teheran di dominio sul Medio Oriente”.
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Il lavoro tra operai digitali e cottimisti del voucher
di Bruno Casati
Solo negli ultimi 5 anni l’Italia ha perso un milione di occupati, di cui 300mila nel settore metalmeccanico. La piccola risalita fatta registrare l’anno scorso, pur così enfatizzata (l’Italia della retorica Renziana che riparte), è stata del tutto assorbita in quanto drogata dagli sgravi che il Governo regalava agli imprenditori che assumevano. Finita la droga si è tornati a licenziare in scioltezza e si sono gettati al vento chi dice 10 chi dice 20 miliardi di Euro. Va così in tutta Europa? Solo in Spagna si sono verificate perdite di occupati pari a quelle intervenute in Italia. In Germania invece si è tornati al livello degli anni precedenti la crisi e, quindi, mentre l’Italia ha perso, come si è detto, 1 milione di occupati, la Germania ha aumentato i suoi di 1 milione e mezzo. Pare proprio si sia configurata un’Europa del Lavoro e dell’Economia a due velocità. Ed allora la Gran Bretagna ha pensato bene di salutare questa Europa con il referendum di giugno. E la Gran Bretagna non è la Grecia, che è stata calpestata un anno fa, e va ascoltata. Perché la Brexit ci costringe per davvero a ragionare sull’esistenza o meno di un’alternativa “allo stato di cose presenti” che l’assetto economico assunto dall’UE ci impone, a partire dal lontano trattato di Maastrich. E quel trattato, impedendo la compressione della disoccupazione, da allora considerata “elemento funzionale al mantenimento degli equilibri interni al sistema economico capitalistico”, negava anche l’intervento pubblico in Economia (bloccati gli aiuti di Stato, eccezion fatta per le Banche ben s’intende) e imponeva le privatizzazioni. E un furia privatizzatrice spazzò l’Italia che, con Bersani in testa, enfatizzava privatizzazioni a “lenzuolate”.
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Lo “Studio Svimez” di Garegnani del 1962
Note preliminari
Sergio Cesaratto
Pubblichiamo il mio intervento all'incontro organizzato dalla Svimez e dal Centro Sraffa
Anni di alta teoria
Non c’è stato modo di rintracciare con chiarezza quale sia stato il rapporto formale di Garegnani con la Svimez, il che avrebbe implicato un lavoro d’archivio presso l’associazione. Nel saggio “Note su consumi, investimenti e domanda effettiva”, basato sulla prima parte dello “Studio Svimez” (Garegnani 1962), come per brevità lo definiremo qui, e pubblicato in italiano da Economia internazionale nel 1964-65, Garegnani stesso ci informa che lo Studio fu steso nel 1960-61 e pubblicato in forma ciclostilata (“per uso interno degli uffici”) nel 1962. Quello che sappiamo dalle note biografiche di Fabio Petri (2001), per le quali posso immaginare si sarà avvalso di Garegnani, quest’ultimo, conseguito il dottorato a Cambridge, dal 1958 è a Roma assistente di Volrico Travaglini; è visiting al MIT nel 1961-62, e consegue la cattedra nel 1963 a Sassari (dove era stato però assistente nei due anni precedenti). Anni molto intensi dunque. Nel Rapporto Svimez Garegnani non ringrazia nessuno in particolare, mentre in “Note su consumi” egli ringrazia “per i loro commenti ai manoscritti dell’articolo i professori Claudio Napoleoni, Sergio Steve, Paolo Sylos-Labini, Volrico Travaglini” (Garegnani 1979, p. 4). Da un resoconto di Fabrizio Barca, la Svimez di Pasquale Saraceno della seconda metà degli anni cinquanta emerge come un vero e proprio “ufficio studi dei governi che videro Ferrari Aggradi, Vanoni, Campilli e La Malfa alla guida dei principali ministeri economici” (Barca 1997, p. 603).
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Elezioni USA, il migliore ha la rogna
di Fulvio Grimaldi
La democrazia più corrotta, la candidata più depravata, i complici mediatici più turpi
Dal “manifesto”:
“In nome delle aspirazioni… vale la pena di lottare, continuare a marciare in strada e poi andare a votare e dare una chance a Hillary Clinton” . (Giulia D’Agnolo Vallan)
“Proposte costruttive contro fantasie, una politica estera tradizionale contro il ritorno a un’improbabile fortezza Amercia… la seria, credibile, eleggibile Hillary Clinton, contro quella dell’inaffidabile, razzista, xenofobo Donald Trump”. (Fabrizio Tonello)
“Contro Hillary una nuvola tossica mediatica, è vittima di pseudo-fatti diffamatori”. (D’Agnolo Vallan)
“La demonizzazione della Clinton ha rassicurato la base del miliardario, quello zoccolo duro che coltiva un odio, questo sì pastoso e violento, verso Hillary. Il sentimento in cui la misogenia si mescola all’antintellettualismo e al bullismo” (Luca Celada)
“La campagna spietata di Trump finisce col produrre un moto di solidarietà e simpatia per Hillary… Lo scenario peggiore? Una Hillary effettivamente non più in grado di correre”. (Guido Moltedo)
“L’isolazionista Trump, sessista e razzista, il peggio dell’America”. (Tommaso Di Francesco)
“E’ un referendum tra un’America che valorizzi le ragioni dello stare insieme e che, sulla scia di Obama, investa nella sua ‘diversity’ e, al contrario, un’America di tutti contro tutti…”. (Guido Moltedo)
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Un mondo senza guerre
Recensione di Davide Ragnolini
D. Losurdo, Un mondo senza guerre. L’idea di pace dalle promesse del passato alle tragedie del presente, Carocci, Roma 2016, pp. 384, ISBN 9788843081875
All’interno della vasta produzione bibliografica di Domenico Losurdo, Un mondo senza guerre costituisce probabilmente il lavoro più ‘internazionalistico’ nel percorso di ricerca del filosofo e storico del marxismo, stimolato dal presagio di “nuove tempeste belliche” (p. 17) all’orizzonte. Un’accresciuta percezione della pericolosità dell’arena internazionale, occasionata dall’odierno smottamento delle zolle geopolitiche mondiali, non inibisce ma invita anzi ad una nuova, documentata riflessione filosofica sui problemi della guerra e della pace.
Muovendo dalla convenzionale periodizzazione dell’età contemporanea, l’autore ne propone un ripensamento attraverso un percorso storico-filosofico di ricostruzione dei ‘diritti e rovesci’ del grande ideale della pace perpetua, e delle fasi che ne hanno scandito le sue formulazioni filosofiche e le sue disattese storiche. È proprio il bilancio storico di tale ideale a consentire al cultore più irenista una maggiore cautela nella valutazione della sua ‘storia degli effetti’: “la storia grande e terribile dell’età contemporanea è anche lo scontro tra diversi e contrapposti progetti e ideali di pace perpetua” (p. 16). Il bipartitismo ideologico ed epistemologico che ha diviso idealisti e realisti nell’ambito degli studi internazionalistici verrebbe dunque meno: l’ideale della pace perpetua ha piuttosto rappresentato un fine politico anelato e perseguito da entrambe le due fazioni ‘idealtipiche’, al punto da rovesciarsi in una justa causa belli appannaggio dei partiti storici più disparati. In tal senso, le numerose rivendicazioni di una sua realizzazione avrebbero costituito “forse persino la continuazione della guerra con altri mezzi” (p. 17).
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CETA, cosa c’è dentro al pacco
di Peter Rossman
Dal blog Transition, di Domenico Mario Nuti, traduciamo un post ospite sul CETA, l’accordo economico e commerciale tra Canada e UE: se ne è parlato molto meno di quanto si sia parlato del TTIP, si sta silenziosamente avvicinando alla conclusione, e non è meno pericoloso né meno foriero di disastri. Come tutti i trattati di questo tipo, contiene una vera e propria espropriazione della democrazia a favore dello strapotere delle multinazionali. Sono garantite al di sopra di tutto le aspettative di guadagno degli investitori internazionali: e per farlo si schiacciano e impediscono leggi e regolamenti nazionali volti a difendere l’interesse pubblico, i diritti dei lavoratori, la salute e l’ambiente
Ospitiamo questo post sul CETA – l’accordo economico e commerciale globale tra l’UE ed il Canada la cui ratifica è prevista per la fine di ottobre – a cura di Peter Rossman, responsabile di marketing e comunicazione presso l’IUF (International Union of Food, Agricultural, Hotel, Restaurant, Catering, Tobacco and Allied Workers’ Associations). L’articolo è frutto di una accurata lettura del trattato, ed è già apparso sul Global Labour Column edito da CSID (Corporate Strategy and Industrial Development, University of the Witwatersrand, Johannesburg). Ringraziamo l’autore per aver consentito la riproduzione del suo lavoro in questa sede. Esiste anche un precedente articolo più approfondito, intitolato “Trade Deals That Threaten Democracy”. (DMN)
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“Le Parti istituiscono un’area di libero scambio…” CETA Articolo 1.4.
“Il commercio, come la religione, è una cosa di cui tutti parlano, ma che pochi capiscono: il concetto stesso è ambiguo, e nella sua comune accezione, non precisato in modo adeguato.” Daniel Defoe, A Plan of the English Commerce (1728).
L’accordo economico e commerciale globale UE-Canada (CETA), come altri mega-trattati che incombono, è uno strumento generale per ampliare la portata degli investimenti transnazionali, riducendo la funzione tipica dei governi nazionali di legiferare nell’interesse pubblico.
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Conflitto Nucleare: inganno o minaccia reale?
di Federico Pieraccini
Gli eventi in Medio Oriente, in Siria e ad Aleppo sono al centro dell’attenzione globale. Raramente una battaglia è stata così decisiva per l’esito di una guerra e per il destino di centinaia di milioni di persone sparse per il mondo
Nell’ultimo dibattito presidenziale Hillary Clinton ha invocato ripetutamente la creazione di una No Fly Zone (NFZ) in Siria. Il concetto, ribadito più volte, si scontra con le rivelazione contenute nelle email private dell’ex segretario di Stato, secondo cui tale impegno comporterebbe un’elevate quantità di morti tra i civili Siriani. Non solo. In una recente audizione presso la commissione del Senato sulle forze armate è stato chiesto al generale Breedlove quale sforzo occorrerebbe alle forze armate USA per imporre una NFZ sui cieli Siriani. Con evidente imbarazzo il Generale è stato costretto ad ammettere che tale richiesta implicherebbe di colpire aerei e mezzi Russi e Siriani, aprendo le porte ad un confronto diretto tra Mosca e Washington. Una decisione ben al di fuori delle competenza del generale. I vertici militari, da sempre favorevoli ad interventi bellici, fiutano il pericolo di un conflitto con Mosca.
Il Cremlino ha pubblicamente ammesso di aver schierato in Siria sistemi avanzati antiaerei e antimissilistici S-400 ed S-300V4. La presenza annunciata del complesso difensivo ha scopi di deterrenza, ed è una strategia più che prevedibile. Il messaggio per Washington è evidente: ogni oggetto non identificato sui cieli Siriani verrà abbattuto . Gli Stati Uniti basano molta della loro forza militare sulla costante necessità di proiettare potere, illudendo l’avversario di possedere capacità che altri non detengono. E' molto improbabile quindi che il Pentagono decida di mostrare al mondo quanto valgano davvero i suoi sistemi stealth e i ‘ leggendari’ missili cruise americani, in un confronto diretto con S-300V4 o S-400. Ancora oggi in Serbia si ricordano del F-117 abbattuto con sistemi sovietici (S-125) risalenti agli anni 60'.
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Si può davvero scegliere tra Galilei e Bellarmino?
di Enrico Galavotti
La diatriba tra lo scienziato Galilei e il cardinale Bellarmino era sin dall’inizio impostata male. Basteranno alcune considerazioni per convincersene.
Che la Bibbia non potesse dir nulla sulla verità razionale degli esperimenti scientifici, laboratoriali, di Galilei, appare oggi pacifico. Solo una concezione integralistica della fede religiosa, che fa della teologia un’imposizione politico-istituzionale, cui un’intera società deve attenersi, poteva sostenere il primato “scientifico” della Bibbia su discipline come la matematica, la fisica e l’astronomia.
Una diatriba del genere non avrebbe mai potuto esserci là dove la Chiesa non pretende di avere un ruolo politico. Senza un tale ruolo, infatti, non si ha neppure la pretesa di egemonizzare la cultura e la scienza. Sotto questo aspetto Galilei avrebbe potuto avere seri problemi anche se avesse avuto a che fare non con la Chiesa romana, profondamente controriformistica, ma semplicemente con uno Stato confessionale (cattolico o protestante che fosse), ivi incluso quello ideologico e ateistico del regime staliniano.
Idee scientifiche così innovative come le sue e, per molti aspetti, chiaramente favorevoli a una visione laica della vita, potevano trovare, a quel tempo, ampi consensi solo se la borghesia si poneva il compito di difenderle. Cosa niente affatto scontata. Copernico, ad es., diede alle stampe le sue analisi rivoluzionarie solo poco prima di morire.
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Ventotene, l’Europa e il postmoderno
di Giovanna Cracco
Nell’epoca postmoderna le grandi narrazioni universali finalistiche e collettive che avevano legittimato il legame sociale non sono più credibili perché hanno tradito le promesse
Imprescindibile Lyotard, quando si parla di postmodernismo. Ne sono state date definizioni plurime, ma al filosofo francese si risale per la prima: “Semplificando al massimo, possiamo considerare ‘postmoderna’ l’incredulità nei confronti delle metanarrazioni”, scrive nel 1979 ne La condizione postmoderna. Un’epoca che per Lyotard coincide con il capitalismo avanzato e l’“informatizzazione della società”, cambiamenti tecnologici che incidendo fortemente sul processo di ricerca e di trasmissione delle conoscenze, generano la trasformazione del Sapere in merce; già l’èra industriale ne aveva fatto forza produttiva, questo è un passaggio ulteriore. “Il sapere viene e verrà prodotto per essere venduto, e viene e verrà consumato per essere valorizzato in un nuovo tipo di produzione: in entrambi i casi, per esse-re scambiato. Cessa di essere fine a se stesso, perde il proprio ‘valore d’uso’.” (1)
In questa fase storica, le grandi narrazioni universali, finalistiche e collettive che nella precedente epoca moderna avevano legittimato il legame sociale – illuminismo, idealismo e marxismo, ma anche il positivismo scientifico che si è accompagnato al capitalismo, esaltando la tecnologia come motore dello sviluppo economico e del benessere delle società – non sono più credibili, perché hanno tradito le promesse, e l’agire dell’Uomo non appare più quel processo di emancipazione verso una civiltà globale sempre più avanzata, libera ed egualitaria.
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La crisi del lavoro oggi
Sviluppo tecnologico, instabilità dell'occupazione e crisi del capitalismo
di Maurilio Lima Botelho
Quest'articolo di Maurilio Lima Botelho cerca di affrontare il tema della crisi del lavoro, discutendone le sue tre dimensioni: il ruolo dello sviluppo tecnologico nell'eliminazione di posti di lavoro; la costante trasformazione nei processi produttivi, che crea instabilità nell'occupazione; e l'improduttività progressiva della forza lavoro globale. Queste riflessioni sono la base per una più ampia discussione sulla crisi della società del lavoro, vale a dire, la contraddizione strutturale, con cui oggi ci confrontiamo, di una società in cui il lavoro è il meccanismo alla base della socializzazione, ma che allo stesso tempo mobilità tutti i mezzi per eliminarlo
È da più di un decennio che, in Brasile, la discussione a proposito della "crisi della società del lavoro" è stata relegata nello sgabuzzino della teoria sociale. La profonda critica rivolta al ruolo centrale occupato dal lavoro, sia nella filosofia e nella scienza borghese (liberalismo, protestantesimo ed economia politica) che nella teoria socialista (marxismo), è stata scartata come errore di interpretazione. L'idea della crisi del lavoro sarebbe un'impossibilità oggettiva, dal momento che il lavoro sarebbe la relazione eterna dell'uomo con la natura. L'ontologia è servita da base inconfutabile per la rinuncia ad una critica radicale della società borghese. Ma tale rifiuto non si limita al piano teorico, poiché le difficoltà di un mercato del lavoro sempre più ristretto e selettivo vengono tacciate di essere solamente una falsa percezione: l'instabilità del mercato del lavoro sarebbe una costante nella storia capitalista. In questo modo, le singolarità stesse della nostra epoca hanno cominciato ad essere ignorate.
Si arriva adesso alla base storica di questo rifiuto: gli anni dello "spettacolo della crescita" sono serviti da illusione per coloro che ancora confidano nel "paese del futuro" e nello "sviluppo nazionale" - perfino intellettuali critici dell'economia di mercato si sono arresi alle fantasie del breve ciclo di ascesa fittizia, credendo che gli indici manipolati del mercato del lavoro abbiano liquidato questo dibattito.
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Tempo guadagnato, di Wolfgang Streeck
di Militant
Wolfgang Streeck, Tempo guadagnato, Feltrinelli, 25 euro
Con tre anni di ritardo rispetto alla sua pubblicazione, ci troviamo a segnalare un interessante testo di Wolfgang Streeck capitatoci per le mani. Come si legge nell’introduzione, “Tempo guadagnato” è la versione ampliata delle lezioni su Adorno tenute dall’autore nel giugno del 2012 presso l’Istituto di ricerche sociali di Francoforte. Il libro ha il merito di mettere a tema, anche se da un punto di vista non rigidamente marxista, la questione del rapporto tra capitalismo e democrazia alla luce della rivoluzione neoliberista e le trasformazioni dello Stato che ne sono conseguite. La tesi iniziale da cui l’autore muove, e che ci sentiamo di condividere, è che sia possibile comprendere la crisi in cui si dibatte il capitalismo del XXI secolo solo se la si interpreta come il culmine provvisorio di un processo più ampio, un processo che ha avuto inizio alla fine degli anni 60 del Novecento con la fine dei cosiddetti Trente Glorieuses. Prima di aggredire il tema cardine del suo lavoro Streeck fa però i conti con i limiti mostrati dalla “teoria della crisi” elaborata dalla cosiddetta “Scuola di Francoforte” sottolineandone soprattutto l’incapacità di prevedere la finanziarizzazione. Le ragioni di tale incapacità analitica, stando all’autore, sono da ricercare nel modo con cui anche a sinistra venne di fatto accettata l’autodescrizione che l’economia capitalista dava di sé come di un sistema capace di realizzare una crescita stabile e superare definitivamente le sue criticità interne. Nelle teorie di quegli anni le contraddizioni del modo di produzione capitalistico vennero così progressivamente relegate a residuo ideologico di un certo marxismo ortodosso.
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Ottava bolgia infernale
Su Ciampi
di Gianfranco Pala
Ottavo cerchio dell’inferno dantesco
In fondo a destra, questo è il cammino,
e poi dritto fino al mattino.
Poi la strada non la trovi da te,
sprofonda all’inferno, che però non c’è.
Solo un <buzzurro> {*} come Salvini che nella sua ignoranza non sa nemmeno l’italiano, giacché “traditore” è chi consegna libri e pensieri ai loro avversarî e il fellone che ha commesso tradimento nei confronti della patria; della causa,o dei compari di una lotta merita una dura punizione, fino alla morte, o per dirla con la severità di Dante “se le mie parole esser dien seme, che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo”. Ma i libri o i pensieri di Carlo Azeglio Ciampi per chi e di chi erano? Certamente non per proletari e comunisti, ma per banchieri e capitalisti internazionali, cui semmai gli italiani si fossero omologati. E parimenti ciò è vero altresì per il silente <convitato-di-pietra> Giorgio Napolitano, che qui non dovrebbe entrare direttamente in gioco (ma che, come si dirà, <tomo tomo, cacchio cacchio> si è dedicato e plasmato sugli stessi padroni e opposto ai medesimi nemici). Quindi è palese l’ipocrisia del legaiolo – con il suo <cesso di anima>, per dirla come il diavolo di Altàn – di manifestare “preghiera e cordoglio” per la non prematura morte di Ciampi; lo storico e politico analfabetismo del disumano guitto <ruspista> lombardo ne delinea le magnifiche sorti, e regressive. Ossia definire Ciampi “uno dei traditori dell’Italia e degli italiani, come Napolitano, Prodi e Monti” non sono “parole choc, a caldo”, di Matteo Salvini sulla morte del presidente emerito della repubblica, il quale a dire del legaiolo “si porta sulla coscienza il disastro di 50 milioni di italiani, e come per Napolitano è uno da processare come traditore”.
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Il regime europeo del salario 3
Germania: sostenere la precarizzazione, esigere lo sfruttamento
di Lavoro Insubordinato
Vedi anche Il regime europeo del salario #1, Regno Unito e #2, Francia
Guardando agli ultimi teatrali battibecchi tra i leader europei, sembrerebbe che vi sia nell’UE una divergenza di vedute sulle politiche migratorie. Le lunghe e vivaci discussioni al vertice di Bratislava parrebbero tradire la fine della coesione tra Italia, Germania e Francia, mentre a Est si forma un blocco a 4 che minaccia di dare un volto ancora più destro all’Unione, specie in fatto di migranti. A ben vedere, al di là delle tensioni, una tale sintonia tra i governi in tema di comando del lavoro e di governo della mobilità non si era mai vista. Il tanto osannato modello tedesco, avviatosi con l’agenda Schröder 2010 e le leggi Hartz – non a caso fondate sullo stesso principio del «sostenere ed esigere» («Fordern und Fördern») che ora Merkel sbandiera come principio cardine del governo delle migrazioni – è realmente esemplare in termini di impoverimento del lavoro e tagli al welfare. Un modello esaltato perché avrebbe portato la Germania al tasso di occupazione maggiore degli ultimi anni. Eppure, ciò che non si dice è che questo calo della disoccupazione ha significato un abbattimento dei salari e un incremento esponenziale di lavoro precario. In Germania, come in ogni Stato europeo, la lotta alla disoccupazione nasconde la logica secondo cui il lavoro è un privilegio da accettare a qualsiasi condizione. Imponendosi come espressione di politiche di respiro quanto meno europeo, questo modello detta la linea, fornendo la ricetta perfetta per un regime del salario fatto di compressione e precarizzazione dei resti di welfare, sfruttamento dei migranti extraeuropei e degradazione dello status dei migranti interni.
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Paura della paura
Su questo blog ci siamo occupati spesso della paura come strumento di governo. In Come si fabbrica un terrorista abbiamo documentato come l'intelligence interna americana organizzi e finanzi finti attacchi terroristici commissionandoli a disadattati che si vanterà in seguito di avere arrestato. In Dovete parlare di guerra civile abbiamo abbozzato una grammatica della paura decostruendo un'intervista di Enrico Letta, mentre in #facciamocome Israele si è osservato come l'esempio dello stato di Israele - il più colpito dal terrorismo tra le nazioni economicamente avanzate - sia paradossalmente indicato come un antidoto al terrorismo alludendo direttamente alla necessità di vivere nella paura dell'altro e di riconoscere poteri sempre più ampi alla sorveglianza di Stato.
Sullo stesso tema ci siamo recentemente imbattuti in una copertina di fine luglio del settimanale Sette. Qui campeggiano il mezzobusto del DJ parigino David Guetta in tuta mimetica e un titolo a caratteri cubitali gialli: "Ma io non ho paura". Più sotto: "Il terrore è parte della nostra vita, è come se non fossimo liberi di essere felici ecc.".
C'è evidentemente un problema: se il terrore è un "sentimento di forte sgomento, di intensa paura" (Garzanti), come può il suo essere "parte della nostra vita" conciliarsi con il fatto di non avere paura? Non può, appunto.
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Stiglitz tra "riforme" e "le riform€": un problemino di democrazia, no?
Quarantotto
1. Fingiamo per un attimo che Stiglitz non sia parte di un establishment USA, storicamente connotato dal nuovo modo di essere "democrat" (e cioè liberal, ben radicato nella upper middle class); e fingiamo pure, per un attimo che Stiglitz non sia il terminale spendibile, - in un'€uropa sempre più squassata dal dramma della disoccupazione e della dottrina ordoliberista al potere-, di un blocco di potere che, pur annoverando tra le sue fila, per l'appunto, persone di oggettivo valore, non riesce a produrre altro che Hillary Clinton come sua punta di diamante politica e la prospettiva, sempre più concreta, di una guerra globale nucleare.
Forti (...) di questa "ipotesi" di laboratorio, andiamo dunque a esaminare senza pregiudizi (determinati dal contesto che abbiamo scartato), le interessantissime risposte date da Stiglitz a questa intervista (disponibile fortunatamente in italiano): Referendum, Stiglitz: "Se Renzi perde parte fuga dall'euro".
2. Esaminiamo la prima risposta del Nobel per l'economia, che segue ad una domanda circa la pericolosità (addirittura!) del suo ultimo libro, per aver "fornito munizioni a tutti i populismi", ripiombando l'€uropa nella sue "paure" (cioè la domanda tendeva ad affermare che senza l'euro gli europei non sarebbero capaci di mantenere rapporti civili e cooperativi nei reciproci confronti!!!):
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