Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 3283

Il vento del Nordafrica e i sospiri dell'Italia
Dino Erba
[Nel quadro della discussione a sinistra sulla Libia riportiamo questo intervento di Dino Erba, a cui risponde nel post successivo Dante Lepore]
Le insorgenze del Nordafrica, oltre a sconvolgere decennali equilibri geo-politici, hanno turbato il tranquillo tran tran dei sinistri italiani, il cui orizzonte, malgrado le sferzate della crisi, difficilmente si spinge oltre alle beghe con Berlusconi e con Marchionne, a parte qualche sporadico colpo di testa. Ma non tutto il male viene per nuocere. Il vento del Nordafrica ha fatto un po’ di chiarezza nella palude della sinistra italiana, portando allo scoperto le mal celate nostalgie nazionalsocialiste. Sono le nostalgie di ambienti, in cui la crisi aveva già provocato un’alzata di scudi a favore del capitalismo di Stato, riesumando un estemporaneo keynesismo. Di fronte all’insorgenza libica, questi ambienti si sono messi a infangare i ribelli, poiché hanno visto in pericolo una delle ultime vestigia del loro modello di Stato sociale che, dopo il crollo del «socialismo reale», si riduce alla Cuba di Fidel, al Venezuela di Chavez, alla Bolivia di Morales, ma anche all’Iran integralista di Ahmadinejad, alla Cina dei 332 miliardari «socialisti» e alla grande Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista del colonnello Gheddafi. Stendiamo un velo pietoso sulla Corea del Nord, del caro leader. I nostalgici del capitalismo di Stato non solo barano sapendo di barare, dal momento che puntano le loro false carte su Paesi in cui il welfare – quando c’è – è una brutta copia di quello europeo; ma soprattutto vogliono nascondere il brutale sfruttamento operaio, che in tali Paesi vige, a tutto vantaggio di un ceto parassitario statal-burocratico. E a questo ceto parassitario, anch’essi appartengono, e aspirano a posizioni di privilegio elargite dallo Stato, oggi erose dalla crisi, che della piccola borghesia non sa che farsene. Tolto dai piedi questo ciarpame, parliamo di cose più serie. Vediamo cosa avviene tra chi la prospettiva rivoluzionaria la sostiene, senza cedimenti nazionalisti e statalisti. Forse per colpa dell’aria mefitica che per tutti questi anni abbiamo respirato in Italia, prevale un atteggiamento a dir poco fiacco.- Details
- Hits: 2447

Generali: lo scricchiolio prima del terremoto
di Piemme
Il banchiere di Dio… e di Berlusconi
La defenestrazione di Cesare Geronzi, da solo un anno Presidente delle Generali, occupa le prime pagine dei giornali generalisti di oggi, molte di più quelle dedicate dai giornali economici-finanziari, non solo italiani.Geronzi se ne va con una buonuscita di 16,65 milioni. A conti fatti, dato il breve periodo di reggenza, farebbero 48mila euro al giorno. Un po’ meno di quanto venne elargito allo stesso Geronzi quattro anni fa, quando uscì da UniCredit-Capitalia: 20 milioni, ma allora il “premio” coronava 25 anni di servizio. Molto? Moltissimo se paragonato alla liquidazione di un operaio che abbia lavorato una vita, pochino se si pensa alla buonuscita da Fiat di Cesare Romiti: 101,5 milioni.
Cesare Geronzi, un banchiere dalla lunga gavetta, passato per Bankitalia e assurto a guru della finanza italiana, con il sostegno Vaticano e la copertura politica della Dc andreottiana. Uno per le cui mani sono passati i dossier più scottanti del capitalismo italiano, il banchiere più potente e indagato d’Italia: crack Cirio, bancarotta di Parmalat, crack Italcase-Bagaglino. Uno che la sa lunga sulla guerra intestina che ha segnato la storia della finanza italiana negli ultimi decenni e i vizi e le virtù dei suoi protagonisti.
Il “ribaltone” alle Generali non occupa per caso le prime pagine.
- Details
- Hits: 2366

Un partito è un partito. Cioè?
di Alberto Burgio
Da gran tempo ci dibattiamo dinanzi a un dilemma. Per un verso vediamo la desolante inconsistenza dell'opposizione parlamentare, un dato acquisito anche nella stampa estera, per la quale (parliamo di Le Monde, dell'International Herald Tribune, della Süddeutsche Zeitung) l'inefficacia del centrosinistra è un ormai un presupposto. Per l'altro verso ragioniamo in base al postulato, a prima vista ovvio, secondo cui l'opposizione (a cominciare dal Pd) non può non mirare al governo del Paese e quindi impegnarsi per spodestare la destra. La competizione al massimo livello continua ad apparirci la ragion d'essere dell'opposizione, perciò restiamo disorientati di fronte a quella «resa senza condizioni alle ragioni dell'avversario» di cui parlava Piero Bevilacqua sul manifesto del 2 aprile, e stentiamo a trarre conclusioni coerenti dall'osservazione della scena politica. Forse è il momento di chiedersi se nelle premesse dei nostri ragionamenti non si annidi un baco. L'impressione è che essi muovano da una concezione sbagliata del partito politico, del suo odierno modo di essere e di operare.
Un partito di grandi dimensioni si rappresenta sulla scena mediatica come candidato al governo del Paese. In realtà non è soltanto questo. Venuto meno (con l'eccezione della Lega Nord) il radicamento sociale dei partiti di massa, permane un'altra forma di radicamento delle forze politiche (sia di governo che di opposizione). I partiti sono strutture organizzate, apparati, collettori di un ceto politico e amministrativo ben radicato nei luoghi del potere diffuso e del sottogoverno: enti locali e aziende di servizio; ordini professionali e sistema dell'informazione; cda di banche, fondazioni, imprese partecipate, assicurazioni e, d'ora in avanti, anche grandi università. Di questo complesso mondo retrostante si tende a non parlare. Esso rimane, di norma, invisibile ai più. Ma se lo si tiene nel debito conto, si profila uno scenario politico molto diverso dal consueto.
- Details
- Hits: 3208

Inceneritori Spa
Marco Cedolin
Quando il cittadino è costretto a sovvenzionare il proprio avvelenamento
Anche analizzandola dal punto di vista esclusivamente economico la pratica dell’incenerimento dei rifiuti si rivela assolutamente disastrosa, a tal punto che se in Italia gli inceneritori non fossero pesantemente sovvenzionati attraverso il denaro dei cittadini, la loro costruzione e gestione non avrebbe economicamente alcun senso. Negli Stati Uniti che possono essere considerati il paese dove nacque l’incenerimento, già nel 1993 il Wall Street Journal definiva l’uso degli inceneritori per smaltire i rifiuti urbani come un vero disastro per le amministrazioni pubbliche e per i contribuenti.
Mentre l’Italia continua a praticare investimenti colossali nella costruzione di nuovi impianti d’incenerimento, proponendo i forni inceneritori come l’unica e più moderna risorsa indispensabile per gestire il problema dello smaltimento dei rifiuti, la maggior parte degli altri Paesi hanno smesso da tempo di considerare quella dell’incenerimento come una strada sulla quale occorre investire e si stanno orientando in direzioni opposte che privilegiano la raccolta differenziata, il riciclaggio ed il riutilizzo. Perfino le nazioni storicamente più propense ad incenerire i rifiuti, come gli stati Uniti ed il Giappone, da anni non stanno più costruendo nuovi inceneritori ed hanno iniziato a demolire quelli vecchi. In Svezia la costruzione degli inceneritori è stata abbandonata a favore della raccolta differenziata dei rifiuti, mentre 62 paesi nel mondo già aderiscono all’Alleanza globale contro gli inceneritori (GAIA)......
Solamente in Italia i forni inceneritori, qualora contemplino il recupero energetico, sono impropriamente definiti termovalorizzatori al fine di accreditarli presso l’opinione pubblica di una falsa immagine positiva che invece non posseggono.
- Details
- Hits: 4357

Dell'1%, Dall'1%, Per l'1%
di Joseph E. Stiglitz
Gli americani sono stati a guardare le proteste contro i regimi oppressivi che concentrano enormi ricchezze nelle mani di pochi eletti. Eppure, nella nostra stessa democrazia, l'1 per cento della gente prende quasi un quarto del reddito nazionale - una disuguaglianza di cui anche i ricchi si pentiranno
E' inutile far finta che ciò che di fatto è successo, non sia veramente accaduto. La fascia alta dell'1 per cento degli americani si prende ogni anno quasi un quarto del reddito nazionale. In termini di patrimonio invece che di reddito, l'1 per cento controlla il 40 per cento del patrimonio. Le loro sorti di vita sono sensibilmente migliorate. Venticinque anni fa, i dati corrispondenti erano del 12 per cento e del 33 per cento. Una reazione potrebbe essere quella di celebrare l'ingegno e la capacità di iniziativa che ha portato a queste persone la loro fortuna, e sostenere che l'alta marea solleva tutte le barche[1]. Ma sarebbe una risposta fuorviante. Mentre l'1 per cento al top ha visto il proprio reddito aumentare del 18 per cento negli ultimi dieci anni, la classe media ha visto i suoi redditi diminuire. Per quelli che hanno solo un diploma di scuola superiore, il calo è stato precipitoso – il 12 per cento solo negli ultimi venticinque anni. Tutta la crescita degli ultimi decenni - e oltre - è andata a quelli che stanno al top. In termini di equa distrubuzione del reddito, l'America è indietro rispetto a tutti i paesi del vecchio continente, l'Europa “fossilizzata” su cui ironizzava il presidente George W. Bush. I paesi a noi più vicini sono la Russia con i suoi oligarchi, e l'Iran. Mentre molti dei vecchi centri di disuguaglianza dell'America Latina, come il Brasile, negli ultimi anni si sono adoperati con discreto successo per migliorare la situazione dei poveri e ridurre i divari di reddito, l'America ha permesso la crescita delle disuguaglianze.
- Details
- Hits: 5807

Cosa sono i teorici della decrescita e come lottano contro il marxismo
di Domenico Moro
Recentemente il concetto di decrescita si è diffuso in molti settori, dalla destra alla sinistra istituzionale[1] e persino fra la sinistra radicale e comunista. La decrescita sembra, in apparenza, una risposta ai mali dell’epoca attuale, dall’esaurimento delle risorse energetiche alla crisi ecologica alla gestione dei rifiuti fino alla crisi economica. Il male sarebbe l’eccesso di consumo. La soluzione, dunque, starebbe nel consumare di meno. E per consumare di meno bisogna decrescere.
La crescita è così diventata il “cancro dell’umanità”. I teorici della decrescita non si limitano, dunque, a raccomandare maggiore attenzione al risparmio energetico, e ad eliminare sprechi e consumi inutili. I decrescisti propongono una visione complessiva della società, la “società della decrescita”, in alternativa non solo alla società attuale, ma anche alla prospettiva di una società socialista e al marxismo. Il fatto è che tale società della decrescita non solo non risolve il problemi che dovrebbe risolvere, essendo del tutto campata per aria, ma, mistificando le ragioni della presente crisi epocale, risulta addirittura funzionale alla conservazione dell’attuale assetto sociale. Dal momento che molti si fermano ad una conoscenza superficiale della teoria della decrescita, che sembra renderla sensata, è bene andare ai suoi fondamenti.
- Details
- Hits: 5383

Orwell, la Nato e la guerra contro la Libia
Domenico Losurdo
Nel 1949, mentre infuria una guerra fredda che rischia di trasformarsi da un momento all’altro in olocausto nucleare, George Orwell pubblica il suo ultimo e più celebre romanzo: 1984. Se anche il titolo è avveniristico, il bersaglio è chiaramente costituito dall’Unione Sovietica, raffigurata come il «Grande fratello» totalitario, che vanifica la stessa possibilità di comunicazione, stravolgendo il linguaggio e creando una «neo-lingua» (newspeak), nell’ambito della quale ogni concetto si rovescia nel suo contrario. Pubblicando il suo romanzo l’anno stesso della fondazione della Nato (l’organizzazione militare che pretendeva di difendere anche la causa della morale e della verità), Orwell dava così il suo bravo contributo alla campagna dell’Occidente. Egli non poteva certo immaginare che la sua denuncia sarebbe risultata molto più calzante per descrivere la situazione venutasi a creare, pochi anni dopo il «1984», con la fine della guerra fredda e il trionfo degli Usa. Come la strapotenza militare, così la strapotenza multimediale dell’Occidente non sembra più incontrare nessuno ostacolo: lo stravolgimento della verità viene imposto con un bombardamento multimediale incessante e onnipervasivo, di carattere assolutamento totalitario. E’ quello che emerge con chiarezza dalla guerra in corso contro la Libia.
Guerra
E’ vero, è all’opera il più potente apparato militare mai visto nella storia; certamente non mancano le vittime civili dei bombardamenti della Nato; vengono utilizzate armi (all’uranio impoverito) il cui impatto è destinato a prolungarsi nel tempo; oltre agli Usa, nello scatenamento delle ostilità e nella conduzione delle operazioni militari si distinguono due paesi (Francia e Inghilterra), che hanno alle spalle una lunga storia di espansione e dominio coloniale in Medio Oriente e in Africa; siamo in un’area ricca di petrolio e i più autorevoli esperti e mezzi di informazione sono già impegnati ad analizzare il nuovo assetto geopolitco e geoeconomico.
- Details
- Hits: 3175

Il Partito della Merda
di Luca Baiada
[Pubblichiamo l'articolo senza le note, che potranno essere lette sul numero LXVII n. 3, marzo 2011 della gloriosa e coraggiosa rivista Il Ponte.]
Davvero, come è stato notato, si possono distinguere tre tappe, nel percorso del berlusconismo? Effettivamente, dall’inizio del suo riciclaggio in politica, Berlusconi ha strumentalizzato emozioni e pulsioni elementari; una linea costante negli aspetti di fondo, ma con alcune varianti. Si è partiti da un’aggregazione simile alla tifoseria (il padrone del Milan, Forza Italia), per passare attraverso un branco spaventato (il securitarismo, la Casa delle libertà), e giungere a un mucchio di carne convulsa e istintiva (il presidente gaudente, papi Silvio e il Partito dell’Amore). Si teme che l’appello a istinti primari scenda più in basso, sostituendo il modello a sfondo erotico con ciò che viene chiamato «il Partito della Merda».
L’osservazione mi stimola a portare avanti una riflessione, e in un certo senso a cercare il tassello mancante, dentro un discorso che avevo già iniziato ad affrontare. È scontato che qui ci si riferisca in generale a un modello politico, e non al fatto che proprio Berlusconi sia al governo; anche se ne è il più abile praticante, e un po’ il maestro di cerimonie, non solo il berlusconismo frequenta questa linea. Il Partito della Merda, cioè, potrebbe essere il vero e più profondo lascito di questi ultimi anni agli italiani.
- Details
- Hits: 3763
Tesi per il Comunismo
Francesco Barba
Proponendo queste tesi, dobbiamo al lettore alcuni chiarimenti preliminari.
1. L’obiettivo generale.
L’ obiettivo generale che ci proponiamo è quello di promuovere una critica organica alla stabilizzazione ed all’ egemonia del sistema capitalistico e degli imperialismi oggi diffusi nel mondo globalizzato.
Occorrendo un’ analisi seria e una ricerca reale intorno ai grandi problemi di strategia, cerchiamo noi stessi di proporre una piattaforma di discussione, aperta e problematica ma non eclettica, sulla quale confrontarsi proficuamente.
2. Storia e nuovi protagonisti.
I problemi di strategia non riguardano soltanto la realtà in atto in un Paese e in un certo momento storico. Essi sono il prodotto di un incontro tra presente e passato, tra l’ esperienza in atto e una teoria già storicamente elaborata, tra le organizzazioni politiche e l’ insieme della società. In un momento storico come l’ attuale, questo incontro è estremamente difficile. Ma non per questo il compito è meno pressante e vitale. Muovendo da una tradizione e da una lunga battaglia - quella della sinistra comunista italiana che si è incontrata, in momenti e contesti particolari, con il comunismo storico italiano, con il movimento sindacale confederale, con il cristianesimo sociale, con la sinistra socialista, con il femminismo, con gli ambientalisti e con i libertari radicali – noi cerchiamo di dare il nostro contributo mettendo a frutto la nostra esperienza (là dove c’è) coniugando storia, di cui non è giusto sbrigativamente sbarazzarsi, e una nuova realtà, che quella storia fortemente può contestare.
Questa piattaforma di discussione è rivolta, come si è detto, direttamente a protagonisti attuali interni all’ attuale organizzazione politica e contestualmente all’ esterno, verso ambienti, anche tra loro diversi ma non opposti, che concordano di impegnarsi seriamente in una riflessione e in un tentativo comune di analisi e iniziativa, ritrovando il senso di ciò che ci separa tutti dal reale avversario e di ciò che ci unisce verso un comune obiettivo.
3. Il confronto e i temi.
Proponiamo di sviluppare questo confronto promuovendo incontri pubblici; solleciteremo prese di posizione e scelte chiare di quanti già con noi generalmente concordano e l’ avvio di comuni iniziative con quanti convergono con noi su problemi significativi.
- Details
- Hits: 2542

La marcia degli ausiliari del nè - nè
Fulvio Grimaldi
Antonio Dangelo: nessuno dei babbioni dirigenti di questi mononucleari gruppetti sedicenti comunistardi ha mai chiesto , da molti anni a questa parte o declamato con forza, fuori l’Italia dalla Nato fuori la Nato dall' Italia. Sara' un caso che oggi fanno le anime morte dell'umanitarismo volontaristico all' uranio impoverito?
Daric Olga: Non siamo noi a decidere cosa è e cosa non è la sinistra. I partiti sono pagati dall'Europa e per ricevere denari devono fare la politica che prescrive la Costituzione Europea. E mai possibile che in Italia non si è fatta coscienza di cosa è l'Unione Europea ? Milosevic era di sinistra e l'hanno ucciso, no ? E Ceausescu ? Essere comunisti è proibito nell'Europa globalizzata. Dunque l'Italia fuori dalla Nato e vice versa, si, a condizione di uscire dall' Unione Europea; se no, come volete farlo?
ROMA (Reuters) giovedì 31 marzo 2011 13:35 - I bombardamenti occidentali sulla capitale libica hanno provocato decine di vittime civili, in particolare un bombardamento ha fatto crollare un'abitazione, uccidendo 40 persone. Lo ha detto oggi il vicario apostolico di Tripoli, monsignor Giovanni Martinelli in un'intervista ad un'agenzia cattolica. Visto che l’ha detto un bianco cristiano qualcosa è uscito su tg e giornali. Quando l’hanno detto “i mercenari del pazzo sanguinario”, ovviamente erano balle.
Avete visto come, ora che le forze patriottiche di Gheddafi stanno ricacciando nelle loro tane mercenari e loro padrini, che saltano fuori civili maciullati dai missili umanitari e che la muta dei cani da guerra occidentali è in pieno marasma sul che fare, tra di loro, rispetto agli ascari scatenati e spappolati e per Gheddafi, giornali e tv della nostra libera stampa abbiano fatto scivolare verso il lontano basso e il lontano interno? It’s the press, baby.
L’appello degli italiani brava gente per la manifestazione per la pace, il 2 aprile a Roma e ovunque, inizia così: “Ancora una volta i governanti hanno scelto la guerra. Gheddafi ha voluto la guerra contro i propri cittadini e i migranti che attraversano la Libia. E il nostro paese ha scelto la guerra contro Gheddafi”. Seguono le firme di noti pacifisti: Strada, Ovadia, Vauro, Vergassola, Morgantini e si accodano Arci, Donne in nero, Punto Rosso, Tavola della pace (quelli di D’Alema in testa), Rifondazione, Sinistra Critica, Arci, Acli, CGIL, Libera e Gruppo Abele e tutta la compagnia di giro del né-né (di cui vanitosamente rivendico la paternità, quando lo usai per la prima volta da Belgrado con Casarini che inveiva contro Milosevic e faceva bastonare i sostenitori della Jugoslavia e D’Alema che bombardava donne e bambini).
- Details
- Hits: 4128

Le terre di Alice. Dal sottosuolo alla deliranza
Francesca Matteoni
F.: Alice nel Paese delle Meraviglie, la conosci?
Nonna: No, non ci ho mai giocato insieme.
L’Alice di Lewis Carroll è circondata da una campagna estiva – acqua, siepi, margherite, quando fa la sua comparsa il coniglio. Lo segue giù per il buco, un passaggio stretto e impossibile, scoprendo un mondo rovesciato, dove gli animali si vestono come gli umani, le parole non sono più ciò che erano solite essere. Il linguaggio non è più un mezzo, ma qualcosa di vivo, emotivamente malleabile o soggetto a una logica tanto ferrea quanto priva di significato concreto, svuotato infine di ogni conoscenza specifica, ma impiegabile come oggetto materiale, fragile e potente.
L’esperienza più importante di un bambino non è la perdita dei sogni o la loro realizzazione, ma il suo divenire gradualmente consapevole delle lingue, dei vocabolari, che causano il mondo e ne sono causati. “Secondo Lewis Carroll – scrisse W.H. Auden -, ciò che un bambino desidera più di ogni altra cosa è che il mondo nel quale si trova coinvolto possa avere un senso1”. Il sottosuolo (Underground) della prima versione del libro, o il paese delle meraviglie (Wonderland) o la scacchiera oltre lo specchio, sono tutti luoghi disordinati, sebbene retti da personaggi assurdamente formali e arroganti, dove Alice stessa rischia di venir messa a soqquadro: le sue dimensioni corporee cambiano in modo grottesco e difficilmente controllabile; l’educazione ricevuta è del tutto inservibile; deve mantenersi sana di mente, fuggire, svegliarsi.
- Details
- Hits: 3150

Fai una giravolta, falla un'altra volta...
Militant
Confessiamo di rimanere ogni giorno sempre più ammirati di fronte alla capacità che ha certa sinistra nell’eseguire capriole e piroette logiche pur di riuscire a darsi sempre e comunque ragione. Anche quando la realtà (mannaggia a lei) si ostina irriverente a non piegarsi di fronte alle teorie di cotanta intellettualità. Avevamo lasciato molti di questi soloni e dirigenti politici ad irridere quegli indios semianalfabeti di latinoamericani con le loro fisime antimperialiste, e a pontificare urbi et orbi dai loro pulpiti che non ci sarebbe stato alcun intervento militare in Libia e che il petrolio questa volta non c’entrava assolutamente niente. Perché Gheddafi era un uomo dell’occidente, perché era amico di Berlusconi, perché comprava armi da Francia e Inghilterra, perché riforniva l’Europa di gas e petrolio e perché, aggiungiamo noi, evidentemente le 4 guerre umanitarie degli ultimi 20 anni non hanno insegnato proprio nulla. Si legga, ad esempio, quanto scritto a tal proposito da Immanuel Wallerstein: il secondo punto che è sfuggito a Hugo Chavez nella sua analisi è che non ci sarà nessun significativo intervento militare del resto del mondo in Libia. Le ringhiose dichiarazioni pubbliche dei governi sono tutte intese a fare effetto sull’opinione pubblica nazionale. Non ci sarà una risoluzione del Consiglio di Sicurezza perché Russia e Cina non ci staranno. Non ci sarà risoluzione NATO perché la Germania e qualche altro paese non ci staranno. Perfino l’atteggiamento militante anti-Gheddafi di Sarkozy sta incontrando resistenze in Francia.
- Details
- Hits: 2869

Il comune che verrà
Davide Borrelli
Appunti per ripensare il legame sociale nell’epoca della comunicazione in rete
Uno spettro si aggira nel mondo, ma questa volta non si tratta dello spettro del comunismo. E’ piuttosto lo spettro del comune, o meglio della comunanza, che esprime la tensione a costruire un orizzonte condiviso tra entità che si trovano in condizioni di differenza. Diversamente dal comunismo, la passione del comune non si esprime in un manifesto ideologico né si concretizza in uno specifico programma d’azione. Per essere precisi, non costituisce neanche una categoria politica, dal momento che si manifesta come un’istanza che è insieme prepolitica, impolitica e postpolitica. Prepolitica, perché ha la forza energetica di un sentire. Impolitica, perché contesta al politico la pretesa di rappresentare la totalità dell’umano. Postpolitica, perché dispiega un nuovo orizzonte di senso e fornisce una nuova agenda per il terzo millennio, in cui trovano spazio pratiche, esperienze, soggettività e forme di vita associata rimaste per lo più in ombra e impensate nel corso della modernità.
Viviamo in tempi di globalizzazione e di comunicazione in rete, fattori che contribuiscono particolarmente ad alimentare l’esigenza che abbiamo di rimettere a fuoco e ripensare il concetto di comunità. Recentemente sono stati pubblicati diversi saggi che affrontano, a partire da differenti punti di vista ed ambiti disciplinari, questo tema, e si interrogano su come sia possibile immaginare nuove forme di socialità al di fuori delle appartenenze date (di classe, di nazionalità, di cultura, di identità ed orientamento sessuale, di etnia, di religione), in grado di garantire insieme le condizioni del massimo sviluppo del sé e della più ampia inclusione del diverso.
- Details
- Hits: 2328

L'invenzione del clandestino
di Augusto Illuminati
La minchia gli scassarono ‘sti migranti al governatore Lombardo, non solo l’uscio del capanno di Grammichele. Per questo incita i siciliani a far ronde notturne con il mitra, caso mai incontrassero tunisini in fuga da Mineo o sbarcati sulle coste. Li fulminassero sul bagnasciuga, come proclamò con scarsa padronanza dei termini marinari e ancor meno fortuna bellica la buonanima di Mussolini per l’altra invasione dell’isola, quella del 1943.
Folklore mafioso-leghista, che copre ben altre e più massicce operazioni di disinformazione e razzismo di Stato. Pensiamo a quel “falso movimento” che consiste in due serie di azioni opposte e complementari, vera e propria ideologia messa in scena per ipnotizzare il paese. Da un lato i migranti vengono trattenuti, ammucchiati oltre misura nella più inimmaginabile sporcizia e deprivazione, rinserrati in Cie e Cara o a cielo aperto sull’isola di Lampedusa –occorre mostrare le belve sudice e ribelli ai bravi cittadini italiani e ai connazionali rimasti in patria, guardate che succede a varcare il Canale. Dall’altro, li si fa oggetto, insieme agli sventurati zingari preesistenti, prototipo del nomade-migrante, di spostamenti frenetici senza nessun motivo plausibile (dal Cara di Castelnuovo di Porto a Mineo, poi anzi no, a Mineo ci vanno i tunisini, al Cara gli zingari, no poi ci vanno i libici doc, ecc.), con la stessa logica capricciosa e intimidatoria delle periodiche “traduzioni” carcerarie.
- Details
- Hits: 20436

Insolvenza di classe
di Gigi Roggero
Uno spettro si aggira per il mondo: l’insolvenza. In dicembre la Banca d’Italia ha rinnovato l’allarme: il 5% delle famiglie italiane che ha fatto un mutuo non riesce a pagarne le rate. La percentuale sale al 19% tra i disoccupati, a cui vanno aggiunti gli alti livelli di insolvenza tra precari e persone a basso reddito. Ma non è tutto: i dati sono ricavati da un’inchiesta del 2007, dunque è chiaro come il numero delle persone che non restituiscono i soldi prestati sia in vertiginosa crescita. La quota di insolventi rappresenta un record in Europa, ma com’è ampiamente noto il trend è europeo e globale. La crisi cominciata nel 2007 ha proprio in questo fenomeno un elemento fondante. Negli Stati Uniti sono figure molto specifiche quelle che – per pagarsi una casa, l’istruzione, l’assistenza sanitaria o la mobilità – hanno fatto ricorso ai subprime, da cui il nome dei mutui: disoccupati, donne single, molti afro-americani, latinos, ampi settori della working class e della middle class in rapida proletarizzazione. Nel frattempo, il debito studentesco – progressivamente ingigantitosi negli ultimi vent’anni – ha raggiunto livelli esplosivi. Per frequentare un’università si accumulano decine di migliaia di dollari, il che significa una drastica riduzione del salario monetario spesso prima ancora che esso sia effettivamente percepito. Il non ripianamento del debito in tutte le sue forme – per scelta e soprattutto per impossibilità – ha fatto saltare il sistema.
- Details
- Hits: 5678

Boomerang libico per un fragile Occidente
Raffaele Sciortino
È dunque tornata la guerra umanitaria. Entrata nel sistema dell’informazione e di qui nell’immaginario collettivo, non c’è neanche più bisogno di virgolettarla. Ritorna però in un contesto del tutto mutato rispetto agli anni Novanta. Ieri, sull’onda lunga della caduta del Muro e con la finanziarizzazione in piena ascesa, gli States avevano in mano saldamente l’iniziativa e potevano elargire promesse ai nuovi arrivati nel consesso delle democrazie occidentali. Oggi siamo dentro una crisi globale che è un aspetto dello smottamento profondo e strutturale dei meccanismi di riproduzione della vita sociale complessiva (vedi Fukushima). L’interventismo umanitario non ha l’iniziativa. La guerra alla Libia è reazione. Reazione alla prima fase della sollevazione araba. Reazione di poteri voraci ma in affanno contro i possibili passaggi di radicalizzazione di un moto ampio e profondo in pieno svolgimento che sta intrecciando, dal basso, istanze di dignità, potere e riappropriazione. E che non ha bisogno di “aiuti” ma piuttosto rimanda un messaggio di possibile costruzione di un percorso comune di lotta e emancipazione.
- Details
- Hits: 2607

Delirio assoluto: il cigno nero diventa grande come un dinosauro
di Mattacchiuz
Fukushima ? Una marea di falsità. Solo per business. Nord Africa e Medio Oriente? Stessa storia. Unione Europea ? Il gioco di interessi della Germania e l’interesse nel salvare le banche. E poi Dollaro USA, FBI e fiducia dei consumatori. Una solo domanda? Ma ci rendiamo conto che siamo al delirio assoluto?
Fukushima
Beh amici miei, credo che non ci siano parole per descrivere quanto successo e quanto stia succedendo ora in giro per l’intero mondo.
Personalmente, il fatto più grave ritengo sia quello rappresentato da Fukushima . Quanto accade in Giappone è PAZZESCO. E non mi riferisco solo al disastro nucleare già estremamente drammatico in sé. Personalmente mi sta salendo la rabbia. Si, una sana collera, benché non sia direttamente interessato, nei confronti del corrottissimo governo giapponese e della Tepco, l’azienda che ha in carico la gestione dell’impianto e purtroppo anche la gestione dell’emergenza. Ma badate, il governo e la Tepco non sono due entità astratte, SONO FATTE DA UOMINI E DONNE CHE HANNO DELIBERATAMENTE DECISO DI MENTIRE AL MONDO, che hanno messo a rischio di vita centinaia di migliaia di loro simili, che pure di fronte all’evidenza, hanno preferito continuare a negare la realtà e manipolare l’informazione con il presunto scopo di evitare un panico nucleare. PANICO CHE ORA CI SI RENDE CONTO È PIÙ CHE GIUSTIFICATO.
Credo che tutti sappiate quale sia stata l’evoluzione di quello che vorrebbero far passare come un imprevedibile incidente a Fukushima . Dai reattori messi in funzione già difettati (come testimoniato dall’ingegnere che supervisionava per l’Hitachi la costruzione del contenitore speciale per il reattore numero 4 ), alla sottovalutazione dei problemi che tutti i reattori stanno avendo, si sono raggiunti momenti di tragica comicità.
- Details
- Hits: 2415

Il Fallimento dell'Euro Rivisitato
di Wolfgang Münchau*
[Questo articolo di Wolfang Munchau su EuroIntelligence indica chiaramente come lo scenario più probabile e desiderato dall'establishment europeo sia quello di cucinarsi i PIIGS a fuoco lento con finti salvataggi per arrivare a una ristrutturazione già pagata in gran parte dalla gente, come ci ha già ben detto Paolo di ML... Sarebbe il caso di giocarsela un po' meglio!]
Ci sono due dichiarazioni di volontà che governano la politica dell'eurozona. La prima è quella della Germania, per una responsabilità limitata. La seconda è l'impegno dei leaders europei a salvare l'euro a qualunque costo. Le due dichiarazioni sono tra di loro logicamente incoerenti.
Ci sono due modi - e solo due - perché questa incoerenza non entri in gioco. In primo luogo, il massimale della responsabilità limitata della Germania non deve mai essere superato. In secondo luogo, il massimale viene raggiunto, ma l'Unione europea trova il modo di esternarlo.
Così rimangono quattro opzioni - e solo quattro - da considerare:
2. La crisi del debito della zona euro riesce essenzialmente ad auto-correggersi attraverso l'austerità;
3. Scenario di successo con ristrutturazione/rinegoziazione del debito;
4. I leaders della UE abbandonano il loro impegno – ed è lo scenario del fallimento dell'euro.
- Details
- Hits: 3215
Up Yours!
Federico Campagna
Chi pensava che i sindacati fossero un relitto del passato, pensi di nuovo. Nella mattina di sabato 26 Marzo, di fronte al continuo tagli alla spesa sociale, la confederazione inglese dei sindacati (TUC) ha portato nelle strade di Londra più di 500,000 persone. Numeri che non si vedevano dalle manifestazioni contro la guerra del 2003. Come nel caso della FIOM in Italia, però, i sindacati non hanno agito da soli. Insieme alle famiglie dei lavoratori minacciati dalla lotta di classe condotta dal nuovo capitalismo, decine di migliaia di studenti, disoccupati e anziani hanno occupato le strade e le piazze della capitale inglese.
Occupato, letteralmente. Camminando per le strade del centro, oggi, la città della finanza e dello shopping sembrava essere diventata di colpo una nave da crociera dirottata dai pirati. Il gruppo UKuncut, che da mesi denuncia le corporation inglesi che evadono miliardi di tasse, ha condotto un’attacco coordinato e straordinariamente efficace ai negozi di proprietà degli evasori. Topshop, la superboutique della moda giovane, Boots, il gigante della farmaceutica di massa, e la compagnia telefonica Vodafone hanno visto i loro negozi del centro occupati da folle di dimostranti. Uno dopo l’altro, tutti i negozi attaccati hanno chiuso i battenti per il resto della giornata. Il colpo di classe, però, si è avuto soltanto nel primo pomeriggio, quando da Oxford Circus una decina di migliaia di persone si sono divise in quattro gruppi e con la rapidità di un commando hanno fatto simultaneamente irruzione nel palazzo che ospita i magazzini di lusso di Fortnum and Mason.
- Details
- Hits: 3642

La Libia e l’imperialismo: un deficit di analisi
di Piero Pagliani
1. Ancora una volta, con la crisi Libica risalgono in superficie le ragioni profonde della inadeguatezza delle categorie acriticamente ereditate dalla tradizione marxista. A parte la questione di quanto riflettano veramente il pensiero di Marx, occorre rilevare – perché è una questione immediatamente politica – che l’errore di molto marxismo novecentesco è stato lo scolasticismo della suddivisione struttura-sovrastruttura, che si traduceva in errore economicistico e storicistico. L’aveva compreso Lenin (che infatti scriveva che non si capisce il primo libro del Capitale se non si è letta e capita tutta la logica di Hegel, e ne concludeva che “di conseguenza, dopo mezzo secolo, nessun marxista ha capito Marx!!“) e lo aveva capito Gramsci, che infatti fu accusato di idealismo.
Ma in seguito queste intuizioni furono appannaggio solo di pochi marxisti e in particolare il marxismo di origine post-sessantottina e più ancora post-settantasette dimenticò la reale lezione politica di Lenin e la vera lezione ideologica e teorica di Gramsci. In definitiva ci fu lo sbandamento verso la focalizzazione su una delle tante sfere in cui si suole suddividere la realtà del capitalismo.
Ma la suddivisione della realtà in sfera economica, finanziaria, politica e culturale è una suddivisione di comodo. E se essa permette di analizzare specifiche logiche, è però necessario cercare di utilizzare categorie analitiche – e soprattutto politiche – che riflettano l’interferenza o l’interazione tra i vari piani, le varie sfere e le varie logiche, che per giunta sono inter e intra conflittuali. Perché c’è bisogno di categorie che su questo complesso intreccio permettano di agire.
- Details
- Hits: 2033

Non recidere, forbice. Segreti, lacrime e bugie: della manovra finanziaria 2010
Dario Stefano Dell’Aquila
«È stato un refuso, lo cancelleremo”. Così il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, risponde a chi gli chiede se prevede una modifica dell’emendamento alla manovra che introduce lo stop al requisito dei 40 di contributi per andare in pensione a partire dal 2016. “Non era intenzione né mia, né di Azzollini, né di Tremonti», ha aggiunto il ministro. (Maurizio Sacconi, Corriere della Sera, 1 luglio 2010)
Non era un refuso l’emendamento alla manovra che avrebbe fatto saltare il limite dei 40 anni per i contributi per la pensione. È quanto ha voluto chiarire il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, sottolineando come «un’importante riforma delle pensioni» è stata approvata in Italia «senza alcuna protesta, nella pace sociale, senza un giorno di sciopero». «Abbiamo fatto la riforma delle pensioni con un emendamento», ha detto ancora il ministro a Bruxelles, insistendo sul fatto che «non c’è stato alcun giorno di sciopero e non crediate che il sindacato non se ne sia accorto, il sindacato sa fare bene il suo lavoro». (Giulio Tremonti, ANSA 13 luglio 2010)
1. I numeri della manovra
Nel maggio del 2009, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, intervenendo ad una iniziativa del proprio partito dichiarava: «Ho sempre detto che grazie a questa solidità l’Italia sarebbe uscita prima e meglio degli altri paesi dalla bufera che ha investito tutto il mondo. I fatti mi stanno dando ragione ed io voglio dare un messaggio di fiducia che dobbiamo saper trasmettere a tutti i cittadini perché questa è una crisi che è in gran parte psicologica»1. A poco più di un anno di distanza da queste rassicuranti dichiarazioni, la maggioranza governativa ha approvato un provvedimento economico destinato a rendere chiaro ai più attenti che l’ottimismo di plastica del presidente Berlusconi assumeva i contorni di una graziosa bugia. È stata, infatti, approvata senza particolari fibrillazioni d’aula, ma tra grandi proteste sociali, la manovra economica correttiva 2010 (decreto legge n. 78 del 31 maggio 2010, convertito in legge n 122/2010), dal valore complessivo di 24 miliardi di euro. La manovra, negli intenti dichiarati dal governo, ha l’obiettivo di ridurre entro il 2012 il deficit pubblico al 2,7%. L’iter di approvazione, costretto al termine del sessanta giorni previsti per la conversione del decreto in legge, è stato avviato al Senato (170 favorevoli e 136 contrari) dove il testo originario è stato sostituito da un nuovo testo (presentato con un cosiddetto maxi-emendamento).
- Details
- Hits: 3762

La traiettoria del capitalismo storico e la vocazione tri-continentale del marxismo
di Samir Amin
La lunga ascesa del capitalismo
La lunga storia del capitalismo è composta da tre fasi distinte e successive: (1) una preparazione molto lunga - la transizione dal sistema tributario, la tipica forma organizzativa delle società pre-moderne - durata otto secoli, dal 1000 al 1800; (2) un breve periodo di maturità (il XIX secolo) durante il quale "l'Ovest" ha affermato il suo dominio; (3) un lungo "declino" causato dal "Risveglio del Sud" (per usare il titolo del mio libro, pubblicato nel 2007) nel quale i popoli ed i loro stati recuperarono le principali iniziative nella trasformazione del mondo - di cui si ebbe la prima ondata nel XX secolo. Questa lotta contro l'ordine imperialista, il quale è inseparabile dall'espansione globale del capitalismo, è a sua volta l'agente potenziale nel lungo percorso della transizione oltre il capitalismo, verso il socialismo. Ora, nel XXI secolo, c'è l'inizio di una seconda ondata di iniziative indipendenti da parte dei popoli e degli stati del Sud.
Le contraddizioni interne caratteristiche di tutte le società avanzate nel mondo pre-moderno - e non solo quelle specifiche dell'Europa "feudale" - sono la causa delle ondate successive delle innovazioni social-tecnologiche che vennero a costituire la modernità capitalista.
- Details
- Hits: 3387

Il lupo, il gatto, la Libia e l'Egitto
Sherif El Sebaie
In Libia è finita esattamente come anticipato su questo blog, e cioè con la vecchia e cara "guerra umanitaria" dettata dalla "necessità di proteggere i civili" (che - sia detto per inciso - hanno bombardieri, carri armati, cannoni e un sito internet registrato nel Surrey). Chi frequenta questo sito sa che sono contrario alle intromissioni occidentali nelle vicende interne arabe per diversi e validi motivi. Sono talmente contrario che qualche anno fa scrissi (e la cosa venne puntualmente strumentalizzata) che avrei preferito il figlio di Mubarak al potere che un'intromissione esterna in Egitto, da cui non si poteva attendere niente di buono (Iraq e Afghanistan docet). L' "Occidente" è infatti un lupo che perde il pelo ma non il vizio: sappiamo tutti che le sue intromissioni "à la carte" non sono affatto disinteressate e che spesso sono persino montate ad arte per giustificare la successiva spartizione della torta. Peccato che questi interventi si rivelino puntualmente controproducenti sia per chi li ha subiti che per chi li ha attuati, esclusa quella piccola élite di multinazionali specializzata nel ricostruire ciò che ha appena distrutto.
Come andrà a finire? Difficile dirlo, ma vale la pena ricordare il detto arabo che recita "Io e mio fratello contro mio cugino ed io e mio cugino contro l'estraneo": il rischio che i libici, magari assai tentati fino all'altro giorno di scannarsi tra di loro, reagiscano oggi all'intromissione straniera stringendosi intorno al Fratello Colonnello piuttosto che intorno alle tribù a lui avverse e ai loro alleati "crociati", come definiti da Gheddafi (e da Putin), è tutt'altro che remoto.
- Details
- Hits: 5619

I ribelli libici e i ponzatori italici, che guardano l'albero e non vedono la foresta
Dino Erba
Nel 1917, il governo tedesco fornì a Lenin e ai
bolscevichi un treno per recarsi in Russia. Gli
imperialisti tedeschi pensavano che i bolscevichi
avrebbero fomentato rivolte, facendo così uscire
l’impero zarista dalla guerra. La Russia, dalla
guerra uscì, ma prima, i bolscevichi fecero la rivoluzione.
Via via che il vento delle rivolte del Nordafrica si è spostato in Libia, gli iniziali entusiasmi di molti «sinistri» italiani si sono smorzati. E sono prevalse le capziose analisi sui contrasti e sulle manovre degli immancabili imperialisti. Ci sono spunti e osservazioni apprezzabili, che tuttavia finiscono per oscurare il movimento d’insieme delle masse popolari libiche, che qualcuno considera addirittura del tutto strumentale e funzionale a circoli affaristici locali, legati alle «multinazionali europee e statunitensi» (emblematico, tra i tanti: SERGIO CARARO, Libia. Dalla guerra civile alla guerra del petrolio, «Contropiano»).
La Libia sta sollevando scottanti questioni, e non solo politiche, ma soprattutto di metodo e di analisi. Mettiamo allora i puntini sulle i e, per prima cosa, cerchiamo di capire che cos’è la Libia.
Ma prima ribadiamo che l’aspetto principale di questa vicenda è l’insorgenza delle masse popolari del Nordafrica, che si inscrive nella crisi sistemica del modo di produzione capitalistico. Il cui esito, ci auguriamo, sarà la rivoluzione proletaria (altrimenti ci aspetta un orrore senza fine). E questo è un motivo più che sufficiente, per stare dalla parte dei ribelli della Libia, senza se e senza ma.
- Details
- Hits: 2093

Per una nuova politica economica in Europa
Sergio Cesaratto, Carlo D’Ippoliti, Sergio Levrero, Riccardo Realfonzo e Antonella Stirati
Da questo documento è stata estratta una dichiarazione favorevole a una nuova politica economica in Europa, sottoscritta dalle seguenti realtà rappresentative del mondo progressista e della sinistra: AltraMente scuola per tutti, Associazione per il rinnovamento della sinistra, Associazione culturale in Movimento, Centro studi Cercare ancora, Fondazione Buozzi, Fondazione Nenni, Lavoro e Libertà, Le nuove ragioni del socialismo, Marx XXI, Network per il socialismo europeo, Socialismo 2000
Il 24 e il 25 marzo si tiene a Bruxelles una riunione del Consiglio Europeo sulle misure con cui affrontare la crisi dell’Unione Monetaria Europea (UME). Purtroppo, le scelte che sembrano profilarsi continuano ad essere ispirate ad un approccio conservatore e “rigorista”. È necessaria una campagna che susciti consapevolezza, ed una mobilitazione attorno alla necessità di una svolta nella politica economica europea, che consenta la ripresa della domanda aggregata e quindi rimetta in moto lo sviluppo e la crescita occupazionale.
Le politiche sinora attuate in Europa a sostegno dei paesi “periferici” - spesso caratterizzati da un incremento significativo del rapporto tra debito pubblico e Pil - e quelle che verranno avanzate nel prossimo summit, comportano infatti elevati costi sociali senza risolvere la crisi, anzi aggravandola. Ma a differenza di quanto implicito in quelle politiche, tutti i paesi europei sono egualmente responsabili della crisi, sia quelli forti che quelli periferici, sia quelli debitori che quelli creditori. E come poi diremo meglio, per evitare un aggravamento della crisi alcune proposte ci sembrano essenziali:
- stabilizzazione (non riduzione) dei debiti pubblici dei paesi “periferici” e contestuale impegno della BCE nel sostenere il contenimento del costo del debito; europeizzazione parziale dell’emissioni di titoli pubblici; rilancio delle politiche espansive nei paesi che registrano avanzi della bilancia commerciale (sono questi gli elementi principali di una soluzione che coniughi sostenibilità finanziaria e ripresa della crescita);
- pari passu, riforma delle istituzioni economiche europee, inprimis della BCE, con l’obiettivo di politiche fiscali e monetarie coordinate e subordinate al controllo democratico dei cittadini;
Page 604 of 652







































