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Un vincolo di interesse
Maurizio Donato*
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olti economisti concordano sull’affermazione secondo cui le condizioni affinché la dinamica debito pubblico/Pil non diventi esplosiva sono tre: una riguarda i comportamenti del settore pubblico, l’altra dipende dalla crescita, cioè dai comportamenti del settore privato e dalle scelte del settore pubblico, e la terza ha a che fare col tasso di interesse che si paga sui titoli. Nei cinque anni compresi tra il 1987 e il 1992 il debito pubblico italiano è cresciuto di venti punti percentuali. In quegli stessi anni la crescita del Pil è stata in media positiva attorno al livello del 3%, il rapporto tra deficit e Pil non è aumentato, manifestando invece una tendenza a stabilizzarsi se non a diminuire: sono stati i tassi di interesse elevati che, per rispettare il vincolo di bilancio estero, hanno portato il debito pubblico su un sentiero potenzialmente esplosivo. Se la BCE si impegnasse a rivedere il proprio Statuto istituendo una norma per cui il livello massimo dei rendimenti sui titoli del debito pubblico non può eccedere il tasso di crescita dei paesi indebitati, almeno una delle tre condizioni (la principale?) potrebbe essere rispettata.
Mentre sono molto popolari le analisi del debito pubblico che mettono al centro dell’attenzione il comportamento del settore pubblico, anzi dei “politici” ai quali viene addebitata ogni responsabilità per quello che viene considerato da molti una ipoteca nei confronti delle generazioni successive, minore attenzione viene solitamente dedicata al contesto monetario in cui l’impennata del debito pubblico italiano si è realizzata. Mi riferisco al ruolo delle banche centrali, e in particolare all’ideologia monetarista che presiede ai loro comportamenti da trent’anni a questa parte.
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Dov'è la sinistra? Nel vortice della crisi
di Serge Halimi
Nel momento in cui il capitalismo attraversa la più grave delle sue crisi dopo quella degli anni '30, i principali partiti di sinistra rimangono muti e imbarazzati. Nel migliore dei casi promettono di rabberciare il sistema, ma più spesso cercano di dar prova di senso di responsabilità raccomandando a loro volta purghe liberiste. Quanto potrà durare questa blindatura del sistema politico, mentre la rabbia sociale continua a salire?
Gli americani che manifestano contro Wall Street protestano anche contro i suoi raccordi in seno al partito democratico e alla Casa bianca. E certo ignorano che i socialisti francesi continuano a invocare l’esempio di Barack Obama, sostenendo che contrariamente a Nicolas Sarkozy, il presidente Usa si sia dimostrato capace di agire contro le banche. Ma è davvero solo un abbaglio? Chi non vuole (o non può) puntare il dito contro i capisaldi dell’ordine liberista (finanziarizzazione, globalizzazione dei flussi di capitali e merci) cade facilmente nella tentazione di personalizzare la catastrofe, imputando la crisi del capitalismo agli errori di concezione o di gestione dell’avversario interno di turno. In Francia la colpa sarà di Sarkozy, in Italia di Berlusconi, in Germania della Merkel. D’accordo. Ma altrove? Nelle altre realtà – e non solo in quella degli Stati uniti –, anche i leader politici presentati a lungo come capofila della sinistra moderata si ritrovano a fronteggiare i cortei degli indignati. In Grecia George Papandreou, presidente dell’internazionale socialista, ha attuato una drastica politica d’austerità, che oltre alle privatizzazioni massicce e alla soppressione di posti nel pubblico impiego comporta la consegna della sovranità economica e sociale del suo paese a una «troika» ultraliberista (1). Come ci ricordano anche i governi di Spagna, Portogallo e Slovenia, il termine di «sinistra» è ormai talmente svalutato da non essere più associato a un contenuto politico particolare. Si dà il caso che uno dei maggiori responsabili del vicolo cieco in cui si trova la socialdemocrazia europea sia il portavoce… del partito socialista (Ps) francese. «In seno all’Unione europea – nota Benoît Hamon nel suo ultimo libro – il Partito socialista europeo (Pse) è storicamente associato, grazie al compromesso che lo lega alla democrazia cristiana, alla strategia di liberalizzazione del mercato interno e alle sue conseguenze sui diritti sociali e sui servizi pubblici.
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L’Italia è un paese razzista
di Anna Curcio
L’Italia è un paese razzista. È inutile girarci intorno. Non bastano le dichiarazioni di Napolitano sulla necessità di concedere la cittadinanza ai figli e alle figlie dei migranti nati in Italia per metterlo in discussione; né può farlo il ministero per l’integrazione che Monti si è affrettato ad istituire per addolcire, almeno a sinistra e nell’area cattolica, la pillola amara dei sacrifici e dell’austerity. Benvenuti nel deserto del reale, ieri a Firenze è andata in scena l’Italia. E Casseri, tutt’altro che pazzo depresso, è prima di tutto un italiano, nel senso che riflette pienamente l’identità razzista di questo paese. È tutta la storia del paese, la sua identità e la costruzione della sua narrazione ad essere intrisa di violenza razzista. Ed è una storia lunga che affonda le radici nella costruzione unitaria di cui stiamo festeggiando il centociquantesimo anniversario. Una storia fatta di linciaggi ed esecuzioni sommarie: prima i “meridionali” poi l’”altro” coloniale, gli ebrei, oggi i rom e i migranti internazionali. Una storia che ci parla di sopraffazione e sfruttamento, di marginalizzazione e violenza. Una violenza cieca, brutale ma ahimè assolutamente reale, che ho già visto andare in scena ormai troppe volte.
Quello che è successo a Firenze, non è un episodio isolato. Fa parte piuttosto di un sistema, una modalità reiterata di relazione con i tanti e le tante migranti che lavorano in questo paese. È la costruzione del mostro, del diverso al cuore della narrazione nazionale che evoca paure irrisolte. “Guarda, un negro; ho paura!” ha riassunto efficacemente Franz Fanon. È dunque con lo sguardo razzista che dobbiamo fare i conti, con quell’idea che la razza – che non è mai un attributo biologico ma è una categoria socialmente costruita per la marginalizzazione e subordinazione di alcuni gruppi sociali – è fatta di gerarchie: i bianchi sopra, i neri sotto, punto.
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Riforme dei Trattati, l’occasione mancata
di Sergio Bruno
La speculazione che investe l’Europa è un “gioco”, politico e ideologico. Servono giocatori all’altezza, per riformare la governance europea, partendo dalla Bce
Il vertice europeo dell’8 dicembre si è concluso massimizzando la propria futilità, prigioniero dei fantasmi della Signora Merkel e delle lobbies che la tengono in ostaggio, nonché delle indecisioni compromissorie del Signor Sarkozy, che pure avrebbe consiglieri dalle idee più chiare. È un peccato, perché finalmente si parlava di un mutamento di quadro che lambiva il testo dei Trattati, dove in effetti risiedono i nodi che impediscono stabilità, difesa dalla speculazione e ripresa della crescita.
Distinguere l’urgenza dalla governance a regime
La confusione deriva dall’incapacità di distinguere tra problemi che occorre risolvere urgentemente e che derivano dalle regole e dai fatti passati, e problemi che riguardano invece i comportamenti futuri. I primi riguardano la difesa dagli attacchi speculativi, i secondi quale configurazione dare alla governance europea del futuro, per fare dell’Eurozona un polo competitivo mondiale, che si sviluppi e non tema nuovi attacchi speculativi. Il nodo che i due ordini di problemi hanno in comune è quello della configurazione da dare ai meccanismi di creazione di moneta e al governo della parte reale dell’economia, nonché alle relazioni tra tali sfere, oggi vincolate dall’Art.101 del Trattato. Che impedisce alla Bce di partecipare, come avviene nel resto del mondo, alle aste per la collocazione di titoli del debito pubblico, oggi degli Stati membri, domani – si spera – di un bilancio federale europeo.
In pratica, per il futuro, si tratta di eliminare le anomalie dell’assetto di governo dell’area.
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La grande crisi, la Germania e gli Stati Uniti
Miguel Martinez
In questi giorni, una quantità impressionante di persone si sta improvvisando economista.
Fanno benissimo, visto che quella che chiamano “crisi economica” sta trasformando il futuro sociale di tutti noi, e quindi è una crisi propriamente politica.
La crisi del 1929, semplificando, ha portato al collasso degli Stati liberali, alla sostituzione dell’impero britannico con quello americano, al nazismo e alla Seconda guerra mondiale, che non è poco.
Il problema, oggi come allora, è capire quali sono le grandi linee di questa crisi, e i parametri cui ci ha abituati la politica simbolica e spettacolare non servono a niente; occorre occuparsi anche di cose di cui pochi ci capiscono davvero. E quei pochi sono decisamente parte in causa.
Intuiamo sullo sfondo della crisi anche qualcosa che riguarda nomi di paesi: Germania, Inghilterra, Francia, Grecia, Stati Uniti…
Diciamo nomi di paesi, perché è difficile, almeno per me, capire dove inizia e dove finisce una economia nazionale – le aziende che conosco io hanno sede a Milano, la produzione in Cina e investono i soldi in banche di proprietà francese che li reinvestono in pension fund statunitensi. Chi, in questo intricato giro, prende le vere decisioni?
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La crisi del debito sovrano nell’Eurozona
da un dibattito sulla lista "Marxiana"
a cura di Francesco Macheda
Quali margini possiede la banca entrale europea (BCE) per arginare la crisi del debito sovrano che sta mettendo in serio pericolo l’esistenza stessa dell’eurozona? Che efficacia potrà avere un ipotetico ‘fondo europeo’ volto a garantire gli investimenti degli acquirenti dei titoli a rischio dei paesi maggiormente indebitati? Inoltre, quali potrebbero essere le possibili conseguenze di una politica maggiormente orientata a frenare la speculazione da parte della Bce e quali sono le resistenze politiche che ne frenano l’azione? In ultima istanza, il comportamento della banca entrale europea è minato da una pura cecità politica, oppure vi sono limiti strutturali che ne frenano l’azione?
Il dibattito sottostante svoltosi sulla lista “Marxiana” tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre 2011 cerca di fare luce su queste problematiche.
Incipit del dibattito: articolo del Wall Street Italia dal titolo “Citigroup: senza l’intervento della Bce, l’Europa rischia il collasso” - 17 novembre
Se la Bce non mette mano al portafoglio, si rischia la catastrofe finanziaria. Potrebbe essere una questione di settimane o addirittura di pochi giorni, ma molto presto rischiamo di assistere inermi al default di Spagna e Italia.
E’ lo scenario delineato da Willem Buiter, capo-economista di Citi, in un’intervista concessa a Bloomberg Tv. “La Bce deve agire in fretta, ignorando le pressioni della Germania. Farsi carico dei debiti sovrani è l’unica strada per evitare un terremoto finanziario che finirebbe per trascinare nel baratro il sistema bancario europeo e, insieme, quello americano”.
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Alimentare la bolla o sgonfiarla?
La crisi apre crepe nel fronte occidentale
di Nicola Casale
Prendo spunto dall’articolo di Paolo Giussani “Vizi privati, pubbliche virtù” (settembre 2011) per cercare di fare il punto sulla crisi.
Partire da Giussani è molto utile, perché svolge un’analisi della crisi non impressionistica e critica in modo appropriato due tendenze presenti a sinistra, quella keynesiana (o neo-keynesiana), e quella che fa ruotare tutto intorno a una lettura, spesso superficiale, della “caduta del saggio di profitto”. Due critiche centrate, ma monche in alcuni aspetti essenziali, come, spero, si evincerà dall’insieme di quel che segue.
La premessa dell’articolo di Giussani è dedicata al Marx di Lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850, di cui viene sottolineato il parere positivo sul ricorso alla bancarotta dello stato nella Francia di metà ‘800. La citazione è collegata in linea diretta con la conclusione dell’articolo: “Una crisi che voglia essere seria deve imperativamente togliere di mezzo l’indebitamento, portare al fallimento un’enorme quantità di capitale, ridurne il valore contabile complessivo innalzando proporzionalmente il saggio del profitto e, alla fine, spingere più o meno automaticamente i capitali sopravvissuti a riprendere l’accumulazione”.
È bene precisare subito una cosa. La tesi di Giussani non ha nulla da spartire con la tesi del default di un singolo stato.
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La rotta d'Europa, tre riflessioni urgenti
Rossana Rossanda
Valutazione della crisi, che fare di fronte alla sua precipitazione e il problema delle forme politiche sono i nodi venuti al pettine del convegno di Firenze
La giornata di Firenze, il 9 dicembre, organizzata su "La Rotta d'Europa" merita qualche riflessione più seria di quella che le abbiamo dedicato sabato scorso. Essa incrocia alcuni temi maggiori della vicenda delle sinistre negli ultimi anni, noi inclusi.
La prima è la valutazione della crisi: perché, da quando, da chi e come essa viene giocata. La chiamiamo "crisi del capitalismo": se con questo si vuol dire che è una crisi "nel capitalismo", va bene ma se sottintediamo che il capitalismo è in crisi non va bene affatto. Su questo c'è stata fra i convenuti una certa chiarezza. Il sistema attraversa le crisi senza perdere la sua egemonia se non si scontra con una soggettività alternativa, o rivoluzionaria, al suo livello. Oggi questa non c'è. È vero che il 99 per certo delle popolazioni è vittima di questa crisi, ma più di metà di questo 99 per cento non lo sa. E si tarda a individuare perché, nel rapporto di forze sociali, siamo tornati indietro di un secolo. E anche le più generose reazioni puntuali - operaie quando, come nel caso della Fiat, il lavoro è direttamente attaccato, o sui beni comuni che si vogliono sottomessi al profitto privato, o contro la corruzione - ma anche le più vaste e giovanili, del tipo "Indignatevi", sono destinate a essere travolte se non individuano chiaramente il meccanismo di dominio avversario.
Questo non è facile. Una delle carte vittoriosamente messe in campo dal capitale è la tesi di Fukujama che, con la caduta dei "socialismi reali", ai quali erano direttamente o indirettamente legate le organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio, si era alla "fine della storia". Naturalmente non è così, la storia non finisce. Ma è certo che il capitale ha reagito prima di noi alla crescita di un anticapitalismo diffuso culminato dalla fine dei colonialismi al '68, e la sua aggressività ha cambiato l'organizzazione del lavoro, mondializzato a sua immagine e somiglianza il pianeta, dilatato le inuguaglianze, ribaltato la cultura politica del secondo dopoguerra.
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Uscire o non uscire dall’euro?
di Michel Husson
È possibile riassumere in maniera semplicissima l’andamento della crisi: nel corso degli ultimi due decenni il capitalismo si è riprodotto accumulando una montagna di debiti. Onde evitare il tracollo del sistema, gli Stati si sono assunti il grosso di questi debiti che, da privati, sono diventati pubblici. Di qui in poi, il compito di questi Stati è quello di farne pagare la fattura ai cittadini, sotto forma di tagli dei bilanci, di aumento delle imposte più inique e di congelamento dei salari. In sintesi: la maggioranza della popolazione (lavoratori e pensionati) deve garantire la concretizzazione di profitti fittizi accumulati in lunghi anni.
Nel frutto c’era il verme. Voler costruire uno spazio economico con una moneta unica ma senza bilancio era un progetto incoerente. Un’unione monetaria monca si trasforma allora in una macchina per fabbricare eterogeneità e divaricazione. I paesi con inflazione più elevata della media perdono competitività, sono stimolati a basare la propria crescita sul sovraindebitamento.
Retrospettivamente, la scelta dell’euro non aveva del resto una giustificazione evidente rispetto a un sistema di moneta comune, con un euro convertibile nei rapporti con il resto del mondo e monete riadeguabili all’interno. L’euro, in realtà, era concepito come uno strumento di disciplina di bilancio e, soprattutto, salariale. Ricorrere all’inflazione non era possibile, per cui il salario diventava la sola variabile adeguabile.
Ad ogni modo, il sistema ha, bene o male, funzionato grazie al sovra indebitamento e, perlomeno nel primo periodo, al calo dell’euro rispetto al dollaro. Questi espedienti, però, erano destinati a esaurirsi e allora le cose hanno cominciato a guastarsi, con la politica tedesca di deflazione salariale che ha portato la Germania ad aumentare le sue quote di mercato, per il grosso all’interno dell’eurozona.
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Lilliburlero
by Federico Campagna
Vorrei cominciare con un’immagine. Una scena del film Barry Lyndon, diretto da Stanley Kubrick. Sullo sfondo nebbioso di una campagna Europea del diciottesimo secolo, la voce fuori campo introduce l’avanzata delle giacche rosse inglesi contro la retroguardia francese, asserragliata in un frutteto. ‘Though this encounter is not recorded in any history books, it was memorable enough for those who took part.’ Secondo lo stile militare dell’epoca, la fanteria marcia lungo il prato, in file orizzontali e parallele. I Francesi sono disposti anch’essi in file, le prime inginocchiate, le seconde in piedi, le terze pronte a ricaricare i fucili. L’avanzata è lenta, estenuante, al suono dei flauti che intonano il Lilliburlero. Come direbbe il personaggio di Vincent Cassel in una banlieue di vari secoli dopo, ‘il problema non è la caduta, ma l’atterraggio’. E qui, l’atterraggio e la caduta quasi si fondono. I fanti inglesi avanzano, a passi cadenzati. Le truppe Francesi restano immobili, prendono la mira. I fanti mantengono il passo. I Francesi attendono l’ordine dei superiori. I fanti proseguono. L’ordine arriva. Fuoco. Le prime file della fanteria inglese cadono decimate. Le seconde file, imperturbabili, prendono il posto dei caduti. La marcia continua. Le truppe francesi ricaricano i fucili. Fuoco. Il prato si riempie di cadaveri vestiti in divise rosse. Le terze file si fanno avanti di nuovo. La marcia prosegue, lentissima. Fuoco. Guardando questa scena non ho potuto che pensare al futuro che ci attende. La marcia è lenta, ma inesorabile. I ristoranti e gli aeroporti sono ancora pieni, come diceva Berlusconi. I fucili nascosti nel frutteto hanno appena iniziato a sparare. Le prime file sono cadute, ma, si sa, nelle prime file ci va da sempre la carne più a buon mercato. I vecchi, i giovani, gli operai, gli immigrati. Alla prima raffica sono saltate le pensioni, sono arrivati gli accordi di Pomigliano, sono finiti i soldi per le scuole e le università, sono affondati i barconi dei migranti.
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Crisi capitalistica e aggressività dell’imperialismo*
Contro il proletariato interno e contro quello dei paesi periferici
Red Link
Al primo punto della nostra discussione abbiamo messo giustamente la necessità di disciplinamento dei paesi periferici da parte delle potenze imperialiste e la necessità di interrogarsi sul nesso tra tale tendenza e la crisi economica. Poiché indiscutibilmente, sul piano delle cosiddette relazioni internazionali, questo è l’aspetto decisivo in questa fase e non tanto, o non ancora, quello tra crisi e guerra interimperialistica.
Sul nesso crisi - imperialismo
Una premessa si rende necessaria a nostro avviso in relazione al tema della nostra discussione per cercare di individuare cosa rappresenta una costante nell’azione dell’imperialismo e cosa, invece, è legato al manifestarsi di contraddizioni fortissime del meccanismo complessivo di riproduzione capitalistico sfociato nella crisi attuale.
Contrariamente a quanto si ritiene comunemente, la politica di rapina e sfruttamento di altri paesi non è una caratteristica solo della fase più matura del capitalismo, ma è una costante che lo accompagna sin dalla sua nascita. Usando una terminologia oggi di moda potremmo dire che essa esprime un suo dato “costituente”. Detto altrimenti l’imperialismo rappresenta al tempo stesso un presupposto ed un risultato del modo di produzione capitalistico. Presupposto, in quanto senza la politica di saccheggio e di rapina non sarebbe stata possibile quell’accumulazione originaria che ha permesso l’affermazione delle relazioni capitalistiche in alcuni paesi chiave consentendone progressivamente la loro diffusione a scala mondiale.
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Costruire mondi comuni. Crisi finanziaria e democrazia*
di Andrea Inglese
Consensus versus canea
C’era una volta la brutta bestia del “pensiero unico”, del “Washington consensus”, oggi c’è la canea. Gli esperti sono usciti dai ranghi e la loro proverbiale discrezione è venuta meno: da mesi, calcano le scene mediatiche, mandano messaggi febbrili e definitivi, sulle prime pagine dei giornali, incluse le sacre colonne degli editoriali. Non c’è giorno che un quotidiano europeo non ospiti i consigli di qualche addetto ai lavori economici e finanziari.
Il cittadino ordinario, sprovvisto di cattedra in economia, finisce con il concludere che i decisori e i loro consulenti sono nel pieno disorientamento strategico. Da qui, l’esigenza di andare a vedere che cosa sta succedendo. Ma oltre alla certezza che i monotoni giorni del pensiero unico sono andati e che probabilmente di più terribili se ne preparano, è alquanto difficile mettere a fuoco l’argomento in questione, e non solo per via dei pronostici contrastanti. Il problema è: a chi stanno parlando gli esperti? Sono convocati giornalmente dalla stampa generalista, ma l’impressione è che essi parlino ancora di una crisi privata. Continuano, con il loro gergo tra l’oracolare e il tecnico, a considerare la crisi cosa loro, anche se ormai ne parlano in pubblico, a noi, ai profani.
Gesticolazione e stasi
C’era una volta la politica, con le sue mancanze di volontà, ma anche con i suoi conflitti da mediare, il confronto ideologico, lo scontro sociale, le alleanze e le lotte tra i partiti, i negoziati tra le parti sociali. C’erano i decisori (eletti) che dovevano comporre con difficoltà i contrastanti interessi del popolo sovrano.
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Il “nudo” e il “sacro”
La biopolitica di Giorgio Agamben
di Fabio Milazzo
la storia della ragione governamentale
e la storia delle contro condotte che le si sono opposte non possono essere dissociate l’una dall’ altra.”
Michel Foucault, Sicurezza, territorio e popolazione. Corso al Collège de France (1977-1978), p.365).
Nel 1979 Michel Foucault rese celebre il concetto di “biopolitica” dedicandogli un intero corso al Collège de France[1].
Durante il ciclo di lezioni Foucault cercò di dimostrare la correlazione tra il liberalismo, l’economia e il governo. L’economia, con il liberalismo, diventa il paradigma orientante le pratiche di governo.
“ Mi sembra che l’analisi della biopolitica non si possa fare senza aver compreso il regime generale di questa ragione governamentale di cui vi sto parlando, regime generale che si può chiamare questione di verità, in primo luogo della verità all’interno della ragione governamentale, e di conseguenza se non si comprende bene di che cosa si tratta in questo regime che è il liberalismo, (…) e una volta che avremo saputo che cos’è questo regime governamentale chiamato liberalismo potremo sapere cos’è la biopolitica”[2].
Foucault lega indissolubilmente le pratiche di governo e il regime di verità. Analizzando la situazione del Dopoguerra in America egli dimostra che il “mercato” diventa il “luogo” entro il quale si produce l’ordine veritativo capace di denotare di senso la realtà. Il governo degli uomini si struttura secondo logiche e direttive fantasmatiche di derivazione economica. Il calcolo “costi/benefici” diventa il criterio concatenante delle logiche di potere.
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Voglia di fiducia
di Augusto Illuminati
Quanto meno hanno fiducia in se stessi e nel governo tanto più i tre grandi blocchi parlamentari (Pdl, Pd, Terzo Polo) supplicano Monti di porre la fiducia sulla manovra, per costringersi a votarla senza frantumarsi al proprio interno e senza assumersi responsabilità per gli effetti depressivi e sperequativi. Si replica la farsa già inscenata dall’agonizzante governo Berlusconi: lo vuole l’Europa, lo vuole la Bce. Altrimenti, la catastrofe. Adesso lo vogliono i “tecnici”. Domani lo vorrà Baal, nelle cui fauci roventi gettare i pensionati troppo longevi e gli adolescenti senz’arte né parte. Con corredo televisivo di lacrime ministeriali.
L’auto-svuotamento della democrazia rappresentativa e concertativa (ah, la flebile arrendevolezza con cui i sindacati hanno rinunciato ai teatrini di un tempo) ha completato la riforma dall’alto imposta da Napolitano, con un’alterazione radicale della costituzione materiale, in attesa di qualche probabile formalizzazione in senso semi-presidenzialista, di cui una nuova legge elettorale potrebbe essere il segno prognostico. Un passaggio importante potrebbe consistere nella disgregazione dei blocchi tradizionali di centro-destra e di centro-sinistra, magari con un corposo ispessimento di un’area centrista più o meno cattolica, nel segno di Todi. Lo smontaggio del bipolarismo è confluente obbiettivo di Monti e Casini. La voglia di suicidio non manca a quei soggetti, come appunto mostra l’ansia di porre la fiducia, ed è ripagata dalla crescente sfiducia degli italiani, che ha toccato il record storico dell’86%, contro il 75-80% dell’epoca di -Tangentopoli. Più complicato che tale disordinata aspirazione dia vita a una formazione consistente che faccia da corpaccione politico all’anima tecnocratica e da base parlamentare a un nuovo potere presidenziale –cui, fra l’altro, verrà presto a mancare un attore determinante quale Napolitano, forte del consenso popolare e dominus del Pd.
Gli ostacoli, inoltre, che si frappongono alla riforma dall’alto o rivoluzione passiva che dir si voglia, sono due e di non poco conto.
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Lezioni da riscrivere per la teoria economica
di Armanda Cetrulo
La crisi non ha prodotto un cambiamento della didattica nelle università. Noi studenti sentiamo ripetere le stesse lezioni come se nulla fosse accaduto. È l’ora di cambiare registro. O cambiare i maestri?
Il 2 novembre, alcuni studenti di Harvard hanno deciso di non seguire la lezione del corso di Introduzione all’Economia del professor Mankiw, ex consigliere economico di Bush, oggi consulente di Mitt Romney. La protesta, che alcuni hanno etichettato come ideologica, pone in realtà una serie di interrogativi essenziali su cui studenti e docenti dovrebbero interrogarsi. Nella lettera aperta rivolta al professor Mankiw, gli studenti “criticano fortemente il metodo di studio del corso, basato su un punto di vista sull’economia che favorisce il perpetuarsi delle disuguaglianze economiche nella nostra società” e lamentano la totale assenza di confronto tra le diverse teorie economiche. Essi identificano due problematiche tra loro connesse: da una parte l’influenza e la responsabilità che un certo approccio all’economia ha rivestito nella costruzione delle nostre società, nella scelta delle politiche economiche adottate dalle grandi istituzioni internazionali (composte spesso da ex studenti della prestigiosa università) e nel dibattito attuale sulle misure necessarie per uscire dalla crisi; dall’altra, una questione più scientifica e didattica, che interroga il modo in cui l’economia viene insegnata nelle università ai giovani studenti.
Già con lo scoppio della crisi americana si era sviluppato un movimento che aveva l’obiettivo di individuare i testi economici “tossici”, poiché basati su false convinzioni e su una visione limitata dell’economia. Oggi sono diversi i siti che riprendono questi temi, come il Kickitover.org o il sito Econ4 (1) e molti economisti hanno letto, nella crisi economica, anche una deriva della teoria che ha dominato gli ultimi 30 anni. (2) Se è vero allora che le ipotesi e i presupposti logici su cui la teoria economica dominante si basa sono oggi messi in discussione dalla realtà dei fatti, non possiamo certo dire che stia avvenendo altrettanto all’interno delle università, in particolare nelle facoltà di economia.
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Illusioni e realtà della manovra (dopo il vertice europeo)
Sergio Cesaratto e Lanfranco Turci
Abbiamo aggiornato questo articolo per tener conto dei risultati del vertice europeo (una prima versione fu pubblicata in bella evidenza dagli amici di Micromega on line a inizio settimana; la versione attuale è uscita domenica 11 dicembre con l'Unità). Poco da aggiornare, in realtà, visto che poco ci aspettavamo, ma è andata anche peggio. Un cupo medioevo nordico ci attende.
Un "austerity club" che ci sta portando verso il medioevo
Vorremmo noi per primi illuderci che tutto questo servirà e siamo ammirati della reazione dignitosa del popolo italiano. Purtroppo riteniamo che questa manovra peggiorerà le cose in un quadro europeo che dopo il vertice appena concluso è divenuto, se possibile, più fosco. I nostri concittadini lo devono sapere.
Se l’analisi è sbagliata, così è quella della maggioranza dei politici italiani ed europei, sbagliate sono le soluzioni. La crisi italiana ha un’insopprimibile dimensione europea e dissentiamo da quanto Monti ha sostenuto, presentando la manovra, che la crisi del debito italiano “non è colpa degli europei, è colpa degli italiani”, che siamo “un focolaio di infezione” e rischiamo di “macchiarci della responsabilità” di far fallire l’Europa. Il debito pubblico italiano non ha causato la crisi europea. In un contesto di crescita europeo e di bassi tassi di interesse – che come non ci stanchiamo di ribadire sono stabiliti dalle banche centrali e non dai mercati, a meno che li si lasci fare – esso non avrebbe costituito un problema, tanto meno un problema urgente. C’è piuttosto qualcosa di profondamente sbagliato nella costituzione economica europea. Essa ha creato un sviluppo fittizio dell’Europa periferica basato su bolle immobiliari finanziate dalle banche dei paesi forti, fatto da puntello alle tendenze neo-mercantiliste tedesche, minato la competitività dell’Italia, determinato gravi squilibri commerciali infra-europei.
Ciò nulla ha che vedere con una presunta indisciplina fiscale dei paesi periferici – tranne, forse, il caso greco di cui la Germania ben sapeva. Gli economisti americani, keynesiani e monetaristi, ci avevano avvertito: l’Euro senza forti politiche di contrasto agli squilibri non potrà durare. Ci hanno convinto che lo dicessero per paura che l’Euro scalzasse il dollaro. Fatto è che, ora, le misure adottate, devastanti per famiglie e lo stato sociale, getteranno il nostro paese in una gravissima recessione.
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Capitalismo, tecnologia, ambiente
E.R.
Il marxismo è spesso accusato di cecità in relazione agli effetti devastanti del capitalismo sull'ambiente naturale. Nella maggior parte dei casi, il marxismo è ritratto dai suoi critici e da molti dei suoi sostenitori, con una teoria che sostiene il trattamento e le relazioni che il capitalismo sviluppa con la natura, e anche come una teoria che sostiene l'estensione e la intensificazione crescente di questa distruzione. La crescita sempre maggiore della produzione e lo sviluppo di tecnologie per assicurarlo sono generalmente considerati come fine a se stessi per il marxismo.
In realtà, questo è vero per le varie varianti del marxismo dominanti durante il XX secolo. Tuttavia, questo non è vero per lo stesso Marx, per cui è possibile sviluppare una forma di marxismo critico che rifiuta questo punto di vista. Questo testo è un contributo a questa forma di critica. Anche se alcuni marxiani hanno voluto approfondite ricerche per dimostrare che Marx era in realtà tutt'altro che cieco all’antagonismo fondamentale tra il capitalismo e la natura (vedi Marx e la Natura (1999) di Paul Burkett e Ecologia di Marx (2000) di John Bellamy Foster), mi limito qui, inizialmente, a due brevi citazioni dagli scritti della maturità di Marx che illustrano chiaramente la sua consapevolezza di questa realtà.
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La bolla dell’insubordinazione
Christian Marazzi
La crisi del capitalismo finanziario che si è imposto negli ultimi trent’anni è speculare alla crisi del rapporto tra capitale e lavoro che ha siglato la fine del regime fordista d’accumulazione e la transizione verso un capitalismo caratterizzato dalla centralità della rendita rispetto alle variabili «reali» dell’economia, ossia salario, prezzo e profitto. La finanziarizzazione dell’economia prende avvio negli anni Settanta con la deregolamentazione dei mercati dei cambi che ha fatto seguito alla rottura degli accordi di Bretton Woods, si sviluppa con la deregolamentazione dei mercati finanziari con la nascita dei mercati obbligazionari ai quali gli Stati si rivolgono per finanziare i propri debiti pubblici, si espande ulteriormente alla fine degli anni Ottanta con lo sviluppo dei mercati dei prodotti derivati e, dalla metà degli anni Novanta a oggi, con la globalizzazione dei mercati monetari e finanziari. «Ma l’elemento più impressionante – scrive François Morin nel suo Un mondo senza Wall Street? – è senza alcun dubbio la rapidità con la quale i mercati di copertura si sono sviluppati. Nel 1987, sui mercati delle opzioni e dei futures il volume degli scambi era pari a 1,7 teradollari (T$), mentre alla fine 2009 aveva raggiunto i 426,7 T$. Se si eccettuano i Cds che sono passati da 0,9 T$ nel 2001 a 62,1 T$ nel 2007, prima di calare di nuovo a 30,4 T$ nel 2009, questa folgorante espansione non è stata arrestata dalla crisi». La creazione di liquidità, in altre parole, è praticamente illimitata e lubrifica una finanza di mercato in cui i rischi legati ai più diversi prodotti finanziari sono tra loro tutti correlati, dando origine a processi contagiosi che alimentano una bolla dopo l’altra, dalla bolla internet a quella dei subprime alla bolla dei debiti sovrani. È infatti nella natura stessa dei mercati finanziari il fatto di essere intrinsecamente instabili, soggetti cioè a processi autoreferenziali, tali per cui l’aumento del prezzo di un attivo finanziario non provoca la riduzione della sua domanda, bensì l’opposto, ossia un ulteriore aumento della domanda, facilitato dall’accesso al credito.
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L'euro è salvo. Almeno per qualche giorno
di Vincenzo Comito
Un accordo dell’ultima ora forse salva l’euro, almeno per ora. Ma politici e “tecnici” non sembrano in grado di far uscire il mondo dalla trappola in cui esso è stato spinto
“…anche se questo accordo funziona, …non c’è niente che risolva il problema di competitività che tocca i paesi più deboli dell’eurozona o che offra loro qualcos’altro che molti anni di dura austerità…” H. Stewart. “…questa, nella sostanza, è una crisi delle bilance dei pagamenti…” M. Wolf. “…noi non stiamo salvando i greci o gli italiani… noi stiamo salvando le nostre banche (quelle tedesche), noi stessi e le nostre poltrone… la questione è tutta qui…” F.-W. Steinmeier, leader della Spd tedesca. “...la percezione della minaccia di un disastro non sempre è sufficiente a impedire che esso poi accada…” The Economist, a.
Premessa
Appare ormai possibile, anche se non è certo, dopo le misure prese dal governo Monti, nonché gli accordi del vertice europeo del 9 dicembre, la nuova disponibilità ad ampliare i suoi interventi manifestata inoltre dalla Bce e infine la stessa stanchezza degli operatori, che il sistema dell’euro, almeno per il momento, non vada a pezzi e che la partita sia rimandata per qualche tempo. Certamente, comunque, ha probabilmente ragione Claude Junker quando afferma, appena conclusi i lavori, “…non penso che questo sia l’ultimo vertice per salvare l’euro…”.
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Il destino dell’intellettuale /3
di Rino Genovese
[Le prime due parti dell'intervento di Genovese possono essere lette qui]
Se Marx avesse avuto ragione, se negli ultimi centocinquant’anni ci fosse stata una crescente polarizzazione della società in due campi – da un lato un pugno di capitalisti e, dall’altro, la stragrande maggioranza dei proletari al lavoro nell’industria, o fuori di essa come esercito di riserva –, e se questo processo fosse stato in grado di unificare culture antropologiche e lingue politiche così da precipitare in una rivoluzione mondiale, probabilmente non ci sarebbe mai stata una questione degli intellettuali come l’abbiamo conosciuta nel corso del Novecento. La distinzione tra l’intellettuale disorganico e il funzionario, che ho cercato di mettere a fuoco nelle pagine precedenti (o dovrei dire nelle “puntate”?), non sarebbe mai esistita, perché ci sarebbero stati soltanto intellettuali proletarizzati pronti a unirsi alla rivoluzione socialista. L’intellettuale disorganico, da Baudelaire a Walter Siti, non l’avremmo conosciuto. La sua possibilità, da un punto di vista sociologico generale, è data dall’enorme dilatazione dei ceti medi, dalla terziarizzazione dell’economia, dalla deindustrializzazione favorita dalle sofisticate tecnologie odierne. Quanto più i funzionari di basso, medio e alto livello hanno il sopravvento in organizzazioni di ogni tipo, tanto più un certo numero di privilegiati, o di spostati, può essere o sentirsi disorganico, sradicato, senza patria. Oggi, in clima neoliberale, ci si può indignare dell’inclinazione novecentesca di molti intellettuali per i totalitarismi di segno opposto (in certi casi, anche per ambedue): ma un piccolo borghese timoroso del crollo – sia esso quello del capitalismo o della civiltà occidentale – poteva facilmente credere, fuggendo dalla casa in fiamme, che sotto l’ala di avvolgenti ideologie potesse trovare un riparo.
Mussolini, socialista massimalista e poi inventore del fascismo, è il tipico rappresentante di una piccola borghesia intellettuale radicalizzata prima a sinistra, poi a destra.
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Strati di tempo
di Cristina Corradi
Nel suo ultimo, corposo saggio (Strati di tempo. Karl Marx materialista storico, Jaca Book 2011) Massimiliano Tomba ricostruisce l’itinerario marxiano – dalla dissertazione di dottorato sull’atomismo antico all’Ideologia tedesca, dai Grundrisse al confronto con i populisti russi – utilizzando come filo conduttore la maturazione del “materialismo storico”. L’espressione – ci ricorda l’autore – non è di Marx ma di Engels che la usa, congiuntamente alla dizione “socialismo scientifico”, con intenti divulgativi. Obiettivo del libro non è, tuttavia, la ricostruzione filologica del vero materialismo pratico o materialismo comunista di Marx, da contrapporre ai fraintendimenti del marxismo novecentesco. Esso esplora piuttosto la pluralità di significati del materialismo marxiano per ricavare dai testi una concezione della storia che sovverte quella sedimentata nel marxismo della II e della III Internazionale: una concezione più rispondente alla temporalità specifica del conflitto sociale e più consona alle esigenze di un’autonoma politica di classe.
In Italia il materialismo storico non ha mai goduto di buona fama: dal dibattito di fine Ottocento tra Labriola, Croce, Gentile e Sorel, la tendenza prevalente è stata quella di ridimensionare la concezione materialistica della storia, disconoscendone la portata scientifica, attenuandone il valore metodico o denunciando l’intima contraddittorietà di una teoria che affermi il primato dell’essere sulla coscienza. Nei Quaderni del carcere Gramsci si spinge a sostituire il materialismo storico con una filosofia della prassi che è chiamata a indagare la formazione della soggettività politica di classe.
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«Salva Italia»? Salvabanche
Leonardo Mazzei
L'omino della Trilateral lo ha implorato: lo si deve chiamare «Salva Italia». Ma il suo decreto passerà alla storia più prosaicamente come «Salvabanche». Per uno che è stato messo lì proprio per questo non è poi così disdicevole. Che poi le salvi veramente è tutto da vedere, diciamo che si sta impegnando. Tuttavia è questa la sostanza che va afferrata. Il decreto della domenica sera non salverà né l'Italia, né l'euro, tanto meno le condizioni di vita degli italiani. Di certo non quelle del popolo lavoratore. Cercherà invece di dissetare i vampiri della City e di Wall Street, i sadici banchieri di Francoforte, i quasi coniugi Merkozy. E darà un po' di respiro, non sappiamo per quanto, alle grandi banche del Belpaese, più o meno tutte con l'acqua alla gola, a partire da quella Banca Intesa che ha «prestato» al governo il signor Passera e la signora Fornero. A proposito del famoso conflitto d'interessi tanto evocato, ma oggi dimenticato, dagli antiberlusconiani alla Scalfari...
Da domenica sera anche i più duri di comprendonio dovrebbero avere inteso alcune cosette. Primo, che il governo Monti è il governo più classista ed antipopolare della storia repubblicana. Secondo, che la sbandierata «equità» altro non era che una scadente mercanzia propagandistica ad uso dei gonzi. Terzo, che il massacro sociale iniziato con le manovre d'estate ha compiuto un decisivo salto di qualità. Quarto, che il disastro che si dice di voler evitare è in realtà già iniziato.
La luna di miele del commissario Monti volge già al termine. Le sue carte sono ormai scoperte, ma questo non vuol dire che la stagione degli inganni sia finita. Anzi, il dibattito parlamentare alle porte ce ne offrirà un campionario vasto quanto non appassionante.
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La mistica del Capitalismo
Roberto Esposito
Dalle monete ai brand i nuovi oggetti di culto. Adesso gli studiosi discutono di come sia possibile uscire dal paradigma liturgico Il discorso economico e finanziario, nel corso del tempo, ha assunto toni quasi religiosi. L´analogia funziona anche per i paesi dell´Oriente dove l´accostamento è con il taoismo Il punto è come togliere questa impronta teologica tornando alle pratiche reali
«Nel capitalismo può ravvisarsi una religione, vale a dire, il capitalismo serve essenzialmente alla soddisfazione delle medesime ansie, sofferenze, inquietudini, cui un tempo davano risposta le cosiddette religioni». Queste fulminanti parole di Walter Benjamin – tratte da un frammento del 1921, pubblicato adesso nei suoi Scritti politici, a cura di M. Palma e G. Pedullà per gli Editori Internazionali Riuniti – esprimono la situazione spirituale del nostro tempo meglio di interi trattati di macroeconomia. Il passaggio decisivo che esso segna, rispetto alle note analisi di Weber sull´etica protestante e lo spirito del capitalismo, è che questo non deriva semplicemente da una religione, ma è esso stesso una forma di religione. Con un solo colpo Benjamin sembra lasciarsi alle spalle sia la classica tesi di Marx che l´economia è sempre politica sia quella, negli stessi anni teorizzata da Carl Schmitt, che la politica è la vera erede moderna della teologia. Del resto quel che chiamiamo “credito” non viene dal latino “credo”? Il che spiega il doppio significato, di “creditore” e “fedele”, del termine tedesco Gläubiger. E la “conversione” non riguarda insieme l´ambito della fede e quello della moneta? Ma Benjamin non si ferma qui. Il capitalismo non è una religione come le altre, nel senso che risulta caratterizzato da tre tratti specifici: il primo è che non produce una dogmatica, ma un culto; il secondo che tale culto è permanente, non prevede giorni festivi; e il terzo che, lungi dal salvare o redimere, condanna coloro che lo venerano a una colpa infinita. Se si tiene d´occhio il nesso semantico tra colpa e debito, l´attualità delle parole di Benjamin appare addirittura inquietante. Non soltanto il capitalismo è divenuto la nostra religione secolare, ma, imponendoci il suo culto, ci destina ad un indebitamento senza tregua che finisce per distruggere la nostra vita quotidiana.
Già Lacan aveva identificato in questa potenza autodistruttiva la cifra peculiare del discorso del Capitalista. Ma lo sguardo di Benjamin penetra talmente a fondo nel nostro presente da suscitare una domanda cui la riflessione filosofica contemporanea non può sottrarsi.
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La fabbrica dell’uomo indebitato*
Maurizio Lazzarato
In Europa la lotta di classe, così come è accaduto in altre regioni del mondo, si manifesta e si concentra oggi intorno al debito. La crisi del debito minaccia anche gli Stati Uniti e il mondo anglosassone, paesi dai quali ha avuto origine non solo l’ultimo crollo finanziario, ma anche e soprattutto il neoliberismo. La relazione creditore-debitore, che definisce il rapporto di potere specifico della finanza, intensifica i meccanismi dello sfruttamento e del dominio in maniera trasversale, perché non fa alcuna distinzione tra lavoratori e disoccupati, consumatori e produttori, attivi e inattivi. Tutti sono dei «debitori», colpevoli e responsabili di fronte al capitale, che si manifesta come il Grande Creditore, il Creditore universale. Una delle questioni politiche maggiori del neoliberismo è ancora, come illustra senza ambiguità la «crisi» attuale, quella della proprietà, poiché la relazione creditore-debitore esprime un rapporto di forza tra proprietari (del capitale) e non proprietari (del capitale). Attraverso il debito pubblico, la società intera è indebitata, cosa che non impedisce, ma anzi esaspera «le diseguaglianze», che è tempo di chiamare «differenze di classe».
Le illusioni politiche ed economiche di questi ultimi quarant’anni cadono le une dopo le altre, rendendo ancora più brutali le politiche neoliberiste. La New Economy, la società dell’informazione, il capitalismo cognitivo, sono tutti solubili nell’economia del debito. Nelle democrazie che hanno «trionfato» del comunismo, pochissime persone (qualche funzionario del Fmi, dell’Europa, della Banca centrale europea e qualche politico) decidono per tutti secondo gli interessi di una minoranza.
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Chi c'è, chi non c'è
di Roberta Carlini
Lavoro, pensioni, tasse. La manovra si accanisce contro chi la crisi l'ha già pagata. E la aggrava. Grandi assenti: patrimoni ed evasione fiscale. C'era un'altra strada? Sì.
“La prossima volta che vi diranno che in assenza di tagli alla spesa l'America farà la fine della Grecia, rispondete pure che tagliando la spesa in corso di depressione economica faremo la fine dell'Europa”.. La fine dell'Europa, descritta nelle parole di Paul Krugman, è quella dei medici che uccidono il paziente non perché danno una medicina troppo forte, ma perché hanno sbagliato la diagnosi: pensano che la crisi dipenda da un eccesso di spesa nei paesi indebitati, mentre il problema è che si spende troppo poco nell'insieme dell'Europa. Tagliando e tassando si spenderà ancora di meno, la domanda di beni e servizi scenderà e si aggraverà la recessione: andando avanti così, si uccide l'euro, dice Krugman. Per questo non consiglierebbe mai agli americani di seguire il mantra europeo dell'austerità.
Dall'eurotassa alla neuromanovra
Non la prendiamo alla lontana, ma stiamo proprio nel cuore del problema della manovra economica del governo Monti, se per introdurla ricorriamo alle parole del premio Nobel Paul Krugman. Il primo e irremovibile difetto della manovra da 24 miliardi varata a mercati chiusi dal governo, salutata dalle lacrime della ministra del lavoro la domenica e dai sorrisi delle piazze finanziarie il lunedì, è lì, nel suo stesso obiettivo dichiarato: stringere la cinghia, cioè il bilancio, aiutando in questo l'economia a ruzzolare giù per la sua strada. Manovra pro-ciclica, dicono gli esperti. “Se aumentano l'Iva e la gente compra di meno, quando ci riprendiamo?”, dicono sull'autobus.
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