Fai una donazione
Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________
- Details
- Hits: 2463
Immigrati, mercato del lavoro e ricomposizione di classe
di Domenico Moro
Negli ultimi anni l’immigrazione è stata utilizzata dai partiti di destra che hanno fatto della xenofobia il cavallo di battaglia della loro propaganda elettorale. Ciò non è avvenuto solo in Italia, sebbene Salvini e la Lega abbiano conquistato una notevole visibilità a livello nazionale ed europeo. I risultati elettorali dell’uso della xenofobia da parte della destra sono sotto i nostri occhi in tutta Europa, dalla Francia alla Germania, Paese dove si sono recentemente verificati anche fatti di violenza contro politici favorevoli all’immigrazione, come nel caso dell’assassinio di Walter Lübcke.
Quello dell’immigrazione, essendo un tema “caldo” dal punto di vista politico, è stato spesso approcciato in termini poco oggettivi. Si è fatto poco ricorso ai numeri e all’analisi economica per analizzare il fenomeno o lo si è fatto in modo strumentale per sostenere questa o quell’altra posizione. La sinistra liberale ha affrontato l’immigrazione in modo contraddittorio e alterno. Il Pd, ad esempio, si è mosso o in contrapposizione alla destra in termini “umanitari”, limitando, però, tale umanitarismo alla garanzia dell’ingresso in Italia senza estenderlo coerentemente alle dure condizioni di accoglienza e di impiego della forza lavoro straniera, oppure si è di fatto impegnato su di un programma di respingimenti, come ha fatto con Minniti.
Quanto si muove a sinistra del Pd sembra in alcuni casi limitarsi a un approccio no borders, senza curarsi di come affrontare le ricadute dei flussi migratori a livello popolare. L’arrivo di flussi di decine di migliaia di persone dall’estero bisognose di alloggio, di assistenza sanitaria e soprattutto di lavoro pone dei problemi importanti, specie in un periodo di crisi, di calo del tasso di occupazione e di contrazione degli investimenti pubblici e del welfare imposta dalla Ue. In un quadro del genere, non c’è da meravigliarsi della facilità con cui è stata alimentata, in modo certamente interessato, la guerra fra poveri.
- Details
- Hits: 2537
Paul Sweezy, “La teoria dello sviluppo capitalistico”
di Alessandro Visalli
Il libro di Paul Sweezy è una esposizione elementare della teoria marxiana edita per la prima volta nel 1942 e che qui si legge nella edizione introdotta da Claudio Napoleoni per la Boringheri (la prima edizione era di Einaudi) che omette solo la parte sull’imperialismo. Del resto, come bene dice Napoleoni, sul tema del capitalismo monopolistico e dell’imperialismo l’autore, con Paul Baran, tornerà durante tutti gli anni cinquanta e sessanta.
Il testo curato da Napoleoni include anche numerosi contributi successivi alla “teoria del valore” ed in particolare ad uno dei punti sui quali Sweezy si sofferma di più: il problema della trasformazione in prezzi del valore-lavoro incorporato nelle merci (ma da “realizzare” nella circolazione). In merito sono presenti i contributi di Dobb, Winterniz, Seton e Meek. L’economista italiano nel suo commento valorizza lo schema proposto da Sraffa, per il quale è necessario, al fine di impostare la trasformazione, conoscere anche il modo in cui ogni merce include i diversi input di lavoro (esempio per l’intervento delle macchine, o dell’istruzione dei lavoratori) e la loro relativa distribuzione nel tempo al quale sono stati rilasciati, uno per uno. Resta il fatto che mentre all’origine di ogni produzione c’è sempre il lavoro (tutto dipende dal lavoro dell’uomo sulla natura), per il marxismo questo si annulla, viene sussunto, in un altro da sé, costituendo il ‘capitale’ che è ciò in cui si trasferisce la forza produttiva. Ne deriva che ciò che è in realtà produttivo non è il lavoro, ma il capitale.
Il secondo tema messo in evidenza da Napoleoni nel testo è il trattamento delle crisi produttive, sul quale sono descritte (e rigettate) le critiche di Bohm-Bowerk e Pareto, ma anche di Lange e Samuelson. Sweezy farebbe, in tal caso, una distinzione troppo netta tra tre generi di crisi presenti nel testo marxiano: “crisi da caduta del saggio di profitto”, crisi da “sproporzioni” e crisi da “sottoconsumo”.
- Details
- Hits: 3049
Crisi e rivoluzioni della teoria e della politica economica
Introduzione*
di Mauro Gallegati
Questo numero speciale di Moneta e Credito ( N. 287 Settembre 2019, Crisi e rivoluzioni della teoria e della politica economica: un simposio, a cura di Emiliano Brancaccio e Fabiana De Cristofaro) raccoglie gli atti di un simposio ispirato da un dialogo tra Olivier Blanchard e Emiliano Brancaccio sulle crisi e le possibili future “rivoluzioni” della teoria e della politica economica. Il simposio evidenzia le potenzialità di una rinnovata comunicazione tra paradigmi concorrenti e di una critica costruttiva all’approccio oggi dominante ai fini di un rinnovato progresso della conoscenza in campo economico.
Questo numero di Moneta e Credito pubblica gli atti inerenti al dibattito “There is (no) alternative: pensare un’alternativa”, con Olivier Blanchard ed Emiliano Brancaccio, tenutosi a Milano il 19 dicembre 2018 e organizzato dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli (Blanchard e Brancaccio, 2019). Già capo economista del Fondo Monetario Internazionale negli anni della crisi e tra i massimi esponenti dell’approccio prevalente di teoria e politica economica, Blanchard ha mostrato una crescente disponibilità a rivedere alcuni capisaldi dell’impostazione mainstream. Negli ultimi anni egli ha pure riconosciuto la possibilità di trarre ispirazione da linee di ricerca eretiche, come quelle di Minsky, Kaldor e altri. La sua partecipazione all’iniziativa di Milano si inscrive in questo percorso. Nell’occasione Blanchard si è confrontato con Emiliano Brancaccio, esponente delle scuole di pensiero economico critico nonché autore dell’Anti-Blanchard, un testo di macroeconomia comparata che in questi anni ha suscitato un interesse diffuso non solo tra gli studiosi eterodossi ma anche nelle file del mainstream accademico (Brancaccio, 2017; Brancaccio e Califano, 2018).
Nel 1997 Blanchard pubblicava Macroeconomics, un manuale destinato a diventare di straordinario successo, che egli presentava così: “My hope is that, as a result, readers of this book will see macroeconomics as a coherent whole, not as a collection of models drawn from a hat” (Blanchard, 1997). Da allora il suo manuale rappresenta la versione più avanzata della nuova sintesi neoclassica (Blanchard, 2016). Come nella migliore tradizione didattica statunitense, si concentra sul “nucleo” della macroeconomia contemporanea e dà allo studente l’impressione che la teoria economica segua un sentiero unico e progressivo. Dei dibattiti e dei differenti approcci non c’è traccia. Sembra la conferma del detto di Maffeo Pantaleoni secondo cui in economia esistono solo due scuole: chi la conosce e gli altri.
- Details
- Hits: 1936
Ordo-liberalismo e ordo-macchinismo
L’eclissi della democrazia e della giustizia sociale
di Lelio Demichelis
La democrazia è in crisi. Nuovamente e pesantemente.
Se per Gramsci le forze che avevano sconfitto la classe operaia erano state il fascismo e l’americanismo – «due volti, in sostanza, del capitalismo»[i] – oggi la sconfitta (di nuovo) della classe operaia, del concetto di giustizia sociale e della democrazia politica e sociale/economica è effetto diretto – questa la tesi che qui riprendiamo e approfondiamo – della filosofia neoliberale e delle tecnologie di rete[ii] (a loro volta ultima forma della tecnica come sistema), ma ambedue (tecnica e neoliberalismo) sempre le due facce, ma non del solo capitalismo bensì del tecno-capitalismo. La seconda metà del ‘900 è stato il tempo, da una parte di una crescente anche se timida e faticosa ricerca di una democrazia economica e sociale che integrasse e rendesse effettiva (essendo i diritti sociali la premessa per i diritti politici e civili) quella politica; e, dall’altro di una democratizzazione dell’impresa capitalistica (e quest’anno celebriamo i 50 anni dell’Autunno caldo, il prossimo sarà mezzo secolo dallo Statuto dei lavoratori, massima realizzazione e formalizzazione giuridica in Italia della democrazia oltre i cancelli delle fabbriche). Ma il neoliberalismo e le tecnologie di rete degli ultimi trent’anni hanno smantellato progressivamente quei concetti e quelle buone pratiche.
Il neoliberalismo (inteso qui come sommatoria di neoliberismo austro-statunitense e ordoliberalismo tedesco) si proponeva infatti di liberare l’impresa dai lacci e lacciuoli (diceva Guido Carli) della democrazia, del politico e del sociale; di potenziare l’individuo alla sua massima prestazione/produttività/egoismo-egotismo-narcisismo isolandolo dagli altri; e di annullare il vecchio contratto sociale moderno de-strutturando/suddividendo la società (soprattutto la società civile, i corpi intermedi, i sindacati) per sostituirla con mercato e competizione tra uomini.
- Details
- Hits: 6336
Cronaca di una crisi annunciata
di Alberto Bagnai
Pur essendo il primo partito della coalizione uscita vincente dalle elezioni politiche del 4 marzo 2018, la Lega non ha ricevuto l'incarico di tentare di formare un Governo. Questo diniego, indipendentemente dalle sue motivazioni e dal loro fondamento, ha dato luogo alla crisi più lunga nella storia della Repubblica: 88 giorni. Durante tutta questa crisi la Lega ha mantenuto un profilo costruttivo e leale, rinunciando a propri candidati alla presidenza delle Camere e attendendo un via libera dagli alleati di coalizione prima di intavolare discussioni con il M5S, uscito come maggiore singolo partito dalle elezioni. Queste discussioni hanno riguardato contenuti programmatici, non nomi, e sono durate quasi un mese, approdando a un documento formale, il Contratto per il Governo del cambiamento, sottoposto all'approvazione delle rispettive basi elettorali.
È stato accettato un Presidente del Consiglio, presentatosi come "avvocato difensore del popolo italiano", che avrebbe dovuto essere di garanzia e mediazione fra i due partiti della maggioranza (e che certamente offriva sufficienti garanzie all'establishment), ed è stata inoltre recepita la raccomandazione del Presidente della Repubblica di avere un Ministro dell'economia che non desse "un messaggio immediato di allarme per gli operatori economici e finanziari". Pertanto il Ministro dell'Economia e delle Finanze che, stando agli accordi avrebbe dovuto essere proposto dalla Lega, è finito per essere un "tecnico" senza mandato elettorale. Credo di essere l'unico parlamentare che lo conoscesse.
Va osservato che nel suo intervento del 27 maggio il Presidente della Repubblica dichiarava di aver nutrito "perplessità sulla circostanza che un governo politico fosse guidato da un presidente non eletto in Parlamento" e di averle poi superate. Si parva licet, perplessità simili potevano essere nutrite anche per un ministro di peso come quello dell'Economia e delle Finanze.
- Details
- Hits: 2659
Una difesa degli studi classici
di Paolo Di Remigio
Che agli alunni sfugga la natura della difficoltà della versione mi appare evidente: appena consegnato il testo da tradurre, i candidati si precipitano a cercare i significati delle parole sul vocabolario. I risultati sono univoci: per la maggior parte le versioni consistono in una assurda sequenza di frasi quasi tutte senza senso. Lo studio delle lingue classiche finisce per suggerire agli studenti che la frase sgrammaticata e informe, il discorso insensato e privo di contenuto siano espressioni linguistiche accettabili. Per noi il periodo complesso, la ricchezza lessicale, l’etimologia e il senso storico sono i vantaggi più evidenti dello studio delle lingue classiche. Anche nel mondo tedesco a cavallo tra Settecento e Ottocento sembrava che la cultura moderna dovesse rendersi autonoma e che lo studio delle opere antiche si perdesse in un’erudizione oziosa. A questa contestazione Hegel replicava innanzitutto dal lato del contenuto. A chi sosteneva che l’attività didattica si può esercitare su qualunque materia, Hegel rispondeva che l’esercizio non è indifferente alla materia: solo un contenuto valido e significativo corrobora la mente, le procura contegno, saggezza, presenza di spirito, senza le quali essa non acquisisce la versatilità. “Chi non ha conosciuto le opere degli antichi ha vissuto senza conoscere la bellezza”. Il nutrimento offerto dalle opere antiche non è però soltanto nel loro contenuto; non meno importante è la forma in cui è realizzato. Il rigoroso studio grammaticale delle lingue classiche si raccomanda così – questa la conclusione di Hegel – come uno dei mezzi didattici più nobili e universali. Se la didattica gentiliana era guastata da intenzioni classiste; l’attuale scuola pubblica non fa meglio sotto il profilo sociale: disprezzando gli obiettivi didattici, essa mantiene ignorante chi la frequenta.
- Details
- Hits: 2294
L’involuzione della Sinistra dalla scienza al mito
di Norberto Fragiacomo
Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Esaurita in apparenza[1] la sua spinta propulsiva, la sinistra sedicente marxista si crogiola oggigiorno alla luce di una costellazione di miti/feticci che, interpretabili come coperte di Linus, segnalano anzitutto l’inaridirsi del metodo dialettico che Marx trasmise in eredità ai suoi successori.
Scrivendo, in una celebre lettera a Lafargue, “Quel che so per certo è che io non sono marxista” Carlo Marx intendeva sottolineare – assieme al suo ripudio del dogmatismo – l’esigenza che la ricerca andasse avanti in ogni direzione e che lo strumento dialettico da lui forgiato venisse rettamente adoperato nella prassi, senza caricarsi di indebiti contenuti religiosi e/o metafisici. Colpisce che l’ammonimento sia stato lanciato in un’epoca di dinamica diffusione del verbo socialista, non sorprende invece che in un periodo di ripiegamento qual è l’attuale la tentazione di rifugiarsi in un rasserenante marxismo da beghine sia presente, prima ancora che in singoli compagni spaesati, in intere formazioni politiche – e ne detti la linea.
Sebbene la pretesa marxiana di creare una società giusta ed egualitaria “definitiva” sia figlia di un’educazione giudaico-cristiana (d’altra parte la formula “Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza” valeva anche per chi l’ha enunciata…), egli si sarebbe opposto con vigore all’emergere di un perbenismo di sinistra che, osservato da vicino, assomiglia fin troppo a un catechismo dei buoni sentimenti. Polemico e all’occorrenza “spietato”, ma sempre problematico, il filosofo di Treviri ci ha offerto un’infinità di spunti e generalizzazioni che vanno prese per quello che sono, non elevate a regole che non ammettono eccezioni (pena immediate scomuniche, da parte loro tutt’altro che “buoniste”).
E’ da un pezzo però che, smarrita la rotta, la sinistra va alla deriva, e non sapendo più che farsene delle mappe se le incornicia e le trasforma nell’identità fittizia di cui abbisogna per occupare il tempo che la separa dall’ormai prossimo naufragio sulle scogliere del reale.
- Details
- Hits: 2422
L’economia italiana ai tempi del sovranismo: una nota
di Guglielmo Forges Davanzati[1]
Questa nota si propone di (i) dar conto di alcune fallacie delle teorie sovraniste (ovvero del complesso di elaborazioni teoriche che imputano la crisi economica italiana all’adozione dell’euro e che invocano il ritorno alla valuta nazionale); (ii) evidenziare come, sebbene spesso implicitamente e forse inconsapevolmente, queste teorie siano funzionali a un progetto di secessione del Paese, da attuare mediante il trasferimento di risorse e di competenze legislative ad alcune Regioni del Nord. In quanto segue, per ragioni di spazio, non si farà distinzione fra le versioni ‘di sinistra’ e di ‘destra’ del sovranismo: data la prevalenza, in questa fase storica, della seconda versione, l’argomentazione che segue è sostanzialmente riferita a questa.
- Alcuni argomenti contro il sovranismo economico
Un argomento caro ai sovranisti italiani – ovvero a coloro che propongono il recupero della sovranità nazionale anche mediante l’abbandono unilaterale da parte dell’Italia dell’euro – riguarda il fatto che l’unificazione monetaria europea avrebbe determinato un’ondata di acquisizioni di imprese italiane da parte di imprese di altri Paesi europei.
Non vi è dubbio che questo si è verificato, ma non vi è dubbio che ciò si è verificato non per l’adesione dell’Italia al progetto di unificazione europeo, ma per effetto della lunga recessione della nostra economia (a iniziare dai primi anni novanta) e della conseguente perdita di potere politico del nostro Paese. Ciò fondamentalmente a ragione del fatto che – essendo l’Unione monetaria europea un’unione formale di Paesi in concorrenza fra loro – sono i Paesi con i sistemi produttivi più competitivi ad avere maggiore potere politico.
Fin quando l’Unione europea rimarrà tale, è alquanto ingenuo criticarla sul piano delle asimmetrie nel rispetto delle regole, giacché una siffatta critica confonde la dimensione del potere con la dimensione morale: è palese, infatti, che in generale, e ancor più in un assetto conflittuale, le regole risentono dei rapporti di forza e il modo in cui sono costruite e il modo in cui vengono o meno rispettate lo stabilisce il Paese (o il gruppo di Paesi) con maggiore potere politico.
- Details
- Hits: 1633
Globalizzazione della chiacchiera
di Salvatore Bravo
Siamo nella rete della globalizzazione della chiacchiera, ma abbiamo l'illusione di essere liberi. La chiacchiera, che è alla portata di tutti, non solo esime dal compito di una comprensione genuina, ma diffonde una comprensione indifferente, pewr la quale non esiste èiù nulla d'incerto
L’impero della chiacchera
La globalizzazione neoliberista non si può ridurre a mera espansione geografica, ad avanzamento bellicoso dell’occidentalizzazione anglosassone. La sua espansione imperiale avviene nell’invisibile, nella mente: le coscienze sono coartate dalla struttura economica, sono curvate all’avanzamento della globalizzazione neoliberista. Il capitalismo attuale è stato definito immateriale, non solo per l’uso del digitale e degli algoritmi, ma anche per il potere di incantare che ha assunto, di suscitare illimitati desideri.
Heidegger, in Essere e Tempo, ha ben interpretato il significato profondo dell’espressione modo di produzione capitalistico, il quale si connota per un movimento anonimo ed autonomo che ingloba le coscienze, le rende irrilevanti (Man). L’ambizione del modo di produzione capitalistico è svilupparsi, in modo meccanico, attraverso le coscienze sussunte all’impianto capitalistico (Gestel). Non a caso il linguaggio comune non solo ha adottato la lingua del vincitore, l’inglese commerciale, ma specialmente sostituisce il concetto (Begriff) con la chiacchiera (Gerede) o con la gestualità seduttiva.
La chiacchiera si diffonde nel discorso come nella scrittura, il nichilismo pervade il quotidiano nella forma della passività che la chiacchiera comporta. L’attività è nella scelta dell’offerta mercantile, sempre più individualizzata. Consumatori attenti ai propri desideri scrutano i prodotti, alla ricerca della merce a loro misura, l’incantatore sibila: «Ce n’è per tutti i gusti». L’individualizzazione estrema depoliticizza, per cui il pubblico è valutato in relazione ai bisogni del cliente-consumatore.
La chiacchiera è orientata al privato, il pubblico è solo un mezzo per esaudire narcisismi illimitati. Heidegger nel paragrafo trentacinque di Essere e Tempo, così descrive l’impero della chiacchiera:
- Details
- Hits: 3007
“Il tempo delle cavallette”
di Elisabetta Teghil
Le telefonate sono tutte registrate, questo indipendentemente dal fatto che ci sia un’indagine in corso e sono archiviate e vengono tirate fuori quando servono. E’ un dato che caratterizza la nostra società. Le telecamere di sorveglianza sono invasive oltre ogni misura, le motivazioni sono sempre nobili e passano attraverso gli utili idioti che dicono che tanto se non c’è niente da nascondere non si ha nulla da temere. Le prossime mosse saranno l’installazione in tutti gli ambienti pubblici e perché no anche nei condomini e perché no perfino nelle case. L’alibi sarà che la maggior parte delle violenze avvengono in famiglia. Come del resto l’invasivo controllo della velocità su strade e autostrade che serve a far fare cassa ai Comuni ma la motivazione nobile è la nostra sicurezza.
Viviamo, e lo sarà sempre di più, in un controllo serrato ventiquattro ore su ventiquattro in ogni momento della nostra vita. Le cimici ambientali sono diffuse e non solo e non soltanto per un’indagine magari con l’autorizzazione della magistratura ma anche negli spazi e nei locali pubblici. E il motivo vero è sempre e soprattutto il controllo dell’antagonismo e del dissenso in una situazione in cui le forze di polizia in tutte le loro articolazioni si sono affrancate dalla direzione politica e conducono una vita propria e si muovono a tutela delle corporazioni di cui fanno parte.
Indipendenza delle istituzioni poliziesche che non sono più in rapporto gerarchico con quelle politiche e che, ferma restando l’autonomia della gestione degli affari di propria competenza, continuano a lavorare in maniera subalterna agli Stati Uniti e, fatto nuovo, anche a Israele. I poteri forti utilizzano e strumentalizzano ogni possibile manifestazione di dissenso a partire dalla forma più compiuta di lotta di classe che c’è stata in Italia negli anni ’70 e ’80 cioè il fenomeno della lotta armata che non viene raccontata per quello che è ma viene attribuita ai servizi stranieri.
- Details
- Hits: 2114
Contro la felicità
Intervista di David Broder a Edgar Cabanas e Eva Illouz
Un mondo che vuole mantenere lo status quo cerca di imporci la felicità come supremo dovere individuale, forse per paura di cosa potrebbe fare una società che accettasse di essere arrabbiata. Jacobin Mag intervista Edgar Cabanas ed Eva Illouz, autori di un saggio che critica il pervasivo movimento ideologico noto da vent’anni come “psicologia positiva” ed “economia della felicità”: ammantato di pretese scientifiche, è il solito vecchio puntello culturale al pensiero unico neo-liberale, che vuole convincerci di essere tutti imprenditori di noi stessi. Ma se la felicità diventa un opprimente dovere da perseguire individualmente, le implicazioni di questo sono profonde quanto già note: i grandi cambiamenti socioeconomici non sono possibili e comunque non servono, mentre i sentimenti negativi (paura, rabbia) vengono denigrati prima e poi criminalizzati
La felicità suona come una bella cosa. Non per nulla c’è un sacco di gente nel mondo che è pronta a vendercela. C’è un’industria con un giro di 12 miliardi di dollari all’anno che produce libri di auto-aiuto, conferenze, materiale audiovisivo, tutta roba che ci spiega quali sono i piccoli cambiamenti che tutti noi possiamo fare per raggiungere questa elusiva esistenza felice: dal visualizzare i nostri successi futuri al perdere peso o riordinare la nostra stanza.
Fino dalla fine degli anni ’90 questa industria è sostenuta da un bastione di scientificità, ovvero dalla “psicologia positiva”, promossa dall’ex presidente della American Psychological Association, Martin Seligman. La sua idea di “ottimismo appreso”, assieme a concetti come la “mindfulness”, è diventata parte delle idee che il buon senso ci suggerisce per migliorare la nostra esistenza.
Alcuni di questi discorsi sembrano voler creare un “culto”, e assomigliano piuttosto a invocazioni a digerire una realtà della quale siamo scontenti. Viene suggerito che i nostri problemi siano tutti nelle nostre teste, così come il sentiero per trasformarci in persone migliori. Non sorprende che tutto questo venga usato nei posti di lavoro per farci restare belli sorridenti mentre facciamo quello che ci dicono di fare.
- Details
- Hits: 1606
Quelli che... "La Repubblica parlamentare" e l'inarrestabile frattura democratica
di Francesco Maimone
“… (terzo) aspetto essenziale di questo concetto di sovranità è il problema della partecipazione permanente. Il popolo è composto da tutti i cittadini e se la decisione sovrana deve intervenire con il concorso di tutti i cittadini, è necessario che tutti i cittadini abbiano possibilità di partecipare non saltuariamente ma continuamente al governo della cosa pubblica… In un ordinamento democratico ci dev’essere corrispondenza continua fra la volontà degli elettori e quella degli eletti… il nostro ordinamento conosce alcuni meccanismi volti a questo scopo, e precisamente:… d) lo scioglimento anticipato delle Camere da parte del Presidente della Repubblica che dovrebbe essere pronunciato quando fosse constatata un’aperta frattura fra Parlamento e Paese…”.
[L. BASSO, Per uno sviluppo democratico nell’ordinamento costituzionale italiano, in Studi per il ventesimo anniversario dell’Assemblea Costituente, IV, Aspetti del sistema costituzionale, Firenze, Vallecchi, 1969, 10-36]
1. Nelle stesse ore in cui mi accingo a confezionare questo intervento, si sta consumando - a mio sommesso avviso – l’ennesima violazione sostanziale del dettato costituzionale che non è escluso venga portata a termine in modo repentino. Ed infatti, la crisi di governo agostana, che ha condotto alle dimissioni del Presidente del Consiglio, ha innescato il conferimento di un nuovo incarico nonché le frenetiche consultazioni del Colle all’esito delle quali dovrebbe essere sancito lo sciagurato amplesso tra forze politiche accomunate dalla devozione indefessa verso L€uropa, senza che ciò suoni in alcun modo sorprendente (in particolare per i malcelati apritori di scatole di tonno rivelatisi appartenenti a pieno titolo al partito del PUD€). Posticcio “Fogno di una nott€ di m€zza estat€” in salsa italica (scelga il lettore a chi attribuire, tra gli esponenti politici di spicco protagonisti del probabile sodalizio, il ruolo di Ermia e quello di Lisandro).
2. Ci si chiede, tuttavia,se la tragicomica vicenda istituzionale, alla quale per l’ennesima volta è costretto ad assistere il Sovrano buggerato, trovi legittimazione nella nostra Carta Costituzionale, ciò soprattutto (ma non solo) alla luce degli avvenimenti che hanno scandito la vita politica repubblicana quantomeno negli ultimi tre anni.
- Details
- Hits: 4026
Che cos’è questa crisi?
di Carlo Galli
I poteri mondialisti ed europeisti erano usciti parecchio ammaccati dalle elezioni del 2018, in cui aveva prevalso la ribellione popolare contro il paradigma economico vigente e contro le sue conseguenze politiche e sociali – la precarizzazione e l’indebolimento del lavoro e della funzione pubblica come risultato del vincolo monetario esterno hanno generato l’ormai ben noto momento Polanyi –. Privato del suo partito di riferimento, il Pd, clamorosamente sconfitto, l’establishment non era tuttavia rimasto privo di risorse e poteva contare su alcuni ministri, graditi anche al capo dello Stato. E su di un’incessante lavoro più o meno sotterraneo a vari livelli, interni ed europei, per imbrigliare l’azione non ortodossa del governo. Sottoposto a critiche giuridiche e morali sulla questione dei migranti e sfidato sul versante economico dalla Commissione che ha minacciato una procedura per deficit eccessivo, il partito più numeroso ma anche più debole, il M5S, ha fatto proprie le ragioni dell’establishment e ha impedito di fatto l’autonomia regionale rafforzata – forse non carissima a Salvini, cui tocca l’arduo compito di gestire una Lega proiettata oltre se stessa, cioè fortissima anche al Sud, e costretta quindi a una complexio, per cui non è culturalmente attrezzata, tra pulsioni anti-sistema e richieste del Nord liberista, embedded nell’economia tedesca –. E ha preventivamente bocciato la flat tax, questa sì di significato strategico per la Lega, in diretta opposizione all’impianto ordoliberista dell’eurozona, accettando dalla Commissione serie ipoteche sulla nostra libertà di manovra in sede di legge finanziaria. È quindi pura propaganda la tesi di Zingaretti che Salvini scappasse dalla finanziaria. Al contrario, la voleva fare senza condizionamenti, anche in extra-deficit (per non aumentare l’IVA).
Per reagire a questa situazione (e alle minacce trasversali di cui era fatto oggetto: il caso Savoini) e non solo per capitalizzare il consenso delle europee (finalità che certo sarebbe ridicolo negare), Salvini ormai accerchiato ha mandato in crisi il governo, fidando anche nell’interesse di Zingaretti a seguirlo sulla strada delle elezioni anticipate: con queste il segretario Pd avrebbe potuto sbarazzarsi dei renziani, che ora sono il sessanta per cento dei gruppi parlamentari.
- Details
- Hits: 3067
Siamo vicini al collasso?
di Marino Badiale
Sono ormai in molti a sostenere che l’attuale organizzazione economica e sociale è destinata a finire, in maniera più o meno traumatica, nell’arco di qualche decennio. In Francia si parla, forse con un po’ di ironia, di “collapsologie” come di una nuova disciplina scientifica che studia appunto il collasso prossimo dell’attuale organizzazione sociale [1,2,3]. Intendo qui provare a riassumere i termini fondamentali della questione. Cercherò di sostenere che in effetti vi sono argomenti ragionevoli a favore della tesi del collasso prossimo. Questo ovviamente non implica che si possano fissare dei limiti temporali precisi, né che si possano fare ipotesi ragionevoli su quale potrà essere la nuova forma di organizzazione sociale che sostituirà l’attuale.
La tesi fondamentale che intendo esporre è che il collasso prossimo venturo deriverà dal concorrere di cause diverse, sarà cioè il risultato del confluire di diversi processi di crisi. Stiamo cioè entrando in una fase storica nella quale meccanismi di diverso tipo porteranno a problemi sempre maggiori nella riproduzione dell’attuale ordinamento sociale. Nessuno di tali problemi probabilmente sarebbe in sé tale da causare una crisi irreversibile, ma mi sembra ragionevole pensare che sarà proprio la loro contemporaneità a innescare il collasso.
Le crisi fondamentali che stanno confluendo assieme possono essere schematizzate sotto tre grandi etichette: crisi economica, crisi egemonica, crisi ecologica.
Esaminiamole in quest’ordine.
La crisi economica scoppiata nei paesi occidentali nel 2007/08 presenta caratteristiche che hanno spinto alcuni economisti a introdurre (o reintrodurre) il concetto di “stagnazione secolare” [4,5]. È certo vero che la fase più acuta della crisi è stata superata, e che alcuni paesi hanno ritrovato tassi di crescita economica sostenuti.
- Details
- Hits: 1757
Paul Baran, “Saggi marxisti”
di Alessandro Visalli
Paul Alexander Baran è stato uno dei più rilevanti economisti marxisti del novecento, nato in Ucraina nel 1909, da genitore socialista e menscevico, e morto in California nel 1964, negli ultimi tredici anni della sua vita fu l’unico docente ordinario marxista dell’accademia americana. Nel suo primo libro di grandissima rilevanza, de “Il surplus economico e la teoria marxista dello sviluppo”, viene formulata da “teoria della dipendenza” che identifica nell’arretratezza del terzo mondo il sostegno decisivo ai processi di accumulazione nei paesi industrializzati, superando la loro tendenza intrinseca alla stagnazione. Del resto questa tesi si connette sia con la ricostruzione della teoria marxista proposta da Paul Sweezy un decennio prima, sia con la sistemazione della teoria del capitalismo monopolistico. La permanente tendenza alla stagnazione è combattuta appunto con l’estrazione di risorse dai paesi tenuti in stato semi-coloniale: tesi che sarà sistemata nel suo libro del 1966 (postumo) con lo stesso Sweezy “Il capitale monopolistico”.
La sua formazione avviene in Europa, a Berlino, Francoforte sul Meno dove incontra Rudolf Hilferding e Parigi; quindi nel 1939 si trasferisce negli Stati Uniti e continua gli studi ad Harvard dove acquisisce il master in economia. Fa anche un’esperienza come ricercatore alla Federal Reserch bank di New York. Dal 1949 collabora alla rivista Montly Review, dalla quale sono tratti i presenti saggi, che coprono praticamente l’intero arco della sua produzione. Durante questi studi Baran si reca a Cuba, nel 1960, a Mosca, in Iran ed in Jugoslavia.
La raccolta dei saggi pubblicati nel 1976 nella collana viola dell’Einaudi, e tratti da Montly Review durante un giro decisivo degli anni cinquanta e sessanta, comprende il saggio “Sulla natura del marxismo”, del 1958, poco dopo la pubblicazione del suo primo capolavoro, e l’anno dopo quello “Riflessioni sul sottoconsumo”. Ma prima del capolavoro del 1957 si trovano “Meglio meno ma meglio”, del 1950, sull’avvio della guerra fredda ed il suo significato, e “Progresso economico e surplus economico”, del 1953, come “Riflessioni sulla programmazione e lo sviluppo economico in India”, del 1956.
- Details
- Hits: 2921
Il partito di Mattarella all’incasso
di Raffaele Sciortino
Se vogliamo andare oltre gli aspetti psicopatologici della situazione politica italica, è utile fare due considerazioni generali.
Primo. Già in occasione del varo del governo gialloverde pesante era stata l’ipoteca richiesta da Mattarella sia in tema di dicastero dell’economia sia più in generale a garanzia dell’affidabilità italiana nei confronti dei mercati e della UE. In questo annetto si è poi visto che anche il premier, un oscuro paglietta dallo sguardo sornione, era della cerchia del pdr, se non da subito sicuramente lo è diventato, nello stile trasformista tipico del suo ceto (e da sincero adepto di Padre Pio). L’obiettivo era chiarissimo: controllare, ostacolare, imbalsamare, svuotare i due partiti populisti per distruggere quanto di pericolosamente sociale e anti-establishment c’era nel consenso elettorale raccolto, per poi al momento giusto…
Se è così, nello show agostano - dietro i movimenti confusi delle comparse messi in risalto dalle cronache bulimiche dei media buone solo a rim(bambin)ire la gente - il protagonista principale è stato il partito di Mattarella: lo Stato profondo con le sue tecnocrazie ministeriali, Bankitalia, la magistratura, i corpi armati, gli incroci trasversali con la Chiesa, i media e il partito del Pil, probabilmente anche con una parte delle reti di potere meridionali spaventate dal progetto di regionalismo spinto della Lega. Tutti uniti a evitare un secondo round di scontro con la Ue sulla prossima legge di bilancio, uno scontro cui preferiscono uno sconto in cambio degli scalpi politici da offrire a Bruxelles.
Secondo. La crisi italica va provincializzata, collocandola sull’orizzonte europeo. Qui assistiamo ad una vera e propria crisi di governabilità dei sistemi politici di stati cruciali: dal Brexit - con il tragicomico mix di colpi di mano dei conservatori, immobilismo dei laboristi, spinte secessioniste scozzesi - alla Spagna priva da un pezzo di governi centrali stabili e a rischio secessionismo dei ricchi catalano, alla Francia scossa dal più importante scontro sociale di classe, in Occidente, dallo scoppio della crisi globale.
- Details
- Hits: 1595
Imprevisto in M.O.: vincono Siria, Iraq, Yemen. E anche l'Iran sta meglio
Il papa e gli altri corrono ai ripari, la Russia tra un colpo al cerchio e uno alla botte
di Fulvio Grimaldi
Jorge Mario Bergoglio, oggi Francesco, ha inviato un appello-protesta. A Trump? A Mohamed bin Salman? A Netaniahu? A Erdogan? No, a Bashar el Assad
Siria, ce ne fossero
Da otto anni la Siria, Stato libero, laico, di impronta socialista, multinazionale e multiconfessionale, baluardo arabo della decolonizzazione, della resistenza alle aggressioni e ai complotti da vicino e lontano, del sostegno alla lotta di liberazione dei palestinesi e dei popoli arabi, della solidarietà ai paesi che si oppongono all’imperialismo, è sotto attacco da parte di una coalizione internazionale che vanta il più grande potere militare, economico e finanziario del mondo. Da otto anni, con l’appoggio dell’Iran e di Hezbollah e quello prezioso, ma piuttosto selettivo, della Russia, il popolo siriano subisce il terrorismo di bande di mercenari jihadisti reclutate, istruite, armate e pagate da Usa, Nato, Israele, monarchie del Golfo, Turchia e la devastazione umana e materiale di bombardamenti Usa, Nato e israeliani, contro i quali non dispone di quelle difese che la Russia avrebbe potuto e dovuto fornirle, come le ha fornite alla Turchia, all’India che martirizza il Kashmir e ad altri paesi.
Da otto anni, incredibilmente, il popolo, l’esercito, le forze popolari siriane stanno sostenendo questa aggressione di potenze infinitamente superiori, a costo di inenarrabili sacrifici, perdite, sofferenze, dando al mondo degli oppressi, aggrediti, offesi e sfruttati un esempio di eroismo e una prospettiva di vittoria. Già per questo può vantare vittoria contro un vero e proprio asse del male. Vittoria alla quale ora non manca che la liberazione degli ultimi territori invasi e occupati dal nemico: la provincia di Idlib, santuario del terrorismo internazionale espulso dal resto della Siria, protetto dall’esercito e dalle armi di Erdogan, e il Nord-Est, un terzo del territorio nazionale, in Occidente chiamato Rojava.
- Details
- Hits: 2985
Tra Salvini e Open society: il futuro dell’anticapitalismo nell’inverno della sinistra
di Militant
Unione europea, questione nazionale e migranti hanno scavato l’ennesimo solco nella sinistra radicale. Eppure questo decennio di contrapposizione (esclusivamente) intellettuale lascia dietro di sé macerie su cui costruire ben poco. Non saremo forse di fronte a false flags su cui ci accaniamo in assenza di lotte di classe dal basso? Favorito dalla chiacchiera social, ben presto il confronto è scaduto sul piano della scomunica: “rossobruni” contro “dirittoumanisti” è l’unico terreno di confronto, il punto di mediazione è l’anatema vicendevole. Siamo davvero sicuri che da ciò potrà nascere qualcosa di fecondo nella piccola ridotta dell’anticapitalismo italiano? È lecito dubitarne. La polarizzazione ha invece schiacciato le due posizioni a ridosso l’una del “sovranismo” reazionario, l’altra del liberalismo illuminato, fronte entro cui trovano posto il Pd, la Chiesa di Francesco e le Ong quali modus ideologico dell’attivismo umanitario. Portare acqua al mulino altrui, soprattutto quando questo è nel caso o nell’altro chiaramente avverso alle sorti di una società migliore, può costituire una strategia? Il dubbio, fin troppo evidente, impone una verifica di ciò che siamo diventati, riconoscendo preliminarmente però un dato di fatto: in assenza di lotte di classe (cioè di lotte politiche, non di vertenze sindacali), questa esasperata conflittualità avviene su di un piano irrilevante. Non ci stiamo giocando nessuna partita politica: perché dunque tanto amore per la scomunica? Forse perché, consapevoli di ciò, sappiamo di giocare senza farci male, simulando una dialettica che in altri tempi avrebbe avuto una sostanza, e oggi è solo ritualità. Qui c’è bisogno di demolire gli idoli che di volta in volta innalziamo a difesa delle nostre ragioni, che molto spesso si rilevano parziali, incomplete, inefficaci.
Bisogna dunque sottoporre a verifica molti dei topos di questo decennio triste. Il populismo elettoralmente e culturalmente trionfante ha scardinato il giochetto entro cui, tutto sommato, vivacchiavamo: da una parte il babau berlusconiano, dall’altra il fronte progressista.
- Details
- Hits: 1876
Il femminismo è uno dei fronti della lotta di classe
Rebeca Martinez intervista Nancy Fraser
Gente come Hillary Clinton ha macchiato il nome del femminismo, associandolo al neoliberismo e alle politiche contro la working class. Per Nancy Fraser, femminismo vuol dire rovesciare il potere delle corporation, non dare loro un volto femminile
Negli ultimi anni abbiamo assistito alla crescita di un movimento femminista working class, dalle proteste globali contro la violenza domestica e le molestie sul luogo di lavoro fino agli scioperi di massa che hanno caratterizzato l’8 marzo in Spagna, Polonia e oltre. Eventi che ci parlano di un femminismo anti-sistemico, capace di andare oltre la variante liberale e individualistica promossa da gente come Hillary Clinton.
Un’espressione di questa nuova ondata è il manifesto Femminismo per il 99% (Laterza, 2019). Le autrici insistono sul fatto che il femminismo non sia un’alternativa alla lotta di classe, ma rappresenti invece un fronte decisivo nella lotta per un mondo libero dal capitalismo e da tutte le forme di oppressione.
Nancy Fraser è co-autrice del manifesto, insieme a Cinzia Arruzza e Tithi Bhattacharya. Rebeca Martínez di Vientosur ha parlato con lei del libro, della sua critica al cosiddetto «liberalismo progressista», e della sua idea di un femminismo che metta la voce delle donne working class e razzializzate al centro della scena.
* * * *
Cos’è esattamente il Femminismo per il 99%, e perché scrivere oggi un manifesto del genere?
Un manifesto è uno scritto breve che si vorrebbe non accademico, ma popolare e accessibile. L’ho scritto insieme alla femminista italiana Cinzia Arruzza, che vive a New York, e a Tithi Bhattacharya, donna anglo-indiana che insegna negli Stati Uniti.
Questa è la prima volta dal ‘68 – sono stata un’attivista negli anni Sessanta e Settanta – che ho scritto un libro di vera propaganda politica. D’altra parte, sono soprattutto una professoressa di filosofia.
- Details
- Hits: 1774
SottoZero
Scenari controversi: quanto positivi possono essere i tassi negativi?
di Francesco Cappello
Riceviamo da Francesco Cappello, autore del libro "Ricchezza fittizia povertà artificiosa. Paradigmi economici", questo interessante articolo sulla fase economica
Pro e contro il tasso negativo. Un mondo capovolto
Accendere un mutuo a tasso negativo significa che sarai tenuto a rimborsare un pò meno del capitale preso in prestito! Vi sareste mai aspettati che una Banca privata potesse proporre alla propria clientela mutui a 10 anni a tasso fisso negativo come ha cominciato a fare Jyske Bank (- 0,5%) che peraltro non è sola in questa apparente follia. Nordea Bank, ad esempio, vi permette la stipulazione di mutui per acquisto casa a 20 anni, allo 0% e prestiti con tassi negativi fino a 30 anni!
Comprare denaro è diventato assai conveniente. Ti permettono di restituire meno di quanto hai preso in prestito. Sembra un miracolo, non vi pare? (1)
Le banche accettano una piccola perdita rinunciando, apparentemente, alla remunerazione del capitale e quindi del servizio prestato. La ragione ufficiale sarebbe che prestare denaro a tassi elevati è divenuto rischioso, nel senso che i clienti della banca, nel caso in cui non riuscissero a rimborsare il prestito, rischierebbero di infliggerle una perdita maggiore di quella più contenuta nel caso in cui viceversa la banca accetti di praticare tassi sotto lo zero.
Ci si potrebbe chiedere come fa a sopravvivere una banca che non prende interessi ovvero come funziona la contabilità bancaria o quali altri attività remunerano il suo operato? Ecco, il fenomeno in atto, se non bastassero tutte le prove ed evidenze sul funzionamento delle banche e della creazione di moneta scritturale dal nulla, ce ne propone una di grande evidenza empirica, ormai sotto gli occhi di tutti. È il caso di dire che la contabilità bancaria, è venuta ormai allo scoperto… Quando la banca crea moneta scritturale dal nulla, tramite prestiti a interesse positivo, si comporta come un falsario legalizzato con l’aggravante (rispetto al falsario) di aggiungere al reddito monetario, derivante dalla creazione di moneta dal nulla, gli interessi.
- Details
- Hits: 3917
Tagliare i rami secchi
Catalogo dei dogmi del marxismo da archiviare
di Carlo Formenti e Onofrio Romano
Da qualche giorno è approdato in libreria, per i tipi di DeriveApprodi, "Tagliare i rami secchi", un dialogo fra me e Onofrio Romano sulla necessità di lasciarci alle spalle una serie di dogmi marxisti, se vogliamo che il messaggio di fondo dell'autore del "Capitale" - già attualizzato nel dilemma socialismo o barbarie - conservi tutta la sua potenza e non si trasformi in un balbettio accademico senza presa sul mondo reale. Diamo per scontato che saremo accusati di revisionismo dai militanti dei cespugli post neo comunisti. Poco importa: non è a loro che il nostro discorso è rivolto ma a tutti coloro che intuiscono che per lottare contro il capitalismo occorre dotarsi di nuovi strumenti culturali. Pubblico qui di seguito il testo integrale della prefazione e l'immagine della copertina
È luogo comune, quando si discute dell’attualità del marxismo, distinguere fra Marx e i marxismi. Questa distinzione serve a tutelare la purezza del pensiero del maestro dalle perversioni di cui si sono resi responsabili i discepoli che tale pensiero hanno malamente interpretato e applicato. Il punto di vista adottato dagli autori di questo libro è diverso: partendo dal presupposto che l’originario corpus teorico marxiano - accanto a straordinari elementi di attualità sia sul piano teorico che su quello politico - contiene tesi datate, incomplete e contraddittorie, assume che non lo si possa contrapporre né separare dai tentativi storici di calarlo nella realtà. Pensiamo che sia più utile cercare di capire quali concetti - presenti tanto in Marx quanto nelle varie tradizioni marxiste, anche se con diverse sfumature – vadano archiviati, in quanto non servono più alla trasformazione rivoluzionaria dell’esistente o rischiano addirittura di contribuire alla sua conservazione. Questa nostra provocazione non nutre intenzioni liquidatorie nei confronti del marxismo; al contrario: siamo convinti che tagliare i rami secchi della teoria, e abiurare certi articoli di fede delle ideologie che ha ispirato, significhi riattivarne la carica sovversiva nei confronti della società capitalista e ridare energia e prospettive alla speranza rivoluzionaria.
- Details
- Hits: 958
Gli spazzini invisibili di internet
di Emily Drabinski
Un esercito nascosto di decine di migliaia di moderatori di contenuti è al lavoro ogni giorno – in condizioni spesso spaventose – per rendere Internet il pianeta abitabile che conosciamo. All’origine di tutto questo c’è la Silicon Valley
A Manila, nelle Filippine, nel cuore del grande centro commerciale di Eastwood del distretto di Quezon City, sorge un monumento «agli uomini e le donne che si sono impegnati con passione nel settore dell’outsourcing dei processi aziendali». Un uomo e una donna con cuffie e valigette 24 ore si rivolgono a un futuro radioso circondati da uccelli volanti d’acciaio. A pochi passi da lì c’è il bar Coffee Bean & Tea Leaf, dove Sarah T. Roberts ha intervistato un gruppo di moderatori di contenuti commerciali per il suo saggio intitolato Behind the Screen, il cui sottotitolo recita La moderazione dei contenuti all’ombra dei social media. La moderazione dei contenuti commerciali, o Ccm, è uno dei lavori più sporchi di questa stagione in cui internet è in mano alle grandi aziende tecnologiche. Il lavoro consiste nel rivedere, vagliare e rimuovere contenuti violenti, razzisti e inquietanti pubblicati sia su social network come Facebook e YouTube, sia nella sezione commenti dei siti web dei principali marchi.
Roberts racconta come quegli stessi fattori economici e sociali che producono per noi esperienze digitali quotidiane relativamente sterilizzate, producono anche una classe globale di lavoratori della moderazione dei contenuti commerciali, legati l’uno all’altro da condizioni di lavoro fatte di contingenza, salari al ribasso, velocità, carichi di lavoro sempre più alti, e sulla continua esposizione ai peggiori elementi dell’umanità, a qualunque ora del giorno o della notte. Roberts ha intervistato lavoratori di diverse categorie: filippini che lavorano normalmente nel settore dell’outsourcing (chiamato tecnicamente Bpo, Business Process Outsourcing) e accettano lavori di Ccm quando non sono disponibili posizioni più competitive nei call-center; oppure giovani laureati di San Francisco i cui grandi sogni tecnologici si trasformano in realtà di precariato a tempo indeterminato; fino a dirigenti di aziende appaltatrici americane che promuovono l’americanità dei loro moderatori umani, secondo una xenofobia pienamente in sintonia con la politica americana contemporanea.
- Details
- Hits: 3934
Ecco come uscire dall'euro
di Programma 101
Man mano che si avvicina la manifestazione LIBERIAMO L'ITALIA del 12 ottobre, la prima che rivendichi apertamente l'uscita dalla gabbia dell'euro, crescono, sia le adesioni sia coloro i quali si domandano: "Ma ce l'abbiamo le idee chiare su come rendere possibile l'uscita? Quali dovranno essere le misure politiche ed economiche affinché essa non sia un fiasco?". Domande legittime a cui questo documento, frutto di anni e anni di riflessioni e discussioni, offre la risposta
1. Riconquista della sovranità monetaria e controllo pubblico della Banca d'Italia
Il primo atto da compiere consiste nel ripristino del controllo pubblico della Banca d'Italia. Essa dovrà mettere in circolazione la nuova lira, sostenere la politica economica del governo, fungere da acquirente di ultima istanza dei titoli del debito pubblico ad un tasso d'interesse sostenibile. In questo modo lo Stato non avrà più bisogno di finanziarsi sui mercati internazionali. La Banca d'Italia - a differenza della Bce che ha come unico scopo la stabilità dei prezzi - dovrà dunque essere uno strumento decisivo di una Nuova Politica Economica volta alla lotta alla disoccupazione ed alla povertà, alla tutela dei risparmi, finalizzata al bene comune e non agli interessi di pochi.
2. Gestione dei nuovi cambi e dell'inflazione
Su questi temi il terrorismo del blocco eurista imperversa sui media. Si tratta di paure assolutamente infondate. L'Italia ha bisogno di svalutare rispetto alla Germania, ma questo non deve far pensare ad una svalutazione catastrofica rispetto alle altre monete. In caso di rottura completa dell'Eurozona, diversi studi prevedono anzi una sostanziale stabilità della nuova lira verso l'insieme delle monete dei singoli paesi, con svalutazioni (peraltro neppure troppo elevate) verso Germania, Olanda ed Austria ed addirittura rivalutazioni verso Francia, Spagna e Belgio. Le esagerazioni sono dunque fuori luogo, pura materia di propaganda, mentre la svalutazione con la Germania - che proprio grazie alla sua moneta svalutata ha un pazzesco surplus commerciale vicino al 10% del Pil - è assolutamente necessaria, ma non solo per l'Italia.
- Details
- Hits: 3858
Ab uno disce omnis (Da uno capisci come sono tutti. Virgilio)
di Fulvio Grimaldi
Il cosmopolita di Volturara appula... Piccoli sovranisti crescono?
“Sequitur clades, forte an dolo principis incertum” “Si verificò poi un disastro, non si sa se accidentale o per dolo del principe”. (Tacito, Annales, Libro XV)
“E tu, onore di pianti, Ettore, avrai, / Ove fia santo e lagrimato il sangue/Per la patria versato, e finchè il Sole / Risplenderà su le sciagure umane”.(Ugo Foscolo, I Sepolcri)
Ho fatto un sogno.
Non è quello di Martin Luther King, che non mi ha mai ispirato, come nemmeno quello di Nelson Mandela, o di Mahatma Ghandi, tre personaggi che sono riusciti, grazie al loro consociativismo con l’esistente, a combinare in sé, per le sedicenti sinistre, un martirio da nonviolenti per la libertà e, per l’élite, la conservazione nell’ordine delle cose garantito dal divide et imperasociale del capitale. Preferivo i sogni di Malcolm X, Lumumba e della guerriglia comunista antibritannica in India.
Comunque ho fatto un sogno. Poi diventato un incubo. E dato che il vissuto capita che si riversi nel sognato, ecco che in braccio a un Morfeo malevolo s’è ripetuto l’incubo a occhi aperti della standing ovation tributato al premier bis, in parallelo ,dalle volpi PD e dai gattini tafazzisti 5 Stelle, fino a ieri decisi a escludersi vicendevolmente dal globo terracqueo. Da fuori penetrano i cimbali, le fanfare, i tamburi della festa di Borse, rendimenti Btp, spread, tassi d’interesse, mercati tutti, l’intero establishment mondiale, addirittura Satana nelle vesti di Bill Gates.
Il mondo (di sopra e anche di mezzo) sorride a Conte
“Questo inciucio con il PD, che è sempre quello dei regali alle banche, di Mafia Capitale e di Bibbiano, mi fa schifo…. No grazie, meglio le urne”. (Davide Barillari, consigliere regionale del M5S)
Viva viva il presidente del Consiglio! Un premier sfornato dai grandi studi legali al servizio delle élites finanziarie e, dunque, vindice e chierico di UE, Usa, Trump, Nato, von der Leyden, TAV, Guaidò (e perciò Cia), Bergoglio e Padre Pio (lo stimmatizzato squadrista mena-socialisti del 1922).
- Details
- Hits: 3183

La faccia del trasformismo
di Eros Barone
...Viva Arlecchini
E burattini,
E teste fini;
Viva le maschere
D’ogni paese,
Viva chi sa tener l’orecchie tese.
Quante cadute
Si son vedute!
Chi perse il credito,
Chi perse il fiato,
Chi la collottola
E chi lo Stato.
Ma capofitti
Cascaron gli asini;
Noi valentuomini
Siam sempre ritti,
Mangiando i frutti
Del mal di tutti...
Giuseppe Giusti, Il brindisi di Girella.
In un articolo intitolato Crisi organica, venditori “napoletani” e ‘mezze classi’, articolo pubblicato in questo sito il 17 maggio dell’anno scorso, scrivevo che in quelle settimane la ricerca di un accordo fra i vincitori della tornata elettorale del 4 marzo 2018, vale a dire tra Di Maio e Salvini, rinnovava, all’insegna della “napoletanizzazione” della società italiana, che è ormai, sia nel bene sia nel male, un dato acquisito del costume nazionale) la storiella di quei due napoletani, dei quali uno vendette all’altro acciughe marce, mentre l’altro gliele pagò con lire false: “te ne accorgerai al momento di friggere”, “te ne accorgerai al momento di contare”.
Page 305 of 652




























































