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Cronaca di un attacco al Venezuela, un paese scisso fino allo sconcerto
di Yadira Márquez*
Riceviamo e pubblichiamo volentieri…
Sono circa le tre del mattino di sabato 3 gennaio quando gli abitanti di Caracas si svegliano con un botto spaventoso: bombe e missili cadono su diversi punti della città. Tre esplosioni distruggono parte dell’aeroporto di La Carlota, che si trova in una popolata zona orientale della città. L’onda espansiva fa tremare case ed edifici in un raggio di diversi chilometri. Il Fuerte Tuna, area meridionale dove si concentra il potere militare (il ministero della difesa, la sede delle forze armate) insieme alla residenza di Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores, viene brutalmente attaccato da circa dieci elicotteri militari statunitensi. Cadono delle bombe e le istallazioni bruciano. Le famiglie dei militari residenti nella zona fuggono. Buona parte della città rimane senza energia elettrica né internet. Allo stesso tempo vengono bombardate altre istallazioni militari e di comunicazione in altri punti del paese.
La gente viene presa dal panico e pian piano cresce lo sconcerto. Per la maggioranza dei venezuelani, nonostante l’invasione sia stata annunciata da mesi da Donald Trump, essere bombardati da navi militari yankee era una distopia, qualcosa di completamente irreale oppure un delirio del governo.
Nel frattempo, mentre diversi punti di Caracas, dello stato Vargas, Aragua e Miranda bruciano e la gente che ci abita nei dintorni scende atterrita in strada, i media ufficiali rimangono in silenzio.
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Confusioni in stile cinese
Note a margine di due testi sul rapporto fra tecnica e politica
di Carlo Formenti
Premessa
I. Ancora sul Venezuela
Al pari di chiunque si auguri il fallimento del progetto di restaurazione del dominio neocoloniale dell'Occidente collettivo, resto in attesa di capire come evolverà la situazione in Venezuela, dopo il criminale attacco dell'imperialismo yankee. Sul suo blog, Alessandro Visalli (1) ipotizza quali scenari geopolitici possano emergere da questa drammatica svolta epocale. Personalmente, anche se apprezzo il tentativo e ne condivido molti spunti, credo che manchino a oggi troppi elementi per azzardare previsioni generali, ma soprattutto la mia attenzione è più concentrata su quanto potrà accadere in Venezuela e, anche in questo caso, credo occorra armarsi di pazienza. Se infatti le ragioni del blitz americano sono evidenti (questa volta non serve smascherare le bugie dell'aggressore, visto che Trump è stato brutalmente chiaro in merito ai propri obiettivi), è più difficile valutare quale potrà essere, sul medio-lungo periodo, la tenuta delle forze antimperialiste.
L'allusione mediatica all'esistenza di un accordo preventivo con la vicepresidente Rodriguez e la corrente "moderata" che costei rappresenta, può essere finalizzata a creare sconcerto e divisione nelle fila chaviste, è però innegabile che il personaggio sia ambiguo, ed è vero che l'operazione americana è andata troppo liscia per non alimentare sospetti di complicità. Dunque tocca aspettare e vedere, ma soprattutto tocca sperare che le forze della resistenza siano abbastanza numerose, determinate e organizzate per sostenere un conflitto asimmetrico con i nemici esterni ed interni. Alimenta la speranza il fatto che le ultime guerre imperiali hanno dimostrato che gli Stati Uniti sono abbastanza forti per vincere una guerra ma da tempo non riescono più a vincere la pace (vedi la fuga precipitosa da Kabul, che ha in me suscitato il gradito ricordo di quella da Saigon).
II. Tornando ad argomenti più teorici
In attesa degli eventi sul campo, non intendo rinunciare alla lotta teorica che rappresenta la ragion d'essere di questo blog.
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Fra liberal e rosso-bruni. “Certe sere Pablo” di Gabriele Pedullà
di Mimmo Cangiano
Sin dall’epigrafe da Victor Marouck (militante socialista e comunardo), si sottolinea il tema della memoria come fil rouge dei racconti in questione. Il motivo – la sinistra che riflette sulla propria storia e sulla progressiva scomparsa di un mondo in cui “tutto era politica” – attraverserà infatti l’intero volume, ma sarà trattato in modo diverso a seconda del differente contesto temporale (e della differente età dei protagonisti) concernente i tre racconti.
Il primo, Portolano degli anni bisestili, è legato a un giovane cresciuto in un contesto di estrazione borghese e di intellighèntsia di sinistra. Qua il meccanismo mnemonico assume il compito di trasportarci in anni, pre-riflusso, in cui la politica risulta immanente fin nelle confuse visioni ideologiche del protagonista rappresentato bambino nelle prime pagine: “I fascisti sono i cattivi, almeno questo è chiaro”. Ma pure, e sarà un tratto costante dell’intero volume, si intravedono costantemente segni premonitori del riflusso incipiente, tanto nelle attitudini psicologiche – già tardo capitaliste – che attanagliano da presso i personaggi (riflessioni strumentali con la felicità personale al primo posto, individualismo montante, ecc.), quanto nelle indicazioni di contesto fornite dal narratore medesimo: i tre, quattro compagni di scuola (comunque ancora una minoranza) che scioperano al fine di andare a giocare a biliardino.
Risalta, ad esempio, la figura dell’amico che dà al protagonista la prima lezione di socialismo, e che è però, in realtà, già un’introduzione al mondo post-fordista, dove il compito della politica non è più la creazione di un’uguaglianza generalizzata e di un mondo estrano a una competitività di tipo darwinista, ma è quello di creare le condizioni all’interno delle quali gli individui possano partecipare ad armi pari a una gara sociale la cui iper-competitività comincia a risultare un dato ineliminabile.
Il filtro mnemonico, questo il punto, trova così sempre la presentificazione postmoderna come suo corrispettivo, sia come prefigurazione di ciò che accadrà qualche anno dopo, sia in taluni inserti narrativi finalizzati a mostrare gli sviluppi futuri di quanto raccontato: il farsi pop della sinistra, la perdita della tensione dissenziente, il ripiegamento nel privato, ecc.
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Il vero motivo per cui gli Stati Uniti hanno rovesciato il Venezuela
E perché tutto è iniziato in Cina nel novembre 2025
di The Minority Report
Nel novembre 2025, a Hong Kong accadde qualcosa di straordinario che alla maggior parte delle persone sfuggì completamente. La Cina emise obbligazioni per un valore di 4 miliardi di dollari denominati in dollari USA; una transazione finanziaria di routine, a prima vista. Ma quando arrivarono gli ordini, il totale ammontava a 118 miliardi di dollari. Una sottoscrizione trenta volte superiore. Investitori da tutto il mondo si stavano praticamente calpestando a vicenda per acquistare titoli di Stato cinesi.
Ecco la parte che dovrebbe attirare l’attenzione di tutti: queste obbligazioni cinesi hanno iniziato a essere scambiate a “rendimenti inferiori” rispetto ai titoli del Tesoro statunitensi. Rileggetelo con calma. Gli investitori globali accettavano rendimenti inferiori sul debito cinese rispetto a quello americano, nonostante la Cina avesse un rating creditizio inferiore (A+ rispetto all’AA degli Stati Uniti). Nella gerarchia della finanza globale, questo equivale più o meno a un marchio concorrente che vende più di Coca-Cola a un prezzo più alto. Semplicemente non succede. Finché non è successo.
Un mese dopo, gli Stati Uniti iniziarono a mobilitarsi per un potenziale intervento in Venezuela. Se pensate che questi eventi non siano correlati, vi state perdendo la storia geopolitica più importante della nostra generazione. Riguarda il crollo al rallentatore dell’architettura che ha sostenuto il potere americano per mezzo secolo: il ruolo del dollaro come valuta di riserva dominante a livello mondiale. E il Venezuela, incredibilmente, è diventato il ground zero nella lotta per preservarlo.
L’esorbitante privilegio del dollaro
Per comprendere la posta in gioco, dobbiamo comprendere ciò che l’ex ministro delle finanze francese Valéry Giscard d’Estaing definì notoriamente il “privilegio esorbitante” degli Stati Uniti [1].
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"Siamo più soli". Ciao Guido...
di Agata Iacono
Il mondo è più vuoto. Più cupo e buio. E meno ironico e intelligente.
Guido Salerno Aletta ci ha lasciati all’improvviso, e io non riesco a scrivere di lui.
Guido Salerno Aletta era editorialista e saggista per Milano Finanza e Teleborsa, consulente strategico e Direttore Generale della Fondazione Ugo Bordoni.
È praticamente impossibile sintetizzare la sua vita e il suo curriculum, perché si sovrappongono alla Storia della Repubblica Italiana — e non solo.
Mi incantavo ad ascoltare i suoi aneddoti che, sempre con eleganza e ironia, dipingevano l’inimmaginabile dietro le quinte della narrativa ufficiale.
Guido, infatti, è stato Consigliere del Senato, poi Vice Segretario Generale della Presidenza del Consiglio, Segretario Generale del Ministero delle Comunicazioni e Capo di Gabinetto del Ministro delle Poste e Comunicazioni.
Conosceva anche molto bene l’America Latina: è stato Vice Presidente di Telecom Argentina, Chief of Operations di Telecom Italia in Argentina, General Manager di Mediterranean Nautilus e, ancora, Direttore Generale della Fondazione Ugo Bordoni. Amava Cuba, per la quale era stato consulente governativo.
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Il destino del mondo nelle mani degli Usa?
di Andrea Zhok*
Dopo la puntata a Caracas, i cui sviluppi sono ancora enigmatici, Trump si sta muovendo con decisione e rapidità.
Possiamo ironizzare sulle sue sparate in mille direzioni: Groenlandia, Iran, Messico, Canada, Colombia, Cuba, ecc. ma sarebbe un’ironia malposta.
Lo stile di governo di Trump è la quintessenza della politica internazionale americana da sempre, ma con un minor gusto per le insalate verbali sul diritto e le ragioni umanitarie (roba in cui sono specializzati i Dem).
Questo stile di governo implica due sole opzioni per i paesi cui si rivolge: la sottomissione volontaria, con concessione di trattati asimmetrici e condizioni di sfruttamento a proprio favore, oppure l’esercizio della forza, nel caso in cui la sottomissione tiri per le lunghe.
A sua volta l’esercizio della forza consta di una combinazione di strangolamento economico del paese bersaglio, corruzione della sua dissidenza interna e intervento militare diretto (con una varietà di opzioni, dai missili proverbialmente intelligenti, ai “boots on the ground”).
Come, avevamo osservato più volte negli scorsi anni, siamo alla fase della resa dei conti per la superpotenza americana. Una volta perso il monopolio mondiale del potere (unipolarismo), gli USA devono riconfigurare il proprio potere in crisi sia interna che esterna, sia economica che di egemonia internazionale.
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Ci serve la politica industriale e ci danno il solito nulla
L'ultimo pacco della Commissione Europea
di Coniare Rivolta
Mentre il 2026 ci dà il suo tragico benvenuto con l’ennesimo attacco a una nazione sovrana, il Venezuela bolivariano, da parte dell’imperialismo USA con il compiacente avallo de facto dei paesi europei, nella declinante Europa il nuovo anno non promette nulla di buono.
Le politiche economiche, già segnate da manovre finanziarie all’insegna di una rinnovata e impietosa austerità mostrano la loro totale inadeguatezza e nocività nella totale assenza di una politica industriale di indirizzo del sistema produttivo.
Tra le numerose prove di questo indirizzo alla fine del 2025 è arrivato puntuale l’ultimo pacco di fine anno della Commissione europea, il nuovo pacchetto Automotive che implica una revisione delle normative e dei target sulle emissioni per il 2035 e un dietrofront sulla possibilità di immatricolare auto con motore termico anche dopo questa data.
In sintesi, i teorici obiettivi climatici previsti dalla normativa preesistente sono stati affiancati da un approccio presuntamente “più pragmatico” e orientato alla “neutralità tecnologica”. Concretamente, l’obiettivo di riduzione delle emissioni di settore passa dal 100% al 90% al 2035, mentre il restante 10% potrà essere compensato attraverso l’uso di combustibili alternativi (e-fuels e biocarburanti) e di acciaio verde prodotto in UE. In altre parole, i produttori di auto europei potranno immatricolare una quota rilevante di auto ibride: un terzo dei mezzi avrà ancora un propulsore termico dopo il 2035.
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Trump è un Mattarella che non ce l'ha fatta
di comidad
C’è voluto qualche giorno perché il lessico si adeguasse a quanto effettivamente accaduto a Caracas. Nelle prime ore era toccato di udire la parola “cattura” persino da parte di insospettabili voci di opposizione; solo dopo si è passati a termini più appropriati come rapimento o sequestro. Del resto siamo nell’epoca della neolingua; non a caso i colpi di Stato ora vengono chiamati “regime change”.
Acclarato che Maduro e sua moglie sono stati oggetto di un sequestro di persona, bisognerà capire che fine possano fare le accuse di narcotraffico nei loro confronti, dato che la difesa sarebbe fin troppo facile. Nel 1993 la CBS riportò la notizia secondo cui la CIA aveva spedito negli USA tonnellate di cocaina dal Venezuela; ciò nell’ambito di una “operazione antidroga” (sic!). Era stata proprio la CIA a convincere il personale delle unità antidroga venezuelane a partecipare al traffico. Il caso finì complessivamente a tarallucci e vino; ci fu una volata di stracci per cui qualche dirigente della CIA fu costretto a dimettersi per andare a ricoprire posti più remunerati in aziende private, ed anche agenti di polizia venezuelani vennero indagati nel loro paese. Con questi precedenti è molto difficile che Maduro possa subire un processo pubblico, per cui l’amministrazione Trump dovrà inventarsi qualcosa. Questo è probabilmente il motivo per cui viene tenuta in ostaggio anche la moglie di Maduro, in modo da poter costringere il marito a rispettare il copione.
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La fine della globalizzazione e il ritorno alla Dottrina Monroe
di Gerardo Lisco
Al netto della violazione di uno Stato sovrano da parte degli Stati Uniti, del mancato rispetto del diritto internazionale e delle inevitabili condanne di ordine morale, è necessario ragionare su ciò che è realmente accaduto a partire dalla crisi finanziaria globale e dalla successiva crisi dei debiti sovrani.
Una precisazione preliminare sul diritto internazionale è funzionale al ragionamento che segue. Il diritto, per essere tale, necessita di istituzioni che lo producano e dispongano del potere necessario a farlo rispettare. Affinché il diritto internazionale possa essere effettivamente vincolante, sarebbe necessaria una sorta di Stato mondiale dotato di potere legislativo e coercitivo. Il cosiddetto diritto internazionale, invece, non possiede queste caratteristiche: esso si fonda sul riconoscimento reciproco tra Stati aderenti a determinati trattati, su consuetudini e su equilibri di forza. In sostanza, il diritto internazionale dipende integralmente dalla volontà degli Stati di rispettarlo e, in caso di violazione, dalla capacità degli altri Stati di imporne l’osservanza. Questa precisazione, pur non esaustiva, è indispensabile per comprendere la dinamica degli eventi recenti.
La fine della globalizzazione, rispetto alla quale è possibile assumere come riferimento il periodo compreso tra il 2008 e il 2010, ha aperto nuovi scenari, ancora in fase di definizione, nei rapporti tra le potenze militari, economiche e politiche emerse dopo la dissoluzione dell’ordine bipolare.
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La «Generazione Palestina» tra razza, classe e protagonismo conflittuale
di Kamo
Le analisi e le ipotesi che seguono, e quindi le discussioni e le inchieste che hanno permesso di dare loro una forma – ancora in divenire – partono da quella composizione di piazza che abbiamo provato a definire come “Generazione Palestina”, che si è espressa con diversi gradi di spontaneismo, autonomia e organizzazione in particolar modo durante le manifestazioni e gli scioperi per la Palestina – ma passando anche per le importanti mobilitazioni per la morte di Ramy Elgaml – e contro un razzismo istituzionale e diffuso che si sono susseguiti dall’ottobre 2023 a oggi con particolare partecipazione e incisività tra settembre e ottobre 2025, nella fase del “blocchiamo tutto”.
In quelle settimane, con il picco degli scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre, abbiamo infatti assistito, anche nella pacificata Modena, a nuove disponibilità e livelli di conflittualità, sia in relazione alla soggettività che ne è stata l’avanguardia, sia per quanto riguarda la poca o quasi nulla sovrapponibilità tra espressione di conflittualità, per l’appunto, e organizzazioni “a capo” delle mobilitazioni. Queste ultime, in generale, sono state infatti spesso e volentieri eccedute, in termini di iniziativa, protagonismo e autonomia, da chi evidentemente scendeva in piazza e paralizzava tangenziali, porti, stazioni e autostrade non per alzare la bandiera del partito, del sindacato o del collettivo, ma per esprimere voglia di contare, rompere l’impotenza, e sfogare una condizione di profondo malessere, indignazione e rabbia a supporto del popolo e della resistenza Palestinesi e in antagonismo a un governo e una classe politica e dirigente che vedono il riarmo e quindi la guerra come unico orizzonte desiderabile.
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Henri Lefebvre, un marxista sui generis
di Fernando Giaffreda
Henri Lefebvre nasce nel 1901 a Hagetmau, dipartimento delle Landes, ma passa l’infanzia a Navarrenx, piccola città a contatto con la realtà basca e ne viene fortemente influenzato. Più tardi lui stesso parlerà di questa terra accavallata su due Stati, Spagna e Francia, ricordando il motto del movimento per l’autonomia dei Paesi Baschi, che era «3+1=1», cioè che le tre province spagnole più quella francese fanno uno Stato.
Madre cattolica e bigotta, padre protestante. Nelle memorie parlerà di quando il padre cucinava una lepre in salmì nel giorno del Venerdì Santo per far dispetto alla moglie. Frequenta il Lycée Louis Le Grand di Aix-en-Provence, nel Midi della Francia, dove presso i Gesuiti, che possedevano la locale scuola, studia filosofia al corso di Maurice Blondel, filosofo cattolico fondatore fra gli altri, con il suo L'Action messo all’Indice dalla Chiesa, della democrazia cristiana francese. Grazie al professore, che faceva obbligo agli allievi di studiare il pensiero di Sant'Agostino, in particolare il Libro decimo delle Confessioni, studia le correnti sotterranee del cristianesimo e la patristica medievale. Gli si apre la strada così al pensiero giansenista e alla filosofia di Pascal, ma già a quindici anni legge per conto suo Nietzsche e Spinoza. Il primo lo folgora e ci vede un poeta. Ha per questo un’adolescenza ricca di cultura, è vivace e frequenta amorevolmente le ragazze del liceo, tanto che il padre superiore gesuita gli spalanca le porte della congregazione per l’adesione all’Ordine e nel frattempo cerca di sapere chi fossero le ragazze con le quali flirtava. Lì Lefebvre perse la fede perché gli sembrava orribile diventare monaco e rivelare la sua vita sessuale.
Nel 1920 si trasferisce a Parigi iscrivendosi a filosofia alla Sorbona, dove apprende il razionalismo borghese alla cattedra di Leon Brunschvicg, già allievo del premio Nobel Henri Bergson, e si laurea nel 1925. Durante gli studi, fonda il gruppo dei filosofi con i compagni Paul Nizan, Georges Politzer, Pierre Mohrange , Georges Friedmann e Norbert Guterman, in opposizione e lotta con quello dei poeti (André Breton, Antonin Artaud, Paul Eluard e altri), che poi si denominarono surrealisti, fondando la Centrale surrealista e pubblicando nel 1924 il Manifesto surrealista.
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Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
di Paolo Selmi
Ventiduesima parte. “Ammettere i propri difetti è privilegio dei forti”: l’intervento di Tomskij al XIV Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico) PARTE XII
p. c’era una volta il PROFINTERN
Per capire l’ultima parte dell’intervento di Tomskij, occorre capire anzi tutto di cosa si sta parlando. E sapere, per esempio, che oltre al Comintern è esistita un’organizzazione analoga, di nome Profintern, che aveva l’ardire non solo di unire i lavoratori di tutto il mondo anche dal punto di vista sindacale, ma in una prospettiva rivoluzionaria. I tempi del resto erano maturi: se nel 1917 di partiti comunisti ce n’era solo uno, quello bolscevico di Russia, nell’estate del 1921 si era arrivati a 481; c’era la III Internazionale, dal marzo 1919, e il proletariato mondiale realmente iniziava a sentire la Rivoluzione russa come “cosa sua” (собственное дело), per dirla con le parole di Lenin2.
In Germania, fra il 1920 e il 1921, i sindacati “riformisti”, aderenti alla cosiddetta Internazionale di Amsterdam insieme ai loro degni compari di mezza Europa, contavano otto milioni di iscritti, di cui sempre meno erano “riformisti”. Stesso discorso per Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Italia, Jugoslavia, e via discorrendo, fino a toccare le colonie e le semicolonie, dove il Grande Ottobre era entrato senza neppure chiedere permesso a preesistenti socialdemocratici e “rinnegati” di vario genere, ma con tutta la freschezza e irruenza che soltanto un vento rivoluzionario può portare nell’atmosfera chiusa e stantia di un mondo feudale o semifeudale. Il mondo era sempre più in fermento e i tempi erano maturi per una nuova Internazionale dei sindacati.
Fu così che fra il 1919 e il 1920 il VCSPS intraprese già colloqui fattivi con le avanguardie rivoluzionarie di diversi sindacati stranieri, mettendosi a disposizione per questo nuovo progetto e, il 15 luglio 1920, i rappresentati di sindacati della Russia Sovietica, Italia, Spagna, Francia, Bulgaria, Jugoslavia e Georgia (all’epoca ancora fuori dall’URSS) sottoscrissero la Dichiarazione di creazione del Consiglio internazionale temporaneo dei sindacati (Mežsovprof)3, antesignano del Profintern.
Le difficoltà organizzative furono notevoli, anche perché il partito comunista ricopriva un ruolo tutt’altro che egemone all’interno dei sindacati e coordinare il lavoro della nascitura Internazionale sindacale rivoluzionaria con la III Internazionale era un dato tutt’altro che scontato.
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Venezuela e la verità
di Craig Murray
Pubblichiamo un primo commento sulla situazione venezuelana, scritta da Craig Murray, diplomatico e professore universitario britannico, già ambasciatore inglese in Uzbekistan e già rettore dell’Università di Dundee in Scozia, dove si è laureato. Murray si sofferma su una serie di falsità che sono circolate nei media mainstream riguardo il rapimento di Maduro, la situazione in Venezuela, l’ipocrisia dei paesi occidentali. Murray poi riflette sul Nobel della Pace 2025 dato a María Corina Machado. A tal proposito si sofferma sull’impossibile parallelismo con i precedessori, pur non ostili alla guerra, Kissinger e Obama. A ciò aggiungiamo che l’azione di guerra degli Stati Uniti di Trump in Venezuela e il rapimento illegale di Maduro segna un salto di qualità nella competizione geopolitica internazionale. Non si tratta di un golpe ma di un vero e proprio cambio di regime (che non sappiamo se andrà effettivamente in porto) imposto in modo diretto dall’esterno, senza coinvolgimento di parte dell’esercito e dei poteri nazionali (come normalmente avviene nei golpe tradizionali): un esercizio di forza bruta, che lede un diritto internazionale oramai moribondo da lustri.
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Economia globale: dominio o sviluppo?
di Fabio Massimo Parenti* - CGTN
L’economia mondiale è in una fase di crescita più lenta e strutturalmente fragile. L’occidente non è più il motore dell’economia mondiale, ormai da decenni, e la sua capacità di innovare il proprio modello politico-economico sembra essere svanita. È l’esaurimento strutturale di un modello fondato su rendita finanziaria, compressione salariale, consumi a debito e assenza di visione industriale.
Secondo il Fondo Monetario Internazionale, la crescita globale continuerà a calare lievemente anche nel 2026. Il dato più rilevante, tuttavia, è la divergenza strutturale tra le economie avanzate, che si attestano attorno all’1,5%, e quelle emergenti, che in media registrano una dinamica superiore al 4%. In una prospettiva di economia politica critica, questo rallentamento non appare come una semplice fase congiunturale: le crisi sistemiche nelle economie tradizionalmente avanzate tendono a essere gestite come strumenti di riequilibrio a favore delle élite economiche e non come occasioni di riforma strutturale.
Gli Stati Uniti non svolgono più una funzione di locomotiva globale. L’elevato livello dei tassi di interesse, il peso del debito pubblico e la crescente politicizzazione delle politiche industriali e commerciali ne limitano la capacità di sostenere una ripresa diffusa. Più nello specifico, le politiche di reshoring selettivo e il ricorso crescente a strumenti restrittivi nel commercio internazionale contribuiscono a frammentare il sistema economico globale, riducendo l’efficienza complessiva degli scambi e degli investimenti.
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Dopo il Venezuela, il “sovranismo” senza anti-americanismo è barbarie
di Alessio Mannino
Sequestrando e arrestando come un comune criminale il capo di uno Stato sovrano, Nicolás Maduro, l’Impero Usa giunge al culmine di un’escalation di cui si stenta a scorgere i limiti futuri. Giustamente si sottolinea che la politica di ingerenza perseguita da decenni dagli Stati Uniti ha mutato solo i modi, meno ipocriti e più brutali. E da un anno a questa parte c’era già chi – compreso chi scrive – rimarcava come il trumpismo corrisponda alla caduta progressiva delle maschere (“esportazione di democrazia”, “peace keeping”, ecc) con cui era ammantata di giustificazioni ideali e legali la pura volontà di sopraffazione, unica reale logica dell’Impero. Ma l’arbitrarietà assoluta e sfacciata non può a sua volta tradursi in alibi per tutti coloro che non siano disposti ad accettare la realpolitik della cricca di Washington. Altrimenti, buttiamo nello scarico l’idea stessa di giustizia, che dall’Aeropago ateniese in poi si fonda sul superamento della bruta forza, e tiriamo lo sciacquone.
Il realismo politico deve certamente improntare l’analisi e la comprensione dei fatti in corso, ma sarebbe somma idiozia farne l’argomento cinico per immaginarsi, come italiani, giocatori di un risiko in cui il nostro ruolo resta quello di vassalli. Uno status di asservimento destinato a peggiorare. L’Italia è presa fra due fuochi: l’alleanza-sudditanza alla Nato e l’unione-gabbia di Bruxelles. E da bravi italiani, i nostri governanti tengono i piedi in due scarpe, servi di due padroni (ché poi, come sottoscriverebbe il cancelliere Merz ex responsabile germanico di BlackRock, da un punto di vista strutturale sono uno solo, pur nelle ovvie divergenze in seno al blocco imperiale).
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La maschera caduta: sequestro imperiale, resistenza materiale
di Pasquale Liguori
Non siamo di fronte a una semplice apatia, ma a un vasto coma vigile. Viviamo immersi in una diffusa umanità lobotomizzata, di "gente che vive senza fiatare" in un sistema che rende sguatteri privi di diritti e guardiani delle proprie catene. Il risultato è un quadro clinico grottesco: sudditi persuasi di essere liberi mentre vengono saturati 24 ore su 24 da una propaganda che inverte la realtà e normalizza l’abuso. Sudditi pronti a dimenticare in un lampo i loro stessi slogan. Quelli che ieri ripetevano come automi "c'è un aggressore e un aggredito", oggi applaudono l'aggressione pura, lo stupro della sovranità altrui, l’atto predatorio elevato a “difesa dell’ordine”, dimostrando che la loro morale è un interruttore manovrato dal padrone.
Dentro questa miseria morale, le testimonianze che arrivano dal tribunale statunitense sono di una potenza devastante e non richiedono interpretazioni. Nicolas Maduro, trascinato di peso in un'aula che non ha giurisdizione se non quella della prepotenza imperiale, ha squarciato il velo dell'ipocrisia occidentale. Di fronte a un giudice che non è altro che un funzionario dell'impero, Maduro non ha cercato difese legali. Ogni difesa “legale” sarebbe un atto di sottomissione simbolica, l’accettazione di un sistema strutturalmente illegittimo. Maduro sceglie un’altra postura: non cerca appigli nell’ordinamento di chi lo sequestra, ma nomina la realtà con la statura della storia: "Sono il presidente costituzionalmente eletto della Repubblica bolivariana del Venezuela, prigioniero di guerra".
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Il crollo dell’ordine occidentale e l’ascesa di un mondo multipolare
di Carlos X Blanco
Il sistema internazionale istituito nel 1945, dopo la Seconda Guerra Mondiale, è nella sua fase terminale. Questo ordine, dominato dagli Stati Uniti e dalla loro Pax Americana, non ha mai raggiunto un dominio completo a causa del contrappeso esercitato dall’Unione Sovietica e dal blocco comunista. Furono proprio lo sforzo e l’immenso sacrificio sovietico a contenere l’espansione del Terzo Reich e, successivamente, a scoraggiare una potenziale aggressione occidentale che avrebbe potuto portare a un immediato conflitto nucleare. Così, l’URSS non solo liberò l’Europa dal fascismo, ma costituì anche un secondo ordine mondiale che offriva un’alternativa ideologica e geopolitica al progetto americano.
Tuttavia, è fondamentale comprendere che le dinamiche dei blocchi non erano governate esclusivamente dall’ideologia. Nell’analisi geopolitica, le dottrine politiche fungono da fattore aggiuntivo, la cui rilevanza viene attivata o modulata in combinazione con specifici interessi storici, economici e strategici. La nozione di “totalitarismo”, sviluppata da pensatori come Hannah Arendt, servì come strumento concettuale all’Occidente liberale per raggruppare regimi profondamente diversi (nazionalsocialismo, fascismo, bolscevismo) sotto un’unica voce, oscurandone le abissali differenze. La sua reale utilità era più pragmatica: stigmatizzare come “totalitario” qualsiasi sistema politico non liberale, e in particolare uno non allineato con l’egemonia statunitense. Questa etichetta divenne la pietra angolare del discorso della Guerra Fredda, consentendo la creazione di un’immagine speculare del nemico che giustificava l’espansione dell’influenza occidentale.
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Confronto tra Grandi Potenze dietro l’aggressione al Venezuela dello stato canaglia nordamericano
di Alberto Bradanini
1. Il diritto internazionale – consuetudinario, pattizio, le Convenzioni di Vienna, la Carta delle Nazioni Unite e le tante convenzioni in vigore, vale a dire l’impalcatura che ha sinora presieduto (pur con i suoi limiti) la complessità della vita tra stati – è stato ridotto a carta straccia dalla cosiddetta democrazia nordamericana, che si rivela ancora una volta un vero e proprio stato canaglia (rogue state, nella lingua dell’impero). Sorprende non poco che – nonostante le evidenze, luminose come il sole a mezzogiorno – tale plutocrazia bellicista sia tuttora idolatrata in tanti paesi al mondo (invero soprattutto temuta), a partire dai governi e popoli europei, il cui spirito critico è stato soppresso da un processo di colonizzazione mentale che dura da decenni.
Il mondo è immerso in una pericolosa ebollizione. Al posto della Legge – fondamento costitutivo di ogni collettività – la pretesa superpotenza nordamericana ha scelto quali principi guida la violenza e la prepotenza, nell’assunto che i suoi interessi devono prevalere su quelli degli altri, calpestando la libera scelta delle altre nazioni a forgiare il proprio destino, sbagliando come tutti magari, senza però aggredire altri paesi o interferire nelle altrui libertà. È così che una nazione armata fino ai denti, con migliaia di ordigni atomici, minaccia la stabilità e la pace nel mondo.
L’uso della forza nei riguardi di paesi deboli e indifesi riflette un bisogno primitivo di dominio, insieme al convincimento di appartenere a una civiltà superiore, un mito bizzarro che quando sarà dileguato – nei tempi che prima o poi la storia ci dirà – avrà lasciato ovunque dietro di sé rovine materiali e valoriali, depressione e sconforto.
2. Secondo il diritto internazionale, il rapimento di Nicolás Maduro e consorte è illegale sotto ogni punto di vista. Vediamo. Per il diritto consuetudinario (quello delle genti, primordiale, essenziale) un presidente di un altro paese in carica non può essere arrestato, processato o sequestrato da un altro stato.
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Qualcuno in Europa comincia a svegliarsi?
di Gianandrea Gaiani
Le spregiudicate iniziative di Trump stanno portando, più di quelle dei suoi predecessori, gli Stati Uniti a rivestire il ruolo di aggressori e pirati che operano al di sopra di leggi e convenzioni violando ogni norma e sovranità nazionale. Scenario non nuovo che sta trasformando gradualmente la percezione dagli Stati Uniti da “gendarme del mondo” a “brigante del mondo”.
Le mire di Trump sull’Emisfero Ovest, con l’ambizione più volte sostenuta di annettere il Canada agli USA, includono il controllo della Groenlandia a ulteriore dimostrazione del totale disprezzo che l’Amministrazione statunitense nutre nei confronti di un’Europa ora più che mai allo sbando sul piano strategico.
Non ha più il supporto degli USA nel confronto con la Russia contro cui era scesa in campo spinta dall’Amministrazione Biden, ma ora deve guardarsi non dall’invasione russa, da tanti pronosticata come imminente, ma da quella americana di un territorio amministrato da una nazione aderente a NATO e UE.
L’ipotesi più probabile è che si trovi un accordo per la piena autonomia della Groenlandia da Copenhagen, che potrebbe incassare compensazioni economiche per digerire l’affronto subito, e successivamente un trattato di associazione dell’isola agli USA.
Venezuela, Groenlandia….
Ne ha scritto il Financial Times riferendo che tra le opzioni che Trump sta valutando per ottenere il controllo della Groenlandia, vi sono l’aumento della presenza militare americana sull’isola (attualmente un centinaio in una base radar secondo il Military Balance) la creazione di un accordo di associazione sul modello dei Compact of Free Association (COFA) già adottate con alcuni arcipelaghi del Pacifico e la mai esclusa annessione con la forza militare.
Un’opzione quest’ultima che le piccole forze armate danesi non sarebbero certo in grado di contrastare ma che determinerebbe il primo conflitto aperto tra nazioni della NATO dopo quello tra Grecia e Turchia a Cipro nel 1974.
Copenaghen ha proposto un rafforzamento della cooperazione militare nell’ambito dell’accordo di difesa bilaterale del 1951, offrendo più basi statunitensi sul territorio a un Trump che continua a ripetere la colossale bugia che la Groenlandia è “circondata da navi da guerra russe e cinesi”.
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La fine dell’ipocrisia imperiale
di Elena Basile
«Il rischio che la rinuncia a un ruolo globale mini le basi stesse della superpotenza americana, dollaro incluso, è evidente». Così si esprime Paolo Gentiloni nell’articolo apparso su la Repubblica del 29 dicembre. La percezione è finalmente chiara. Secondo la narrativa dei Democratici statunitensi e dei partiti che in Europa ne seguono l’ideologia, di cui Gentiloni è uno dei rappresentanti, la politica estera statunitense deve essere una politica imperiale, in grado di utilizzare lo strumento militare per affermare il cosiddetto “ordine basato sulle regole” e difendere la supremazia del dollaro.
L’ordine basato sulle regole, o quella che possiamo chiamare Pax Americana, implica, come afferma Jeffrey Sachs, che la stessa azione sia giudicata diversamente se compiuta dall’Occidente o dal resto del mondo. La NATO può espandersi ai confini della Russia, ma se questa o la Cina avessero l’ardire di installare basi militari in Messico si griderebbe alla minaccia delle autocrazie. Se Israele attacca il Libano o l’Iran, si tratta di guerre preventive contro Stati canaglia e terrorismo islamico. Se Mosca risponde ai bombardamenti sulle popolazioni russofone da parte di Kiev invadendo l’Ucraina, Putin diventa un criminale di guerra.
Abbiamo uno strabismo ideologico legittimato non solo dai politici. Purtroppo l’accademia e il giornalismo di regime non hanno remore ad abbandonare l’analisi oggettiva e indipendente.
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Venezuela, non solo
TAG 24 Intervista Fulvio Grimaldi
https://youtu.be/IW2H0ti8sRA
https://youtu.be/IW2H0ti8sRA?si=SphfGN92ERoC62M0
Andando oltre lo sconfinatamente discusso, analizzato, interpretato, distorto, masticato, digerito, evacuato, episodio tardocolonialista del rapimento di Maduro e del trionfo della forza sul “mondo delle regole” (regole della stessa solfa di sempre, ma in guanti bianchi), si guarda a casa nostra, dove si accumulano i rifiuti sotto e sopra i tappeti. Che sono poi quelli che andrebbero spazzati via e sepolti in discarica. Solo che da qualche decennio v’è carenza di spazzini.
Trump è la parola più usata sul pianeta almeno da un anno in qua. La meno usata è il nome di chi gli mette il carburante nel trabiccolo, l’F-35, e il navigatore sul cruscotto. Personalizziamo, c’est plus facile… Ma se si vuole incidere sullo stato del condominio, tocca incominciare da porte, finestre, pareti, soffitti, pavimenti, sottoscala, cantina, soffitta, arredi, scarichi, cessi, del proprio appartamento.
E qui una sovranista da letteratura alla baci Perugina, inane e farlocca come quella, onora il suo sovrano come neanche Pompadour con Luigi XV. Sovrano che però sta alla Casa Bianca e del paese della Meloni farebbe ciò che facciamo noi della stagnola dei Baci, una volta ingurgitato l’incentivo al diabete. E Meloni col suo sovrano non azzarda il rischio (“Gli USA non hanno amici, solo interessi”, ricordate?).
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Forza senza consenso: la crisi terminale dell'Impero
di Mario Pietri
Il 2026 non si è aperto come un nuovo capitolo della storia internazionale, ma come una nota stonata trascinata troppo a lungo, un suono che per anni era rimasto sullo sfondo – fastidioso ma tollerabile – e che ora, improvvisamente, diventa assordante, impossibile da ignorare, capace di coprire ogni altra melodia. Non un evento isolato, non una crisi improvvisa, ma la materializzazione di una deriva. L’aggressione al Venezuela e il rapimento di Nicolás Maduro non sono stati né un errore di calcolo né una reazione emotiva fuori controllo: sono stati un atto consapevole, teatrale, performativo, concepito per essere visto, metabolizzato, interiorizzato come messaggio politico globale.
Non si tratta di vincere, perché vincere presupporrebbe un obiettivo chiaro e un ordine da imporre. Si tratta di terrorizzare, di ricordare che l’impero può ancora colpire, anche quando non sa più bene perché lo fa. È la dimostrazione muscolare di chi sente scricchiolare le proprie ossa e, proprio per questo, le sbatte sul tavolo con maggiore violenza, sperando che il rumore venga scambiato per forza.
È qui che l’analisi deve rallentare, respirare, diffidare della superficie. L’istinto immediato – quello dei commentatori embedded e degli intellettuali organici dell’ordine morente – è leggere questi atti come segni di onnipotenza. Ma l’onnipotenza non ha bisogno di gesti così crudi, così esposti, così scopertamente illegali. L’onnipotenza governa. Qui, invece, siamo davanti a un potere che colpisce ma non affonda, che minaccia ma non conclude, che rompe regole senza essere in grado di scriverne di nuove.
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Creazione di attività finanziarie nette
di Marco Cattaneo
Elaborazione su spunti di Giovanni Piva e di Fabio Bonciani
L’emissione di titoli da parte di un’istituzione privata ha una dinamica notevolmente difforme rispetto all’emissione di titoli di uno Stato che utilizza la propria moneta.
Si vedano i seguenti esempi.
La società XYZ emette un prestito obbligazionario di 100 a cinque anni. Marco Rossi lo sottoscrive e dispone quindi di 100 di moneta in meno a fronte di 100 (all’attivo) di obbligazioni in più.
Alla scadenza dei cinque anni la società rimborsa il prestito e Marco Rossi ritorna in possesso della moneta. Il gioco è a somma zero.
Nel caso invece dell’emissione di titoli di Stato in moneta sovrana:
Il governo emette 100 di titoli di Stato a cinque anni. Franco Verdi li sottoscrive e si ritrova con meno moneta e più titoli.
Il governo invece ottiene moneta, ma contestualmente la spende in favore (per esempio) di Carlo Bianchi.
Quindi in sintesi:
Franco Verdi ha meno moneta e più TdS.
Carlo Bianchi ha più moneta.
Il governo ha TdS al passivo.
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La guerra per fermare un declino inesorabile
di Alessandro Volpi
L’attacco al Venezuela da parte degli Stati Uniti è un atto gravissimo, e pericolosissimo, per una infinita serie di ragioni. Ma a me preme sottolinearne una. Si tratta della palmare dimostrazione della profonda crisi degli Usa che sono schiacciati da un debito federale fuori controllo, da un debito privato non più sostenibile per la popolazione americana, da una radicale deindustrializzazione, messa a nudo dalla concorrenza cinese, da una inflazione pronta a esplodere per i dazi e da una gigantesca bolla finanziaria ormai al limite.
Di fronte a questo stato di cose, Trump ha scelto la soluzione della guerra aggredendo un paese ricchissimo di risorse, per rianimare l’economia interna e proteggere la bolla finanziaria. Del resto, tutta la strategia di Trump va nella direzione di acquisire risorse e moltiplicare gli affari Usa in America Latina per contrastare la penetrazione cinese: si pensi alla vicenda del canale di Panama, o all’hub cinese in Perù e alle pressioni americane in Colombia, in Uruguay e in Cile, per non parlare del salvataggio di Milei e delle aggressioni a Lula.
Gli Usa in pesante declino stanno scegliendo la guerra come arma di risoluzione delle tensioni economiche, sostituendola o affiancandola ai dazi, per continuare a imporre il dollaro come valuta internazionale e imporre al mondo acquisti di debito, coperti dalle risorse delle terre “colonizzate”. Il saldo legame con Israele e le sue guerre è lo strumento per esercitare il controllo su un’intera area, spaventando le ormai riottose petromonarchie, restie a investire negli Usa, e minacciando una guerra in Iran, per acquisire il monopolio dell’energia; l’unica a cui Trump può puntare.
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Venezuela, l’operazione Leonessa di Donald Trump
di nlp
La serie tv iconica per capire il comportamento dell’attuale amministrazione americana è, senza dubbio, Lioness di Taylor Sheridan. In Lioness le forze speciali americane compiono continuamente operazioni straordinarie, ai limiti quando non oltre la legalità. E il modo, brutale e sbrigativo, con il quale le forze speciali americane risolvono le crisi prepara le condizioni per nuove situazioni controverse da risolvere con altre operazioni al di fuori dell’ordinario. L’amministrazione Trump, seguendo la modalità di comunicazione di registi come Sheridan, ha fatto di Lioness un metodo di governo. La stessa cattura di Nicolás Maduro, e della moglie trattata da regina nera del narcotraffico, è rappresentata secondo lo stile narrativo di Lioness nel quale i capi di stato o i leader stranieri non sono mai interlocutori diplomatici; sono target più o meno raggiungibili.
In questo modo si applica la logica del western ovunque e il confine col Messico- o il Venezuela in questo caso – marca la frontiera con un territorio dove la legge non arriva e serve l’intervento armato e spettacolare. Trump, che è stato un impresario dello spettacolo, trasforma il neoconservatorismo pop di Sheridan in metodo di governo e, dopo aver prelevato Maduro, annuncia nuove stagioni e nuove operazioni fuori dall’ordinario: Colombia, Cuba, Groenlandia, Iran. Lo stile narrativo stesso di Sheridan, adottato da Trump, non porta però ordine: procede di emergenza in emergenza, risolve disordine per produrre caos che produrrà nuovi episodi della serie. Se il “Trump Corollary” alla dottrina Monroe pubblicato nel 2025 per definire la National Security Strategy americana, fornisce il quadro concettuale e di programma della politica estera USA, l’adozione del metodo Lioness da parte di Washington definisce le modalità di implementazione della politica estera della Casa Bianca e la realtà del suo agire quotidiano: esistere affrontando il disordine producendo caos.
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