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Le cariche operaie e quelle precarie
Militant
Le cariche della polizia in piazza Indipendenza a Roma contro gli operai AST di Terni, oltre che essere indiscriminate, violente, ingiustificate, ci dicono politicamente qualcosa in più. In fondo, niente di diverso – semmai decisamente più contenuta – della violenza che accompagna le manifestazioni dei movimenti sociali, dei precari, delle lotte ambientali, di quelle per il diritto all’abitare e via dicendo. Eppure, la visibilità, il clamore, la quantità di dibattito che hanno generato le rende immediatamente protagoniste dello scontro politico. Non di quello poliziesco, non della gestione tecnico-amministrativa della radicalità di piazza, ma del piano politico. Qualche giorno dopo le cariche (ieri), il capo della polizia Alessandro Pansa subito si affrettava a diramare nuove regole di comportamento per la gestione degli eventi di piazza, con l’obiettivo di limitare al minimo il contatto tra manifestanti e forze dell’ordine. Tutto per una carica di venti secondi contro cento manifestanti. Decisamente strano in anni di cariche sommarie, terroristiche, vandaliche contro cortei di decine di migliaia di persone, cariche coadiuvate da mezzi di guerra, sparatorie di lacrimogeni come fossero proiettili, idranti, gas urticanti, e così via. Perché questa evidente disparità? E’ qui il cuore della questione politica che la reazione a quelle cariche evidenziano.
Per quanto scomparsa da tempo ogni forma organica di rappresentanza politica del mondo del lavoro, le ragioni di quella determinata composizione sociale (i lavoratori dipendenti salariati delle grandi aziende manifatturiere, così come i lavoratori della pubblica amministrazione) riescono ancora ad attivare un feedback politico tale da portare le ragioni delle singole vertenze su un piano politico generale.
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LuxLeaks – Il Mercato Comune dei Fessi
Ulrich Anders
Chissà cosa pensa Jean-Claude Juncker, ex premier nonché ministro delle finanze lussemburghese, dello scoop dell’International Consortium of Investigative Journalists sugli accordi segreti del fisco lussemburghese. Chissà. l’ICIJ ha analizzato 28 mila documenti riservati, e ha iniziato a pubblicarli. Si tratta di accordi riservati che permettono di eludere il fisco nei paesi d’origine e pagare tasse irrisorie nel Granducato, eletto a sede operativa – fittizia – da centinaia di aziende.
In effetti il nostro Juncker ha molto insistito sulla “trasparenza” in tutte sue mission letters ai nuovi commissari:
Lettere di mandato da Juncker ai commissari europei
Ad esempio ecco cosa il nostro ineffabile presidente Juncker raccomandava il 1 novembre scorso (Halloween … scherzetto o dolcetto?) al neo-commissario Pierre Moscovici, con parole sincere e piene di pathos sgorgate dal profondo del suo euro-cuore:
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Nuova farsa della filodrammatica di Rignano
di ilsimplicissimus
La nuova produzione della filodrammatica di Rignano si intitola Europa e prevede un battibecco tra il capocomico Renzi nella parte di presidente del consiglio di ministri e il vecchio mestierante di palcoscenico Junker. Una esilarante pantomima tra l’attor giovane che pretende di non andare con il cappello in mano davanti ai burocrati di Bruxelles e il navigato marpione che dice di non essere affatto a capo di una banda di funzionari pignoli perché se lo fosse avrebbe sbugiardato fino in fondo i conti farlocchi presentati dall’Italia.
Il pubblico si diverte molto perché il personaggio del vecchio, interpretato da Juncker era stato non solo votato dal partito del premier, ma presentato come colui che avrebbe introdotto flessibilità nel dogma austeritario. E anzi un bagnino di passaggio – personaggio minore, ma con un suo intenso spessore come bugiardo -tale Gozi in arte doppia lacca, sosteneva in uno spassoso passaggio che proprio l’Italia aveva “dettato contenuto e metodo” del programma europeo. In platea si percepisce subito qual è il meccanismo narrativo della farsa, anche perché esplicitato dallo stesso Juncker: il giovane Renzi nelle segrete stanze accetta di tutto e di più, poi esce e dice che che ha ottenuto ciò che voleva o che la partita è andata in pareggio o di fronte alla pratica impossibilità di interpretare la parte del miles gloriosus, rivolta la frittata e mette nell’odiata categoria dei burocrati, quelli che politicamente ha scelto e contribuito ad eleggere.
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In Spagna Podemos, ma qui non podemos
di ilsimplicissimus
La notizia di questi giorni è che in Spagna il partito Podemos, nato meno di un anno fa dalla costola sinistra degli indignados, dopo avere avuto un exploit inatteso alle europee con l’8% , ora risulta primo partito spagnolo nei sondaggi, superando le due formazione maggiori, PP e Psoe, un dato che sia pure nei suoi limiti sta portando il terremoto nell’ abborracciato e servile bipartitismo spagnolo formato da una destra di orientamento franchista e dal centrodestra reale degli ex socialisti, qualcosa di molto simile, mutatis mutandis, a ciò che sta avvenendo in Italia. Ma al contrario di quanto avviene da noi, in Spagna una parte della sinistra ha abbandonato le sostanze oppiacee dell’entrismo, si è messa sulle tracce già percorse da Syriza in Grecia ( da non confondere assolutamente con quella cosa oscura e informe che è stata la lista Tsipras) e dimostrando che quando la sinistra fa la sinistra non deve accontentarsi delle briciole del bacino elettorale, ma può persino vincere.
Certo non bisogna rimanere nel vago e nell’ambiguità o farsi invischiare in e frenare da spezzoni ideologici validi in tutt’altra situazione che finiscono per dare origine a programmi poco incisivi, talvolta persino reticenti.
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Effetto Serra
di Diego Fusaro
Vi è un’affermazione che ricorre con una certa frequenza nel dibattito contemporaneo e che, spesso anche per i toni da “furia del dileguare”, si presenta come una “sparata” priva di consistenza. Alludo all’asserto secondo cui sarebbero banche e finanza a dettare l’agenda della politica, riducendo i politici a semplici maggiordomi dei finanzieri. Si tratta di un’affermazione che, appunto, può apparire – in realtà, purtroppo, non lo è affatto – priva di consistenza. Non serve, in effetti, fare “sparate”: occorre sempre studiare pacatamente la realtà così com’è, per poi criticarla eventualmente nelle sue determinazioni specifiche.
E allora soffermiamo la nostra attenzione sul ruolo svolto dal finanziere Davide Serra alla “Leopolda” del PD pochi giorni fa. Una cosa concreta, dunque: nessuna teoria da complottisti dell’ultima ora. Il finanziere Serra in prima linea nella manifestazione del PD: non soltanto è presente, ma prende la parola. Detta la linea da seguire. Nessuno lo contrasta. Sembra che le sue parole siano normali in un partito che, tragicomica evoluzione del vecchio PCI, è transitato dalla lotta contro il capitale alla lotta per il capitale. Serra dice cosa fare e cosa non fare. Per sua bocca parla il capitale: ridimensionare il diritto allo sciopero, dice Serra. Quel fastidioso privilegio che ancora resiste! Quel fastidioso privilegio che pone “lacci e lacciuoli” alla santa libertà del capitale!
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Lezioni di storia
di Elisabetta Teghil
Theodor W. Adorno e Max Horkheimer scrissero nel 1947 “Dialettica dell’Illuminismo”. Il libro fece molto scalpore perché nazismo tedesco e mercificazione americana erano posti sullo stesso piano, tanto più scalpore perché i due, di origine ebraica, erano fuggiti dalla Germania negli anni ’30 e sarebbero tornati nel paese di origine negli anni ’50 ed entrambi erano in un posto di osservazione privilegiato perché sia in Germania che negli Stati Uniti avevano esercitato la professione di professori universitari
Entrambi, riflettendo sull’Europa che avevano lasciato e sulla società americana che li aveva accolti nel loro esilio, sottolinearono l’asservimento totalitario delle masse non solo attraverso i metodi tipici del fascismo, ma anche attraverso la mercificazione propria della società americana.
Denunciavano la riconversione di questo mondo al fascismo, la sua corruzione guidata soprattutto dalla TV che ricostruisce il mondo visibile a immagine del capitale e , più in generale, del potere. Questa interagisce con il telespettatore/trice che, in definitiva non è altro che il cittadino/a, per manipolarlo/a, dominarlo/a e, come obiettivo, produrne uno nuovo/a.
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Cazzari di un futuro passato
di Alessandra Daniele
Non c’è assolutamente niente di moderno nel marchesino Matteo e nella sua corte di petulanti puffi arrampicatori, e boccolute Barbie Leopolda.
Non c’è niente di moderno nei pescecani che lo finanziano, nei manganelli che schiera contro gli operai, nel suo governo di incapaci, marpioni, e marpioni incapaci.
La modernità non è una questione d’anagrafe né di calendario.
Esiste una forma d’involuzione reazionaria che cronologicamente segue le conquiste sociali, e mira a cancellarle retroattivamente: si chiama Restaurazione.
Da anni il mondo del lavoro non fa che regredire. Affrontarlo non è come cercare d’infilare un gettone in un iphone, è come cercare d’infilare un gettone in culo a un piccione viaggiatore.
L’obiettivo che le classi padronali perseguono è riportare indietro d’un secolo i diritti dei lavoratori, spacciando per progresso un ritorno a livelli di sfruttamento premoderni assimilabili allo schiavismo.
Matteo Renzi non è che l’attuale gommosa maschera di questo progetto.
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Caccia russi e Pil Usa: la sinergia delle menzogne
di ilsimplicissimus
L’altro giorno abbiamo appreso dalla Nato che 26 aerei russi avevano sorvolato l’Europa dal mar Baltico all’Atlantico, una specie di bollettino di guerra atto a spaventare la “fascia assente” dei cittadini continentali e dare concretezza alla minaccia russa come preparazione per un’eventuale intervento diretto in Ucraina e , come obbiettivo secondario, mettere in crisi l’opposizione alle folli spese militari chieste all’Europa. In realtà, come emerge dai tracciati radar subito richiesti da Mosca, si trattava solo di 7 caccia che volavano nello spazio aereo internazionale sul Baltico e che erano diretti dalle basi nordiche a Kalinigrad, città che fino a prova contraria è in Russia. Per di più si è casualmente trascurato di dire che proprio in quell’area erano in svolgimento manovre Nato dunque in prossimità del territorio russo che in ogni caso giustificavano una reazione di controllo ed è per questo che la sparata dell’alleanza atlantica è rimasta al livello di comunicati stampa e non si è tradotta in nulla di ufficiale. Ci si è limitati a sottolineare il pericolo che i caccia russi costituirebbero per l’aviazione civile: come noi italiani sappiamo bene grazie a 81 morti, i caccia di Mosca sono un pericolo per gli aerei di linea, mentre quelli Nato sono assolutamente sicuri, anzi una mano santa.
I media naturalmente non si sono curati di controllare le litanie che provengono dalla sacrestia del grande sacerdote e in ogni caso fanno così parte del gioco che sarebbero disposti a negare ogni evidenza. Non è un’illazione o un pensiero temerario, è una realtà che anche in altri campi, specie quello economico, è la normalità. Per esempio, dopo il tonfo del primo trimestre, i monatti della democrazia, lanciano odi alla vigorosa ripresa americana, basandosi sue due successivi aumenti del Pil, senza alcuna altra considerazione che ne svela facilmente la falsità. Disgraziatamente il Pil è una misura grossolana che nel caso degli Usa misura solo il consumo delle decine di miliardi al mese pompati dalla Fed (1500 miliardi in totale) più altre azioni estemporanee da migliaia di miliardi.
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Non ci caschiamo più
Fabrizio Marchi
La manifestazione dello scorso 25 ottobre promossa dalla CGIL è stata senza dubbio una boccata d’ossigeno per tutti coloro che non si rassegnano ad essere considerati una mera appendice (precaria e precarizzata) del Mercato e delle sue sorti magnifiche e progressive.
Una bella e partecipata manifestazione che, insieme ad altre, penso a quelle dei sindacati di base ma anche quelle del M5S, ci dice, anche con molta evidenza, che in questo paese, nonostante tutto, nonostante cioè un quarantennio di offensiva economica, sociale, politica, ideologica e culturale neoliberista, c’è ancora un potenziale popolo non ancora piegato ai dogmi e ai diktat del neoliberismo, che non concepisce il Mercato (e il Capitalismo) come una sorta di nuova religione secolarizzata ma come una forma storica dell’agire umano. Quindi una “cosa” che in quanto tale può essere anche modificata, riformata, rivisitata e perché no, aggiungiamo noi, anche superata, magari non domani e neanche dopodomani e neanche fra cent’anni ma in un possibile futuro orizzonte, sia pure di là da venire. Comunque una “cosa” che non può incombere come un’ incudine sulle vite di tutti noi, che non può dominare la nostra esistenza perché l’umano viene prima dell’economico e non viceversa. Il nostro umore, i nostri stati d’animo, la nostra condizione psicologica ed esistenziale non possono essere scandite e determinate dall’andamento dello spread.
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Un futuro a Caste e Strisce
di Francesco Salistrari
Il disegno neoliberista di dominio sociale che porterà all'implosione della democrazia come sistema politico
Certo, il Potere è geniale.
Dopo aver progressivamente azzerato le conquiste operaie degli anni ’70, spazzato via ogni velleità di cambiamento nel mondo occidentale ed occidentalizzato (globalizzazione, sic!) l’intero pianeta, inebetito gran parte della popolazione mondiale attraverso la distruzione della scuola, la tv e il cinema, dopo aver convinto la maggioranza silente che è più desiderabile possedere uno smartphone luccicante che usufruire dei propri diritti, dopo tutto questo e molto altro, il disegno è compiuto.
Prendiamo l’Italia.
Un paese che solo agli inizi degli anni ’80 era tra i primi 4 paesi più ricchi del mondo, seconda potenza industriale d’Europa, come si ritrova oggi?
Con una democrazia azzerata, il welfare state sventrato, un Parlamento e una Costituzione smantellati e un popolo governato da tre, e dico tre, governi consecutivi NON eletti democraticamente.
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Renzi e le magnifiche sorti e progressive del Capitalismo 2.0
Carlo Formenti
Il capitalismo? Finito, almeno nella forma che aveva assunto nell’era industriale. A emettere la sentenza non è un neo marxista radicale che, con la crisi, vede finalmente approssimarsi il “crollo” dell’odiato nemico, né un economista che annuncia l’irreversibile transizione dall’era del capitale industriale a quella del capitale finanziario. L’autore del vaticinio, pubblicizzato da un articolo dell’Huffington Post è Don Tapscott, noto tecnoentusiasta e apologeta della rivoluzione digitale, nonché coinventore di concetti come intelligenza collettiva, innovazione collaborativa, crowd sourcing (la potenza produttiva delle folle interconnesse via internet), ecc.
Di questo signore, come di altri profeti del paradiso digitale a venire, mi sono occupato in un libro di tre anni fa (“Felici e sfruttati”, Egea Editore) nel quale dimostravo come dietro le loro tesi sulla “socializzazione” di massa di produzione e consumo, si nasconda la realtà di un capitalismo di nuovo tipo, fondato sullo sfruttamento del lavoro gratuito di milioni di prosumer; e come la rapida crescita del settore in cui questa nuova forma di sfruttamento è più radicata (cioè la cosiddetta economia digitale), sia uno dei più potenti propulsori della finanziarizzazione dell’economia, dell’economia del debito, dell’aumento della disuguaglianza e del super sfruttamento della forza lavoro.
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I Narcostati Uniti d'America
Comidad
Pochi giorni fa è arrivata la notizia di un ennesimo record della produzione di oppio in Afghanistan. Non è una sorpresa, dato che dal 2002 ogni anno ha segnato un ulteriore incremento della produzione di papavero da oppio in quel Paese, casualmente dopo la sua occupazione da parte della NATO. In base ai dati ufficiali, si tratterebbe di un incremento sia in quanto a raccolto che a terreno coltivato.
Una notizia un po' più inattesa è giunta l'anno scorso, quando sono stati pubblicati i dati sulla produzione di cannabis in Afghanistan. Manco a dirlo, anche nella produzione di cannabis si è registrato il solito record. Il dato sulla cannabis è coerente con l'attuale business dell'eroina afghana, che è economica ed abbondante, e quindi destinata non all'ago - come negli anni '80 -, ma al fumo, per poter conquistare sempre nuovi consumatori. Anche se non esiste alcuna prova scientifica che l'uso di cannabis in se stesso predisponga al consumo di droghe più pesanti, è però frequente che nello spaccio si offrano contemporaneamente vari tipi di fumo per favorire la confusione dei consumatori.
Oggi un vero scoop sarebbe consistito nel registrare un decremento della produzione di droga in Afghanistan, ma si tratta di un'eventualità che al momento non avrebbe alcuna base realistica. Gli organi di stampa che hanno riportato la notizia, hanno insistito sul dettaglio che il governo statunitense avrebbe speso 7,6 miliardi di dollari per contrastare la produzione ed il traffico di oppio, ma senza risultato.
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“I giochi non sono finiti”
di Elisabetta Teghil
Nel discorso di chiusura alla Leopolda di Firenze, Matteo Renzi, presidente del consiglio e segretario del PD, ha dichiarato”…Di fronte al mondo che cambia, il posto fisso non c’è più…”.
Questa è una dichiarazione politica.
Il neoliberismo è un’ideologia onnicomprensiva che intende ridefinire a tutto campo i rapporti di forza tra Stati e multinazionali e con gli/le oppressi/e tutti/e.
In questi anni è stata ridisegnata tutta la società, il neoliberismo ha investito tutti gli aspetti della vita, da quelli del mondo del lavoro a quelli ludici e personali, dalla sfera della sessualità a quella sociale, dai rapporti con gli oppressi/e e tra gli oppressi/e.
E’ stato un lavoro lungo, di anni, un passo dopo l’altro.
Di fronte ad un simile attacco portato avanti con pervicacia, determinazione e perfidia e di cui si è fatta carico in primis la socialdemocrazia, gli oppressi/e si sono trovati indifesi/e e spiazzati/e. Non hanno ragionato con la loro testa, non hanno nemmeno seguito l’istinto, ma hanno ascoltato le sirene del PD e della CGIL, hanno dato spazio alla “meritocrazia”, alla gerarchia…si sono prestati alla guerra fra poveri, stigmatizzando il collega che non rendeva abbastanza, che non era ligio all’azienda, l’impiegata che portava i bambini a scuola o faceva la spesa nell’orario di lavoro, come se questo non fosse lavoro….
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Grillo, Casaleggio, coraggio!
di Fabrizio Tringali
Su Renzi qualche cosetta azzeccata l'avevamo detta tempo fa.
Vedremo presto se il PD esploderà e nascerà un partito personale, su misura del premier.
Quel che è certo è che Renzi, nel breve e medio periodo potrà contare su una forza elettorale notevole.
Il ceto politico ne ha preso coscienza e si sta riorganizzando di conseguenza.
Adesso l'ex rottamatore può davvero provare a fare quel che vuole.
Non è detto che ci riesca, ma può provarci, anche passando sopra al Parlamento e quel poco di opposizione sociale che i sindacati stanno mettendo in campo.
E finché proverà a fare le "riforme", finché dimostrerà di avere una qualche probabilità di successo nel riuscire a far carta straccia dello statuto dei lavoratori e della Costituzione, probabilmente troverà una UE non troppo esigente.
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Più che un compromesso un rinvio
di Emmezeta
E intanto nel "condominio Europa" si litiga su chi debba pagare la luce delle scale...
Il provvisorio compromesso tra la Commissione europea ed il governo italiano è dunque cosa fatta. Così pure quello con l'esecutivo francese. Pur senza rispettare appieno i vincoli europei, Renzi ed Hollande ridurranno i rispettivi deficit previsti per il 2015. La recessione troverà così nuovo carburante, mentre il risultato dei "rigoristi" sarà in realtà assai modesto. Tutti si diranno vincitori, mentre invece sono tutti sconfitti.
Molti si sono chiesti se quella di questi giorni non sia stata semplicemente una commedia delle parti, una sceneggiata utile soltanto a salvare la faccia sia ai governi che alla Commissione. Ne dubitiamo, perché se così fosse il risultato sarebbe davvero modesto per tutti.
Prendete il caso di Renzi. Costui si è vantato di una manovra espansiva, simboleggiata da 11 miliardi di spesa in deficit. Ora, come riconosce il Corriere della Sera di ieri, questa cifra si ridurrà a 7 miliardi. Una goccia nel mare della recessione, certo non in grado di rappresentare una vera misura anticiclica, anche perché nella finanziaria non c'è traccia di una politica di investimenti pubblici.
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Riformismo in un solo garage
di Augusto Illuminati
La chiassosa partita fra Leopolda 5 e piazza S. Giovanni chiama in causa la tragedia italiana della precarietà ma senza soluzioni convincenti. Però definisce il prossimo terreno di scontro e confronto
Brillantemente ha scritto C. Cerasa, un fogliante renziano cinico: «come capita spesso quando si tratta di renzismo, più che i contenuti conta il contenitore». Il contenitore, in questo caso, era la stazione Leopolda truccata da garage, in un mischio di pubblicità per la Apple delle origini e di citazione del revival garage-punk e grunge dell’originario rock di Detroit anni ’70. In pratica, avanguardia arrabbiata e giovanottistica aggiornata all’altro ieri e resa potabile a un pubblico in camicia bianca, pashmine e alto tasso di eccitazione chimica. Colonna sonora ruffiana al punto giusto: un pizzico di Vasco Rossi e Jovanotti, tanto per gradire, poi Postcards di James Blunt e tanto Maroon 5 e Mumford & Sons.
Con “vip” della statura di Fabio Volo, della cui assenza non avrebbe certo approfittato la banda hollywoodiana di Bling Ring per saccheggiargli casa. Guest star Genny o’ Migliore, con IPhone 6 e gettoni di scorta. Insomma, un poderoso tsunami di fuffa (A. Robecchi), con la mission di demolire Pd e sindacati, rappresentatività parlamentare, posto fisso e antiquata cultura socialdemocratica e keynesiana. Tutta roba che ci riguarderebbe poco, se non implicasse maggiore precarizzazione, erosione dei livelli salariali per tutte le tipologie di lavori, soppressione (nelle sparate del caymano Serra) e limitazioni (reali) al diritto di sciopero, repressione di tutte le piazze sociali dietro lo svillaneggiamento di quella sindacale appena tollerata. Dunque, un terreno di scontro.
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Kobanê e le Giovani Marmotte
di Francesco Santoianni
È già successo per Aleppo. È già successo per Homs. È già successo per Shaer e per tanti altri centri urbani in Siria. Decine di migliaia di inermi civili asserragliati nelle loro abitazioni, malamente difesi da un pugno di soldati e poliziotti, assediati da orde di tagliagole armati dall’Occidente e dalle Petromonarchie. In molti casi, all’assedio è seguita una strage. In due anni decine di migliaia di persone uccise così in Siria. Ma nessuno (o quasi) ha avuto nulla da ridire. Ora è arrivato il turno di Kobanê – nel Kurdistan siriano – ed è un tripudio di appelli e manifestazioni. La prossima, il primo novembre a Roma. Perché due pesi e due misure? Ho cercato di porre la questione in una assemblea qui a Napoli ma la sconsolante risposta è stata quella da logica di Giovani Marmotte: “Ma come si fa a non muoversi per Kobanê oggi che tutto il mondo ne parla?”
Perché di questo si tratta. La mobilitazione per Kobane nasce dalla “demonizzazione” dell’ISIS elargita per settimane e settimane da TV e mass media. Ci hanno fatto credere che si trattasse di qualcosa di diverso, di più efferato, delle tante bande, benedette dal Gruppo “Amici della Siria” (Italia in prima fila) messe su per abbattere il regime di Assad e trasformare la Siria in un’altra Libia. E da questa operazione mediatica, le vittime predestinate dei terroristi – le popolazioni curde della Rojava (l’area curda della Siria) – sono state assurte dai mass media (e non solo da loro) al ruolo di agnelli sacrificali, da salvare ad ogni costo. Anche invocando l’intervento dell’aviazione USA-NATO.
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Il gruppo Bilderberg di Domenico Moro
Militant
E’ in libreria, ormai da qualche mese, la seconda ristampa de “Il gruppo Bilderberg”, l’ultima fatica editoriale di Domenico Moro, un libro di cui ci sentiamo di consigliare vivamente la lettura. Il volume vanta notevoli meriti, su tutti quello di sgomberare finalmente il campo da tanta letteratura complottista sull’argomento e riportare l’analisi su più salde basi storico-materialistiche. L’attività sessantennale del Gruppo Bilderberg, ed insieme ad esso quello della Commisione Trilaterale, vengono così descritte ed analizzate dall’autore non come l’attività segreta di una setta di iniziati che decide sui destini del pianeta, quanto piuttosto “come camera di compensazione e di composizione delle inevitabili contraddizioni tra le varie fazioni capitalistiche che hanno continuato ad identificarsi con gli Stati nazione più forti”. Dopo aver scorso rapidamente la teoria delle elitès propria di alcuni esponenti della scienza politica borghese (Weber, Mills, gli “elitisti”), a cui l’autore riconosce per certi versi il merito di aver contribuito a demistificare la reale natura della democrazia liberale, Moro ritorna rapidamente a Marx e all’approccio che il filosofo di Treviri ha con la questione del potere e delle classi dominanti. Come ricorda l’autore, citando più volte lo stesso Marx, le classi sono dominanti o dominate a seconda della posizione che occupano nei rapporti di produzione.
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Il partito della restaurazione
Marco Bascetta
I disastri della sinistra liberista in nome del Progresso. Dal Jobs Act alle barbarie postmoderne
Al termine di una delle prime esposizioni pubbliche delle sue ricerche, Sigmund Freud si guadagnò un commento piuttosto velenoso: «C’è del nuovo e del buono nelle sue teorie, dottor Freud, peccato che il buono non sia nuovo e il nuovo non sia buono!». L’astio conservatore che ispirò questo giudizio rivelava brutalmente l’intento di denigrare ogni innovazione e celebrare le salde verità della tradizione accademica. Nondimeno si faceva forza di una contraddizione, sempre possibile, sul piano logico come su quello storico, tra il «nuovo» e il «buono». Contraddizione che l’ideologia progressista lasciava svanire in un ottimismo raramente disinteressato e assai efficace nel mascherare gli squilibri, gli orrori di nuovo conio, le esclusioni e le discriminazioni compiute durante il cammino verso il «Progresso». Questa ideologia, un tempo terreno prediletto d’incontro tra la cosìddetta borghesia «illuminata» e il socialismo del movimento operaio, è stata sottoposta alle catastrofiche prove della storia e a una ineludibile critica teorica e politica, che alla fine ha preteso che la «Modernità» si facesse «riflessiva», attenta ai guasti che aveva prodotto e al blocco delle sue stesse prospettive. Il «progressismo» ingenuo e trionfalista divenne così un ferro vecchio che nessuno voleva più nominare, sebbene fosse rimasto, sottotraccia, l’ultima linfa identitaria della «sinistra». La rivoluzione neoliberista le avrebbe sottratto anche questo labile ancoraggio.
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Alla Leopolda nasce la "nuova" destra italiana
Luigi Pandolfi
Cosa rappresenta oggi Renzi? Cos'è il "suo" partito democratico? Come si può qualificare l'azione del suo governo? Dopo la grande manifestazione della Cgil a Roma e la Leopolda di Firenze, forse, a queste domande è più agevole dare una risposta.
Incominciamo dalle prime due, con una premessa: questo ragazzotto vivace e molto ambizioso è un figlio prediletto della lunga e pervicace crisi della politica che ci sovrasta dalla fine degli anni ottanta e del modello berlusconiano che, intelligentemente, l'ha interpretata e cavalcata per oltre un ventennio. Non c'è dubbio: il Cavaliere politicamente è finito, ma la sua eredità incombe, impastandosi agli effetti tossici, sul versante politico e sociale, della crisi economica ancora in atto. Di che modello si tratta? Tre, a mio avviso, i suoi principali elementi costitutivi, che, mutatis mutandi, rinnovano con Renzi la loro presenza nel sistema politico italiano:
1)La politica è la comunicazione. Berlusconi è stato il pioniere della televisione commerciale nel nostro paese ed il primo politico al mondo che abbia concepito il suo partito alla stregua di una merce qualsiasi da piazzare sul mercato. In questo caso parliamo ovviamente di mercato elettorale. Di più: Forza Italia, che già nel nome richiamava il genio della trovata pubblicitaria, nacque prima in televisione, in quanto spot, e poi nel paese reale, nelle città, nei territori.
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Il partito della nazione
Dante Barontini
E venne l'ora del partito unico... Il comitato elettorale di Renzi ha un obiettivo ambizioso: passare dal 41 al 51%, inglobando il berlusconismo anche formalmente.
Diciamolo: quel sistema partitico lì era da decenni un guscio vuoto. Persino il “bipolarismo obbligato” da leggi elettorali sempre più ostative è in fondo inadeguato ad esprimere compiutamente il “dominio della politica”. Naturalmente usiamo il termine “dominio” in senso Internettiano, come ambito identificativo; la “politica” come attività e azione, infatti, non conta e non modifica più nulla. Tutto discende dai cieli di Bruxelles, abitati da imprese multinazionali e un personale tecnico tecnicamente apolide, “formato” e foraggiato al di fuori dei contesti locali-nazionali. Si può obiettare qualcosa, non opporsi.
Anche il bipolarismo obbligato, infatti, restituisce l'immagine “novecentesca” di ideologie contrapposte, che in ultima analisi potrebbero anche rimandare a interessi sociali diversi. No, meglio farne a meno... Anche se la differenza tra schieramenti parlamentari è ormai ridotta all'atteggiamento sul divorzio breve o sulle unioni civili, non certo sulle politiche economiche o le alleanze militari, quella “divisione” potrebbe catalizzare – in un lontano futuro, certo – opzioni sociali differenti. Divisive.
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Un indicatore per domarli
Militant
Su Il Sole 24 Ore di qualche giorno fa è uscito un articolo intitolato “Italia e Germania divise dal «Nawru»” che, nonostante a tratti sia poco comprensibile per i non addetti ai lavori, nel succo rende bene l’idea di uno di quei tanti indicatori che sono tutto tranne che roba da economisti per gli effetti che comportano sull’economia reale. L’oggetto del pezzo è il cosiddetto Nawru, definito dall’autore dell’articolo come uno dei perni, che si vedono poco e di cui non si parla poi così tanto, dell’intera concezione monetaria e economica – fiscale e di bilancio – dell’Unione europea.
L’acronimo sta letteralmente per “Non Accelerating Wage Rate Of Unemployment” e rappresenta il tasso di disoccupazione di equilibrio tale da non generare aumenti eccessivi nei salari che potrebbero provocare inflazione. In pratica, è il tasso di disoccupazione giusto per far stare tutti buoni, quello che presuppone un “esercito industriale di riserva” abbastanza grande da ridurre al minimo i rapporti di forza in favore dei lavoratori che altrimenti potrebbero avanzare richieste in termini di migliori salari e condizioni di lavoro.
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Perché Jeremy Rifkin sbaglia strada
di Philippe Bihouix
E' una buona decina di anni che Jeremy Rifkin parla di economia all'idrogeno e di tante altre meraviglie ma, fino ad ora, non si è visto niente di concreto. Ultimamente, si è messo a parlare di "Fine del Capitalismo" sulla base dei nuovi sviluppi della tecnologia. In questo articolo, originariamente pubblicato su "Les Echos," Philippe Bihouix fa notare a Rifkin che le cose potrebbero non essere così semplici (UB)
Jeremy Rifkin è tornato alla carica: dopo la “Terza rivoluzione industriale”, adesso propone nientemeno che la fine del capitalismo o quasi, per via della gratuità universale delle comunicazioni, dell'energia e degli oggetti, i cui costi di produzione tenderanno allo zero. Dopo la rivoluzione tecnologica delle comunicazioni, verrà quella di un Internet dell'energia – basato sul dispiegamento massiccio delle rinnovabili, lo stoccaggio attraverso l'idrogeno e la “smart grid” - e quella di un Internet degli oggetti, collegati e prodotti a volontà da stampanti 3D.
La tesi seduce, ognuno ci trova qualcosa di proprio: vendicatori di un fordismo sfruttatore, edonisti che non ci vedono la messa in discussione del consumo o della mobilità (al contrario, tutto sarà gratuito), industriali allettati da nuovi mercati, ecologisti ingenui che fanno leva su un'energia pulita ed abbondante... Come sembra radioso il futuro! Sfortunatamente, Rifkin ha una tendenza comune presso gli economisti: in nessun caso si occupa della questione della disponibilità delle risorse fisiche, o della realtà materiale delle sue riflessioni.
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Storia napoletana di un delirio a sinistra
Giacomo Giossi
Ermanno Rea, Il caso Piegari (Feltrinelli)
Durante la direzione nazionale del PD Pier Luigi Bersani ha paventato il rischio di caso Boffo contro chiunque all’interno del partito esprimesse posizioni discordanti da quelle della maggioranza o comunque diversa dalla linea impressa dal segretario. È chiaro che la dialettica interna in un partito è parte essenziale della sua stessa vita, tuttavia quello che oggi è definito generalmente sotto l’etichetta di macchina del fango sembra avere un impatto sulla vita personale e politica principalmente di carattere mediatico: può stroncare una carriera; perché oggi una carriera politica è, al pari di mille altri mestieri, una professione spesso carica di ambizioni, ma povera di passioni.
Tutta un’altra storia con quanto accadeva anche solo fino a qualche anno fa all’interno dei movimenti politici e in particolare all’interno del Partito Comunista italiano. Molti si ricorderanno l’espulsione del gruppo de il manifesto, ma pochi avranno memoria del Gruppo Gramsci di Napoli. Il Gruppo Gramsci fu al centro del romanzo di Ermanno Rea, Mistero napoletano, lo stesso Rea vi ritorna a distanza di anni con una piccola storia, quella privata e intima del suo fondatore e leader, il geniale Guido Piegari.
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Speranza contro arroganza
Alfonso Gianni
La settimana appena passata, dal 18 al 25 ottobre, ha segnato un passaggio determinante per la delineazione del nuovo quadro politico e sociale maturato nel nostro paese. Ciò che è più importante è che questo non è accaduto nei palazzi istituzionali, ma nelle piazze o in convegni pubblici. Milano, 18 ottobre: la manifestazione «Stop immigrazione» organizzata dalla Lega Nord con significative adesioni extralombarde delle più vivaci organizzazioni neofasciste. Firenze, 24–26: la Leopolda 5, tre giorni di convention organizzata da Matteo Renzi e profumatamente finanziata dal peggio del capitalismo nostrano e non solo. Roma 25 ottobre: piazza San Giovanni, la più grande manifestazione di popolo da almeno dieci anni a questa parte (bisogna risalire a quella contro la guerra del 15 febbraio del 2003 per avere un paragone quantitativo all’altezza) finanziata dai lavoratori stessi tramite le iscrizioni al sindacato, preceduta dallo sciopero dei sindacati di base del giorno prima. Mentre la meno recente performance grillina del Circo Massimo — non propriamente un successone — sembra già scolorire nei ricordi.
Ognuno di questi tre appuntamenti ha avuto un segno e un significato preciso difficilmente equivocabili, con i quali bisogna fare i conti.
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Il caudillo della Leopolda va alle elezioni
ilsimplicissimus
Elezioni a primavera. Non c’è bisogno di appoggiare l’orecchio alle segrete porte della politica o di avere strizzate d’occhio da vecchi e intollerabili marpioni per capirlo: il ricorso alle urne è nella logica delle cose e nei segni che vengono lanciati ai pescecani di confindustria, alle mammine, ai grand commis dello stato -affari o nei ripensamenti sulla legge elettorale. Di certo il gigantesco bluff di Renzi non può resistere i fatidici mille giorni, ha ancora qualche mese di vita prima di essere scoperto lasciando il posto all’ira e questo rende imperativo per il guappo tentare di andare alle urne prima che il suo castello di carte venga spazzato via dalla tempesta. Cercare di resistere sulla tolda delle chiacchiere e dei twitter ancora più a lungo sarebbe un azzardo ed esporrebbe sia il leader che il suo partito – nazione alla dissoluzione. E’ fin troppo chiaro che la manovra si regge e può eventualmente passare a Bruxelles solo grazie alla clausola di salvaguardia, ossia ad aumenti automatici del prelievo fiscale qualora le coperture venissero a mancare. Si tratta nello specifico di aumenti dell’Iva di due o tre punti che scatterebbero a partire dal 2016 e una serie di tassazioni nascoste tutte dirette a colpire le fasce più deboli. Dunque il 2015 è l’ultimo anno in cui le balle possono sopravvivere.
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Come la psywar ridicolizza il dissenso
Comidad
Sorprendentemente, si è sgonfiata in meno di un giorno la falsa notizia della settimana scorsa sui calciatori della nazionale della Corea del Nord, di cui si è narrato che sarebbero stati arrestati con la prospettiva di essere condannati a morte; ciò a causa della sconfitta nel derby con la Corea del Sud nell'ambito dei Giochi Asiatici. La sorpresa ovviamente non sta nella scoperta che si trattasse di un falso, ma nel fatto che il sito di Rainews abbia ammesso l'errore, ricordando anche altri casi di fiabe-horror sulla Corea del Nord, rivelatesi poi del tutto infondate; ad esempio, la storia dello zio del "dittatore" dato in pasto ai cani.
Se da un lato è notevole che, almeno stavolta, una smentita sia prontamente arrivata, rimarrebbe comunque da spiegare come mai i precedenti non abbiano consigliato maggiore prudenza, anche considerando l'evidente inconsistenza della fonte della notizia sui calciatori nord-coreani, e cioè l'associazione "Nessuno tocchi Caino", di area radicale. Il punto è che le smentite non hanno mai la stessa risonanza delle "notizie" che sono state "sparate" all'inizio con tanta evidenza. Rimane così nell'opinione pubblica quell'impressione di fondo per la quale in Corea del Nord qualsiasi crudeltà sarebbe possibile; perciò, se l'alternativa sarebbe quella di cadere nelle mani di un dittatore sanguinario, allora tanto vale tenersi Goldman Sachs.
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Una giornata particolare
Un sabato di massa a Roma
Vista da lontano, da chi era a casa occupato in faccende quotidiane, la giornata di ieri è stata davvero una giornata particolare, caratterizzata dall’estranea partecipazione di chi segue due eventi che si scrutano da lontano. Se a Firenze l’evento ci sarebbe stato in ogni caso, solo la presenza di massa nelle piazze e nelle strade di Roma ha fatto sì che ci fosse un controevento. Ed era drammaticamente necessario che quella massa fosse esorbitante, pena la sua inesistenza politica. La settimana precedente sono bastati trentamila tra fascisti e razzisti perché si urlasse al consolidamento di una nuova realtà politica. C’è stato chi ha registrato con malcelata soddisfazione l’esordio del lepenismo all’italiana. In fondo un buco nero di razzismo e di fascismo può essere sempre agitato per intimorire le proteste montanti, così come può essere utilizzato produttivamente per rompere fronti che altrimenti potrebbero consolidarsi. Anche per questo ieri trecentomila tra lavoratori, pensionati e precari non sarebbero bastati. Ci voleva una cifra favolosa, tale da non permettere di ironizzare sulla politica di massa. Un milione era la cifra minima che si poteva annunciare. Insomma, dovevano essere abbastanza da non poter essere contati.
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Sotto il Cazzaro niente
Alessandra Daniele
Fango. Macerie. Gente incazzata. Genova in questi giorni non è certo il genere di scenario nel quale a Renzi piaccia essere fotografato. Perciò se n’è tenuto alla larga il più possibile.
Il neopremier ha bisogno di fondali glamour, luccicanti, patinati, da spot. Eleganti vertici internazionali fra stucchi dorati e bandiere multicolori. Bagni di folla festante in assolate piazze turistiche. Talk show USA. Varietà Mediaset.
Matteo Renzi è solo immagine, un’immagine talmente vuota da prendere il colore dello sfondo sul quale viene proiettata. Come la cravatta di Felice Caccamo.
Anche tutta la sua presunta personalità è un’illusione ottica, una ribollita di caratteristiche altrui: la fuffa di Veltroni, l’arroganza di Craxi, la doppiezza di D’Alema, la megalomania truffaldina di Berlusconi.
Il presunto uomo nuovo, ultima risorsa della classe dirigente italiana, è in realtà un pupazzo fatto coi calzini vecchi dei suoi peggiori predecessori. Riverniciato da conduttore Mediaset, e caricato a slogan.
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Ora vi spiego perché l’onestà in politica serve a poco
Aldo Giannuli
Già vedo le facce esterrefatte di molti lettori che staranno pensando che sia impazzito, che stia facendo la difesa di ufficio dei ladri di regime ecc. Nulla di tutto questo. E se avrete la bontà di seguirmi, capirete in che senso sostengo che l’onestà non è affatto la cosa più importante in politica, ma solo un modesto prerequisito. Sia chiaro che non sto affatto dicendo che rubare sia un peccato veniale o un trascurabile vizietto che si può benissimo sopportare. Assolutamente no. Rubare denaro pubblico è un gesto assolutamente odioso che delegittima la democrazia (spesso affetta dalla corruzione) e crea disfunzioni sistemiche anche gravi. Dunque, non è una bagatella da giustificare o sopportare, e cacciare i politici corrotti è un obbligo di primaria importanza. Ma, mentre la percezione di quanto sia cattiva la corruzione dei politici, non c’è affatto quella di quanto in politica sia pericolosa l’inettitudine (poco importa, se per impreparazione o stupidità). C’è poco da fare: il cretino fa tenerezza, si è convinti che, poverino, sbaglia in buona fede, per cui, pazienza se non ne imbrocca una, non lo fa apposta. Ed anche l’impreparato può contare su un certo tasso di comprensione: si ha sbagliato, ma imparerà. Insomma, pur di evitare un corrotto possiamo accontentarci di un cretino o un ignorante totale che non faranno grandi cose, ma neppure grandi disastri.
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