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connessioni

L'inesistente ripresa economica USA

I resoconti sulla povertà contraddicono i proclami sul PIL

di Paul Craig Roberts

È affascinante come il governo riesca a continuare a spacciare Ponti di Brooklina un pubblico boccalone. Gli Statunitensi si bevono guerre di cui non hanno bisogno e inesistenti riprese economiche.

Il miglior investimento negli USA è un fondo ad alta leva finanziaria che investe solo in un grandi aziende di capitali che si stanno comprando le loro stesse azioni. Molte di queste insegne stanno prendendo prestiti per alzare le loro quotazioni, per i “bonus di performance” dei manager e per il guadagni degli azionisti. Il debito contratto dovrà essere sopperito da guadagni futuri. Questa non è una rappresentazione del capitalismo che guida l’economia grazie agli investimenti.

Non sono nemmeno i consumatori a guidarla. Il reportsul reddito e la povertà redatto dal Bureau del Censimento USA nel 2013 afferma che in quell’anno il reddito reale medio di una famiglia è stato dell’8% inferiore rispetto al 2007, l’anno precedente alla recessione del 2008, ritornando al livello del 1994: due decadi fa! Anche se il reddito reale delle famiglie non è tornato ai livelli di prima della recessione ed è tornato al livello di 20 anni prima, il governo e la stampa finanziaria sostengono che l’economia è in ripresa dal giugno 2009.

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militant

Piccola postilla sul boicottaggio mediatico del mondiale brasiliano, a tre mesi di distanza

Militant

Tre mesi fa provavamo a mettere in discussione la bontà dell’internazionalismo “mordi e fuggi”, dei boicottaggi sponsorizzati da Repubblica, degli innamoramenti inconsapevoli e incoscienti portati avanti solo nella meta-realtà di Twitter o Facebook (qui). Una discussione che non riguardava lo specifico delle proteste brasiliane, per quanto ne sappiamo legittime ma che andavano inquadrate anche nell’ambito di uno sviluppo sociale del Brasile che ha creato una piccola borghesia insoddisfatta (giustamente) delle condizioni ancora arretrate del panorama politico, istituzionale ed economico del paese latinoamericano. Una piccola borghesia interessata più al livello di welfare e servizi che al cambiamento dei rapporti di produzione, più alla gestione umana del capitalismo che a una sua alternativa. Non per questo da condannare, e non schiacciabile esclusivamente su questo, ma che soprattutto questo costituiva il cuore delle proteste che interessava sponsorizzare nell’occidente liberale. Invece di portare avanti un’analisi critica, separando il grano dall’oglio, combattendo il racconto liberale e la parte liberale di quelle proteste in favore della parte proletaria, dei senza casa o dei senza lavoro, molti compagni (non tutti, forse neanche la maggior parte, ma molti), si accontentavano di seguire il flusso informativo, adeguandosi alla triste e quanto mai dannosa pratica del boicottaggio mediatico lava-coscienze.

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aldogiannuli

Tanto tuonò che… non successe niente

La resa della “Sinistra” Pd

Aldo Giannuli

Una decina di giorni fa, in un pezzo ripreso dal blog di Grillo (perciò preso per un invito ufficiale del M5s), proponevo di mettere da parte i dissensi precedenti e concordare una azione parlamentare e di piazza fra Sel, minoranza Pd, Fiom e M5s, magari in vista di uno sciopero generale (che la Cgil si è ben guardata dal proclamare) per determinare la caduta del governo Renzi. Reazioni del tutto negative: far cadere i Renzi sarebbe da irresponsabili, il M5s è inaffidabile e sui sindacati “La pensa come Renzi”, i grillini sanno solo rompere tutto ecc. E ciò si accompagnava a fieri propositi di battaglia contro l’abolizione dell’art 18 che, senza rompere niente e grazie all’opposizione “costruttiva” della sinistra Pd, avrebbe ottenuto il risultato sperato. Per la verità, Cuperlo, che come si sa è un educatissimo signore triestino, se ne uscì con pacatissime dichiarazioni, che non promettevano alcuna battaglia e che, al massimo potevano suonare come blande esortazioni (del tipo: “Dai Matteo, non fare così con la Camusso che è tanto una simpatica ragazza. Dai non mi pare il caso…”).

Più decisi erano stati in Direzione, Bersani e soprattutto D’Alema che avevano fatto capire che non avrebbero votato la riforma dell’art. 18 e, nel caso, non sarebbero arretrati nemmeno di fronte alla minaccia dell’espulsione. E, infatti, qualche giorno dopo, “Il Foglio” riferì di cauti sondaggi di D’Alema sull’ipotesi di un suo partitino personale, magari una cosa sul modello del vecchio Pri.

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micromega

Quale futuro per la socialdemocrazia?

di Carlo Formenti

Dopo trent’anni di offensiva ininterrotta e trionfale l’ideologia liberal liberista, screditata dalle clamorose falsificazioni che i suoi dogmi stanno subendo ad opera della crisi, sembra perdere qualche colpo. Il che non basta tuttavia a dettare un cambio di politica economica a una Unione europea che corre imperterrita verso il disastro. Per invertire la rotta occorrerebbero alternative politiche che né le sinistre radicali, ridotte al lumicino, né i sindacati, arroccati su posizioni difensive, appaiono oggi in grado di imporre. Possiamo almeno sperare che le socialdemocrazie, scuotendosi dal letargo in cui le hanno precipitate i teorici della “terza via” blairiana, tornino a svolgere un ruolo di “limitazione del danno”?

Qualche segnale in tal senso – sul piano culturale se non ancora su quello politico – si intravvede: penso al dibattito internazionale innescato dalla pubblicazione del libro di Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo, che ha restituito legittimità alle tesi neokeynesiane; penso, anche, al rinnovato interesse per un autore come Karl Polanyi, riscoperto dai teorici dei beni comuni e della decrescita, che ne hanno riproposto l’analisi sulle catastrofi umane ed economiche che devastano le società abbandonate ai meccanismi spontanei del mercato (colgo l’occasione per segnalare che, nel gennaio prossimo, uscirà per i tipi di Jaca Book Una società umana, un’umanità sociale. Scritti 1918 – 1963, un’antologia che ricostruisce le tappe della maturazione intellettuale del grande storico dell’economia).

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sollevazione2

L'Unione Europea verso la rottura?

di Piemme

Leonardo Mazzei, giorni addietro , ha definito il modus operandi del governo Renzi con l'efficace figura del "double face":

«Da un lato si alleggerisce parzialmente l'austerità (anche se una decina di miliardi di tagli da qualche parte dovranno comunque venir fuori entro 15 giorni), dall'altro si offre a Bruxelles un'austerità futura ancora più forte».

Vorrei aggiungere ulteriori e forse scomode riflessioni.

Mesi addietro, assieme a numerosi analisti, anche noi prevedevamo che per rispettare le direttive europee, il governo sarebbe stato costretto a varare una Legge di stabilità (ex-Finanziaria), se non proprio di lacrime sangue, sostanzialmente austeritaria, sul solco tracciato dai governi Monti e Letta. In base a cosa lo prevedevamo? Semplicemente in base ai vincoli di bilancio stringenti scolpiti, prima nel Patto di stabilità sottoscritto nel 1997, e successivamente inaspriti (marzo 2012) con il cosiddetto Fiscal compact, che entra appunto in vigore l'anno prossimo, in barba al voto contrario espresso dalla maggioranza del Parlamento europeo —com'è noto il pronunciamento di questo cosiddetto "Parlamento" non ha valore vincolante e non può annullare le decisioni della Commissione.

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conness precarie

Kobane sta cadendo

di Gabe Carroll

Kobane sta cadendo. Ormai è impossibile negarlo. Dopo giorni che hanno visto i combattimenti più feroci dell’assedio, i combattenti dello Stato islamico sono entrati da est e ovest, sfondando le linee con carri esplosivi. Hanno così ripreso le alture che le YPG avevano brevemente riconquistato nella notte tra il 5 e il 6 ottobre, e guadagnato posizioni dalle quali poter bersagliare ininterrotamente la città con mortai e carri armati. Le YPG, che sembrano consapevoli della sconfitta imminente, si sforzano per evacuare gli ultimi civili rimasti e cercano di recare il massimo danno possibile ai jihadisti prima di soccombere. Ieri una comandante YPG, Arin Mirkan, si è fatta esplodere in un attacco contro una posizione dell’ISIS. Questa tattica non è sconosciuta al PKK turco (che però se n’è servito raramente), ma non sembra essere mai stata praticata dalle YPG e indicherebbe che la battaglia sta raggiungendo la sua ultima fase. Gli attacchi aerei americani sono occasionali e notturni e sembrano aver solo rallentato l’avanzata islamista. Giornalisti della BBC parlano di un viavai di ambulanze sul lato turco del confine, indicando l’arrivo, quantomeno prospettato, di civili ed eventualmente anche combattenti feriti. Si prospetta una lotta strada per strada, casa per casa, fino all’ultima donna e uomo. La città di Kobane non è piccola, si stima che ancora almeno 2mila combattenti curdi siano dentro la città e che sicuramente resisteranno, ma è evidente che, se le cose procedono di questo passo, la città cadrà a breve.

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contropiano2

Perchè la Cgil con Renzi "non ce la può fare"

Giorgio Cremaschi

In una intervista a Il Manifesto Sergio Cofferati sottolinea la differenza tra la mobilitazione da lui guidata, con successo, nel 2002 contro il tentativo di Berlusconi di colpire l'articolo 18 e  quella promossa oggi dalla CGIL . Allora si univano opposizione sociale e opposizione politica oggi, dice Cofferati, bisogna mobilitare il popolo del centrosinistra contro chi lo rappresenta al governo. È vero, ma così non si sottolinea solo una difficoltà ma una contraddizione. Il collateralismo tra CGIL e PD è un dato di fatto e che esso sia avvenuto soprattutto tra il gruppo dirigente sindacale e l'attuale minoranza di quel partito non cambia la sostanza. Anzi la aggrava perché dà spazio al qualunquismo di potere di Renzi e della sua banda.

Quando l'attuale minoranza del PD era maggioranza e sosteneva il governo Monti, la CGIL ha lasciato passare la più feroce controriforma delle pensioni d'Europa e la prima gravissima modifica dell'articolo 18. È stato infatti il governo dei tecnici, con il consenso di CGIL CISL UIL, ad aprire la via alla sostituzione della reintegra con il risarcimento monetario nel caso di licenziamento ingiustificato. E già abbiamo centinaia di licenziamenti che il giudice ha riconosciuto come ingiusti, che nel passato avrebbero avuto come conseguenza il ritorno del lavoratore colpito nel suo posto di lavoro, e che invece oggi si concludono con un po' di soldi che non compensano certo un futuro di disoccupazione.

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economiaepolitica

La BCE a Napoli e il cavallo di Keynes

Riccardo Realfonzo

Se vi è una periferia delle periferie dell’eurozona, quella è Napoli. La distanza tra il dibattito che il Consiglio direttivo della BCE sta svolgendo nel Palazzo Reale di Capodimonte e la vita di ogni giorno nelle periferie europee non può essere colmato solo dalla politica monetaria. Napoli è la prova migliore di come una politica monetaria, anche accomodante, sia destinata a fallire se non è coordinata con una politica fiscale espansiva.

La BCE si riunisce a Napoli e tocca con mano i limiti delle misure che essa ha varato per rimettere in moto la crescita*. Napoli è, infatti, una delle capitali di quelle periferie d’Europa – al pari di Atene o Lisbona – che perdono sempre più contatto dalle aree centrali del Continente. Da queste parti, l’azzeramento del costo del denaro e le operazioni straordinarie di rifinanziamento a favore delle banche commerciali non hanno minimamente arrestato la decrescita.

C’è un problema di fondo nelle politiche della BCE e ha radici antiche. Dopo l’iperinflazione della Repubblica di Weimar, quando in Germania si stampavano banconote del valore di migliaia di miliardi, i tedeschi si dotarono di una Banca Centrale – la Bundesbank – indipendente dal potere politico, indisponibile ad assecondare i governi e finanziare la spesa pubblica, attenta esclusivamente alla stabilità dei prezzi.

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micromega

Non vuoi vendere la bicicletta per comprare una cabrio? Gufo!

Alessandro Robecchi

Immaginiamo la scena. Famiglia italiana, interno giorno. Seduti al tavolo da pranzo padre, madre e figli discutono delle più urgenti riforme: ce la compriamo la macchina nuova? Il dibattito si fa infuocato: chi la vuole cabriolet e chi giallo canarino, chi propone il modello più sportivo e chi spinge per i sedili in pelle. Finché una voce si alza, timida, e chiede: ma ce li abbiamo i soldi per comprare la macchina nuova? Ecco una cosa su cui sono tutti d’accordo: no. Per quanto surreale, la scenetta somiglia abbastanza da vicino allo svolgimento dei principali talk show di attualità: persone che discutono del mercato del lavoro, teorizzando scenari tedeschi, o danesi, per poi concludere che sì, sarebbe bello, ma i soldi ci sono? No.

Particolarmente suggestivo è lo scenario danese della flexsecurity, su cui alcuni pensatori insistono da anni, forse addirittura da prima che esistesse la Danimarca. Basta una distratta occhiata a Wikipedia per sapere che la Danimarca ha meno del dieci per cento degli abitanti dell’Italia (5,6 milioni contro 60), un Pil procapite molto più alto, e quindi è un po’ come se un impiegato di medio livello dicesse: “Ehi, facciamo come gli Agnelli!”. Ma non è solo questo, ovvio. C’è anche un dato che in questi surreali dibattiti nessuno dice mai, e cioè che la Danimarca spende in politiche di sostegno al lavoro il 2,6 per cento del suo Pil, mentre qui spendiamo lo 0,4.

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peacelink

La Nato non ci protegge dalle guerre. Le crea

"Come uscire dal Patto Atlantico": se ne parlerà a Roma sabato 11 ottobre

Patrick Boylan

19757 a40746Il convegno si propone di analizzare i gravi rischi ai quali l'adesione alla NATO espone l'Italia nei prossimi anni e quindi di lanciare una campagna per l'uscita dell'Italia dal patto atlantico, anche a tappe e anche con l'impiego di strumenti legislativi.

La Nato non ci protegge dalle guerre. Le crea – costringendoci poi a parteciparvi. E' ora di ripensare la nostra adesione.

Ecco la premessa del convegno sulla Nato che la Rete NoWar-Roma (This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.) terrà sabato, 11 ottobre 2014, presso la Casa delle Donne in via della Lungara 19, Roma. L'incontro s'intitola: "E' NATO per la guerra: come uscire dal patto Atlanico".

Il convegno si propone, infatti, di analizzare i gravi rischi ai quali l'adesione alla NATO espone l'Italia nei prossimi anni e quindi di lanciare una campagna per l'uscita dell'Italia dal patto atlantico, anche a tappe e anche con l'impiego di strumenti legislativi.

Parleranno la mattina, a partire dalle ore 10:

  • Antonio Mazzeo, peace-researcher e Premio Bassani 2010 per il giornalismo, sul “Sistema delle basi militari in Italia”;

Manlio Dinucci, giornalista del Manifesto, saggista ed esperto di geopolitica, sulla “Strategia della nuova Nato”;

Claudio Giangiacomo, giurista, membro della IALANA (giuristi per il disarmo nucleare) e redattore della Legge di Iniziativa Popolare contro le basi e le servitù militari, sulla “Illegittimità costituzionale della Nato”.

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comidad

Dietro l'understatement di Obama-Kerry, l'attacco alla Siria e all'Europa

Comidad

La vera notizia di questi giorni non riguarda i video-omicidi dell'ISIS, ma il fatto che, con il pretesto dell'ISIS, gli USA stiano bombardando la Siria. Da molti giorni gli aerei USA stanno colpendo le installazioni petrolifere siriane, con la giustificazione che sarebbero sotto il controllo dell'ISIS, ma nessuna prova è stata mai fornita a riguardo.

La campagna mediatica sull'ISIS denota le tipiche tecniche dell'infantilizzazione dell'opinione pubblica, costretta ad inseguire i fantasmi di fiabe/horror, mentre le notizie autentiche rimangono sullo sfondo. Ad esempio, il nuovo emiro del Qatar fa sapere al mondo che non vi è speranza di sconfiggere l'ISIS se non si liquida prima Assad.

Quale potrebbe essere il nesso tra le due cose, la sconfitta dell'ISIS e l'eliminazione di Assad? Il nesso è lo stesso Qatar. Infatti, in base alle notizie non di Russia-Today, ma della stessa stampa "occidentale", è tuttora proprio il Qatar il maggiore finanziatore dell'ISIS; e siamo sull'ordine dei miliardi di dollari. Il Qatar è, dopo Israele, il più importante alleato/complice degli USA nella regione del Vicino-Medio Oriente, e ciò deve pur indicare qualcosa riguardo la vera natura dell'ISIS.

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Chi vuole cementificare l’Italia

di Salvatore Settis

La ricetta Lupi per “sbloccare il Paese” è una deregulation che capovolge la gerarchia costituzionale tra pubblico interesse e profitto privato

Il Lupi non perde né il pelo né il vizio. Anzi conquista il Palazzo, con un governo nominalmente di centro-sinistra, come non era mai riuscito a fare con la destra a cui appartiene. Il suo primo disegno di legge per il governo del territorio conteneva norme intese al «rovesciamento dell’urbanistica, al trasferimento di poteri dal pubblico al privato, all’ingresso formale della rendita immobiliare al tavolo dove si decide, rendendo permanenti le regole della distruzione del Paese avviate con i condoni» (Edoardo Salzano): eppure finì col raccogliere le firme di 147 deputati, allineando Bossi e Bersani, Mussolini e Realacci, Bocchino e Vendola, La Russa e Pecoraro Scanio (III governo Berlusconi, 28 giugno 2005).

Arenatasi al Senato con la fine della legislatura, quella proposta fu la prova generale di una concordanza bipartisan per il saccheggio d’Italia, una crociata di cui Maurizio Lupi è da sempre l’apostolo, pronto a saltare su qualsiasi treno pur di coronare il suo sogno. Anche il meritorio disegno di legge sul contenimento del consumo di suolo, presentato nel 2012 da Mario Catania, ministro dell’Agricoltura nel governo Monti, diventò in mano a Lupi e ai suoi alleati d’ogni segno (ingenui o complici?) il cavallo di Troia per rilanciare tal quale una concezione del territorio come risorsa passiva, da attivare mediante colate di cemento ( Repubblica, 1 giugno 2013).

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contropiano2

Ideologia e forza, senza mediatori

Dante Barontini

Renzi lo aveva promesso appena un paio di giorni prima: sarò violento. Chi pensava che scherzasse si deve ricredere. O almeno prendere atto che siamo in presenza – da tre anni a questa parte, ma con più velocità da quando il guitto di Pontassieve siede a palazzo Chigi – di un cambio di regime in molti sensi “epocale”.

La violenza discende dalle cose, ovvero dalla gravità irrimediabile della crisi economica – specialmente per un paese con le nostre caratteristiche – e dalla precarietà assoluta della “nuova classe dirigente”. Un pugno di uomini e donne selezionato con il metodo del casting (tanto quanto il parterre berlusconiano), rapidamente formato a sparare poche frasi sempre uguali (“lo facciamo per gli italiani”, “ci interessiamo dei precari”, “non facciamo ideologia, ma cose concrete”, ecc), consapevole di essere stato messo su quella poltrona per un miracolo del caso. E altrettanto consapevole che la propria stagione da prima pagina durerà poco. Altri già sono in seduta di formazione per sostituirli, tanto non serve sapere granché. Il copione verrà loro consegnato giorno per giorno, le “cose da fare” vengono scritte a Bruxelles, Francoforte e Washington. Qui si esegue e basta. Violentemente e rapidamente.

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megachip

Il ciclo delle destabilizzazioni entra in Cina

Pierluigi Fagan

Tra Hong-Kong (prove tecniche di Rivoluzione Colorata) e Xinjiang (attentati), il Grande gioco globale si prepara a uno scossone per Pechino

Ed eccoci giunti alla Cina. Non poteva mancare il gigante asiatico in rapida e voluminosa crescita, nella sceneggiatura del film "nascita della nuova era complessa". Due fatti recenti da segnalare a margine dell'attivismo del governo cinese che stringe accordi con la Russia, visita l'India, manda navi in ricognizione nel Golfo Persico, compra energia imponendo di fatto una valuta alternativa al dollaro statunitense (Yuan) di cui per altro controlla il valore non affidandosi al mercato, ma all'interesse dello Stato.

Il primo è una serie di attentati nel Xinjiang, la regione uigura dell'estremo occidente cinese dove risiede una etnia non-han, ovvero turcofona-musulmana. Gli uiguri sono indipendentisti e vorrebbero idealmente secessionare dalla repubblica popolare per affratellarsi con i simili turcofoni-musulmani centro asiatici.

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aldogiannuli

Renzi e i “poteri forti”

Aldo Giannuli

A quanto pare, persino il diretto interessato si è accorto che i poteri forti vorrebbero sloggiarlo da Palazzo Chigi. Certo: ci sono voluti i ceffoni a scena aperta degli americani, le esternazioni confindustriali, il sistematico martellamento domenicale di Scalfari, le copertine dell’Espresso, le sfuriate di Della Valle, le ruvidezze merkeliane, la sparata senza precedenti di De Bortoli e persino gli aut aut della Conferenza episcopale, però, alla fine, l’Uomo ha capito di stare sulle scatole ad un bel po’ di gente che conta. Beninteso: non che stia facendo nulla di eversivo; il guaio è che non sta facendo nulla in assoluto. Si è perso dietro questa grottesca riforma istituzionale che non sa come concludere, non ha saputo condurre decentemente la partita delle nomine, si è trascinato per un mese la questione del Csm e non ha ancora risolto il problema dei due giudici costituzionali, sulle privatizzazioni e sulla spending review non dà segni concreti e fa cose incoerenti.

A livello internazionale l’immagine del paese è caduta sotto zero e quando Ranzi parla nelle assemblee internazionali la sala è vuota e la buvette è piena. Il governo, poi, è una corte dei miracoli rispetto alla quale l’assemblea dei nani e delle ballerine fa la figura di un elevato consesso di statisti e regine. E lorsignori sono seccati: non è questo quel che gli servirebbe.

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carmilla

Disarticolo 18

di Alessandra Daniele

Il nuovo contratto di lavoro a tutele crescenti seguirà criteri evoluzionistici. Appena assunto, il lavoratore avrà gli stessi diritti d’un protozoo unicellulare.

Dopo dieci anni acquisirà i diritti d’un celenterato.

Dopo vent’anni quelli d’un invertebrato senza esoscheletro.

Dopo trent’anni potrà accedere ai diritti d’un lamellibranco.

Dopo quarant’anni a quelli d’un trilobita.

A questo ritmo, con tre miliardi di anni d’anzianità lavorativa potrà aspirare a una pensione da scimpanzè.

“Il nostro paese ha bisogno di evolversi, e non c’è sistema migliore che adoperare gli stessi metodi dell’evoluzione – ha dichiarato Matteo Renzi – Riformeremo la specie. La palude del Brodo Primordiale non ci fermerà”.

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contropiano2

La violenza di regime

Dante Barontini

«Ci sono cose che vanno cambiate in modo quasi violento, nel senso del procedimento, non della via men che pacifica. Ci vuole un cambiamento radicale, strutturale, profondo su tutto».

Per una volta ci verrebbe di dire che siamo d'accordo con Matteo Renzi. E siamo stupiti dal fatto  che, sui giornali di oggi, nessuno abbia commentato, neanche di sfuggita, il “salto di qualità” nella retorica del cosiddetto premier. Evocare la violenza, infatti, di solito attira strali feroci, alte lamentazioni, lunghe tirate moralistiche. Se poi a farlo è un presidente del consiglio “paracadutato” in quel ruolo dallo spirito divino (o più probabilmente da quello finanziario-massonico), che vuole stravolgere la Costituzione con il consenso di Hindenburg-Napolitano, che si attira ogni giorno una nuova accusa di tentazioni autoritarie (ci è arrivato persino Bersani, ormai)... l'evento meriterebbe almeno una piccola riflessione.

Proviamo a farla noi.

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nix11

I presunti effetti (reali) dell'abrogazione dell'articolo 18

Ed eccoci all'ennesimo fracassamento di palle sull'abolizione dell'ennesimo articolo 18. Per alcuni è la rovina dell'Italia, per altri la salvezza. Proviamo a vedere che cosa succederà di sicuro. Sfatando così i vari miti.

 

1° mito: il fattore di produzione lavoro è troppo rigido, "è impossibile licenziare" quando serve.

Questa è la stronzata più comune e, ovviamente, la più idiota. Non a caso esce tipicamente dalla bocca del piccolo imprenditore.

La realtà è che, a fronte di esigenze tecnico-produttive dell'azienda, si può da sempre licenziare senza problemi, e l'articolo 18 non c'entra nulla in questo. In caso di esubero di personale, il licenziamento è giustificato da motivo oggettivo, e dunque pienamente legittimo. Se invece il problema è il particolare comportamento del dipendente, tale da rendere impossibile il proseguimento del rapporto di lavoro, allora sussiste il giustificato motivo soggettivo.

Questa è la legge, dunque le lamentele sembrano infondate. In realtà non lo sono, solo che mascherano qual'è il vero problema. Il problema non è la rigidità del lavoro, ma il fatto che si vuole abbassare il costo del lavoro. E per farlo, ci sono tre modi: abbassare il salario nominale, abbassare il salario reale mediante l'inflazione, aumentare lo sfruttamento a parità di salario. Questo è quello che si vuole fare con la lagna dell'articolo 18.

Si vuole la possibilità di ricattare il lavoratore e di poterlo licenziare in qualunque momento, non solo quando non si comporta con la "normale" diligenza prevista dall'attività lavorativa, ma anche quando si rifiuta di obbedire a qualsiasi ordine gli venga impartito dal padrone. Ordine che può essere di qualunque genere, anche illegale.

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huffington post

I contratti a "tutele crescenti"

Discriminatori e per questo incostituzionali

Luigi Pandolfi

Ha qualcosa di sconvolgente (nel senso letterale di "sconvolgere") il principio contenuto nell'emendamento del governo al Jobs Act sulle cosiddette "tutele crescenti", da applicare ai nuovi contratti di lavoro subordinato.

Leggiamo: "(...) il Governo è delegato ad adottare, (...) in coerenza con la regolazione dell'Unione europea e le convenzioni internazionali, (...) la previsione, per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all'anzianità di servizio".

Da questa disposizione si ricava che, nella nuova versione del welfare italico prospettata dal governo, sarà l'anzianità di servizio a determinare il livello di godimento dei diritti costituzionali da parte dei lavoratori, dunque, nella generalità dei casi, l'età dello stesso lavoratore.

Nel nostro ordinamento, solo la maggiore età costituisce uno spartiacque nella storia personale di un individuo, delineando una linea di confine tra un prima ed un dopo nella scala di godimento dei diritti sanciti dalla Costituzione. Beninteso, un minore non ha diritto di voto, non ha facoltà piena di porre in essere atti negoziali, ma non per questo è passibile di soprusi e di discriminazioni. Anzi, c'è una tutela rafforzata che lo riguarda, in quanto "soggetto debole".

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micromega

Ichino e lo scalpo dell’art. 18

Pierfranco Pellizzetti

Sotto l’incalzare di un furente Maurizio Landini, ieri sera molti telespettatori de laSette hanno potuto prendere visione della vera faccia di Pietro Ichino, con annesso baffo modello Groucho Marx, che sino ad allora avevano ritenuto un’icona astratta tendente al caricaturale dell’antico migliorismo milanese (i liberisti dell’allora PCI subalterni a Bettino Craxi e finanziati dal suo ufficiale pagatore di allora: Silvio Berlusconi); oggi alleato con gli ex rutelliani raccolti attorno al premier per dare prova di sottomissione alle plutocrazie nazionali e non, macellando una classe lavoratrice che potrebbe rivelarsi “ceto pericoloso” per i disegni di ricastalizzare la società nel nuovo feudalesimo prossimo venturo, in cui i signoraggi non discendono più dal sangue ma dal possesso (rendite di posizione).

Preceduto in mattinata da una sempre più soave viperetta Barbara Serracchiani (specializzata in perfidie pronunciate con quell’aria da madonnina infilzata), che aveva lanciato il tema, ora il giuslavorista di lorsignori ripeteva il refrain: “le multinazionali non investono in Italia perché hanno terrore dell’articolo 18”.

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conness precarie

Veneto e morte

Storia transnazionale di una filiera locale

di Caprimulgus

La notizia dei quattro operai morti ad Adria (Rovigo) è già stata seppellita dai telegiornali sotto le necessità politiche contingenti. Lo stesso è accaduto qualche tempo fa per la morte inopportuna di sette cinesi a Prato. Quanto meno dopo la morte esiste evidentemente un’uguaglianza tra lavoratori migranti e italiani. Molto meglio parlare di mercato del lavoro che di morti sul lavoro. I tre operai e il camionista sono deceduti in un impianto di trattamento di fanghi industriali a causa di una miscela di ammoniaca e acido solforico che ha provocato una nube tossica. Difficile dire se si tratta di un errore umano o se gli evidenti problemi di sicurezza della ditta, sottolineati dal Pm incaricato, siano stati decisivi. Ma non è da escludere che le sostanze dichiarate non fossero quello che poi hanno prodotto la reazione. Certo è che la decina di occupati della Co.im.po conosceva il lavoro e sapeva bene qual era la situazione fuori di lì. Il Polesine è rimasto meno colpito del resto del Veneto dalla crisi economica, ma perché qui il benessere è sempre arrivato di striscio. Si prende quello che c’è, perché da queste parti non c’è molta discussione sulle condizioni di lavoro, anche a costo di usare delle vasche inadeguate, di lavorare senza maschere protettive e in fretta. Gli operai non sono ancora stati ingaggiati né in serie A né in serie B.

Il presidente Giorgio Napolitano, subito prima o subito dopo aver dichiarato che bisogna essere coraggiosi e deregolare fino in fondo il mercato del lavoro, ha espresso il suo cordoglio ai familiari degli operai morti, così come il Governatore Luca Zaia e il Sindaco. Dopo morti gli operai sono tutti da ricordare.

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minimamoralia

Sblocca-Italia o Sfascia-Italia?

di Tomaso Montanari

«Contrarietà Mibact»: è la formula che punteggia sulle ultime bozze dello Sblocca Italia. In altre parole, il Ministero per i Beni Culturali è l’ultimo argine che tenta di impedire un azzeramento senza precedenti delle leggi che tutelano il territorio nazionale. Un argine debole, tuttavia: perché, negli stessi giorni, Dario Franceschini deve ottenere la sospirata firma del presidente del Consiglio in calce alla riforma del suo ministero. Una partita incrociata che rischia di vedere un unico sconfitto: il Paese.

Ma cosa stabilisce il decreto? L’articolo 1 prevede che l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, nominato commissario per la realizzazione degli assi ferroviari Napoli-Bari e Palermo-Messina-Catania, possa condividere con le altre amministrazioni coinvolte non una bozza, ma un progetto finale. Nel caso che esse non siano favorevoli,  egli potrà decidere se i pareri avversi siano ‘regolari’, e quindi se tenerne conto o meno. Un potere privo di qualsiasi freno e controllo: se occorrerà bucare una montagna piena di amianto o spianare una città antica, ebbene si potrà fare. E il principio è letale: una soprintendenza non potrà più respingere un progetto perché incompatibile con la tutela del territorio, e dovrà invece comunque accettarlo.

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inchiesta

Il futuro del capitalismo tra creatori e predatori

di Pier Luigi Sacco

Diffondiamo la recensione di Pier Luigi Sacco, ordinario di economia della cultura allo IULM di Milano, fatta per www.ilsole24ore.com 
 del 21 settembre 2014 a libro di Geoff Mulgan L’ape e la locusta. Il futuro del capitalismo tra creatori e predatori, ed Codice 2014

Secondo la grande immaginazione poetica di John Donne, nessun uomo è un’isola. Eppure, l’antropologia soggiacente al modello di capitalismo di mercato che è stato il riferimento permanente e per certi versi indiscutibile dei modelli e delle strategie di crescita economica degli ultimi cinquant’anni si basa proprio su questo principio: che tutti gli esseri umani siano in ultima analisi “isole”, ovvero soggetti razionalmente focalizzati sul perseguimento di propri interessi personali, auto-centrati e auto-riferiti, e che le relazioni tra esseri umani siano conseguentemente guidate da una razionalità strumentale al perseguimento di tali interessi.

Le relazioni, in altre parole, non hanno significato in sé, ma soltanto nella misura in cui ci permettono di soddisfare i nostri interessi e perseguire gli scopi ad essi legati.

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micromega

Quale politica per la sinistra? Sul dialogo Piketty/Montebourg

Carlo Formenti

È ancora immaginabile un ruolo per una sinistra riformista e socialdemocratica in un’epoca in cui la parola riforma è divenuta sinonimo di politiche antisociali? Questa la domanda che un redattore de “les inRockuptibles “ rivolge all’economista Thomas Piketty e all’ex ministro dell’economia Arnaud Montebourg, appena “licenziato” da Hollande, sul numero 980 (10 – 16 settembre 2014) della rivista francese. Il dialogo fra i due giovani eretici si intitola “Pour une autre politique de gauche” e potrebbe offrire salutari stimoli di riflessione per la stagnante scena culturale della sinistra nostrana (ammesso che soggetti dall’encefalogramma piatto possano percepire stimoli).

Su diagnosi, prognosi e cura della crisi i punti di vista dei due interlocutori sono in buona misura convergenti, e si rifanno agli insegnamenti che John Maynard Keynes trasse dalla Grande Depressione del secolo scorso. Il loro dialogo ruota attorno a quattro nodi tematici: insipienza dei politici europee (in particolare se “di sinistra”); contraddizioni di un processo di unificazione europeo incompiuto e dominato dagli interessi particolari della Germania; necessità di ripensare il ruolo dei governi nazionali; riequilibrio dei rapporti di forza sociali a favore delle classi medio basse.

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ilsimplicissimus

L’Africa val bene un virus

di ilsimplicissimus

Potremmo chiamarla arma batteriologica, ancorché la sua origine derivi presumibilmente da volpi volanti e pipistrelli con il tramite delle scimmie. E pare proprio che il nobel per la pace voglia usare l’epidemia di ebola e le paure che suscita in tutto il mondo, per mettere in piedi una base militare con 3000 soldati e relativi mezzi sotto l’abusata bandiera dell’intervento umanitario che per la verità dovrebbe contemplare farmaci, medici, e ricercatori più che uomini in armi, incrociatori, caccia e quant’altro. Ma il fatto è che l’Africa occidentale è ricchissima di risorse minerarie di ogni tipo e le popolazioni locali cominciano a ribellarsi alla sottrazione di ricchezze che passano totalmente sopra le loro teste. Questo senza contare l’espansione dell’influenze cinese nel continente.

Per capire bene ciò di cui stiamo parlando bisogna premettere alcune cose: la prima epidemia di ebola (316 contagiati)  non c’è stata l’altro giorno, ma nel lontano 1976, senza che finora siano trovate le risorse per produrre un vaccino, nonostante il vivo interesse mostrato dall Us army Medical Reserach per i vari ceppi del virus. Del resto chi se ne frega di qualche morto africano. Esiste chissà come un farmaco sperimentale che fino ad ora si è rivelato efficace, lo Zmapp sorprendentemente prodotto ( e fornito gratuitamente in piccole dosi)  da una piccola azienda di San Diego nata nel 2003 e situata a due passi dal maggiore centro di comando della Us navy.

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conness precarie

La dieta delle tutele crescenti

Centinaia di persone da un paio di giorni si stanno sgolando e scannando per cercare di spiegare al meglio la riforma del contratto di lavoro a tempo indeterminato e la questione delle tutele crescenti (anche dette a «sfruttamento decrescente» nei salotti della Firenze bene). Ognuno dice la sua, ma nessuno, in fondo, riesce a essere chiaro su cosa sia questo cambiamento tanto atteso. In parte ciò è dovuto al fatto che abbiamo sul tavolo una riforma più simile a un posacenere vuoto in attesa delle sigarette che Poletti custodisce gelosamente, i suoi decreti attuativi, da cui, come dice lo stesso, potremo poi tirare le dovute conseguenze. Poiché nessuno è capace di spiegare con efficacia questa riforma e noi non intendiamo aspettare le sigarette di Poletti, ci assumiamo l’onere di far capire di che morte moriremo, perché ad ogni modo un quadro è stato definito.

Alcune metafore sono pericolose, ma altre sanno andare dritte al nocciolo di una questione, ne abbiamo scelta perciò una che sembra fare al caso nostro.

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megachip

L'equivoco equinodotto dell'ISIS

di Matzu Yagi e Gengis Kant

Cisterne invisibili, migliaia di muli, zero oleodotti. Com'è che l'ISIS smercia ogni giorno un mare di petrolio e l'Occidente non lo vede? Quando le news sono equine

Gli esperti dicono che l'Emirato Islamico dell'Isis è finanziariamente autonomo anche perché guadagna circa 2 milioni di dollari al giorno dalla vendita del petrolio estratto nei territori che occupa, in luoghi dove fino a poco tempo fa prosperavano colossi come la francese Total e l'anglo-olandese Shell. Ma due milioni di dollari corrispondono a più di 20.000 barili al giorno e il barile contiene circa 160 litri. Cioè l'Isis consegna a qualcuno 2800 tonnellate di petrolio, tutti i giorni.

E come fa?

Non lo vedono dai satelliti chi si viene a prendere 2800 tonnellate di roba, quotidianamente? E da dove viene questo qualcuno? Anche questo non si nota, visto che ad occhio dovrebbero essere circa 130 camion cisterna? Cioè i satelliti non vedono colonne di 130 autocisterne che tutti i giorni fanno avanti ed indietro dai territori dell'Isis? Era dai tempi del film Duel di Steven Spielberg che non si vedeva un'autocisterna così demoniaca, e ora ce ne sono addirittura centotrenta e nessuno le nota, nessuno le bombarda?

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militant

Il colonialismo strisciante parte seconda

Da Napoli al Kerala passando per Ferguson

di Militant

Napoli, Italia: un militare spara “accidentalmente” ad un ragazzo che non si era fermato ad un posto di blocco. Il ragazzo, Davide Bifolco, muore sul colpo. La sacrosanta rabbia popolare si trasforma in manifestazioni di piazza, ma soprattutto in diffusa indignazione verso l’operato dei militari. Un generale sdegno, uno strisciante risentimento, che si fa strada nonostante tutti gli organi deputati alla formazione dell’opinione pubblica (giornali, TG, Parlamento, Facebook, Twitter, commentatori accreditati, radio, ecc) abbiano fatto muro a difesa dei carabinieri e delle istituzioni statali. Un muro costruito sulla contrapposizione artificiosa tra Stato e camorra, una dicotomia fondata sulla falsità di chi si considera unica espressione della vita democratica, ultimo argine alla barbarie mafiosa. O con lo Stato o con la camorra, ci dicono i media unificati. Nonostante questo, e nonostante la pancia assuefatta e biliosa del paese approvi la giustizia sommaria con pena di morte, il pensiero comune è di una sostanziale avversità verso l’operato dei militari e delle forze dell’ordine. Ovviamente non il “pensiero comune” della società nel suo complesso, ma di quella parte che più frequentemente vive sulla propria pelle le varie forme della repressione: politica, sociale, economica.

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contropiano2

Doccia scozzese: la maggioranza silenziosa ha detto no

Marco Santopadre

Il responso delle urne è irrevocabilmente negativo: 55,3 contro 44,7%. Poco più di due milioni di voti contro 1 milione e 650 mila. Niente indipendenza, niente libertà, niente fine della Gran Bretagna.

Non è bastata una generosa ma forse tardiva mobilitazione della base sociale indipendentista e popolare per ribaltare un risultato che, comunque, poche settimane fa sembrava ancora più schiacciante, tanto che la maggior parte dei media internazionali hanno a lungo snobbato la storica consultazione che ieri ha visto impegnati quasi 4 milioni di elettori scozzesi, ma anche europei ed extracomunitari residenti (alla faccia di chi descrive quello scozzese come un nazionalismo etnico ed esclusivista).

Nell’ultima fase della campagna i fautori della rottura con Londra ci hanno creduto, a migliaia si sono mobilitati nelle strade e nei luoghi di svago e di lavoro per spiegare le loro ragioni. Nella versione socialdemocratica dello Scottish National Party del premier di Edimburgo Alex Salmond, oppure in quella radicale e di sinistra della ‘Radical Indipendence Campaign’. Ma non è stato sufficiente.

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huffington post

Draghi metafisico e il nuovo favore alle banche

Luigi Pandolfi

La prima asta di rifinanziamento "mirato" delle banche nell'ambito del programma Tltro (Targeted long term refinancing operation), misura adottata dalla Bce "per migliorare il funzionamento del meccanismo di trasmissione della politica monetaria, sostenendo l'attività di prestito delle banche all'economia reale", si è rivelato un mezzo flop, o un flop e mezzo con trucco, che forse è più vicino alla realtà. Contrariamente alle stime della vigilia, infatti, che avevano stabilito in un range compreso tra 130 e 150 miliardi di euro il controvalore complessivo dell'operazione, la richiesta delle banche si è fermata a 82,6 miliardi di euro. Decisamente poco. Ma questo dato numerico, da solo, non dice tutto. Anzi, potrebbe addirittura condurre fuori strada.

Com'è noto, questa nuova iniezione di liquidità nel sistema bancario dell'Eurozona era stata presentata come la leva giusta per rivitalizzare il settore del credito dopo il crollo dei prestiti alle imprese ed alle famiglie seguito alla catastrofe finanziaria del 2007-2008. L'idea, o l'illusione, era quella che le banche, nonostante il perdurare della crisi, avrebbero accettato su larga scala una nuova forma di rifinanziamento, condizionato all'erogazione di prestiti al settore privato, giovandosi in questo modo dei tassi agevolati (0,15%) garantiti da Eurotower.