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All it needs is love
Carlo Formenti
“Non ci amano più”: questo il lamento di un formidabile articolo dell’Economist. A dire il vero il titolo recita, parafrasando quello di un famoso successo dei Beatles, “All it needs is love”. Ma dietro quell’impersonale it (riferito al capitalismo) si nasconde il noi di una intera classe, ben rappresentata dalla prestigiosa testata. Ma chi non lo (li) ama più? Secondo un sondaggio del 2013, solo una maggioranza di misura (il 53%) dei cittadini americani si è espressa a favore del libero mercato, mentre la percentuale scende seccamente sotto il 50% in analoghi sondaggi condotti in Grecia, Spagna e Giappone. Ma soprattutto il 56% dei cittadini dei Paesi ricchi ha identificato nella crescente disuguaglianza il problema più grave.
Di chi la colpa? Della finanziarizzazione dell’economia, scrive l’Economist: alla gente non è piaciuto che, per salvare i grandi speculatori, gli stati abbiano riversato nelle loro tasche i soldi prelevati da quelle delle classi medie e inferiori (quel che si chiama privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite).
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La durevole passione di Diego Fusaro
Fabrizio Marchi
Condivido in toto, nel caso specifico, questo intervento di Fusaro: https://www.youtube.com/watch?v=IOKJw1p_JI0
Peccato per l’insopportabile narcisismo e lo smodato egocentrismo che lo contraddistinguono e che a mio parere mal celano anche una personalità fondamentalmente nichilistica, in aperta contraddizione con la filosofia hegelo marxiana di cui afferma di essere un fiero sostenitore.
Naturalmente queste sono solo mie personalissime sensazioni, per dirla con Hume, un filosofo che non mi è particolarmente simpatico e non dovrebbe esserlo neanche a lui.
Ma questi sono aspetti di ordine personale sui quali si potrebbe anche sorvolare. Del resto, Fusaro non sarebbe (qualora la mia sensazione fosse corretta…) certamente il primo narcisista a calcare le scene mediatiche…
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L'Abenomics, i sovranisti e l'Impero che decide
di Gengis Kant
Se la recessione avesse un suono, quella del Giappone di Shinzo Abe arriverebbe come un boato, altrettanto forte quanto i rumori della "Premiata Stamperia Yen" con cui sin qui la banca centrale nipponica aveva prodotto una massa abnorme di moneta. "Nel terzo trimestre, il Pil giapponese è scivolato dell'1,6% su base annua" [CNBC].
Vedete dunque la fine che sta facendo l'Abenomics, con tutto che il debito pubblico nipponico è in mano ai giapponesi stessi?
Ma il Quantitative Easing non era salvifico? Ma la moneta "indipendente" (sic!) non era salvifica?
Quante idiozie sono state dette dai "sovranisti"! Idiozie uguali e speculari a quelle dei monetaristi. Dopo tutto il modo di ragionare è il medesimo.
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Quella cosa informe che ci ostiniamo a chiamare Milano
Giuseppe Genna
Qualcuno, molto tempo fa, vide e descrisse Parigi a volo d’uccello, in un libro assai amato dalle folle. Poiché Milano è un’imitazione fallita di Parigi, mentre è un’imitazione riuscitissima di Garbagnate, si può fare una descrizione a volo di uccello di una città che fu capitale morale del paese e non lo è più da tempo, che si raccolse sotto il Duomo e oggi non si raccoglie sotto la torre Unicredit, che proprio come Parigi tenta l’Exposition Universelle e non le riesce l’Expo.
Si cala a Milano trapassando le polveri sottili che la assediano, rendendola discernibile all’orizzonte da chilometri e chilometri: da Pavia si scorge una cupola marrone e violacea, comunque livida, che ha in sé qualcosa di cosmico e tumorale. Queste polveri sono certamente sottili per via dell’inquinamento, ma sono anche grossolane perché sono terra: terra grezza. La metropoli lombarda non ha ritenuto adeguato procedere a un salutare mantenimento fisico, bensì ha ambìto a sottoporsi a una botulinizzazione pesante, istantanea, lombrosiana.
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Perchè leggere oggi IL CAPITALE?
di Noi Restiamo - Bologna
Una formazione generale deve tentare di guardare al mondo nella sua completezza, senza il timore di non essere all’altezza (o ancor più, onniscienti) ma delineando le linee guida per un’interpretazione di classe degli avvenimenti più disparati. Al lato opposto, la formazione particolare, specifica su un dato argomento, si realizza a partire dalle esigenze della pratica.
Partendo da questo assunto, la campagna Noi Restiamo si pone l’obiettivo di valorizzare costantemente i momenti di informazione e formazione affinché, in prospettiva, gli attivisti politici e sociali che vi aderiscono possano avere gli strumenti per non trovarsi impreparati di fronte a situazioni nuove. La chiave di lettura sarà sempre e necessariamente la differenziazione di classe che sostiene il sistema capitalista, la dialettica intrinseca negli avvenimenti che lo caratterizzano, e un metodo scientifico che sappia tenere conto di tutto questo e raccordarlo con le possibili ipotesi di intervento che ogni compagno deve saper agire sul reale. Allo stesso tempo, occorre sostenere un piano di pratica adeguato alle naturali caratteristiche dinamiche del soggetto giovanile, che è tanto riferimento esterno quanto attore interno della campagna.
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Trasformismo e trasformazione
di Leonardo Mazzei
In un breve articolo sul blog Mainstream, Claudio Martini fotografa in maniera assai efficace l'attuale evoluzione del dibattito sulla questione dell'euro.
Dopo aver passato in rassegna le posizioni di diversi esponenti politici, ed il loro progressivo spostamento verso posizioni no-euro o quantomeno "euroscettiche", questa è la sua fulminante conclusione:
«E' ormai finita l'era del Ce lo chiede l'Europa. E' iniziata la stagione del trasformismo neo-patriottico».
La fotografia è precisa, e ci rimanda a tre questioni: a) l'irriformabilità dell'Unione Europea, di cui è evidentemente sempre più difficile non prendere atto; b) la crescita, nella società, di una consapevolezza diffusa sui mali prodotti dall'euro e dal suo sistema; c) le modalità di uscita dalla moneta unica, cioè l'alternativa tra uno sganciamento guidato da una politica democratica e popolare o, al contrario, l'affermazione di quelli che Emiliano Brancaccio chiama i "gattopardi".
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La caporetto del PD
Perdono tutti i nostri avversari... eppure si va a destra
Maurizio Scarpa
Precipita il consenso del Partito Democratico in Emilia Romagna e le urne restano semivuote , il neo presidente della Regione Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, afferma: "Non minimizzo il crollo dell'affluenza, ma la vittoria del Pd è netta". Gli fa eco il presidente del Consiglio che aggiunge “La non grande affluenza è un elemento secondario”.
La svolta autoritaria in atto nel nostro paese si misura anche da queste dichiarazioni portatrici, con cristallina trasparenza, di un’idea oligarchica del potere, che non ha nessuna remora nel mostrare il proprio disinteresse nei confronti del consenso popolare.
L’Emilia Romagna, una volta regione “rossa”, nel passato ha fatto della partecipazione politica un impegno e un vanto. Alle prime regionali votò il 96,6% degli aventi diritto.
Essere comunisti non era solo una tessera di partito ma passione politica, partecipazione militanza; così dopo cinque anni si riconfermò il 96,6% e fino allo scioglimento del PCI nel 1990 in Emilia-Romagna votava il 92,9%.
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L’inizio della caduta e il dubbio delle elezioni
di ilsimplicissimus
Renzi deve andare alle elezioni in primavera, prima che il suo bluff sia totalmente scoperto e questo lo si era intuito a fine estate con i dati disastrosi dell’economia. Poi lo si è capito quando Napolitano ha cominciato a parlare di dimissioni, quando la nuova legge elettorale è tornata ad essere una priorità e la commissione Ue ha di fatto ambiguamente congelato i “provvedimenti per l’Italia” proprio per dar modo al suo uomo di spuntarla nelle urne. Ma l’astensione epocale dal voto amministrativo che si è avuta in una delle storiche roccaforti del Pd, l’ Emilia – Romagna, apre una domanda che fino all’altro giorno pareva azzardata: Renzi può permettersi elezioni a primavera?
Dal voto affiorano alcune realtà finora nascoste sottopelle, ma che ormai sono perfettamente visibili: la prima è che esiste ormai un divorzio conclamato tra elettori e partiti, ovvero tra cittadini e classe dirigente nel suo senso allargato. Poi che esiste un vuoto di offerta politica specie a sinistra, che aspetta solo di essere riempito anche se la persistenza di elite marginali, formali e informali, ma comunque contigue al potere, ha finora mortificato. E infine che la situazione è degradata a tal punto da bruciare in pochi mesi i salvatori della patria che si succedono incessanti alla luce di identici programmi imposti dall’esterno. E che appunto sta logorando Renzi con una velocità inaspettata nonostante l’imponente macchina narrativa costruita e finanziata attorno a lui.
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Fantascienza e politica: Matrix finanziaria
ilsimplicissimus
Non credo ci sia un genere narrativo più ermeneutico della fantascienza nel delineare l’inconscio collettivo di un’epoca, il suo zeit geist o la sua immaginazione produttiva, se vogliamo impropriamente tirare in ballo Kant. Marginalizzando la psicologia personale per immetterla nella trama dell’assolutamente altro o delle immaginazioni di futuro, essa è in parte libera dal bon ton della narrazione del potere proprio grazie al suo apparente evitare il presente concreto e finisce per restituire, depurate dalle sovrastrutture del discorso “serio”, gli incubi e le pulsioni del presente insieme alle loro futili razionalizzazioni a la carte..
Naturalmente mi riferisco alla fantascienza di livello non agli insopportabili cliché della fantasy o alle modestissime saghe da cassetta per adolescenti brufolosi. Fatto sta che da alcuni anni il cinema così come i romanzi e i racconti ci presentano dapprima un mondo virtuale- reale creato da macchine pensanti che diviene una metafora del potere, come in Matrix e compagnia, poi un mondo degradato e disumanizzato, afflitto da enormi disuguaglianze, sottoposto a ineluttabile destino di morte, cui non si può sfuggire o al quale ci si può sottrarre solo andando verso un altro pianeta vergine o una stazione spaziale separata dalla terra.
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Lo scaricabarile sulle alluvioni nell’Italia che non sa fermare il cemento
di Tomaso Montanari*
Dalla Liguria al Veneto, mezzo secolo di delirio edilizio che ha mangiato oltre 5 milioni di ettari di campagna. E mentre il Paese frana sotto la pioggia, passa la legge voluta dal governo che sblocca i nuovi cantieri.
Lascia interdetti lo scaricabarile tra il Presidente del Consiglio e il Presidente della Liguria sulle responsabilità del dissesto del territorio italiano. E non solo perché è indecoroso mettersi a discutere mentre i cittadini e la Protezione civile lottano contro il fango: ma anche perché la questione è troppo maledettamente seria per liquidarla a colpi di dichiarazioni e controdichiarazioni tagliate con l’accetta.
Andrà scritta, prima o poi, la vera storia della cementificazione dell’Italia. Quella storia che oggi ci presenta un conto terribile. Andranno identificati, esaminati, valutati i giorni, le circostanze, i nomi, le leggi nazionali e regionali, i piani casa, i piani regolatori, i condoni, i grumi di interesse che — tra il 1950 e il 2000 — hanno mangiato 5 milioni di ettari di suolo agricolo. E che solo tra il 1995 e il 2006 hanno sigillato un territorio grande poco meno dell’Umbria, in un inarrestabile processo che oggi trasforma in cemento 8 metri quadrati di Italia al secondo: come ci ricorda un prezioso libretto di Domenico Finiguerra.
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Il coraggio di un partito
di Marco Damilano
Il sindaco di Roma Ignazio Marino è indifendibile, per tanti motivi. Il puntare tutto sui Fori Imperiali pedonalizzati che in giornate di pioggia come oggi sono ridotti a una risaia asiatica. La Panda rossa e le multe fantasma, più da ridere che da indignarsi. La vanità personale che gli fa dire cose tipo «la linea C della metro è su tutti i giornali del mondo» (sì, ma per la lentezza dei lavori). Il senso di spaesamento che lo accompagna ovunque va, in bicicletta nel centro storico o di fronte alla folla inferocita di Tor Sapienza.
Oggi difendere Marino significa fare come il Marco Antonio nel Julius Caesar di Shakespeare, il capo pugnalato dai suoi dalle parti del Campidoglio: «Vengo a seppellire Cesare, non a lodarlo… Il nobile Bruto v’ha detto che Cesare era ambizioso: se così era, fu un ben grave difetto: e Bruto è uomo d’onore». Ecco, Marino sarà indifendibile, ma chi accusa oggi Marino può vantare più o meno lo stesso onore di Bruto. E minore coerenza, trasparenza. Coraggio politico.
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Se non c’è alternativa, non c’è politica
di Alberto Bagnai
Al seminario “A quali condizioni può sopravvivere l’euro” assisteva una convitata di pietra, la signora T.i.n.a. (There is no alternative). All’euro non c’è alternativa, è parso di capire da molti interventi, il che in fondo rendeva superfluo il seminario, e quindi tanto più apprezzabile il tempo impiegato (cioè, nella loro ottica, perso) dai relatori: se non c’è alternativa, non ci sono condizioni non dico da porre, ma nemmeno da analizzare.
Era al tempo stesso paradossale e ovvio che la signora Tina sedesse con noi.
Paradossale, perché il mantra che “non ci sia alternativa” è stato fatto proprio, negli ultimi tre decenni, dall’ideologia neoliberista, un’ideologia in linea di principio deprecata da tutti i partecipanti. Ovvio, perché l’euro è stato il cavallo di Troia usato da questa ideologia per radicarsi nel nostro continente. Questo, ormai, non è più lecito nasconderselo. Fatte salve le sue intenzioni, senz’altro ottime (tant’è che ci stiamo lastricando l’inferno della crisi più grave della nostra storia), per quanto attiene alla politica economica il Trattato di Maastricht è uno scampolo di paccottiglia neoliberista anni ’70: il primato delle regole sulle politiche discrezionali, la fiducia nella capacità del mercato di autoregolarsi, il feticcio della stabilità dei prezzi, articolato sulla concezione scientificamente dubbia dell’inflazione come fenomeno puramente monetario, dalla quale consegue il principio fallimentare e antidemocratico dell’indipendenza della Banca Centrale dal potere esecutivo.
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La stravagante economia dell’universo parallelo della Germania
di Wolfgang Münchau
Sul Financial Times, il giornalista economico tedesco Wolfgang Münchau lancia un attacco durissimo alla dottrina economica mainstream del suo paese, l’Ordoliberismo. Non solo è “stravagante” e completamente priva degli strumenti per fronteggiare depressioni e trappole della liquidità, ma, per il suo carattere asimmetrico, risulta assolutamente inadatta ad una unione monetaria dove occorrerebbe visione comune e cooperazione.
Gli economisti tedeschi si dividono grosso modo in due categorie: quelli che non hanno letto Keynes, e quelli che non hanno capito Keynes. Descrivere l’economia manistream in Germania come conservatrice non coglie il punto. Ci sono alcune sovrapposizioni con le varie scuole neoclassiche o neoconservatrici negli Stati Uniti e altrove. Ma, per quanto il confronto tra il mainstream tedesco e il Tea Party possa apparire convincente, non regge ad un esame scrupoloso. L’ortodossia tedesca cavalca sia il centro-sinistra che il centro-destra. L’unico partito con alcune tendenze keynesiane è quello degli ex comunisti.
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La Notte del Cazzaro
di Alessandra Daniele
Con l’eccezionale No Sanctuary s’è aperta quella che è stata finora la migliore stagione di The Walking Dead, la più dura, la più matura e convincente della serie che, come l’episodio Self Help ha dimostrato ancora una volta, fornisce sempre le migliori chiavi di interpretazione della politica italiana.
Segue spoiler.
Non era in fondo difficile capire subito che la promessa di Eugene di trovare una cura alla pandemia zombie fosse una millanteria senza fondamento, una strategia di sopravvivenza da lui ideata per trovare qualcuno che lo proteggesse.
Eppure in molti gli hanno creduto fino al punto di lasciare compagni fidati e luoghi (quasi) sicuri per accompagnarlo nella sua “missione” fasulla, finendo spesso per rimetterci la pelle. In troppi non l’hanno riconosciuto subito cone un pericoloso cazzaro che oltre a sfruttarli come scorta spesso li sabotava e li rallentava, sapendo che sarebbe stato smascherato all’arrivo.
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Una coalizione possibile
Marco Bascetta
La giornata del 14 novembre ci ha fatto registrare un evento che i governanti faranno bene a valutare seriamente: la rottura di quella pace sociale sempre più fondata sulla rassegnazione e sull’impotenza, sempre meno sulla soddisfazione dei bisogni e la solidità dei diritti, di cui il partito della Restaurazione “nuovista” si alimenta. Questo cambio di marcia, questa accelerazione non ha copyright. Non quello dei metalmeccanici che hanno messo in campo la loro pur cospicua forza, non quello di una Cgil che si dispone allo sciopero generale, né quello dei sindacati di base, dei movimenti, dei precari, degli studenti o degli innumerevoli esclusi dal lavoro certificato e retribuito come tale. Il successo di questa giornata di lotta, che ha attraversato rumorosamente decine di città italiane, appartiene a una “coalizione” possibile, non intesa come sommatoria di diversi interessi categoriali e sociali, ma come intelligenza, pienamente politica, della necessità di scontrarsi con il modello neoliberista e con i dispositivi sempre più accaniti di estrazione di valore e di risorse da una cooperazione sociale che si estende dal lavoro dipendente a un multiverso di attività senza nome e senza reddito.
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Un moloch in lento divenire
Sergio Cesaratto
Un sistema planetario dove lo stato nazionale è ridotto a guardiano degli interessi delle multinazionali. Un libro di Ernesto Screpanti
L’ultimo libro di Ernesto Screpanti per la Monthly Review Press (Global Imperialism and the Great Crisis – The uncertain future of capitalism, traduzione italiana ordinabile on line su www.ilmiolibro.it)) è assai ambizioso. Che negli ultimi trent’anni, crisi o non crisi, il capitalismo abbia sovvertito i rapporti di forza fra capitale e lavoro marginalizzando in gran parte del globo le forze del cambiamento sociale è un fatto evidente a tutti. L’abbandono delle politiche di pieno impiego sul finire degli anni 1970 complici le ideologie ultraliberiste alla Thatcher e Reagan, la globalizzazione con la concorrenza massiccia nel mercato del lavoro capitalista di centinaia di milioni di nuovi lavoratori e la caduta di ogni speranza nella sfida del socialismo reale sono alla base di questo mutamento epocale. Il mutamento dei rapporti di forza che si era progressivamente prodotto nei precedenti cento anni nei paesi di più antica industrializzazione e culminato nell’epoca d’oro del capitalismo appare ora il risultato di circostanze non più ripetibili, almeno per molte decadi a venire. In questo contesto Screpanti si propone di prefigurare quali sono le caratteristiche del capitalismo nella nuova fase definita dell’imperialismo globale.
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Il laboratorio Tor Sapienza
Ovvero la nostra incapacità di incidere nelle contraddizioni popolari
Militant
Non siamo di Tor Sapienza né in questi giorni siamo passati a vedere quello che succedeva. Non abbiamo dunque alcuna voglia di consigliare o solo commentare quello che sta avvenendo. Allo stesso modo, però, abitiamo le altre decine di periferie cittadine, quanto o più degradate del quartiere di Roma est, quanto o più attraversate da razzismi striscianti, da risentimenti populistici, da contraddizioni vere e presunte che potrebbero esplodere da un momento all’altro lasciandoci pericolosamente afoni di fronte a una destra che non aspetta altro che cavalcare il risentimento popolare in chiave razzista. E’ dunque di questo che dovremmo discutere, di come impedire sul nascere la possibilità di questa deriva pericolosa. Sabato ci sarà un primo tentativo di raccogliere politicamente i mille rivoli del degrado delle periferie, un tentativo che se dovesse riuscire sarebbe un passo in avanti verso il baratro di un front national all’italiana.
Le decine di periferie che circondano la capitale soffrono degli stessi, identici, problemi. Nessuna di queste contraddizioni, a cui la crisi ha aggiunto il carico di povertà, disillusione e rabbia, riesce ad essere organizzata o solo intercettata dalle sinistre. Soprattutto perchè tali contraddizioni stanno eruttando per colpa della “sinistra” comunale che ha contribuito a crearle, ammassando nei quartieri già degradati di loro ulteriori concentrazioni di esclusione sociale, in un mix perverso dal risultato garantito: la guerra fra poveri.
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Pasolini, quel sapere impotente
Alberto Burgio
Quarant’anni e paiono quattrocento. Mentre, per converso, poche pagine precipitano tra le nostre carte con altrettanta rovente attualità. Stiamo parlando di quel violento editoriale (poi ribattezzato «Il romanzo delle stragi») che Pier Paolo Pasolini pubblicò sul Corriere della sera, il 14 novembre del 1974, un anno prima di finire massacrato sul litorale di Ostia. «Io so. Io so i nomi dei responsabili…»
Fu un brutale attacco all’«establishment» che comandava l’Italia. Accusato di avere ordito «tra una messa e l’altra» la tragica spirale di violenza che da un lustro – da piazza Fontana a piazza della Loggia, all’Italicus – insanguinava il paese. E accusato, a maggior ragione, di omertà per la determinazione a coprire mandanti ed esecutori materiali di una «serie di ’golpes’ istituitasi a sistema di protezione del potere» democristiano e atlantico.
Il ragionamento di Pasolini è limpido. Chi abita le stanze del Palazzo (non soltanto i politici, attenzione: anche chi controlla l’informazione, cioè la disinformazione pubblica) conosce l’identità dei responsabili delle «spaventose stragi» di Stato. Ha prove che inchioderebbero sicari – militari, neofascisti, mafiosi e criminali comuni – e mandanti.
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TTIP, libero scambio? No, protezionismo per le multinazionali
Comidad
A distanza di sette anni dall'avvio del negoziato, ed in prossimità della scadenza del 2015, finalmente la questione del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership, la "NATO economica") sta arrivando a conoscenza della gran parte della pubblica opinione. Quando i giochi sono già fatti, e tutto è stato deciso, allora è il caso di dare avvio al "dibattito democratico", anche se con gli opportuni accorgimenti. I post sulle testate online sono infatti equamente distribuiti tra favorevoli e contrari, in modo da fornire l'impressione di un equilibrio. Se un'opinione vale l'altra, questo TTIP non sarà poi così spaventoso da giustificare certe preoccupazioni. In tal modo, anche i sette anni di segretezza diventano un dettaglio trascurabile.
Queste tecniche di manipolazione puerili, ma sempre efficaci, vengono messe in atto in questo periodo anche per la "riforma" della Scuola. Il governo Renzi ha spinto la finzione al punto da allestire uno sportello di "ascolto" per le proposte dei cittadini. La "Buona Scuola" di Renzi si concede un bagno di democrazia, e molti cittadini, pur consapevoli di non contare nulla, si offrono volentieri all'abluzione rituale.
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“Stravolgimento”
di Elisabetta Teghil
Abbiamo parlato molte volte di come il neoliberismo abbia stravolto termini e significati. Una volta per sicurezza si intendeva una serena vecchiaia, la parola riforma era legata alla possibilità di un lento ma graduale miglioramento della società e della condizione di vita di tutte/i, sinistra significava attenzione agli strati sociali poveri e o comunque svantaggiati, la costituzione scritta e non sempre, anzi quasi mai quella materiale, era impregnata dei valori della Resistenza, la scuola pubblica, l’unica che la costituzione prevedeva che si finanziasse, era un ‘occasione per far accedere larghi strati della popolazione all’istruzione e, magari alla laurea, intesa come un’occasione di promozione sociale. Da qui il fenomeno dei laureati in prima generazione che non erano più bravi e più amanti dello studio dei genitori e dei nonni , ma che avevano avuto l’occasione, grazie alle lotte degli anni ’70, di accedere per la prima volta alla laurea.
La sicurezza, ora, è quella di un presunto cittadino/a intimorito/a chissà da chi e da che cosa, visto oltre tutto il crollo vertiginoso dei reati, le riforme sono un attacco a tutto campo ai diritti e alle conquiste del mondo del lavoro, la sinistra, chiariamo subito che parliamo di quella socialdemocratica, cioè il PD, oggi è quella che naturalizza in Italia gli interessi delle multinazionali in particolare quelle anglo-americane.
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Se la rivoluzione digitale cancella il lavoro
di Carlo Formenti
Qualche giorno fa, Alessandro Gilioli ha pubblicato sul suo blog un commento alla recente intervista che uno dei due fondatori di Google, Larry Page, ha rilasciato al Financial Times. Il nodo evidenziato da Gilioli riguarda l’opinione, sempre più diffusa e ancorata a dati di fatto, secondo cui i progressi nel campo della robotica e dell’intelligenza artificiale sarebbero destinati a generare una contrazione irreversibile e permanente dell’occupazione, non solo fra i lavoratori che svolgono mansioni esecutive, ma anche, se non soprattutto, fra i cosiddetti lavoratori della conoscenza.
Siamo abituati a sentir contestare tale tesi da quanti ricordando che tutte le precedenti rivoluzioni tecnologiche, dopo aver generato temporanei cali occupazionali, hanno puntualmente creato le condizioni per il loro riassorbimento; ma l’argomento che recita “è sempre andata così quindi andrà così anche questa volta” non convince: sia perché smentito (almeno per ora) dai fatti, sia perché ignora le radicali differenze fra la rivoluzione digitale e le precedenti rivoluzioni tecnologiche.
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Le interlocuzioni riformiste
Militant
Qualche giorno fa indicavamo come utile alla causa – anche “rivoluzionaria” – il ritorno di un “partito del lavoro”, magari riformista, ma che fosse capace di riorganizzare politicamente la classe dandogli una prospettiva storica oggi completamente venuta meno. Un auspicio che obiettivamente si scontra con l’impossibilità oggettiva di un ritorno ad un riformismo socialdemocratico: nella neolingua liberista “riforma” ha sostituito il concetto di “controriforma”, per cui oggi qualsiasi riforma è un effettivo passo indietro per i diritti economici, sociali, politici dei lavoratori. D’altronde, un riformismo senza riforme è destinato immediatamente al fallimento, e oggi non c’è alcuno spazio per la mediazione politica basata sulla parziale redistribuzione dei redditi, sia per cause oggettive che soggettive. E’ però bene rifuggire da qualsiasi determinismo storico, e quello che accadrà in futuro sarà solo la nostra capacità – o incapacità – politica a stabilirlo.
Questo nostro auspicio – chiamiamolo così – metteva però in guardia da una pericolosa traiettoria che andava evitata ad ogni costo, e cioè una possibile convergenza tra ragioni dei movimenti di classe e questa ipotetica forza socialdemocratica: “la visione politica della FIOM e di Maurizio Landini altro non è che la reiterazione di un discorso socialdemocratico, keynesiano, riformista, che non può essere il nostro, e che è figlio diretto dell’ideologia “picista” del sano riformismo operaio, del patto fra produttori, del costituzionalismo e della legalità quale fine ultimo della “buona politica”.
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Vladimiro Giacché sul Muro di Berlino
A sinistra un autolesionismo che merita il tramonto
di Stefano G. Azzarà
Giacché ci aiuta a ragionare, mentre in questi giorni la sinistra appare per lo più in preda a un cupio dissolvi autolesionistico che conferma quanto essa - per parafrasare Nietzsche - meriti il tramonto. E quanto tutto questo tempo sia passato invano, senza che nessuna analisi realistica sia stata condivisa. Ragion per cui ogni prospettiva di ricostruzione teorica e politica si fa sempre più infondata e lontana.
Una totale incapacità di apprendere, bisognerebbe dire. Nonostante la lezione della storia, gli eventi del periodo 1989-1991 continuano ad essere letti per lo più come un momento di potenziale emancipazione o al massimo come un'occasione perduta per circostanze sfortunate e imprevedibili. I protagonisti di questa lettura, all'epoca entusiasticamente convinti che proprio dalla caduta del Muro passasse l'edificazione del socialismo dei loro sogni, conservano tutt'ora questa felice certezza a scorno di ogni realtà. Ciechi all'epoca, di fronte agli immani processi regressivi che si stavano svolgendo, neppure adesso sembrano davvero comprendere che ciò che hanno scambiato per una rivoluzione era sin dall'inizio - e in maniera anche piuttosto esplicita- una vera e propria restaurazione.
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Le concentrazioni bancarie alimentano il dualismo Nord-Sud
Salvatore Perri
Prendendo in considerazione il periodo antecedente la crisi (1989-2007)[1] balza immediatamente agli occhi una sostanziale omogeneità territoriale del saggio di risparmio delle famiglie italiane: sostanzialmente da Nord a Sud non esiste una diversità “culturale” nella scelta fra risparmio e consumo. Inoltre, sorprendentemente, la regione che ha sviluppato il maggior tasso di crescita del numero di sportelli è la Campania. Se interpretassimo questi dati solamente sulla base della teoria economica standard, ci dovremmo aspettare una sostanziale omogeneità anche negli altri parametri finanziari, ma è proprio qui che i dati ci raccontano un’altra storia.
Sempre secondo la teoria standard, risparmio è la base dell’investimento, ma nel tragitto che porta la ricchezza a trasformarsi intercorrono relazioni fra molte variabili, non sempre controllabili, connesse alla “stabilità macroeconomica”[2]. In un contesto macroeconomicamente stabile, vi è un’orizzonte temporale relativamente certo in cui pianificare i propri progetti di investimento e richiedere agli intermediari finanziari le risorse a tassi “possibili”. Per contro, laddove il contesto è incerto, per l’azione di fattori socio-economici incontrollabili, l’investimento diventa un azzardo.
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Il crollo del Muro di Berlino, che tragedia geopolitica!
di Diego Fusaro
Nel desolante paesaggio del neoconformismo planetario e del pensiero unico trionfa un finto pluralismo, in cui i plurali dicono sempre e solo la stessa cosa, sia pure variamente declinata: quello in cui viviamo è il solo mondo possibile! Lasciate ogni speranza, voi che non vi adattate! Rinunciate a ogni spirito di scissione!
Per chi fosse scettico su questo punto, vi è un aspetto che può ben valere come “guida dei perplessi”: è il modo ossessivo e martellante con cui il circo mediatico e la fabbrica dei consensi ha insistito, in questi giorni, nel celebrare l’anniversario del crollo del Muro di Berlino. Il ministero della verità di orwelliana memoria ha ubiquitariamente contrabbandato l’idea secondo cui la fine (peraltro ingloriosa) dei comunismi storici novecenteschi avrebbe costituito il trionfo della libertà sul totalitarismo finalmente sconfitto.
Nulla di nuovo sotto il sole: è dal 1992 (cfr. F. Fukuyama, The End of History) che l’ideologia dominante ripete maniacalmente questa storia, ottundendo le menti degli infelici atomi sociali sopravvissuti al secolo breve. L’Unione Sovietica non era certo un paradiso, intendiamoci: immense erano le sue contraddizioni, e non mi sogno di negarle o anche solo di ridimensionarle.
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La lotta di classe dei ricchi
di Lelio Demichelis
"La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi. Vero!". Smontare l'hardware neoliberista è oggi più che mai necessario. Una recensione dell'ultimo libro di Marco Revelli
La curva di Laffer e la curva di Kuznets. Sono questi gli obiettivi centrali dell’analisi di Marco Revelli nel suo ultimo saggio breve sul tema della disuguaglianza, uscito tra gli Idòla di Laterza e che riprende e sviluppa un tema al centro dell’attenzione (Luciano Gallino, Mario Pianta, Joseph Stiglitz e ora anche Thomas Piketty) con un titolo ad effetto ma sempre replicato dalla realtà: La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi. Vero! La curva di Laffer e quella di Kuznets: due favole economiche nate in epoche diverse (la prima, nel 1974 e – secondo una leggenda metropolitana probabilmente falsa ma capace di colpire l’immaginario collettivo - disegnata da Laffer su un tovagliolo di un noto ristorante di Washington; la seconda, risalente invece al 1955), ma usate come armi pesanti nella costruzione e nella propagazione dell’ideologia neoliberista. Ideologia.
Oppure e forse meglio (e oltre Revelli, ma con Foucault) come biopolitica/bioeconomia neoliberale (concetto che preferiamo), posto che l’obiettivo esplicito e perseguito (e purtroppo raggiunto) dal neoliberismo era (è) quello di voler essere non solo una teoria economica ma una autentica antropologia, per la edificazione di un uomo nuovo neoliberista la cui vita fosse solo economica e a mobilitazione incessante e a flessibilità crescente (lavoratore, consumatore, poi imprenditore di se stesso, precario, nodo della rete), uccidendo il vecchio soggetto illuministico titolare di diritti e trasformandolo in oggetto economico, in merce di se stesso, in capitale umano, in nodo di un apparato.
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L’arena della crisi
Augusto Illuminati
Anno I dell’Era Renziana. Dopo la munifica erogazione di panem (gli 80 sesterzi, con cui la risparmiosa vajassa Picierno vive due settimane acquistando perfino il salmone in ritagli), Franceschini, il Tigellino dell’Eponimo, offre ai Quiriti pure i circenses, essendo notoriamente la constituency leopolda avida di condividere i piaceri con il divus Matthaeus – est vulgus cupiens voluptatum et, si eodem princeps trahat, laetum (Tacito, Ann. XIV 14). E così, su ispirazione dell’archeologo Daniele Manacorda, invece di allestire un’attrazione oltre il Gra, nel parco tematico di Cinecittà World, il ministro, che non a caso proprio della Picierno fu affettuoso sponsor, tuitta che l’idea gli piace molto e basta solo un po’ di coraggio.
Ma qual è l’idea? Semplice! Ricoprire i sotterranei del Colosseo con una piattaforma calpestabile (si spera in legno), buttarci sopra un po’ di sabbia, come a inizio Ottocento, e usarla privatamente o pubblicamente, per «ogni possibile evento della vita contemporanea» e non soltanto per «il semplice rito banalizzante della visita del turismo massificato». Non entriamo qui nel merito della proposta di ricostruzione dell’arena – Manacorda è un serio archeologo e il suo allestimento della Crypta Balbi fu esemplare – ma soffermiamoci sulla speculazione mediatica e politica che se ne sta facendo, senza nessuna intenzione di realizzarla praticamente mettendoci soldi e tanto meno di fare i conti con l’esclusiva d’uso concessa, in congiunto con il restauro, allo sponsor Della Valle.
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L’Europa ancora intrappolata nel debito privato
Maurizio Sgroi
Peggio del pensiero che tutto sia stato inutile c’è solo il pensiero che il peggio debba ancora arrivare. Mi sono lasciato attraversare da questa riflessione senza trattenerla, per non dare ulteriori nutrimenti alla depressione nazionale, quando sono arrivato a metà del rapporto d’autunno della Commissione europea, dove ho trovato un pregevole box che riepiloga lo stato del disindebitamento del settore privato europeo che pure questa maledetta crisi avrebbe dovuto condurre a più miti altitudini.
Purtroppo così non è stato.
Per la gran parte dei paesi europei, e in particolare quelli dell’eurozona, il debito del settore privato, quindi famiglie e imprese non finanziarie, è cresciuto anziché diminuire. E poiché il debito pubblico non si può certo dire sia diminuito, il succo di questi anni tremendi è assai semplice da sintetizzare: abbiamo attraversato una crisi terribile, nella quale è ormai acclarato il ruolo giocato dal debito privato, solo per scoprire che non ne siamo usciti.
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Minoranza Pd: la Brigata Don Abbondio
di Andrea Scanzi
Non vorrei che lo sfogo lisergico della “dissidente” Ricchiuti passasse sotto silenzio. Premessa: da qualche mese, assieme ad altri deputati e senatori, Lucrezia Ricchiuti svolge (senz’altro in buonafede) il ruolo della foglia di fico di sinistra del Pd. Lei, Tocci, Mineo, Civati e un’altra decina di parlamentari piddini si costernano, si indignano e si impegnano, poi però gettano la spugna con gran dignità. Come nella Don Raffaé di Fabrizio De André. Con la loro presenza garantiscono quel 5-6% (forse più e forse meno) di voti a Renzi da parte di quegli elettori ex Pci/Pds/Ds che oggi dicono “Renzi mi sta sugli zebedei e sembra pure un po’ babbeo, però voto Pd perché c’è Civati e in fondo è ancora un partito di sinistra”. Ogni giorno la Brigata Don Abbondio dei Civati & Mineo va in tivù e sui giornali a dire quanto Renzi sia brutto (senz’altro) cattivo (abbastanza) e di destra (no doubt), poi però quando c’è da votare contro Renzi marca sempre visita.
E’ accaduto nei giorni scorsi anche per lo Sblocca-Italia. Ed è qui che la “dissidente” Ricchiuti si è consegnata alla leggenda. Ascoltiamola:
“Cosa volete che vi spieghi? Che ho votato la fiducia e con essa un provvedimento che peggio di cosí non si può? Che io e Mineo avevamo deciso di non votare ma che dopo pressioni e telefonate che ci invitavano a votare perché i numeri non c’erano e perché non ci potremmo permettere di far cadere il governo adesso, alla fine abbiamo deciso di votare?
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Il pregiudicato e lo spregiudicato
(l'indecente trattativa sulla legge elettorale)
di Emmezeta
Una cosa è certa: la nuova legge elettorale sarà fortemente antidemocratica, probabilmente assai peggiore dello stesso Porcellum.
Restano invece incerti i tempi, i modi, e la maggioranza che darà vita al nuovo mostro. Ma il bello è che questa incertezza verrà sciolta solo attraverso un intricato gioco di ricatti, a tutto campo, tra due personaggi davvero degni dell'orribile stagione politica che vive il Paese: il pregiudicato e lo spregiudicato, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi.
Soffermiamoci su questo aspetto. Secondo la Repubblica di oggi, ormai organo ufficiale dei poteri che contano, Renzi avrebbe dato un ultimatum a Berlusconi: o un sì entro le 21 di stasera al nuovo Italicum con premio di maggioranza solo alle liste e non più alle coalizioni, oppure rottura del "Patto del Nazareno", secondo uno schema che prevederebbe l'approvazione della legge elettorale con l'attuale maggioranza di governo, magari allargata a Fratelli d'Italia, a Sel e alle frattaglie fuoriuscite dal M5S, in virtù dell'abbassamento della soglia di sbarramento dal 5 al 3%.
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