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contropiano2

Il caos che sfugge di mano

Sergio Cararo

I tempi in cui ci tocca di vivere stanno diventando cupi e tetri. Pur senza concedere nulla al pessimismo della ragione, sentire un pontefice evocare la terza guerra mondiale, il segretario della Nato non escluderla come scenario, e importanti giornali proporci quotidianamente una mappa dei conflitti che incendiano le regioni strategiche del mondo in cui viviamo, non è certo rassicurante. Soprattutto perchè la realtà incasella e aggiunge giorno dopo giorno le conferme che la pallina collocata sul piano inclinato continua a scivolare pericolosamente. Accelerando.

Ma le guerre non sono una fatalità. Possono esplodere quando un incidente accelera i processi storici; ma si verificano perchè ci sono forze materiali che hanno spinto i processi verso la rottura, lo scontro, il “clash tra le potenze”, come scrissero in un ottimo libro Petras, Casadio e Vasapollo.

La cosa che colpisce – che deve colpire anche gli ottusi "di sinistra" – è che il novanta per cento dei focolai di conflitto circonda l'Europa come un cerchio di fuoco. L'ovest appare pacifico solo perchè confina con l'Atlantico, un oceano che divide l'Europa dagli Stati Uniti, ovvero la sponda da cui arrivano le spinte più forti a coinvolgere l'Europa verso il clash. La linea intrapresa dai governi dell'Unione Europea sulla crisi e il conflitto in Ucraina è emblematico. Gli Usa spingono i paesi europei verso il conflitto con il più grande e armato di essi: la Russia. Il prossimo vertice Nato a Newport appare foriero di pessime decisioni che accentueranno e non depotenziaranno i pericoli di guerra sulla frontiera est. Resistenze e dubbi, se ancora esistono, abitano menti silenziose.

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controlacrisi

"Non ci sono alternative alla fine dell'austerità. E nemmeno trattative"

F. Sebastiani intervista Vladimiro Giacché

Molti stanno utilizzando l’inciampo della Germania come un argomento per trattare una maggiore flessibilità nel prossimo confronto europeo. Non ti sembra un po’ puerile?

La Germania non è in crisi nel senso della recessione. E questo nonostante l’ultimo dato congiunturale del Pil. I rischi di recessione secondo gli esperti sono aumentati. E sono ancora più seri di come emerge dai dati, nel senso che nel trimestre non sono conteggiati i contraccolpi per la Germania della crisi con la Russia.

 

Quali sono le valutazioni in Germania sulle difficoltà nella crescita?

Si è aperto un dibattito che è stato innescato dalla Buba sui margini che ci sarebbero per aumetnare i salari. E’ uscita una intervsita sul FAZ a Weidman che parla di aumenti salariali del 3%. Si è scatenato un putiferio, al quale Weidman ha dovuto rimediare con più di qualche precisazione. E gli industriali tedeschi lo hanno perdonato.

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alfabeta

L’erba vorrei

Carlo Formenti

Vorrei che gli amici di alfabeta2 non mi avessero chiesto di iniziare un articolo con la parola vorrei… Perciò, dopo essermi formalmente adeguato alla richiesta, riformulo l’incipit sostituendo “vorrei” con “mi piacerebbe che”. Anzi, contrordine: meglio adottare un sommesso “gradirei che” (il verbo piacere ha troppe assonanze con i famigerati like di Facebook).

Ricomincio: gradirei provocare il lettore con qualche considerazione in merito all’eredità dell’Erba Voglio (implicita nell’iniziativa alfabetica, in barba all’effetto straniante prodotto dall’uso del condizionale). Premetto che i sentimenti di amicizia e simpatia che provavo negli anni Settanta nei confronti dei fondatori dell’Erba Voglio restano immutati a distanza di quarant’anni (ahimè!); è invece radicalmente cambiato il mio giudizio nei confronti del messaggio politico-culturale di cui la rivista fu latrice.

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economiaepolitica

I problemi dell’industria europea

Francesco Garibaldo

L’industria europea, a partire da Maastricht, si è progressivamente strutturata come industria sovranazionale sia da un punto di vista strutturale sia territoriale. Essa consiste, infatti, di sistemi di imprese,  ognuno dei quali è organizzato attorno a un’azienda leader che controlla la parte finale del processo produttivo e da un catena di fornitura organizzata a livelli progressivamente a minor valore aggiunto e a reti di imprese produttive e di servizi, entrambi ad alta specializzazione, che lavorano per molte imprese leader.

Questi sistemi di impresa sono distribuiti in molti paesi europei ma in modo non omogeneo dato che la produzione manifatturiera è concentrata per il 70% in Germania, per un quarto, seguita dall’Italia, dalla Francia, dall’Inghilterra e dalla Spagna. Il nucleo centrale è privilegiatamente localizzato in Germania, ed Austria, paesi che assieme alla  Romania, alla repubblica Ceca, all’Ungheria, alla Slovacchia, alla Lituania, alla Slovenia, alla Polonia e alla Bulgaria costituiscono l’area manifatturiera tedesca allargata. Vi è quindi uno spostamento del baricentro industriale a est. L’Italia, secondo paese manifatturiero, partecipa largamente all’area manifatturiera tedesca allargata, in una specifica configurazione pur essendo anche autonomamente attivo nella creazione di catene di sub-fornitura ad Est.[1] Il sistema è quindi fortemente concentrato, o in una dizione classica centralizzato, e strutturato in modo oligopolistico.

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mainstream

Stranezze

Marino Badiale

Adesso possiamo davvero dire di aver visto di tutto: anche un sito di estrema sinistra nel quale appare un articolo che invoca l'arrivo della troika, ovviamente come male minore. Le argomentazioni di Riccardo Achilli non sono in fondo molto diverse da quelle di Scalfari, il cui articolo di qualche tempo fa ha fatto abbastanza discutere: la situazione economica è disastrosa, il ceto politico italiano pure, la perdita di sovranità nazionale, in un modo o nell'altro, è inevitabile, meglio che succeda subito quando abbiamo ancora un po' di forza contrattuale. Inoltre, oggi la troika è un po' meno cattiva, meno “deflattiva” e più attenta allo sviluppo (anche in questo caso, forte consonanza con Scalfari). Quindi inutile ribellarsi, meglio cercare di strappare il più possibile, in termini di livelli economici, diritti e democrazia, dall'inevitabile “commissariamento”.

Fin qui Achilli. Le lacune del suo ragionamento mi sembrano evidenti:

1. Achilli sostiene da una parte che per i ceti popolari non si può fare più nulla nel contesto politico attuale, e dall'altra parte che sarebbe possibile strappare qualcosa per essi nel contesto di un commissariamento da parte della troika. Cioè,  Achilli afferma che non si può fare nulla quando i ceti popolari mantengono ancora un minimo di potere di pressione tramite le istituzioni democratiche nazionali, e si può invece ottenere qualcosa quando quel minimo di potere viene consegnato ai funzionari delle oligarchie internazionali. Ma come è possibile? Se non si può fare nulla nel momento in cui il contesto nazionale, l'unico nel quale i ceti popolari e i loro rappresentanti politici siano in grado di agire, ha ancora un minimo di potere, come si può pensare di fare qualcosa quando questo potere viene sottratto e consegnato a burocrazie che non rispondono in nessun modo, neanche molto indiretto, ai ceti popolari? Questa mi sembra una contraddizione insostenibile.

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manifesto

L’astrazione concreta di Louis Althusser

Fabio Raimondi

Pubblicato lo scritto finora inedito di Louis Althusser su «Initiation à la philosophie pour les non-philosophes»

Louis Althus­ser ha sem­pre voluto essere un filo­sofo comu­ni­sta, per­ché pen­sava, come scrisse Etienne Bali­bar molti anni orsono, che «la filo­so­fia non fosse, né più né meno, che poli­tica nella teo­ria» ossia, con le parole di Althus­ser, «lotta di classe nella teo­ria». La filo­so­fia, dun­que, come arma nella lotta di classe. Non l’unica, non la prin­ci­pale, ma la più effi­cace per com­bat­tere poli­ti­ca­mente nella teo­ria, cioè in un campo com­plesso for­mato dalle scienze, più o meno esatte, e dalle ideo­lo­gie.

Ma è dav­vero neces­sa­rio lot­tare nella teo­ria? Da que­sto inter­ro­ga­tivo parte il testo finora ine­dito, emerso dall’ampio lascito althus­se­riano  in parte ancora ine­splo­rato, Ini­tia­tion à la phi­lo­so­phie pour les non-philosophes (Puf, pp. 388, euro 21), gra­zie al lavoro di G.M. Gosh­ga­rian. Un «manuale», scritto all’incirca tra il 1976 e il 1978, e che, più che una mistica «ini­zia­zione», è un avvia­mento alla filo­so­fia e alla pra­tica filo­so­fica di Althus­ser, quindi alla sua idea di filo­so­fia fino alle soglie del cosid­detto «mate­ria­li­smo alea­to­rio» degli anni Ottanta del Nove­cento. Con­giun­ta­mente, è anche un avvia­mento tra i tanti pos­si­bili alla filo­so­fia in gene­rale. Scritto con un lin­guag­gio chiaro che non sacri­fica nulla alla com­ples­sità e alla radi­ca­lità della riflessione.

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carmilla

Good Morning Ferguson

di Alessandra Daniele

Il 9 agosto a Ferguson, un sobborgo di St. Louis nel Missouri, per l’ennesima volta in America un poliziotto bianco ha ammazzato un ragazzo nero disarmato, e con le mani alzate, il diciottenne Michael Brown.

La sera dopo, la polizia locale in pieno assetto da battaglia ha attaccato la veglia funebre. Poi ha cacciato i giornalisti e instaurato il coprifuoco, continuando sistematicamente ad attaccare la gente per le strade.

Da allora Ferguson è zona di guerra.

Ieri la polizia ha ammazzato un altro ragazzo nero.

“I poliziotti hanno carrarmati, adesso. Hanno droni. Hanno fucili automatici, e aerei, ed elicotteri, e ricevono un addestramento militare.

L’effetto peggiore dell’aver equipaggiato i poliziotti come soldati è stato psicologico. Fornite a un uomo accesso a carrarmati, droni e armature, e si convincerà che il suo compito non è semplicemente quello di mantenere l’ordine pubblico, ma è quello di sradicare le minacce.

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militant

Di Battista e la questione terrorista

Militant

Anche l’orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno, diceva Hermann Hesse. In questo caso, anche un deputato del M5S riesce a mettere in fila una serie di concetti elementari e sacrosanti, trattati come spregevoli solo da un sistema politico-mediatico completamente prono allo schema ideologico dominante. Nel suo lungo post, apparso qualche giorno fa sul blog di Beppe Grillo e che ha suscitato lo sdegno unanime del sistema ideologico ufficiale, Di Battista, effettivamente con un certo coraggio visto il panorama culturale italiano, ha provato a dare una spiegazione storico-politica del fenomeno da lui definito “terrorismo”. Un tentativo ovvio, in un certo senso, ma che oggi assume il valore di provocazione, o di insulto. Il lungo post del deputato 5 stelle non era né una giustificazione del terrorismo, né un’approvazione di quel metodo di lotta, né una sua esaltazione. Più semplicemente – e più dignitosamente – un tentativo di capire le cause originarie di un certo modello di lotta politica, oggi più che mai attuale in determinati contesti. Secondo Di Battista, il “terrorismo” di cui si servono specifiche parti politiche non è il frutto della devianza antropologica di certe popolazioni o certi territori; né tantomeno la conseguenza di certi presupposti culturali, quali una particolare religione o cose simili.

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conness precarie

Ferguson: da un riot all’altro?

di Felice Mometti

A Ferguson, piccolo sobborgo di Saint Louis, cinquant’anni fa vivevano più persone che oggi. Dopo la grande crisi della fine degli anni ’70 la geografia urbana dell’intera area metropolitana è radicalmente mutata. È cambiata anche la composizione sociale degli abitanti, oggi a maggioranza nera con redditi molto bassi. Tra il 1981 e il 1993 i cosiddetti «Piani di rigenerazione urbana»,  pensati come investimenti per arginare il declino, hanno stravolto l’assetto urbano della contea di Saint Louis con il risultato di concentrare le funzioni direzionali, commerciali, i trasporti pubblici nelle zone centrali. Fuori da questa cerchia ci sono le «praterie urbane»: distese di vecchi edifici industriali, ex magazzini, svincoli autostradali inframmezzati da quartieri lasciati alla deriva. Questa è l’immagine di Ferguson come del resto è l’immagine di migliaia di sobborghi delle città americane. Luoghi senza identità definite, territori vaghi in cui gli unici spazi «pubblici» sono le grocery, i fast food, le lavanderie automatiche e le palestre low cost in gran parte aperti 24 ore su 24 per sette giorni alla settimana. Saint Louis ha un’importante storia di lotte operaie e per i diritti civili che, però sembra essere evaporata negli ultimi decenni non lasciando segni tangibili e riconoscibili

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coordinamenta

Operazione Northwood

Elisabetta Teghil

Le recenti vicende ucraine hanno un grande valore didattico perché ci dimostrano quanto il proclamato antifascismo dei media e dei nostri politici sia falso e inconsistente: pur essendo a conoscenza che il governo ucraino è zeppo di nazisti che ne dettano la linea politica interna ed internazionale, fanno finta di non saperlo e non lo denunciano.

Altresì, sono la conferma che il nazismo non è altro nella società capitalista che una variante che questa si riserva di utilizzare a seconda della necessità.

Altro aspetto su cui riflettere è che la crisi ucraina è stata provocata dagli Usa che si ripropongono da una parte di completare l’accerchiamento militare nei confronti della Russia, dall’altra di scaricare i loro problemi economici, come del resto hanno già fatto, sull’Europa

Alcune nazioni europee sono recalcitranti rispetto al progetto statunitense, mentre l’Italia ne esegue pedissequamente le direttive pur andando contro gli interessi del paese. A conferma che da una situazione di sovranità limitata siamo passati a quella di colonia perché le decisioni vengono prese altrove e le ricchezze portate all’estero, e il comportamento dei media, senza allargare il discorso perché non è questa la sede, ci dimostra che siamo sicuramente in pieno regime.

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militant

La crisi senza soluzioni

di Militant

Stiamo galoppando allegramente verso il decimo anno di “crisi”, come viene definita questa recessione generalizzata delle economie occidentali che però, a differenza degli altri cicli economici del passato, in questa fase non può avere una sua soluzione. Non è solo l’Italia il problema, come sanno bene gli economisti più avveduti. Cercando di evidenziare una differenza inesistente tra un -0,5% e un +0,5% dovuta, a sentire i vari organi d’informazione, alle improrogabili riforme che ci ostiniamo a non portare avanti, il dibattito pubblico ufficiale propina una percezione della realtà completamente avulsa da ogni fatto reale.

A differenza delle altre crisi economiche del passato, come dicevamo, la peculiarità di quest’ultima è che non può avere una soluzione, stante l’attuale panorama politico. Infatti, altra cosa ben chiara per ogni economista, l’unico modo per far ripartire i famigerati consumi sarebbe un aumento generalizzato del livello salariale, prodotto dal decisivo contributo dell’economia pubblica. Sintetizzando, una serie di politiche keynesiane, le uniche che nel corso del Novecento siano state in grado di risollevare il capitalismo dalle cicliche crisi che ha prodotto nel suo processo di accumulazione. Il problema è che le ricette economiche non sono variabili indipendenti, quanto sempre il risultato di determinate scelte politiche.

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comidad

Renzi usato dalla NATO come esca per l'Egitto

di comidad

Ha suscitato molti commenti il fatto che Renzi sia caduto in disgrazia presso uno dei vati dell'opinionismo ufficiale, l'editorialista Eugenio Scalfari. Oltre a manifestare aspre critiche all'incapacità di Renzi di rilanciare l'economia, Scalfari arriva a dichiarare di preferire all'attuale governo Renzi un esplicito commissariamento dell'Italia da parte della cosiddetta "Troika": la Commissione dell'Unione Europea, la Banca Centrale Europea ed il Fondo Monetario Internazionale. Scalfari non vede contraddizione tra l'obiettivo del rilancio economico ed il commissariamento, in quanto, secondo lui, la "Troika" si sarebbe ravveduta rispetto ai tempi della crisi greca, ed ora avrebbe come massimo avversario la deflazione.

I nonsensi di Scalfari sono risultati evidenti a molti commentatori. Non ha senso, ad esempio, considerare l'attuale governo Renzi come "altro" rispetto alla Troika, visto che il ministro dell'Economia ora in carica, Padoan, è un ex dirigente del FMI, cioè il principale componente della stessa Troika. Tra l'altro in Italia il Presidente del Consiglio non ha poteri da Primo Ministro, cioè non può dimissionare i propri ministri, perciò un ministro come Padoan, che assomma nelle sue mani le funzioni del Tesoro, delle Finanze e del Bilancio, si può considerare lui il vero capo del governo.

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manifesto

La comunità illusoria

Paolo Favilli

«Non c'è alternativa. Falso» di Salvatore Veca. Il libro, uscito per Laterza, è una lucida critica alle ideologie dominanti per esplorare le nuove forme della lotta di classe

La col­lana «Idòla» di Laterza è uno dei raris­simi stru­menti edi­to­riali pen­sato appo­si­ta­mente come spa­zio cri­tico dell’ideologia domi­nante. Tale spa­zio sem­bra quasi essere dedi­cato all’«esercizio della cri­tica illu­mi­ni­stica e del sospetto», per usare un’espressione di Sal­va­tore Veca tratta pro­prio dal libro di cui si occu­perà que­sta nota (Non c’è alter­na­tiva. Falso, Laterza).

Natu­ral­mente la cri­tica delle ideo­lo­gie risulta tanto più fon­data quanto più gli stru­menti ana­li­tici uti­liz­zati sono il frutto di una cul­tura alta, in grado uscire dal chiac­chie­ric­cio impe­rante in ambiti pubblicistico-culturali che si con­si­de­rano «attuali» solo per­ché immersi in una tem­po­ra­lità quo­ti­diana che coin­cide troppo pie­na­mente con l’epoca. La con­tem­po­ra­neità, invece, «è quella rela­zione col tempo che ade­ri­sce ad esso attra­verso una sfa­sa­tura e un ana­cro­ni­smo» (Agamben).

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huffington post

L'Italia è al collasso, subito una moratoria sui vincoli europei

Luigi Pandolfi

I dati forniti dall'Istat sul Pil per il secondo trimestre e la conseguente proiezione per l'intero anno confermano lo stato comatoso dell'economia italiana. Il Premier se la caverà additando gufi, allocchi e civette o, seriamente, prenderà atto che la situazione è a tal punto grave che non bastano più mezze misure, condite in salsa demagogica, per aggredire una crisi che è strutturale e si nutre delle stesse misure che l'Europa ha adottato per fronteggiarla?

L'apertura del semestre italiano di presidenza dell'Unione e l'insediamento di Jean-Claude Juncker alla guida della Commissione non hanno introdotto elementi di novità sostanziale nell'approccio alle questioni europee più stringenti. Lo stesso dibattito che si è sviluppato sul tema della crescita non innova il tradizionale cliché sulla "naturalità" delle politiche di rigore. Di più c'è soltanto l'accento che viene posto sulla necessità che paesi come l'Italia accelerino con le cosiddette «riforme strutturali», poste a condizione per un'improbabile flessibilità da applicarsi alla gestione dei conti pubblici (dall'«austerità espansiva» all'«austerità flessibile»). Il che costituisce un'aggravante, se si considerano gli effetti recessivi ed antisociali che tali riforme potrebbero avere.

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criticaimpura

Miseria della Popsophia

Una riflessione

di Idolo Hoxhvogli

Un intellettuale, nell’epoca della sua riproducibilità social, si occupa di popsophia. Avendo scritto molti libri, pensiamo ad esempio alla celeberrima Filosofia di Peppa Pig, è elevato dalla massa benpensante a vate, in inglese water. I frequentatori abituali dei festival si attaccano alle sue zinne, sedotti da brochure, happy hour, meeting, conferenze e tavole rotonde. Alla fine dei giochi, lo spettatore – quello non addormentato, per parafrasare alla rovescia alcune pagine di Ennio Flaiano – si accorge che il festival è una fiera, e alla fiera si compra e si consuma, piuttosto che pensare. Costui – il popfilosofo – polemizza con il realismo: a suo dire è un populismo. Eppure popoli adulanti – unti e gremiti, assiepati, imburrati e spalmati sulle piccionaie dei teatri – calcano le scene dove costui proferisce la parola popfilosofica. Calcano, sì, ma nel senso di pensare con i piedi. Il popfilosofo – non filosofo pop, in quanto i popcorn precedono l’amore per la verità – afferma: «È necessario partire da materiali spuri per risalire allo zeitgeist». Magari. Costui, sovrapponendo il vocabolario di Heidegger a Beautiful, l’analitica esistenziale a Un posto al sole e il decostruzionismo ai Teletubbies, pensa veramente di fare filosofia, e molti ci cascano: il collage è una forma d’arte, ma non tutti i collage sono arte.

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comidad

A Gaza l'imperialismo perfetto

di Comidad

La scorsa settimana una giornalista inglese, Sarah Firth, ha lasciato l'emittente Russia-Today in quanto, a suo dire, indignata dalle "menzogne" della stessa emittente sul caso del jet di nazionalità malaysiana abbattuto in Ucraina. Sembra un tipico esempio di quel senso dell'asimmetria che caratterizza l'atteggiamento occidentale. Non si capisce infatti perché il mentire debba essere un appannaggio esclusivo dei media occidentali.

Nel 1988, nel corso della guerra Iran-Iraq, la Marina statunitense abbatté un airbus iraniano e, nella circostanza, la propaganda occidentale attuò le medesime tecniche ritorsive. A quel tempo gli USA erano i principali alleati dell'Iraq di Saddam Hussein, e risposero in pratica alle proteste iraniane con un "ve la siete voluta, non si fa volare un aereo civile in mezzo a manovre militari". I media occidentali non manifestarono alcuna indignazione per le vittime, ed insinuarono che fossero stati gli stessi Iraniani a volere l'incidente per cercare di screditare il nemico.

Che l'abbattimento dell'airbus fosse invece stato un segnale di guerra totale da parte degli USA, fu dimostrato dal fatto che di lì a poco l'Iran fu costretto ad un armistizio con l'Iraq, nonostante che lo stesso Iran stesse vincendo quella guerra. Delle scuse formali ed un parziale risarcimento da parte degli USA alle famiglie delle vittime dell'airbus, arrivò solo sette anni dopo; ma il contesto era radicalmente cambiato: Saddam Hussein era diventato il super-nemico e bisognava ottenere almeno l'acquiescenza dell'Iran.

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scenari globali

I conti non tornano e l'Europa bussa. Che fare?

di Luigi Pandolfi

Dopo l'Istat, Bankitalia, la Confindustria ed il Fondo Monetario Internazionale ci si mette anche la Confcommercio: l'agognata ripresa non ci sarà nemmeno quest'anno ed il Pil registrerà, se tutto andrà bene, una crescita di un misero 0,3% (c'è però chi parla di una forbice tra -0,4% e +0,3%), più o meno la stessa percentuale prevista per l'aumento dei consumi grazie al bonus irpef.

Numeri freddi, che apparentemente non dicono granché. Il guaio è che sembrerebbero non dire alcunché neanche al giovane premier Renzi, che proprio qualche giorno fa ha sentenziato: "Se la crescita è 0,4 o 0,8 o 1,5 non cambia niente per la vita quotidiana delle persone".

Chi vi ricorda? A me ricorda un signore che nel momento più burrascoso della crisi economico-finanziaria che dagli Usa stava pesantemente contagiando il Vecchio Continente se ne usciva con perle come questa: "Mi sembra che in Italia non ci sia una forte crisi. La vita in Italia è la vita di un Paese benestante, i consumi non sono diminuiti, per gli aerei si riesce a fatica a prenotare un posto, i ristoranti sono pieni".

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asimmetrie

L’eurozona e la lezione di Bretton Woods

di Alberto Bagnai

Se Nixon non gli avesse staccato la spina il 15 agosto del 1971, il sistema di cambi fissi di Bretton Woods avrebbe compiuto ieri 70 anni. Come osservava Gianni Bulgari sul Corriere della Sera del 25 marzo, una moneta unica come l’euro, non sorretta da una entità statuale né da una comune volontà politica, si riduce a un sistema di cambi fissi: la parabola del sistema di Bretton Woods può quindi darci lezioni interessanti sulla crisi dell’euro.

L’àncora del sistema di Bretton Woods era il dollaro, agganciato all’oro alla parità di 35 dollari l’oncia, e convertibile in oro su richiesta delle banche centrali. I paesi aderenti fissavano il contenuto aureo della propria moneta e quindi il tasso di cambio rispetto al dollaro. Il sistema aveva cinque caratteristiche: (1) i partecipanti si impegnavano a contenere le fluttuazioni del cambio entro il ±1% rispetto alla parità; (2) nasceva il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) con lo scopo di finanziare squilibri temporanei di bilancia dei pagamenti, che la rigidità del cambio avrebbe provocato; (3) in caso di squilibri strutturali il Fmi poteva autorizzare riallineamenti rispetto al dollaro; (4) se un paese era in posizione di surplus strutturale, il Fmi poteva autorizzare i suoi partner commerciali ad adottare politiche protezionistiche (dazi o contingenti sui prodotti del paese in surplus); (5) i residenti di un paese potevano acquistare valuta estera solo per effettuare pagamenti di parte corrente (merci e servizi) ai non residenti, ovvero, i movimenti internazionali di capitali erano ristretti. Di fatto, il dollaro diventava così lo strumento di regolamento degli scambi internazionali, assumendo il ruolo svolto dall’oro fino alla Prima guerra mondiale.

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alfabeta

Lavorare meno, lavorare tutti

Lelio Demichelis

Se non fosse oggi l’uomo più ricco del mondo – secondo l’ultima classifica della rivista americana Forbes pubblicata nei giorni scorsi – per gli ideologi (o gli intellettuali organici) del neoliberismo in servizio permanente effettivo, il messicano Carlos Slim sarebbe un pericoloso sovversivo perché sovvertitore del magico ordine del libero mercato e negatore della sua altrettanto magica mano invisibile.

Cosa ha detto di così scandaloso e di eretico l’uomo più ricco del mondo, messicano ma di origini libanesi e imprenditore di successo? Ha detto – parlando a un Seminario ad Asunciòn, in Paraguay – che per ridurre la disoccupazione dilagante nel mondo occidentale e per dare più qualità alla vita delle persone bisogna ridurre gli orari di lavoro.

Secondo Slim bisognerebbe lavorare solo tre giorni alla settimana. Certo, lavorando magari anche 11 ore per ciascuno di questi giorni. Ma è la prima parte del suo ragionamento che qui vogliamo sottolineare. Ridurre l’orario di lavoro. Liberarsi dalla fatica e dal peso del lavoro sulla vita.

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linkiesta

Insegniamo l’economia, non solo la teoria neoclassica

Alberto Mucci

La battaglia di una associazione di studenti per un curriculum che includa Schumpeter e Marx

Capelli lunghi, barba incolta e aspetto leggermente trasandato. Lo scorso anno accademico, ad ogni lezione di Filosofia dell’Economia alla London School of Economics (Lse) Thomas Vass si presentava più o meno alla stessa maniera. Durante i seminari non mancava, ad ogni occasione, di contraddire Joe Mazor, titolare della cattedra, e di mettere in dubbio la sua ipotesi di base, quella su cui era basato gran parte del suo corso.

«C’è una frase di Thomas Hobbes che mi piace molto e che mi tornava spesso a mente l’anno scorso durante le lezioni: “Consideriamo gli uomini come se spuntassero dalla terra, ed improvvisamente, come funghi, giungessero all’età adulta senza nessun tipo di legame con gli altri”»., racconta Vass in una conversazione con Linkiesta. In questo contesto il fungo indica un’idea dell’individuo come entità esistente prima della sua interazione con altri individui. Secondo l’ex studente della Lse avere alla base di una teoria un assunto come questo ha poco senso perché gli individui – come appaiono, come sono, come interagiscono e soprattutto le loro idee – si formano all’interno di un sistema complesso determinato da molteplici variabili e non possono esistere in maniera separata da quelle stesse variabili.

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alfabeta

Le brache, il mondo

Giovanni Gozzini

Nella mia città, Firenze, esiste un’espressione – «mettere le brache al mondo» – che viene usata per disprezzare chi cede alla vanagloriosa tentazione di voler spiegare tutto quanto accade intorno a noi. La sento spesso rammentare dai miei colleghi quando si parla di Giovanni Arrighi. Come se quello di pensare in grande venga ormai considerato un difetto pericoloso per un mestiere che si è negli ultimi tempi abituato alla modestia della dimensione micro e alla irreversibile partizione dei saperi.

Prospettiva alla quale continuo a ribellarmi inseguendo l’ambizione di spiegare il mondo, che colpevolmente continuo a pensare sia lo scopo e la ragion d’essere di ogni storico. Ad Arrighi questa urgenza veniva da una formazione, quella marxista (che è stata anche la mia), solidamente ancorata alla necessità di interpretare il mondo per cambiarlo: «mettere le brache al mondo» non era quindi effetto della presunzione bensì (quasi al contrario) il prodotto di un’etica preoccupata dell’utilità del mestiere di storico rispetto ai problemi della condizione umana.

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kelebek3

Medio Oriente, bombe, silenzi e architetture

Miguel Martinez

Come ho già avuto occasione di dire, ho sempre più coscienza di quanto poco riusciamo a combinare nelle nostre brevi vite.

E quindi, per quanto io abbia dedicato molta attenzione al cosiddetto Medio Oriente in passato, non posso permettermi oggi di dire quasi nulla a riguardo. Perché esprimere sdegno è tanto facile quanto inutile (fai clic e salvi un palestinese): si deve piuttosto incidere realmente, oppure almeno dire qualcosa di veramente originale.

Per dire qualcosa di veramente originale, bisogna innanzitutto concentrarsi mentalmente solo su ciò che si vuole dire, studiare, riflettere, correggere dieci volte ciò che si è scritto.

Il piccolo mondo in cui ho scelto di ritirarmi, incastrato tra le mura e l’Arno, almeno credo di conoscerlo ormai davvero; e posso dire che assieme ai nostri amici, siamo anche riusciti a incidere, a segnarne in qualche modo la storia, anche se davvero a fatica. Quindi, visto il numero limitato di anni che ho davanti, di neuroni e di minuti a disposizione, mi dedico a questo.

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giorn partecip

I BRICS in Brasile

Alternativi o complementari all’Occidente?

Gennaro Carotenuto

Non ha senso attendersi un’agenda solidale dai BRICS, acronimo che raggruppa le principali economie non occidentali, Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa, riunite oggi nel vertice di Fortaleza, nel nord del Brasile, alla presenza di Dilma Rousseff, Vladimir Putin, Narendra Modi, Xi Jinping e Jacob Zuma, ma non ha senso sottovalutarne le capacità di trasformazione degli equilibri geopolitici mondiali. In appena dieci anni i BRICS sono passati dall’8 al 16% del commercio mondiale e l’interscambio tra i cinque paesi, secondo l’OMC, si è moltiplicato per 10, raggiungendo i 276 miliardi di dollari. Di conseguenza, anche quell’agenda finanziaria liberista che governa la logica degli enormi accordi e delle infinite sinergie tra tali grandi paesi contribuisce a disegnare un mondo dove, attraverso un multipolarismo delle opportunità, il superamento della centralità occidentale, del neoliberalismo reale e dell’FMI, divengono un fatto.

Centinaia di grandi imprenditori ed economisti, insieme a capi di stato e dirigenti politici, sono riuniti nel nord del Brasile per firmare contratti che sfioreranno solo questa volta i quattro miliardi di dollari in settori come quello agroindustriale, infrastrutturale, energetico, sanitario e delle tecnologie dell’informazione.

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lospiffero

Fanatismo bipartisan per Juncker

di Diego Fusaro

Jean-Claude Juncker è diventato il nuovo presidente della UE. Come commentare questo evento? La cosa migliore sarà partire dagli entusiasmi degli euroservi dei due gruppi interscambiabili del centro-destra e del centro-sinistra italiani. Il giubilo di Renzi è stato clamoroso, accompagnato peraltro dall’annuncio che l’austerità sarà meno flessibile (excusationonpetita, accusatiomanifesta?). E chi può credere ancora a queste sciocchezze? Come se non fosse ormai universalmente ovvio che l’essenza dello spirito neoliberale di cui l’UE è il compimento consiste esattamente nell’eliminazione dei diritti sociali e nella santificazione della competitività selvaggia!

 Con Juncker, il criminale regime eurocratico e le oscene politiche neoliberali gettano la maschera e si mostrano apertamente per quello che sono. Il volto autoritario del finanz-capitalismo si mostra senza infingimenti. Emerge finalmente in modo nitido e incontrovertibile come l’Europa sia oggi solo un nobile nome che occulta, legittima e glorifica i crimini delle politiche neoliberali e del capitalismo trionfante; ossia quelle politiche in nome delle quali – sempre complice il teologumeno “ce lo chiede l’Europa!” – ci toglieranno fino all’ultimo diritto sociale.

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militant

Imperialismi opposti e equivalenti?

Militant

Capita, sempre più spesso, di imbattersi anche a sinistra in analisi e commenti che provano a leggere le ripetute aggressioni neocolonialiste occidentali attraverso la lente degli “opposti imperialismi”. Fermandoci solo all’ultimo quinquennio è successo per la Libia, per la Siria e sta accadendo ora per l’Ucraina, dove il golpe fascista e l’aggressione alle popolazioni russofone vengono interpretate come il portato dello scontro fra l’espansionismo della Nato e quello russo. L’imperialismo è così spostato dal campo delle categorie economiche e scientifiche a quello più vago del giudizio morale. Putin è omofobo? Allora è imperialista. Assad è illiberale? Anche lui è imperialista. Gheddafi era cattivo? Per forza, visto che anche lui era un imperialista. Così facendo, però, ogni aggressione neocoloniale viene di fatto interpretata come uno scontro simmetrico i cui esiti dovrebbero esserci indifferenti, secondo la logica del nè con l’uno nè con l’altro. Quando non si finisce invece a parteggiare per il contendente più politically correct. Ma è proprio così? Sabato il Sole 24 ore riportava in un trafiletto la notizia della cancellazione del 90% del debito cubano nei confronti della Russia.

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conness precarie

L’opposizione fiscale

Ovvero: il denaro è mio e lo gestisco io

A chi si interroga sugli orizzonti di una politica di massa nell’epoca della precarietà generalizzata non sarà sfuggita la proposta di sperimentazione politica comparsa in alcuni documenti recenti, più o meno rilevanti, che indicano le prospettive dei movimenti sociali in Italia. Si tratta di fare dell’opposizione alle tasse un terreno di sperimentazione, per sottrarla all’ambiguità e all’individualismo che ha caratterizzato questa pratica fino a oggi e trasformarla in una possibilità di riappropriazione di reddito. In parole povere la nuova linea di condotta pare essere: non paghiamo le tasse! Contro i finanziamenti delle grandi opere che gravano sulla fiscalità generale e la concentrazione della rendita nelle mani di pochi, riprendiamoci quello che è nostro! Non è chiaro perché tenersi venga chiamato riprendersi o riappropriarsi, ma questo è certamente un dettaglio. Bisogna invece capire che questa sperimentazione è al passo coi tempi, perché intreccia i bisogni di un ceto medio impoverito e dello stuolo di partite IVA che innegabilmente infoltisce le fila del nuovo precariato sociale.

L’opposizione alle tasse vanta grandi padri, come i rivoluzionari americani o il campione della disobbedienza civile Henry David Thoreau.

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tysm

Moneta e linguaggio

Christian Marazzi

È lecito chiedersi se la politica monetaria espansiva, in un periodo di “trappola della liquidità”, non sia di fatto una politica a tutto vantaggio del rentier, di colui che vive di rendite finanziarie e basta

È del 18 giugno la decisione della Federal Reserve, la banca centrale statunitense, di continuare a mantenere i tassi di interesse direttori prossimi allo zero e di ridurre di dieci miliardi di dollari l’acquisto mensile di obbligazioni del tesoro e ipotecarie.

Quest’ultima misura di politica monetaria, cosiddetta non convenzionale, era stata messa in atto oltre un anno e mezzo fa per stimolare la crescita economica americana grazie all’iniezione di quantità formidabili di liquidità. Si tratta di una strategia che con il passare del tempo ha influenzato le politiche monetarie di tutte le maggiori banche centrali dall’Inghilterra al Giappone fino anche alla Bce che, tra le varie misure per stimolare la crescita, ha recentemente annunciato di volere anch’essa perseguire una politica di allentamento quantitativo.

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sbilanciamoci

Il populismo tecnocratico del «rottamatore»

di Lelio Demichelis

Renzi parla al popolo e lo raggiunge con le sue brevi frasi tempestive. I giornali e i notiziari televisivi moltiplicano e ripetono i suoi messaggi. Gli avversari vi si aggrappano, i comici ne fanno un successo. Ma ora è il momento di capire: si passerà dalle parole ai fatti?

L'Italia, paese di populisti e di populismi. Ne ha conosciuti ben tre (e mezzo), nel ultimi vent'anni, un record mondiale. Populismo: che è concetto classico della politica e della sociologia ma che tuttavia è un processo culturale prima che politico. E oggi economico prima che culturale e politico, nel senso che è appunto l'economia capitalista ad essere oggi un processo culturale prima che economico, producendo - prima delle merci e del denaro - le mappe concettuali, cognitive, relazionali, affettive necessarie per la navigazione nel mercato; trasformando quello che era il cittadino dell'illuminismo in lavoratore, merce, capitale umano - ovvero in mero homo oeconomicus. Tre populismi interi: Berlusconi, Grillo e Renzi. E il mezzo populismo della Lega. Tre padri politici invocati dal popolo perché lo sorreggano, lo portino da qualche parte, gli dicano cosa deve fare, perché questo stesso popolo si ritiene incapace (o non più desideroso) di assumersi la responsabilità di essere sovrano di se stesso.

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carmilla

Fermo Immagine

di Alessandra Daniele

Da quando ha subito la millantata accelerazione renziana, la politica italiana non è mai stata così immobile. Da settimane non succede niente di concreto, solo vacue chiacchiere su quanti senatori non eletti possano danzare sulla capocchia d’uno spillo, e su come debbano essere scelti, a simpatia, a sorte, a cazzo.

Ogni residua parvenza di dialettica democratica è stata azzerata come neanche durante gli anni del berlusconismo imperiale, l’unico ruolo ormai concesso alla cosiddetta opposizione è quello di questuante che piatisce per un’udienza del sovrano – magari in streaming – durante la quale fingere di discutere cose già decise altrove da un pezzo.

Caduta così la maschera dell’intransigenza isolazionista, il Movimento 5 Stelle è pateticamente ridotto a mendicare appuntamenti sempre più mortificanti. Quello di giovedì scorso gli è stato rifiutato. Ma tanto Di Maio aveva judo.

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libre

Cheney: presto un altro 11 Settembre, ancora più letale

Giorgio Cattaneo

Il primo passo è semplice, costruire un nemico: ieri l’Islam, oggi la Russia di Putin. La seconda mossa è scritta nella storia, da Pearl Harbor al falso attacco contro navi americane nel Golfo del Tonchino, casus belli per la guerra in Vietnam. L’avvertimento questa volta viene da un personaggio particolarmente inquietante come l’ex vicepresidente Dick Cheney, secondo molti analisti la vera “mente” della gestione politica degli attentati dell’11 Settembre, perfetti per avviare l’assedio strategico della Cina con l’occupazione dell’Afghanistan e quindi ipotecare il petrolio del Golfo grazie alla campagna contro le inesistenti “armi di distruzione di massa” di Saddam Hussein. E’ il “Daily Mail”, il 25 giugno 2014, a rivelare che, secondo Cheney, entro il 2020 molto probabilmente ci sarà un attacco terroristico di gran lunga peggiore rispetto a quello contro le Twin Towers, attribuito al “fantasma” di Bin Laden, già emissario della Cia in Afghanistan. In altre parole: starebbe per tornare d’attualità lo stesso copione del terrore, il pretesto per una nuova guerra.