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laboratorio

La diatriba sul sovranismo, una tempesta in un bicchier d'acqua

di Domenico Moro

o.356050.635823.jpgSono sinceramente meravigliato del clamore e dell’attenzione che sui social sta ricevendo la recente diatriba tra due professori universitari, Emiliano Brancaccio e Andrea Zhok. Tuttavia, ho deciso anch’io di cedere ai meccanismi “social” ed esprimere il mio parere sulla questione.

L’origine della diatriba nasce da un articolo di Brancaccio sul Manifesto in cui, dalla critica delle scelte economiche meloniane, trae spunto per un attacco contro il sovranismo. A questo punto, Zhok è intervenuto sulla bacheca Fb di Brancaccio dicendo sostanzialmente che si era rotto le scatole di vedere utilizzato il termine sovranismo a sproposito. Per la verità, Zhok ha usato un linguaggio più colorito, che forse avrebbe potuto risparmiarsi.

La risposta di Brancaccio è stata, però, di una arroganza fastidiosa, improntata al concetto “lei non sa chi sono io”, sostenendo che uno come lui, tanto importante da aver avuto interlocuzioni con personaggi come Blanchard (ex capo-economista dell’Fmi), Monti e Prodi, non poteva essere apostrofato in quel modo. Fra l’altro non è detto che essere interlocutori di questi soggetti sia particolarmente significativo della validità del proprio pensiero. Brancaccio, ha poi aggiunto che chi fa il filosofo e non conosce alcune tecnicalità dell’economia (Zhok) farebbe meglio a stare zitto. A questo punto tra i due è iniziata una polemica a distanza con toni personalistici, che ha scatenato i rispettivi fan.

Il problema è, in primo luogo, che i due in questione si comportano come “prime donne”, che interpretano il proprio ruolo su un palcoscenico – quello dei social media – che favorisce e vive di contrasti manichei tra posizioni delineate in modo estremizzato, sulle quali il pubblico di fan si posiziona a mo’ di tifoseria calcistica.

In secondo luogo, questo contrasto tra sovranismo e anti-sovranismo è un falso problema, che, esercitando un po’ di dialettica, potrebbe essere risolto, fra quanti, almeno a quanto dice, si richiamano al marxismo o comunque prendono spunto da Marx. Il cosiddetto sovranismo è declinato in diversi modi, di destra e di sinistra

. Comunque, il concetto di fondo è che la globalizzazione dell’economia, e l’affermazione di organismi sovrannazionali, ha indebolito lo Stato nazionale a tutto vantaggio delle élites capitalistiche.  Tale concetto non è né giusto né sbagliato, dal momento che fotografa un dato di fatto storico. L’errore che entrambi i duellanti in oggetto fanno è di estremizzare tale concetto, ciascuno nella direzione preferita. Come spesso accade, se un concetto o una posizione si estremizzano troppo e si irrigidiscono, diventano inservibili.

Brancaccio ritiene che il sovranismo sia una tendenza sempre nazionalista, reazionaria e di destra, che contraddice il primato della lotta tra capitale e lavoro e contrasta con l’internazionalismo dei lavoratori. In sostanza, Brancaccio qui assume le vesti del difensore del marxismo. Purtroppo, si tratta di un marxismo troppo schematico e semplificato, in cui manca una analisi della composizione di classe delle società capitalistiche e soprattutto dello Stato. Su queste basi, Brancaccio fa dell’attacco al sovranismo una crociata personale che porta avanti da anni. Già nel 2018 criticai su Marxismo oggi un suo articolo sull’Espresso in cui attaccava “l’orrido sovranismo piccolo-borghese”[i].

Zhok, invece, coglie correttamente il legame tra “indebolimento” dello Stato nazionale e peggioramento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro. Si rende conto che l’internazionalizzazione dei capitali mina anziché favorire l’internazionalismo dei lavoratori. Tuttavia, anche lui estremizza la questione e finisce per concentrarsi troppo sulla necessità di ristabilire la sovranità dello Stato nazionale, che, di per sé, non significa un miglioramento dei rapporti di forza tra lavoratori e capitale. Soprattutto, enfatizza il carattere “nazionale” della sovranità, in cui rientra anche una critica non proprio centrata dell’immigrazione[ii]. Il che è poi quello che fa scattare i riflessi pavloviani anti-sovranisti non solo di Brancaccio ma anche di altri nel campo, più o meno, marxista.

Il punto, secondo me, è che in certe analisi manca la teoria marxista (magari aggiornata) dello Stato.  Lo Stato è sempre lo Stato della classe dominante, ma la forma che assume muta, dipendendo sia dalla fase che il modo di produzione attraversa sia dalla situazione dei rapporti di forza fra le classi.  Partendo da questo assunto, si può dire che l’indebolimento dello Stato, specie quello avvenuto nei paesi della Ue e segnatamente in quelli dell’eurozona, non è assoluto, perché molte funzioni dello Stato, pensiamo agli apparati di polizia e militari, si stanno rinforzando. A essere indebolite sono quelle funzioni che ostacolavano o rendevano più difficile la subordinazione della classe lavoratrice e della piccola borghesia al capitale e che erano il risultato della risposta capitalistica alla crisi degli anni ‘30, di rapporti di forza tra capitale e lavoro più favorevoli a quest’ultimo e, last but not least, dell’esistenza dell’Urss e di un campo socialista.

Quindi, a essere stata messa in discussione non è la sovranità nazionale in senso stretto, ma la sovranità popolare (o democratica, se preferiamo), cioè quei meccanismi, che permettevano alla classe lavoratrice di esercitare la lotta di classe in modo più agevole. Ad esempio, i vincoli di Maastricht rappresentano una camicia di forza per le scelte di governi e parlamenti, nel caso in cui dovessero cedere a richieste dal basso, anche solo per ragioni elettoralistiche. Questo, naturalmente non significa che nella Prima repubblica, precedentemente alla Ue e dell’euro, fossimo in una sorta di società ideale, come alcuni tendono a rappresentarsi. A ogni modo, la sovranità, che taluni, fra cui il sottoscritto, rivendicano a sinistra, è quella democratica e popolare.

Un altro aspetto della teoria marxista che viene trascurato è quello dell’analisi della composizione di classe. In una società capitalistica, anche in una polarizzata e con una forte concentrazione e centralizzazione di capitale, permangono larghi strati intermedi. Inoltre, permangono anche molte differenze e divari anche tra i lavoratori salariati. Quindi, assumere una posizione tale per cui si condanna il sovranismo come tendenza piccolo-borghese, oltre a non essere corretta in senso generale, significa assumere un posizionamento politico che ignora la necessità delle alleanze di classe e di staccare almeno una parte della piccola borghesia dal capitale vero e proprio. Il vero nemico è rappresentato dal capitale, che, anche quando fa critiche alla Ue (come in questi giorni ha fatto la Confindustria), rimane profondamente europeista oltre che atlantista.

Parlare di sovranità democratica, e pertanto criticare la Ue e l’euro (e la Nato) e finanche metterne a programma la fuoriuscita, in uno Stato borghese non è un cedimento al nazionalismo. Rientra, invece, in questo contesto e in questa fase storica, all’interno di una strategia di lungo periodo di superamento del capitalismo, che deve essere modulata a seconda delle condizioni concrete esistenti.

Dall’altra parte, però, la rivendicazione della sovranità popolare deve fare i conti anche con la presenza di forze reazionarie e frazioni capitalistiche che declinano la questione della sovranità in termini nazionalisti e xenofobi, cercando di utilizzarla a proprio favore. Si tratta di settori politici, come Fratelli d’Italia, la Lega, ecc. Il cui “sovranismo”, però, lascia presto il posto a “necessari” adeguamenti ai vincoli europei e atlantici, come è accaduto al governo, presunto sovranista, di Meloni. Più che attaccare la Meloni perché è sovranista, quindi, dovremmo denunciarne la mancanza di rispetto della sovranità, popolare e democratica, e l’allineamento reale all’Ue, alla Nato e agli Usa. Al tempo stesso, rivendicare la sovranità “nazionale” in un paese che, malgrado tutta sua attuale subalternità agli Usa, è stato sin dalla fine dell’Ottocento e rimane ancora oggi imperialista, è piuttosto fuori luogo. Anche la determinazione con cui alcuni “sovranisti” di sinistra giudicano l’Italia una colonia e la sua classe capitalistica come una classe compradora è fuorviante. Ma qui ci sarebbe la necessità di riportare in auge un’altra decisiva teoria marxista, quella dell’imperialismo, e non è il caso in questa sede.

Quindi, estremizzare i concetti, nella fattispecie quello di sovranità, crea confusione e divisioni all’interno del campo anticapitalista (e marxista), che francamente sarebbe meglio evitare. La diatriba tra Brancaccio e Zhok può essere letta come uno scontro accademico fra professori universitari. In realtà, è il prodotto di un problema molto più importante: l’assenza della politica o meglio del connubio che deve sempre esistere tra politica e teoria, tra obiettivi pratici e riflessione, allo scopo di modificare la realtà a favore della classe lavoratrice. Se non si tengono in conto i risvolti pratici del proprio teorizzare, si rischia di andare fuori strada. Certo, cercare di elaborare e, ancor più, mettere in atto una politica marxista è molto più complesso e faticoso che fronteggiarsi sui social, dal momento che si deve agire concretamente tenendo conto contemporaneamente di una moltitudine di variabili interdipendenti. Ma non si può non “fare politica”. È, questo, è un problema non solo di Brancaccio e di Zhok, ma di tutti noi, a fronte della frammentazione organizzativa e della inconsistenza politica esistente.

Zhok e Brancaccio hanno indubbie qualità personali, ma se le usano in questo modo, l’unico risultato che ottengono (forse) è quello di aumentare la loro visibilità, ma certo non ci aiutano molto. Anzi replicano il fenomeno, oggi molto diffuso, della divisione in tifoserie contrapposte, che è il prodotto, oltre che del sistematico smantellamento dei partiti di classe e del marxismo, anche di anni di talk show televisivi e di social, a partire da Fb.  Forse, più che scontrarci e continuare a dividerci su singole parole o formulazioni (sovranismo, uscita o no da Ue ed euro, rossobrunismo), dovremmo confrontarci realmente tra noi, partendo dal concreto e valutando insieme se quello che facciamo o diciamo è funzionale con gli scopi finali, che, mi pare, non teniamo in debita considerazione. Forse, in questo modo, supereremmo tante divisioni inutili e saremmo più forti nei confronti del nostro vero avversario, il capitale e la sua forma imperialista.


Note
[i] Domenico Moro, “Gli ex combattenti della grande guerra e il sovranismo piccolo borghese, analogie ed errori a cento anni di distanza”, Marxismo oggi, 2018. https://www.marxismo-oggi.it/saggi-e-contributi/articoli/297-gli-ex-combattenti-della-grande-guerra-e-l-sovranismo-piccolo-borghese-analogie-ed-errori-a-cent-anni-di-distanza
[ii] Andrea Zhok, “Qualche riflessione sul problema migratorio”, Italiaeilmondo.com, 28, settembre 2019. https://italiaeilmondo.com/2019/09/28/qualche-riflessione-sul-problema-migratorio-di-andrea-zhok/
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Nico
Sunday, 31 May 2026 19:53
Fabrice, grazie veramente per la capacità di sintesi!
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Fabrice
Monday, 01 June 2026 08:23
@Nico

1. Figurati, piacere mio!

2. "In linea generale penso che da parte di molti comunisti ci sia una sottovalutazione delle implicazioni che scienza e tecnologia capitalistiche (quindi mai neutre) hanno sulla popolazione. La questione non è riconducibile al solo ambito economico, ma investe addirittura sul piano antropologico identità, comportamenti, narrazioni riguardo la società. Mentre invece certi marxisti tendono a fare come la medicina convenzionale, non vedono l'insieme della patologia, ma per loro esiste il rapporto capitale/lavoro, la società dello spettacolo, quindi i media che sono legati a certi interessi capitalistici, ma si fermano lì. Non capiscono che il controllo sociale, la sorveglianza non si basano su una visione retrò delle classi lavoratrici (che hanno loro), ma su una totale mancanza di identità e prospettive collettive, su processi di esproprio del senso della comunità, su un uomo a una dimensione per dirla alla Marcuse che è solo un mero consumatore in una grande società eterna. volevamo approfondire la nozione di rivoluzione passiva in Gramsci? Eccola. Ed ecco Pasolini, che ha anticipato qesto tema agli albori della società consumistica e di un capitalsimo disposto ad asfaltare anche i ecchi rapporti sociali basati sulla religione a favore di un soggetto che deve fare solo tre cose: produrre, consumare e crepare. Zhok questo lo ha capito e analizzato. Brancaccio no.", Nico, riferimento: parte iniziale del tuo primo post.

Commento

Hai centrato perfettamente il punto, complimenti!!

A proposito di "rapporti sociali basati sulla religione a favore di un soggetto che deve fare solo tre cose: produrre, consumare e crepare", ecco un'integrazione che ti potrebbe interessare, arriva!

"Addormentare le coscienze: l’obiettivo principale del potere", di Enzo Guarnera per Wordnews, 25 ottobre 2025

Nel tempo della manipolazione di massa, il potere non impone più il silenzio: lo addestra. Addormenta le coscienze attraverso la scuola impoverita, l’informazione asservita e il consumo eretto a religione civile.

Proseguimento:

https://wordnews.it/2025/10/25/addormentare-le-coscienze-lobiettivo-principale-del-potere/
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Fabrice
Sunday, 31 May 2026 19:31
Per concludere.


Prima parte

1. "La mia patria si chiama multinazionale", di Eugenio Cefis, suo discorso integrale all'Accademia Militare di Modena nel 1972

http://archivio.pierluigipiccini.it/la-mia-patria-si-chiama-multinazionale/

2 Discorso di Eugenio Cefis ripreso in delle parti anche in questo ottimo articolo:


https://www.ilgiornaleditalia.it/news/politica/587864/democrazia-di-cosa-parliamo.html
PS è del 10 marzo 2024

Commento finale

Risultato?

Nicola Gratteri, famoso magistrato antimafia: sono le multinazionali che gestiscono i governi


Audio video:

https://www.imolaoggi.it/2021/10/04/gratteri-sono-le-multinazionali-che-gestiscono-i-governi/

+

https://www.money.it/bce-blackrock-valerio-malvezzi-conflitto-interesse-mano-nera-controlla-economia-mondiale



3. Reminder evergreen collegato


https://www.attivismo.info/la-rete-delle-1318-societa-che-controllano-il-mondo/


Seconda parte


LE BASI

1. La principale occupazione e preoccupazione dei super ricchi è orientare il conflitto distributivo a proprio favore.
2. La principale occupazione dei loro servi , piazzati strategicamente in politica, mass media e università, è nasconderlo o negarlo.”
tweet del Dott. Gavino Sanna, Presidente Associazione Consumatori Piemonte, 28 agosto 2019.

Riferimento:

https://twitter.com/GavinoSanna1967/status/1166639362571939840


1. “Se produci per il mercato interno pagando il giusto i lavoratori sarai meno competitivo sui mercati esteri di chi li sfrutta per promuovere export. Questa banale verità spiega perché globalizzazione e mercantilismo servono gli interessi del capitale transnazionale a spese del lavoro”, tweet di Gavino Sanna, quello delle BASI

2. "A. Metti in competizione i lavoratori del mondo a chi si fa sfruttare di più; B. Ricchi vincono, classe media occidentale perde, Cina diventa superpotenza commerciale; C. L'economia è globalizzata, c'è la Cina. D. Sono problemi di scala mondiale, devi dare più potere ai globalizzatori.", tweet di Gavino Sanna, quello delle BASI

3. "La globalizzazione è il processo politico che ha lo scopo di svuotare la democrazia promettendo la soluzione planetaria dei problemi che la globalizzazione stessa crea in continuazione. Il problema che si presenta come soluzione.", tweet di Gavino Sanna, quello delle BASI

Commento

"La semplicità è l'estrema sofisticazione", Leonardo da Vinci

+

La sintesi è virtù!!
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Fabrice
Sunday, 31 May 2026 19:19
Visto e considerato che la NATO è la gabbia mlitare e la UE la gabbia economica, a sinistra ci sono cascati ingenuamente e/oignorantemente in queste gabbie e/o ci sono voluti entrare in malafede?

Ecco degli interessanti spunti in merito per rispondere alla domanda, arrivano!

1. “Negli ultimi trent’anni è però cambiato qualcosa, si è verificato un arretramento. Le principali culture che hanno fatto dell’Italia un paese moderno, quella cattolica e quella socialcomunista, sono state travolte. Democristiani e socialisti dagli scandali. Diverso è il caso dei comunisti. Gli eredi del Pci – che a proposito di autorazzismo non sono secondi a nessuno – hanno rinnegato completamente la loro cultura, finendo per aderire al pensiero neoliberale e per far propria l’ideologia del vincolo esterno. In alcuni di loro l’europeismo è così forte che si direbbe che abbiano sostituito il mito dell’Urss con quello dell’UE. Vengo da quella cultura e credo di conoscerla bene. Abbiamo sprecato una grande occasione, buttando a mare indiscriminatamente quanto era stato fatto dal dopoguerra. Con la seconda Repubblica l’idea di nazione uscita dalla Resistenza e disegnata dalla Costituzione è stata sostituita con l’idea che l’Italia si sarebbe dovuta dissolvere negli Stati uniti d’Europa.”

Estratto da:

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-intervista_al_prof_paolo_desogus_dobbiamo_sconfiggere_lautorazzismo_italiano/5496_34316/

2. “Con la caduta dell’URSS infatti l’esercito dei politici di Sinistra in ogni Stato europeo ha improvvisamente perso il proprio ruolo. Contro i pochi onesti che si sono ritirati e i pochi rimasti fedeli all’ideale (divenendo peraltro paradossalmente sempre più reazionari e perciò ininfluenti), la gran massa ha scelto una precipitosa riconversione a favore del nemico vincitore. È stato soprattutto a questi ultimi che il capitale neoliberista ha affidato il compito di guidare il processo di integrazione europea, sulla base della comune propensione all’internazionalismo.

Occorre tenere ben a mente quest’ultimo punto quando si cerca di assolvere l’UE dai suoi cosiddetti “errori” affermando che il Manifesto di Ventotene è stato tradito. Nello spirito, non è vero. Il progetto di Rossi, Spinelli e Colorni aveva infatti un unico nemico riconosciuto: la sovranità degli Stati-nazione. Non gli facevano alcun problema invece né il capitalismo, né il liberismo spinto, né la vocazione globalista, né la necessità che il processo di integrazione europeo fosse guidato da élite illuminate (e non dalla effettiva volontà dei popoli). Esattamente ciò che è stato favorito dall’UE. Di Ventotene è rimasto inattuato soltanto il federalismo.

Accettando questo nuovo ruolo, gli ex politici di Sinistra hanno semplicemente riconvertito il loro internazionalismo, da quello comunista al globalismo liberista, divenendo così i caporali del loro stesso ex-elettorato. Agli intellettuali di Sinistra e ai media di sistema l’ingrato ma fruttuoso compito di fare da cinghia di trasmissione con l’opinione pubblica nazionale: vincere le resistenze di una cittadinanza ancora organizzata e consapevole dei propri diritti, convincerla della bontà del nuovo regime. Politici, giornalisti, professori, filosofi, scrittori, editori, opinionisti televisivi, mezzibusti, musicisti e attori, ci hanno chiesto (salve le loro rendite di posizione) letteralmente di “morire per l’Europa”, come recita un famoso manifesto politico.”

Estratto da:

https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-lalba_grigia_dei_popoli_europei/59315_59316/
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Fabrice
Sunday, 31 May 2026 19:10
Fra le altre cose, a livello di Big Picture ( quadro generale ) in termini geopolitici e storici, vale quanto segue, arriva!

1. Separare la Germania dalla Russia e quindi l’Europa dal gigante eurasiatico, è sempre stato l’obiettivo primario degli Stati Uniti (e della Gran Bretagna), come confessò nel 2015, al Chicago Council on Global Affairs, il presidente della Stratfor George Friedman:

Il principale interesse per gli Stati Uniti, per cui per un secolo abbiamo combattuto le
guerre, Prima e Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda, consiste nella relazione
fra Germania e Russia, perché unite sono l’unica forza che ci possa minacciare e
dobbiamo assicurarci che questo non accada.

Riferimento con relativa fonte:

https://web.archive.org/web/20221202222925if_/http://www.progettoalternativo.com/2022/09/latto-di-terrorismo-degli-stati-uniti-e.html

1A. “The policy of the USA has always been to prevent Germany and Russia from cooperating more closely”

Interview by Thomas Kaiser with Jacques Baud

Jacques Baud holds a master’s degree in Econometrics and a postgraduate degree in International Security from the Graduate Institute of International Relations in Geneva and was a Colonel in the Swiss Army. He worked for the Swiss Strategic Intelligence Service and was an advisor on the security of refugee camps in Eastern Zaire during the Rwandan war (UNHCR – Zaire/Congo, 1995-1996). He worked for the DPKO (Department of Peacekeeping Operations) of the United Nations in New York (1997-99), founded the International Centre for Humanitarian Demining in Geneva (CIGHD) and the Information Management System for Mine Action (IMSMA). He contributed to the introduction of the concept of intelligence in UN peace operations and headed the first integrated UN Joint Mission Analysis Centre (JMAC) in Sudan (2005-06). He was head of the Peace Policy and Doctrine Division of the UN Department of Peacekeeping Operations in New York (2009-11) and of the UN Expert Group on Security Sector Reform and the Rule of Law, worked in Nato and is the author of several books on intelligence, asymmetric warfare, terrorism and disinformation.

Proseguimento:

https://www.pressenza.com/2022/04/the-policy-of-the-usa-has-always-been-to-prevent-germany-and-russia-from-cooperating-more-closely/

In particolare, il seguente passaggio dell'articolo:

Jacques Baud: "Since the Second World War, it has always been US policy to prevent Germany and Russia or the USSR from working more closely together. This is despite the fact that the Germans have a historical fear of the Russians. But these are the two biggest powers in Europe. Historically, there have always been economic relations between Germany and Russia. The USA has always tried to prevent that. One must not forget that in a nuclear war, Europe would be the battlefield. That means that in such a case the interests of Europe and the United States would not necessarily be the same. This explains why in the 1980s the Soviet Union supported pacifist movements in Germany. A closer relationship between Germany and Russia would render the American nuclear strategy useless. "





PS intervistato anche in Italia:

https://www.ilsussidiario.net/news/jacques-baud-strategico-ex-nato-consegna-di-armi-allucraina-atto-criminale/2314922/




2. Lord Ismay, primo Segretario generale della NATO, ebbe a dire:« Lo scopo della NATO è di tenere dentro gli americani, fuori i russi e sotto i tedeschi ». Il Patto Atlantico traeva infatti origine dalla percezione che il cosiddetto mondo occidentale (costituito da Stati Uniti d’America, Canada, Regno Unito, Francia, Norvegia, Italia ed altri Paesi dell’Europa occidentale), dopo la seconda guerra mondiale, stesse cominciando ad accusare tensioni nei confronti dell’altro paese vincitore della guerra, ossia l’Unione Sovietica, con i suoi Stati satellite.

Riferimenti:


https://www.ariannaeditrice.it/articoli/nato-jekyll-nato-hyde-alle-origini-della-strategia-dell-espansione


https://www.ilditonellocchio.it/24-agosto-1949-entra-in-vigore-il-patto-nato/

3. L’Unione Europea? l’ha fatta nascere la CIA!!

3A. I servizi segreti americani finanziarono in modo massiccio i leader europei. Indicazioni anche per la creazione dell’euro. I documenti scoperto da Joshua Paul, professore della Georgetown university.

di Giuseppe De Lorenzo , Il Giornale del 23/01/2016

È di pochi giorni fa la notizia secondo cui i servizi segreti americani avrebbero messo gli occhi sui partiti europei che sognano la dissoluzione dell’Ue. La Cia, per intenderci, sta indagando sulla Lega Nord, sula Front National di Marine Le Pen e sugli altri partiti anti-Euro di tutta Europa. Una mossa in qualche modo destabilizzante dell’equilibrio della democrazia europea, considerando che – qualunque sia il loro programma politico – i partiti euroscettici hanno comunque diritto d’esistere. Alla luce di tutto ciò, è giusto ricordare però che la storia non ricorda solo i finanziamenti del Kgb e dell’Urss al Partito comunista italiano e i presunti fondi di Putin al FN. Anche la Cia ha fatto la sua parte nella guerra fredda dei finanziamenti occulti ai partiti. Fu proprio l’agenzia investigativa americana, infatti, a spingere l’acceleratore sull’unificazione europea e sulla creazione dell’unione monetaria. In che modo? Finanziando i leader europeisti.

Proseguimento:



https://www.ilgiornale.it/news/politica/lunione-europea-fatta-nascere-cia-1216151.html

3B. "Telegraph: i federalisti europei finanziati dalla spionaggio USA"
pubblicazione e traduzione a cura di Voci dall'Estero, 1 Novembre , 2015

In questo vecchio articolo del 2000 del Telegraph, a firma di un giovane Ambrose Evans Pritchard, veniva portato in superficie quanto è sempre più evidente nella crisi europea: l’Unione Europea è fin dall’origine, nell’immediato dopoguerra, un progetto pensato, finanziato e diretto dagli USA per creare un’Europa politicamente ed economicamente vassalla. All’epoca questo progetto serviva a cementare l’Europa occidentale nella sfera d’influenza americana minacciata dal comunismo sovietico; oggi è usato come grimaldello per esportare le politiche economiche e sociali USA in Europa in modo da accelerarne la “statiunitizzazione” in attesa della ratifica del TTIP.

Proseguimento:



3C. https://web.archive.org/web/20240527041931if_/https://vocidallestero.it/2015/11/01/telegraph-i-federalisti-europei-finanziati-dalla-spionaggio-usa/
https://web.archive.org/web/20220317170729/https://www.italiaoggi.it/news/la-ue-fatta-nascere-dalla-cia-2053384



In particolare il seguente passaggio finale da sottolineare col pennarello rosso:



"L'archivio scoperto da Paul contiene anche un memorandum datato 11 giugno 1965 in cui la sezione «affari europei» del dipartimento di stato Usa consiglia al vice-presidente dell'allora comunità economica europea, l'economista francese Robert Marjolin, di perseguire l'obiettivo dell'unificazione monetaria europea agendo sottotraccia: gli raccomanda di sopprimere il dibattito al riguardo fino al momento in cui «l'adozione di tali proposte diventerà virtualmente inevitabile»."


3D. Altiero Spinelli scrive infatti nel suo Diario il 12 aprile 1953: “Per quanto non si possa dire pubblicamente, il fatto è che l’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, così come per consolidarsi essa avrà bisogno di una guerra contro l’Unione Sovietica, da saper fare al momento buono in cui il regime poliziesco sarà marcio[...].” [2]

L'unità europea non è quindi un qualcosa di a sé stante fatta sulla Luna, ma che va inquadrata nella realtà concreta in cui viene concepita e sorge; sin dall'inizio, in particolare, non è disgiungibile dalla strategia e dagli interessi dell'imperialismo statunitense.

Negli ultimi anni di vita, è ancora Altiero Spinelli a riconoscerlo e anzi a rivendicarlo apertamente, intervenendo al congresso del Partito Radicale nel 1985: “Ci sono essenzialmente due metodi che sono contemporaneamente in opera; c'è il tentativo […] di un'Europa che sia fatta dagli europei. E c'è contemporaneamente il tentativo di un'Europa che sia fatta dagli americani. E vorrei che non ci sdegnassimo inutilmente, e in fondo non seriamente, di questa seconda alternativa. L'unità imperiale sotto l'egida americana è certo anche assai umiliante per i nostri popoli ma è superiore al nazionalismo perché contiene una risposta ai problemi delle democrazie europee, mentre il ritorno al culto delle sovranità nazionali non è una risposta. [...]

Le due forme stanno procedendo insieme e noi le vediamo sotto i nostri occhi; e guardate, non si può abolire l'una nella misura in cui si sviluppa l'altra. [...] È attraverso queste due che l'Europa va muovendosi.

[…] Ebbene, noi abbiamo una serie di eserciti apparentemente nazionali inquadrati sotto il comando americano e nel sistema imperiale americano. E la responsabilità fondamentale della difesa dell'Europa ce l'hanno oggi gli americani. Noi formiamo truppe di ausiliari.” [3]

Più chiaro di così

Non può quindi sorprendere quanto appare nero su bianco nei documenti dell'intelligence Usa venuti alla luce grazie al ricercatore della Georgetown University Joshua Paul e ripresi dal Telegraph in un articolo del 2000: nel 1948 venne creato il Comitato Americano per l'Europa Unita (ACUE), guidato dall'ex capo dell'OSS (poi CIA) William J. Donovan e da Allen Dulles, poi capo della Cia. [4]

Il Comitato, attraverso finanziamenti delle fondazioni Rockefeller e Ford, aveva il compito di sostenere e indirizzare la campagna per l'integrazione politica europea in chiave anti-comunista, in particolare finanziando il Movimento Europeo e la Campagna Giovanile Europea. [4]

Secondo questi documenti desecretati, il Comitato disponeva a metà degli anni '50 di circa 1 milione di dollari all'anno; nel 1958, per esempio, fornì il 53.5 per cento dei fondi del Movimento.

Fu ad esempio un memorandum del 26 luglio 1950 firmato dal generale Donovan a dare istruzioni per mettere in atto una campagna per promuovere la creazione del Parlamento europeo. [5]

Non si tratta quindi di complottismo, ma semplicemente della dimostrazione di una lucida e dichiarata strategia politica dell'imperialismo statunitense, accettata da gran parte delle classi dirigenti europee, che ha accompagnato sin dalle origini il mitico progetto comunitario.

Come scrive Brzezinski, “L’ Europa unita doveva fungere da strumento di colonizzazione Usa e testa di ponte verso il continente asiatico.” [6] Per caso vi suona familiare?

È del resto ancora Altiero Spinelli, con encomiabile schiettezza, a darne conferma nel suo Diario descrivendo il suo viaggio negli Usa del 1955: “Assai più interessante è stato l’incontro con Richard Bissell – Central Intelligence Agency. Ha mostrato subito un assai vivo interesse per i miei piani, ed ha promesso di intervenire presso Donovan e presso la Ford Foundation. [...] Ho visitato Donovan. Era presente anche Hovey, Executive Director dell’American Committee on United Europe [...] entrambi entusiasti del mio piano. Donovan si è impegnato formalmente a cercar fondi. Ha approvato la mia decisione di far in modo che sia io a dirigere l’operazione. […] Praticamente ho ottenuto la garanzia dell’appoggio dell’USIA, della Ford Foundation e dell’ACUE. Più di questo non potevo sperare.” [2]


Riferimento e proseguimento:

https://www.lacittafutura.it/esteri/il-mito-reazionario-dei-padri-fondatori-dell-ue


Commento finale

Oups, ma che strane coincidenze storiche e geopolitiche...........!!
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Fabrice
Sunday, 31 May 2026 18:24
1. "Il giudice: l’euro condanna a morte l’Italia antifascista", Libreidee
21 maggio 2014

I trattati europei violano apertamente la Costituzione italiana, vanno in direzione diametralmente opposta: per la nostra Carta, «scritta da persone che avevano fatto la Resistenza e preso atto dell’anti-socialità di un certo capitalismo», la spesa sociale (deficit) è il “mestiere” dello Stato: «L’essenza stessa delle democrazie è la garanzia del benessere a lungo termine, che c’è solo con la piena occupazione della forza lavoro». L’euro e gli eurocrati fanno esattamente il contrario: costringono lo Stato a tagliare la spesa sociale, cioè a tradire la propria missione costituzionale. Lo afferma un magistrato, Luciano Barra Caracciolo, già membro del Consiglio di Stato, impegnato a smascherare l’impostura della governance Ue, affidata a tecnocrati al servizio dell’élite finanziaria. Personaggi che colpevolizzano paesi come l’Italia, che in realtà versa a Bruxelles molto più di quanto non riceva. E’ il gioco sporco dell’oligarchia: «Tanto più si privilegia il capitale nella sua dimensione finanziaria, tanto più si sacrifica il livello di benessere generale e si sposta la ricchezza nelle mani di pochi».

Riferimento e proseguimento:

https://www.libreidee.org/2014/05/il-giudice-leuro-condanna-a-morte-litalia-antifascista/


2. Premessa.


Achille De Tommaso è laureato in Fisica Elettronica e ha lavorato per più di 40 anni nelle telecomunicazioni, fondando e dirigendo numerose ed importanti aziende tra le quali COLT, INFOSTRADA, NORTEL, CABLE & WIRELESS Europa, Bell Canada Italia, Eurotech, Skylogic.
È stato, negli anni ’90, consulente della Commissione Europea, DG XIII per l’introduzione dei servizi di Electronic Data Interchange (EDI) in Europa, per i quali contribuì ad una alleanza con l’Accademia delle Scienze Sovietica. E’ stato per un certo periodo rappresentante di STET in Russia.
Per vent’anni è stato presidente di ANFoV di cui presiedeva anche il Comitato Tecnico. ANFoV è un centro di studi e ricerche che si occupa di analizzare gli aspetti tecnologici, regolamentari e sociali dei nuovi servizi di telecomunicazione e informatica, producendo documenti e raccomandazioni ad uso degli associati e delle Istituzioni Pubbliche.
Nel 2011 ha fondato Aquarius Logica: un’azienda volta allo “scouting” di innovazione nelle nuove tecnologie.
De Tommaso è anche uno scrittore, e studioso di Biologia (genetica), di Antropologia e di Analisi comportamentale. Ha a suo credito varie pubblicazioni tecnico scientifiche, e libri che trattano di scienze e tecnologie.
Ama l’arte in generale; in particolare quella pittorica e la musica.

Riferimento:

https://www.nelfuturo.com/autore/achille-de-tommaso


Ma l’Italia è davvero una democrazia?”, di Achille De Tommaso, maggio 2022

La democrazia è conflitto, “conflitto contenuto”, tra partiti e maggioranze/minoranze. Ma il conflitto diventa pericoloso quando una parte afferma che l’altra è illegittima.
***
C’è una linea sottile tra il normale conflitto democratico e il conflitto che minaccia la democrazia, e i politici (sicuramente quelli nostri) non sono in grado, spesso, di articolare la differenza. Democrazia significa governo del popolo, ma gli italiani non sono completamente d’accordo su chi appartiene al popolo. Chi di noi non ha sentito frasi come “viviamo in un eccesso di democrazia”, “non si dovrebbe dare il voto a tutti, ma solo a quelli capaci di utilizzarlo al meglio”? Si potrebbe forse dire che questo atteggiamento è solo di una parte della popolazione, di normali cittadini scontenti (come al solito) delle azioni di governo. Ma non è così: in realtà sono proprio le maggiori istituzioni politiche italiane che mostrano, nel merito, atteggiamenti antidemocratici.
Sublime esempio: si ritiene generalmente che il Presidente della Repubblica italiano svolga un ruolo puramente di rappresentanza e simbolico, e per la maggior parte della vita dell’Italia come repubblica è stato in così; ma in passato.
Infatti, nella sua veste ufficiale di “garante” o “custode” della costituzione, il presidente detiene un potere considerevole: i governi sono tenuti ad ottenere l’“approvazione” del presidente, che nomina anche (“approva”) il presidente del Consiglio e i suoi ministri di gabinetto. Inoltre, tutte le leggi approvate dal parlamento devono essere, alla fine, approvate dal presidente, che è anche incaricato di firmare lo scioglimento del parlamento. Ciò significa che il presidente decide effettivamente se le elezioni debbano tenersi o meno.
Ma il potere del presidente italiano non si ferma qui: egli ratifica anche tutti i trattati internazionali; è anche comandante in capo dell’esercito e capo dell’organo di governo della magistratura. Il presidente esercita, de facto, influenza anche attraverso le strutture tecnocratiche del Ministero dell’Economia e delle Finanze, in particolare attraverso l’onnipotente Ragioneria Generale dello Stato e la Banca d’Italia.
Quella del presidente italiano non è, quindi, una fonte di potere irrilevante, soprattutto in tempi di crisi, se il sistema politico è incapace di fornire soluzioni praticabili, il ruolo del presidente tende ad “ampliarsi”. Dato lo stato quasi permanente di turbolenza politica ed economica in cui l’Italia è impantanata da almeno un decennio, non sorprende che il presidente di oggi si sia, quindi, evoluto in un attore politico a pieno titolo, con il potere (e la volontà) di intervenire nel processo decisionale del Paese.
E questo parrebbe in contrasto col desiderio dei Padri Costituenti, di disegnare una costituzione che non permettesse il nascere del potere forte di un sol uomo. Ma questo contrasto non lo si riscontra solo in Italia.
Questa trasformazione, infatti, non è recente, e può essere fatta risalire alla progressiva integrazione dell’Italia nell’Unione Europea e nell’euro, iniziata nei primi anni novanta. Per qualsiasi Paese europeo, l’appartenenza all’euro significa che il ruolo del governo – e quindi del parlamento – diventa sempre più quello di mettere in pratica decisioni economiche, anche se impopolari, prese a livello europeo. Ciò ha inevitabilmente comportato un processo di riconfigurazione statale che ha comportato il rafforzamento dei poteri esecutivi e tecnocratici a tutti i livelli, compreso quello del presidente, e la conseguente emarginazione del parlamento. In genere, ciò viene presentato come una precondizione necessaria per l’attuazione rapida ed efficiente di politiche economiche applicate dall’UE: austerità fiscale, moderazione salariale, liberalizzazioni e privatizzazioni favorevoli al mercato. Può essere vero, ma allora il Parlamento a che serve? E non dimentichiamoci come, attraverso lo strumento privilegiato del Decreto Legge e della “fiducia”, il Parlamento venga regolarmente scavalcato.
Una volta presa la scelta da parte delle élite italiane di aderire all’euro, si rese necessario anche difendere la decisione da ogni possibile sfida popolare. E così il ruolo del presidente si trasformò da quello di garante della costituzione a garante degli “obblighi internazionali” del Paese, in particolare di trattati e regole Ue.
Infine, il trasferimento delle prerogative economiche all’UE ha fatto sì che i partiti politici, anche se sono riusciti a ottenere la maggioranza in parlamento, si sono trovati sempre più privi degli strumenti economici necessari per mantenere il consenso sociale.
Ciò ha fatto nascere, sicuramente in Italia, un sistema di instabilità sociale e politica quasi permanente, con il presidente che assume un ruolo sempre più “attivista” in nome della “stabilità” e della “governabilità”. In breve, l’adesione dell’Italia all’euro ha di fatto avviato un caso unico di transizione istituzionale da un regime parlamentare a un regime presidenziale di fatto. Si potrebbe obbiettare che anche il regime presidenziale è un regime democratico; può darsi, ma nel caso italiano il legislatore svolge sempre più un ruolo marginale. E di conseguenza è lecito che l’elettore dica: “ma chi me lo fa fare di andare a votare?”
Questo aspetto è diventato particolarmente evidente sotto il doppio mandato di Giorgio Napolitano (2006-2015), che è coinciso con l’era turbolenta delle ricadute post-crisi finanziaria. In quel periodo Napolitano divenne il “tranquillo mediatore politico” della politica italiana, con i critici che, ricorderete, lo chiamavano “Re Giorgio “. È generalmente accettato, ad esempio, che Napolitano abbia svolto un ruolo cruciale dietro le quinte del presunto “golpe internazionale” – che coinvolse, tra gli altri, la Banca d’Italia, l’allora presidente della BCE Mario Draghi, Angela Merkel e Nicholas Sarkozy — che portò alla caduta del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e alla sua sostituzione con il tecnocrate Mario Monti, scelto personalmente dallo stesso Napolitano. Ricorderemo tra l’altro come il governo Monti fu concordemente definito come “governo del presidente”.
Il successore di Napolitano, il presidente Sergio Mattarella, ha seguito le sue orme. Nel 2018, a seguito di un’alleanza tra Movimento Cinque Stelle e Lega, i due partiti, come previsto dalla costituzione italiana, sottoposero all’approvazione del presidente la scelta dei ministri di governo. Eppure al loro proposto ministro dell’Economia, Paolo Savona, fu posto il veto da Mattarella, a causa della sua posizione euro-critica, costringendo i due partiti a optare per il più favorevole allo status quo Giovanni Tria. Come notarono all’epoca gli esperti di diritto Marco Dani e Agustín José Menendez, ciò sembrerebbe indicare l’esistenza di una sorta di ‘convenzione’, secondo la quale i partiti o le coalizioni politiche che sono critiche nei confronti degli assetti economici e monetari esistenti all’interno dell’eurozona non possono entrare al governo.
Più di recente, quando Matteo Renzi staccò la spina al secondo governo di Giuseppe Conte, Mattarella rifiutò di sciogliere il parlamento e indire elezioni anticipate, lavorando invece dietro le quinte per garantire la sostituzione di Conte con Draghi, proprio come aveva fatto Napolitano con Monti un decennio prima.
E nell’ultimo periodo, Mattarella ha fatto di tutto per difendere apertamente praticamente ogni politica del governo Draghi, comprese quelle più legalmente e costituzionalmente traballanti, come l’introduzione di pass per i vaccini, nonché il mantenimento di uno stato di emergenza semipermanente e il rafforzamento della presa autoritaria di Draghi sul Paese. In altre parole, il presidente oggi non pretende nemmeno più di essere un arbitro neutrale della costituzione. Non solo è scontato che svolga un ruolo profondamente politico, senza possibilità di appello, ma in effetti le élite italiane si aspettano sempre più che lo faccia: usare i suoi poteri da re per difendere lo status quo e tenere a bada “i barbari”, siano essi euro scettici o no-vax; o comunque non siano dalla “parte giusta”.
E’questa democrazia?
Una cosa è chiara: la democrazia italiana è diventata un affare in gran parte elitario, in cui le fazioni belligeranti dell’establishment si contendono il potere, mentre la maggioranza dei cittadini non si preoccupa più nemmeno di andare a votare. E la maggioranza di quelli che non vanno a votare appartiene ai ceti meno abbienti.
Non sorprende che le élite globali oggi guardino all’Italia come un modello: The Economist è arrivato addirittura a, nel 2021, incoronare l’Italia “Paese dell’anno” per il suo modello politico. Molti dei suoi cittadini, tuttavia, ritengo siano in disaccordo.
E a questo proposito mi piace citare la massima (attribuita ad Andreotti, Giolitti, Mussolini, e altri) secondo cui non è difficile governare l’Italia, ma è INUTILE. E non considero questa massima, per niente, una battuta di spirito, ma verità. Infatti, nonostante il cittadino si sforzi di andare a votare, eleggendo l’una o l’altra parte, il risultato è sempre lo stesso: poche migliaia di persone, appartenenti a burocrazia ministeriale, magistratura, “intellettuali cosiddetti”, media (siamo al 58mo posto mondiale come libertà di stampa), sindacati, corpo insegnante accademico; stravolgono regolarmente, nel day-to-day, il risultato delle elezioni; ostacolando facilmente il percorso e l’attuazione delle leggi approvate in parlamento.
A che serve andare a votare?

Riferimento:

https://www.nelfuturo.com/Ma-l-Italia-e-davvero-una-democrazia

Commento di un certo Davide Torrielli

Non hai tutti i torti ma, sino a quando avremo la possibilità di dire e fare tutto quello che ci pare, questo non si può definire differentemente da un modello ampiamente democratico! Questo il mio pensiero.ciao”

Risposta di Achille De Tommaso

Caro Davide, il tuo ragionamento sarebbe giusto se l’opposto della democrazia fosse solo la dittatura; in realtà esiste un altro regime, molto più permeante e molto più pericoloso, in quanto meno istituzionalmente formale, e quindi non facilmente contrastabile: l’OLIGARCHIA. Te ne rammento una definizione: Regime politico o amministrativo caratterizzato dalla concentrazione del potere effettivo nelle mani di una minoranza, per lo più operante a proprio vantaggio e contro gli interessi della maggioranza. Ristretta cerchia di persone che occupa una posizione di potere in seno a istituzioni, organizzazioni e simili, o anche gioca un ruolo di preminenza in determinati ambienti sociali o culturali. Ti ricorda niente questo regime? In una nazione al 58mo posto nella libertà di stampa a livello mondiale penso che il fatto di poter dire veramente, sempre, ciò che si pensa, sia parecchio limitato; e dipende comunque da ciò che dici e quale importanza tu rivesta. Magari non vieni imprigionato (subito), ma vieni “tagliato fuori”, diffamato, processato dai media di regime prima, e poi magari finisci anche dentro, in processi che durano decine d’anni e uccidono la persona civilmente, e, spesso, anche fisicamente. Poi, magari, prima di morire (o dopo) puoi avere un risarcimento, se fai parte delle migliaia di “errori giudiziari” annui.
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Fabrice
Sunday, 31 May 2026 18:18
1. Il principale giurista spagnolo Miguel Herrero de Minon sull’UE vent’anni fa:

“La mancanza di “demos”, il popolo, è la ragione principale della mancanza di democrazia. E il sistema democratico senza “demos” è solo “cratos” – potere.”

+

Lo Stato nazionale – popolato da cittadini che chiedono conto ai governi delle loro azioni – rimane l’unica base per una democrazia funzionante che l’umanità abbia mai inventato. Qualsiasi idea di democrazia “europea” o addirittura di “democrazia globale” significa il suo contrario – sottrarre poteri ai cittadini per attribuirli a organismi sovranazionali come il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Commissione europea e le miriadi di organismi non governativi – che non rendono conto a nessuno – che appoggiano.

Riferimento, due significativi passaggi estratti dal seguente articolo :

“Per la democrazia – contro l’Unione Europea”, a cura di Mike Hume per “Spiked”, traduzione in italiano a cura di Voci dall’Estero.

Luglio 2019

https://web.archive.org/web/20190922110705if_/http://vocidallestero.it:80/2019/09/19/per-la-democrazia-contro-lunione-europea/


Commento

Chiunque legga l'intero articolo attentamente e con un onestà intellettuale, non può che concludere che l'UE è profondamente antidemocratica ed anche irreformabile, sulla sua irreformabilità in positivo, vedasi prossimo punto.


2. "L’EUROPA PUO’ CAMBIARE?", Prof. Sergio Cesaratto.



Qual’ è la domanda di riserva? No, l’Europa non può cambiare. Un frequente equivoco è che l’errore europeo sia stato quello di anteporre l’unione monetaria all’unione politica, creando una moneta unica senza Stato fra Stati senza moneta. Una moneta senza Stato significa che laddove l’unificazione valutaria creasse squilibri, non vi è un’entità statuale volta a riequilibrarli attraverso trasferimenti fiscali.
Stati senza moneta implicano che quelli più deboli rischiano di ammalarsi al primo spiffero, una volta perduta la sovranità monetaria di aggiustare il cambio e di garantire il valore nominale del proprio debito pubblico. Tutto questo è giusto: un’unificazione monetaria presuppone una solidarietà politica.
Ma é questa possibile in Europa? La risposta è largamente negativa. Uno Stato Federale europeo dotato di un bilancio cospicuo e retributivo non godrebbe del consenso dell’opinione pubblica dei Paesi più ricchi, sebbene sarebbe ben visto dai Paesi più poveri. Qualche briciola i Paesi più forti sarebbero disposti anche a dare, ma in cambio della definitiva cessione della sovranità fiscale da parte dei Paesi periferici ( sovranità fiscale già zoppa vista la cessione della sovranità monetaria).
L’economista conservatore Hayek l’aveva già fatto notare nel 1939: una federazione di Stati disomogenei può solo esistere con uno Stato federale minimo, uno Stato che si limiti a fissare le regole e poco più; uno Stato “ordoliberista”. L’unione monetaria che abbiamo o quella che ci avviamo ad avere, in peggio non in meglio, è dunque l’unica possibile. Siffatta unione politico-monetaria svuota del tutto lo Stato nazionale dei poteri monetari e fiscali, privando le classi lavoratrici del loro terreno naturale di conflitto: il proprio Stato nazionale.
La democrazia si riduce così alle lotte per le libertà civili, coerentemente ritenute centrali dai radicali, il resto lo fa il mercato. L’incompatibilità fra euro ed Europa sovranazionale da un lato, e democrazia dall’altro, è totale.
L’euro disvela così la propria vera natura spazzando via la retorica europeista. Esso è uno strumento disciplinante delle classi lavoratrici, in particolare nell’indisciplinato sud, Francia inclusa. Non è vero che l’euro sia un fallimento, esso è un successo. Tommaso Padoa Schioppa ( 1940-2010 ) ci aveva del resto ammonito: l’euro rinsegnerà la durezza del vivere che le recenti generazioni popolari hanno smarrito con lo Stato sociale e la (quasi) piena occupazione.”

tratto da “Sei Lezioni di Economia. Conoscenze necessarie per capire la crisi più lunga e come uscirne”, Prof. Sergio Cesaratto, Imprimatur, pag. 349, 2016. Cap. 5, Par. “L’Europa può cambiare?”

NB Prof. Sergio Cesaratto è fra i più noti economisti critici internazionali. Ha studiato alla Sapienza, dove ha conseguito il dottorato e all’Università di Manchester. E’ professore ordinario di Politica monetaria e fiscale dell’Unione Economica e Monetaria europea, Economia della crescita e Post-Keynesian Economics all’Università di Siena.

3. In riferimento al secondo estratto del punto 1 :

"Lo Stato nazionale – popolato da cittadini che chiedono conto ai governi delle loro azioni – rimane l’unica base per una democrazia funzionante che l’umanità abbia mai inventato. Qualsiasi idea di democrazia “europea” o addirittura di “democrazia globale” significa il suo contrario – sottrarre poteri ai cittadini per attribuirli a organismi sovranazionali come il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Commissione europea e le miriadi di organismi non governativi – che non rendono conto a nessuno – che appoggiano."

calza a pennello questa Lectio Magistralis del Il Pedante:

Il Governo dei Non Governativi!!

http://ilpedante.org/post/il-governo-dei-non-governativi

in particolare il passaggio finale:

“E' la piaga del secolo, il sovranazionalismo, dove l'illusione di uno spazio politico «altro» e migliore serve a promuovere cambiamenti incompatibili con gli ordinamenti interni delle comunità. Se certe cose ce le chiedessero i nostri ministri, sarebbero incostituzionali, o illegali. Invece ce lo chiede Leuropa, i think tank intergovernativi, l'OMS ecc. in nome dei più alti principi, cioè di chi di volta in volta li finanzia.”


4. . “Come l’euro ha condotto la Francia all’impasse” di David Caylam per “Le Figaro”.

Pubblicato in italiano su “Attivismo.Info”, 8 Maggio 2019

Un unico “stampo” europeo.

I trattati europei hanno contribuito a smantellare proprio queste specificità nazionali. Fino al 1980 la CEE aveva stabilito un sistema economico pragmatico che consisteva, in fondo, nella protezione del mercato comune tramite un dazio unico verso l’esterno e tramite la rimozione degli ostacoli alla circolazione delle merci al proprio interno, al fine di aumentare la quantità potenziale di sbocchi economici per le proprie industrie. Negli anni ’90, il mercato comune si è trasformato in mercato unico. Alla libera circolazione delle merci si è aggiunta quella dei capitali e della forza lavoro. Per evitare distorsioni della concorrenza, si è deciso di limitare rigorosamente gli interventi pubblici. Rispetto al resto del mondo, si è deciso di sopprimere tutti i limiti alla circolazione dei capitali e di siglare accordi commerciali multilaterali, nel quadro del GATT e dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, e poi di moltiplicare i trattati di libero scambio bilaterali.
L’economia europea ha quindi imposto uno “stampo” legale (un mercato unico, una moneta unica) identico per tutti i paesi europei. È uno stampo basato sulla finanziarizzazione dell’economia, sulla concorrenza interna ed esterna e sull’arbitraggio economico dei mercati.
È evidente che c’erano modelli economici nazionali più compatibili con questo stampo, e altri meno. L’euro è emblematico. Tutti gli studi concordano: una stessa moneta può avere effetti opposti a seconda di come funzionano le economie.

Riferimento e proseguimento:

https://www.attivismo.info/come-leuro-ha-condotto-la-francia-allimpasse/

Commento

“Ciò che è vivo non ha copie, due persone, due arbusti di rosa canina non possono essere uguali, è impensabile. E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne”, Vasilij Grossman ( 1905-1964), giornalista e scrittore russo, estratto da “Vita e destino”, Vasilij Grossman, Adelphi, 2008.

Analogamente e logicamente vale quanto segue:
:
“Ciò che è vivo non ha copie, due nazioni geograficamente differenti, due popoli storicamente diversi non possono essere uguali, è impensabile. E dove la violenza di una dittatura finanziaria sovranazionale cerca di cancellare la loro varietà e differenza, le loro economie vitali si spengono"
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Fabio Rontini
Sunday, 31 May 2026 12:38
La diatriba Brancaccio-Zhok sarà pure una tempesta in un bicchier d'acqua ma la questione del sovranismo è ineludibile ed è una di quelle (un'altra è quella della natura socialista o meno della Cina) che spacca i comunisti a metà impedendogli di ritrovare l'unità necessaria per ottenere un qualsiasi risultato politico: nell'UE bisogna restare o bisogna uscirne? Non è che possiamo pensare di unire i comunisti senza dare una risposta chiara e univoca a questa domanda. Forse si tratta addirittura della questione politica in assoluto più importante di tutte, in questa fase.
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Martin
Sunday, 31 May 2026 16:23
Quoting Fabio Rontini:
La diatriba Brancaccio-Zhok sarà pure una tempesta in un bicchier d'acqua ma la questione del sovranismo è ineludibile ed è una di quelle (un'altra è quella della natura socialista o meno della Cina) che spacca i comunisti a metà impedendogli di ritrovare l'unità necessaria per ottenere un qualsiasi risultato politico: nell'UE bisogna restare o bisogna uscirne? Non è che possiamo pensare di unire i comunisti senza dare una risposta chiara e univoca a questa domanda. Forse si tratta addirittura della questione politica in assoluto più importante di tutte, in questa fase.


Certo, si tratta di una questione importante. Il senso dell'articolo, però, dice una cosa diversa: che si può e si deve affrontare il dibattito sulla questione in modo meno fondamentalista e più dialettico. Si fa riferimento alla necessità di impiegare tutta la teoria marxista (non solo quella economica, ma anche quella dello Stato e della composizione di classe) e di non dimenticare mai di unire politica e teoria. La mia esperienza mi dice che questi confronti sul sovranismo vengono affrontati in ambito comunista con spirito di crociata da entrambe le parti. Un conto è ragionare tra compagni altro conto è lanciarsi scomuniche a vicenda (o accuse di rosso-brunismo) . Lo scontro Brancaccio-Zhok è stigmatizzato per i modi in cui avviene non perché discute di sovranismo.
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enea bontempi
Saturday, 30 May 2026 22:52
Ohibò, anche un ranocchio ha voluto commentare con il suo gracidio la baruffa tra i galliformi.
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Enea Bontempi
Saturday, 30 May 2026 20:34
Una baruffa tra un un cappone ed un galletto nel pollaio del riformismo sotto la supervisione di un tacchino.
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Nico
Saturday, 30 May 2026 22:04
Quoting Enea Bontempi:
Una baruffa tra un un cappone ed un galletto nel pollaio del riformismo sotto la supervisione di un tacchino.


Sì d'accordo. Adesso, però, torna a leggere topolino.
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Nico
Saturday, 30 May 2026 10:42
In linea generale penso che da parte di molti comunisti ci sia una sottovalutazione delle implicazioni che scienza e tecnologia capitalistiche (quindi mai neutre) hanno sulla popolazione. La questione non è riconducibile al solo ambito economico, ma investe addirittura sul piano antropologico identità, comportamenti, narrazioni riguardo la società. Mentre invece certi marxisti tendono a fare come la medicina convenzionale, non vedono l'insieme della patologia, ma per loro esiste il rapporto capitale/lavoro, la società dello spettacolo, quindi i media che sono legati a certi interessi capitalistici, ma si fermano lì. Non capiscono che il controllo sociale, la sorveglianza non si basano su una visione retrò delle classi lavoratrici (che hanno loro), ma su una totale mancanza di identità e prospettive collettive, su processi di esproprio del senso della comunità, su un uomo a una dimensione per dirla alla Marcuse che è solo un mero consumatore in una grande società eterna. volevamo approfondire la nozione di rivoluzione passiva in Gramsci? Eccola. Ed ecco Pasolini, che ha anticipato qesto tema agli albori della società consumistica e di un capitalsimo disposto ad asfaltare anche i ecchi rapporti sociali basati sulla religione a favore di un soggetto che deve fare solo tre cose: produrre, consumare e crepare. Zhok questo lo ha capito e analizzato. Brancaccio no.
Brancaccio riproduce un approccio vetero totalmente inadeguato a contrastare questa deriva sociale. Noi dobbiamo stare nelle comunità come tanti prometeo che portano il fuoco della consapevolezza che l'umanità intera è davanti a una svolta che ci può portare alla distruzione per guerra imperialista o a una rivoluzione nei rapporti sociali (di produzione e riproduzione sociali) che definisca un'identità collettiva in relazione alle contraddizioni sociali date e a questa alienazione spersonalizzante che porta molti soggetti a chiudersi in una visione autoreferenziale religiosa, nazionalistica, di campanile e di egoismo micro-sociale che ripete in piccolo le logiche del capitale. Io non mi riconosco nella visione né-né di Paccosi per questa ragione. L'hombre nuevo combatte per la patria, ma inteso come luogo universale di liberazione sociale e per questo internazionalista (se ci liberiamo noi contribuiamo a spezzare la catena imperialista e a favorire altre liberazioni...). Combatte contro il cosmopolitismo dei flussi e dei rentier turbocapitalistici che attraversano il nostro territorio predandolo e assoggettandolo. Noi combattiamo per la liberazione del nosro spazio di vita e sociale per rimettere al centro una comunità che vive e lavora nel nostro territorio, soggetti sia autoctoni che di provenienza, per il reddito sociale, per l'esercizio della sovranità. E dentro questo ambito certamente si socntreranno i settori sociali, c'è una borghesia, ma qui subentra la nozione di egemonia di Gramsci.
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vive Bataille
Saturday, 30 May 2026 09:10
Corretto in tutto e per tutti coloro come me che si sono letteralmente sfibrati l'animo, la voglia e il corpo di continuare a sperare in un cambiamento a partire proprio dai marxisti, comunisti, comunardi, socialisti, verdi ecologisti, femministi , antimperialisti, pacifisti , cattolici di sinistra, autonomi antagonisti, anarchici ,intellettuali piu' o meno organici, scrittori, professori, imprenditori di libero software, sindacalisti rivoluzionari, giovani spaccatutto, pensionati iscritti al ANPI, semplici lavoratori in pensione che non vanno piu' a votare .
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