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Grillo deve “dimettersi”?
di Aldo Giannuli
Si stanno levando molte voci che chiedono le “dimissioni” di Beppe Grillo (ho visto una dichiarazione in questo senso anche di parlamentari del M5s o ex del movimento), anche in questo blog ci sono interventi che vanno in questo senso e qualche autorevole amico me lo ha scritto in una mail privata. Tutti, più o meno, ricordano la frase con cui Grillo diceva che si sarebbe ritirato se non avesse “vinto”. Bene, allora discutiamone.
In primo luogo: dimettersi da cosa? Grillo non ha cariche formali nel M5s, non ne è il segretario. Per cui la richiesta di dimissioni può significare solo che deve smettere di parlare e magari chiudere il suo sito. Mi sembra una richiesta eccessiva, che non si può fare neanche al leader più sconfitto del sistema solare: ma, allora, fatte le dovute proporzioni, uno come Veltroni cosa avrebbe dovuto fare? Per non dire di Paolo Ferrero.
Allora, come prima cosa mi pare sia il caso di “prendere le misure” di questo risultato elettorale.
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I Piddino Boys e la Carosellonomics
Lameduck
Ieri sera a "Piazzapulita" abbiamo saputo da Edward Luttwak che, nel 2011, Merkel e Sarkozy andarono da Obama a chiedergli di rovesciare il governo Berlusconi perché alcuni ministri italiani si erano lamentati con i colleghi francesi e tedeschi che il Premier stava con la testa da un'altra parte e non era in grado di governare la crisi e fare le fottutissime riforme. Al che - non ridete ora - Obama avrebbe risposto sdegnato che gli Stati Uniti non intervengono nelle politiche degli stati sovrani e quindi ciccia. Vi lascio fare le vostre congetture sull'interpretazione da dare a questa parabola del falcone neocon e indovinare chi sarebbero le nuore che dovrebbero intendere e se il messaggio debba o no essere ascoltato alla rovescia per capirne il vero significato.
A proposito di falconi e operazioni condor, ricordate quel vecchio carosello anni '70 dove i cittadini del Paese Felice erano costantemente minacciati dal perfido Jo Condor ma quando invocavano "Gigante, pensaci tuuuuu!!!" arrivava uno spilungone ex machina che risolveva tutto con saggezza e comminando infine la giusta pena all'odioso pennuto? Riguardiamocelo (e fate bene attenzione alla forma che assume l'uccellaccio folgorato: Confindustria o Terzo Reich?).
https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=nrTf2Kcv1wg
Perché questa botta di nostalgia dell'infanzia? Perché l'infanzia è il periodo del cosiddetto "pensiero magico". Ieri sera, dopo le rivelazioni di Luttwak sul golpe, venendo alla vittoria alla Enver Hoxha di Renzi che, secondo il falcone, "piace molto ai banchieri", si è passati al tema della serata: cosa farà Renzi per rilanciare l'economia.
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Da Atene a Berlino c’è anche Roma
di Roberto Musacchio
La fortuna aiuta gli audaci, diceva il vecchio detto latino. Quelle poche migliaia di voti che rappresentano quello 0,03 che fa superare alla lista Tsipras il quorum dell’assurda, e incostituzionale, legge italiana, possono far pensare che ci sia alla fine un premio per chi ha coraggio. Ma i latini sapevano bene che l’audacia poggiava sulla forza di un progetto, di una idea di società e di mondo. Diciamo allora che l’audacia di provare a vincere la sfida delle europee è stata figlia proprio di questa riscoperta, quella che è possibile avere un progetto e una idea di mondo, e cioè un punto di vista autonomo, proprio, su se stessi, della propria gente e della realtà in cui viviamo.
Alexis Tsipras è stato il simbolo, e la dimostrazione nella dimensione reale e concreta, di questa audacia possibile. Lui l’ha costruita per sé, costruendosela da sé ma fruendo anche dei materiali resi disponibili sul campo come l’esistenza di un partito della sinistra europea, alla cui nascita come italiani avevamo contribuito, l’esperienza delle lotte di resistenza alla austerità e dei movimenti. Decisivo è stato, per chi lo ha fatto, il riconoscere in Tsipras questa capacità simbolica e questa potenzialità politica. L’ha fatto il partito della sinistra europea, l’ha fatto in Italia la lista l’Altra Europa.
Cogliere l’occasione di Tsipras è stato un bene per tutti. Per Alexis stesso ha significato proiettare la propria lotta di resistenza dentro la dimensione della sfida europea, dire che se è questa Europa che arreca la sofferenza contro cui combatto è questa Europa che voglio cambiare.
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It's All About Italy
C. M.
L'ufficio studi della Jp Morgan, di cui abbiamo già potuto apprezzare le analisi, è convinto che la vittoria di Matteo Renzi renda l'Italia più forte a livello europeo, e più stabile l'Unione nel suo complesso. Cerchiamo di capire perché.
Occorre sottolineare che il PD di Renzi è stato il soggetto politico più votato in Europa, in termini assoluti (11 milioni e centomila suffragi contro i 10 milioni e trecentomila della portaerei di Angela Merkel, la CDU-CSU); in termini percentuali è superato solo dal Fidesz di Viktor Orbàn, dominatore incontrastato dell'Ungheria (51%). Ma Fidesz non è certo quel che si definirebbe una forza europeista; invece il PD di Renzi lo è, entusiasticamente. Questo partito, pur sommando due caratteristiche che in questi anni non hanno certo giovato dal punto di vista elettorale, e cioè l'europeismo e il trovarsi al governo, stravince nelle urne, in assoluta controtendenza rispetto allo scenario europeo.
Preme rammentarlo: le forze politiche "sistemiche", in primo luogo quelle riconducibili alle famiglie del PSE e del PPE, sono naufragate in molti importanti contesti nazionali. Esse si trovano sotto shock, se non apertamente in rotta, in Grecia, in Francia, nel Regno Unito, in Spagna. E ovunque raccolgono consenso liste, se non anti-euro, perlomeno eurocritiche.
Apparentemente si è trattato di una generale debacle dei partiti socialisti- e il desolante risultato elettorale del PS di Hollande sembra eloquente in tal senso. Eppure, ad un occhio più attento, queste giornate di fine maggio potrebbero rivelarsi una grande vittoria della socialdemocrazia europea e del suo programma politico.
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Ma perchè ha vinto Renzi?
di Piemme
Capisco che sotto botta ci si interroghi anzitutto sulle ragioni dell'insuccesso dei cinque stelle. Tuttavia, se sono le dimensioni del successo del Pd renziano il vero fatto eclatante, è sulle ragioni di questa inattesa avanzata che occorre interrogarsi.
Solo in questo quadro segnalo la spiegazione di Gianluigi Paragone della sconfitta dei pentastellati. In piena controtendenza rispetto ai molti che addebitano la causa della sconfitta di M5S all'eccesso di "estremismo protestatario", Paragone sostiene che Grillo avrebbe perso perché ha dato retta a Casaleggio:
«Il vero responsabile della sconfitta si chiama Gianroberto Casaleggio. Casaleggio era convinto di tenere in cassaforte i voti che prese alle politiche e perciò si dovesse “tranquillizzare” il voto moderato per tentare il sorpasso. Così ha messo la giacca e la cravatta ai suoi golden boy, li ha istruiti affinché parlassero come fighettini. E’ di Casaleggio la scelta di andare da Vespa e poi ai talk comodi, seduti, tranquilli».
Non per eccesso di radicalismo gli stellati avrebbero quindi perso tanti voti, quanto piuttosto perché non sono stati in grado di dargli sostanza, sorreggendolo con proposte di politica economica credibili, perché sono stati elusivi e sfuggenti sulla questione dell'uscita dall'euro.
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Europa: le elezioni immaginarie
di Nicolai Caiazza
Le elezioni europee sono state immaginarie. E sono state immaginarie nel senso proprio che la immaginazione è stata la forza portante e conseguente sia tra gli eletti che tra gli elettori. Cioè la scelta degli elettori non è stata dettata da un interesse sociale di miglioramento della propria condizione sia personale che di classe. Né tanto meno la scelta è stata conseguente alla volontà di perseguire un ideale di trasformazione della società in una direzione o in un'altra.
Ciò che ha mosso la votazione per l'una o per l'altra formazione é stata l'adesione a una forma, a una immagine mentale, a una illusione di movimento.
Le Pen e Renzi però hanno vinto e convinto persone che avevano deciso di partecipare alla rappresentazione delle elezioni. L'altra metà della popolazione, che non ha partecipato, ha preferito dedicarsi ad altro. La constatazione della non adesione al gioco elettorale di una parte della popolazione, se fino ad alcuni decenni fa poteva essere oggetto di analisi su una presunta immaturità democratica della popolazione, nella situazione attuale andrebbe piuttosto vista come un rifiuto cosciente di partecipare a un gioco dove, comunque vada, si uscirá sconfitti. È la sindrome del toro che dopo che è entrato nell'arena si rende conto che potrà lottare quanto vuole ma dall'arena uscirà solo da morto.
Perché il problema è a monte. Sono i rapporti sociali di forza a decidere e non le elezioni. Queste possono al più costituire un effetto collaterale.
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L’illusorio successo di Renzi
di Michele Nobile
È incredibile e inaccettabile che, in presenza di un’astensione che raggiunge oramai il 30-40% del corpo elettorale, si continui a ragionare sui risultati elettorali calcolati solo sulla base dei voti validi. Con percentuali tanto elevate di rigetto della casta politica, qualsiasi ragionamento che si basi unicamente sui voti validi non potrà che distorcere gravemente il grado di consenso reale dei cittadini nei confronti dei partiti, con gravi effetti sul discorso politico. La tenacia con cui i commentatori restano abbarbicati a questa metodologia, scientificamente infondata e politicamente mistificante, è tanto più assurda quando praticata da chi pretende di andare contro la casta governante, se non contro il sistema.
In queste elezioni europee, in Italia non hanno votato 20,3 milioni di cittadini, nove milioni in più degli astenuti nelle politiche del 2013, un milione e mezzo di più che nelle europee del 2009. Sommando astensione e schede bianche e nulle, l’area complessiva del non-voto ammonta in queste europee al 44% del corpo elettorale (portando quindi il tasso dei voti validi al 56%: l'astensionismo è di gran lunga il maggior «partito» italiano. E se tradizionalmente nelle europee l’astensione è più alta che nelle politiche nazionali, è pur vero che nel 2013 l’area del non-voto era il 28% e ancor più alta fu nelle comunali.
Tralasciare l’astensionismo non solo comporta una distorsione gravissima del grado di consenso per i partiti e il sistema dei partiti, ma è significativo di una scelta politica: ignorare il baratro tra paese legale, cioè della casta politica, e paese reale, dei comuni cittadini. L’astensionismo non può più essere considerato un fatto fisiologico o bollato come «qualunquismo» o indifferentismo. È una scelta politica.Confusa e insufficiente, certo, ma oramai più avanzata di chi continua a votare per partiti che, insieme, hanno portato e continuano a portare il più duro attacco anti-sociale dell’Italia repubblicana e che hanno costruito un regime politico postdemocratico (1); è anche una scelta più razionale del voto per partitini che sono il massimo esempio di opportunismo e ipocrisia della sinistra europea. Chi ignora il dato del rigetto etico-politico della casta partitica e dei forchettoni rossi, obiettivamente assume che le elezioni possano ridursi a mera procedura di selezione dell’élite politica. Di fatto, questo è quanto accade, con tanta più forza in regime postdemocratico: ma non è certo un buon motivo per prestarsi a legittimarlo, magari per garantirsi titoli ad effetto nello spettacolo del teatro politico-editoriale.
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Cosa si impara dalle sconfitte?
Sulla fine temporanea della vicenda Electrolux
di Caprimulgus
Non sappiamo quanto voto operaio sia andato a Matteo Renzi grazie alla sua firma in pompa magna che ha chiuso la vicenda Electrolux. Certo è che, fin dai suoi primi giorni di governo, il nuovo unto dal Signore ha giocato una partita molto più sindacale di quanto possa apparire. Ed è una partita sindacale nella quale alcuni dei suoi ministri, da quello del lavoro Poletti a quella dello sviluppo Guidi, sono assi centrali.
La lotta all’Electrolux è durata oltre sette mesi con decine di scioperi, blocchi alle portinerie per le merci, cortei che hanno interrotto le principali arterie stradali intorno agli stabilimenti, discussioni nei consigli comunali. Un nuovo spazio pubblico operaio pareva faticosamente aprirsi, sebbene le organizzazioni sindacali abbiano scientemente cercato di circoscrivere o addirittura occultare la vicenda, giocando sulle differenze tra i vari stabilimenti.
Il passaggio decisivo rimane quello finale quando, dopo le tensioni tra funzionari e delegati sindacali, la trattativa è stata risucchiata verso l’alto escludendo quanti avevano sostenuto la lotta e sui quali ricadranno le conseguenze di quell’accordo.
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PIL, la prova ontologica dell’esistenza del Capitalismo
Roberto Donini
Cercando di tirare “il sasso oltre la siepe” Fabrizio Marchi nel suo articolo [1] si chiede se “ci si debba rassegnare a questa vita”. Ecco, noi dovremmo restaurare una forma libera e critica di religiosità, anzi di preghiera; alzandoci la mattina e ponendoci una domanda “ultima”, “trascendente” come quella di Fabrizio. La “vera” religione è quella di farsi domande “divine” non di ripetere risposte umane spacciate per non discutibili. Dunque preghiamo un po’. Nello “sferragliar d’arme” della settimana elettorale e sicuri dell’oblio prospettico, passa sulle agenzie una notiziola: tra gli indicatori del PIL saranno incluse attività illegali quali prostituzione, spaccio di droga e contrabbando. Ovviamente il trattamento mediatico è “banalizzante” e simpatico tipo “prostitute nuovo asset strategico della produzione” e compagnia sorridendo. Sorrido anch’io pensando al “povero” Saviano, che ora rischia di mettersi contro oltre che i “casalesi” anche l’ISTAT. Giungiamo le mani – o a scelta, loto e respirazione profonda – e iniziamo a pregare.
Conosco due “Giorgio” grandi critici del PIL: Giorgio Nebbia, merceologo per il quale la produzione non può essere ridotta ad un quantum indeterminato ma va valutata nel suo fine (output direbbero oggi gli anglo-informatici), insomma “se produce roba bona!”, e Giorgio Ruffolo per il quale il “paniere” deve essere assolutamente “riformato” e deciso politicamente includendo la qualità dei salari e dei servizi.
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Moriremo (neo) democristiani?
Riccardo Achilli
Il risultato del PD è oltre ogni possibile dubbio analitico. Rispetto alle politiche di febbraio (anche se non è del tutto corretto metodologicamente confrontare le due scadenze) il PD ha preso 2,6 milioni di voti in più. E’ presto detto: ha recuperato un pezzo dell’elettorato PD che a Febbraio era fuggito verso il M5S, composto, essenzialmente, da piccoli imprenditori, artigiani, in breve quella piccola borghesia che, come bene ci illustra Marx, oscilla sempre, in funzione dei suoi interessi, fra ribellismo e conformismo. E che in un PD a guida Bersani, e dominato ancora dagli ex Ds, vedeva un ostacolo, sia pur in effetti molto blando, ai suoi interessi, perché la sua segreteria era ancora targata di un qualche residuo di socialdemocrazia che la rendeva ostica a smantellare lo Stato e la funzione pubblica, ed a trasformare il Paese in quella prateria dove il piccolo borghese italiano sogna, da sempre, di correre come il Generale Custer (salvo poi tornare da Mamma Stato per chiedere protezione, se le cose vanno male).
Questi elettori in fuga sono tornati non appena hanno visto che il PD era in grado di abolire le province, smantellare i sindacati, distruggere ciò che resta del sistema pubblico, e promettere soldi e regalie.
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Hanno vinto loro. Per adesso
Segreteria nazionale del MPL
26 maggio. Ci vorrà tempo per svolgere un’analisi non grossolana delle elezioni del 25 maggio. Lo faremo, come siamo abituati a fare, quando disporremo di tutti i dati. Solo allora si potranno decodificare i segni che stanno dietro allo sfondamento del Pd di Matteo Renzi e al flop di M5S di Beppe Grillo.
Come c’era da aspettarsi, un simile responso delle urne, sta facendo esultare le classi dominanti e, in particolare, l’aristocrazia finanziaria.
Il Sole 24 ore per descrivere il clima euforico che regna a Piazza Affari, fa parlare i pescecani. Lo squalo n.1 esordisce:
«È il risultato migliore che si potesse ottenere per i mercati finanziari, l'Italia è stato l'unico Paese a esprimere un voto europeista fra i fondatori e, contemporaneamente, ha ottenuto dopo anni un risultato di stabilità politica».
Lo squalo n.2 precisa:
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Motivi per cui ha stravinto Renzi
di Christian Raimo
Nessuno si aspettava un risultato così clamoroso per il PD. Figuriamoci io, che scrivevo due giorni fa un articolo in cui dicevo che era spompato. Nessuno tranne Matteo Renzi stesso che nel 2012, nella corsa alle primarie contro Bersani, dichiarava: “Il mio Pd può arrivare al 40%, il loro al massimo al 25”. Ha avuto ragione, e altri – molti, mi ci metto nel mucchio – hanno avuto torto. Ma i motivi (i meriti e le fortune, del resto occorre essere golpe et lione) per cui Renzi ha stravinto sono molteplici, proviamo a elencarne solo i primi che saltano all’occhio.
1. Gli 80 euro. Mossa elettorale? Elemosina? Primo timido tentativo di una redistribuzione economica dalle rendite al reddito? Fatto sta che a me venerdì, ossia due giorni prima del voto, nella scuola dove lavoro mi hanno fatto firmare un foglio su cui dovevo autocertificare se ero nelle condizioni di beneficiare del bonus. Credo di non essere stato il solo. Non ci vuole molto per ricordare come la campagna elettorale di Forza Italia per le politiche 2013 si sia retta esclusivamente su una serie di finte lettere in cui si “restituiva l’Imu”. Ha avuto ragione Renzi nel dire che quegli 80 euro sono uno stimolo ai consumi di quel ceto medio che è la sua base elettorale (una pizza, due libri, un concerto, una bolletta). Almeno per maggio.
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Plebiscito Renzi: e se fosse un voto in maschera?
di Pierfranco Pellizzetti
L’imprevisto plebiscito nazionale pro Renzi, balzato fuori dall’urna elettorale europea, ha indotto all’immediata autocritica molti commentatori della mia parte (ammesso che io una parte ce l’abbia; se non quella di voler stare dalla parte della gente seria, dunque capace di autocriticarsi). Sicché – pur trovando insopportabili certe autoflagellazioni di ex cerchiobottisti pentastellari – condivido l’opinione severa di Gomez e Padellaro sui toni sovreccitati della campagna grillesca. Cui aggiungerei una deleteria (autolesionistica) esposizione dell’impresentabile Casaleggio, nell’inquietante ruolo de “la cosa venuta dallo spazio”.
Certo, il Beppe Grillo urlante e il Gianroberto Casaleggio sibilante hanno terrorizzato non poco. Ma il trionfo renziano non può essere spiegato solo con un eccesso di decibel e un difetto di icone nella comunicazione avversaria.
La personale impressione – che sottopongo al vaglio dei miei quattro interlocutori di blog – è che i risultati di cui discutiamo siano “in maschera”: ossia, di significato apparente, non reale.
Mi spiego: a livello europeo si è registrato un consistente avanzamento del voto anti-establishment che ha egualmente penalizzato Popolari e Socialdemocratici, vissuti come un conglomerato colluso di imprenditori politici interessati esclusivamente al mantenimento delle proprie posizioni di potere; a livello italiano – stando all’interpretazione corrente – il voto di domenica avrebbe premiato il centrosinistra, nel suo nuovo look anti-ideologico. E qui sta l’equivoco (a personale giudizio dello scrivente): non ha vinto il PD, ha vinto Renzi. Cioè colui che è balzato sulla scena nazionale come portabandiera della rottamazione, che da premier ha proseguito in tale retorica facendo a cartellate con manager pubblici, statali e vertici sindacali.
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L'avanzata del populismo di regime
redazione Contropiano
Uno sconfitto clamoroso, nelle elezioni italiane per il parlamento europeo, sicuramente c'è: gli exit poll. Mai come questa volta la rilevazione a campione fuori dai seggi elettorali ha fornito dati fantasiosi, in contrasto aperto cone la realtà del voto. Chi fosse andato a letto intorno alla mezzanotte si è addormentato “sapendo” che Renzi veniva dato poco sopra il 30%, mentre Grillo viaggiava poco sotto. Riaprendo gli occhi ha appreso che Renzi aveva “trionfato sfiorando il 41%, mentre il comico genovese retrocedeva intorno al 21%, parecchio sotto i risultati di appena un anno fa. In via di dissoluzione il blocco berlusconiano, trasmigrato nel bacino elettorale “democratico” (il Nordest...) in misura molto più consistente che in quello alfaniano, salvatosi per il rotto della cuffia (appena sopra la soglia del 4%, come anche la lista Tsipras).
I dati definitivi sono comunque questi:
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Ha vinto Renzi. Il berlusconismo è risorto, più forte e più bello che pria. Grazie. Prego
Lanfranco Caminiti
L’astensionismo non ha sfondato. Più di metà degli elettori che non votano non è certo un “dato fisiologico” (sarebbe come dire che la disoccupazione giovanile al 45 per cento è fisiologica), ma non è un valore sufficiente per parlare di delegittimazione del parlamento europeo.
L’affluenza europea è nella media delle votazioni precedenti, sempre in calo, cioè, ma benché in alcune nazioni importanti (Olanda, Gran Bretagna) ci siano state punte notevoli di non-voto, in altrettante nazioni importanti (Germania, Francia) c’è stato addirittura un aumento dei votanti. La sovrapposizione fra voto europeo e voto “nazionale” non è stata solo una prerogativa italiana: vale per la Francia, la Germania, la Spagna, la Gran Bretagna, la Grecia (a proposito, auguri a Tsipras). E non poteva essere altrimenti, è uno dei “sensi” del voto di cui l’elettore si riappropria ed esercita: protestare, approvare, investire, ritirare. Paradossalmente, però, è forse proprio dove l’astensionismo raggiunge cifre altissime (in Polonia, nella Repubblica ceca, in Finlandia, in Svezia, in Gran Bretagna) che si può misurare lo “stato dell’arte” dell’Europa. Benché i numeri dei seggi sembrino dare una maggioranza inevitabile alla Grande Intesa tra popolari e socialdemocratici, cioè a un governo di stabilità, l’Europa esce indebolita. L’asse franco-tedesco è in crisi, e la stabilità europea è tutta sulle spalle della Germania.
L’Unione europea che esce dal voto è ancora più tedesca, anzi è tedesca in solitudine. C’è da immaginare, e anche da sperare, che la Merkel dovrà tenere conto di questo.
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That’s all, Fawkes
di Alessandra Daniele
Mentre l’Europa continua a deragliare verso l’estrema destra, in Italia la minacciata Congiura delle Polveri grillina è saltata. Gli elettori hanno incoronato il loro nuovo Re Sòla, consegnando al PD di Matteo Renzi una maggioranza democristiana quanto la sua faccia da culo.
Quindi la minaccia grillina ha funzionato come previsto.
Grillo s’è confermato esattamente l’oppositore che serve al governo. Infatti, per quanto Renzi (e Berlusconi) lo insultino, lo fanno sempre assecondando la sua recita, il suo personaggio, e si guardano bene dallo smascherarlo, perché gli serve come spauracchio.
Adesso che la pluriennale complicità del PD col canaro di Arcore è stata resa completamente esplicita dalle larghe intese perenni, il PD ha bisogno di un nuovo “nemico”, e Grillo è perfetto come babau.
È lì apposta. E ha funzionato.
Prima assorbendo e neutralizzando il dissenso per trasformarlo in un rutto sonoro ma innocuo, come il bicarbonato fa con l’acido gastrico. E poi spingendo milioni di precari a votare il cazzaro che li ha condannati al precariato a vita.
Il PD renziano ha vinto cannibalizzando e prosciugando tutti i suoi alleati (che prima o poi gliela faranno pagare) compreso Berlusconi, e sfruttando Grillo come battitore: durante una partita di caccia il compito del battitore è infatti spaventare la preda, per spingerla in direzione del cacciatore.
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Europa, i conti non tornano
di ilsimplicissimus
Ciò che sta accadendo è confuso, caotico, ma al tempo stesso chiarissimo: l’Europa del trattato di Roma, delle speranze germogliate nel dopoguerra, è definitivamente defunta. In due grandi Paesi storici ,Francia e Gran Bretagna ha vinto la voglia di andarsene da un consesso sempre più a guida bancario tedesca. In altri, Grecia, Spagna, Portogallo, Austria, Danimarca, Polonia vincono o aumentano fortemente le forze critiche sia di sinistra radicale che di destra o di protesta. Dappertutto, salvo che in Svezia e in Portogallo dove ci sarebbe anche la possibilità di un governo tutto a sinistra, perdono le socialdemocrazie colpevoli di essersi appiattite sulla politica dell’austerità e dei massacri e in qualche caso di esserne divenute persino protagoniste.
Insomma la Ue è contestata ovunque tranne che in Germania, Olanda, Belgio e Finlandia che godono in qualche modo dei benefici delle politiche monetarie e austeritarie: una situazione che dovrebbe spingere a ripensare tutta la costruzione continentale e le filosofie che l’hanno guidata quantomeno nell’ultimo decennio. Ma invece, segno inequivocabile di uno squilibrio mortale, ci troviamo di fronte a un paradosso: che le forze conservatrici alla radice del disastro sociale e della stessa ostilità all’Europa, avranno ancora più forza, almeno quella organizzata, nel cosiddetto parlamento di Strasburgo, grazie soprattutto alle ambigue democrazie dell’Europa dell’ est dove dominano incontrastati oligarchi, corruzione, protofascisti e ufficiali pagatori della Nato.
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Grillo, e ora che si fa?
Francesco Santoianni
In fondo, questo calo elettorale del Movimento Cinque Stelle (pur facendo la tara con la relativa crescita del PD, che ha trasformato questo calo in una débâcle) era facilmente prevedibile. Per carità, nessun link a miei precedenti articoli. Sarebbe bastato riflettere sul suo progressivo calo nelle varie elezioni amministrative; alle sempre più asfittiche sue iniziative, al progressivo disimpegno dei suoi “militanti” (nonostante l’aumento degli “Attivisti certificati” che nessuno ha visto mai ma buoni per votare in Rete qualche candidatura o espulsione).
Il tutto comincia a ridosso delle elezioni febbraio 2013 quando, il riversarsi di una fiumana di persone cariche di speranze e aspettative, verso il Movimento Cinque Stelle fu visto da Grillo non come occasione per strutturare un Movimento democratico e articolato con il quale interagire con la società bensì come una minaccia alla sua Chiesa che avrebbe dovuto portarlo oltre la soglia del 51%”. Quindi, calo di saracinesca verso tutti quei movimenti di lotta, (per non parlare di intellettuali che non fossero disposti a mero vassallaggio), nessuna vera partecipazione a cortei o mobilitazioni e, sopratutto, caccia all’eretico tra le file del “Movimento”.
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Un risultato molto chiaro. Ma non definitivo
di Aldo Giannuli
Risultato netto e di non ardua interpretazione: Renzi ha vinto, il M5s ha perso, il centro non esiste più, la destra è in via di dissoluzione, piccole ma significative affermazioni di Lega e Lista Tsipras. Inutile cercare attenuanti o giustificazioni: i numeri parlano chiaro. Ora cerchiamo di vedere cosa c’è “dentro” questi numeri, cercando di tener presenti percentuali e voti assoluti anche se non completissimi (mancano solo 60 sezioni, per cui possiamo ritenere i dati definitivi, salvo piccolissimi discostamenti finali). In primo luogo, va detto che la forte astensione prevista c’è stata, ma si è distribuita in modo molto più disomogeneo del passato: è stata molto alta nel sud e nelle isole, mentre, al contrario i risultati più favorevoli alla partecipazione si sono avuti nei due collegi settentrionali ed, in parte, al centro.
E non si tratta di divari da poco: nelle isole ha votato il 42,7% e nel nord ovest il 66,3% con uno stacco di quasi 24 punti, nel sud il 51,7% e nel N. Est il 64.5 in uno stacco del 13%. E questo ha, ovviamente, avvantaggiato molto chi è forte nelle circoscrizioni con una maggiore partecipazione (il Pd) e, al contrario, svantaggiato chi è radicato in quelle dove si è votato di meno (M5s, Fi, Ncd).
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Tristi elezioni
Militant
Tutto, più o meno, come previsto. La centralità della nuova DC appariva probabile, sebbene non in questi termini, che non possono che peggiorare le nostre aspettativa per il futuro. Un sistema che si stabilizza, che si cementa attorno all’uomo forte e al partito asse del sistema politico-istituzionale. Niente di buono per le speranze antagoniste in Italia, che ora avranno di fronte un nemico molto più coeso dal risultato, che andrà avanti a spron battuto tacitando, con la forza se necessario, chiunque osi opporsi al suo liberismo europeista. Un M5S che, come ampiamente previsto, riduce i suoi voti, anche se meno di quanto potessimo aspettarci. Nonostante si confermi con numeri rilevanti, ci sembra abbastanza segnata la sua parabola discendente ora che da partito extra-istituzionale è divenuto partito presente in tutte le istituzioni, senza alcuna credibilità che non sia la capacità comunicativa del proprio leader. Ancora una volta, il dato significativo è l’astensione, oggi al 42% e che cresce di quasi 10 punti percentuale rispetto alle scorse europee. Un dato ormai costante, che sommato alle vittorie in giro per l’Europa delle forze anti-euro contribuisce a delineare due grandi campi contrapposti, eterogenei al proprio interno ma con obiettivi condivisi antitetici: da una parte le forze favorevoli alla stabilizzazione dell’Unione Europea, dall’altra le forze anti-UE.
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Il boom di Renzi riorganizza il blocco conservatore
di Pino Cabras
Il PD renziano rafforza la propria funzione: riorganizzare efficacemente il blocco sociale conservatore mentre crolla l'analoga funzione berlusconiana
L'Anna Karenina di Lev Tolstoj inizia con il ricordare che «tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo». L'Europa uscita da queste elezioni continentali è più che mai una realtà estremamente variegata, e probabilmente infelice. Il regime dell'austerity ha colpito in modi diversi i popoli europei, provocando reazioni molto differenziate. Queste reazioni sono state influenzate dalla maggiore o minore velocità della crisi, dalla diversa tenuta dei partiti tradizionali, dalla capacità di rassicurare gli elettori da parte dei partiti nuovi e di rottura, dalla traiettoria dell'azione dei rispettivi governi. In certi importanti paesi (come nel Regno Unito e in Francia) si sono affermati in modo clamoroso come primi partiti delle forze di netta rottura. In altri paesi (come in Germania, in Polonia e in Italia) ha funzionato una sorta di tradizionale "riflesso d'ordine" in favore del governo. Altrove, come in Grecia e in Spagna, si è rafforzato chi sta a sinistra del PSE. Ovunque si coglie una qualche tendenza netta, ma è dovunque peculiare.
Anche il risultato italiano è straordinariamente netto. Il PD renziano rafforza la propria funzione: riorganizzare efficacemente il blocco sociale conservatore nel momento in cui crolla l'analoga funzione berlusconiana, tenendosi all'interno una porzione ancora molto elevata del suo elettorato tradizionale proveniente da sinistra.
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L'affondo finale di Confindustria sul mercato del lavoro
Claudio Conti
Si usa dire che “dio confonde coloro che vuole perdere”. Se così fosse, i nostri industriali non avrebbero speranze. E in effetti non ne hanno.
Ma provano a sopravvivere facendo l'unica cosa che sanno fare. Che non è – come dicono dai loro giornali - “fare industria”. Loro sanno soltanto chiedere al governo di abbassare il costo del lavoro e cancellare le conquiste realizzate tra la fine degli anni '60 e i '70. Vanno avanti così da oltre 20 anni e hanno ridotto se stessi alla caricatura dell'industriale, impoverendo al tempo spesso il paese e i propri dipendenti. Ciò nonostante, insistono. E mirano direttamente all'abolizione del contratto a tempo indeterminato.
Il documento presentato ieri da Confindustria potrebbe essere agevolmente definito ridicolo sul piano economico, se non fosse anche criminogeno su quello sociale. La fotografia che restituisce, infatti, è quella di una produzione industriale che non può “competere” a causa del costo del lavoro troppo alto.
Sappiamo tutti – lo ammette anche l'Ocse – che i salari italiani sono i pià bassi dell'Unione Europea, superati all'ingiù negli ultimi anni soltanto da quelli greci e portoghesi. Di quale costo del lavoro stiamo parlando, allora? Si potrebbe accusare ancora una volta il famigerato “cuneo fiscale”, ovvero quel complesso di contributi (previdenziali, ecc) o tasse vere e proprie (Irpef, locali, ecc) che rendono “leggera” la busta paga netta rispetto alla “pesantezza” di quella lorda. Ma non è neanche così, perché anche in altri paesi concorrenti (ad esempio la Spagna) ci sono dinamiche di costo grosso modo simili.
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La “mossa” del referendum sull’euro
di Sergio Cararo
Suscita un misto di aspettative e delusione l’evocazione del referendum sull’euro. Lo ha fatto Beppe Grillo nello studio televisivo di Porta a Porta. Lo accenna molto di sfuggita la Lega resuscitata dalle televisioni alla vigilia delle elezioni europee. Non ne parla Tsipras. Lo esorcizzano come il diavolo Renzi, il Pd, la Confindustria e le banche. Berlusconi ha ormai ben poco da dire e promette dentiere agli anziani.
Eppure la questione del referendum in materia di trattati europei merita molta più attenzione e serietà di quanto le battute pre-elettorali lascino intravedere.
La materia è spinosa ma può aprire una fase interessante. Sul suo percorso ci sono diversi ostacoli che vanno superati.
Il primo sta nella Costituzione italiana. E’ una Costituzione più avanzata di quella europea che volevano imporci ma che, fortunatamente, è stata battuta dai referendum in Francia e Olanda. Ma la Costituzione italiana vieta i referendum in materia di trattati internazionali e leggi di bilancio. E’ la cambiale che la Repubblica ha dovuto pagare alla Nato e agli equilibri del dopoguerra.
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VADEMECUM: COSÌ USCIREMO DALL'EURO
Perché il nostro paese deve uscire dall'euro?
Come può riprendersi la sua sovranità?
60 RISPOSTE AI SOSTENITORI DELL'EURO-DITTATURA
Stampalo! Diffondilo!
Il Vademecum è stato elaborato da Leonardo Mazzei, Mimmo Porcaro e Beppe De Santis. Approvato l'8 maggio dal Comitato operativo nazionale del Coordinamento.
Non c'è quasi più nessuno che difenda l'Unione Europea (UE) così com'è. I suoi trattati, le sue regole, i suoi diktat, i suoi sacrifici sono ormai indifendibili.
E, tuttavia, la casta oligarchica che l'ha costruita e che la governa non intende fare marcia indietro. Ma è riformabile l'UE? Noi pensiamo di no. L'Unione ha infatti una natura ben precisa, che non è modificabile dall'interno. Questa è la ragione per cui ai tanti propositi di renderla "più democratica" e "più solidale", non segue mai alcun cambiamento concreto. Non a caso l'Unione Europea nasce con il Trattato di Maastricht, ed i suoi scopi sono chiari fin dall'inizio: creare uno spazio continentale in cui le politiche liberiste non abbiano più alcun freno; assegnare ogni potere ad una casta di tecnocrati al servizio dei centri decisionali di un capitalismo sempre più dominato dalla finanza; distruggere progressivamente ogni diritto ed ogni conquista sociale.
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Il corpo è mio e non è mio
Ida Dominijanni
In ”Vite precarie”, un libro di ormai dieci anni fa, Judith Butler infranse il principio femminista della assoluta e intangibile sovranità individuale sul proprio corpo – ”il corpo è mio e lo gestisco io” – scrivendo che ”il corpo è mio e non è mio”, perché se è vero che ognuna ne è titolare e può deciderne, è altrettanto vero che ogni corpo è inserito in una rete di relazioni e di significati dai quali nessuna, nel deciderne, può prescindere. Affermazione tanto più rilevante in una pensatrice in cui, a torto o a ragione, si è voluto vedere il vessillo della possibilità individuale di scegliere liberamente perfino l’appartenenza a un sesso o a un altro. Ma si sa che a Butler è toccato lo strano destino di essere sbandierata finché sembrava una paladina dell’onnipotenza individuale e di esserlo molto meno da quando si è capito che non lo è affatto: cose che capitano ai pensieri complessi in tempi di alternative semplici semplici. Tipo quella fra ”femminismo moralista” e ”femminismo libertario” in cui la semplicità dilagante, la chiamo così per essere gentile, ha deciso di gettarci.
Le parole di Butler mi sono tornate in mente di fronte al derby femminil-femminista che si è scatenato di recente a seguito della ormai famosa foto con cui Paola Bacchiddu, addetta alla comunicazione della Lista Tsipras, ha pensato di squarciare il colpevole silenzio dei media sulla lista suddetta scraventando su Facebook e sul mercato mediatico elettorale una foto di se stessa in bikini banco lato B.
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Uscire dall’Euro? Il problema non è il se, ma il come
di Aldo Giannuli
Si è scatenata una campagna terroristica sugli effetti di un’uscita dell’Italia dall’Euro: inflazione alle stelle, mutui insostenibili che costringerebbero a vender casa, termosifoni spenti e tutti all’addiaccio, cure mediche proibitive, aziende fallite e via dicendo. Mi spiace notare che anche “Il Fatto” si sia associato a questa campagna che, vedo, ha convinto anche qualcuno dei più affezionati seguaci di questo blog, che accusa quanti sostengono l’uscita dall’Euro di essere totalmente ignoranti o sul libro paga di qualcuno (vecchio vizio pcista questo di accusare i propri avversari di essere ignoranti o venduti…). Il ragionamento è più o meno questo: l’Euro, giusta o no che fosse la sua nascita, ormai c’è ed uscirne provocherebbe una catastrofe economica senza precedenti, per cui teniamocelo perché è l’unica certezza che abbiamo.
Questo ragionamento sottintende che l’Euro sia destinato a restare in piedi, solo che lo si voglia. E questo è già il primo punto debole del ragionamento: ma chi via ha garantito che l’Euro sia destinato a restare in piedi?
L’Euro non è sorto dal nulla, ma da precise condizioni politiche ed economiche: la Germania doveva far accettare la sua riunificazione e Mitterand pensò che l’unificazione monetaria avrebbe reso più accettabile la cosa, peraltro si era in un periodo espansivo dell’economia europea e si sperava che la moneta unica avrebbe dato ulteriore spinta ai paesi meno forti, favorendo una dinamica virtuosa convergente delle diverse economie nazionali che, a sua volta, avrebbe spinto verso una celere unificazione politica.
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Uscita dall’euro e svalutazione
di Gennaro Zezza
Ho sempre sostenuto che all’Italia conviene uscire dall’euro e tornare ad una propria valuta nazionale non per gli eventuali vantaggi di una svalutazione della “nuova lira”, ma per riprendere il controllo sulla politica fiscale e sulla politica monetaria, e quindi sul costo di finanziamento del debito pubblico. In aggiunta, ho sempre sostenuto – ad esempio nei nostri rapporti sulla Grecia – che gli squilibri dell’area euro sono dovuti alla Germania, più che ai paesi periferici.
Mi sembra che il “dibattito televisivo” sull’argomento si concentri invece sull’entità della svalutazione della “nuova lira” in caso di uscita dall’euro, dove i sostenitori dell’euro prediligono l’immagine delle “carriole” di lire da usare per far la spesa, dopo una svalutazione della nuova lira del millantamila per cento.
Un indicatore che si può utilizzare per dare qualche conforto empirico all’entità di una svalutazione – certo non il più appropriato – è un indice dei prezzi dei Paesi della zona Euro. Nel grafico che segue riporto il valore di uno di tali indicatori, costruito a partire dai deflatori della domanda interna di fonte Eurostat.
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Piketty riscrive l’economia: i ricchi vinceranno sempre
di Stefano Feltri
Nel 2012, il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz ha pubblicato il voluminoso saggio Il prezzo della disuguaglianza – Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro (Einaudi). Non se n’è accorto nessuno. Due anni dopo, un libro sullo stesso tema firmato da un economista praticamente sconosciuto, con il difetto di essere francese (tutta la ricerca di frontiera è anglosassone), è stato accolto come il contributo più importante degli ultimi decenni: Il capitale nel Ventunesimo secolo di Thomas Piketty continua a essere il primo nelle classifiche di Amazon, da quando è uscita la traduzione inglese (l’originale francese era passato quasi inosservato) non si parla d’altro, il Financial Times ne discute quasi tutti i giorni, nell’ultimo numero l’Economist gli dedica un articolo dal titolo solo in parte ironico Bigger than Marx, più grande di Marx.
Il barbuto studioso di Treviri, di sicuro, non si è arricchito con il suo Capitale, Piketty che si presenta come un erede più abile a maneggiare i dati e dalle convinzioni più solide, invece, è ormai una superstar del dibattito economico. È quasi con pudore che qualche giornale ha osato ricordare che di lui in passato si era parlato più per i maltrattamenti inflitti alla ex compagna, l’attuale ministro della Cultura francese Aurelie Filippetti, che per i risultati accademici.
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Il danno del denaro creato dalle banche
di Luciano Gallino
L’ARTICOLO di Martin Wolf uscito pochi giorni fa sul “Financial Times” (il 24 aprile) è a dir poco sensazionale. Gli si desse retta, il solo titolo – “Spogliare le banche private del potere di creare denaro” – basterebbe per mandare in soffitta le teorie, le istituzioni e le politiche economiche che prima hanno causato la crisi, poi l’hanno aggravata con le politiche di austerità. Non si vuol dire che di per sé l’articolo di Wolf arrivi a svelare delle novità fino ad oggi inimmaginabili. Da anni vari gruppi di studiosi e associazioni in Usa come in Europa sostengono che se non si limita il potere delle banche private di creare denaro dal nulla la prossima crisi potrebbe essere anche più devastante della precedente. Il fatto nuovo è che a dirlo è il maggior quotidiano economico del mondo, da sempre pilastro (bisogna ammetterlo: con dosi di pensiero critico che di rado si ritrovano nei suoi confratelli) della cultura economica neoliberale. I chiodi su cui batte Martin Wolf sono tre. Il primo è che la stragrande maggioranza del denaro in circolo viene creato dal nulla – perché lo stato glielo consente – dalle banche private nel momento in cui concedono prestiti, accreditando l’ammontare sul deposito del richiedente. Quando Mr. Jones o la Sig. ra Bianchi si vedono accreditare 100.000 sterline o euro sul proprio conto di deposito, grazie ai quali stipuleranno un mutuo, non un solo euro è stato tolto da altri depositi o dal capitale della banca. La somma è stata creata da un contabile con pochi tocchi sulla tastiera. Specifica Wolf: “Le banche creano depositi come sottoprodotto dei prestiti che concedono.”
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