Da Schwab a Karp: gli scribi dell’Apocalisse
di Margherita Furlan
Lo stesso giorno, due scene. A Pechino, dietro il presidente americano sulla passerella della Grande Sala del Popolo, diciassette amministratori delegati: Musk, Fink, Huang, Cook. Ad Aquisgrana, nella sala dove venivano incoronati gli imperatori del Sacro Romano Impero, Mario Draghi riceve il Premio Carlo Magno e avverte l’Europa che «per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme». Tra le due scene non corre alcuna coincidenza, ma una dottrina, scritta in due libri a nove anni di distanza, che ha smesso da tempo di essere una previsione per diventare un programma. Prima di essere un ecosistema di interessi, infatti, gli azionisti dell’Apocalisse sono un pensiero, che il 14 maggio 2026 ha trovato la sua doppia, plastica messa in scena.
Due libri, una sola profezia
Nel 2016 Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum, pubblica La quarta rivoluzione industriale. La tesi nota, quella che da allora circola nei convegni e nei documenti programmatici, è la fusione delle tecnologie: il confine che si dissolve tra il fisico, il digitale e il biologico, e che «cambia non solo ciò che facciamo, ma chi siamo».[^1] È la copertina filantropica. La parte che merita di essere riletta oggi, alla luce di Pechino e di Aquisgrana, è un’altra, e Schwab la scrive senza giri di parole: «con i governi e le strutture di governo che restano indietro sul terreno regolatorio, può di fatto spettare al settore privato e agli attori non statali assumere la guida».[^2] E ancora: il potere «si sta spostando dallo Stato agli attori non statali, dalle istituzioni consolidate alle reti informali».[^3]
Non è la denuncia di un rischio: è la descrizione di un esito, formulata nel lessico dell’inevitabilità, da chi quel risultato ha contribuito a costruirlo convocando ogni gennaio a Davos l’assemblea dei suoi beneficiari. Lo Stato che «resta indietro» non arretra per una legge di natura, ma perché altri ne occupano lo spazio, e perché agli occupanti torna utile vestire l’avanzata da destino tecnologico anziché da scelta politica.
La quarta rivoluzione industriale, in questa lettura, non è una fase della parabola industriale: è la narrazione che rende digeribile, perfino entusiasmante, la migrazione della sovranità verso poteri che nessuna urna ha mai legittimato.
Nove anni dopo, nel febbraio 2025, esce un altro libro. Si intitola The Technological Republic. Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West, lo firmano Alexander Karp, amministratore delegato e cofondatore di Palantir Technologies, e Nicholas Zamiska, suo capo degli affari societari.[^4] La stessa migrazione di potere che Schwab descriveva con il sorriso del filantropo, qui viene rivendicata con la durezza del manifesto. La tesi: la Silicon Valley ha tradito la nazione, ha sprecato i suoi ingegneri migliori in applicazioni per ordinare cibo a domicilio mentre i rivali costruivano eserciti di droni, e deve tornare a saldarsi con il Pentagono in un nuovo Progetto Manhattan per l’intelligenza artificiale militare.[^5] Non più «può spettare al settore privato assumere la guida», ma: il settore privato deve assumere la guida, ed è un dovere morale, quasi una colpa da espiare.
Tra i due testi corre una linea diretta. Schwab aveva fornito la cornice ideologica e il lessico anestetico: l’inevitabilità, la fusione, la governance agile, il multi-stakeholder. Karp toglie l’anestesia. Là dove il primo parlava di «valori condivisi del bene comune» e di «leadership basata sui valori»,[^6] il secondo scrive che una delle caratteristiche distintive dell’Occidente è il suo «vantaggio comparato nell’infliggere violenza».[^7] È la stessa dottrina, lo stesso trasferimento di sovranità dal pubblico al privato: ma è la confessione che segue alla seduzione. La maschera che cade.
Carl Schmitt aveva fissato, in una formula divenuta classica, il nucleo della questione: «Sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione».[^8] Per tutto il Novecento quella decisione è stata, almeno nella forma, prerogativa dello Stato. Ciò che Schwab teorizza e Karp rivendica è precisamente la cattura privata di quella decisione: chi possiede la piattaforma, l’algoritmo, l’infrastruttura di calcolo che definisce l’eccezione, e chi può accenderla o spegnerla, esercita oggi una funzione sovrana senza esserne mai stato investito da alcun corpo elettorale. Non è una metafora. È la descrizione tecnica di un assetto, ed è il filo che lega un saggio di Davos a un manifesto di Palantir, passando per la passerella di Pechino.
Davos, la rivoluzione passiva
Per capire come la cessione di sovranità sia diventata senso comune occorre tornare al dispositivo che l’ha normalizzata. Il World Economic Forum non è un think tank tra gli altri: è il luogo in cui, ogni gennaio dal 1971, l’élite economica globale si riunisce per ridefinire ciò che è pensabile. Schwab lo ha costruito come una macchina di consenso, e La quarta rivoluzione industriale ne è il testo sacro: non a caso il suo autore precisa che il libro «non è una previsione del futuro» ma «una chiamata all’azione».[^9] La formula è abile. Trasforma una tesi controversa, la migrazione del potere verso attori privati, in un imperativo morale a cui collaborare, e chi non collabora resta «indietro».
Nei Quaderni del carcere Antonio Gramsci descrive la rivoluzione passiva: la trasformazione condotta dall’alto che assorbe e neutralizza la spinta al cambiamento, riassorbendola «nei modi e nelle forme della restaurazione», in modo che «le esigenze a cui si dovrebbe rispondere» vengano soddisfatte «in piccole dosi, legalmente, in modo riformistico» senza che il blocco di potere esistente venga mai messo in discussione.[^10] Davos è la forma matura della rivoluzione passiva del nostro tempo. La transizione tecnologica, che potrebbe porre il problema politico di chi controlla le infrastrutture decisive, viene assorbita in un linguaggio d’inevitabilità collaborativa, di stakeholder e di sostenibilità, che la sottrae alla discussione democratica nel momento stesso in cui la presenta come progresso.
Non è teoria astratta. Tra gli uomini che hanno frequentato la presidenza di quel Forum c’è Larry Fink, fondatore di BlackRock, il gestore della più grande massa di capitali mai concentrata in mani private nella storia. Qui basti il punto: l’uomo le cui lettere annuali ai governi del mondo hanno il peso di encicliche laiche è anche uno degli architetti del consenso davosiano. Il dispositivo che normalizza la cessione di sovranità e il soggetto che da quella alienazione trae il proprio potere coincidono, almeno in parte, nella stessa stanza.
La parte più cruda di Schwab, del resto, non è mai stata nascosta: è soltanto stata poco letta. Nel medesimo testo l’autore mette in conto, tra le conseguenze negative della trasformazione, l’aumento della disuguaglianza e della violenza e quella che definisce «la crescente minaccia di sorveglianza totale nella sfera digitale», accanto al potenziamento della capacità dei governi di controllare l’infrastruttura tecnologica.[^11] La quarta rivoluzione industriale, nelle parole del suo stesso teorico, non è soltanto migrazione di potere verso il privato: è anche potenziamento degli strumenti di controllo, su entrambi i versanti. Una diagnosi che, formulata a metà del decennio scorso, descrive oggi il programma di ciò che è accaduto.
C’è un dettaglio che funziona da sigillo. Nell’aprile 2025 Klaus Schwab si è dimesso dalla presidenza del World Economic Forum, in seguito a segnalazioni interne su questioni di governance e sulla gestione delle risorse del Forum.[^12] C’è dunque una coincidenza che non va lasciata cadere: il paravento filantropico si ritira dalla scena quasi nello stesso anno in cui esce il libro che toglie il paravento. Come se la dottrina, per proseguire, non avesse più bisogno della maschera. Karp la indossa al posto suo, al contrario: non più il bene comune, ma l’hard power.
Karp, la confessione
The Technological Republic è un libro che va letto distinguendo con cura ciò che dice da ciò che fa. È una diagnosi culturale: la Silicon Valley, cullata dalla Pax Americana, ha smarrito la sua missione. I suoi ingegneri migliori, scrivono Karp e Zamiska, sono diventati «recipienti delle ambizioni altrui», costruttori di applicazioni per condividere foto e ottimizzare la pubblicità, mentre la tecnologia che decide gli equilibri del secolo, l’intelligenza artificiale, veniva lasciata senza una guida nazionale.[^13] La cura proposta è esplicita: la Valle deve riconciliarsi con l’apparato della difesa, gli Stati Uniti devono recuperare un senso di scopo collettivo, il governo deve lanciare un nuovo Progetto Manhattan per garantirsi la superiorità nell’IA militare.[^14] È, alla lettera, una richiesta di fusione tra capitale tecnologico privato e Stato, sotto la guida del primo.
Ciò che il libro fa, invece, è un’operazione diversa e più interessante. Karp non è un ideologo qualunque: ha conseguito un dottorato in filosofia sociale in Germania, sotto l’influenza della tradizione che fa capo a Jürgen Habermas, il teorico della sfera pubblica e dell’agire comunicativo.[^15] Il suo socio fondatore in Palantir, Peter Thiel, si forma invece su Carl Schmitt, il teorico della decisione e dell’eccezione. Due tradizioni filosofiche opposte, la sinistra dialogica habermasiana e la destra decisionista schmittiana, che convergono nello stesso esito pratico: la fusione tra l’azienda tecnologica e lo Stato, la prima in posizione di guida.
Nel capitolo conclusivo, intitolato Un punto di vista estetico, gli autori compiono il passo che svela la natura del progetto: l’impresa fondata e guidata dal suo creatore non è soltanto una necessità geopolitica, è «un esercizio estetico, un atto di creazione artistica».[^16] È qui che la dottrina mostra la sua parentela con il tecno-messianismo della Silicon Valley politica, quello di Thiel e dell’Anticristo: l’idea che la costruzione tecnica non sia un mezzo per fini decisi democraticamente, ma un fine in sé, dotato di una liturgia, di una soteriologia, di un diritto a comandare che non chiede nessuna investitura. La «repubblica» del titolo non allude alla res publica, alla cosa di tutti, ma a un’assemblea di ingegneri-sacerdoti che si attribuisce il compito di custodire l’Occidente.
Hannah Arendt, che sulla differenza tra potere e violenza ha scritto le pagine più nette del Novecento, avvertiva che il potere autentico nasce dall’agire concertato di una pluralità di uomini, mentre la violenza è sempre strumentale, ha bisogno di strumenti e si giustifica solo come mezzo per un fine che la trascende; e che «la violenza può sempre distruggere il potere», ma «è assolutamente incapace di crearlo».[^17] Una repubblica che ponga il proprio fondamento, come scrivono Karp e Zamiska, nel «vantaggio comparato nell’infliggere violenza» è, in senso arendtiano, esattamente ciò che una repubblica non può essere: un apparato strumentale che ha smarrito il fine, e che scambia la propria capacità di distruzione per legittimità a governare. È la confessione che il libro, mentre crede di lanciare un appello patriottico, lascia cadere tra le righe.
La passerella di Pechino
Il 13 maggio 2026, alle porte di Pechino, la dottrina ha smesso di essere un libro ed è diventata un’immagine. Donald Trump scende dall’Air Force One per la sua seconda visita di Stato in Cina, la prima di un presidente americano in quasi nove anni. Dietro di lui, sulla passerella, non i suoi ministri soltanto: una delegazione di diciassette amministratori delegati delle maggiori imprese tecnologiche e finanziarie statunitensi. La lista comunicata alla vigilia dalla Casa Bianca e ripresa dal New York Times ne contava sedici; il diciassettesimo, Jensen Huang di Nvidia, l’azienda che fabbrica i processori su cui gira l’intelligenza artificiale mondiale, era stato inizialmente escluso e si è poi aggiunto in extremis, imbarcato sull’aereo presidenziale durante lo scalo in Alaska. A bordo, accanto a Trump, anche Elon Musk, proprietario di SpaceX, di Tesla e della piattaforma X, salito sull’Air Force One nonostante la rottura pubblica con il presidente dell’anno precedente. Larry Fink di BlackRock. Tim Cook di Apple. E con loro Stephen Schwarzman di Blackstone, Larry Culp di General Electric, Kelly Ortberg di Boeing, Dina Powell McCormick di Meta, Sanjay Mehrotra di Micron, David Solomon di Goldman Sachs, Cristiano Amon di Qualcomm, Jane Fraser di Citigroup.
La cronaca registra un particolare che vale più di molte analisi: i CEO «camminavano dietro» il presidente, come «promemoria viventi» degli affari che Washington sperava di firmare tra le due maggiori economie del pianeta. L’ordine della scena è esattamente rovesciato rispetto alla retorica con cui la politica si racconta. Non è il capitale convocato a servire una strategia nazionale: è lo Stato che si fa procuratore d’affari dell’oligarchia, accompagnatore in trasferta, garante personale. Lo stesso Trump lo ha detto senza imbarazzo, promettendo di perorare la causa dei suoi compagni di viaggio «così che questa gente brillante possa fare la propria magia». È la quarta rivoluzione industriale di Schwab che prende corpo in una fotografia: il potere che si è spostato dallo Stato agli attori non statali, e che ora viaggia con lo Stato al seguito.
La composizione della delegazione conferma la diagnosi su un altro piano. Accanto al presidente siede Pete Hegseth, primo segretario alla Difesa della storia ad accompagnare un capo di Stato americano in visita ufficiale in Cina. Marco Rubio, segretario di Stato e individuo sanzionato da Pechino, è stato ammesso al seguito dopo che, secondo le ricostruzioni, la traslitterazione cinese del suo nome è stata modificata per consentirne l’ingresso. L’agenda dei colloqui con Xi Jinping mette in fila terre rare, semiconduttori, intelligenza artificiale, la guerra con l’Iran, Taiwan: la materia esatta su cui Karp ha costruito il suo manifesto e Schwab la sua profezia. La passerella non è cerimoniale. È la mappa del potere reale, esposta per un attimo alla luce, prima che la diplomazia la ricopra di comunicati.
Tucidide, nel dialogo dei Melii, fa dire agli ateniesi la frase che da venticinque secoli definisce il realismo della potenza: nei rapporti di forza «i forti fanno ciò che hanno il potere di fare e i deboli accettano ciò che devono accettare».[^18] La passerella di Pechino è quella frase tradotta in immagine: due colossi che trattano la spartizione del secolo, e una delegazione di privati che incarna la parte forte non come esecutrice della decisione politica, ma come sua condizione. Resta da chiedersi dove si collochi, in quella geometria, chi non era sulla passerella né alla Grande Sala del Popolo. La risposta è arrivata lo stesso giorno, da un’altra città, in un’altra sala solenne.
Aquisgrana, la stessa data
Mentre il mondo guardava a Pechino, ad Aquisgrana Mario Draghi riceveva il Premio internazionale Carlo Magno 2026, il riconoscimento che l’Europa conferisce a chi ne ha servito l’unità, nella Sala dell’Incoronazione dove i re franchi ricevevano la corona del Sacro Romano Impero. La coincidenza di data non è un dettaglio cronachistico: è la struttura stessa della vicenda. Nello stesso giorno in cui i sovrani del nuovo ordine si esibivano in Cina, il più autorevole tecnico europeo saliva su un palco per dire all’Europa che era rimasta sola. «Per la prima volta a memoria d’uomo, siamo davvero soli insieme», ha dichiarato; «il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più», un contesto ormai «più duro, più frammentato e più mercantilista».
Il discorso, lucido e a tratti impietoso, individua tre fragilità europee. La prima: un continente che si è aperto al mondo senza completare il proprio mercato interno, esposto come nessun altro perché più aperto di tutti. La seconda: le dipendenze strategiche, il gas naturale liquefatto comprato dagli Stati Uniti, le tecnologie della transizione energetica comprate dalla Cina. La terza, che Draghi definisce «forse la più importante», il ritardo tecnologico: «l’intelligenza artificiale si aggiunge ora a quel divario», e gli scenari dell’OCSE attribuiscono all’IA circa metà della crescita di produttività del prossimo decennio. Il dato che fotografa la subalternità è uno solo e Draghi lo pronuncia senza attenuanti: «gli Stati Uniti sono avviati a spendere circa cinque volte più dell’Europa nella costruzione di data center entro il 2030. La Cina si sta mobilitando su scala analoga».
La diagnosi è esatta e va riconosciuta. Già nel rapporto sulla competitività presentato al Parlamento europeo il 18 settembre 2024 Draghi aveva fissato il dato strutturale che nessuno ha smentito: l’Europa importa oltre l’ottanta per cento della propria tecnologia digitale, e solo quattro delle prime cinquanta imprese tecnologiche mondiali sono europee. Un continente che compra altrove ciò con cui pensa, comunica, si difende e produce non è sovrano: è un mercato. La descrizione che Draghi fa della condizione europea è la stessa che qui facciamo della condizione italiana, declinata a scala più grande. Su questo non c’è dissenso.
Il dissenso comincia dove finisce la diagnosi e inizia la cura, ed è qui che chi scrive prende posizione, dichiarandolo come valutazione e non come fatto. Draghi propone all’Europa di mobilitarsi sulla scala di Stati Uniti e Cina: investire di più, più in fretta, in IA, energia, capacità di calcolo, difesa comune; rivedere «ogni dipendenza strategica»; superare il meccanismo decisionale che «diluisce e ritarda». Ma una mobilitazione che si misuri sul metro altrui, e che passi per le stesse piattaforme, i processori e i fornitori di chi quella dipendenza l’ha costruita, non è l’uscita dalla subalternità: ne è la versione accelerata. Draghi nomina la solitudine dell’Europa ma non cita chi l’ha disegnata, né i due libri in cui era scritta in anticipo. La causa resta fuori dal discorso, e la sua assenza è un dato politico.
C’è una tradizione italiana che a questa domanda aveva risposto in modo diverso. Enrico Mattei non chiese mai all’Italia di spendere «come» le Sette Sorelle: cercò una via propria, un rapporto diretto con i produttori, una formula contrattuale che gli altri non avevano. Aldo Moro, nella sua attenzione al Mediterraneo e ai non allineati, aveva intuito che la collocazione di un Paese medio non si difende inseguendo i grandi sul loro terreno, ma costruendo spazi di autonomia dove questi non arrivano. La cornice della sovranità mediterranea indica la direzione opposta a quella di Aquisgrana: non eguagliare la potenza altrui, ma sottrarsi alla sua presa. Draghi descrive la gabbia con precisione di ingegnere. La via Mattei ricordava che dalle gabbie non si esce ampliandole: si esce inventando un’altra geometria.
Il convitato cinese
Sarebbe un errore leggere la scena come un dramma a senso unico in cui solo l’Occidente cede sovranità ai propri oligarchi. La stessa migrazione di potere viene letta a Pechino in modo rovesciato, illuminando la posta in gioco. Il Partito riafferma il primato della politica sui giganti del digitale, impedendo a Jack Ma di sfilarsi al controllo statale come Elon Musk ha fatto a Washington e mantenendo gli algoritmi dentro il perimetro dell’autorità pubblica, invece di lasciare che sia quest’ultima a entrare nel perimetro dei sistemi. Karp e Zamiska, del resto, costruiscono il loro intero manifesto contro la Cina: è il rivale che giustifica il nuovo Progetto Manhattan, l’avversario sistemico la cui efficienza autoritaria viene insieme temuta e, implicitamente, ammirata.[^19]
Che cosa significhi, in concreto, la dottrina che abbiamo descritto lo si vede non in un libro ma su un fronte di guerra. Mentre Schwab teorizzava e Karp rivendicava, Palantir eseguiva. Dal 2022 il software dell’azienda di Karp è integrato nel lavoro di oltre mezza dozzina di agenzie ucraine, ministero della Difesa compreso: aggrega immagini satellitari, dati di fonte aperta, filmati dei droni e segnalazioni dal terreno, e restituisce ai comandanti obiettivi militari e opzioni di colpo. Lo stesso Karp ha dichiarato nel 2023 che Palantir è «responsabile della maggior parte del puntamento bersagli in Ucraina», una frase che nessun teorico della sovranità privata avrebbe osato scrivere e che il fondatore di un’azienda quotata pronuncia come un vanto.[^20] Nel maggio 2026 la collaborazione è stata ampliata: il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov ha incontrato Karp per estendere l’uso dell’intelligenza artificiale alla difesa aerea, all’analisi dei dati di combattimento, al rilevamento dei bersagli russi e alla pianificazione delle missioni, con l’obiettivo dichiarato d’identificare la totalità delle minacce aeree e intercettarne almeno il novantacinque per cento. La linea del fronte è diventata digitale, e il soggetto che la disegna non è uno Stato: è la società che ha scritto il manifesto.
Il contraccolpo, sul versante opposto, è documentabile e rischiara la stessa dottrina dall’altra parte dello specchio. Dalla primavera del 2026 Mosca e decine di regioni russe vivono blackout sistematici della rete mobile: le autorità li giustificano con la necessità di disturbare la navigazione dei droni ucraini e l’analisi operativa del ministero della Difesa britannico considera quella spiegazione probabile. La causa militare è reale: quando il puntamento è affidato all’intelligenza artificiale che incrocia dati di rete, spegnere la rete diventa un atto di guerra difensivo. Ma le stesse fonti registrano una seconda lettura, che riportiamo come ipotesi e non come fatto accertato: la durata e l’ampiezza degli oscuramenti, estesi al centro di Mosca e accompagnati dalla sperimentazione di una «lista bianca» di siti autorizzati e da una legge che impone agli operatori di sospendere il servizio su richiesta dei servizi di sicurezza, suggeriscono che la guerra digitale offra anche il pretesto per un salto nel controllo interno. È il duplice volto della dottrina di Schwab, letto da Oriente: la tecnologia che decide la guerra e, nello stesso gesto, potenzia gli strumenti di sorveglianza sulla popolazione. La guerra ibrida non è una metafora giornalistica. È un contratto di Palantir da una parte e un interruttore spento dall’altra.
Ne emerge una simmetria scomoda, che va enunciata come ipotesi argomentata e non come tesi dimostrata. L’integrazione cinese tra Stato e tecnologia, con il Partito che comanda e l’impresa che esegue, e la cooptazione americana tra Stato e oligarchia, con l’impresa che guida e lo Stato che accompagna in trasferta, potrebbero essere due risposte divergenti allo stesso problema posto da Schwab: cosa accade alla sovranità quando la tecnologia diventa l’infrastruttura della decisione. Pechino risponde subordinando il privato al politico. Washington risponde lasciando che il privato assorba il politico. Sono esiti opposti ma la domanda che li genera è la stessa e fingere che riguardi solo l’altro emisfero sarebbe la più ingenua delle rimozioni.
Vale qui un realismo determinante: nessuno, in questa fase, è davvero sovrano. Gli Stati Uniti dominano il software ma dipendono da Taiwan per i semiconduttori avanzati; la Cina costruisce le fabbriche di chip ma importa dall’Olanda la tecnologia litografica che le rende possibili; l’Europa possiede risparmio e talento, come ricorda Draghi, ma non l’infrastruttura per trasformarli in potenza. La rivendicazione di sovranità è l’ossessione del nostro tempo precisamente perché nessuno la possiede per intero. La differenza, e non è piccola, sta in chi tiene l’interruttore dentro un perimetro di controllo pubblico e chi lo ha consegnato a soggetti privati che a nessun elettorato rispondono.
Giovanni Arrighi, nella sua analisi dei cicli sistemici di accumulazione, aveva descritto le fasi terminali di ogni egemonia come momenti in cui la struttura finanziaria del centro si espande in modo ipertrofico mentre la base produttiva si contrae, e in cui si aprono le successioni di potenza.[^21] La passerella di Pechino, con i diciassette amministratori delegati schierati dietro un presidente che ne perora gli affari, e la solitudine di Aquisgrana, con un continente che si scopre senza più ombrello, sono due fotogrammi della stessa transizione descritta da Arrighi: il centro che vive di rendita e di credito mentre la base si svuota, e i candidati alla successione che si misurano apertamente. È in questo scenario, e non in un convegno di filosofia, che i due libri degli scribi vanno riletti. La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E la transizione di potere, quando non la si governa, è il mercato su cui gli scribi hanno già scritto il prezzo.
L’Italia nella morsa
Ogni dottrina, per essere giudicata, va calata nel luogo in cui produce i suoi effetti. Le comunicazioni di backup della Difesa affidate alla rete satellitare di un privato; la sanità pubblica e i sistemi di analisi dati permeati dalle piattaforme di Palantir entrate dal Policlinico Gemelli così come dal servizio sanitario britannico; lo scandalo dei software di sorveglianza che avrebbe dovuto provocare una crisi di governo in qualsiasi democrazia funzionante e che invece si è spento nel silenzio del Parlamento e degli organi di controllo. Non sono episodi. Sono la quarta rivoluzione industriale applicata, l’Italia come laboratorio della sottrazione di sovranità: la cessione che non avviene con un atto politico esplicito, ma per via tecnica e contrattuale, nodo dopo nodo, finché l’interruttore non è più nelle mani di chi dovrebbe risponderne agli elettori.
È qui che il discorso di Aquisgrana mostra il suo lato più insidioso. Draghi indica all’Europa la mobilitazione: investire, costruire data center, colmare il divario. Ma per un Paese che già importa oltre l’ottanta per cento della propria tecnologia digitale, una corsa al riarmo digitale che acquisti capacità di calcolo dai fornitori dominanti, adotti i modelli imposti dal mercato e si appoggi alle infrastrutture di chi quella subalternità l’ha disegnata, non la riduce: la cementa, dotandola di volumi più grandi e di un lessico europeo. Spendere di più per restare ancillari non è sovranità. La traiettoria che la tradizione di Mattei indicava era opposta: non eguagliare il colosso americano sul suo terreno, ma costruire un’autonomia là dove l’egemonia non basta a controllare il gioco, con formule contrattuali che gli altri non avevano. Quella via, oggi, non è all’ordine del giorno né a Roma né ad Aquisgrana. La sua assenza è il vero dato politico italiano di questa stagione.
Giulietto Chiesa aveva insistito per anni su un punto che allora veniva liquidato come eccentrico e che oggi descrive l’ovvio: l’ordine unipolare nato dalla fine della guerra fredda non era uno stato naturale delle cose ma una costruzione insostenibile, perché fondata sulla pretesa che una sola potenza potesse indefinitamente dettare le regole, stampare la moneta di riserva e definire da sola il perimetro del lecito.[^22] La transizione che attraversiamo gli ha dato ragione su quasi tutto, tranne che sulla velocità: è più veloce di quanto temesse e maggiormente ambigua. La sua avvertenza di fondo resta la bussola per leggere la passerella di Pechino e la solitudine di Aquisgrana: un Paese che non possiede le proprie piattaforme non decide, una nazione che non controlla le filiere non negozia, chi non ha una narrazione non esiste come soggetto. L’Italia, oggi, è descritta da tutte e tre le proposizioni. Riconoscerlo non è disfattismo: è la precondizione per qualsiasi politica che voglia chiamarsi sovrana.
Chi scrive la repubblica
Restano, alla fine, le due scene da cui siamo partiti, e ora si lasciano leggere per intero. A Pechino, i sovrani del nuovo ordine si sono mostrati per quello che sono: non esecutori di una strategia decisa altrove, ma il soggetto stesso del disegno, con lo Stato che li accompagna e ne perora gli affari. Ad Aquisgrana, l’Europa si è guardata allo specchio e ha visto la propria solitudine, descritta da chi non ne nomina gli architetti. In mezzo, due libri: la profezia di Schwab che aveva annunciato la migrazione del potere come destino tecnologico, e il manifesto di Karp che l’ha rivendicata come dovere morale e hard power. Gli scribi avevano scritto la sceneggiatura. Il 14 maggio 2026 è andata in scena.
Ciò che nessuna delle due scene nomina e che nessuno dei due libri ammette è la sola cosa che conti davvero: la sovranità non si perde per legge di natura. Non c’è alcuna fatalità tecnologica nella passerella di Pechino, alcuna ineluttabilità nella solitudine europea. C’è una sequenza di scelte politiche, di contratti firmati, di interruttori consegnati, di parlamenti che non hanno discusso e di opinioni pubbliche che non sono state messe in condizione di sapere. Schwab l’ha chiamata quarta rivoluzione industriale; Karp l’ha chiamata repubblica tecnologica; entrambi hanno avuto cura di presentarla come un avvenire e non come una decisione. È la più antica delle operazioni egemoniche: spacciare per ordine del mondo ciò che è disegno di pochi
C’è, in questo paesaggio, una sola scrittura che si oppone a quella degli scribi e arriva da dove meno la dottrina se l’aspetta. Il 25 maggio 2026 viene pubblicata Magnifica humanitas, prima enciclica di Leone XIV, dedicata alla protezione della persona umana nell’età dell’intelligenza artificiale.[^23] Il documento porta la firma del 15 maggio, esattamente centotrentacinque anni dopo la Rerum novarum di Leone XIII, l’enciclica che nel 1891 affrontò la questione sociale nel cuore della prima rivoluzione industriale. La scelta del nome e della data non è cerimoniale: è la rivendicazione esplicita che ciò che la Rerum novarum fu per il capitale e il lavoro, Magnifica humanitas intende esserlo per l’algoritmo e la dignità. A presentarla, in Aula del Sinodo, accanto ai cardinali della Curia, siede un cofondatore di Anthropic, l’azienda d’intelligenza artificiale entrata in conflitto aperto con l’amministrazione Trump, che a febbraio 2026 ne aveva vietato l’uso alle agenzie federali. La pinza che abbiamo visto stringersi su Leone XIV trova qui la sua replica: il papato che non si lascia arruolare nella repubblica tecnologica e che, anzi, le contrappone la più antica delle scritture occidentali, quella che mette la persona prima dello strumento.
Schwab e Karp scrivono che il potere deve migrare verso chi possiede la macchina; la Rerum novarum del nuovo secolo risponde che nessuna potenza, per quanto efficiente, autorizza a trattare l’uomo come materia prima di un processo. Seguendo questa posizione, la guerra ibrida e digitale va contestata senza attenuazioni: che la linea del fronte la disegni un contratto di Palantir o che l’interruttore di una rete venga spento su un’intera capitale, ciò che è in gioco non è la tecnica, è la persona ridotta a bersaglio, a dato, a suddito di un perimetro deciso altrove. La guerra, in qualunque forma si presenti, anche quella che non spara ma oscura e profila, va contestata con la stessa forza con cui la si contestava quando aveva il volto dei carri armati. Cambiano gli strumenti, non chi paga il prezzo.
La domanda con cui chiudiamo non è retorica ed è l’unica che valga la pena lasciare aperta. Se la repubblica tecnologica viene scritta da Schwab e Karp, e i suoi sovrani sfilano sulle passerelle di Pechino mentre i suoi sudditi vengono informati a cose fatte, chi scrive la repubblica dei cittadini? La risposta non sta in un altro libro. È nella decisione, ancora possibile finché qualcuno la rivendica, di trattare la sovranità non come una merce da cedere per via tecnica, ma come la posta in gioco di una scelta politica che ha ancora un soggetto a cui appartiene. Gli scribi hanno scritto la loro parte. La nostra è ancora una pagina bianca, e finché resta bianca resta nostra.
La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E la sovranità, quando non la si difende, è la merce che gli scribi hanno già messo a prezzo.











































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