Fai una donazione

Questo sito è autofinanziato. L'aumento dei costi ci costringe a chiedere un piccolo aiuto ai lettori. CHI NON HA O NON VUOLE USARE UNA CARTA DI CREDITO può comunque cliccare su "donate" e nella pagina successiva è presente (in alto) l'IBAN per un bonifico diretto________________________________

Amount
Print Friendly, PDF & Email

Oltre l'Occidente, vol 1

di Alessandro Visalli

Quella che segue è la Premessa del libro di Alessandro Visalli, Oltre l'Occidente, vol 1, edito da Meltemi, Milano nel 2026.

51M3bvJkVpLPremessa

Il meno che si può dire del nostro tempo, qui in Occidente, è che si muove nell’ombra di un incipiente tramonto. Molti ne sono i segni: il degrado probabilmente terminale della democrazia, che da tempo è schiacciata dal suo eterno doppio, l’oligarchia. La completa metamorfosi dell’universalismo, vanto della tribù occidentale, ormai da tempo giunta al suo punto zero del suprematismo imperiale. L’ormai assoluta e omicida cecità verso l’Altro da sé. La mobilitazione totale di coscienze, oscurate dalla paura. Passando sul piano del confronto materiale, la manifesta e crescente incapacità di competere sull’adeguamento della “Piattaforma tecnologica” alle nuove esigenze dell’ambiente tecnico e della competizione geopolitica.

La tesi di questo lavoro è che al tramonto, quando le ombre si allungano, se si vuole pensare politicamente, bisogna individuare come “nemico principale” noi stessi, cioè quell’Occidente che ha smarrito sé stesso. E nessuno può vedere sé stesso, se non riesce a vedere l’Altro da sé. Ciò che va dunque posto al centro dell’attenzione è l’universalismo. Quella particolare attitudine a vedersi come metro dell’intero universo che contiene in sé, e contemporaneamente, sia la promessa della liberazione sia la meccanica del dominio. Ciò che criticheremo in questo testo è questa ambivalenza costitutiva. Questa linea d’ombra che attraversa diagonalmente l’essere dell’Occidente, senza, con ciò, presumere una nativa innocenza dell’Altro. A ben vedere senza presumere che Ego e Altro siano esseri, compiuti, completi e autosufficienti.

La posizione dalla quale il testo parla non è, tuttavia, come non potrebbe mai essere, esterna a questa cultura. È essa stessa parte della tradizione critica occidentale, e in particolare dell’universalismo cristiano. Non si può negare di esserne figli. Ma il nostro dovere è di essere figli capaci di guardare in faccia la nudità dei genitori. La loro debolezza e tradimenti. Bisogna essere capaci di pretendere il riscatto dei suoi potenziali. Di quei potenziali critici che nascono dal cristianesimo paolino, dall’illuminismo se pure incompleto e in sé tradito, dal socialismo e comunismo, dalle parti migliori dello stesso liberalismo, dalle sue tradizioni radicali.

Dalla lezione per la quale non c’è giudeo né greco; ancora, dall’egualitarismo dei diggers e dei levellers; dal socialismo che riscatta il dolore dei poveri e le lotte degli sconfitti. Dalla Teologia della liberazione, le tradizioni messianiche, persino.

La violenza coloniale, che torna a insanguinare il mondo, senza averlo mai lasciato, non è solo “occidentale”, ma entro l’Occidente ne tradisce, al contempo attuandolo, il lascito. Questa linea di insondabile profondità, di assoluta contraddizione, è la via dell’Occidente. Ma non ne è l’essenza. Piuttosto la struttura che cambia sempre in esso. Una struttura, come vedremo, che è al contempo storica, culturale e profondamente materiale.

Che dobbiamo piegare.

Leggere l’Altro, cosa che tenteremo per l’intero testo, è, da ultimo, un’impossibilità (del resto anche leggere il Proprio). Tuttavia, è quel che ci resta da fare, il nostro dovere. Per iniziare bisogna, però, evitare una prima trappola: proiettare il nostro universo semantico e morale, radicato nella nostra storia. Dal punto di vista metodologico bisogna partire da un altro angolo: il sistema cinese è in primo luogo cinese, come tutti gli altri. Solo a un secondo livello si potranno traguardare le ombre del nostro mondo entro il loro. Dunque, per dire, il sistema cinese non è “capitalista” e non è “autoritario”. Contiene elementi che noi possiamo leggere come tali, ma che entro la storia e le strutture logiche semantiche cinesi possono essere altro. Con questo rispetto affronteremo il compito necessario e al contempo pericoloso di confrontarci. Non è accidentale che il “sistema tecnico” cinese contenga pianificazioni e controlli diversi dai nostri, non è casuale che “consenso” e “armonia sociale” siano parole-chiave molto più centrali da loro che nella nostra sfera pubblica politica (nella quale si tende a leggerle come “populismo”). Parole, sia inteso, plurali e contese anche nel loro universo semantico.

Questa impresa contiene tensioni. E queste non sono riducibili. Questo testo è occidentale, usa categorie come “reificazione” e “alienazione” costruite entro una specifica tradizione critica che rivendica. Possono essere agite, come è diritto di chiunque utilizzare categorie appropriate o provarne il valore in altri contesti. Parte dell’impresa è, anzi, di far riverberare categorie, concetti, mondi spirituali non occidentali entro il nostro mondo. Far, quindi, entrare in contatto e contaminare. Trascrivere, nella speranza che si possa apprendere (se possibile reciprocamente) e diventare altro da noi, al contempo diventando noi stessi.

D’altra parte, se non esiste un punto di vista esterno, sopra tutto e tutti, allora, e necessariamente, restano il confronto, lo scontro, la con-fusione, l’apprendimento e l’obliare, il dialogo, la contaminazione, la traduzione, … E anche resta di capire che tutto ciò avviene in un ambiente denso di potere, di azioni, necessità, volontà. Nessun discorso politico ne è esente. Nessuno è privo di effetti di potere ricercati e prodotti (anche oltre la ricerca). Lo sforzo di Xi, di cui parleremo, è sempre anche azione strategica entro un campo di effetti, subiti e desiderati. Genera potere, contiene linee di faglia ambigue, può produrre una disseminazione di conseguenze e flirta con un universalismo problematico. Gli sforzi dell’Occidente di sfuggire al dilemma della perdita di centralità non sono solo brutale esercizio di violenza, ma includono anche un senso di sé che ha una direzione morale. Questa è contemporaneamente perversione e autenticità.

Entrambi, Oriente e Occidente, devono essere pro-vincializzati.

Non esiste e non può esistere azione che non contenga potere, e non esiste potere che sia completamente neutro, né angelico né diabolico, su questo si potrebbe leggere (cum grano salis) Foucault. E, infine, non esistono criteri operativi “dal punto di vista di dio” (o del dio secolarizzato di Kant). Esiste la dinamica e la storia. Post festum si potrà proporre un giudizio. Ma noi viviamo ora, quindi ora dobbiamo agire. E rischiare di sbagliare.

Si tratta di un libro condotto a due mani con Carlo Formenti, che firma il secondo volume, Oltre l’Occidente. L’alba di una nuova storia. Nei due testi, sulla base di una lettura comune delle radici della hybris occidentale, che ci vede su sponde opposte ad autori come Niall Ferguson o Federico Fubini, Carlo si concentra sulla “provincializzazione” della tradizione marxista, senza abbandonarla, e sui soggetti storici della liberazione. Nel suo testo abitano rivoluzionari, partiti, movimenti (i giacobini neri, Cabral, Rodney, Mariátegui), che pongono la domanda non solo di chi fa la rivoluzione, ma anche di come la fa. Questa, se vogliamo, era la domanda centrale del mio secondo libro per i tipi di Meltemi, Classe e partito. In questo troverete altro, la domanda, piuttosto, circa le cornici di senso e le immagini di mondo entro le quali pensare e agire per uscire da noi stessi. O, per meglio dire, per oltrepassarci, al contempo conservandoci. Qui troverete soprattutto concetti: tecnica, relazione, cosmologia, universalismo, vuoto, essere. Troverete anche una diagnosi dello scontro, epocale, tra il vecchio egemone imperiale che si pensa come “occidentale” e detentore dei criteri universali, e il mondo. O meglio, i mondi. Plurali, irriducibili, pieni di energia nuova e di determinazione.

Scontro che si tiene sul piano politico, normativo, economico, militare persino, ma anche di “Piattaforma tecnologica”, un costrutto di sintesi che cerca di tenere insieme questi piani. Sintetizzabile come un set di funzionamenti essenziali, punti di convenienza e vantaggio per diversi gruppi e ceti sociali determinati da network di tecnologie convergenti e reciprocamente rafforzanti. Network di “sistemi tecnici” coordinati non solo dall’insieme di skill favorite da queste e di know how privilegiati, ma anche da norme sociali e giuridiche che si affermano nella sfera pubblica e privata, e infine da pacchetti di incentivi pubblici e privati (entrambe, norme e incentivi, coinvolti nell’affermazione del network di tecnologie). Una “Piattaforma tecnologica” è, inoltre, sempre connessa con un assetto geopolitico che la rende vincente (e in ultima analisi possibile). È connessa strettamente con visioni del mondo, cosmologie, e con soggettivazioni sociali e individuali.

È terminato il tempo in cui si poteva presumere che “modernità”, “tecnoscienza” e “Occidente”, insieme alla prospettiva che tutto teneva insieme, il “Progresso”, fossero lo spirito del mondo. Era il “nostro” sogno, forse l’incubo (e per molti, come mostriamo nel Capitolo Secondo, lo è stato).

Carlo ci ricorda che la radice del dominio occidentale è nel modo di produzione capitalistico e nella sua logica di accumulazione, che si manifesta storicamente come imperialismo e razzialismo. Concordo. Ma aggiungo appunto questa sola glossa: il modo di produzione dominante è parte di una “Piattaforma tecnologica” intrinsecamente estrattiva, e questa è, a sua volta, radicata in una specifica “Cosmotecnica”.

Qui le “cosmotecniche” e le “cosmologie” non sono affatto idee, sono pratiche di mondo incorporate in saperi, tecniche, soggettivazioni e quindi strutture di potere e riproduzione. Concetti, anche, ma incarnati. Le cosmologie sono sempre carne. Sono ferro, roccia, sangue. Sono vita, e sono morte.

Non scaturiscono come funghi dalla terra, e non nascono da tradizioni autonome e schermate, addirittura originarie, sono il prodotto storico di lotte, di circostanze e condizioni, di eventi. Diciamo brevemente che sono in una specifica e storicamente data, anche materialmente data, relazione tra uomo, mondo e tecnica. Una relazione che riduce l’essere a risorsa e nega l’Altro. Tutte parole che troverete nel testo e che qui non vale spiegare ulteriormente.

Coerentemente con la divisione del lavoro e il diverso focus, il linguaggio nei due testi è diverso. Decostruzione ed esegesi di testi e contesti, in questo, e analisi politica di casi e autori, in quello di Carlo. Ripensare il marxismo, passando per l’ontologia del lavoro di Lukács e la rilettura della storia del capitale tramite Braudel e Arrighi, per il testo di Formenti. Il compito di questo libro è individuare la questione della tecnica, della “Piattaforma tecnologica” come terreno di scontro e la cosmologia e Cosmotecnica come area di differenza. Il “fuori” dell’Occidente è luogo strategico per entrambi. Africa e Cina (senza dimenticare l’America Latina e il vicino mondo arabo). Un “fuori” che presume il “dentro”, che provincializza l’Occidente, per salvarne l’anima. Da una parte la prassi e le teorie dei movimenti rivoluzionari del Sud Globale e, poi, la rappresentazione della sfida cinese. Dall’altra, in questo testo, il confronto tra diverse forme di universali e l’incontro e scontro tra la prospettiva marxista e quella post e decoloniale, entrambe da criticare dopo averne compreso i termini. La lotta per un “posto nel mondo”, oggi che l’egemonia occidentale tramonta. Lotta per il potere, rilettura delle tradizioni critiche, marxiana in primo luogo.

Decolonizzare l’immaginario non è un pranzo di gala, ma implica necessariamente porre la questione del potere e nominare, classificare, distinguere. E implica porre la questione della parola, della possibilità che i subalterni possano prendere parola, non essere già parlati e iscritti nel discorso dell’Uno. Iscrivere nel proprio discorso è ciò che l’Occidente fa da quando si è designato come centro. Ovvero da quando si è nominato.

Soprattutto, porre la questione della fine del dominio epistemico, ontologico e gnoseologico occidentale, è porre quella della legittimazione multipolare. Questione di potere in modo eminente. E questione di soggetti, di attori, di partiti, di volontà, capacità, azione. Questione di lotta, anche. Perché bisogna scegliere, non si può restare nella comoda posizione di chi cerca la purezza e si rappresenta come voce nel deserto. Le posizioni comode sono comodamente riassorbite, sono catturate facilmente dalla mnemotecnica potente dell’Occidente realmente esistente, quella che decide cosa si può inserire nei circuiti della riproduzione dei discorsi, valorizzare, ricordare. E cosa, invece, lasciare, poggiare nel silenzio, dimenticare.

Racconteremo, infine. Nel libro di Carlo si tratterà di mostrare chi ha combattuto, come ha combattuto e perché ha vinto o perso. Radicare la teoria nella concretezza dell’azione umana e invitare a prendere posizione. Si troverà la traccia preziosa che resta della grande tradizione marxiana, del testo marxiano, così denso di passione, di forza, di amore e di odio.

In questo testo, altrettanto radicato in Marx e altrettanto libero nel leggerlo a centocinquanta anni e migliaia di chilometri di distanza, raccontare servirà a cercare di svelare le strutture profonde del pensiero, le “cosmologie” che informano e producono la realtà materiale. Servirà a mostrare come l’Occidente ha pensato sé stesso e il mondo, quali alternative cosmologiche esistono e quali futuri possibili si aprono se, o meglio quando, queste forme-mondo entrano in collisione.

Di fronte al rischio di scontro mortale tra sistemi, di estinzione, persino, si deve lottare con ogni mezzo necessario, come disse a suo tempo Malcolm X. Alcuni mezzi, concettuali, sono ciò che proveremo a fornire.

Pin It

Add comment

Submit